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Sentimmo gli scoppi

Post n°3145 pubblicato il 15 Ottobre 2019 da namy0000
 

‹‹Sentimmo gli scoppi, le bombe, le urla. Capimmo che era arrivata la guerra. Ma in quei giorni mio figlio Ayed stava di nuovo male. Soffre di una forma di diabete molto grave. Allora uscii, portandomelo in braccio. Mi misi a correre. Intorno a me vedevo le esplosioni, sentivo bambini e madri gridare. Arrivai all’ospedale, ma mi dissero che non avevano più medicine. Allora cercai una farmacia. Trovai i medicamenti. Tornai dai dottori: “Ecco qua”, dissi, “ho trovato tutto”. Nel frattempo però Ayed era andato in coma››.

Ashtar s’interrompe, per una manciata di secondi non riesce a continuare. La donna, 41 anni, allora aveva solo quel bambino e il marito. Le sue parole descrivono in modo emblematico cos’è la guerra. Anche per una famiglia agiata. Padre giornalista, marito titolare di una piccola impresa, lei laureata, viveva a Sana’a, in Yemen. Prima (perché quel bombardamento fissa un “prima” e un “dopo”) lavorava all’Istituto pubblico di statistica. In Yemen ha i genitori, due fratelli e una sorella. Altre due sono all’estero: una vive negli Stati Uniti, l’altra in Arabia Saudita.

Il prima è l’Ashtar ‹‹con una vita felice››, come dice lei stessa, una donna indipendente, una professionista. La sua famiglia aveva investito molto nell’educazione dei figli, i suoi fratelli e sorelle sono laureati come lei.

Il dopo è il terrore, gli ordigni, le fughe, urla e sangue. ‹‹Con mio marito decidemmo che non avremmo tollerato di vedere il nostro bambino senza cure. Dovevamo andarcene››. Il marito di Ashtar, tramite un collega italiano, ottiene un visto per motivi di salute. Tutti e tre vengono in Italia, nel 2015, e Ayed (che significa “Tornato alla vita”) viene curato all’Ospedale Meyer di Firenze. Ma la famiglia Alrazehi pensava di rimanere nel nostro Paese per pochi mesi, il tempo delle cure. Invece sono rimasti “intrappolati” in Italia, a causa della guerra, che non solo continua, ma ha trasformato lo Yemen nella crisi umanitaria peggiore del mondo.

Ashtar ha avuto qui altri due figli, Adam e Sam, ma poi ha perso il marito: non è riuscito ad adattarsi alla nuova vita ed è rientrato in Yemen. ‹‹So che è vivo, ma da un anno non lo sento più. Fisicamente sta bene, ma psicologicamente è distrutto››.

Ora Ashtar la guerra la vive in ogni telefonata alla sua famiglia d’origine: la mamma, il papà, il fratello vivono ancora a Sana’a. ‹‹Stanno morendo ogni giorno››, dice, ‹‹per la fame, il colera, le malattie. Ho tanta nostalgia, ho solo i ricordi. I bambini, in Yemen, mangiano morte, bevono veleno››. La gente comune soffre e muore perché non ha più risorse, mentre i mercanti di guerra sfruttano la carenza di medicine, di benzina, di cibo, di acqua pulita per arricchirsi.

‹‹la mia mente, i miei sogni, le mie preoccupazioni sono in Yemen. Prima o poi questa guerra finirà e io ritornerò››.

Quando telefona Ashtar si sente descrivere una situazione disastrosa: i vecchi amici, professori universitari, sono costretti a rovistare nella spazzatura per mangiare. Gran parte dei suoi ex colleghi non lavorano più. Spostarsi è molto pericoloso per i bombardamenti. ‹‹Mantengo la speranza››, conclude ‹‹ma non ho una vita››. Una crisi, quella yemenita, che da conflitto interno (la fazione sciita degli Houti ha spodestato il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi) si è presto trasformata in “guerra per procura”, Arabia Saudita ed Emirati Arabi hanno attaccato lo Yemen per riportare Hai al potere. L’Iran sostiene, invece, i ribelli. Di fatto, il Paese vive un embargo per il quale sia dal mare che via terra le importazioni sono state pressoché azzerata (FC n. 41 del 13 ottobre 2019)

 
 
 
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