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Giulio Giorello, Luciano Pranzetti. Antonio Scurati

Post n°1041 pubblicato il 28 Luglio 2020 da giuliosforza

 

960

  Man mano che procedo nella lettura di M. Il figlio del secolo, il suo autore, Antonio Scurati, autore pluripremiato (forse unico suo neo) sale nella mia stima. Il suo modo di avvicinarsi ai principali personaggi, dell’una e dell’altra parte politica, del romanzo storico (ché tale, più che semplice romanzo, esso m’appare) protagonisti dei primi turbolenti e tragici anni post-bellici (1919 -1924), è il più distaccato, oggettivo, imparziale (nello stile di un De Felice), infine scattante e vivace nello stile e documentatissimo nei contenuti (si intuisce al suo interno una sconfinata bibliografia). Finalmente non perdo il mio tempo né alla lettura mi si arrovellano i visceri.  

*

   Due parole di premessa a LUOGHI COMUNI, FALSI E BUFALE, di Luciano Pranzetti.

   Di tutte le decadenze, gli svilimenti, le degradazioni, gli involgarimenti, infine gli scempi di cui sono stato nella mia interminabile vita e sono tuttora testimone, la progressiva perdita di senso della Parola è quella che più mi ha ferito e ferisce, poiché attenta direttamente ai semèia, ai simboli di cui la Parola fu al suo inizio sostanza (ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος, un Logos creante - la prima Parola come Fiat), coincidente perciò con l’Azione, la faustiana Anfang che all’Inizio del poema il Francofortese predica sostitutiva del Logos -che di fatti un Idea che non si faccia Azione, che un azione che non sia idea incarnata? A superare l’impasse penserà l’Atto gentiliano). Attentando alla Parola si attenta alla radice stessa della comunicazione dell’uomo con se stesso, dell’uomo con le cose che le parole sono, dell’uomo con la natura-idea-naturata, dell’uomo con l’uomo-natura-idealizzata, dell’uomo con Dio Natura naturans e Natura nec creata creans Senza la Parola non resta che il silenzio dell’Essere, anzi non resta che il vuoto del non-Essere,

   La denuncia che Luciano Pranzetti, in questo suo secondo volume di rilievi vivaci  ai limiti della stroncatura, con fine analisi filologica fa delle insensatezze, delle approssimazioni, delle volgarità, delle insignificanze trapassate nel linguaggio comune per ignoranza o negligenza, ed anche per vile resa alle loquele “barbariche” imperanti (soprattutto quelle imposte dall’imperialismo linguistico albionico nella sua corrotta versione yenkee), aliene allo spirito della nostra lingua che è poi lo spirito del nostro proprio essere-al-mondo in quanto esser-con (Sein come Mitsein), tale denuncia si fa più profonda e particolareggiata, e, se fosse possibile, più capillarmente attenta a cogliere nei singoli lemmi e nella loro tessitura grammaticale e sintattica un colpevole tradimento della storia della nostra lingua quale si è andata evolvendo, sia nell’uso comune che in quello togato, ma soprattutto in quello della comunicazione massiva dei ‘media’ (latine, quaeso!). L’evoluzione della lingua, fenomeno normale in tempi normali, va ora assumendo sempre più i caratteri di un tradimento e di una capitolazione. cause fatali del suo sempre più veloce svuotamento di senso. E così fatalmente un fenomeno che potrebbe, e vorrebbe, apparire puramente e astrattamente formale, si fa etico: allorché una lingua si corrompe e si depaupera, si corrompe e si depaupera il popolo che ad essa fa riferimento e attraverso la quale si pone dicendosi; fatalmente decadono i suoi valori e i suoi costumi, fatalmente si autonega quale soggetto morale. E fu forse questo il motivo che spinse Kung-fu-tzu, alias Confucio, nella sua duplice veste di filosofo e di legislatore, a porre al centro del suo sistema di regole civili (delle celesti si preoccupava il Tao-Te-Ching del contemporaneo Lao-tzu) la questione linguistica. In uno dei suoi più celebri Aforismi egli avrebbe affermato: “Se fossi imperatore della Cina per prima cosa restituirei al loro senso primigenio le parole”.

Non credo esista migliore, più radicale e profonda, più originale riforma.

    

*

Dopo l'''Edgar" di Puccini (opera forse ingiustamente sottovalutata), riascoltato, nella interpretazione di Placido Domingo, il suo 'Inno a Roma', vittima di una stupida damnatio memoriae da parte di chi, oltretutto, non sa che fu scritto prima dell'avvento del Fascismo. Io ero solito farne cantare il ritornello ("Sole che sorgi libero e giocondo - sui colli nostri i tuoi cavalli doma. - Tu non vedrai nessuna cosa al mondo - Maggior di Roma") nei perfetti versi saffici dell'originale oraziano del 'Carmen saeculare': "Alme sol curru nitido diemqui - promis et celas aliusque et idem - nasceris possis nihil Urbe Roma - visere maius".

Il giovane Orazio, studente ad Atene, s'era arruolato (tranne poi a gettare, per sua ammissione, lo scudo) nella battaglia di Filippi coi repubblicani di Bruto e Cassio, testardi difensori di una Repubblica corrottissima e ormai agli sgoccioli, assassini (giustizieri?) di Cesare, finiti dopo la sconfitta suicidi. Il fatto non impedì ad Orazio di scrivere per i 'Ludi saeculares' del '17 a. C., indetti da Cesare Ottaviano, nipote e figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare, il Carmen.

Propongo una bella damnatio memoriae anche per il Venosino.

*

   Ritrovo nella mia casetta di campagna, ove trascorro piacevoli giorni di solitudine e di frescura, uno dei libri più interessanti di Giulio Giorello, di quelli che dirò da riposo della mente, uno dei tanti da lui dedicati ad argomenti non strettamente legati alla specifica riflessione filosofica (divagazioni e distrazioni salutari per lo spirito, che da taluno gli sono state subdolamente rimproverate, con pessimo gusto e supponente sorniona ipocrisia, in occasione della sua recente scomparsa): Il tradimento. In politica in amore e non solo (Longanesi 2010). Lo ritrovo interrotto alla pagina 86, alla fine del capitolo “Filosofi armati e pronti a tradire”, e lo riprenderò immediatamente, alternandolo col Dictator. L’ombra di Cesare (Newton Compton 2010, RSC Mediagroup 2019). Non ricordo il motivo dell’interruzione (forse semplicemente la fine della vacanza e il ritorno alle frenesie cittadine) di una lettura che deve avermi molto interessato se sono molte le sottolineature e le annotazioni a matita di cui trovo martoriate le pagine. Riprendo, sub tegmine…caelebis platani ultracentenario (quello dei due che guarda l’altipiano del Cavaliere, i monti sabini e carseolani e il dominatore Velino) se già bambino lo ricordo in tutta la sua attuale imponenza), al capitolo “Trenta denari per l’immortalità. Teologia”, non senza prima avere ridato uno sguardo, per rinfrescarmi la mente, alla presentazione in bandella, ove si legge:

   “Peggio di Caino e di Abele, due loschi fratelli della Toscana medievale si fronteggiano, il pugnale nella destra celata dietro le spalle. E riescono a uccidersi contemporaneamente. Questi due tragici spettri introducono Dante nel posto più sozzo dell’Inferno, ove i traditori sono collocati nel centro geometrico dell’universo…Oggi è tornato di moda trattarsi reciprocamente come dei Giuda, pronti a vendere la famiglia o il partito per trenta denari. Eppure manca, in tutto questo caleidoscopio di accuse e di insulti, la dimensione epica del tradimento, come sfida a Dio e agli uomini insieme, intreccio indissolubile di malafede e di orgoglio, di crudeltà e di invidia.

