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POVERO EGITTO! E POVERI NOI!

Post n°210 pubblicato il 04 Dicembre 2011 da diefrogdie
 

POVERO EGITTO! E POVERI NOI!

Stando ai primi risultati, da verificare, i Fratelli Musulmani hanno conquistato fra il 40 e il 50 per cento dei voti in Egitto. Al secondo posto i talebani salafiti.
I Fratelli Musulmani sono dei rivoluzionari antisemiti e antioccidentali in nome dell’utopia coranica, una visione attualizzata del ritorno al XII secolo salafita. Sono i leader egemoni dell’islam contemporaneo, dal Cairo a Gaza, da Londra al Sudan.
Paul Landau, in “Le Sabre et le Coran”, descrive Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, come un personaggio paragonabile a Hitler.

Nella loro storia spicca Haj Amin al-Husseini, il Mufti di Gerusalemme che, alleato di Hitler, aiutò ad organizzare una divisione musulmana delle Waffen-SS e, dopo la guerra, quand’era ricercato per crimini di guerra riuscì a fuggire in Egitto grazie proprio all’aiuto di al Banna. Al Banna elaborò un doppio motto sull’importanza della morte come obiettivo del jihad: “L’arte della morte (fann al mawt) e “la morte è arte” (al mawt fann).

Vogliono costruire un nuovo Egitto ostile ai cristiani (al-dallin, “coloro che vagano nell’errore”), agli ebrei, agli atei, agli eterodossi, ai trasgressori della morale islamica e alle donne, da sottomettere in tutto e per tutto per ricostruire dalle fondamenta una società assolutamente conforme alla sharia, la legge di Allah, che deve essere imposta con ogni mezzo.

Nel maggio 1936, in Egitto, i Fratelli Musulmani invitarono, come i nazisti in Germania, a boicottare i prodotti e i negozi ebraici servendosi di volantini e sermoni carichi d’odio. Così cominciarono i pogrom.
Secondo uno dei testimoni del processo di Norimberga, il Muftì avrebbe personalmente incontrato Adolf Eichmann anche all’interno del campo di Auschwitz e "incitato la guardie a incrementare l’uso delle camere a gas".
Questa settimana al Cairo i Fratelli Musulmani sono tornati a promettere che "uccideremo tutti gli ebrei"
.




Ma il dato che fa più paura nelle elezioni in Egitto, oltre all'egemonia dei Fratelli Musulmani, è il secondo partito, che non è laico o modernista, ma salafita.
A maggio hanno pregato per Osama bin laden
e hanno chiesto il rilascio dello "sceicco cieco", Omar Abd ar-Rahman, che si trova in un carcere americano per il primo attentato al World Trade Center. Rahman è uno degli ispiratori dei salafiti egiziani e ha emesso una fatwa che autorizza i suoi seguaci a uccidere gli ebrei.
Dice che gli americani "discendono dalle scimmie e dai porci che si sono nutriti alla tavola dei sionisti, dei comunisti e dei colonialisti". Ha esortato i musulmani a dare l’assalto all’Occidente, "a paralizzare i trasporti dei paesi occidentali, gettarli nel caos, distruggere le loro economie, bruciare le loro aziende, annientare i loro interessi, affondare le loro navi, abbattere i loro aeroplani, ucciderli in mare, in aria e a terra".

La parola "salaf" rinvia ai venerati compagni del Profeta. Finora i salafiti non avevano mai preso parte attiva alla vita politica. I salafiti sono nemici dichiarati dei cristiani nella vita pubblica. Dicono che è “blasfemo” pensare che un non musulmano possa dare ordini a un islamico. Sono finanziati dall'Arabia Saudita e negano l'Olocausto.
Hanno un programma semplice: rendere pia, sottomessa e anonima la società egiziana, bandendo l'uso degli alcolici, la mescolanza dei sessi, la nudità e i comportamenti non islamici dalla vita pubblica.

Gran parte dei quadri fondatori del salafismo vengono dai Fratelli Musulmani, da cui si staccarono negli anni Settanta. Dicono che ogni deviazione dal Corano è “bidaa”, innovazione, eresia.
I salafiti si rifanno al saudita Mohammed ibn Abd al-Wahhab, un revivalista del XVII secolo convinto che i musulmani avessero tralignato dalla vera religione quale s’era manifestata durante l’età dell’oro del Profeta. Wahhab rifiutava le preghiere intercessorie rivolte ai santi e le espressioni di venerazione per i morti; chiedeva che i musulmani smettessero di rifilare le loro barbe.
Mise al bando le festività, incluso il compleanno del Profeta, e i suoi seguaci distrussero un gran numero di luoghi santi, da lui considerati degli idoli.
Attaccò le arti in quanto frivole e pericolose.
Sentiremo parlare a lungo di quest'apocalisse religiosa. E' stata scelta da un quarto degli egiziani.

da: Giulio Meottihttp://www.ilfoglio.it/zakor

 
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PRIMAVERA ARABA? MAI ESISTITA

Post n°209 pubblicato il 20 Novembre 2011 da diefrogdie
 

PRIMAVERA ARABA? MAI ESISTITA.

In Siria è arrivata la guerra confessionale fra cristiani, alwaiti e sunniti. L'abbiamo chiamata "primavera", ma è il solito medio oriente di sempre. Anzi, molto peggio.
In Tunisia gli islamici hanno conquistato le elezioni e c'è da aspettarsi che dove un tempo c'era il più alto numero di minigonne del mondo arabo compariranno tanti modelli di habaya. Gli islamici che hanno vinto le elezioni, definiti in fretta "moderati" da tutta la stampa italiana, hanno annunciato che lavorano per il "sesto califfato". Inoltre, dicono che Israele non arriverà al 2027. Sarà distrutto molto prima.
In Egitto il potere militare ha stretto un patto con i Fratelli musulmani, ha represso il popolo, protegge Hamas e spara addosso ai cristiani. Israele negli anni, fiducioso nel rapporto di pace con l’Egitto, ha disinvestito dal confine col Sinai spostando le truppe verso il nord e sul confine di Gaza. E' stato un errore e dalla rivoluzione di piazza Tahrir i segnali sono stati tutti pessimi. L'Iran, che si avvia a costruire la bomba atomica, ha in mano anche il Libano, con i missili di Hezbollah puntati su Tel Aviv e un governo amico. In Libia i ribelli hanno venduto a Hamas e agli Hezbollah migliaia di proiettili "sporchi" e sono guidati da ex terroristi di al Qaeda.
Trema la dinastia giordana.
La Turchia ha da tempo impugnato la religione del nostro tempo: l’odio contro Israele.
Il Sudan genocida è una pista di rifornimento di armi iraniane e di Al Qaeda.
Lo Yemen è un puzzle fuori controllo.


