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Coronavirus, Fase2

2020, Avvenire 18 maggio.

Coronavirus. Quel che (ci) resta della quarantena: volti e idee per ripartire / 2

Il Covid ci ha ricordato anzitutto la nostra fragilità, ma abbiamo anche compreso come la vita e le sorti di un uomo, di una regione, di una nazione, di un continente siano collegate a quelle degli altri. Questa esperienza dice che è proprio affidandoci gli uni agli altri che possiamo curare la nostra fragilità. Riscoprire nella vita la presenza dell’altro e la forza del noi: la relazione e la solidarietà come essenza della nostra realizzazione umana. Non è un caso se proprio ora abbiamo riscoperto la nostra appartenenza comunitaria sentendoci parte di un’unica grande realtà, secondo quel modello di “legalità circolare” che sognarono i nostri padri costituenti: libertà e uguaglianza sono diritti che stanno insieme proprio grazie al dovere di solidarietà. Sono verità delle quali spero che ognuno di noi faccia memoria, una ragione di impegno e di responsabilità. Che sia finalmente giunto il tempo di un nuovo modello di convivenza fondato sulla “legalità del noi”.

Nell’isolamento ho avvertito un paradosso: un senso di comunanza fortissimo, nel momento in cui eravamo più separati che mai, più separati di sempre. È stata una sensazione molto forte che ha attraversato tutto questo periodo. Per il futuro mi porto due riflessioni in particolare. La prima è conseguenza del 'paradosso' di cui parlavo: che questo senso di comunanza ci spinga finalmente a capire che viviamo in un mondo di sfide globali difficili. Non c’è solo il coronavirus, ma anche il clima, le migrazioni forzate, le disuguaglianze e la povertà – ha detto Pietro M., 8 anni, Milano.

Il percorso che la vita mi ha regalato in questi due mesi (compreso il David di Donatello) ha dell’incredibile. Quando ho scritto 'Fai rumore', ero partito dalla mia intimità e l’ho presentata al Festival come invito ad abbattere i muri dell’incomunicabilità – ha detto Antonio Diodato, cantante, Taranto. Tutto questo mi ha ricordato il perché faccio musica, gli ha dato un senso più profondo, mi ha riconnesso alla volontà di scrivere canzoni in cui tutti possano riconoscere i propri sentimenti. Durante la quarantena, ho dapprima vissuto un momento molto riflessivo; poi è arrivato il momento della creatività e ho cominciato a buttare giù su un foglio le mie sensazioni. 

In questi mesi abbiamo vissuto un’emergenza sanitaria che è simile a quella educativa. Il cuore del cuore del sistema sanitario e di quello scolastico sono persone disposte a dare letteralmente la vita per gli altri – ha detto Elena U., 60 anni, Bologna. L’insegnamento a distanza ha fatto emergere in modo ancora più forte la necessità di una “vicinanza”, capace di riportare la forza della realtà nel ritmo di una giornata sospesa tra il divano e la play station, e sono emersi degli aspetti importanti che potrebbero aiutarci a migliorare anche la scuola in presenza.

La pandemia mi ha offerto, accanto alle criticità anche alcuni elementi di stimolo professionale. Ho assistito a un radicale cambiamento nella relazione medico-paziente, con un riconoscimento positivo del ruolo del medico come difensore della salute altrui a discapito della propria. Come presidente di cooperativa, l’epidemia è stata uno stimolo a cercare nuove soluzioni a difesa dei pazienti e del nostro lavoro. Insieme ai colleghi di Legnano, abbiamo realizzato una app che ci permette di gestire e monitorare i nostri assistiti a casa loro – con videovisita e monitoraggio di dati clinici eseguito dal paziente (febbre, pressione, frequenza cardiaca e respiratoria, saturimetria) – e di ricevere alert precoci.

Durante la quarantena mi sono offerto come volontario insieme ad altri due capi scout, Anna e Paolo, e ad Aldo, nel gruppo di Protezione Civile di Codogno. Ho scoperto la grande forza e solidarietà che il mio territorio ha saputo sprigionare – ha detto Claudio M., caposcout, 23 anni Codogno.

Come fisioterapisti siamo intervenuti per facilitare il recupero dei pazienti Covid positivi dopo la fase più critica della malattia – ha detto Silvia P., fisioterapista, 45 anni, Bresso (Mi). Durante le sedute di fisioterapia si instaura spesso un bel rapporto con i pazienti, ancora di più in questa situazione in cui eravamo tra le poche persone con cui potevano parlare.

«Ho dato un significato nuovo al termine “presenza”. Fare didattica con intensità anche “senza” poter vedere in aula i miei studenti. Stare vicina ai miei genitori, alle sorelle, ai nipoti che crescono o agli amici “senza” vederli. Fare riunioni di lavoro, quelle dove si discute con animosità e passione, “senza” potere capire bene gli umori dei colleghi, senza poter dire, beh adesso ci prendiamo un caffè. Stare a casa con i miei tre figli “senza” dovere sempre correre da qualche altra parte. Muovermi a piedi “senza” dover prendere l’auto. Pensare al futuro “senza” che abbia un nome o un verso preciso. Accompagnare nell’ultimo saluto una cara zia “senza” affidarsi alle parole di un sacerdote, perché nei giorni in cui neppure i preti hanno potuto muoversi, siamo diventati sentinelle e custodi gli uni degli altri – ha detto Elena G., docente di Urbanistica, Politecnico di Milano.

Sono una persona positiva. Non riesco a soffermarmi sul lato drammatico di ciò che accade. In questo periodo abbiamo assistito a tante cose negative, ma penso che ne usciremo. Ho visto tanta gente che mai si era impegnata, darsi da fare per aiutare gli altri. Tanti che non si erano mai accostati al volontariato e che proprio nel momento più difficile hanno deciso di agire per non abbandonare chi aveva bisogno – ha detto Bruna M., volontaria Caritas, 67 anni, Reggio Calabria. Tanti giovani – e anche meno giovani – hanno recapitato i pacchi della spesa a 730 famiglie seguite dalla Caritas. Un impegno faticoso ma assolto fino in fondo da ragazzi che mai si erano avvicinati prima d’ora a contesti di servizio e che con molta semplicità sono venuti da noi a chiedere “cosa posso fare?”.

 
 
 
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