   E dire che può esserci persino un uso geniale, creativo e finanche ‘virtuoso’ del tradimento: ce l’hanno insegnato tipi insospettabili come Machiavelli, Shakespeare e Leopardi, per non dire di Mozart e Da Ponte. Negli affari di cuore come in quelli di politica: ma perché tutto non ricada nel conformismo, occorre che traditi e traditori ‘abbiano fermo il cuor nel petto’, cioè diano prova di quel coraggio che spazza via le ipocrisie dei moralisti d’ogni colore. Il coraggio che spingeva Bruto e Cassio – i due ‘arcitraditori’ di Cesare – a proclamarsi ‘liberi e armati’”.

   Avvezzo alle Wanderungen e alle flâneries, non solo intellettuali, riprendo il cammino senza meta con l’ombra recente di un Uomo che avrebbe potuto essermi amico (e che per un solo intenso pomeriggio ebbi in un estemporaneo colloquio a Nola da Bruno familiare) come me ‘traditore’ dei suoi maestri, e per questo forse di essi testimone non indegno.

 

__________________

  

Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

   

 

 

 
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Acqua di Colonia 4711 ed altri sparsi pensari

Post n°1040 pubblicato il 11 Luglio 2020 da giuliosforza

 

959

  Ante Scriptum. Se spesso uso 'pensari' invece che 'pensieri' non lo faccio certo per un vezzo, ma per fedeltà alla mia antica fede attualistica. Pensiero è 'fatto', pensare è 'atto'. Tra i due concetti è un abisso.

 

   Solo sparsi e disordinati pensari nella beata solitudine (sola beatitudine) finalmente recuperata del mio borgo selvaggio che ormai solo amati fantasmi inabitano. Eccone alcuni.

   La compagnia teatrale Frosini-Timpano non conosce crisi, anzi la crisi sfida. Si direbbe che sua Maestà beffarda la Peste non  le faccia un baffo, la renda al contrario sempre più effervescente, sempre più vivace e presente e provocatoria, come forse mai fu nei tempi non infestati dal Mostro, diversamente da noi comuni mortali che, per quanto retoricamente e testardamente e niccianamente vitalisti si sia stati e si sia, anche, forse soprattutto, per motivi anagrafici stiamo perdendo colpi ed energia e siamo seriamente tentati, per la prima volta in vita, di depressione (ma a 87 anni ci si può stare). Gli effluvi della loro Acqua di Colonia (la loro pièce, leggo, con Gli sposi, di maggior successo da noi e all’estero) mi raggiungono anche nel mio fresco verde e coloratissimo eremo del Frainile confondendosi con quelli delle rose delle lavande delle ortensie degli ibiscus dei rosmarini  dei bossi dei gelsomini del piccolo giardino che l’ombra del noce secolare e del suo più giovane rampollo protegge dall’ardenza canicolare. Insomma, alla la Daniele-Timpano la crisi sembra aver molto giovato in risonanza, ha di molto accresciuto la sua già vasta e meritata visibilità, ha permesso alla coppia, soprattutto a Daniele, di condurre civilmente vivaci  battaglie polemiche che hanno visto protagonisti anche molti non addetti ai lavori, fra i quali con queste due chiacchiere  oso collocarmi anch’io, entrando non nel merito del giudizio estetico al quale mi reputo inadeguato, ma di quello politico storico sul quale penso di poter dire la mia senza troppo sfigurare, pur se la mia riflessione, come sempre fuori dagli schemi, potrà attirarmi la solita accusa becera (da parte di chi non gradisce, o non conosce, la mia anarchia mentale, pagata con l’emarginazione e l’esclusione dai banchetti e dalle laute prebende riservati agli appigionati) di revisionismo. ‘Comunista’ per i fascisti, ‘fascista’ per i comunisti, io continuo a divertirmi imperterrito a pensare con la mia testa, attento a non distruggere proprio in questi estremi giorni di mia vita la mia faticata nomea. E imperterrito continuo a sfottere con Formiggini: Amor labor vitast, risus quoque vitast, et mihi confricor.

   Ciò su cui intendo dire la mia è la damnatio memoriae, ciò di cui si tace e ciò di cui ossessivamente non si smette mai di tacere, fino a generare nel testimone disincantato un rifiuto totale dello stile e del merito. Ne sono prova i dibattiti occasionati dai più recenti fatti di stupida iconoclastia, di cui in questi giorni quasi più del covid si è parlato. Anche Daniele ha detto intelligentemente la sua, soprattutto in riferimento ai fatti di cui drammaticamente si dice in (e più felice titolo non avrebbe potuto scegliersi) Acqua di Colonia.

   Amo l’acqua di colonia, soprattutto nella sua versione 4711, e non solo perché fu la preferita di Goethe, di Beethoven, di Napoleone. L’amo perché fu creata nel secolo diletto del barocchismo e del rococò in Kӧln dall’emigrato italiano Giovanni Maria Farina. L’amo per la sua fragranza leggera, da donne e uomini raffinati che non hanno bisogno di versare sul proprio corpo litri di forti profumi per coprirne i fetori. L’amo perché mi evoca giornate indimenticabili vissute, solo o in discreta compagnia, nella valle del Reno, alla ricerca dei doni di Natura e d’Arte di cui quelle beate terre gli dei vollero colmare, e proprio all’ombra del Duomo per antonomasia concluse. E la amo perché è il titolo, metaforicamente azzeccatissimo, della pièce frosiniano-timpanea.

   Non è la memoria Memoria se non è memoria spazialmente e temporalmente totale. Se non le sono connaturali distacco e disincanto critici. E sospetta è la sua damnatio se serve a sorvolare, se non a sottacere,   sugli eccidi di ogni genere, talmente criminosi da far rabbrividire ogni  animo minimamente sensibile, commessi in ogni parte, e in ogni tempo, dell’orbe terracqueo (colmati di cadaveri furono e sono gli oceani, resi deserti d’umanità interi continenti, estirpate genie dal cinque volte secolare imperialismo anglo-franco-ispano-lusitano-olandese, per tacere di tutti gli altri eccidi) compresi quelli dati per ordinati, epperciò benedetti (Nobiscum Deus, Gott mit Uns) dalle varie divinità: gli Zeus, i Juppiter, i Jehovah, i Brahma, i Wohtan- nei capolavori delle varie  mitologie (poemi omerici,  Bibbia,  Bhagavad Gita, cicli nibelungici e saghe varie…)  per le conquiste delle ‘terre promesse’: ordini da esse divinità impartiti all’homo da allora sempre più sapiens, vale a dire più raffinato, sapiente in ferinità.      

   Se si rinuncia al criterio dell’arte per l’arte, che essa almeno equanimemente riservi le sue attenzioni alle infamie commesse non solo dai vinti, ma anche, direi soprattutto, dai vincitori, non dimenticando i genocidi, gli stupri, gli sventramenti operati  per ‘ordine divino’, dai vari Krishna-Arjuna, Giosuè, Alessandro, Cesare, Ariovisto, Carlo Magno, i Crociati, Carlo V e Filippo II, il Re Sole, Napoleone, Hitler, Stalin ecc. ecc., e le truppe dei Patton e dei Juin. Ma in questi casi la memoria damnanda è selettiva. Si limita agli eventi più recenti stando ben attenta a concedere eventuali attenuanti più ai vincitori che ai vinti, dimenticando che à la guerre   comme à la guerre vale per tutti, e che il Tu regere imperio populos, Romane, memento: hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos» non è, sol perché virgiliano, meno sospetto e, almeno per i miei gusti, meno odioso.

