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SESTA PARTE

Post n°36 pubblicato il 17 Gennaio 2007 da angeloingabbia

Quei giorni,diventarono settimane e poi mesi,non riuscivo più a comprendere quel che ero,ma soprattutto,non riuscivo più a comprendere chi ero.
Un’essere dalla doppia personalità,un jekil o un hide,ero il ragazzo spensierato senza fronzoli strani in testa,quel bravo ragazzo(al dire di mia madre)che sino all’età di 17 anni faceva parte della gioventù francescana,e che mai aveva abbandonato in realtà.
Quel ragazzo che,innanzi agli occhi di colei che col tempo avrei poi sposato,era la sicurezza,il futuro certo,con sani principi e valori,colui che mai avrebbe tradito la sua fiducia,o mai le avrebbe fatto mancare nulla.
Angela,questo è il nome della ragazza in questione,corpo minuto,aria da ragazzina,aveva 15 anni quando ci siamo dati il primo bacio,e io ero appena vent’enne.
Fù il classico colpo di fulmine,ricordo come se fosse ieri,la prima volta che la vidi.
Era un martedì grasso,classica festa di carnevale,l’avevamo organizzata in una delle sale all’interno del convento francescano,che frequentavo.Appena la vidi entrare rimasi subito folgorato,non so se dalla sua bellezza o dall’abito da suora che portava con tanta grazia,diventò a dir poco imperativo,il fatto di doverla conoscere a tutti i costi.
E la cosa si rivelò al quanto facile,nel momento stesso in cui venni a sapere che era la cugina di un’amica,incominciai a torturarla,e in men che non si dica,la convinsi a presentarmela.
Guardandola negli occhi, in quell’istante, capì che era colei con la quale avrei voluto dividere tutti i miei giorni,i miei spazi,il mio passato,presente e futuro.
Non so dire di preciso ,qual è stato l’effetto scatenante,o cosa fosse,di lei che mi fece immediatamente capire tutto ciò,benche fosse solo una ragazzina e che nemmeno conoscevo,di certo sapevo che era lei ,e che avrei fatto di tutto per averla al mio fianco.
Passarono pochi mesi,e diventammo subito una coppia di fidanzatini,e la cosa mostrava anche delle difficoltà,difficoltà che riguardavano me,più che altro,avevo 20 anni,con un paio di esperienze a livello sessuale,e logicamente dovevo tenere sempre a mente che innanzi a me avevo una ragazzina,inizialmente la cosa fù alquanto complessa,ma col passare del tempo divenne tutto più facile,e questo grazie al profondo rispetto che avevo per lei.
Già il rispetto,bella parola,pesante fardello da portare nel momento in cui,capisci che tutto quello in cui credevi si è dissolto in una notte.
In quel periodo ci eravamo presi il così detto anno riflessione,dunque non stando ufficialmente insieme la cosa non avrebbe dovuto pesare più di tanto,ma mentivo a me steso.
Ciò che mi faceva ancor più rabbia,non era tanto il dilemma sul doverle raccontare o no di liona,di quel che era accaduto,rassicurandola che non poteva esserci nessun seguito o pericolo in futuro,dato l’avverso destino,ma il fatto di esser consapevole di non poterle raccontare nulla,a riguardo se non altre menzogne,che si sarebbero accumulate con altre precedenti.
Forse era proprio quello che mi faceva star male,l’aver mentito in tutto quel periodo a tutti coloro che mi volevano bene,l’aver mentito sul tipo di lavoro,sui posti in cui mi trovavo,su come fosse diventato normale per me,sparare con la consapevolezza di togliere la vita a qualcuno che manco conoscevo,in nome di una causa di cui non conoscevo nemmeno la storia,ma solo perché me lo avevano ordinato.
Ecco dunque il dilemma alla quale dovevo trovare una risposta immediata,continuare per la strada che avevo scelto,sapendo e rispettando tutto quello che ne sarebbe conseguito in futuro,fra cui il continuare la farsa dell’onesto lavoratore in trasferta,e il completo silenzio assoluto,
o porre fine da subito a tutto ciò,raccontando tutto magari un po’ per volta,facendo affidamento sul detto che la verità è la cura a tutti i mali.
Nel cercare un’illuminazione in questo dilemma,mi venne in mente un altro detto”,la verità è sempre lo specchio della realtà”.,e pensai,se è realmente così,come mai la realtà non’è mai lo specchio della verità?
Perché,quello che quotidianamente ci spacciano per verità,tutti i giornali,politici e media in generale,non rispecchia mai quella che è la realtà che ognuno di noi vive?
Dovevo fare in fretta,dal comando,spingevano per un mio immediato rientro,anche i miei compagni cominciavano a farsi sentire,più del dovuto,e l’aria che respiravo in famiglia e con Angela diventava sempre più pesante e pericolosa:Così decisi di partire per il comando,una volta giunto lì,avrei dettato alcune condizioni per l’eventuale mio rientro,una di queste fù per il momento,nessuna missione esterna,adducendo come motivazione,una scarsa lucidità mentale,per via di alcuni problemi familiari,se avessero accettato,sarei stato pronto e operativo da subito.