Noi intanto balbettiamo parole come "libertà", "diritti" e "democrazia" senza aver capito cosa sarebbe uscito dal vaso di Pandora.

L'odio è un grande albero nero dalle mille foglie,
nessuno osa mai fissarlo mentre estende
la sua ombra.

da http://www.ilfoglio.it/zakor

 
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THAT'S ALL FOLKS!

Post n°208 pubblicato il 12 Novembre 2011 da diefrogdie
 

THAT'S ALL FOLKS!

 
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LA VERA PRIMAVERA ARABA

Post n°207 pubblicato il 02 Novembre 2011 da diefrogdie
 

LA VERA PRIMAVERA ARABA

Egitto, Gaza, Libia, Siria, Tunisia, Turchia: tra poco tutta la grande mezzaluna sarà dominata da una generazione legata ai Fratelli Musulmani, gli Ikhwan, che da sessant'anni lavorano per questo momento.
Ogni paese ha proprie specificità e differenze, ma se ci sono riusciti in Tunisia, dove Ennahda ha conquistato il 40 percento dei voti in un paese fino a ieri definito "laico", gli islamisti possono conquistare il potere ovunque.

We can only wait, see and pray for the best.

Vittoria assoluta degli islamisti in Tunisia.
Ennahda, il partito fondamentalista legato ai Fratelli musulmani responsabile negli anni 80 di una campagna terroristica contro gli hotel, ha ottenuto quasi la metà dei voti. L'unica "speranza" è che il sistema parlamentare li costringa a fare dei compromessi.
In ogni caso, la Tunisia che conoscevamo è finita (libertà d'espressione, uguaglianza, dignità della donna, separazione di stato e moschea etc...).
L'elemento più impressionante è che Ennahda fino allo scorso gennaio era semplicemente un partito illegale e il suo leader, Rachid Ghannouci, viveva a Londra come un Khomeini maghrebino. Sono bastati pochi mesi e la "primavera araba" ha risvegliato gli impulsi islamici profondi che covano nel seno del medio oriente. Ricordiamo che Ghannouchi è il numero due di Yusuf Qaradawi, l'imam che teorizza l'uccisione di ebrei e "infedeli" occidentali.

In Libia è già arrivata la Sharia.
C'era qualcosa di strano nel fatto che la guerra in Libia fosse stata la prima guerra in cui l'America e l'Europa fossero dalla stessa parte di Al Qaeda, dei Fratelli Musulmani e di tutti gli altri preti islamici. E allora chi dominerà la Libia dopo Gheddafi?
Non c'hanno messo molto gli ex compagni d'affari di Gheddafi a delinerare i loro piani. Si parla già di interessi finanziari stabiliti dalla legge islamica, di reintroduzione della poligamia e dell'abolizione del divorzio.

Per quel che riguarda Gaza, sarebbe bello sottolineare che nessun pentimento è stato manifestato dalle donne che Israele ha liberato per riavere Gilad Shalit. Colte, dure,  fanatiche, fiere del martirio: ecco "le spose della Palestina".

La carneficina e l'intolleranza anti-cristiana non è una anomalia dell'Egitto. E' la sua storia ordinaria e uno dei parti di questa miserabile "primavera araba". L'anomalia, che è stata positiva per la stabilità del medio oriente, fu il regime di Hosni Mubarak. L’Egitto conserva la legge che punisce l’apostasia con la morte; coloro che "denigrano" l'islam vengono arrestati e torturati; i copti, sfiancati, minacciati, umiliati, vengono costretti ad abbandonare la loro antica patria; per costruire e riparare le chiese è necessario un permesso, che non viene mai concesso; i cristiani vengono attaccati, i loro negozi saccheggiati e le donne rapite.
Si ripercorre la storia degli ebrei originari dell’Egitto: così come è successo agli ebrei, un giorno soltanto i cimiteri e le rovine evocheranno il passato cristiano d'Egitto.

We can only wait, see and pray for the best!

 
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VERITA' E GIUSTIZIA SUL MASSACRO DEI COPTI

Post n°206 pubblicato il 15 Ottobre 2011 da diefrogdie
 

Verità e giustizia sul massacro dei copti, contro la menzogna e la superficialità

Bernardo Cervellera - www.asianews.it 

Roma (AsiaNews) - I corpi martoriati dei cristiani copti uccisi il 9 ottobre scorso attendono verità e giustizia.
I 26 cadaveri ancora insanguinati, le teste sfracellate dalla violenza degli autoblindo militari, sono ammucchiati in alcune sale dell’ospedale copto del Cairo e in altri ospedali della città nell’attesa di autopsia.
Ihsan Kamel, capo dell’ufficio di medicina legale, ha dichiarato che ci vorrà tempo e che i risultati saranno pubblicati solo il 27 ottobre. Egli ha anche affermato che tutto quanto si dichiara in questi giorni da parte di medici forensi potrebbe essere inaccurato.

Forse quest’ultimo avvertimento è dovuto a scrupolo ed accuratezza scientifici. Ma non vorremmo che sia dettato dal tentativo di squalificare testimonianze di dimostranti e medici che in questi giorni hanno sottolineato che la morte di diverse vittime è stata causata da proiettili di armi da fuoco e dal peso schiacciante di veicoli pesanti.



