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La sofferenza che salva

Post n°4012 pubblicato il 03 Maggio 2024 da namy0000
 

2024, Avvenire, 2 maggio

La protesta di sei madri "orfane" dei figli

Sei storie unite da un filo rosso: l’amore materno. Stanno portando in giro per l’Italia le loro testimonianze, raccolte e curate nel volume fresco di ristampa “Lettere senza confini. Dal cuore di 6 mamme” dalla giornalista Gaia Simonetti, protagonista con il suo secondo nome (Barbara) della prima storia: quella di una mamma di un figlio mai nato per un aborto spontaneo, quindi che non ha mai potuto conoscere e prendere tra le braccia, ma solo sentire il battito del suo cuore. Poi ci sono Giovanna Carboni, Laura Cozzi, Paola Alberti, Stefania Guarnieri e Stefania Ciriello, madri rispettivamente di Mauro, Elena (Ela), Michela, Lorenzo, Filippo, uccisi da un incidente stradale, dal terremoto di Amatrice o vittime di femminicidio.

Orfane dei loro figli, sopravvissute a loro, danno spazio ai ricordi rivolgendosi direttamente a loro perché la presenza è indelebile e l’affetto immutato. Svelando che il segreto per andare avanti è proprio l’amore, insieme alla fede, alla condivisione del dolore e al desiderio di essere un supporto per altre famiglie che vivono l’identica situazione. Non solo: le vendite del libro stanno supportando un progetto solidale: due borse di studi per studenti colpiti dal terremoto di Amatrice e di Accumuli.

Massimiliano, che si è già laureato anche grazie al loro contributo, ha mandato un messaggio per ringraziarle: «Grazie a voi e al libro che avete scritto. Il vostro cuore è nelle pagine e in gesti che ci hanno permesso di arrivare a uno dei traguardi della vita».

Vivono a Firenze, Mantova e Rieti, ma sono accumunate da un dolore indicibile. Quei figli, scrivono, «sono il valore alla vita» e «quell’amore che ogni giorno ci salva». Giovanna, mamma di Mauro, morto a 27 anni in un incidente stradale, ha deciso di donarne gli organiLaura è la mamma di Ela (Elena), figlia adottiva di origine russa morta in un incidente stradale. Paola, mamma di Michela, vittima di femminicidio nel 2016, ha inventato una “corsa” intitolata a lei che amava correre. Stefania, mamma di Lorenzo, morto a 17 anni il primo giugno 2010 per omicidio stradale, ha fondato l’associazione Lorenzo Guarnieri che si batte per la sicurezza stradale e racconta: «Nella tua famiglia stiamo facendo tutti del nostro meglio per meritare la vita che abbiamo, per ricambiare di quanto ci hai dato e per non deluderti». La mamma di Filippo, Stefania, ha fondato in sua memoria l’associazione “Il sorriso di Filippo” e ripercorre quei «terribili 142 secondi» di scosse che le hanno portato via il figlio in seguito alle ferite riportate quel 24 agosto 2016: «Dopo averti visto uscire vivo dalle macerie ho sperato nel miracolo. Mi rimangono i ricordi nitidi di quando salivo in mansarda a osservarti mentre dormivi...».

È impossibile non commuoversi e non empatizzare con queste donne, che però hanno sempre la forza e il coraggio di guardare avanti, di non commiserarsi. Perché hanno saputo trasformare la morte in vita, in dono per altri. «Siamo le mamme che hanno scritto lettere ai figli che hanno perso, che sono volati via – come diciamo noi – perché ogni giorno cogliamo segnali che ce li fanno percepire. Abbiamo raccontato loro tutto quello che abbiamo costruito nel ricordo. Utilizzando, con fatica inimmaginabile, tempi verbali al futuro. Non ci conoscevamo. Ci siamo trovate, forse per il disegno che la vita compie. Ci siamo sentite unite condividendo un dolore senza fine», racconta Gaia Barbara.

Ecco alcuni passaggi della sua toccante testimonianza sulla perdita di un figlio ancora in grembo: «Ciao amore, non ti ho potuto vedere, conoscere, prenderti tra le braccia. Ti scrivo. Di tempo ne è passato, ma non ha cicatrizzato la ferita. Brucia ancora nell’anima. Amore è una parola che sta bene sia per un maschietto che per una femminuccia. Non sono legata come i colori di una tutina a dover scegliere tra il rosa o il celeste. E poi, amore, è proprio un appellativo giusto, che ti calza a pennello. Se fosse un vestito, sarebbe quello più adatto a te. Ti avvolgerebbe e ti proteggerebbe come avrebbero fatti le mie mani, quelle della tua mamma. Mi viene dal cuore chiamarti così, anche se ti confesso che, la parola cuore mi fa male. Mi rimanda a quella mattina di maggio, in cui il sole si era nascosto tra le nuvole, e il gel sulla pancia era meno freddo della sentenza. “Signora, mi spiace, non sento il battito del piccolo”. In quell’istante cade il mondo, crollano le certezze, si infrange la vita come se un vaso di cristallo caduto dal tavolo. I pezzi, anche se li raccogli, non combaciano più e rendono nitida l’immagine della mia esistenza che stava prendendo un’altra direzione e ora è senza meta.

Avevo mille attese. Mi chiedevo come crescevi e se già avessi potuto sapere se eri un piccolino o una piccolina. La notte ti sognavo, il giorno ti disegnavo con la mente. Nasino piccolo come il mio, capelli ricci come quelli del papà, forse con la mia curiosità e gli occhi vivaci ed attenti per scoprire la vita in tutte le sue angolature. Il destino ha scelto un’altra strada. Ha voluto che noi due fossimo per sempre due estranei che non si conoscono e non possono percorrere lo stesso cammino. Ero pronta, ti aspettavo: mancavi solo tu. La nostra famiglia era impegnata nei preparativi per darti il benvenuto. Dopo anni di attesa, avevi deciso che volevi abitare in me. Una seconda occasione, anche se non ho mai smesso di crederci, non è mai arrivata».

 
 
 
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