 
 
 

QUINTA PARTE

Post n°35 pubblicato il 14 Gennaio 2007 da angeloingabbia

Fu la notte più emozionante della mia vita,quella notte e
mai avrei immaginato,che quell’evento diventasse negli anni parte indelebile
dei miei ricordi.



Ricordi carichi di emozioni,sapori,odori e lacrime
versate,ricordi che ti segnano dentro,che ti portano verso spiagge in cui non
vorresti mai approdare,in sabbie mobili nella quale non solo il tuo corpo viene
inghiottito,ma anche l’ultima tua speranza,l’ultimo tuo sogno,l’unica tua fede.



Quella notte,in cui due esseri si sono fusi in un unico
spirito e corpo,quella notte in cui tutto si fermò,il tempo,il battito del
cuore,la paura del domani.



Ma il domani arrivò,spietato più che mai,il sole sorse,e
come se tutto fosse nella normalità,insieme al sole anche i fucili dei cecchini
ripresero a suonare.



Giusto il tempo di uno sguardo,di un saluto dato con gli
occhi carichi di soave gioia,che una voce gracchiante fuoriuscita dalle nostre
radio ci riportava nella cruda realtà.



“Delta bravo,delta bravo,qui base date vostra posizione
passo” li facemmo tribolare un po’ ma poi rispondemmo a quella chiamata,”base
qui delta bravo siamo a circa due ore di cammino da voi,dateci la situazione
passo”,”occhi aperti delta bravo,nell’ultimo caseggiato in fondo alla strada ci
sono tre o quattro scimmie appostate,stanatele e rientrate passo”,”ok base
diamo il buongiorno e rientriamo passo e chiudo”.



Riprendemmo il cammino verso la base,ci lasciammo tutto alle
nostre spalle,ora non c’era tempo per ricordare le nostre menti dovevano esser
lucide,già,come se fosse facile liberarsi di quello spirito che ti è penetrato.



Passo dopo passo,mentre facevo opera di convincimento nel
liberarmi di quelle emozioni,mi rendevo sempre più conto di come fosse
impossibile liberarmi di lei,del suo profumo,del suo calore,ma ci riuscii,grazie
al sibilo di un proiettile,che mi sfiorò il viso,e finì la sua corsa in una persiana
lì accanto alla mia faccia.



Strana la cosa,nessuno di noi aveva sentito partire il
colpo,e ancor più strano era il calibro di quel proiettile,un 12 nato.



Chi aveva sparato quel colpo,anche perché sino a quel
momento non ci eravamo mai trovati difronte a dei cecchini muniti di
silenziatore e con quel calibro,l’arma più sofisticata che avevamo incrociato
erano dei vecchi garand.



Capimmo che da lì in poi la cosa si sarebbe complicata ancor
di più,ci dividemmo in squadre da due come da prassi,e continuammo la
caccia,stanammo tre scimmie,fu semplice dato che erano male
appostate,individuammo anche la quarta,ma la cosa si mise subito male.



Era in gamba e molto ben coperto,inoltre a complicare la
cosa c’era anche una scarsa visuale dalla nostra,dunque dovevamo svincolarci da
quel posto,con la speranza di trovar migliore postazione.



Non so dire di preciso quanto tempo girammo,ma riuscimmo con
un colpo di culo a stanare quel maledetto,mikael rimase ferito lievemente,una
strisciata al braccio nulla di che,ma la paura si leggeva nei suoi occhi,circolava
la voce che alcuni cecchini usassero proiettili trattati chimicamente,in modo
che bastasse anche una lieve ferita per infettarti di chissà quale malattia.