Ieri, Magda Adly, capo di El Nadeem, un Centro di riabilitazione per le vittime della tortura, ha dichiarato di aver assistito all’autopsia sul corpo di otto degli uccisi a Maspero (la zona vicina a piazza Tahrir, dove è avvenuto il massacro). Secondo la Adly è evidente che sei cadaveri erano stati schiacciati da “veicoli pesanti” e due avevano ricevuto un “eccessivo” numero di pallottole.

La testimonianza della Adly coincide con quella dei molti sopravvissuti al massacro del 9 ottobre, documentata con ampiezza da molti video pubblicati su internet (v. ad esempio:
http://www.youtube.com/watch?v=v0y77M-FjHk&NR=1&skipcontrinter=1;
http://www.light-dark.net/vb/showthread.php?t=6804;
http://www.light-dark.net/vb/showthread.php?p=7917#post7917).

In queste immagini è evidente che i soldati hanno sparato contro la folla inerme, come pure è evidente che gli autoblindo hanno puntato diritto sui dimostranti indifesi.

In Egitto e nel mondo vi è il tentativo di nascondere la verità. Un solo esempio: Mina Daniel, un cristiano che era anche uno dei leader della “primavera araba” di piazza Tahrir, è stato ucciso il 9 giugno con colpi di armi da fuoco e poi sfracellato da un autoblindo. Ma il suo certificato medico non dice nulla delle cause della sua morte.

Il tentativo più potente di cancellare quanto è successo il 9 ottobre viene dai militari. Due giorni fa in una conferenza stampa, l’esercito ha rigettato tutte le accuse contro di esso. Mostrando ai giornalisti video e foto, i due generali Adel Emara e Mahmoud Hegazy, hanno detto che i soldati non avevano munizioni letali e che gli autoblindo cercavano in tutti i modi di evitare di investire le persone che invece lanciavano molotov e pietre.

Contro questo tentativo di cancellare la verità e la giustizia si è levato anche il capo degli ortodossi copti, papa Shenouda III. Incontrando ieri il premier Essam Sharaf, egli ha ribadito che la manifestazione dei copti lo scorso 9 ottobre “era pacifica e i dimostranti non avevano armi”.

Nella sua catechesi del mercoledì pomeriggio, due giorni fa ha ribadito lo stesso concetto e ha dichiarato che il massacro dei giorni scorsi “non ha precedenti” nella storia recente della Chiesa in Egitto.
Egli stesso ha citato i primi risultati delle autopsie secondo cui due terzi dei martiri uccisi presentano ferite di armi da fuoco e che i restanti sono stati travolti e schiacciati da veicoli militari.

Molti cristiani e musulmani si domandano anche perché - se la manifestazione dei copti era autorizzata - vi era uno spiegamento di centinaia di poliziotti e migliaia di soldati. Ciò fa supporre che lo scontro fosse premeditato, forse per ritardare le elezioni, forse per mantenere lo stato di emergenza.

La condanna dell’esercito e dei suoi metodi “fascisti”, peggiori che al tempo di Mubarak, sta unendo i molti rappresentanti della “primavera araba”, ma anche tanta parte della popolazione egiziana.
Eppure, contro tutto questo, vi è lo scandalo annunciato ieri: sul massacro di Maspero vi sarà solo un’inchiesta ed essa sarà condotta dai militari.

Il ritornello dell’esercito è che fra i dimostranti vi erano persone violente, armate, che hanno iniziato gli scontri con le forze dell’ordine. Il ministro per la giustizia, Mohamed El-Guindy, ha dichiarato che sono iniziati gi interrogatori dei dimostranti arrestati e che gli accusati saranno giudicati non da un tribunale civile, ma militare.

Le organizzazioni copte dell’Europa, in un loro comunicato giunto ad AsiaNews, condannano il “trionfo della vergogna” per l’esercito egiziano.
Esse puntano il dito anche verso il ministro dell’informazione, Osama Heikal e per i media a lui sottomessi, che hanno lanciato gli appelli contro i copti che “stavano uccidendo” l’esercito e l’Egitto.

L’occidente sembra distante da quanto succede in Egitto. Pressata dai problemi dell’euro, la Ue ha condannato la violenza e ha chiesto più rispetto per i diritti delle minoranze; la Casa Bianca ha addirittura sposato la tesi dell’esercito egiziano. Il presidente Obama, infatti ha deplorato la “tragica perdita di vite fra i dimostranti e le forze di sicurezza”, aggiungendo che “è tempo di moderazione da entrambe le parti”.

Così le richieste di democrazia, libertà di stampa, parità di diritti per cristiani e musulmani – il cuore delle lotte della “primavera araba” egiziana – sembrano allontanarsi.
Di questa visione democratica fa parte anche il diritto dei cristiani a edificare luoghi di culto alla pari dei musulmani.
Ancora una volta, la libertà religiosa si manifesta come l’elemento chiave dei diritti umani.
La manifestazione dei copti – appoggiata anche da molti musulmani – era nata per rivendicare il diritto di una chiesa ad Assuan, distrutta dagli integralisti, appoggiati dal governatore locale (un ex generale).
Con la sua tragica conclusione, essa ha però manifestato anche i tanti diritti umani di cui la popolazione egiziana è derubata.

Alcune organizzazioni copte ci hanno inviato alcune foto terribili sul massacro dei loro fratelli di fede, chiedendo che vengano pubblicate. Pur con qualche esitazione e avvertimento abbiamo deciso di pubblicarle.
“Il sangue dei martiri – ha detto Shenouda III ai funerali di alcune vittime – non è a basso prezzo”: esso è il prezzo enorme che gli egiziani pagano per la dittatura dei loro capi e per la superficialità dell’occidente. Finché non sarà fatta giustizia ai massacrati di Maspero, non ci sarà giustizia per nessun egiziano.


ATTENZIONE: Le immagini che presentiamo sono molto crude e potrebbero impressionare un pubblico sensibile. Per vedere le immagini clicca qui.