   Insomma: io che nella primissima infanzia, e ben lo ricordo, vidi mio padre, già reduce da un settennato di Grande Guerra trascorso, come egli soleva dire, a bagno, in quanto caporal maggiore del genio pontieri, fra il crepitio delle  mitragliatrici e i primi attacchi aerei, e concluso con l’estremo massacro  delle Ardenne che ebbe fra le sue vittime anche il suo fratello maggiore ritrovato fortunosamente senza testa la mattina dopo la battaglia fra il mucchio delle 4000 vittime italiane; io che lo vidi partire per la Guerra d’Africa alla bella età di quaranta anni, obbligato, lui socialista (poi comunista) a prender la tessera e offrirsi volontario per poter sfamare la sua numerosa famiglia (la sua modesta impresa edilizia era stata fatta fallire per  le sue idee politiche); io che ho ancora nelle orecchie le canzoni struggenti Tripoli bel suol d’amore,  Faccetta nera, Adua è liberata, Impero, Mamma ritornerò nella casetta, La sagra di Giarabub…  e soprattutto ho negli occhi la figura gigantesca e sorridente del comandante di Squadra Biagio Sforza, stagliata nell’aria torrida di Dire Daua, con in braccio una deliziosa creatura nera, essa stessa sorridente nel suo vestitino nuovo; io non riesco a pensare quegli eventi nello spirito della damnatio memoriae. Mentre amerei che qualche artista della scena dedicasse una memoria critica, oltre che al solito fascismo - cosa che fanno, mi risulta, egregiamente Elvira e Daniele- a personaggi e periodi ritenuti intoccabili, che si tende a tenere sotto silenzio perché le malefatte e le turpitudini non emergano: non bastano, ad esempio, il romanzo di Moravia, o il film di De Sica, o la recente opera lirica di Marco Tutino dal comune nome La Ciociara, sotto sotto benevolmente ammiccanti ai vincitori e con nell’anima la disposizione a conceder loro tutte le attenuanti del caso, a render lo scempio selvaggio che le orde dei goumiers marocchini stupratori sodomizzatori sventratori, incitati dai loro comandanti francesi, fecero di oltre settemila uomini donne bambini di Ciociaria dopo lo sfondamento del fronte di Cassino, meno orrendo e ripugnante. A Elvira e Daniele, che con la loro arte, intelligente ed arguta, han saputo, leggo, darci con Acqua di Colonia un ritratto storicamente oggettivo ed esteticamente notevole (c’è chi ha parlato di capolavoro) della nostra breve vicenda africana (la colonia libico-etiope-somalo-eritrea ebbe breve vita, una cinquantina d’anni circa, nulla al confronto del plurisecolare efferato colonialismo europeo) dei fatti e misfatti coloniali precedenti il ventennio fascista, il compito di sopperire: non mancano loro all’uopo ingegno e lena.

 

*

   Un sogno improbabile: Volpicelli m’affida una conferenza su la filosofia dello sport, soprattutto del pallone, da tenere in un convegno internazionale. La progetto, ma poi prudentemente il sogno svanisce. Nello sport in genere, ma soprattutto nel calcio, sono analfabeta pressoché totale.

  

*

Goduta su Rai5, L’Osteria di Marechiaro di Paisiello, di non eccelsa fattura, recentemente scoperta e curata da Roberto De Simone. Una assoluta novità, dunque, non solo per me. E già per questo fatto è valsa la pena ascoltarla. La figura di Roberto De Simone, musicologo, regista e compositore, creatore della Compagnia di Canto popolare e autore di numerose raccolte, mi ha sempre molto intrigato. E l’ho anche molto invidiato. Ha la mia stessa età stupendamente portata, 87 anni. Spero che questo numero 87, che la Smorfia e la Cabala vogliono collegato allo schifoso pidocchio, alla donna affogata, a pezzenteria ecc., ma anche al suono dell’organo, non ci porti male. Mi piace soprattutto questo suo ultimo collegamento. L’organo, strumento principe per eccellenza che in sé racchiude una intera orchestra, fu la mia grande passione tradita fin da fanciullo. Con Giacomo Pedemonte, titolare dello strumento al Conservatorio Nicolò Paganini di Genova e vanto della Basilica dell’Immacolata e della Chiesa del Gesù, non andai oltre i rudimenti: la mia passione musicale prese un’altra strada, quella della direzione di coro, che avrei poi esercitato, amatorialmente, per tutta la vita. Sono rari in Rai i concerti d’organo solista, ma nella stessa circostanza ho potuto godermi, questo sì splendidamente eseguito, un concerto per organo del settecentesco Giuseppe Sammartini. Mi è sfuggito il nome dell’esecutore.

   Il pidocchio anche ha avuto nella mia vita una grande presenza. Mi raccontava una mia zia che nelle rare volte in cui zio Antonio, che poi sarebbe morto nella battaglia delle Ardenne, e papà andavano in licenza, le loro divise erano talmente infestate dai volgari insetti che nella tinozza dove venivano messe a bagno galleggiavano in tal quantità da venire raccolti con la schiumarola. Io stesso, come tutti i miei compagni, d’altronde, sottonutriti e in condizioni igieniche miserevoli da tempo di guerra, alle elementari (anni ’39 – ’44) nei ero divorato. Ma neanche le scuole dei quartieri bene di Roma negli anni seguenti (non so adesso) ne furono immuni. Ne sanno qualcosa le mie figliole.

Ho poetato del porco e del geco. Non saprei proprio farlo del pidocchio.   

 

*

   Ricercando in rete notizie biografiche su De André, ho scoperto una cosa che mi ha fatto sommamente piacere. Randolfo Pacciardi, il capo politico del Movimento di Nuova Repubblica di cui ho spesso parlato e alle cui iniziative culturali io per qualche tempo partecipai negli anni Sessanta, fu testimone di nozze del  Cantautore al suo primo matrimonio celebrato a Recco. Pacciardi era amico del padre, la stessa passione anarchico-repubblicana li legava, la stessa che avrebbe ereditato Fabrizio.

 

*

   Opusdeisti a Casal Bruciato.

   Ora capisco chi può aver passato a chi di dovere La Funzione didattica, il libro che mi è valso l’onore di finire nell’Indice dei libri proibiti rispolverato dall’Opus Dei.

 Cerco notizie sulla casa prelatizia dell’Opus Dei, la cui Chiesa (Santa Maria della Pietà) è una delle più ricche di opere d’arte, compreso un Raffaello, e mi imbatto in un mio post (il 404 di alcuni anni fa, quando ancora non sapevo del mio inserimento fra i …reprobi, pardon gli Immortali), nel quale trovo indirettamente la risposta ai miei interrogativi sull’indicizzazione. Per risparmiarmi fatica riporto direttamente la parte di quel post dedicato al caso. 