Mi chinai su di lui,e lo aiutai ad’alzarsi,udimmo uno sparo
e un altro ancora,mollai mikael,e mi buttai su di lui,”tutto bene ragazzi”era
la voce di liona tirai un sospiro di sollievo,ma fù solo un sospiro,un’attimo,e
il corpo di liona cadde su di me.



Riconobbi subito l’odore che penetrava nelle mie
narici,cominciai in cuor mio a pregare,convincendomi che si trattava del sangue
fuoriuscito dal braccio di mikael,ma non era così.



Le braccia di liona mi strinsero,la sua voce fioca e
sospirata mi implorava di non dimenticarla mai,di portarla sempre con me,di non
rinnegare mai quello che in una notte straniera ci aveva travolto.Urlai e
imprecai non so quante volte,chiesi a mikael di coprirla,stanai quel maledetto
non so quanti colpi gli scaricai adosso,so solo che rimasi a secco,tornai
indietro era ancora viva,mi supplico di portarla alla base,e incurante di
quello che avremmo potuto trovare lungo quel breve tragitto che mancava verso
la base ,la presi in braccio e la portai via da lì.



Giungemmo alla base,urali di portare un medico,ma non servì
a nulla,mi diede una carezza,e disse lasciami andare,uralai di tener duro,che
poteva,doveva farcela,le mi disse graziedi ciò che sei e di cosa sei,furono le
sue ultime parole,da li a poco tirò anche l’ultimo sorriso e respiro.



Giurai che quella sarebbe stata la mia “ultima missione di
pace”qualche giorno dopo riuscì a rientrare in’italia,mi diedero qualche giorno
di riposo per rimettermi,e per riflettere su quelle che erano state le mie
decisioni.



 



 

 
 
 