 
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MATTATOIO CRISTIANO IN EGITTO

Post n°205 pubblicato il 10 Ottobre 2011 da diefrogdie
 

MATTATOIO CRISTIANO IN EGITTO

Prosegue la strage dei cristiani d'Egitto: 24 morti!
I cristiani sono vittime della "primavera araba" e dell'avvento di un regime militare ossequioso verso i fondamentalisti.
I cristiani avevano un futuro al Cairo fintanto che a governare era un regime dispotico, corrotto e nemico dei religiosi.
Da quando è caduto Mubarak, 100.000 cristiani hanno già lasciato il paese. E altri decine di migliaia lo faranno nei prossimi mesi. E' dal 1972 che i cristiani vengono dati in pasto alla folla.


Oggi per i cristiani è rischioso persino far la coda davanti a una panetteria. Barbuti integralisti ritengono di avere la precedenza su qualunque cristiano e passano davanti a un copto senza che questi abbia il coraggio di lamentarsi. Durante il ramadan molti cristiani preferiscono evitare di mangiare o bere davanti a testimoni, per scongiurare ogni conflitto. Per quanto riguarda i musulmani che decidono di abbandonare la religione e di convertirsi al cristianesimo, qui vale una regola semplice: ognuno è libero di entrare nell’islam, ma se ne può uscire soltanto in barella. Resteranno al Cairo soltanto quei cristiani che, come i loro fratelli libanesi venduti a Hezbollah, sceglieranno di svolgere fino in fondo la parte che viene loro assegnata dal Corano: dhimmi. Sottomessi nello spirito. Distrutti nell'identità. Accondiscendenti verso i nuovi padroni.

 
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UN'IPOCRISIA STORICAMENTE INSENSATA

Post n°204 pubblicato il 08 Ottobre 2011 da diefrogdie
 

Nella datazione la Bbc ha deciso di ignorare la nascita di Cristo

Un’ipocrisia storicamente insensata

La notizia che la Bbc ha deciso di cambiare la definizione della data — sostituendo alle usuali sigle che rimandano ad avanti Cristo e dopo Cristo un generico «era comune» per non offendere i credenti di altre religioni — non ha suscitato grandi reazioni.

A parte quelle di moltissimi non cristiani, che attraverso vari portavoce hanno fatto sapere che non si sentivano per nulla offesi dalla datazione tradizionale.

Ma queste composte e rispettose prese di posizione non hanno toccato i dirigenti dell’emittente britannica, come già è successo in casi analoghi. In realtà, è ormai ben chiaro che il rispetto delle altre religioni è solo un pretesto, perché coloro che vogliono cancellare ogni traccia di cristianesimo dalla cultura occidentale sono solo alcuni laici occidentali.

E non è certo la prima volta che ciò accade. Il tentativo di cambiare la datazione venne dalla Rivoluzione francese, che impose un nuovo calendario nel quale il computo del tempo cominciava dal 14 luglio 1789, tradizionale giorno d’inizio dei moti rivoluzionari, e inventò nuovi nomi per i mesi, ovviamente cancellando le feste cristiane, sostituite da altre «rivoluzionarie». Alle settimane, per cancellare la domenica, subentrarono le decadi. Il calendario durò poco, cancellato nel 1806 da Napoleone: le nuove date avevano qualcosa di posticcio e di ridicolo anche per i più fieri illuministi.

Il secondo tentativo venne fatto da Lenin, che cambiò calendario sostituendolo con una datazione che partiva dal colpo di Stato del 24 ottobre 1917. Questo calendario, rimasto in vigore dal 1929 fino al 1940, sostituiva le settimane con una scansione di cinque giorni, e naturalmente aboliva le feste cristiane, rimpiazzandole con quelle nate dalla rivoluzione. Anch’esso, però, non ebbe molto successo, come dimostra il fatto che fu usato parallelamente al calendario gregoriano, anche per mantenere rapporti con il resto del mondo.
Così fu anche per la datazione a partire dalla marcia su Roma, con la quale iniziava l’Era fascista, imposta da Mussolini e che però si affiancava a quella tradizionale, senza pretendere di sostituirla.

Insomma, l’idea di rimuovere il calendario cristiano ha pessimi antecedenti, con numerosi fallimenti alle spalle. Bisogna dire che questa volta la Bbc si limita a cambiare la dizione e non il computo del tempo, ma, così facendo, non si può negare che abbia compiuto un gesto ipocrita.

L’ipocrisia di chi fa finta di non sapere perché proprio da quel momento si comincino a contare gli anni.

Negare la funzione storicamente rivoluzionaria della venuta di Cristo sulla terra, accettata anche da chi non lo riconosce come Figlio di Dio, è un’enorme sciocchezza. E, dal punto di vista storico, lo sanno tanto gli ebrei quanto i musulmani.

 

Come si può far finta di non sapere che soltanto da quel momento si è affermata l’idea che tutti gli esseri umani sono uguali in quanto tutti figli di Dio?
Principio su cui si fondano i diritti umani, in base ai quali si giudicano popoli e governanti. Principio che fino a quel momento nessuno aveva sostenuto, e sul quale invece si basa la tradizione cristiana.

Perché non riconoscere che da quel momento il mondo è cambiato? Che sono scomparsi tabù e impurità materiali e che la natura è stata liberata dalla presenza del sovrannaturale proprio perché Dio è trascendente?
Da queste realtà è nata la possibilità per i popoli europei di scoprire il mondo e per gli scienziati di iniziare lo studio sperimentale della natura che ha portato alla nascita della scienza moderna.

Perché allora negare perfino i debiti culturali che la civiltà ha nei confronti del cristianesimo?
Non c’è niente di più antistorico e di più insensato, come ebrei e musulmani hanno capito chiaramente.

Non è questione di fede, ma di ragione. Anche questa volta.

 

www.ossevatoreromano.va - Lucetta Scaraffia - 5 ottobre 2011

 
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PALESTINA ALL'ONU?

Post n°203 pubblicato il 20 Settembre 2011 da diefrogdie
 

PALESTINA ALL'ONU?

