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2021, Avvenire 9 gennaio.

L'addio di Carpi allo scout Enrico, 22 anni, "spartito nelle mani di Dio"

Se l'è portato via la leucemia quando la sua vita si faceva piena di promesse: una città intera piange Enrico Lovascio, educatore, musicista, studente. Il ricordo commosso del vescovo Castellucci

L’addio di Carpi a Enrico, 22 anni, «uno spartito nelle mani di Dio», strappato dalla leucemia

Quella di Enrico Lovascio, giovane carpigiano di 22 anni, è una storia fortemente umana, di sogni e progetti, ma che di una terribile malattia, la leucemia. Prima nelle file dell’Azione Cattolica, poi educatore della parrocchia della Cattedrale di Carpi dove ha seguito il percorso nell’Agesci, fino a divenire capo scout del Carpi 1. Il 23 dicembre scorso è stato sottoposto al trapianto: il decorso in ospedale pareva andare per il meglio, ma nella notte del 6 gennaio un arresto cardiaco ha posto fine alla sua giovanissima vita terrena.

Una notizia che ha sconvolto tutta la comunità diocesana, e non solo: Enrico era un giocatore di pallacanestro e un musicista che suonava in varie band, oltre che studente di Ingegneria. Lascia il papà Giuseppe, la mamma Raffaella, il fratello Davide, seminarista in cammino verso il presbiterato, e la sorella Elena: la famiglia intende istituire un Fondo per sostenere bambini e ragazzi di famiglie in difficoltà economica nei percorsi musicali e sportivi presso le realtà locali che hanno contribuito alla formazione di Enrico.

In una Cattedrale di Carpi gremita (per quanto possibile dalle norme anti-Covid), sabato 9 gennaio, si sono svolte le esequie del giovane: tre rose bianche e il suo fazzolettone da scout appoggiati sulla bara essenziale. Il vescovo di Carpi e Modena Erio Castellucci, ha presieduto, insieme a numerosi sacerdoti concelebranti, il rito funebre: «Il silenzio potrebbe bastare. Il silenzio e le lacrime, il fiume di lacrime sgorgate dagli occhi di chi ha conosciuto e amato Enrico. Il silenzio sembra l’unica voce adatta a un dolore così grande, a un mistero così fitto, a una morte che ci lascia attoniti. Se abbiamo l’audacia di rompere il silenzio, in punta di piedi, non è per pronunciare parole terrene, impotenti e banali davanti all’enigma della morte, ma per lasciar risuonare l’unica grande parola di vita eterna. Non ci confortano le altre, le parole di vita terrena; non ci danno speranza né quelle parole che consegnano la continuazione di una vita al solo ricordo dei cari, né tantomeno quelle che ammutoliscono davanti alla fine, pensando che la morte polverizzi tutto».

Davanti a una vita tanto promettente e già così feconda spezzata dalla malattia sgorgano domande angosciose, delle quali Castellucci si è fatto carico: «Possibile che in un attimo svaniscano per sempre progetti, sacrifici, desideri, sogni. Possibile che in un istante siano annientati l’amore ricevuto e offerto, le gioie e gli slanci di un’intera esistenza? Possibile che una malattia possa cancellare per sempre la vita promettente di un giovane? Se la nostra esistenza finisse con la morte, se le nostre speranze fossero destinate al nulla eterno, se i nostri passi terreni, spesso incerti e faticosi, scivolassero in un abisso oscuro, la vita intera perderebbe senso. La domanda ‘perché?’ – ‘perché Signore hai permesso questo?’, umanissima, autentica e sofferta, nella fede si trasforma in ‘per chi?’. La domanda vera, quindi, è ‘per chi’ ha vissuto Enrico, anzi, nella fede osiamo cambiare il passato in presente: per chi vive Enrico? Vive per noi. La sua breve esistenza terrena, interrotta troppo presto, è una scuola per noi. Ci insegna a distinguere l’essenziale dal superfluo, ad impegnare le nostre energie nelle cose che contano, senza disperderle nelle superficialità, nelle invidie, nei litigi, nelle frivolezze, nelle rivalità... come si scolorano, davanti alla vicenda di un giovane che muore, i troppi inutili impulsi che investiamo nelle cose che passano!

Il ricco profilo umano e spirituale di Enrico, che ha lasciato un’impronta profonda in soli 22 anni, è reso dalle parole del vescovo: «Enrico vive per la sua famiglia, per la sua ragazza, i suoi amici delle parrocchie e associazioni, per i bambini e i ragazzi che ha educato con entusiasmo, serietà e passione; vive per gli amici della pallacanestro, per la musica, nella sua band e nell’animazione liturgica in Cattedrale: una persona lo ha efficacemente definito ‘uno spartito nelle mani del Signore’; vive per i compagni di scuola e di università. E vive per chi lo ha accompagnato e curato in questi mesi e che ora è sgomento. È incredibile il concentrato di mondi nei quali si è impegnato: pare impossibile che un giovane di 22 anni potesse coltivare tanti interessi, vivere tante relazioni e svolgere tanti servizi, con dedizione e precisione, così esigente com’era. L’enorme affetto che in questi giorni avvolge i suoi cari, e che quasi vorrebbe compensare la bruciante partenza di Enrico, è la prova che ha davvero “dato la vita” per molti. Sembra quasi che abbia voluto concentrare tutto in così poco tempo. L’esistenza umana non è impreziosita dalla lunghezza degli anni, ma dall’intensità con cui è vissuta. Infine, ma soprattutto, Enrico vive per il Signore. Anche in lui ora si realizza la promessa fatta a Davide: ‘Gli conserverò sempre il mio amore’. Quello di Dio è un amore che travolge la morte».

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