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« III parte. La villa del Moro.La Villa del Moro. »

II Parte. La villa del Moro.

Post n°24 pubblicato il 12 Febbraio 2013 da massimofurio

                         In formazione lungo la costa, dove il monte ha come due lati di una piramide, e su quel vertice scendevamo, Cita in testa, era una mezza scimmia, furbo, agile, dispettoso, aveva un sesto senso ai pericoli ed era mezzo schizzato, era accelerato, nel parlare, nel muoversi, in tutto insomma. Era una specie di indiano scout, scopriva tracce, segni, una vera faina. Bastava poco per cominciare una avventura fantastica, su quei crinali, al sole, al forte vento che a volte soffiava immenso e potente, quasi da buttarti in terra, pettinando e spettinando l’erba del monte come i nostri capelli, strappava le foglie ai lecci, piegandone i rami. Quell’aria pulita e quel cielo azzurro a dorso nudo, in pantaloncini corti, a volte pure scalzi, con lo zainetto, il coltellino e la fionda in una tasca, nell’altra le pietre, erano il nostro ambiente, il nostro marchio, la nostra vita, magari avessimo potuto bloccarla così, per sempre. A sera quando tornavamo a casa erano le sette, sette e mezza ad eravamo usciti alle otto circa, undici ore insomma un lasso di tempo lungo, ma per noi sembrava un attimo, il tempo non bastava mai, veniva subito sera, da più grandicelli, abbiamo dormito fuori tante volte, era bellissimo, anche se scomodo.

 

                          Dietro Cita, c’era Cavallo, un ragazzone buono e generoso, era il più “posato” tra di noi ed era il più esperto di montagne, lo chiamavamo così, per il suo modo di sbuffare, come i cavalli appunto. Io e lui eravamo la coppia di comando del gruppo, anche se io ero il capo di guerra, le tattiche e le strategie erano le mie, sempre, ero la mente rea del gruppo, un piccolo demonio, il criminale, la nonna di Mezzo, mi chiamava “u capu banda”.

 

                          Nel scendere si intersecava un tornante della strada di tedeschi, c’era una piccola casetta abbandonata, fuori dalla porta, rimanevano i resti di una lunga panca di pietra, ci sedevamo, e pur essendo scesi di 2/3 cento metri dalla croce, si vedeva Genova da molto più vicino e le navi sembravano aerei in volo verso il porto, sembrava di toccarle, come le case o le vie. Stavamo lì seduti al sole, a tirar due o tre scoregge, una smoccolata o a spiaccicarci le caccole in fronte lun con l’altro e poi giù, verso l’obbiettivo. ……Che zensibbilità e armonia, ci dava il panorama………

 

                         Dopo aver scoperto i bunker, e averlo in pratica mappato e girato in largo e in lungo, avevamo scoperto per caso la Villa. Dalla piazza davanti la fossa della torre, era sotto di noi, ma mai avevamo visto la villa, però, ci accorgemmo di frutti strani, arancioni e gialli, che solo gli agrumi potevano essere, decidemmo allora di scendere in esplorazione.

 

                          Il bunker, per chi conosce Genova è sulle alture sovrastante il quartiere di Nervi, ove anche in inverno si gode di un micro clima più caldo che nel resto della citta e la villa stava a meta strada tra Nervi e il bunker, a 200 metri sul livello del mare, con alle spalle un monte che si inerpicava quasi verticale.

 

                          C’era sempre caldo anche in inverno, ma questo lo scoprii quando ci andavo in moto con le ragazze….

 

                           Era un posto, strano a dir poco, dalla citta saliva una ripida crosa che si perdeva nelle fasce a olive, che poi attraversava il fabbricato passando sotto una galleria ad arco e continuava sino alle caserme militari a ridosso del bunker.

 

                           La villa era vecchissima, ed era circondata da un alto muro di pietra antincendio, questo muro inglobava un certo numero di fasce e mentre fuori la vegetazione era rada, dentro le mura, le piante erano alte e inselvatichite, dalla mancanza di cura e giuste potature, ma salve dai vari incendi, che ogni tanto incenerivano la vegetazione del monte.

 

                           L’ultima tappa del cammino erano le casermette dei militari, diroccate senza tetto, ma nei muri c’erano ancora le scritte dei militari, che avevano vissuto lì, ed erano sia in italiano che in tedesco. A volte siamo riusciti a trovare materiale militare, bossoli, cucchiai, bottoni, proiettili, gavette, ne ho una tutta incisa, con frasi inneggianti il Duce e il Re. Un giorno trovammo una mazza da trincea, di quelle da dare in testa, per uccidere e un’altra volta, trovammo 4 baionette da moschetto tedesco, il Mauser. Chissà quanta roba c’è ancora, ma eravamo consci del pericolo di trovare ordigni e il giorno che ne trovammo uno smettemmo di scavare, era una bomba a mano italiana, la pigna, se fosse esplosa ci avrebbe ucciso tutti. . . .

 

                           Da lì, eravamo quasi arrivati al forte, alle piazzole contraeree e al bunker.

 

                            Nel forte non  si poteva entrare, c’era un ristorante e delle installazioni radio militari, ma ci entrammo lo stesso, ovviamente, ma non c’era molto di interessante, tranne un enorme nido di calabroni, bruciammo subito, dato l’odio spontaneo, viste varie punture rimediate in altre occasioni.

 

                           L’ultimo tratto di strada, era esposto a sud e scoperto dal minimo riparo, una pietraia, una fornace polverosa tutta piena di serpi di ogni tipo, vipere e aspidi compresi. Era compito di Cita scoprirle, io e Cavallo ucciderle. Naturalmente, quasi ogni volta ne ammazzavamo una, la gioia quando si trattava di vipere. Tenendo la vipera in mano, inseguivamo Mezzo e Mattone per morderli e loro scappavano terrorizzati e noi giù a ridere. Lì, il mio Mattone, correva veloce come un fulmine, avrei voluto vedere, mi chiedeva – Ma mi avresti morso? – ed io – Certo -. Ma glielo dicevo ridendo e lui mi guardava dubbioso…..Ho ancora una di quelle vipere, in una vecchia bottiglia, nella formalina, ce l’avevo messa con mio nonno, era di quelle grigie e nere, ha due dentoni davanti di almeno un centimetro di lunghezza. Le diedi una bastonata a metà, se ne stava bella beata a prendersi il sole su di sasso e si raggomitolò su se stessa, per cercare di mordermi, ma ormai era del gatto, le usci subito sangue e veleno e ci restò secca, la cornuta, thò, tacchite au berodu e tia forte..

 
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