   “Opusdeisti a Casal Bruciato,

   “A Roma nella zona periferica e popolare di Casal Bruciato, in via Bergamini, è la sede delle Autostrade SpA, ove mi reco per risolvere un problema di telepass. Ẻ troppo presto, la sede è ancora chiusa, fa un freddo cane e per scaldarmi decido di fare una passeggiata nei dintorni. M’avvio per una delle orrende strade che da Piazza Balsamo Crivelli partono perpendicolari alla vicina A24. Quasi invisibile fra i grandi palazzi, oltrepassato un parcheggio abusivo di zingari che fanno le loro toilettes sul marciapiede (donne in abiti lerci che si pettinano, altre che spazzano le roulottes gettando la sporcizia sulla via senza minimamente curarsi di raccoglierla, altre che si lavano, si fa per dire, in secchi rovesciandone l’acqua sudicia per strada, una che da lontano mi chiama “bello signore!” e fa cenno che mi avvicini…) scopro una chiesa in mattoni che quasi si confonde coi fabbricati coi quali fa unico corpo, e incuriosito decido di entrare. Ẻ dedicata a San Giovanni Battista in Collatino. L’interno è anonimo come l’esterno, su una parete  sono appesi ex voto d’argento attorno ad una invisibile reliquia (frammento d’abito, d’osso o di che?) racchiusa in una piccola teca argentea che potrebbe far da pendaglio ad una catenina, un poco più in là il ritratto di un santo che ha tutta l’aria curata e signorile d’un bel manager e, un poco più avanti sulla destra, una sua orrenda statua in cartapesta, o gesso immagino, simile a quelle dei vari santi Antoni, santi Padre Pii, sante Rite, sante Teresine che deturpano quasi tutte le chiese d’Italia. E scopro, con meraviglia, che il Santo in questione è nientemeno che Josemaria Escrivà de Balaguèr fondatore, nel 1928 a Madrid, dell’Opus Dei, e che la chiesa è officiata da opusdeisti, come ad essi appartiene il grande centro professionale Elis, sovvenzionato dalla Regione Lazio, che la circonda. Dico scopro con meraviglia perché ignoravo che la grande Prelatura (così si  chiama l’ Organizzazione religiosa che, tra soprannumerari, numerari, associati e collaboratori conta nel mondo oltre novantamila membri, in minoranza sacerdoti senza voti, in maggioranza laici) si dedicasse come i salesiani ad iniziative di formazione e di educazione popolare, oltre alla formazione di classi elitarie destinate a penetrare a macchia d’olio in ogni arto del grande corpo sociale, ed ad agirvi dal di dentro. La tanto discussa Opus Dei (v’è chi la esalta come il più grande evento di comunitarismo religioso del Novecento, chi la denigra come una grande setta, una società segreta, una massoneria che dall’elezione del papa alla formazione dei governi all’organizzazione economica degli stati non fa mistero della sua determinante influenza) non teme dunque di “sporcarsi” le mani e di frequentare, oltre che le stanze dei bottoni (word mi corregge automaticamente in bottini!), i “tuguri” ove la bassa plebe soffre la sua diuturna lotta per l’esistenza. Sulla vera natura dell’Opus Dei non so esprimermi e sospendo prudentemente il giudizio. Qualche anno fa avendomi una studentessa dichiarato di far parte dell’organizzazione le chiesi di discutere una tesi su le sue concezioni e la sua prassi educative. Accettò ma la elaborazione restò sulle generali. Segretamente m’attendevo qualche scoop ma fui deluso. I riferimenti bibliografici furono molto vaghi ed ebbi l’impressione che l’accesso alle fonti più specifiche non le fosse stata consentita. Non ne seppi dunque più di quanto ne sapevo e non potei sfatare le voci circolanti sul coercitivismo del metodo educativo, sull’uso ed abuso di punizioni anche corporali, sui plagi e le violenze mentali operati sugli adepti nel periodo di formazione. Seppi solo che L’Opus Dei possiede un vero e proprio Indice dei libri proibiti (quello creato sotto Paola IV nel 1558 ufficialmente scomparve nel 1966) camuffato da innocuo Bollettino bibliografico. La fretta poi con cui il discussissimo  Fondatore de Balaguèr (che molti ritennero e ritengono un bel malandrino, non amato, forse odiato, da Giovanni XXIII e da Paolo VI), fu,  a pochi anni dalla morte avvenuta nel 1975, da Giovanni Paolo secondo elevato alla gloria degli altari, ha fatto a molti venire il sospetto che si trattasse d’un atto dovuto, di un debito da pagare: nell’elezione del papa polacco determinante sarebbe stato l’appoggio della potente Organizzazione. Voci…, solo una delle tante voci che girano attorno al Mastodonte?

Uscendo dalla Chiesa mi porto via un bollettino dell’Organizzazione, un santino di Monsignor Alvaro del Portillo, fisicamente molto somigliante all’Escrivà e suo primo successore (devono molto tenerci gli opusdeisti all’immagine!) anch’esso in via di beatificazione, ed una lunghissima lettera dell’attuale Prelato monsignor Xavier Echevarria, stranamente somigliante al Cardinal Martini, il gesuita già arcivescovo di Milano che temo rabbrividirebbe se ne venisse a conoscenza. La lettera comincia così: “Carissimi: Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli”. I corsivi sono miei. Ero intenzionato a leggerla attentamente. Credo che non lo farò.

   P.S. In quanto ai Gesuiti, che sono stati sempre ostili a Balaguer, non è male ricordare ch’essi pure nacquero in Spagna e rappresentarono l’evento ecclesiale per eccellenza del sedicesimo secolo, come gli opusdeisti lo rappresentano del Ventesimo. Che ne siano semplicemente gelosi? 

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

   

 

 

 
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Poe, "Dialogo tra Monos e Una"

Post n°1039 pubblicato il 25 Giugno 2020 da giuliosforza

958

   Sogno imbarazzante per uno che, per dirla con Goethe, da decenni ormai si inginocchia solo per raccoglier fiori da offrire alla fanciulla amata. Mi sveglio ginocchioni davanti ad una immagine di Edgar Allan Poe, sì, di fronte ad uno nei cui riguardi evidentemente mi sono un po’ troppo esposto. Lo stimo, sì, ed anche molto lo amo. Ma di qui ad inginocchiarmi, io le cui ginocchia da decenni, a differenza di ogni altra parte del corpo ormai avvizzita e appassita, hanno recuperato la levigatezza infantile! Nella mia vita dopo la fase della teolatria (l’adorazione di un Dio personale trascendente in versione cattolica niceno-costantinopolitana) mi è avvenuto di passare (o tornare?) a quella idolatrica, mai a quella che dirò antropolatrica. A meno che non si faccia corrispondere antropolatria con egolatria. In questo caso non solo i ginocchi dinnanzi alla mia icona piegai, ma la schiena, fino a servilmente (e non v’ha servitù peggiore di quella dell’ego) deformarmela. 

   Dovevano passare 87 anni perché mi innamorassi di  lui del suo mondo del suo stile della sua raffinatissima cultura delle sua visionarietà della sua alienazione della sua ironia del suo tormento delle sue angosce dei suoi incubi e infine della sua non ben camuffata brama d’assoluto; m’innamorassi di lui di uno strano eros che eros non è e qualcosa di più è, come quello di lui per le sue Berenice Eleonora Igieia Morella, e per  tutte le altre, reali o immaginarie, donne della sua letteratura e della sua vita. E lo venerassi tra i più grandi Ministri dello Spirito. Maudit certo, distrutto dal genio e dall’oppio, morto a quarant’anni in poco chiare circostanze, ma come Whitman Baudelaire e gli altri del mio Parnaso destinato a vivere d’una vita senza più interruzioni né soste. Credeva nelle rinascite, la più credibile, anche se non la più consolatoria, delle fedi: rinascere uno degli enti in cui l’Essere, in una incessante sarabanda di autoposizioni e frantumazioni, gioca a trasformarsi e reinventarsi per poi, tramite l’evento che pronunciamo lugubremente Morte, riassorbirli nella sua unità donde nuovamente, incessantemente, rilanciarli nello spazio-tempo uomo o animale, fronda farfalla bruco angelo alito di vento o onda di mare. Questa, sì, è una bella fede!

