Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi del 08/01/2021

Il 2020 appena terminato

Il 2020, appena terminato, è stato difficile, ma grazie a Dio, ci ha donato anche qualche speranza: sono stati gettati semi importanti in un terreno, quello difficile delle periferie e in particolare quella romana di San Basilio, che appariva ormai arido; qualcuno di essi, invece, inizia a germogliare! Quando 5 mesi fa ho iniziato la mia azione civica-pastorale-evangelica nelle strade, sembrava che tutti avessero perso la speranza: cittadini onesti rintanati nelle case, rassegnati a vivere in strade buie; mamme terrorizzate che i loro figli potessero cadere nelle mani di spacciatori o rassegnate a sostenere il malaffare per sopravvivere, giovani privi di alternative, fissi nei loro ruoli di vedette.

 

Oggi le strade sono illuminate, è iniziato un percorso concreto di riqualificazione sociale; la gente, che per settimane ha ascoltato la mia voce amplificata da un megafono, attraverso i vetri delle finestre, inizia ad avvicinarmi e ad aprirsi con me, ha iniziato a capire che c’è qualcuno a cui sta a cuore la sua condizione. Quando di sera recito il Rosario, seguito dagli uomini della Polizia di Stato, quelli che partecipano sono sempre di più.

 

Le persone iniziano a riappropriarsi dei loro spazi, sottraendoli alla criminalità. C’è anche qualcuno che ha deciso di cambiare vita, come C., ex vedetta della droga, ex tossicodipendente, che sta facendo un percorso di cristoterapia, si sta disintossicando e studia per diventare cuoco.

 

La strada da percorrere tuttavia è ancora lunga. È indispensabile, per portare a compimento ciò che abbiamo iniziato, il lavoro sinergico di tutti, e mi auguro che il 2021 sia l’anno della svolta.

 

Da un lato c’è lo Stato, che non può abbandonare i suoi cittadini. L’assenza di politiche lungimiranti e inclusive nelle periferie favorisce la crescita della criminalità, e lascia liberi spazi che vengono conquistati dai malavitosi. È inaccettabile che la ‘ndrangheta, che qui assoggetta il territorio, gestisca lo spaccio di droga e che le consorterie criminali gestiscano l’occupazione abusiva, così che la povera gente sia costretta a pagare migliaia di euro per avere una casa! È inaccettabile che si tolleri in silenzio la militarizzazione a cui i pusher avevano sottoposto quest’area, vessando i suoi cittadini onesti! È impensabile che i ragazzi di questo quartiere, in cui solo 1 abitante su 10 è laureato, in cui il tasso di disoccupazione è quasi il triplo rispetto a quello dei Parioli, che non ha biblioteche, non debbano avere le stesse opportunità di chi vive altrove! Occorre trasformare una borgata a circuito chiuso, che non comunica con il resto della città, in un luogo diverso, aperto e vivibile. Le periferie d’Italia non devono più essere enclaves segnate da diseguaglianze e disagio.

 

Dall’altra c’è la Chiesa, che non può dimenticare il suo ruolo educativo. I suoi ministri, con un’azione complementare a quella dello Stato, devono fare di tutto per scardinare la cultura dell’illegalità, ancora insita in troppe persone, e diffondere la cultura della vita. Occorre tenere sempre a mente il monito di papa Francesco, che parla di Chiesa “in uscita”, il cui principio pastorale è nell’incarnazione di Gesù Cristo, via, verità e vita nuova, una Chiesa che realizza un’azione evangelica concreta che si pone come punto di riferimento nei quartieri – soprattutto quelli periferici – e raggiunge anche quanti sono lontani dalle parrocchie e dalla vita cristiana, che realizza il messaggio scomodo del Vangelo, che ci chiede di “stare in trincea”, di “sporcarci le mani” e far avvertire la nostra presenza, anche fisica, a chi si sente solo e inascoltato. Fondamentale è il ruolo di parrocchie e oratori.

 

Infine ci sono i cittadini. Uno dei sogni più grandi che ho nel cassetto è una società in cui tutti tengano ben a mente il dovere di esercitare la cittadinanza attiva, di mettersi in dialogo con le istituzioni, di dare il proprio contributo nell’attivare processi di legalità. Il ruolo di tutti i battezzati nel quartiere è determinante perché sono portatori sani di legalità e devono agire illuminati anche dai principi cristiani: nel documento Educare alla legalità si dice chiaramente che l’omertà non è un’attitudine cristiana.

