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I simboli di Samhain
Post n°182 pubblicato il 29 Ottobre 2012 da luli.11
Fin dalla più lontana antichità, l’uomo ha dovuto confrontarsi con l’idea della morte del proprio corpo fisico. Nelle primitive sepolture, nei riti mitopoietici, nelle religioni, nel culto degli antenati ha sempre cercato una soluzione al dolore e alla paura che provava, e ancora prova, di fronte al mistero della morte. Simboli di vita e simboli di morte cominciarono a intrecciarsi come espressioni di archetipi intimamente correlati giungendo fino alla nostra epoca anche sotto forma di iconografie profondamente evocative. Il periodo dell’anno in cui il Sole transita simbolicamente nel segno dello Scorpione è quello in cui ormai comincia ad essere evidente che le tenebre hanno preso il sopravvento sulla luce dopo l’importante passaggio dell’Equinozio di Autunno. Dopo l’entusiasmo estivo la natura mostra la sua stanchezza con la caduta di foglie ormai non più verdi. Infatti sono il giallo, l’arancione, il rosso a dominare una campagna che dona gli ultimi frutti prima della pausa invernale: quasi una nostalgica rievocazione dei caldi colori solari e luminosi della stagione che sta terminando. Dalla morte del seme la vita della pianta Il principio per cui la vita non poteva fare a meno della morte fu condiviso nelle più antiche culture contadine di ogni continente. Nelle mitologie le variabili consistevano soltanto nel tipo di cereale: frumento nell’area mediterranea, riso nell’Asia orientale e mais nel Mesoamerica. All’umanità del Neolitico e delle successive culture non sfuggiva certamente l’analogia fra la semina dei chicchi di grano e la sepoltura dei morti, che pure era una pratica molto più antica risalente alle prime tribù nomadi di cacciatori e raccoglitori. La semina insegnava che dalla morte può nascere la vita: dal seme che “muore” sepolto sottoterra nel periodo autunnale, nascerà a primavera la pianta ricca di frutti. Con analoga metafora un insegnamento mistico sulla morte è arrivato fino a noi grazie al Vangelo di Giovanni (XII, 24-25), che allude anche al distacco dalle passioni egoiche umane e al dualismo Anima (vita eterna) – Corpo (vita in questo mondo): “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto: chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.” Nell’allegoria del seme che muore per poi rinascere a nuova vita il suolo diventava così il confine tangibile di questo mondo dei vivi con il mondo infero e oscuro dei morti. La vita sembrava proseguire indubitabilmente oltre il passaggio della morte, in forme diverse e misteriose, e i due mondi talvolta interagivano, così come all’alba o al tramonto si realizzavano momentanee e straordinarie commistioni di luce e di buio. Halloween, Samhain, Ognissanti, tradizioni di commemorazione dei morti Nello stesso modo nella ruota ciclica annuale del Calendario Sacro, mentre agli Equinozi di Primavera e di Autunno si aveva il massimo istantaneo equilibrio fra i due mondi alternativi della vita e della morte, nelle successive antichissime feste lunari di maggio e di novembre, cioè nella pienezza delle stagioni di mezzo, quei due mondi si confondevano. Le porte dell’Aldilà si aprivano eccezionalmente e i vivi potevano incontrare gli spiriti dei defunti. Nell’antica Europa nacque così la festa che i Celti successivamente chiamarono Samhain, celebrazione rituale fra il 31 ottobre e il primo novembre, che in alcuni popoli fu considerata un vero e proprio Capodanno in cui iniziava il semestre oscuro del ciclo annuale. In questa festa si ricordavano gli antenati e i defunti del villaggio, e per questo le normali regole sociali erano straordinariamente abolite: il caos doveva sostituire l’ordine per tre giorni, dal 31 ottobre fino al 2 novembre. Da qui deriva l’usanza antica di travestirsi come in un Carnevale autunnale, di comportarsi in modo strano, di fare pazzie: la proprietà privata perdeva di significato e i cancelli e le recinzioni erano gettati nei fossati, il bestiame era portato a pascolare in luoghi diversi dal solito, i bambini, come poveri mendicanti abbandonati dalla famiglia, andavano di porta in porta ad elemosinare cibo. Da queste rituali trasgressioni derivano le usanze di Halloween (daAll Hallows Eve, cioè la vigilia di Ognissanti), ancora vive ai nostri giorni.