QUARTA PARTE

Post n°34 pubblicato il 01 Ottobre 2006 da angeloingabbia

Non era ancora chiaro,quello che stava accadendo in quel paese,ma il nervosismo che si notava nelle varie fazioni lasciava presupporre che una bomba ad’orologeria si era innescata,e si stava aspettando il momento della sua deflagrazione.Il cammino verso Belgrado,fù lungo e non privo d’imprevisti,più o meno pericolosi e bellicosi,cominciammo a sentire come quel paese si stesse spaccando in più fazioni,e non era solo un fatto politico,o religioso,ma la voglia di fare una pulizia etnica era tanta,da qualsiasi parte la si vedeva l’aria era sempre la solita,serbi contro croati,albanesi che rivendicavano le loro origini,montenegrini che dichiaravano apertamente la loro assoluta indipendenza,insomma un caos infernale,che da ideologico si stava trasformando in guerra civile a tutti gli effetti.
Gia guerra,appena entrammo a Belgrado trovammo un comitato d’accoglienza mica male,una squadra di cecchini lungo la via che portava al centro della città,che sparava su tutto ciò che di umano si muoveva,senza distinzione e senza nessun controllo,l’imperativo era spara e uccidi.
Riuscimmo ad’arrivare nel luogo preposto,non nascondo che eravamo stupiti da quel che avevamo trovato,d'altronde dovevamo solo visionare la situazione,che ci era stata descritta poco pacifica ma non belligerante,e invece trovammo una guerra civile in pieno corso.
Passarono alcuni giorno e non senza difficoltà,prima che qualcuno ci facesse sapere cosa dovevamo fare,e finalmente quel giorno arrivò.
Dalle alte sfere ci comunicarono,che dovevamo spostarci da lì,e raggiungere un posto a sud della città,li avremmo trovato un campo base che da pochi giorni si era insediato,metterci a rapporto con il comandante della base la quale ci avrebbe dato i nuovi ordini.
Una cosa ci lasciò perplessi,la parola “massima velocità”parola che accompagnava un’altra parola”allontanarsi”.
Allontanarsi con la massima velocità,cosa significava?perchè tutta questa fretta?cosa stava per accadere in quel posto?
Era quasi sera quando arrivammo alla periferia sud di Belgrado,non avevamo ancora raggiunto la base,ed’un rumore sordo ma conosciuto ci fece alzare la testa in’aria.
F16 in volo e in assetto di guerra ci stavano sorvolando,come un bambino che vede per la prima volta un qualcosa ,rimasi di pietra,pochi secondi e cambiai di nuovo stato d’animo,dopo la prima esplosione e poi un’altra e ancora altre,ma cosa stava accadendo?Chiesi a Liona se fosse al corrente,sullo stato delle cose o se sapesse di chi fossero quegli F16,dato che l’aviazione slava non li aveva in dotazione,lei annui,nei suoi occhi c’era quella luce che già in passato avevo visto.Quella luce che trasmette solo colui che stà per dirti un qualcosa di orrendo,quella luce che significa morte distruzione.
Quegli aerei che stavano bombardando Belgrado erano della RCAF (ROYAL CANADIAN AIR FORCE),dopo di loro se ne sarebbero aggiunti altri di altre aviazioni,insomma per farla breve gli USA e l’ONU erano scesi in campo
,non c’erano ancora italiani ma pochi giorni e sarebbero arrivati pure loro.
Ci fù dato il permesso di riposarci,come se fosse facile e naturale farlo in quelle condizioni,dopo alcuni giorni,ci fù detto di ritornare in città,i bombardamenti erano cessati,ora toccava a noi.
Quattro squadre,tutti con elevata precisione di tiro,e tutti con una certa esperienza ormai alle spalle,una cosa era strana,tutti civili.
Il compito era semplice,si spiegava tutto in una parola”pulizia”.Benchè non avessi compreso il senso di quel termine in quel momento,mi faceva forza il fatto di avere con me i miei compagni e Liona.