Il crimine non può essere sconfitto solo dalle forze dell’ordine; a seguito di un certo numero di arresti, le associazioni si riorganizzano e, in un certo senso, le operazioni di polizia sono spia del fallimento della prevenzione del malaffare in un territorio: solo un radicale cambiamento della mentalità e della cultura può fare la differenza. Martin Luther King diceva: «Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti» (FC n. 1 del 3 genn. 2021)

 
 
 

La startup

Post n°3499 pubblicato il 08 Gennaio 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 7 gennaio

La startup. Il computer per la dad a Milano si noleggia gratis

Il progetto PC4U.tech ideato da quattro ragazzi durante il lockdown ha permesso di incrociare donazioni e richieste grazie ad una rete di associazioni

Jacopo Rangone, studente diciottenne in un college dello Hertfordshire e fondatore, insieme a tre coetanei, tutti milanesi come lui, del progetto PC4U.tech, con l’obiettivo di raccogliere, in caso ricondizionare, e ridistribuire gratuitamente i dispositivi usati (ma funzionanti) a quegli alunni di Milano e dell’hinterland che non ne dispongono. Il progetto è costituito da un sito Internet, attivo dalla fine di giugno, dove chiunque può donare o richiedere un computer usato semplicemente cliccando sulla casella corrispondente: "dona" oppure "richiedi". A quel punto, registrata l’ordinazione, il computer viene sanificato, impacchettato e consegnato a casa, senza spese aggiuntive.

«L’idea di quello che poi è diventato PC4U.tech è nata un giorno, durante i mesi di lockdown, dopo aver ascoltato il racconto di mia sorella a proposito della sua classe: molti suoi compagni di terza media, infatti, non avendo un pc o un tablet in famiglia, spesso non riuscivano a seguire le lezioni; alcuni usavano il telefonino per entrare, ma sappiamo tutti che non sono gli strumenti adatti per il remote learning. A quel punto ho avuto l’idea del sito web di facile fruizione, due bottoni e stop, e ho subito coinvolto tre amici: Matteo Mainetti, Emanuele Sacco e Pietro Cappellini. Poiché Matteo, mio amico d’infanzia, era l’unico tra noi ad avere una moto, il suo compito sarebbe stato quello di fattorino; Emanuele, appassionato di start up, avrebbe dovuto sviluppare la piattaforma mentre Pietro si sarebbe occupato della grafica web». Dal principio i quattro ragazzi volevano fare solo una decina di donazioni, ma grazie anche a qualche servizio giornalistico, le cose sono poi andate diversamente. «Ne abbiamo raccolte talmente tante che ci siamo trovati a dover cambiare la struttura del progetto e la logistica. Ci siamo trovati a dover soddisfare qualcosa come 300 richieste e 180 donazioni da parte di privati e di aziende: per questo abbiamo chiesto l’aiuto della cooperativa For-Te e del suo ottimo servizio di delivery svolto da persone con disabilità cognitiva», spiega Jacopo. «Anche per gli interventi di riparazione e inizializzazione dei dispositivi ci affianchiamo adesso ad una associazione no profit, Informatici Senza Frontiere, che condividono con noi la battaglia contro il digital divide».

Dalla fine dello scorso novembre i quattro ragazzi hanno fatto pure partire una campagna di crowdfunding, ora terminata, che ha raccolto oltre 18 mila euro: una cifra che consentirà di coprire le spese per le prossime 300 richieste (per il ricondizionamento, per l’acquisto di licenze di Windows 10 quando non sono incorporate nel pc, per il packaging e per la gestione amministrativa del progetto). Di recente il Parlamento europeo si è focalizzato sulla questione dell’accesso a Internet quale nuovo diritto umano e lo stesso governo italiano ha messo a disposizione pc e tablets in comodato d’uso agli studenti bisognosi: tuttavia sono ancora tante le famiglie, anche nell’agiata Milano e nel suo hinterland, che non possiedono un dispositivo per la scuola digitale dei figli. «Ma è il Paese intero ad averne bisogno e ce ne siamo accorti dalle richieste che abbiamo ricevuto – conclude Jacopo Rangone –. Il dispositivo dato in comodato d’uso non risolve il problema poiché una volta terminata la didattica a distanza deve essere restituito. Al momento siamo concentrati su Milano ma non escludiamo di estendere il progetto in altre città».