   Nello stralcio di racconto che qui riporto, Il colloquio di Monos e Una, è tutta la ‘metafisica’ del Nostro circa le rinascite e le metamorfosi. Il temine metafisica qui non è un abuso e non è un oltraggio. Tutto è meta-fisico non sopra od oltre ma sotto la scorza delle cose, ove ha sua sede il Mistero. Tutto in Poe è metafisico, nella sua antimetafisica dell’immanenza visionaria. Il colloquio in questione avviene al tempo della rinascita, un secolo dopo la prima Morte. 

   Una:

   Ti capisco, Monos. Entrambi abbiamo imparato che l’uomo ricerca nella Morte la definizione di quanto è indefinibile. Non dirò quindi, comincia dalla cessazione della vita… ma comincia da quel triste, tristissimo istante in cui, avendoti abbandonato la febbre, tu sei sprofondato in un torpore senza respiro e movimento e io ti ho chiuso le candide palpebre con un gesto di amore disperato delle dita.

   Monos: Innanzi tutto, Una mia, una parola sulla condizione umana in quell’epoca. Ricorderai che uno o due saggi tra i nostri antenati – saggi nei fatti e anche se non tali nella stima del mondo – avevano azzardato il dubbio circa la proprietà del termine “miglioramento” applicato al progresso della nostra civiltà. Ci sono stati periodi, in ciascuno dei cinque o sei secoli immediatamente precedenti la nostra dissoluzione, nei quali insorse qualche vigoroso intelletto per battersi coraggiosamente a favore di quei principi che ora appaiono verità assolutamente ovvie alle nostre mentalità non più condizionate…principi che avrebbero dovuto convincere la nostra razza a sottomettersi alle leggi della natura piuttosto che tentare di dominarla. A lunghi intervalli talune apparvero menti superiori che consideravano ogni pregresso tecnologico come un regresso ai fini della vera utilità. Occasionalmente l’intuizione poetica -quella forma di intelligenza che consideriamo ora più elevata di tutte, - in quanto quelle verità, che sono per noi della massima duratura importanza, possono essere comprese solo con questa analogia che parla in termini adatti alla sola immaginazione e non ha peso per la ragione non illuminata – occasionalmente tale intuizione poetica fece un passo avanti nell’evoluzione dell’idea vaga del filosofico e trovò nella parabola mistica che parla dell’albero della conoscenza e del suo frutto proibito che reca la morte, la precisa allusione al fatto che la conoscenza non poteva essere raggiunta dall’uomo nella condizione infantile in cui era la sua anima. Questi uomini, i poeti,  vivendo e morendo in mezzo al disprezzo degli ‘utilitaristi’ – dei rozzi pedanti che si arrogavano un titolo che solo i disprezzati avrebbero meritato – proprio questi uomini, i poeti, meditarono con rimpianto ma con saggezza, sui tempi andati quando i nostri bisogni non erano più semplici di quanto intense fossero le nostre gioie, tempi nei quali gioia era una parola sconosciuta, tanto era solenne ma dimessa la felicità – santi, augusti, felici tempi. Quando i fiumi azzurri scorrevano senza argini, tra colline, non scavate, entro sconfinate foreste primeve, solitarie, odorose, inesplorate.

   Eppure, queste nobili eccezioni alla generale ignoranza non servirono ad altro, combattendola, che a rinforzarla. Ahimè! Eravamo caduti nel più infausto degli infausti nostri giorni! Il grande ‘movimento’ – era questo il termine del gergo in uso -avanzava: una morbosa confusione morale e fisica. L’Arte - le Arti - raggiunsero valori supremi, e, una volta salite sul trono, strinsero catene intorno all’intelletto che le aveva portate al potere. L’uomo, che non poteva ignorare la grandezza della Natura, si tuffò in una sorta di infantile esultanza per avere acquisito un crescente predominio sui suoi elementi. Perfino quando volle nella sua fantasia avvicinare Dio, cadde preda di un’infantile stupidità. Come poteva prevedersi fin dall’origine del suo disordine mentale, si ammalò di sistemi e di astrazioni, si avvolse sempre più in genericità. Tra le altre idee strane guadagnò terreno quella dell’uguaglianza universale; contro l’analogia e Dio – a dispetto della possente voce ammonitrice delle leggi della gradazione che così visibilmente permea tutte le cose in Terra e in Cielo – furono fatti insensati tentativi per attuare una Democrazia prevalente su tutto. Anche questo male germogliò dal male principale: la conoscenza. L’uomo non poteva conoscere e soccombere. Nel frattempo, sorsero in gran numero immense città fumose: le verdi foglie caddero per il soffio bruciante delle fornaci. La bella faccia della Natura fu deformata come per la devastazione di una repellente malattia. Medita, mia dolce Una, perfino il nostro deformato senso del forzato, dell’eccessivo, avrebbe potuto fermarci a quel punto. Ora ci accorgiamo che avevamo provocato la nostra distruzione con il pervertimento del gusto, o più ancora nel cieco abbandono della sua cultura nelle scuole. In realtà in una così grave crisi solo il gusto - cioè la facoltà di tenere una posizione intermedia tra il puro intelletto e il senso morale, che non potrebbe mai essere impunemente trascurato - il gusto solo, ripeto, era ciò che poteva gradualmente riportarci alla Bellezza, alla Natura, alla Vita. Rimpianto per il puro spirito contemplativo, per la grandiosa intuizione di Platone! Rimpianto per la mousiké che egli giustamente riteneva una educazione del tutto sufficiente per l’anima! Rimpianto per lui e per questa! – perché entrambi erano disperatamente necessari quando vennero entrambi completamente dimenticati e disprezzati*. Pascal, un filosofo che noi due amiamo, ha detto - e quanto è vero! - «que tout notre raisonnement se réduit a céder au sentiment; ed è possibile che, se il tempo lo avesse consentito, il sentimento del naturale avrebbe ripreso il suo antico ascendente sulla fredda razionalità matematica delle accademie. Ma questo non si è verificato. Influenzata dalla intemperanza di una prematura conoscenza, la vecchiezza del mondo crebbe. Questo la massa degli uomini non vide, oppure, vivendo con cupidigia ma senza felicità, mostrò di non vedere. Quanto a me, al contrario, le cronache del mondo mi avevano insegnato che le più grandi rovine sono il prezzo delle più raffinate civiltà. Avevo avuto il presagio del nostro Destino, dal paragone con la semplice, paziente Cina, con l’Assiria culla dell’architettura, con l’Egitto astrologo, con la Nubia, più scaltra degli altri, turbolenta madre di tutte le Arti. Nella storia di queste regioni trovai una illuminazione sul futuro. Le si9ngole artificiosità di queste ultime tre erano malanni locali della terra e alla loro caduta abbiamo visto applicare rimedi locali; ma per l’infetto mondo nella sua globalità non prevedevo rigenerazione se non attraverso la morte. Perché l’uomo attuale, come razza, non si estinguesse, capii che doveva «rinascere».

   E fu così, mia carissima e bellissima, che rivestimmo, ogni giorno, i nostri spiriti di sogni. Fu così che, al crepuscolo, discutemmo dei giorni avvenire, quando la superficie della terra, sfregiata dall’Arte, avendo subito quella purificazione che sola poteva cancellare le geometriche oscenità, si rivestirà di nuovo di verde, di dolci declivi, di ridenti acque da Paradiso terrestre, e tornerà ad essere una degna dimora per l’uomo: - per l’uomo purgato dalla Morte - per l’uomo al cui intelletto, in alfine liberato, non porterà più veleno la conoscenza, per l’uomo redento, rigenerato, felice e infine immortale, seppure sempre materiale”.