Farfalle, teschi e scheletri falciatori Nelle iconografie più antiche le anime che trasmigravano fuori dai corpi erano spesso rappresentate come farfalle in volo, talvolta accompagnate dal dio psicopompo Hermes: la raffigurazione della stessa morte sulle urne cinerarie del mondo classico mediterraneo usava la medesima simbologia. Fu soltanto negli ultimi secoli che dalle leggiadre farfalle si passò a grotteschi scheletri, ossa e teschi, che diventarono inequivocabili emblemi dell’oscuro termine dell’esistenza umana. Nel tardo Medio Evo tali simboli erano ormai affermati e facenti parte dell’immaginario popolare, che cominciò a comprenderli come tali negli affreschi detti Trionfi della Morte e nelle prime figure degli Arcani Maggiori, chiamati appunto “Trionfi”, che poi si diffusero in tutta Europa a partire dall’Italia settentrionale. Il XIII Arcano, talvolta significativamente senza nome, è uno scheletro danzante con una lunga falce; un essere spesso incappucciato di nero, silenzioso esecutore del fato, una maschera inespressiva e severa, senza sentimento né pietà umana. Lo Scheletro falciatore era ed è un’allegoria dell’ineluttabile evento, che Ingmar Bergman sfruttò magistralmente nel film Il settimo sigillo. Il protagonista, un ancor giovane Max Von Sidow, è un cavaliere del nord Europa che, al ritorno dalle Crociate, trova soltanto lande misere e desolate, devastate dalla pestilenza come in un’apocalittica nemesi. Mentre vaga insieme a un gruppo di attori girovaghi, incontra la Morte con cui comincia a dialogare: “Chi sei tu?” chiede il cavaliere. “Sono la morte,” risponde l’incappucciata figura nera dal volto enigmatico e pallido. “Sei venuta a prendermi?” “È già da molto che ti cammino a fianco.” “Dammi ancora del tempo.” “ Tutti lo vorrebbero, ma non concedo tregua.” Il cavaliere cercherà poi di guadagnare tempo con una lunga e decisiva partita a scacchi con la Morte, mentre simbolicamente alcuni personaggi muoiono ghermiti dalla impietosa Falciatrice ed altri nascono. Passò così allo Scheletro falciatore il ruolo che fu di Hermes-Mercurio: accompagnare i defunti nell’altro mondo, nel mondo dei più.
Visioni dell’Aldilà Nel corso delle varie epoche l’Aldilà fu chiamato in vari modi: Ade, Inferi, Tartaro furono i nomi che dominarono la scena per millenni, fino all’era cristiana e all’avvento del più moderno concetto di Inferno, che Dante Alighieri cantò in maniera mirabile e indimenticabile. Singolarmente le tradizioni cristiane da un lato celebrano il primato dello spirito sulla caducità della carne, mentre dall’altro prospettano l’idea che il corpo mortale tornerà a vivere in tutta la sua materialità nel giorno del Giudizio, riunendosi alla propria Anima. Anche da questa idea deriva la prosecuzione dell’antichissima tradizione dell’inumazione, che consegna al sottosuolo i corpi dei defunti, con il desiderio e la speranza di poter un giorno incontrare nuovamente gli esseri amati in vita così come li abbiamo conosciuti. Ma ciò, secondo altre culture, potrebbe anche avere il significato sottile di dare tempo all’Anima del defunto di distaccarsi lentamente dal proprio corpo in naturale disfacimento, e di salire gradualmente attraverso gli stadi di trasformazione alchemica. Nell’antica Persia i cadaveri erano lasciati all’aperto, in cima ad alte torri, affinché le carni fossero divorate dagli uccelli e le Anime fossero così liberate e prossime all’elemento Aria. Diversamente gli antichi egizi che ne avevano la possibilità facevano imbalsamare i propri corpi, evitando così il naturale loro disfacimento, e provvedevano a ricchi corredi funebri che intendevano usare in qualche modo nell’altro mondo. Qualcosa di simile credono ancora coloro che fanno ibernare il proprio corpo, sperando di “indossarlo” ancora, come un logoro vestito in un armadio pieno di naftalina. Tutt’altra visione resiste ancora nelle millenarie tradizioni orientali, secondo le quali i cadaveri sono generalmente cremati per permettere una più agevole ascesi dell’Anima, che deve procedere verso il massimo distacco dal suo “abito” carnale. Il fuoco sembra agevolare questo cammino animico eliminando e purificando le scorie terrene, catalizzando le reazioni naturali delle molecole che compongono i nostri corpi, saltando lo stadio della “Putrefatio” alchemica e restituendo al pianeta ceneri amorfe, atomi e molecole già pronti per l’eventuale utilizzo vegetale delle sostanze organiche e inorganiche che ci compongono e che tornano così a far parte dell’humus. Quegli stessi atomi che un tempo fecero parte della nebulosa che diede origine al Sole e al sistema solare, e che in un futuro remoto probabilmente torneranno di nuovo a far brillare una nuova stella, sono stati per un brevissimo attimo aggregati in un improbabile complesso che sfidava le leggi entropiche dell’universo e che noi chiamiamo corpo vivente. Sono quegli stessi atomi che in un solo piccolo istante hanno concesso ad un’Anima di fare esperienza in questo effimero mondo.