 
 
 

L'incontro

Post n°3498 pubblicato il 08 Gennaio 2021 da namy0000
 

2021, Avvenire 6 gennaio

«Io, medico in missione nel cuore della savana»

Dal Campus Biomedico di Roma alla Tanzania, dopo aver operato in scenari drammatici come l’Afghanistan e i Balcani. L’incontro con una Onlus ha riacceso l’impegno per gli ultimi

L’emozione della chirurgia non me la dà nient’altro al mondo. Sognavo il calore dei corpi sulle mie mani, mi mancava il contatto fisico con le persone da curare. Così, dopo anni di rigetto, sono tornato». Enrico Davoli, 57 anni, chirurgo generale d’urgenza al Campus Biomedico di Roma, è appena atterrato in Africa, quell’Africa che lo aveva ammaliato fin da bambino e poi lo aveva respinto, dopo una vita diventata troppo dura anche per uno che il viaggio di nozze lo aveva fatto nella foresta tropicale del Camerun operando malati a tre ore di jeep dal primo centro medico, e che in Afghanistan mutilava giorno e notte i bambini saltati sulle mine antiuomo, ma che un giorno ha dovuto dire basta. «Si usa una vera sega, come fosse la gamba di un tavolino – racconta –, su ottanta centimetri di arto di un bambino la mina ne brucia trenta, tu vorresti salvargli il ginocchio, sai che sarebbe importante, ma il fango penetra e quei due centimetri in più ti fregano, devi tagliare più in alto... C’è un antico detto, "il medico pietoso fa la piaga puzzolente", in Italia oggi l’abbiamo dimenticato perché questa chirurgia da noi non esiste più. Ma l’odore di carne tagliata mi ha perseguitato per anni come ricordo, non nella mente ma nelle cellule olfattive, lo sentivo ancora. E mi sono disamorato».

Ma l’amore per la medicina come missione non muore mai, cova sotto le ceneri pronto a riprendere vigore. «Folgorante è stato due anni fa l’incontro con Tiziana Bernardi, ex dirigente bancaria entrata nel consiglio di amministrazione del Campus Biomedico», l’università con ospedale sorta alle porte di Roma su un terreno donato da Alberto Sordi: «Lei, che ha lasciato il mondo della finanza per dedicarsi al monastero benedettino di Mvimwa nel centro della Tanzania, ci ha chiesto come se niente fosse, se c’era qualche chirurgo disposto ad accompagnarla in Africa con una trentina di laureandi... Un minuto e avevo deciso. Così, insieme a quei 30 studenti italiani, ho conosciuto gli 80 giovani monaci di Mvimwa, molti laureati, vera espressione dell'Ora et Labora declinato in forma moderna come motore di uno sviluppo che in piena savana non ti aspetteresti: hanno scuole, laboratori di alta tecnologia, un centro sanitario ben attrezzato grazie alla onlus "Golfini Rossi" (fondata da Tiziana, ndr) e ai numerosi volontari, medici, ingegneri, informatici, architetti, studenti e professori da lei reclutati nelle università italiane». L’obiettivo di "Golfini Rossi", raccontato in passato anche da Avvenire, non è puntare al minimo indispensabile ma direttamente all’eccellenza. «Ad esempio, grazie a fondi Caritas il dispensario di Mvimwa è dotato di strumenti chirurgici di ultima generazione – racconta Davoli –. Persino l’ospedale cittadino non ha ancora il bisturi elettrico che invece a Mvimwa c’è. Ora sono di nuovo qui per avviare la fondazione di un Centro per la Salute della Donna e del Bambino, con speciale attenzione alla disabilità neuromotoria e alla prevenzione dei tumori femminili». I grandi nomi della comunità scientifica italiana sono già stati ingaggiati, i docenti del Politecnico di Milano hanno affidato a studenti di "Ingegneria applicata alla sanità" le tesi di laurea sulla costruzione della struttura, e Davoli stesso passerà il gennaio in Tanzania «in missione diplomatica ed epidemiologica insieme. E per dare un segnale che ci siamo ancora». Già, perché in realtà tutto era organizzato per marzo 2020, con venti studenti del Campus Biomedico che si erano già pagati il biglietto aereo, ma che la pandemia ha fermato.