Come dovrebbe essere questa "Palestina" che i paesi europei, gli stati falliti d'Africa, gli pseudo-stati dell'America Latina e il conglomerato islamico mondiale si apprestano a proclamare all'Onu?
Uno stato guidato da un negazionista dell'Olocausto come Mahmoud Abbas, oppure da artefici di un nuovo Olocausto come Hamas.
Uno stato privo di ebrei, come promesso dall'Olp. Uno stato che userà i profughi come arma demografica contro Israele. Uno stato che bandirà la libertà di coscienza per artisti, giornalisti e scrittori.
Uno stato che caccerà i cristiani dopo aver proclamato Gesù "primo fedayeen".
Uno stato che lapiderà gli omosessuali e le prostitute.
Uno stato che torturerà i detenuti e getterà dai tetti i nemici politici. Uno stato dove il clero iraniano potrà predicare il khomeinismo e i Fratelli Musulmani il califfato.
Uno stato dove la sharia sarà l'unica fonte legislativa. Uno stato che metterà a morte gli apostati che abbandonano l'islam.
Uno stato in cui le donne dovranno indossare il velo. Uno stato che commemorerà i terroristi, le bombe umane e gli assassini di bambini con piazze, strade e monumenti. Uno stato che non concederà democrazia, ma sarà un misto di dittatura, corruzione, teologia islamica e binladenismo. Uno stato che bandirà gli alcolici in pubblico e in cui la polizia della morale chiederà i certificati di matrimonio alle coppie che si tengono per mano. Uno stato di polizia con la più alta percentuale al mondo di forze di sicurezza pro capite. 6 miglia separano la città israeliana di Afula dalla "linea verde" del 1967. 9 miglia bastano per arrivare a Netanya. 11 miglia per i grattacieli di Tel Aviv. 4 miglia per l'aeroporto Ben Gurion. Costruire oggi questo pseuo-califfato palestinese sulle spalle d'Israele è il primo passo per realizzare il vecchio programma di gettare gli ebrei nel Mediterraneo.

di Giulio Meotti - http://www.ilfoglio.it/zakor

 
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SEI TESI SULL'UNDICI SETTEMBRE

Post n°202 pubblicato il 10 Settembre 2011 da diefrogdie
 

 

SEI TESI PER COMPRENDERE PRIMA, DOPO E DURANTE

di Massimo Introvigne
- www.labussolaquotidiana.it 
 
[...] continuo a votare per l’11 settembre 2001, perché - più delle altre date - ha cambiato radicalmente il nostro modo di pensare. Fino al 10 settembre di quell’anno andavano di moda le tesi sulla «fine della storia». Dopo le prime due guerre mondiali, ci spiegavano gli storici, ce n’era stata una terza - la "guerra fredda", non priva peraltro di momenti caldi, dalla Corea al Vietnam - fra il mondo libero e il comunismo, e il comunismo aveva perso. La storia era finita, non ci sarebbero state più guerre e il modello democratico occidentale avrebbe conquistato tutti i Paesi del mondo - a mano a mano che la loro economia si fosse sviluppata - uno dopo l’altro.
 
Poi, l’11 settembre 2001 la teoria della fine della storia è andata in pensione. Si è cominciato a parlare di una "quarta guerra mondiale", diversa dalle altre tre. Queste erano state guerre civili occidentali, guerre fra ideologie nate in Europa, comunismo compreso. Qui una guerra globale - che ricordava antiche battaglie con i mongoli, gli arabi, i turchi ma stavolta su un teatro di operazioni mondiale - vedeva l’Occidente aggredito da un’ideologia non occidentale.
Quello che è venuto dopo è successo in buona parte a causa dell’11 settembre. L’evidenza che l’Occidente possa essere attaccato sul suo stesso terreno, distruggendo un suo simbolo come le Torri Gemelle, ha messo in moto dinamiche che hanno alimentato la nuova aggressività economica cinese e condotto alla perdita del primato finanziario euro-americano a vantaggio di Pechino. La stessa crisi economica, Lehman Brothers compresa, nasce in parte dal tentativo delle istituzioni finanziarie americane di evitare con strumenti creativi ma pericolosi i contraccolpi economici dell’11 settembre.

 
Abbiamo avuto anche tanti libri, anzi intere biblioteche sull’11 settembre. Abbiamo imparato qualcosa? Penso di sì, e provo a riassumere le lezioni dell’11 settembre in sei tesi.


 
1. Al-Qa’ida è responsabile dell’11 settembre. Dopo tutte le svolte della storia, spuntano sempre i negazionisti e i complottisti. Così c’è stato anche chi ha negato che al-Qa’ida abbia organizzato ed eseguito gli attentati, sostenendo principalmente che due torri colpite da aerei non cadono in quel modo e dovevano essere state imbottite di esplosivo, dal governo statunitense o magari dal Mossad israeliano. L’agenzia americana che si occupa di sicurezza delle costruzioni, il National Institute of Standards and Technology, ha pubblicato nel 2005 un rapporto di oltre 10mila pagine che spiega come le teorie complottiste - avanzate in genere da giornalisti senza credenziali scientifiche, o da studiosi con credenziali in campi che non c’entrano con l’ingegneria edile, dalla storia del Medioevo alla fisica nucleare - non reggono all’esame tecnico dei fatti.
Ma non c’è bisogno di diventare tutti ingegneri o di leggere le 10mila pagine. Più rapidamente, si possono consultare decine di documenti che vengono da al-Qa’ida e da altri ambienti dell’ultrafondamentalismo islamico, e seguire la preparazione e la realizzazione dell’attentato attraverso le vicende degli stessi terroristi che ne sono stati responsabili. Per qualunque persona sensata non c’è nessun dubbio. È stata al-Qa’ida. 

