MARE DENTRO
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Il "cancro" antico di Napoli
Oggi a Napoli si è svolta una riunione per illustrare il nuovo piano sicurezza, che dovrebbe garantire più tranquillità ai cittadini onesti e dovrebbe cercare di diminuire l’esplosione di omicidi che si è scatenata negli ultimi giorni. La guerra di camorra, ovvero la sanguinaria lotta di centinaia di piccoli clan che si contendono a colpi di pistola il mercato dell’illecito. Ma come guarire un gigante ormai divorato da un cancro antico come le sue cento chiese? Il cancro dell’illegalità, che non è fatto solo di grossi interessi della camorra, ma anche di piccoli fatti quotidiani, dallo scippo all’aggressione, dal casco non indossato allo scontrino non rilasciato dal negoziante, dallo spaccio di droghe alla multa strappata in faccia al vigile da parte di bulletti di periferia o di città.
L’illegalità, che storicamente è congenita in questa città, in questi ultimi anni è diventata però insopportabile. Così quartieri tranquilli grazie alle nuove reti di comunicazione sono invasi dai nuovi barbari, che se vanno in giro con il coltello facile. Così la gente comune non è libera di uscire tranquilla, assediata da chi non rispetta la Legge e soprattutto non la teme. Così capita che ai poliziotti che tentano di arrestare uno scippatore piovano sulla testa vasi e bottiglie lanciati dai discendenti dei “lazzaroni” dell’epoca borbonica.
Dietro questo scenario di degrado urbano, sociale e civile, c’è l’inettitudine e il fallimento di una classe politica che governa la città ormai da 15 anni, durante i quali sono state tante le operazioni di “facciata” impregnate di ideologia, ovvero le pseudo-iniziative culturali figlie della visione sociologico-buonista del problema illegalità, assecondate da compiacenti intellettuali, artisti, etc. Mi dispiace tantissimo dirlo ma è un atteggiamento ormai tipico di una certa sinistra oligarchica che si sente "snobisticamente" l'unica depositaria della cultura di oggi. La “rinascita della città”, il “Rinascimento napoletano” lo chiamavano. E intanto, mentre a Piazza Plebiscito veniva innalzata una enorme spirale di metallo arrugginito o una montagna di sale con un cavallo in cima, partoriti da chissà quale “artista” d’avanguardia (pagato ovviamente con i nostri soldi), gli scippi aumentavano, interi quartieri (Scampia) cominciavano a vivere di spaccio di droga, l’immondizia invadeva le strade. Meglio non parlare del turismo. Ma non basta. La Regione Campania ha affittato a New York un immobile di una banca per fondarvi “Casa Napoli” o Casa Campania, non ricordo ma poco importa, quello che conta è che l’astronomico affitto viene pagato con i nostri soldi dell’ICI e della monnezza che non dovrebbe esserci, per quanto la paghiamo.
Chi fa osservare che il degrado è sconvolgente, che la delinquenza grande e piccola è ormai padrona della città, che baby gang di 16enni se ne vanno in giro con il coltello come i bravi del Don Rodrigo manzoniano pronti a spadacciare per una precedenza o una “questione di donne”, chi fa osservare ciò, dicevo, si sente rispondere con le solite frasi sociobuoniste. Cito Peppe Lanzetta alla trasmissione di Ferrara; al senatore Novi di FI, reo di avere definito quei ragazzi dal coltello facile come i nuovi lupi grigi metropolitani, il suddetto Lanzetta risponde che “la colpa è nostra, perché dietro al coltello c’è una enorme richiesta di amore”.
La solita ideologia. Dietro questi atteggiamenti violenti ci sono decenni di “cultura” della violenza, della sopraffazione, del potere della forza e dell’impunità riservata a chi delinque. C'è una città senza più fabbriche, con una disoccupazione preoccupante. Ci sono genitori che insegnano l’illegalità e ragazzi che dichiarano che gli stronzi vanno a lavorare onestamente, perché loro i soldi di un misero stipendio mensile se li fanno in soli due giorni di “lavoro”.
E’ giusto dire che la salvezza si può ottenere con la “rieducazione”, ma deve essere fatta seriamente e soprattutto se avrà successo darà risultati visibili tra 40 anni. Ora servono risposte forti, molto forti.
E chi le dovrebbe dare? Uno stato che risolve i problemi carcerari con l’indulto e che ha un Codice penale supergarantista, pieno di comma, postille etc. che sembra fatto apposta per favorire i delinquenti? Ma chi dovrebbe avere paura della Giustizia italiana? Ma se lo sanno anche negli altri paesi, tant’è che son tutti qui a Bengodi, che tanto la galera non esiste! Son tutti qui, assieme ai nostri, spacciatori, magnaccia, trafficanti etc. Ma se nemmeno la “giustizia” sportiva è credibile, con sconti sconticini e indultini, ma che volete che quella ben più seria funzioni meglio? E’ una grande pagliacciata.
Ha ragione Antonio Di Pietro quando nella trasmissione di Santoro ha affermato che in Italia non c’è certezza della pena, non c’è un forte deterrente che faccia capire a chi delinque che non la si fa franca e che il debito con la società civile si paga fino in fondo. Invece chi sbaglia non paga, anzi viene compatito e favorito dalla visione catto-sociologica ormai così diffusa. Ma lo Stato non è un prete che perdona anche chi ha ucciso. Lo Stato ha il dovere di proteggere e tutelare i suoi cittadini contro chi danneggia la società e gli altri individui. Lasciamo il buonismo e le ideologie utopiste di molti intellettuali fuori da tribunali e luoghi di potere. A Napoli c’è ormai la guerra, come in Iraq. E le guerre non si vincono con spirali arrugginite, mostre di pittura moderna, concerti o partecipando al Columbus Day.
PS. Invito tutti a leggere questo bellissimo editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera.
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