Creato da cingomma il 06/09/2006

cingomma

Lana fuori..Cotone sulla pelle

 

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Post n°205 pubblicato il 03 Aprile 2009 da cingomma
 

 UN PASSO INDIETRO

In quel cortile ci trascorrevo le giornate. Dal basso del mio metro scarso vedevo tutto immenso e grande. Con la cross arancione dalla sella lunga e il manubrio a U zizagavo fra trattori parcheggiati galline impaurite e oche svolazzanti a schivare la ruota e sfioravo impavida arnesi di campagna impolverati e arrugginiti sparpagliati qua e là nell’aia circondata dall’orto e dalle piante da frutto. Gli stessi marchingegni che a volte erano mostri a volte macchine per il gelato o astronavi e altre ancora scivoli o trampolini improvvisati. In inverno, in quell’oasi agricola stranamente collocata e armoniosamente mimetizzata nel cuore del paese con quel suo alto cancello dai battenti in ferro a dividere la fila di case padronali allineate sul ciglio della strada, modellavo buffi pupazzi di neve insieme a Lui che si divertiva ad animare manate di bianca poltiglia che una sull’altra a poco a poco si trasformavano in allegri ometti bianchi coi bottoni al posto degli occhi e ricciolute parrucche di carnevale in testa.. O giocavo ad arrampicarmi sulle montagne di neve  che nonno spingeva negli angoli manovrando il suo grande trattore rosso sul quale salivo spesso seduta sulle sue gambe mentre a passo d’uomo lo guidavamo verso la rimessa. Il motore scoppiettava il sellino molleggiato sussultava e la sua timida barba di giornata a intervalli mi solleticava la tempia seguendone il ritmo. Mi pizzicava come la polvere di riso che gli si attaccava alla camicia e mi lasciava addosso prurito quando gli saltavo al collo appena entrava in casa di ritorno dall’essiccatoio dove aveva faticosamente spalato piramidi di riso. 

In tutto questo, nonna passava il tempo a sorvegliarmi con vigile apprensione attraverso quei suoi sorridenti occhi azzurri sopra due gote dal genuino colorito rosso passione. Rosso amore per quella bambina troppo vivace e troppo maschiaccio a dispetto di quei lineamenti delicati e dolci che nessuno avrebbe mai pensato potessero disidratarsi nel tempo sino a rinsecchirsi fra le pieghe di corrucciate smorfie di donna.  

Mi rincorreva ansimando attenta che non mi facessi male, mi accarezzava la testa asciugandomi le lacrime che a goccione pesanti scendevano dai miei occhi bruni per una sbucciatura al ginocchio che bruciava o un taglio al dito che sanguinava, mi disinfettava le ferite e leniva tutti i dolori del mondo con l’uovo sbattuto al caffè che lavorava energicamente seduta fuori sulla panca a ridosso del muro di casa.

 

Poi un bel giorno di maggio, di ritorno da scuola, l’ho trovata sdraiata sul divano attorniata dalle zie che con fatica mascheravano ai miei occhi la gravità della situazione convincendomi che si trattava solo di mal di testa sostituendo con goffi tentativi di serena normalità i famigliari gesti di nonna nel farmi sedere a tavola spiegarmi il tovagliolo e servirmi pastasciutta mentre i miei occhi allo stesso tempo curiosi impauriti straniti e tristi cercavano di scorgere frammenti del suo volto attraverso i corpi delle altre donne, ricurve e affaccendate su di lei chiuse in un segreto mormorio bisbigliato, alla ricerca di qualche segnale che mi confortasse o in qualche modo mi svelasse la vera ragione del perché fosse lì sdraiata assente e indifferente alla mia presenza e a tutto il mio senso di vuoto di cui ancora ne vivo il ricordo. Qualche ora dopo è stata trasportata all’ospedale dove c’è rimasta venti giorni per poi morire. Ricordo di averle voluto dare l’ultimo saluto dalla bara dove distesa e silenziosa sembrava sorridermi per l’ultima volta in quella sua definitiva serena espressione di pace eterna incorniciata da immacolato raso bianco. Lui voleva essere sicuro di questa scelta. Per me niente poteva esser peggio di quei venti giorni in cui la vedevo ancora viva ma più morta che dentro la bara. In quel suo disarmante mondo parallelo dove non esisteva un equilibrio spazio temporale e che la portava ad alternare brevi attimi di lucidità a interminabili periodi d’infantile incoscienza che me la facevano sembrare piu piccola e bambina di me. Per me se n’era andata quel giorno di ritorno da scuola.

 

Nonno invece mi ha accompagnata sino all’età adulta sopravvivendo al dolore nel suo elegante e sobrio modo di essere. Se n’è andato ormai convinto e rassegnato ad un’unica nipote incallita fumatrice ed eretica impenitente ma tanto innamorata del suo mite sguardo timido e della sua pelata nascosta sotto al cappello che ora si tiene in casa e che ogni tanto accarezza alla puerile ricerca di un impossibile segno di tangibilità terrena di quell’uomo che lo teneva in testa

 

 

Oggi son passata di lì. A piedi. Rasentando il cancello ho sentito freddo. Senza nemmeno guardarci oltre. Senza nemmeno entrare a farci un giro.

 
 
 
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