Per Davoli è il primo passo di quello che chiama «il nostro sogno di famiglia», gestire tutti insieme un ospedale in Africa. «Mia moglie Laura è dentista e quando ci saranno le premesse per vivere lì avvierà anche un ambulatorio odontoiatrico. Per ora faremo alcune missioni all’anno, ma quando andremo in pensione potremmo trasferirci del tutto, chissà, l’Africa ti cattura. E non si sa mai che anche i nostri due figli ci seguano: saranno loro a decidere, l’esempio dei genitori è la spinta più efficace».

Anche il dottor Davoli da adolescente ha avuto i suoi maestri, «i miei miti erano il medico missionario Albert Schweitzer e il padre comboniano Giuseppe Ambrosoli, grande chirurgo morto nel 1987 in Uganda, sfinito dalle sofferenze patite assistendo la popolazione durante la guerra civile. Per loro ho scelto la chirurgia e l’Africa: di tutto il mondo, è il luogo dove mi sento felice, dove trovo la purezza nei rapporti umani, dove nonostante la povertà la sera la gente ha sempre un motivo per ballare e i piccoli si divertono anche con un pallone di carta». Non così in Afghanistan, «la mia esperienza più devastante, dove tutto può essere un motivo di arresto e torture, e donne e bambini hanno paura anche di vivere. Come aiuto chirurgo avevo un giovane cui proprio non cresceva la barba e per questo veniva spesso gettato in galera dai talebani, finché con la Croce Rossa non andavamo a riprendercelo testimoniando che era un medico e curava anche i loro soldati. È lì che tagliavo gli arti ai bambini sapendo che ne facevo dei disabili, ed essere disabili è duro ovunque ma in Afghanistan...».

Nel 1998, tra le missioni con Oms in Brasile, Guatemala e nel Kosovo in guerra, a Roma viene al mondo Elio, «nato in casa perché mia moglie in Africa aveva scoperto che le donne fanno i figli da sole e che il parto, se non ci sono complicazioni, non è un atto medico». Seguono gli anni in Macedonia con un’avventura ai limiti dell’utopia. «Era una misera regione della ex Jugoslavia, gli ospedali erano mattatoi, così presentai con Unicef un progetto di ristrutturazione di tutte 23 le maternità, dotandole – primo Paese al mondo – di reparti rivoluzionari baby friendly, dove il neonato dorme da subito accanto alla madre, che quindi lo allatta a chiamata, non a orari fissi. Ho formato il personale, acquistato incubatrici ed ecografi, portato all’eccellenza corsie da incubo: prima per venti donne c’era un bagno solo, al buio perché da mesi mancava l’unica lampadina, poi ogni stanza ebbe il suo, tutto grazie a fondi della Comunità Europea». Nel 2003 approda nell’Uganda dei bambini soldato, «la notte dalla campagna venivano a dormire sui marciapiedi della città per non farsi rapire. Li rastrellavano, li drogavano, per renderli feroci gli facevano bere il sangue delle vittime e uccidere i loro genitori. A 5 o 6 anni facevano chilometri a piedi per rifugiarsi da noi, poi la mattina di nuovo in cammino per andare a scuola».

È stato anche direttore di Medici senza Frontiere, il dottor Davoli, e responsabile per l’Oms delle reti di emergenza sanitaria in tutta Europa, compresi i Paesi dell’ex Unione Sovietica, dal Turkmenistan all’Uzbekistan, «un lavoro immane con ministeri della Salute che non avevano nemmeno le ambulanze». Nel 2006 per Oms si è dedicato proprio alle linee guida per gli ospedali europei in caso di pandemia... «una pubblicazione che quest’anno purtroppo è stata scaricata moltissimo». Ma in mezzo a tutto questo, nel 2000 la realizzazione dell’altro grande sogno: «Come accordo prematrimoniale – sorride – avevo detto a Laura che avrei voluto due cose, tanti figli e adottare. Come compromesso ne abbiamo avuti solo due, ma il secondo, Cairo, è africano. Quando è entrato in famiglia aveva 6 mesi, Elio ne aveva 15: sono cresciuti insieme, uno con l’Africa nel cuore l’altro anche sulla pelle». Oggi studiano entrambi Economia, Elio ad Amsterdam e Cairo all’università americana di Roma. «E Cairo ora è con me in Tanzania: compirà 21 anni a Mvimwa, lavorando per il futuro Centro per la salute della donna e del bambino». Che ha già il suo un nome, "Centro Daniele Rizzi", gigante buono della medicina lombarda e cuore pulsante del progetto. Anche lui aveva la valigia pronta per Mvimwa, ma il Covid in questi giorni ce l’ha portato via.

 
 
 

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