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« II Parte. La villa del Moro.

La Villa del Moro.

Post n°25 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da massimofurio

 

 

La villa del Moro.

 

                   - Ma dov’è quel ciccione?- Mi girai a guardare Mezzo, già , lui era 30 chili, con la colazione in pancia, infatti Mezzo, da mezzo uomo...

 

                   - Starà sotto costa, sà bene cosa lo aspetta e non chiamarlo ciccione, poi quando ti prende per il collo ti caghi sotto. - Odiavo le cattiverie, anche verbali, un conto se erano burle anche feroci, ma il disprezzo nelle parole non lo sopportavo. Mezzo mi guardo e tacque, sapeva che volevo bene a Mattone, ma volevo bene anche a lui, sono sempre stato così, guai ai rancori tra di noi anche minimi anche insignificanti. Eravamo arrivati tutti alla croce meno Mattone La regola, che anche lui ben conosceva, prevedeva che l’ultimo pagava pegno, e il pegno era essere presi a pietronate, ma non grosse, e gli ultimi metri a colpi di zerbo.

 

                        Prudente il furbetto, stava passando sotto la costa a sud, per poi sbucare in un punto dove il pendio era meno ripido quindi potevi correre più svelto, se eri lento erano guai, era sempre lui l’ultimo.

 

                        Gli avevo suggerito l’astuzia, lui non ci sarebbe mai arrivato, gnura com’era si sarebbe fatto massacrare su per il rampone che era quasi un muro, dove eravamo saliti noi, disperandosi e piangendo suppliche inascoltate, più piangeva e disperava più ti massacravano sghignazzando e deridendolo, povero Mattone era un magazzino di brutte figure, ma gli volevo bene, era il mio compare, da sempre, dai tempi dell’asilo, dai tempi dei tempi.

 

                        Alla fonte dalla roccia rossa, sulla strada dei tedeschi, era insieme a noi, ma aveva già il cuore in bocca, eravamo scappati al padrone di una coppia di cavalli, che ci eravamo divertiti sulle loro terga a colpi di fionda, dopo avevamo mangiato le more in un macchione di spine e poi la corsa sino alla cima, sino alla croce, sino al Fasce.

 

                         Era sempre così, partivamo alla mattina presto d’estate e tornavamo alla sera, scendevo le scale, chiamavo Mattone al piano di sotto il mio, poi Cita e Cavallo a piano terra, mai dopo le 08.30, tanto era normale, nessuno dei nostri genitori ci lasciavano in casa, loro andavano a lavorare e quindi si usciva e basta.

 

                         Sulla piazza, ci incontravamo con Scion e Mezzo e si partiva, a volte avevamo da mangiare al seguito, specie se andavamo, ad un obiettivo lontano. Pianificavamo sempre in anticipo le esplorazioni, aspettavamo il tempo giusto, se si fosse messo a piovere era dura, poi nulla ci avrebbe fermato, una volta deciso di andare.

 

                        I nostri genitori, avevano rinunciato a domarci, ormai sapevano che eravamo fatti così e nulla ci avrebbe potuto cambiare, ma sapevano anche della nostra forza e affiatamento, a noi non sarebbe mai successo nulla, eravamo troppo scavezzacolli, ma anche attenti come predatori e ormai l’impronta alla nostra giornata era sempre la stessa, la montagna.

 

                        Per fortuna non siamo cresciuti nei Bar o nelle sedi di partito, ma neanche Chiesa, eravamo solo noi, gli altri erano obiettivi.

 

                        Sapevo dove guardare e lo vidi spuntare dall’erba di costa come un grasso leprotto, che scruta il prato, gli mancavano solo le orecchie, aveva da fare un 150 metri in salita,  accettabile per uno allenato, ma per lui una sorta di supplizio interminabile, come cominciò a correre, cadde a terra, scivolando, lo videro e si piazzarono ad aspettarlo pietre in mano, scrollai la testa, chiusi gli occhi.

 

                        Partirono le suppliche e i pianti ….. e le pietre.

 

                        - Maffimo Maffimo, falli smettere, aiutami- era tanto vile e col culo pieno di merda, che per commuovermi, mi chiamava come quando eravamo all’asilo. Gli gridai – Corri, corri, copriti la faccia. – Ma sapevo che era inutile, aveva la faccia rossa come una pesca, le cosce un rosso fuoco e il cuore impazzito. Ma potevo contare che se dicevo basta, avrebbero smesso, ma a coprirlo di zerbi partecipavo anche io.

 

                        Arrivò correndo come uno zombie andicappato e stramazzò al suolo sulla piazzetta, allora tutti a massacrarlo a colpi di zerbo e se ne restava lì a culo all’aria semi sepolto sotto le zolle d’erba con tutte le radici e la terra attaccate.

 

                        -Alzati cagone- e gli diedi un calcio nel culo – Se  fossimo in guerra, ci faresti morire tutti per le tue cazzate. – Tutti ridevamo, anche Mattone, ci sedevamo allora a contemplare il panorama immenso, Genova, il mare, le montagne.

 

                        Parlavamo sempre della guerra, eravamo attirati da tutto ciò che erano armi, bombe, costruzioni militari e quant’altro fosse in tema. Tutti leggevamo la Supereroica, con i suoi quattro racconti di guerra e parlavamo sempre dei suoi personaggi, senza saperlo ci addestravamo ad essere dei  commando, i miei preferiti.

