il vecchio prof
«Quando miro in cielo arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?»
LE DOMANDE DI UN UOMO VERO
IL CIRCO DELLA FARFALLA: STUPIRSI DI NOI
Lo ripropongo perché aiuta nella ricerca:
c'è uno sguardo che ti permette di
recuperare il senso e la dignità dell'esistere
... limiti compresi
(un quarto d'ora speso bene)
LETTERA A DANTE
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Allora quando il lavoro è finito
(e, magari, sembra averci ammazzati per non lasciar più spazio altro che per il sonno e magari neppure per quello);
quando ci si alza dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più;
quando non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari s'è ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico d'odio e d'amore)
e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo, dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come il nulla verso cui andiamo,
comincia a crescere dentro di noi un bisogno infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro;
di trovare un "qualcuno"; quel "qualcuno" che ci illuda, fosse pure per un solo momento, del poter distruggere e annientare quella solitudine;
di poter ricomporre quell'unità
lacerata e perduta.
G.Testori
su L'Espresso 1975
LA GOCCIA
« basta davvero il potere ... | La realtà e l'essenziale » |
«Quando è morto anche David, il suo migliore amico,
mio figlio Elad è stato colto dalla disperazione.
Nel messaggio che ci ha lasciato prima di suicidarsi, diceva di
non voler più vivere in un Paese i cui figli sembrano destinati
a una morte senza scopo».
A raccontare è Roni Hirschenson, di Parent’s Circle.
Ha perso due figli, Amir morto in un attentato terroristico
e subito dopo Elad, che si è tolto la vita perché non riusciva
più a sopportare il dolore.
«Nulla al mondo riuscirà a restituirmi mio figlio»,
continua Roni: «Ma è importante che ci incontriamo.
Dobbiamo rimanere insieme, palestinesi e israeliani,
sulla strada che porta alla pace».
Mohammed Najiv, arabo della striscia di Gaza,
ha perso suo figlio Ashraf nel 1996, in uno scontro con soldati israeliani.
Anche lui è tra i fondatori di questa associazione di “genitori in lutto”.
Sono tantissime le storie che si potrebbero raccontare
di questo strano gruppo di persone che s’impegnano
per vivere la pace fra israeliani e palestinesi.
«Noi, che abbiamo perso i nostri figli nella guerra fra i due popoli,
sosteniamo la pace.
Noi, madri e padri, vogliamo arrivare a un accordo fra i due popoli,
perché non accada più a nessuno quanto è successo ai nostri figli».
Erano in dieci nei primi anni Novanta, quando è nata l’associazione.
Oggi sono più di seicento.
Tutti genitori che hanno perso i figli durante il conflitto israelo-palestinese,
e che nonostante tutto hanno scelto di dedicarsi al dialogo.
«Abbiamo cominciato ad incontrarci vincendo le reciproche diffidenze
e i pregiudizi, e abbiamo scoperto con sorpresa
che avevamo molte cose in comune:
un lutto e un grande dolore, innanzitutto.
Io ho perso un figlio, una mia amica la figlia, chi il padre,
chi la madre o la sorella…
Stiamo soffrendo per lo stesso dolore, pur non parlando la stessa lingua».
Il dolore non ha razza né lingua, è identico per ciascuno.
«Così come sono uguali», racconta Osama,
«il nostro sangue e il nostro futuro:
vogliamo vivere in pace, senza più guerre.
Desideriamo vivere in pace insieme.
Palestinesi e israeliani».
Non con teorie, ma attraverso azioni concrete.
Per esempio, hanno attivato una linea telefonica gratuita,
“Hello Peace!”, un progetto finanziato dall’Unione Europea che permette
a israeliani e palestinesi di parlare di riconciliazione e pace
con persone “dell'altra parte”.
Da quando è iniziato questo progetto, circa un anno e mezzo fa,
le chiamate sono state 400mila.
«Wow, ma è gente come me»:
è la prima cosa che generalmente dicono dopo aver messo giù
la cornetta del telefono.
Da diversi anni poi, sono attive le donazioni di sangue incrociate.
Sangue palestinese per soccorrere i feriti israeliani,
sangue israeliano per soccorrere i palestinesi.
Chi fa parte di Parent’s Circle gira con l’ambulanza per tutto il Paese,
anche se le restrizioni sugli spostamenti rendono più difficile il servizio.
Eppure il messaggio resta: anziché spargere il sangue è tempo di donarlo.
Laila ha perso due dei tre figli durante la seconda Intifada.
Uccisi mentre andavano a scuola.
Incontrandola, ci ha raccontato di come ha imparato a perdonare.
All’ultima figlia che le chiedeva perché non odiasse chi le aveva ucciso i fratelli,
ha risposto: «Se mi mettessi a odiare anche gli assassini dei miei figli,
penso che non riuscirei più a vivere.
Amare è l’unico modo che ho di stare al mondo».
L’unico modo per tutti i genitori di Parent’s Circle.
(Tratto da un articolo su Tracce di Andrea Avveduto)
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...per certa gente
è serio il problema dei soldi,
è serio il problema dei figli,
è serio il problema
dell'uomo e della donna,
è serio il problema della salute,
è serio il problema politico:
tutto è serio
eccetto la vita.
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Chiedete a un padre
se il miglior momento
non è quando i suoi figli
cominciano ad amarlo
come uomini,
lui stesso, come uomo,
liberamente,
gratuitamente....
quando i suoi figli
cominciano a diventare uomini
.... E lui stesso, lo trattano
come un uomo libero..
Peguy
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