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Traditi in Rete

2022, Avvenire 11 novembre

Daniele e gli altri, traditi in rete. Ecco chi sono le vittime delle chat

I falsi profili online impazzano e i drammi come quello di Forlì sono sempre più frequenti. Viaggio nel mondo (sommerso) del “catfishing”: perché ci si fida degli sconosciuti e come proteggersi

Svegliarsi tutte le mattine col messaggio di buongiorno, addormentarsi con la buonanotte. E poi la foto del pranzo, la telefonata nel tragitto in macchina di rientro dal lavoro, il vivavoce durante la trasmissione preferita a sera. «Non essere più soli, non essere mai soli». A Fabio, che di mestiere fa il medico e ha 38 anni, sembrava un sogno aver incontrato – online – Milena. Una «bellissima storia d’amore» durata quasi due anni e interrotta quando l’uomo ha scoperto che sì, Milena era davvero un sogno. Costruito su misura in chat da qualcun altro, che Fabio non sa nemmeno chi sia: quando ha trovato il coraggio di denunciare quello che gli era accaduto e si è presentato alla porta di Marisa Marraffino (avvocata da anni in prima linea nelle cause legate alle nuove tecnologie e ai social network), hanno cercato di risalire all’Ip del computer con cui Milena chattava. Era localizzato in Nigeria, cioè laddove è impossibile procedere legalmente per carenza di giurisdizione.

Sostituirsi a qualcuno (o inventarselo di sana pianta) e ingannare un’altra persona sui social nel vocabolario contemporaneo si chiama catfishing, nella vita di Fabio è stata una tragedia da cui il giovane medico non si è più ripreso: attacchi di panico, depressione, atti di autolesionismo. La sua storia assomiglia drammaticamente a quella di Daniele, il 24enne di Forlì che un anno fa si è tolto la vita perché ha scoperto che anche la sua Irene non esisteva: aveva le sembianze di un uomo di 64 anni che si era preso gioco di lui e dei suoi sentimenti, troppo per un cuore fragilissimo e tormentato come doveva essere il suo. «Non sono certo casi isolati, anzi – spiega proprio Marraffino –. La sostituzione di identità è tra le attività più diffuse in rete e tra i reati più frequenti in cui ci imbattiamo nel nostro studio, spesso intrecciato alla truffa, al ricatto, all’estorsione».

Numeri ufficiali non ne esistono, ma le stime (suffragate da qualche ricerca condotta a spot, su campioni ristretti) parlano di una percentuale di profili falsi sui social network più diffusi – Facebook, Instagram, Twitter – compresa tra il 60 e l’80%. Come dire: imbattersi in qualcuno che non esiste, o che fa finta di essere qualcun altro, accade quasi quotidianamente a ciascuno di noi. E le tecniche di raggiro sono sempre più affinate, le identità si moltiplicano, ai falsi profili si mescolano sempre più spesso quelli contaminati con personaggi più o meno famosi. «I problemi allora sono due – continua Marraffino –. Accorgersene, mettendo in campo la stessa attenzione che prestiamo alle relazioni che gestiamo nel mondo reale, quando incontriamo qualcuno in carne e ossa: sapere con chi stiamo parlando, se fa parte della schiera dei nostri amici e conoscenti, verificare la sua identità e il suo curriculum, finanche le sue fotografie. E poi, qualora ci si caschi comunque, avere il coraggio di denunciare quello che ci è accaduto».

Già, perché se non esiste neanche un target delle vittime (al catfishing abboccano donne e uomini indistintamente, giovani e anziani, professionisti e operai), quello che le accomuna tutte è proprio la difficoltà enorme di denunciare quello che sta loro accadendo: «Incontriamo persone devastate dal senso di vergogna, spesso incerte sul se procedere a una causa, i cui familiari o addirittura coniugi sono del tutto ignari di cosa stia accadendo». Anche perché nella quasi totalità dei casi le relazioni intrecciate online coi falsi fidanzati portano alla produzione di un enorme quantitativo di materiale intimo (immagini, video), in molti casi ricondiviso, pubblicato chissà dove, diventato di dominio pubblico. «Ed ecco spiegata la tempesta emotiva che travolge queste persone, già di per sé fragili ed estremamente sole» continua Marraffino. L’abuso di fiducia diventa a tutti gli effetti abuso fisico, spesso impossibile da sostenere, specie per chi non ha gli strumenti emotivi per farlo.

Che fare? La legge ha le armi spuntate. Non solo perché i social network per primi non sono così collaborativi, spesso impedendo di risalire all’identità di chi sta dietro queste truffe (lo studio legale Marraffino insieme a Terres des hommes si è fatto promotore di una proposta di legge proprio per introdurne l’obbligo quando a richiedere quell’identità sia l’autorità giudiziaria). «Il punto è che questo reato è punito al massimo con un anno di pena, quasi mai detentiva. Senza contare, come nel caso di Forlì, che l’istigazione al suicidio o la morte come conseguenza non voluta non vengono mai presi in considerazione dai giudici, mancando il nesso di causalità».

L’unica strada è allora parlarne, senza stigmatizzazioni, «concentrandosi proprio sulle vittime e sulle loro fragilità, per evitare che ce ne siano altre» spiega lo psicologo Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano. Cioè, tutto il contrario di quello che è accaduto nel caso di Daniele e di chi l’ha ingannato, Roberto, a sua volta suicida dopo la gogna mediatica scatenata dal servizio de Le Iene: «Nell’epoca in cui tutti, giovani e adulti, abbiamo trasferito la nostra vita e le nostre relazioni online cerchiamo ogni giorno di insegnare ai nostri ragazzi che non devono cercare like e successo ad ogni costo, anche quello di condividere immagini del proprio corpo e della propria intimità – sostiene Lancini –. Poi, però, in un caso come questo, i media (che sono straordinari modelli di identificazione) fanno esattamente la stessa cosa: per cercare audience e successo usano un caso privato delicatissimo, lo sbattono sulla pubblica piazza, smascherano quello che considerano il colpevole per poi giustificarsi dicendo che è così che si porta il problema all’attenzione delle persone. No, non è così. Non è così che vediamo il problema, non è così che aiutiamo chi è fragile a comprendere che non deve sovraesporsi, che il proprio corpo e i propri sentimenti vanno difesi, che non si può dare tutto per ottenere consenso online». O amore e fiducia, cioè quello che cercava Daniele.

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