   Qui m’arresto dal copiare, anche se il resto del racconto meriterebbe la lenta attenzione che l’atto del trascrivere, più lento di quello del semplice leggere, consente di portare al testo e alla sua corretta interpretazione. Mi pare chiaro il carattere ecologico ultramoderno che esso riveste, toccando temi come la responsabilità che l’Arte (qui grecamente techne, latamente scienza e tecnologia) riveste nella distruzione dell’ambiente naturale, così trasformandosi in denuncia dei danni che la scienza in generale e la sua figlia maggiorata, la tecnica, in particolare, vanto dell’Uomo moderno, procura accelerando, e non è un paradosso, con l’oltraggio manipolatore della Natura il declino stesso dell’Umano. Tutti temi marceliani che con sorpresa ritrovo in un artista americano di due secoli fa e che, con ancor maggior sorpresa, ritrovo in un autore contemporaneo, Yuval Noah Harari, al quale già diedi una fuggevole attenzione riferendo del suo libro Homo Deus. Breve storia del futuro, che a questo punto è d’obbligo faccia oggetto di più approfondita riflessione.

____

Sarà difficile scoprire un migliore metodo di educazione, di quello che le esperienze di molte epoche hanno già scoperto: esso può essere sintetizzato in ginnastica per il corpo e musica per l’anima» (Repubblica, libro 2°). «Per questa ragione è proprio essenziale una educazione musicale, in quanto essa consente il Ritmo e l’Armonia di penetrare nell’anima, prenderne il pieno possesso, riempiendola di bellezza, arricchendo così l’uomo di una mente bella…Egli loderà e ammirerà il bello: lo riceverà con gioia nel suo animo, si pascerà di lui, ad esso assimilerà la propria condizione» (Ibid . lib. 3°). La musica, mousiké, aveva in realtà un significato più esteso per gli Ateniesi che non per noi. Includeva non soltanto le armonie del tempo e del tono, ma anche la dizione poetica, il sentimento e la creatività nel senso più lato del termine. Lo studio della musica era per loro la generale educazione al buon gusto, quello che riconosce il bello, in netta distinzione dalla ragione che tratta solo del vero.

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  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

 

 

 
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Verdi-Wagner: pace fatta? Confronto (im)pari su Rai5. Buscarol: 'Prima lezione di colore'.

Post n°1037 pubblicato il 18 Giugno 2020 da giuliosforza

 

   So ora il vero nome di GLOBALIZZAZIONE. Il suo nome è PESTE.

   Scrisse bene chi scrisse (il brunista e bruniano Guido del Giudice su questi spazi): il Corona virus è la mordacchia del XXI secolo.

Aggiungo: attraverso esso il biblico hobbesiano Leviathan in ogni sua forma e in ogni parte del mondo si rafforza e imperversa. Pessima tempora currunt.

*

   DESOLAZIONE. SILENZIO. PAN tace. Tacciono i monti, le vallate, le rupi, le caverne. Tacciono i PARTENI e tace ALCMANE. Tacciono le OREIDI di PAN, tranne la sua diletta ECO. Solo di ECO, nel SILENZIO, la VOCE risuona: ODINO!…ino…ino…ino! DIO!…io…io…io!…

Poi anche ECO, senza più RESPIRO, si spegne. Solo rimbomba, nel cavo SILENZIO, il SOGGHIGNO del DÈMONE.

*

   “Ẻ stato giustamente detto di un certo libro tedesco che es lässt sich nicht lesen, che non permette di essere letto. Ci sono dei segreti che non permettono di essere svelati. Uomini muoio nella notte nei loro letti, stringendo le mani di fantomatici confessori, guardando pietosamente negli occhi, muoiono con la disperazione nel cuore e la gola serrata a causa dell’orrore dei misteri che non permettono di essere svelati. Talvolta, ahimè!, la coscienza dell’uomo sopporta un fardello così pesante di orrore che può essere scaricato solo nella tomba. Così l’essenza di tutti i crimini resta sconosciuta” … “Questo vecchio, dissi alla fine, ha l’impronta e il genio del crimine. Rifiuta di essere solo. Ẻ l’uomo della folla. Sarebbe inutile continuare a seguirlo perché non avrei più nulla da apprendere su lui e sulle sue reazioni. Il peggiore cuore del mondo è un libro più grande di Hortulus Animae, e forse è una delle grandi misericordie di Dio che es lässt sich nicht lesen”. (E. A. Poe, I Racconti…, op. cit., pagg. 107, 109)

*

   Sette anni or sono, e pare ieri, in tutto il mondo si celebrava, ed anche io nel mio piccolo qui celebravo, il secondo centenario della incarnazione di Verdi e di Wagner, i due Astri nascenti, l’uno fra le nebbie di Busseto l’altro fra le brume di Lipsia, a dissipare le une e le altre con l’ardenza della loro Arte infuocata. Ovunque si tennero manifestazioni musicali e dibattiti storico-critici di più o meno alto livello mediante i quali si tendeva a chiarire la funzione di ognuno dei due nell’interpretazione dello Spirito del Tempo (lo Zeitgeist) e a gettare un ponte fra i due il più possibile tentando di appianare e sanare differenze e dissidi secolari fra essi che in ogni epoca, la nostra compresa, si son continuati ad alimentare. Fra le iniziative mediatiche ricordo un divertente medaglione riproducente in un unico volto le fattezze di Verdi e Wagner, nel cui esergo in tondo i due cognomi si scambiavano le iniziali, Verdi diventava Werdi, Wagner diventava Vagner. Simpatica e geniale idea, ma di qui a dire che pace fra i Due (in una guerra per la verità mai dichiarata) era fatta ce ne correva.

   Ripenso all’evento in uno di questi giorni di clausura, allietata da tanta bella e bellissima musica (quanta basterebbe per una vita intera) che è stato per me, e spero per tanti, veramente speciale: mattinata con Werdi (Un ballo in maschera), pomeriggio con Vagner (Der fliegende Holländer, L’olandese volante o Il vascello fantasma), in due storiche edizioni della Scala. Certo, chi come me è stato …cum tabe wagneriana conceptus il pomeriggio è stato una vera goduria, anche perché, lo confesso, non conoscevo l’Opera verdiana se non dal versante storico-critico, non avendo avuto mai modo di vederla rappresentata, mentre del Vascello fantasma, come di di tutta l’opera wagneriana, non cesso mai di bearmi.