Una ragazza bellissima,fisico gracile,non che io sia stato un’adone fisicamente,non lo sono nemmeno ora.,capelli lunghi nero corvino,occhi verdi,e scusatemi il commento curve da mozzafiato.Insomma una bellissima donna,se oltre all’aspetto fisico ci aggiungi anche una dolcezza disarmante ,sensibile,di poche parole ma quelle poche trasmettevano calore,sicurezza e un velo di tristezza che,molto professionalmente celava ai molti.
Ci fù subito un feeling stupendo,in quei momenti di relativa tranquillità ci buttavamo in discorsi che sarebbero potuti durare giorni interi,senza nessun cenno di noia o,paura di scoprirsi troppo.Ci raccontammo tutto delle nostre vite,e quel patto che idealmente ci legava si fortificò ulteriormente,finimmo per diventare l’uno l’ombra dell’altro e viceversa.Mi raccontò la sua storia,di come il marito morì,in un’attentato da parte di quelli dell’UCK,mi parlò della sua bambina,che era riuscita a portarla da sua nonna che viveva a Durazzo;e di come il suo cuore piangesse per questo.
Durante quei discorsi,facemmo entrambi la stesse promesse,la prima fù quella che non riuscimmo a mantenere a lungo,il cercare di non farci coinvolgere emotivamente e sentimentalmente(era un lusso che in quella situazione non ci potevamo permettere),l’altra fù che qualsiasi cosa sarebbe accaduta,l’altro avrebbe preso l’impegno di stare vicino ai suoi cari.
Promessa ardua la seconda dato che nessuno dei familiari sapeva chi fossimo e cosa in realtà facessimo,per vivere.Arrivammo in città,e li ci dividemmo,in base alle zone che ci erano state assegnate,”mi raccomando cerchiamo di fare una buona pulizia”,furono le parole di chi aveva preso il comando di quel gruppo,e aggiunse che se qualcuno aveva dei dubbi sull’argomento quello era il momento dei chiarimenti(meno male che quasi tutti non avevano capito cosa diamine significasse quella frase).Il concetto è semplice rispose,nonostante i bombardamenti di questi giorni,la città e tenuta sotto costante tiro da dei cecchini,il nostro compito è quello di stanarli,non importa come l’importante è farli smettere,dunque avete carta bianca,e aggiunse,con tono stavolta molto più accentuato e carico di rabbia,”staniamoli quei figli di ……. Stanno facendo strage di civili”.
I gruppi si divesero a loro volta in tanti altri gruppi,per non esser di facile bersaglio,dunque si decise di agire in coppia,liona chiese espressamente di stare con me,il capo accennò un si con la testa,e andammo nella via che ci era stata assegnata.
Un domanda da allora mi perseguita e non so se voglia trovare una risposta,il fatto di non sapere se e quanti ne abbia stanati mi ha aiutato tantissimo nel proseguo della mia vita,ma capita ogni tanto che mi ponga questa domanda specialmente in momenti come questi.
Comunque,il primo giorno passò,fù abbastanza movimentato,ci rendemmo conto della reale situazione che c’era intorno a noi,non si trattava di qualche episodio isolato ma di un’intera città presa di mira da tiratori,appostati in qualsiasi posto,tetti,palazzi semi crollati,case abitate e qualsiasi altra postazione possibile..Ma nonostante tutto il compito fù portato a termine secondo i tempi previsti.Mentre ci accingevamo a raggiungere il posto prefissato per l’incontro con gli altri,ci fermammo in una casa abbandonata,la notte era prossima,e l’incontro sarebbe stato l’indomani,dunque decidemmo di passarla li.
Quella notte era serena sopra noi un manto di stelle,che ci fecero scordare la situazione di pericolo che ci attanagliava in ogni istante,e l’aria di guerra si trasformò in aria di pace,fù colpa della troppa adrenalina o forse semplicemente il desiderio di far capire all’altro,quello che stava provando,ci ritrovammo con le labbra che si stavano sfiorando,le mani che comunicavano al corpo dell’altrola forte emozione e il grande sentimento che c’era in quel momento,e senza dire una parola ma solo con lo sguardo fisso uno negli occhi dell’altro facemmo l’amore.
ALLA PROSSIMA