 
Le teorie negazioniste non ci danno nessuna informazione sull’11 settembre ma ci danno moltissime informazioni sulle persone che le propongono.
Infatti con l’11 settembre è andata in pensione anche un’altra ideologia, quella secondo cui i valori di onestà, giustizia e lealtà che avevano ormai abbandonato l’Occidente si erano trasferiti in un mondo islamico idealizzato e presentato come magnanimo e generoso. Queste teorie erano sostenute da una sinistra comunista che - sentendosi tradita dal "proletariato interno" dell’Occidente, il quale da anni non aspira più alla società senza classi ma a un posto al sole nel consumismo dominante - pensava di potersi rivolgere a quello che Friedrich Engels (1820-1895) chiamava il «proletariato esterno» non occidentale, principalmente islamico, che avrebbe pensato lui ad abbattere il capitalismo, anche in quanto portatore di superiori principi morali.
[..
.] Quando da quel mondo è venuto con l’11 settembre uno degli atti più malvagi e sleali della storia recente - le vittime non erano combattenti nemici, ma passanti e passeggeri di aerei anonimi e innocenti - chi aveva coltivato il mito della superiorità morale dell’islam - da sinistra o dalla "destra di sinistra" antiamericana e antioccidentale - si è visto crollare il mondo addosso. E ha reagito inventandosi il mito dell’11 settembre come complotto americano o ebraico.

 
2. Non tutti i musulmani sono fondamentalisti. La critica del negazionismo complottista, che nasce da una visione idealizzata e utopica dell’islam, non deve portarci all’eccesso opposto di ritenere l’islam in genere, o tutto l’islam, responsabile dell’11 settembre. Il mondo che la letteratura sull’11 settembre ci ha insegnato a cominciare a esplorare è quello del fondamentalismo islamico. Ma non tutti i musulmani sono fondamentalisti. Questa tesi sembra ovvia: la ripetono tutti, dal presidente Barack Obama al mio barbiere. Ed è una tesi vera, ma presuppone che si definisca che cos’è il fondamentalismo islamico.
Si tratta di un movimento nato intorno a tre rivendicazioni. Primo: l’applicazione della legge islamica (shari’a) in ogni Paese musulmano. Secondo: l’unificazione dei Paesi a maggioranza islamica in un’unica realtà politico-religiosa nuovamente guidata da un califfo. Terzo: la ripresa da parte del califfato restaurato del sogno originario di un’islamizzazione del mondo intero. Chi nel mondo islamico non condivide queste tesi non è fondamentalista. In Occidente si parla volentieri di "moderati" e, dopo l’11 settembre, è diventato difficile trovare un’organizzazione islamica occidentale che non si autodefinisca "moderata". Ma si tratta, appunto, di una categoria costruita da occidentali e dai confini alquanto incerti

 
Per capire la differenza fra musulmani fondamentalisti e non fondamentalisti occorre tornare a un evento fondamentale per la storia dell’islam, i cui collegamenti con l’11 settembre 2001 sono molteplici e decisivi.
L’11 settembre 1683 inizia sotto le mura di Vienna, dopo un lungo assedio, una battaglia - conclusa il successivo 12 settembre, data con cui è passata nei libri di storia - in cui un esercito più numeroso e meglio armato dei suoi rivali che secondo i musulmani non poteva né doveva essere sconfitto, per ragioni insieme militari e teologiche, fu invece imprevedibilmente respinto. Un primo collegamento fra i due eventi è che la data dell’11 settembre sembra proprio sia stata scelta da al-Qa’ida in ricordo dell’inizio della battaglia di Vienna. Ma c’è molto di più.
La sconfitta del 1683 fu drammatica per l’islam. Come racconta lo storico Andrew Wheatcroft nel suo recente libro sull’evento del 1683, Il nemico alle porte.
Quando Vienna fermò l'avanzata ottomana (trad. it., Laterza, Roma-Bari 2010), la campagna non era percepita dai musulmani come uno scontro fra il Sacro Romano Impero e l’islam. Al contrario, fu presentata come la soluzione finale di una contesa combattuta a colpi di propaganda un secolo primo fra Carlo V (1500-1558) e Solimano il Magnifico (1494-1566), fra gli Asburgo e gli Ottomani: entrambi si affermavano eredi legittimi dell’impero di Roma e, in quanto signore di Costantinopoli, Solimano pensava di essere lui l’unico vero imperatore romano. Il suo successore Mehmet IV (1642-1693) mandò l’esercito a Vienna per risolvere con le armi una questione che Dio, secondo lui e secondo i suoi sudditi, aveva da tempo già giudicato.

 
La battaglia di Vienna fu percepita da parte islamica anche come la smentita - incomprensibile per un musulmano - della profezia secondo cui, certo con occasionali ripiegamenti, le armi del Profeta dovevano passare nella storia di vittoria in vittoria fino alla conquista di tutto il mondo.
E di fatto fu così: dopo Vienna caddero l’Ungheria e la Serbia, e a poco a poco l’islam cominciò ad arretrare sempre di più, fino a che agli inizi del secolo XX la maggioranza dei Paesi islamici si trovò sotto il dominio coloniale europeo occidentale, e qualche volta russo o cinese. Non era stato l’islam a conquistare il mondo, ma il mondo a conquistare l’islam.

 
L’11 settembre 2001 è il giorno in cui i nodi vengono al pettine, la conseguenza ultima delle discussioni tra i combattenti che si ritiravano dopo quella imprevista sconfitta a Vienna.
L’islam aveva perso perché era rimasto indietro rispetto all’Occidente o al contrario perché all’Occidente si era troppo avvicinato, dimenticando la purezza della fede dei padri?
Le due risposte rappresentano i tipi ideali di quelli che nel secolo XX sarebbero stati chiamati "modernismo" e "fondamentalismo", e la discussione è continuata dopo ogni sconfitta musulmana, fino alla Guerra dei Sei Giorni arabo-israeliana del 1967. Nel secolo XIX e nella prima parte del secolo XX è sembrata vincente la risposta modernista. La decolonizzazione ha portato al potere quasi ovunque regimi "nazionalisti", cioè modernizzatori e ispirati a ideologie occidentali, anche se queste ideologie erano di rado democratiche e i dittatori guardavano con più entusiasmo al nazionalsocialismo o al socialcomunismo.

