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La paura come una nuova religione

2023, FC n. 3 del 15 gennaio

SCEGLI DIO E SCONFIGGERAI OGNI PAURA

«La Paura sta diventando una nuova religione». Padre Guidalberto Bormolini vede un rischio all’orizzonte per la spiritualità della gente alle prese con la guerra, emergenza ambientale e pandemia: «Se non vigiliamo, l’oggetto della nostra paura diventa un idolo. È ciò da cui ci mette in guardia il Signore stesso nel Vangelo secondo Matteo quando dice “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”. Quando invece ci fidiamo, scegliamo Dio che ha cura di noi, e la Paura scompare».

Padre Guidalberto con il giornalista Mario Lancisi ha pubblicato un libro, Questo tempo ci parla, la rivoluzione spirituale e il sogno di una nuova umanità, Edizioni Terra Santa; che è quasi un compendio della sua spiritualità e parte proprio dalla Paura.

Barba lunghissima, eloquio rassicurante, Bormolini è un personaggio eclettico. Lombardo, di Desenzano del Garda, ex liutaio e falegname, in gioventù ha militato in movimenti pacifisti ed ecologisti. Da 30 anni è consacrato e prete nei Ricostruttori nella preghiera, un’associazione ecclesiale su modello monastico fondata dal gesuita padre Gianvittorio Cappelletto per «venire incontro al bisogno di preghiera e ricerca interiore» della gente d’oggi.

Il religioso oggi vive tra Firenze e Prato, dove è animatore di incontri di meditazione, promotore del Festival economia e spiritualità, studioso di vegetarianesimo e di dialogo interreligioso e specialisa in tanatologia, la branca della teologia e dell’antropologia che si occupa della morte. Con l’associazione Tutto è vita Onlus accompagna negli ultimi passi dell’esistenza le persone con diagnosi infausta e per loro sta ricostruendo un villaggio abbandonato sull’Appennino per creare un modello innovativo di “hospice”, dove l’assistenza spirituale, non solo cristiana, e la meditazione siano parte integrante del percorso di cura. Tra i suoi amici c’era Franco Battiato, di cui era confidente nella malattia e del quale ha celebrato i funerali nel suo ritiro alle pendici dell’Etna.

La morte è la paura delle paure, eppure è anche il “grande rimosso” della nostra società. «Il paradosso», sostiene Bormolini, «è che la nostra società ha un’ossessione patologica di respingere la morte che finisce per renderla necrofila. Io la chiamo “sindrome di Samarcanda”: come nel mito mediorientale reso celebre dalla canzone di Roberto Vecchioni, se si fugge continuamente dalla morte si finisce per cascarle tra le braccia. Mentre abbracciare “sorella morte”, come fa sanFrancesco con il lebbroso, permette di vivere con serenità».

Cosa significa abbracciare la morte?

«Vuol dire percepire la morte come un passaggio della vita», sorride serafico il monaco. «In un certo senso, noi moriamo continuamente: il bambino muore e rinasce come adolescente e l’adolescente muore per nascere come adulto. Accogliere la morte vuol dire aprirsi a un oltre». È ciò che la tradizione cristiana ha sempre insegnato: «Cristo è morto e risorto e ci fa morire e risorgere nel battesimo», ricorda padre Guidalberto.

Il monaco dei Ricostruttori nella preghiera sostiene che il passaggio d’epoca e le prove che stiamo vivendo siano il momento propizio per una “rivoluzione spirituale”. «Dobbiamo rimettere lo spirito al centro. E per noi cristiani è lo Spirito santo», spiega. «Ci sono stati momenti storici in cui abbiamo immaginato un mondo migliore instaurato da una rivoluzione. Io stesso da giovane ribelle sognavo un cambiamento radicale. Ma le nostre forze da sole non sono capaci di fare la rivoluzione: solo lo Spirito può. E opera quando lo invochiamo nella preghiera. Quindi, insieme all’impegno sociale (servire chi è povero e sfruttato, pacificare le guerre, difendere il Pianeta) dobbiamo pregare lo Spirito di “fare cieli e terra nuovi”».

Quando dice “preghiera”, padre Bormolini pensa in particolare alla meditazione, che fa tesoro della tradizione cristiana, ma anche delle esperienze di altre fedi. «Ma c’è una specificità cristiana: noi ci facciamo condurre da Cristo, il mediatore, a conoscere il mistero divino».

Come fare?

«Si può partire dal silenzio nel quale ascoltare il respiro e il battito del cuore, il ritmo della vita. Poi usiamo brevi parole ripetute e appoggiamole al respiro e al battito: i buddhisti lo chiamano il “mantra”, i musulmani e gli ebrei “il nome”, noi cristiani “giaculatoria”. Se invece la preghiera è solo mentale diventa sterile. È Gesù che ci dice: “Io sono la vita”».

 
 
 
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