Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Giugno 2022

Correzione

Post n°3749 pubblicato il 27 Giugno 2022 da namy0000
 

Correzione

Il discepolo di abba Stefano si avvicinò al suo abba per sussurrare: “Hai fatto un’osservazione a mio fratello, abba. Sai che si è sentito offeso?”. E l’abba: “Pensi allora che la mia osservazione sia stata sbagliata?”. “No, ma non dovevi fargliela”, rispose il giovane. Allora l’abba, senza dubitare: “Se si è sentito offeso significa che ha bisogno di un’altra correzione ancora più forte della prima. Egli rischia di rimanere nell’errore, per ambizione o orgoglio. Quando tu riceverai un’osservazione, prima di tutto ringrazia e benedici: la correzione è segno che Dio ti ama e ti considera amico”. Il discepolo ascoltava seriamente, e allora l’abba continuò: “per vivere la vita santa che Gesù ci offre è necessario arrivare all’umiltà passando attraverso la porta delle umiliazioni. Anche Gesù vi è passato, non perché lui ne avesse avuto bisogno, ma perché noi potessimo imparare da lui, unico Maestro”. Il discepolo, timidamente. Disse: “Abba, quando il Signore te lo suggerisce, umiliami, per favore. Ti ringrazio se lo farai”

 
 
 

Disobbediente a ordini ingiusti

2022, Scarp de’ tenis, Aprile

Katarzyna (Kasia) Wappa: disobbediente a ordini ingiusti. Ha salvato decine di profughi

Attivista. «Siamo diventati attivisti perché non avevamo scelta. Dovevamo scegliere se aiutare le persone o lasciarle morire», ha spiegato in un’intervista.

Polacca, con radici familiari bielorusse, insegnante di inglese e traduttrice, vive da sempre nella quieta cittadina di Hajnowieza, a poca distanza da Bialowieza, l’ultima delle primitive foreste d’Europa, a ridosso del confine tra Polonia e Bielorussia.

Su quel confine, nell’estate del 2021, hanno cominciato ad ammassarsi migliaia di migranti, venuti dai paesi più poveri del mondo con la speranza di entrare in Europa grazie ai visti bielorussi messi in vendita per ordine del dittatore Aleksandr Lukashenko. Illusi dalla propaganda del regime bielorusso, uomini, donne, bambini si sono ritrovati nella foresta, fra paludi, insidiosi corsi d’acqua, boschi talmente fitti da rivelarsi una trappola mortale. Il governo polacco ha reagito gridando all’invasione e militarizzando la frontiera, costruendo una barriera di filo spinato e vietando alla popolazione di dare aiuto ai migranti.

Kasia Wappa ha disobbedito. Si è unita ai militanti dell’ong Grupa Granica, il Gruppo della Frontiera. È andata nei boschi cercando i bambini che si erano persi, le famiglie che vagabondavano smarrite, senza cibo da giorni; ha soccorso le persone che avevano bevuto per disperazione l’acqua delle paludi e si erano ammalate. «Ciò che ci ha dato il coraggio di dare una mano – ha spiegato – è stato il fatto che nella foresta non abbiamo incontrato statistiche, titoli di giornale o questioni politiche: abbiamo solo visto esseri umani, con evidenti segni di fatica, di sofferenza, di fame, di disidratazione. Parlavano una lingua che tutto il mondo capisce: la lingua universale della richiesta d’aiuto».

Nel febbraio scorso, ascoltata in videoconferenza dal comitato permanente sui diritti umani della Camera dei deputati, Wappa ha raccontato dei cadaveri raccolti nella foresta di migranti dallo Yemen, dal Camerun, dall’Iraq che avevano avuto le dita dei piedi amputate per aver camminato a piedi nudi nei boschi. Ha raccontato di una donna curda, fuggita con il marito e cinque bambini, che i soccorritori avevano trovato in fin di vita, devastata dalla setticemia, dopo che il suo bambino le era morto nel grembo.

In quell’audizione, con voce piana, serena, Kasia Wappa ha riferito le minacce, gli insulti, le parole di scherno che le sono state rivolte per mesi: le pistole dei militari puntate alla testa, gli inseguimenti notturni, l’accusa di essere una spia di Lukashenko, le perquisizioni a casa. Nulla di tutto questo l’ha convinta a desistere. Commentando la tragedia della foresta ha detto: «È come una guerra senza la guerra».