 
Poi, le cose sono cambiate. A partire dalla rivoluzione iraniana del 1979, la risposta fondamentalista ha trovato nei secoli XX e XXI nuovo vigore, dal momento che l’altra risposta, quella modernista, in un certo senso era stata provata e aveva fallito, dando vita a regimi insieme modernizzatori e laici e tanto inefficienti quanto corrotti, come sono quelli contro cui protestano, sia pure ambiguamente, le cosiddette "primavere arabe".
L’11 settembre, ben prima delle vicende del 2010 e 2011, ha costretto il mondo a prendere atto del fatto che il fondamentalismo islamico è una forza viva, potente e pericolosa.
[...]

 
3. Non tutti i fondamentalisti sono terroristi. L’11 settembre 2001 tutto il fondamentalismo islamico - una corrente stimata almeno a 100 milioni di fedeli nel mondo - ci ha dichiarato guerra? Non è proprio così. Quando sentiamo dire che il tale imam è fondamentalista ci chiediamo subito dove tenga le bombe. Ma forse le bombe non ci sono. In Italia ci siamo abituati alla distinzione, in tema di comunismo, fra la strategia leninista del colpo di Stato e quella gramsciana dell’egemonia. Qualche cosa di simile avviene fra i fondamentalisti. Alcuni, pensano che sia importante impadronirsi subito della titolarità del governo, per procedere a una islamizzazione della società "dall’alto": si tratta degli ultrafondamentalisti, che non escludono la violenza e il terrorismo.
Altri invece considerano inutile andare al governo se prima la società non è stata islamizzata "dal basso", conquistando le scuole, le università, i giornali, i tribunali e così via: si tratta dei fondamentalisti che alcuni sociologi chiamano neotradizionalisti.
Al-Qaida è il frutto più maturo dell’ultrafondamentalismo, i Fratelli Musulmani del fondamentalismo neotradizionalista.

 
I fondamentalisti neotradizionalisti non la pensano "come noi" su quasi nulla. Vogliono le donne velate, la prigione per chi cerca di applicare il metodo storico-critico al Corano, leggi che discriminino le minoranze cristiane nei Paesi a maggioranza islamica. Ma - qualche volta tatticamente, qualche volta sinceramente - rifiutano il terrorismo. Non si tratta di una differenza di poco conto. E può darsi anche che sia un punto di partenza per una lenta e problematica evoluzione anche su altri aspetti della loro ideologia.

 
4. I fondamentalisti sono musulmani. Per ragioni politicamente comprensibili, dopo l’11 settembre 2001 si sente dire talora che i fondamentalisti non sono musulmani, ovvero sono personaggi marginali disprezzati dalla maggioranza del mondo islamico. Non è così. I più diffusi commenti del Corano citano come autorevoli esegeti esponenti dei Fratelli Musulmani, il maggiore movimento fondamentalista mondiale. E quando nel 1962 l'Arabia Saudita fondò alla Mecca la Lega Musulmana Mondiale, volle che fra i suoi primi dirigenti ci fosse Sayyid Abul Al’A Maududi (1903-1979), fondatore nel 1941 nel subcontinente indiano della Jama’at at-i Islami, l’altra grande organizzazione fondamentalista internazionale insieme ai Fratelli Musulmani, peraltro anche loro coinvolti nella Lega saudita. Prima dell’11 settembre nessuno dubitava che il movimento fondamentalista fosse una delle grandi quinte - certo, non l'unica - dello scenario islamico contemporaneo.
Possiamo certo cercare di favorire i musulmani che non siano fondamentalisti - dove riusciamo a trovarne, e sarebbe certo consolante essere certi che i Paesi occidentali abbiano davvero una strategia di questo genere, per esempio, in Libia. Ma fare finta che i fondamentalisti non siano una componente dell’islam essenziale, importante, e popolare presso ampli strati della popolazione in quasi tutti i Paesi a maggioranza islamica significa soltanto illudersi.
[...]

 
5. Questi terroristi - quelli dell’11 settembre e dintorni - sono fondamentalisti. Il fatto che non tutti i fondamentalisti siano terroristi non deve farci perdere di vista che questi terroristi, quelli di al-Qa’ida, sono nati, sono vissuti e si sono mossi nel mondo del fondamentalismo islamico.
Una lettura anche sommaria dei documenti di al-Qa’ida permette di scartare le ipotesi diffuse secondo cui la religione serve qui da semplice copertura a interessi politici o a forme di protesta economica. I dirottatori dell’11 settembre non erano disperati che venivano da campi profughi ma persone di famiglie relativamente benestanti.
Il testo chiamato L'ultima notte, il cosiddetto "testamento" degli attentatori comprende particolari impressionanti sulla loro profonda convinzione che si trattasse di un atto eminentemente religioso, né la distinzione occidentale fra politica e religione aveva per loro alcun senso.
Non solo il gesto terroristico è ancora oggi spesso vissuto come gesto religioso, ma il mondo dell’ultrafondamentalismo e del fondamentalismo ha delle gravi difficoltà a rinnegare questi suoi figli, spesso considerati "fratelli che sbagliano" - ma sempre fratelli [...]
Nelle moschee e sale di preghiera ultrafondamentaliste, anche in Europa, questi terroristi hanno trovato ospitalità, rifugio e possibilità di reclutare nuovi adepti. Ai pesci o agli squali del terrorismo la rete dell’ultrafondamentalismo ha offerto l’acqua di cui hanno bisogno per nuotare.