 

                        La sosta alla croce era sulla strada per il Monte Moro, dove c’era il forte, ma sopra tutto, l’immenso bunker, con tutte le case matte e le piazzole contraeree, camuffate cosi bene, che quando ce ne accorgemmo, eravamo li davanti e 4/5 metri al massimo, era la prima volta che ci andavamo, e restammo a bocca aperta. Dalla casa matta, partiva una scala a chiocciola che andava nel ventre del monte per un trentina di metri e scoprimmo gallerie immense e le caserme sotterranee, il pozzo della torre binata. Ma questa è un’altra storia, ne parlerò un’altra volta.

 

                         Riposati, quel che bastava a far smettere le lamente di Mattone, partivamo. – Dai alzati, che è tutta discesa da qua sino alla Villa. - Si partiva, Cita in testa, avanti 40/50 metri, Cavallo, Scion, Mezzo, Mattone ed io.

 

                         Quel mangiamerda di Mattone, riusciva a farsi male anche in discesa, cioè, cascava, pigliava storte, si sbulaccava nei prati era sempre in cerca di riposo e di fresco, che palle, i calci che ci tiravo in quel culone da mezzo quintale, credo persino che gli piacesse essere trattato male. Dopo, quando mangiavamo e sia lui che io eravamo due squali tigre, mi dava uno dei suoi panini o un pezzo della sua cioccolata, il cingolo, della Ferrero. Mi comprava o forse sapeva che era insopportabile e in quel modo si scusava. Quando cominciavamo la strada del ritorno, mi veniva vicino, senza farsi vedere dagli altri, mi cingeva le spalle con un braccio, dicendomi: - Non lasciarmi indietro, ho paura. – e io, allontanandolo – Di cosa, ogni volta ti caghi addosso per qualcosa, mia che ti lasciò qua è, ou mia, mi hai rotto le palle, hai capito!. – No Massimo, dai, lo sai…. – Mi supplicava con gli occhi e mi stava dietro come un’ombra, sapevo di cosa aveva paura, era un alto ponte di tavole mezze marce, in un stretto orrido di una cascatella, un vecchio sentiero che facevamo solo noi, per non risalire alla croce e inoltre si passava dietro la casa di un matto piena di cagnacci feroci.

 

                         Avevamo provato in tutti i modi per  fargli passare la paura, una sera lo avevamo lasciato lì solo….. era venuto buio e se non tornavo indietro a prenderlo, ci passava la notte, piangeva disperato. E come sempre, gli davo la mano e insieme attraversavamo il piccolo e strettissimo ponte. Il punto era che in due, il ponte  scricchiolava, come un vecchio solaio e la paura mia era, che lo avremmo fatto crollare, una volta o l’altra. Passati dall’altra parte mi stringeva la mano dicendomi piano – Grazie, ti voglio bene.- Non gli ho mai risposto, ma in fondo, mi faceva piacere aiutarlo.

 

                        Delle volte l’avrei ucciso, altre lo guardavo come una creatura di cui mi sentivo l’angelo custode..

 

                         Tutti abbiamo paura di qualcosa, io per esempio, ho paura dei buchi, i cunicoli da strisciare nel terreno, mi sento soffocare, cosi come gli ascensori stretti o i posti posteriori di certe utilitarie di una volta, la paura di rimanere intrappolato e non poter uscire mi gela il sangue, ma mi son sempre fatto forza e ho sempre stretto i denti, Mattone, la prima cosa che diceva, non ce la faccio.

 

                         L’avrei ammazzato. Era il più forte, uno scafo da gladiatore, sin da piccolo, andava per mare come un delfino, instancabile in acqua. Lì era il migliore di tutti, non c’era modo di stargli vicino, era imbattibile, ma nel doversi applicare e stringere i denti era ‘na petecchia incredibile. Se non lo volevi portare, era disperato, ci veniva dietro come un cane abbandonato che seguiva le tracce dei padroni, se non passavo a chiamarlo la mattina, quelle volte che il giorno prima ci aveva fatto incazzare a morte. Sua madre veniva da mia madre a chiedere cosa era successo, che non aveva mangiato tutto il giorno, (cosa quasi incredibile) e si era messo a piagnucolare ad ogni momento……….

 
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lehah
lehah il 18/06/13 alle 14:11 via WEB
Un sorriso per te
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massimofurio
massimofurio il 18/06/13 alle 14:31 via WEB
Anche a te, fatti sentire.... Ciao.
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fabio1674
fabio1674 il 20/06/13 alle 19:39 via WEB
Scrivi molto bene, ti ho aggiunto ai miei blog amici, spero non ti dispiacia.
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massimofurio
massimofurio il 21/06/13 alle 08:14 via WEB
Grazie due volte Fabio, ci mancherebbe. Per me scrivere un fatto emotivo. Preferisco scrivere dei miei ricordi di adolescente, ma anche no. Ti ringrazio e mi onorro del tuo commento e considerazione. Ciao, Massimo.
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ladynada999
ladynada999 il 27/06/13 alle 02:14 via WEB
Grazie per la tua visita ...Accidenti quanto mi sei mancato con questi tuoi vissuti ! Un abbraccione :)
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massimofurio
massimofurio il 28/06/13 alle 08:04 via WEB
Grazie. Ciao. Per la visita un piacere per me, lo sai.
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