Poi la guerra è arrivata davvero. Sulla Polonia si è riversata un’ondata di profughi dall’Ucraina invasa: sono stati accolti con generosità.

Dei migranti nella foresta si è smesso di parlare, e si è smesso di contare i loro morti. Ma le tragedie della storia non si cancellano l’una con l’altra, voltando pagina.

Per questo non bisogna dimenticare il nome di Kasia Wappa, disobbediente a ordini ingiusti.

 
 
 

Sporcarsi le mani

Sporcarsi le mani, andare contro, esporsi. L’eredità di Pierpaolo Pasolini (Giorgio Terruzzi, Scarp de’ tenis, Aprile 2022)

Si chiamava Pierpaolo Pasolini. Nato nel centro di Bologna, a due passi dalla Basilica di Santo Stefano, il 5 marzo 1922, morto ammazzato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975.

L’anniversario porta a lui, una volta di più. Alla sua opera, monumentale, perché stiamo parlando di un poeta, di un saggista, di un reporter, di uno scrittore, di un insegnante, di un regista instancabile.

Di Pasolini è stato detto molto, moltissimo, da persone che l’hanno conosciuto, l’hanno frequentato, hanno studiato e analizzato i testi, gli snodi di una vita colma di approfondimenti e studi, cambi di passo. Curiosità e interiorità. Così, dovendo ricordarlo qui, preferisco pensare alla sua anima sensibile, dotata però di un rarissimo coraggio, di quella indipendenza che viene dall’intelletto, una sorta di libertà del pensiero che ha amplificato, nel tempo, l’autorevolezza.

Noi, che negli anni Settanta eravamo studenti agguerriti e spaventati nel contempo, Pasolini dovevamo rincorrerlo in qualche modo e in permanenza, consapevoli di avere a che fare con un intellettuale lucidissimo, preso dalle contraddizioni fornite da un ideale comunista impregnato di cultura cattolica. Aspirazioni sincere e sensi di colpa, un’attenzione verso gli ultimi non sempre declinata sul fronte della politica. Ciò che portava molti di noi ad oscillare, a commettere errori, a misurare, in definitiva, una sorta di doloroso fallimento. Mentre lui, era già morto, dopo aver volato più alto, individuando precocemente le tracce forti e per certi versi penose della borghesia dentro la protesta, svelando retoriche e conformismi dentro la sinistra. Qualcosa che avremmo compreso nel tempo e in ritardo, senza riuscire davvero a cogliere un insegnamento. Parlava di volontà intima e identificazione con il diverso, dell’umiltà intellettuale, appunto, che porta a perseguire una direzione “ostinata e contraria”.

Mentre preparavo questa nota per Scarp mi sono reso conto di quanto autentica fosse la sua modernità. Un uomo scandaloso al punto da generare una sorta di disorientamento perbenista, allora, focalizzato sulla sua omosessualità e su quella parte autodistruttiva che lo accompagnò sino ad una morte a sua volta scabrosa e misteriosa. Ma oggi, proprio ora, mentre abbiamo a che fare con gli esisti macroscopici del conformismo messo a fuoco così precocemente da Pasolini, i suoi testi, i suoi saggi, i suoi film assumono un’attualità formidabile. Circondati come siamo da intellettuali collusi, molle il ventre, in un’apparenza di integrità. La sinistra come una bandiera sventolata da poltrone sempre un po’ troppo comode, il “grande giornalista” che si accomoda in una ricerca di consenso e lì si ferma, in una rete di gratificazioni simile a un sedativo.

Sporcarsi le mani, andare “contro”, esporsi. La strada tracciata da Pasolini è invisibile, mimetizzata, colma di erbacce. L’applicazione dello studio alla dialettica, una rarità da tenere ai margini. Siamo qui, imbarazzati, imbolsiti ma capacissimi di farci accogliere, scambiando buonismo per progressismo, facendo bene attenzione ad uscire da un confort talmente radicato da non generare alcuna contestazione. Bon ton, maledizione. E che nessuno alzi la voce, per carità, alla faccia di urgenze assolute. Era scarno, segnato il volto di Pasolini. Il nostro molto meno. Anche se siamo morti, più morti di lui.