 
6. Dialogo sì, buonismo no. Poco prima di morire Oriana Fallaci (1929-2006) raccontò ad amici americani che, nel suo colloquio con Benedetto XVI, aveva chiesto al Papa perché mai s’impegnasse nel dialogo con l’islam, secondo la giornalista italiana impossibile.
Il Pontefice avrebbe risposto sorridendo: «impossibile ma obbligatorio».
In effetti, l’unica alternativa a un dialogo che sembra spesso quasi impossibile è la guerra atomica contro un miliardo e mezzo di musulmani. Accogliendo l’appello che viene proprio dal Papa dobbiamo dunque utilizzare la lezione dell’11 settembre per evitare generalizzazioni e condanne indiscriminate.
Dobbiamo ricordare che non tutti i musulmani sono fondamentalisti e che non tutti i fondamentalisti sono terroristi. Dobbiamo cercare di dialogare con chi almeno mette in discussione la violenza: magari - qui le opinioni divergono, e io ne esprimo una personale - non con i modernisti e i dittatori laici, per cui è comunque suonata la campana dell’ultimo giro, ma con chi sembra più credibile quando propone "terze vie" o con chi appare almeno impegnato a uscire dalle forme più rigide del fondamentalismo muovendosi in direzione di un conservatorismo che a noi appare ancora lontanissimo dall’Occidente ma che almeno accetta di aprire la discussione su temi come i diritti delle donne o delle minoranze cristiane. 

 

Proprio questo dialogo presuppone una chiarezza di posizioni.
Forse non è un caso che nel mondo solo dieci musulmani su cento avessero un giudizio favorevole sul presidente George W. Bush jr., ma quelli che hanno un’opinione favorevole su Obama siano ancora meno, otto su dieci.
L’islam teme il fiero nemico ma disprezza il finto amico buonista e confusionario. Dunque, contro un buonismo che non risolve i problemi ma li nasconde, dobbiamo non dimenticare che i fondamentalisti sono musulmani e che questi terroristi fanno parte integrante del mondo dell’ultrafondamentalismo. 

 
A dieci anni di distanza dall’11 settembre queste semplici osservazioni dovrebbero aiutarci a non rinunciare al dialogo, ma nello stesso tempo a non abbassare la guardia di fronte al terrorismo.



 

 
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UN VERO "INDIGNADO" A MADRID

Post n°201 pubblicato il 19 Agosto 2011 da diefrogdie
 

UN VERO "INDIGNADO" A MADRID!

Sull’aereo che lo portava a Madrid, Papa Benedetto XVI ha voluto ricordare che l’uomo, e non il profitto, “deve essere il centro dell’economia” (Caritas in Veritate) e che la Spagna può uscire dalla crisi ricorrendo alle sue “profonde radici cristiane”.
La Giornata mondiale della gioventù concentra gran parte delle contraddizioni lasciate in eredità da più di sette anni di zapaterismo. José Luis Rodríguez Zapatero, il premier che ha fatto del laicismo di stato il suo marchio politico, si prepara ad andarsene, mentre il paese vive la più grave crisi economica e finanziaria dal ritorno della democrazia. La disoccupazione sfiora il 21 per cento, il livello più alto in Europa, in particolare tra i giovani.
In questo contesto, i giovani Indignados, che per settimane si erano accampati in Puerta del Sol a Madrid per contestare le misure di austerità di Zapatero, mercoledì sera sono tornati a Puerta del Sol per aggredire i pellegrini della Gmg. “Il vostro Papa è un nazista”, “i vostri sacchi a pelo li abbiamo pagati noi”, “il Papa è un imbonitore, Cristo sarebbe andato in Somalia”, gridavano. Inizialmente doveva essere una manifestazione allegra di sindacati e associazioni laiche contro i costi della visita, sotto lo slogan “Dalle mie tasse, zero al Papa!” (anche se gli organizzatori della Gmg hanno più volte precisato che non ci sono spese a carico dello stato spagnolo: fra l'altro mi piace precisare che io ho versato 100 € di tasca mia a favore della delegazione cinese alla GMG!).
Alla fine, si è conclusa con gli insulti da parte degli Indignados, a cui sono seguiti scontri con la polizia, otto arresti e undici feriti.



L’anticlericalismo incarnato dai duemila Indignados che se la sono presa con i pellegrini cattolici in Puerta del Sol è il primo lascito dello zapaterismo. La depenalizzazione dell’aborto, i matrimoni tra persone dello stesso sesso, il divorzio breve, la volontà di sopprimere i finanziamenti diretti alla chiesa spagnola, le violente critiche alle parole papali sul preservativo: il premier socialista, con gli scontri con la Conferenza episcopale spagnola e il Vaticano, ha alimentato e strumentalizzato la polarizzazione tra laicisti e cattolici. “Dividere la società è stato un gioco pericoloso che alcuni hanno fatto per nascondere i loro problemi”, ha spiegato l’ex premier popolare, José María Aznar, in un’intervista ad Avvenire: “Questo gioco è fallito”.

Anche perché, mentre la Revolución laicista era in marcia, Zapatero ha dimenticato di occuparsi dell’economia, speculando sulla rendita delle riforme liberali del suo predecessore. Nel 2004, dopo gli otto anni di Aznar, la Spagna era la seconda economia europea in termini di crescita, con una disoccupazione attorno al 10 per cento, avanzi di bilancio e un debito pubblico sotto il 50 per cento. Zapatero lascia un paese che fatica a uscire dalla recessione, con un cittadino su cinque senza lavoro, un deficit al 6 per cento e un debito vicino al 70 per cento del pil.

Il dopo Zapatero si annuncia comunque difficile per la Spagna.  
Benedetto XVI non è sordo al malessere sociale che vivono gli spagnoli. “Molti giovani guardano con preoccupazione al futuro di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro degno, o perché l’hanno perduto o perché precario e insicuro”, ha detto il Papa.

Ma il suo messaggio di indignazione è più profondo di quello di chi si limita a contestare l’establishment.
La dimensione etica – ha spiegato Benedetto XVI – non è una cosa esterna ai problemi economici, ma una dimensione interiore e fondamentale.

L’economia non funziona solo con regolamentazioni mercantili, ma ha bisogno di una ragione etica per essere in funzione dell’uomo” (ancora l'enciclica Caritas in Veritate).
Insomma, secondo BXVI: “L’uomo deve essere il centro dell’economia e l’economia non si deve misurare secondo il massimo del profitto, ma secondo il bene di tutti e quindi include la responsabilità verso l’altro. L’economia funziona veramente bene solo se funziona in modo umano”.

ECCO UN VERO "INDIGNADO" A MADRID!
AVANTI BXVI!!!!

 
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