  Avevo appena terminato queste note che sono stato proiettato, inaspettatamente, negli spazi metafisici (sic)  di Tristan und Isolde, sicuramente non solo il capolavoro wagneriano ma anche una delle somme, per me la più eccelsa, celebrazioni del connubio amore-morte in musica sì ma anche nel testo letterario, pure esso frutto del genio wagneriano, come del resto la coreografia e la scenografia quale componenti non trascurabili del Gesamtkunstwerk, dell’opera d’arte totale. Questa la presentazione che un anonimo ne fa:      

   “Riconosciuto come uno tra i migliori interpreti wagneriani di oggi, unico direttore italiano ad essere invitato al Festival di Bayreuth, Daniele Gatti dirige il ‘Tristan und Isolde’ di Richard Wagner che inaugura la stagione 2016/2017 del Teatro dell’Opera di Roma. Lo spettacolo, realizzato in coproduzione con il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi e la De Nationale Opera di Amsterdam, ha la regia di Pierre Audi. I ruoli dei protagonisti del dramma wagneriano sono affidati ad Andreas Schager(Tristan), Rachel Nicholls (Isolde), John Relyea (Re Marke), Brett Polegato (Kurwenal), Michelle Breedt (Brangäne) e Andrew Rees (Melot). Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma è diretto da Roberto Gabbiani. La regia televisiva è curata da Annalisa Buttò. ‘Si tratta di uno spettacolo essenziale spiega il direttore Daniele Gatti basato sulla recitazione dei cantanti e sulle geometrie create in scena dai personaggi. Dal punto di vista musicale l’opera è ricchissima e pone innumerevoli domande che spesso restano irrisolte, o almeno così si dice. Tutto il dramma di Tristano e Isotta si concentra sull’amore e sulla morte. Fin dal primo atto, i due giovani sono attratti l’uno verso l’altro, consapevoli che il destino della loro passione li porterà verso la morte.  L’ascoltatore continua Daniele Gatti viene immerso simultaneamente in due dimensioni: quella umana appartenente a Re Marke, Brangäne e a Kurwenal, che hanno un linguaggio armonico più tradizionale, e quella di Tristano e Isotta, per i quali l’uso di un cromatismo esasperato corrisponde a un’ascesa verso l’infinito che crea un linguaggio musicale ai confini della tonalità. L’instabilità tonale crea un senso di irrequietezza e mistero. L’allestimento di Pierre Audi è essenziale ed elegante. Con le suggestive luci di Jean Kalman lavora sugli ambienti, le atmosfere, piuttosto che sui personaggi: al centro c’è il rapporto tra realtà e metafisica, in un mondo dove il confine tra reale e fantastico non è mai chiaro. Le scene di Christof Hetzer evocano l’universo marino: c’è la carenatura di una nave, ossi di balene pietrificati, rocce, freddo. Tutti gli elementi della scena si muovono verso uno spazio quasi astratto, dove l’eros, fulcro di tutta l’opera, non si trasforma mai in passione tra i due protagonisti, proiettati in una dimensione altra, metafisica, che si sposa perfettamente con il linguaggio musicale”.

   Le parole che canta, più giusto sarebbe dire urla e insieme sospira (e l’universo, il Weltall, le riecheggia) Isolde nell’atto di lasciarsi morire sul corpo di Tristano, riassumono tutta la forza e la profondità del processo di mistica immedesimazione, di ridissoluzione dei due ‘amanti’ (parola inadeguata) nel Mistero di quell’Assoluto che in essi, nella loro passione, si espresse oggettivandosi in tempo e spazio, e che per l’Amore e la Morte riassorbe nella propria Eternità:

   In dem wogenden Schwall,  

   in dem tönenden Schall, 

   in des Welt-Atems  

   wehendem All – 

   ertrinken,  

   versinken – 

   unbewußt –    

   höchste Lust! 

   Nel flusso ondeggiante / nell’armonia risonante / nello spirante universo / del respiro del mondo / annegare, / inabissarmi, / senza coscienza / suprema voluttà! (in Tutti i libretti di Wagner, a cura di Olimpio Cescatti, con una prefazione di Quirino Principe, Garzanti Editore, 1992)

 

*

   Mauro Boscarol così si autopresenta: dopo un’esperienza ventennale di docente di Informatica a Trento, dal ’95 è consulente indipendente libero professionista per l’editoria, la computer grafic, le Arti grafiche, la fotografia digitale, la colorimetria e il colore digitale. Fosse stato solo per tutto questo, per me ormai insuperabile tabù, non mi sarebbe interessato il suo Prima lezione di colore (Tarka 2019), “introduzione elementare agli aspetti fisici, fisiologici, psicofisici e psicologici della sensazione di colore” … discussione dei “principi sui quali si basa tale sensazione” … e aiuto alla risoluzione delle “ambiguità più comuni nel mondo del colore”. Io son soprattutto un uditivo, credo di essere insuperabile nella percezione dei suoni e della loro varietà (e per questo dagli dei gelosi fui un giorno punito, in seguito ad una innocua battuta …mari(u)ologica, con la totale improvvisa sordità dell’orecchio sinistro) ma sono un mediocre visivo sicché, pur essendo in grado di godere superficialmente della arti plastiche, ignorandone fondamenti e tecniche mi è arduo giudicarne e goderne come si dovrebbe. Ora nel libro del Buscarol c’è un capitolo, l’ultimo, dedicato a una breve storia della scienza del colore dai Greci ai tempi moderni passando per il britannico Thomas Young, per Newton, il tedesco Hermann von Helmholtz, lo scozzese James Klark Maxwell, Goethe e Schopenhauer. Conosco discretamente le posizioni di Goethe e di Schopenhauer, poco quelle (d’origine puramente scolastica) di Newton, ma ignoro assolutamente quelle di Helmholtz e di Maxwell. Ẻ per colmare tali lacune, e nella speranza che qualcuno almeno dei miei residui tabù cibernetici si dissolva, che ho comprato il libro di Buscarol. E che a quelli come me lo consiglio.

Tutto di me ormai decade. Non la curiosità, che morirà un quarto d’ora (ma perché non una eternità?) dopo la mia morte.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

 

 

 

 
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Poe e La rivelazione mesmerica

Post n°1036 pubblicato il 02 Giugno 2020 da giuliosforza

 

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   Nella parte dell’opera di Poe che riunisce i Racconti del mistero, dell’incubo del terrore, ritengo che ‘La rivelazione mesmerica’ rappresenti concettualmente, se non spazialmente, il nucleo del discorso. Gli espliciti riferimenti alla teoria tomistica dell’individualità come materia signata quantitate (contestata, leggo, curiosamente, dalla fenomenologa husserliana cattolica Ales Bello, per molti anni titolare di ‘Storia della filosofia’ alla Lateranense, ed ora, dopo il pensionamento, di ‘Fenomenologia dell’esperienza religiosa’ - dove immagino la studiosa faccia il tentativo di esplicitare quanto in Husserl è, se c’è, solo implicito, essendo l’époché, la riduzione trascendentale l’atteggiamento fondamentale del pensatore di Friburgo) da cui la narrazione prende avvio per concludere ad una concezione della morte che ha tutta l’aria di una visione steineriana antroposofica ante litteram, comunque esoterica se non alchemica (la pretesa poi di Steiner di dimostrare le sue tesi “scientificamente” è per lo meno strana).

   Comune denominatore dei Racconti del terrore è la morte in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue implicazioni di ricaduta à rebours sulla vita. Chi di noi non si è interrogato sulla morte? Coloro che dicono di averne cancellato l’idea sono quelli che probabilmente con quell’idea convivono perché attimo per attimo sono impegnati nell’esorcizzarla. Per quanto mi riguarda essa è cresciuta con me, sono riuscito a razionalizzarla a livello di concetto, ma non a livello di sensibilità: ne ho terrore, e insieme ne subisco il mistero e il fascino; il dopo morte (falso problema, come se mi ponessi domande sul prima della nascita: è certo che per nessuno il prima - a livello di coscienza dico -  ha rappresentato un problema, semplicemente perché de nihilo nulla quaestio, nessuna domanda). Il potenziale nascituro non si interroga sull’evento di cui sta per esser protagonista, a meno che fideisticamente, platonicamente, non si ritenga per vera l’ipotesi dell’eternità (non dell’immortalità, ciò che ha inizio non potendo non aver fine) dell’anima, la sua dimora in un qualsivoglia iperuranio prima che  una non ben individuata colpa  la condanni all’incarnazione ed alla scelta di un destino fra i tanti - impossibile poi da cambiare; mentre della morte la possibilità della scelta, se non del modo, è indiscutibile: io sono comunque in grado dei togliermi la vita, unico atto di vera libertà concessomi. Con le domande metafisiche sul post mortem, cominciai a tormentarmi prestissimo, già da bambino, (e non dico dopo, caduto nelle maglie delle teologie e delle filosofie loro ancillae, dalle quali solo con grandissima fatica riuscii a districarmi) contemporaneamente alle domande sulla esistenza e sulla natura di Dio, come ho narrato in molte parti di questo diario.