 
 
 

TERZA PARTE

Post n°33 pubblicato il 30 Settembre 2006 da angeloingabbia

Già la nostra vita,tutto avrei potuto immaginare,ma mai che da quella scelta fatta in poi la mia vita sarebbe cambiata in lungo e in largo.
Con un si,vidi sparire dalla mia testa,convinzioni,modi di pensare,opinioni e idee che,sino a qualche istante prima di quel si,avevo sul mondo militare.
Io proprio io che prima di tutto ciò avevo vissuto la mia adolescenza,per la strada,dividendomi fra centri sociali,occupazioni,manifestazioni contro il sistema,ora mi ritrovavo in mezzo,in prima linea,come del resto lo ero sempre stato.con l’unica differenza di trovarmi schierato in quel sistema che avevo sempre combattuto.
Ci misi poco a capirlo,dopo qualche mese passato a prendere lezione d’inglese,basato solo sull’apprendimento delle cose fondamentali e basilari,mi ritrovai in quella che era la mia prima missione.
Aggregato ad’un gruppo di veterani,se così si può dire fui spedito in Libano,Beirut per l’esattezza,scopo della missione visionare la zona,determinare quale posto sarebbe stato l’ideale per,un’eventuale campo di base per truppe,incontrare agenti dei servizi,con lo scopo di capire l’evolversi della situazione politica del posto,che da lì a poco sarebbe sfociata in guerra.
Insomma si dovevano gettare le fondamenta per quella che sarebbe stata la missione di pace,che qualche tempo dopo vide impiegate le nostre forze armate.
Non durò molto,giusto qualche settimana e al contrario di quel che pensavo fu anche abbastanza divertente,rischio zero per tutta la durata,accoglienza ottima da parte della gente del posto e di chi ci aveva dato supporto logistico.
Ma nonostante ciò,tirai un sospiro di sollievo al mio rientro in patria.
Le missioni che seguirono dopo questa,erano più che altro missioni in cui l’unico scopo era quello di farci fare le ossa,inculcarci quanta più conoscenza dei rischi possibile, portare il nostro raziocinio ai massimi livelli,imparare ad’avere sangue freddo e mente lucida in azioni che richiedevano decisioni drastiche, rapide,ma cosa più importante le più giuste possibili,dato che regola prima, salvaguardare la propria incolumità e quella dei tuoi compagni,portare a termine il compito assegnato,percorrendo strade il meno rischiose possibili.
Intanto gli anni passavano,e devo dire anche in modo abbastanza tranquillo e remunerativo pure,regolarmente riuscivo a fare visita a i miei(sempre convinti della mia professione di operaio edile),la parte più difficile era quella di tenere ben saldo il rapporto con la mia ragazza,un rapporto nella quale credevo in tutto e per tutto.
Aveva poco più di sedici anni quando la conobbi,io ne avevo quasi ventuno,fù il classico amore a prima vista.Inizialmente da parte mia avevo l’intenzione e la voglia di non farmi coinvolgere più di tanto da questa storia,non potevo permettermi questo lusso,sapevo che se mi fossi lasciato andare,sarei stato obligato a mentire anche a lei su molte delle cose che mi riguardavano,lavoro, viaggi,sparizioni improvvise con lunghi silenzi.Ma vinse lei,così provai a cercare il modo di spiegargli quello che sarebbe stata la nostra relazione per via del mio lavoro,quello che sarebbe accaduto quando sarei ripartito,e con mia sorpresa lei accettò questa mia situazione,addirittura ringraziandomi della mia (falsa) sincerità che avevo mostrato a lei,segno di un’interesse sincero e vero.In realtà era così,il mio interesse verso lei era vero,ma……il peggio doveva ancora accadere.
Erano ormai quattro anni che la nostra storia andava avanti,con i soliti alti e bassi che qualsiasi coppia a,ma tutto andava bene,rimorso a parte nel dover ogni volta mentire su alcune cose.
Durante una delle mie solite visite ricevetti una telefonata,era un’ordine di rientro immediato,camuffato sotto partenza per un nuovo cantiere,riuscì a mettermi in contatto con la mia fonte,per chiarimenti dato che non c’erano situazioni preoccupanti nelle aree in cui eravamo impiegati,lui mi rispose rientre immediatamente abbiamo poco tempo.
Parole di lei”i tuoi occhi sono cambiati,hai una strana luce,che succede?”Già cosa rispondere ad’una domanda così?La mia testa era altrove,la preoccupazione a mille,l’adrenalina al massimo,era accaduto qualcosa di tremendamente forte,me lo sentivo,farfugliai qualcosa non ricordo nemmeno cosa,ma si convinse e partii.
Giunto al comando,ritirai immediatamente quelle che erano le consegne e partimmo,questa volta eravamo noi quattro,durante il viaggio si sarebbe aggiunto un quinto elemento,di cui non sapevamo nulla.
Ci stava aspettando al confine con la Jugoslavia,unica cosa certa che si sapeva,era l’unica a parlare lo slavo,già unica dato che si trattava di una ragazza,aveva ventitrè anni,si chiamava Liona,di origine italo albanesi.Lavorava per i servizi della AISF.Da quel momento in poi sarebbe stata la nostra guida,per il cammino che ci avrebbe condotto a Belgrado.
ALLA PROSSIMA