La ruota delle trasformazioni Tutto si trasforma incessantemente nella Materia eterna nelle sue temporanee e bizzarre forme. Tutto in natura sembra indurci a pensare che se alla vita segue la morte, è ragionevole che alla morte segua un’altra vita in un ciclo di trasformazioni: aggregazioni e disaggregazioni di atomi. Infatti, il ciclo della vita e della morte sembra essere immutabile, come il susseguirsi delle stagioni, come la ricorrente discesa agli Inferi di Persefone, che aveva mangiato i succosi frutti della melagrana di Ade. Si pensi anche alla mela, rosso frutto di questa stagione dedicata ai morti, quale simbolo di morte e di rinascita, emblema dell’amore e della trasgressione. La tradizione biblica associa a questo frutto il peccato originale di Adamo ed Eva e fa riferimento all’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, come se l’atto del mangiare una mela fosse il simbolo dell’acquisizione di una sapienza segreta e riservata: una conoscenza che però sembrò portare con sé anche il dolore e forse la stessa morte. Del mitico frutto Paride fece dono ad Afrodite, dea dell’amore, nel celebre giudizio che fu all’origine della guerra di Troia. Al mistero dell’amore e della morte come tema mitologico allude anche la fiaba di Biancaneve, uccisa da una mela avvelenata e resuscitata da un bacio, in un connubio intrigante conosciuto come “Eros e Thanatos” (Amore e Morte). Una sottile allegoria della morte è presente anche nel mito greco delle preziosissime mele del giardino delle Esperidi, situato all’estremo occidente del mondo, dove il Sole tramonta e muore nell’Oceano con la segreta e misteriosa promessa della prossima resurrezione nel nuovo giorno; così come i fertili semi di quei frutti, che, solo “morendo” nel terreno, avrebbero donato la vita ad una nuova pianta. Anima e Materia: alla ricerca del senso della morte C’è chi crede solo nell’esistenza della Materia, riuscendo comunque a dare un significato alla propria vita. C’è invece chi crede nell’esistenza dell’Anima immortale, anche se è ben diverso pensare a se stessi come un corpo che possiede un’Anima, oppure identificarsi proprio in quell’Anima che abita temporaneamente il proprio corpo. L’idea che si ha (o che non si ha) dell’Anima e il grado di attaccamento egoico alla propria esistenza sono fattori estremamente rilevanti per dare un senso alla propria vita e quindi alla propria morte. Socrate, per esempio, di fronte alla morte si preoccupò soprattutto di offrire un gallo ad Asclepio, come era consuetudine all’epoca, dopo aver dispensato saggi insegnamenti ai discepoli. E ognuna di queste idee può essere un motivo valido per propendere per l’inumazione, la cremazione, l’imbalsamazione, la crioconservazione, o per non fare alcuna scelta riguardo al destino dei propri resti mortali. Per gli Illuminati in vita la morte non è che un passaggio naturale che prelude ad un altro piano dell’esistenza, spesso agognato, per altri soltanto la trasmigrazione dell’Anima in un altro corpo con cui fare una nuova esperienza di vita. Francesco d’Assisi, il più mistico e “orientale” dei nostri Santi, cantava le lodi al Signore anche “per sora nostra Morte corporale”, chiamandola “sorella”, e specificando di riferirsi alla “morte del corpo”, cioè al distacco fra Anima e Materia, alla separazione fra la Coscienza (Jiva) ed il suo temporaneo abito terreno.
Giovanni Pelosini |
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Giorni tumultuosi
onde gigantesche infrangono scogli inesplorati
coperti da alghe vermiglie ...
Come l'anima mia quando si rivolge a Te
cerca di nascondersi fra la nebbia
ma tu Rossa la riconosci
accogliendola
leggera la fai nuotare per mari inesplorati
dove si cela
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La bicicletta

Nell’ombra della notte si ritorna soli.
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vede da lungi sicuramente.
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Alfredo Oriani
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Il suo insegnamento
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dei nostri sensi.
Inoltre essa fa da tramite
per portarci messaggi d
egli elementali
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"Tienimi per mano al tramonto,
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Tienila stretta quando non riesco a viverlo
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Tienimi per mano …
portami dove il tempo non esiste …
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano …
nei giorni in cui mi sento disorientata …
cantami la canzone delle stelle
dolce cantilena di voci respirate …
Tienimi la mano, e stringila forte
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Tienimi per mano e
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