 
 
 

Il pianista di Medyka

Post n°3746 pubblicato il 18 Giugno 2022 da namy0000
 

UCRAINA, Il pianista di Medyka suona Yesterday (Paolo Lambruschi, giornalista, Scarp de’ tenis, Aprile 2022) (Storie della guerra vista da altri punti di vista)

C’è un pianoforte appena varcato il cancello verde che separa il posto di frontiera polacco di Medyka dall’Ucraina. È un pianista che suona Yesterday per accogliere mestamente i profughi. Si passa solo a piedi, un flusso ininterrotto di donne di tutte le età e di bambini, perché i maschi ucraini maggiorenni fino a 60 anni non possono lasciare il Paese. Alle spalle si sono lasciati tutto e si sono consumate separazioni dolorose tra famiglie, sperando che siano temporanee.

Dopo il cancello, si cammina su una stradina stretta dove ong e associazioni offrono ristoro prima di mettersi in fila e venire trasportati in un centro di accoglienza e di smistamento. In molti casi vengono a prenderli amici e parenti dalla Polonia o da altri paesi dell’Unione. E appena a sinistra, sotto la tenda della missione evangelica, c’è il vecchio piano a coda nero con il simbolo universale della pace di Holtom disegnato sul coperchio. Perché Yesterday, canzone di un amore perduto, scritta quasi 60 anni fa? Il testo non parla solo di un amore finito. Pensate al verso più famoso: I believe in yesterday. Ora pensate a quello che avete. Poi pensate che all’improvviso tutto ciò non esista più: la casa, la famiglia, il lavoro, gli amici, gli impegni quotidiani. Tutto ciò che diamo per scontato, cancellato da una guerra improvvisa che sembrava impossibile nel 2022. Yesterday è la canzone del tempo perduto, delle gioie date per scontate. Ma non lo erano. Certo non sono invisibili i profughi ucraini, per fortuna nella tragedia l’Ue e gli europei stanno offrendo una risposta inaspettata di solidarietà. Fino a pochi mesi fa la stessa Polonia, l’Ungheria, i paesi dell’Est sembravano sul punto di uscire dall’Unione della quale non condividevano i valori fondanti. Primi fra tutti la solidarietà e l’accoglienza dei rifugiati. Oggi, la guerra alle porte di casa, ha almeno ricordato agli europei quello che ciascun paese ha sofferto nel secolo scorso, mentre ai paesi orientali con tendenze autocratiche ha ricordato probabilmente il valore della democrazia. Yesterday ci fa pensare che l’accoglienza data giustamente agli ucraini stride con l’accoglienza negata alle vittime di altre guerre lontane dimenticate, nascoste o ignorate. Il conflitto in Siria, quello in Etiopia o nello Yemen, la guerra contro i curdi nei quattro Stati mediorientali dove vivono o il terrorismo islamico nel Sahel hanno provocato decine di migliaia di morti mai filmati o raccontati. E gli effetti di quelle guerre, ovvero gli assedi con blocco di aiuti umanitari, la distruzione di strutture sanitarie e scuole, la carestia hanno cancellato intere generazioni che non hanno mai vissuto un tempo felice e spensierato. Sono profughi, rifugiati in fuga da guerre come quella che abbiamo visto in diretta alle porte di casa. Li ritroviamo sulle rotte desertiche del Sudan e del Sahel, in viaggio verso la Libia e la Tunisia, nelle mani dei trafficanti pagati migliaia di dollari. Gli stessi che, indossata la divisa di poliziotto, prendono i soldi dall’Ue per rinchiuderli nelle galere libiche chiedendo ulteriori riscatti alle famiglie. Li ritroviamo sulla rotta balcanica a sfuggire alle guardie croate o nella lunga foresta tra Bielorussia e Polonia, dove le guardie non sono così accoglienti con chi ha tratti mediorientali. E sulle strade verso Oulx e Ventimiglia, dove cercano di aggirare i doganieri francesi. La guerra ci chiede di aprire gli occhi e trattare tutti allo stesso modo. E se qualcuno ripete il nuovo slogan per cui africani, asiatici e mediorientali non sono profughi perché non fuggono da guerre vere, è giusto che tre cose si sappiano. La prima è che nell’Ue, i cui valori di libertà sentiamo minacciati apertamente, una persona ha diritto di essere salvata se in pericolo e di chiedere asilo, e la domanda va valutata da giudici ed esperti indipendenti, non da politici. La seconda è che questi politici, anche nostrani, sono in genere amici di Vladimir Putin, che non hanno mai ascoltato davvero Yesterday.