 
 
 

SECONDA PARTE

Post n°32 pubblicato il 23 Settembre 2006 da angeloingabbia

SECONDA PARTE


Qualche giorno prima del tanto atteso congedo,siamo nei primi giorni di maggio del 1987,il sig.Gheddafi a la splendida idea di spedire per posta aerea due razzi,destinazione Sigonella, isola stupenda ma, anche sede di una delle basi aereomilitari più importanti della nato presenti sul nostro territorio.Il gesto benché folle e inutile,dato che quel tipo di missili non avrebbero mai potuto raggiungere ne l’isola ne tanto meno la base dato la loro limitata forza di gettata,procurò comunque uno scompiglio generale,portando lo stato di allerta generale ai quasi massimi livelli.
Per via del nostro compito fin lì fatto, e anche abbastanza bene,finimmo per seguire il nostro generale,all’epoca dei fatti ,era anche il capo di stato maggiore,su quell’isola per un’ispezione di routine lui,e logicamente per scorta noi.
A dire il vero fù come un dolce weekend al mare,prima del congedo,ma nell’aria si respirava un qualcosa di ben più pesante,e di poco definito.
Al nostro rientro,a bordo di un c130 militare,il generale cominciò a sondare il nostro stato d’animo con delle domande che lasciavano presagire una qualche proposta che ci sarebbe stata fatta da li a poco,essendo il più alto in grado fra i quattro,e anche il più stufo di tanto mistero presi parola con il suo permesso,e senza tanti giri di parole chiesi di arrivare subito al dunque,non servivano tante domande ma solo mostrare quelle che erano le reali intenzioni.
E così fece,in pratica ci propose di poter restare ancora in servizio attivo anche dopo il congedo,o come firmatari di una probabile carriera militare,o come civili incorporati in una struttura governativa,mostrandoci quello che sarebbe stato il nostro futuro in base alla scelta compiuta.
Non nascondo che la differenza era enorme,la prima era legata ,anche troppo a quelle che sono le regole militari in tutto e per tutto,anche sotto l’aspetto economico,la seconda lasciava presagire ben altri scenari,molto più carichi sia economicamente,che sotto l’aspetto adrenalinico.
Comunque ci furono dati alcuni giorni per pensarci su,e alla fine giungemmo alla decisione di accettare la seconda opzione,cioè quella civile a patto che i quattro non sarebbero stati divisi,dato che ormai c’era fiducia l’uno nell’altro,affiatamento e massima conoscenza nelle capacità proprie e altrui.La cosa fù accettata di buon grado e così venimmo congedati come da programma ,ma nemmeno il tempo di rifiatare e,spediti subito in Sardegna,Capo Teulada ,scuola militare altro corso,altre specializzazioni,altro ambiente.Si altro ambiente,la cosa cambiò d’improvviso,nel senso che,se da militari di naia avevi la possibilità di prender sotto gamba e con allegria qualsiasi cosa,ora lì non si scherzava più,la rigidità,l’impegno e la determinazione erano basi fondamentali,dato che aggiungendo a queste la massima concentrazione,sarebbero diventate regole principali per preservare in futuro la nostra vita e quelle di altri.
Non avevamo ancora ben chiare le cose,ne su questa organizzazione governativa,ne tanto meno su cosa avremmo dovuto fare,ma la situazione cominciava a piacerci,si rendeva sempre più interessante ogni giorno di più,tranne una,il fatto di dover mentire ai nostri familiari,su ciò che era stata la nostra scelta e su dove ci si trovava.Per me fu abbastanza semplice la situazione,mi bastò dire a mia madre che avevo trovato lavoro in un’impresa edile del nord,e che al momemento stavo lavorando,a supporto di ciò facevo pervenire un contributo mesile,e questo ovviamente non destò nessun sospetto,dato che tempo addietro avevo già ventilato a mia madre il verificarsi di questa ipotesi pur di non tornare all’ovile.
I mesi passarono abbastanza velocemente,e anche con una scarsa noiosità,dato che mai giorno fu uguale all’altro,sempre cose e situazioni nuove,interessanti e utili,tornai a casa per le festività di Natale, dopo mesi di mia latitanza,e come logico che fosse,fui messo sotto interrogatorio da mia madre,che mi tempestò di domande,ma dove lavori e con chi,dove abiti e come stai?Ed’eccomi li a sparar l’ennesima raffica di menzogne,lezione che già mi ero preparato con largo anticipo,e curando nei minimi particolari,e tutto sommato andò bene, escludendo il dolore che provavo nel dover raccontare un sacco di bugie.
Le festività andarono via lisce e arrivò il giorno della ripartenza,non sapevo ancora dove sarei dovuto andare e cosa avrei dovuto fare,sapevo solo che una telefonata mi avrebbe detto il mio percorso e il luogo di arrivo.
Era tarda sera quando la telefonata attesa arrivò,una voce che non avevo mai sentito prima mi diede le disposizioni in maniera fredda e frettolosa,nemmeno il tempo per qualche chiarimento in più,detto quello che doveva dirmi chiuse(senza manco salutare maleducato).Dovevo presentarmi a Roma,avevo una prenotazione di un volo a mio nome,al mio arrivo avrei dovuto aspettare qualcuno che mi avrebbe preso per accompagnarmi alla destinazione,e così feci,sbarcato a Roma,trovai ad’aspettarmi gli altri tre,con somma gioia aggiungo,dopo circa mezz’ora un signore distinto e non in divisa ci chiese di seguirlo il generale ci stava aspettando.
Arrivammo al comando,almeno così disse lui,una palazzina abbastanza fatiscente,in un quartiere periferico ,all’interno un’unica stanza,che al contrario dell’esterno e dei corridoi passati,era tutt’altro.Attrezzata di strumentazioni molto sofisticate per l’epoca e molto avanzate,una decina di persone che lavoravano,alcuni in divisa altri in borghese,all’improvviso un benvenuto familiare risuonò nella stanza,ci chiese se il viaggio era andato bene e se fossimo stanchi,al nostro tutto bene ci portò in quello che doveva essere il suo ufficio,ci sedemmo e ci spiegò in linea di massima quello che da quel momento in poi sarebbe stata la nostra vita.


ALLA PROSSIMA PARTE
P.S SPERO DI NON ANNOIARVI

 
 
 
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