 
 
 

I tanti nomi dei derubati

Post n°3745 pubblicato il 16 Giugno 2022 da namy0000
 

2022, Riccardo Maccioni, Avvenire 15 giugno

I tanti nomi dei derubati

A prima vista sembra un gioco di parole, un trabocchetto per principianti dell’enigmistica. In realtà la differenza esiste, profonda, sostanziale. Perché un conto è nascere e crescere povero, un altro è diventarlo, fosse pure per scelta. Cambia l’approccio, il contesto direbbero gli esperti, la voglia di rivalsa dei diversi derubati. E poi bisogna intendersi su cosa intendiamo per povertà, se la miseria materiale o la condizione di chi ha perso la stima per se stesso, sprofondando in una cupa solitudine, anticamera della disperazione. Tra i tanti spunti offerti dal Papa nel Messaggio per la Giornata mondiale dei poveri diffuso ieri, uno, forse il più suggestivo, riguarda proprio le mille diversità in cui può declinarsi la stessa situazione di vita.

Certo, a dare titolo è la denuncia delle tantissime persone derubate di tutto dalla guerra, è la condanna della «superpotenza che intende imporre la volontà contro il principio di autodeterminazione dei popoli», però lo sviluppo di questi preamboli chiama in causa la solidarietà concreta, quella fatta di condivisione, anche nel poco, perché chi ha meno sia messo in grado di stare al mondo con dignità. Davanti ai poveri, infatti, vanno bene i bei discorsi, ma prima ancora occorre rimboccarsi le maniche, farsi coinvolgere, mettere in campo, se credenti, la preghiera e la fratellanza, cioè gli ingredienti che realizzano la comunità. Non solo questione di denaro, dunque, pur importante e necessario, ma anche di compassione, vicinanza o, per dirla con il Pontefice, di «cultura dell’incontro».


Allo stesso modo, non sono unicamente i soldi a definire il gradino della scala sociale su cui ci troviamo. Per spiegare meglio il concetto, il Papa ricorre a una suggestione che sembra richiamare la differenza che in economia distingue il debito «buono» da quello «cattivo». Allo stesso modo, osserva Francesco, esiste una povertà che uccide, figlia «dello sfruttamento, della violenza, della distribuzione ingiusta delle risorse». E dall’altra parte c’è una povertà che spinge ad alleggerirsi delle zavorre inutili e a puntare sull’essenziale, liberandoci.

Si tratta allora di capire quali sono i pesi che rallentano il nostro cammino verso una piena realizzazione di noi stessi. La povertà può diventare una scelta, dunque, un bisogno, un invito a riconoscere e quindi a ricercare solo il necessario, per il corpo e per l’anima.

Ricchi di niente, verrebbe voglia di dire parafrasando il poeta Tagore, nel senso che il servizio può dare più felicità del possesso e il pensare al plurale ci completa meglio del rinchiudersi nel proprio particolare. Come in un paradosso ci muoviamo nel recinto dei significati opposti che si possono dare allo stesso concetto. La parola e il modo di pronunciarla sono i medesimi ma disegnano realtà agli antipodi, come la libertà e la schiavitù.

La povertà che uccide si chiama miseria ed è un confino spirituale oltreché materiale che toglie speranza, che annulla le vie d’uscita, che sconta il peso dell’ingiustizia. Precipitare dentro, rifletteva l’abbé Pierre, significa non poter essere 'uomini', venire privati della dignità, non aver voce sul proprio futuro. Il contrario della povertà libera e liberante che vuol dire invece rifiutare di poter essere felici senza gli altri. Una scelta di condivisione che permette a tutti di essere persone per poi tradursi in presenza, in offerta. E si dona non solo il superfluo, l’elemosina, ma il proprio tempo, se stessi. Cercare l’essenziale, come suggerisce il Papa nel Messaggio, consiste allora nello spendersi per gli altri, impegnandosi a mettere, dove non c’è, l’amore vero e gratuito, «che nessuno può rubarci». E che, come in un gioco di prestigio, come in una formula matematica al contrario, si moltiplica nella divisione, rende ricchi impoverendoci.

 
 
 

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