   In Allan Poe, dunque, soprattutto nei Racconti del mistero, dell’incubo e del terrore, ma anche in quelli fantastici e grotteschi, la morte come evento e come problema è onnipresente, in ogni suo aspetto e in ogni sua forma, e si porta appresso questioni filosofiche, persino metafisiche e psicologiche non indifferenti. In La rivelazione mesmerica (così dal nome del medico tedesco del Settecento studioso del magnetismo animale che, applicato all’uomo, avrebbe consentito l’ipnosi e il suo uso terapeutico, in campo fisiologico, neurologico, fisico e psichico, corporeo e mentale o spirituale, se non ripugna la parola spirito) il narratore, per verificare l’efficacia del mesmerismo, sottopone il suo paziente Vankirk, sofferente di un dolore acuto nella regione del cuore e presentante tutti i sintomi caratteristici d’un’asma bronchiale - ad un esperimento di ipnosi. Caduto nel sonno mesmerico il paziente risponde a domande di varia natura, che vanno dall’influsso delle stelle alla loro composizione, dalla natura della materia e della materia-dio al loro rapporto di coalescenza, dalla natura dell’etere al suo rapporto attrattivo con la stella (o viceversa?), finché la conversazione affronta la questione fondamentale, quella vera e propria di Dio e dei problemi fisico-metafisici ad essa connessi. Ed io questa seconda parte di conversazione fra l’ipnotizzatore e il suo paziente voglio riportare quasi integralmente perché con me il lettore si renda conto di quali percorsi esoterici si intraprendano e in quali dedali ci si cacci una volta oltrepassata tale soglia. Per me assolutamente inesperto di tali tragitti la lettura è stata interessante e mi ha introdotto in problematiche alle quali la mia formazione m’aveva indotto ad accedere con gli strumenti della ragione ‘partecipativa’, tale in quanto aliena dal razionalismo puro, ma nemmeno immemore delle sue radicazioni intellettualistiche. Nella conversazione P. è l’ipnotizzatore, V. l’ipnotizzato.

   P. “Ma in tutto ciò, nella identificazione di pura materia con Dio, non c’è un che di irriverente?” (Fui costretto a ripetere questa domanda prima che il paziente mesmerizzato ne comprendesse pienamente il significato).

   V. “Può dirmi perché la materia dovrebbe essere meno rispettata della mente? Lei dimentica che la materia di cui parlo è proprio la ‘mente’ o lo ‘spirito’ delle scuole, per quanto attiene le sue capacità superiori, e contemporaneamente è la ‘materia’ di queste stesse scuole. Dio, con tutti i poteri attribuiti allo spirito, è in sostanza la sublimazione della materia”.

   P. “Lei asserisce, dunque, che la materia imparticolata, in moto, è il pensiero?”

   V. “In generale questo moto è il pensiero universale della mente universale. Questo pensiero crea. Tutte le cose create sono dunque pensieri di Dio”.

   P. “Lei dice ‘in generale’?

   V. “Sì, la mente universale è Dio. Per nuove individualità è necessaria la materia”.

   P. “Ma ora lei parla di ‘mente’ e di ‘materia’ come fanno i metafisici”.

   V. “Sì… per evitare confusione. Quando dico ‘mente’ intendo materia imparticolata, materia ultima; per ‘materia’ intendo tutte le altre forme”.

   P. “stava dicendo ‘per nuove individualità è necessaria la materia’.

   V. “Sì’, perché la mente incorporea è semplicemente Dio. Per creare individualità, esseri pensanti, è stato necessario incarnare parte della mente divina. Così l’uomo è individualizzato. Spogliato della veste corporea era Dio. Ora il moto particolare delle particelle incarnate della materia imparticolata è il pensiero dell’uomo, così come il moto del tutto è quello di Dio”.

   P. “Dice che, spogliato del corpo, l’uomo sarà Dio?”

  V. (Dopo molta esitazione). Non posso aver detto questo: è un’assurdità”.

   P.  (Leggendo il contenuto dei miei appunti). Lei ha detto che spogliato della veste corporea l’uomo era Dio”.

   V. “E questo è vero. L’uomo così spogliato sarebbe Dio… Sarebbe non individualizzato. Ma non può mai essere così spogliato… per lo meno non lo sarà mai…altrimenti dobbiamo immaginare un’azione di Dio che ritorna su se stessa…Un’azione senza scopo, futile. L’uomo è una creatura. Le creature sono pensieri di Dio.     Ẻ la natura del pensiero che è irrevocabile”.

   P. “Non capisco. Dice che l’uomo non sarà mai posto fuori del suo corpo?”.

   V, “Dico che non sarà mai senza corpo”.

   P. “Mi spieghi”.

   V. “Vi sono due corpi… il rudimentale ed il completo, che corrispondono alle due condizioni del bruco e della farfalla. Quella che noi chiamiamo ‘morte’ è soltanto la dolorosa metamorfosi. La nostra presente incarnazione è progressiva, preparatoria, temporanea. Quella futura è perfetta, definitiva, immortale. La vita ultima è il fine supremo”.

   P. “Ma della metamorfosi del bruco abbiamo una conoscenza tangibile”.

   V.Noi certamente, ma non il bruco. La materia di cui è composto il nostro corpo rudimentale è alla portata degli organi del corpo; o, più precisamente, i nostri rudimentali organi sono adeguati alla materia di cui è formato il corpo rudimentale, ma non a quello di cui è composto il corpo finale. Il corpo definitivo, quindi, sfugge ai nostri sensi rudimentali e noi percepiamo solo il guscio che cade, decomponendosi, dalla sua forma interna; per contro questa forma interna, così come il guscio, è percepibile da coloro che hanno già raggiunto la vita finale”.

   P. “Ha spesso detto che lo stato mesmerico somiglia molto alla morte. Come?”.

   V. “Quando dico che somiglia alla morte, intendo che assomiglia alla vita finale, perché quando sono in trance i sensi della mia vita rudimentale sono assenti e percepisco le cose esterne, direttamente, senza organi, attraverso un mezzo che utilizzerò nella vita finale, priva di organi…”.

   P. “Priva di organi?”

   V. “Sì, gli organi sono strumenti per mezzo dei quali l’uomo può avere relazioni sensoriali con particolari classi e forme della materia, con l’esclusione di altre classi e forme. Gli organi dell’uomo sono adeguati alla sua condizione rudimentale ed a quella soltanto. Nella sua condizione finale, essendo egli privo di organi, ha la capacità di comprendere tutto tranne la natura della volontà di Dio… cioè il moto della materia imparticolata. Avrà un’idea chiara del corpo definitivo pensandolo come fosse interamente cervello. Non è così; ma un concetto simile lo porterà assai vicino a comprendere cosa esso sia. Un corpo luminoso trasmette vibrazioni all’etere. Tali vibrazioni ne generano altre simili entro la retina, questa comunica vibrazioni simili al nervo ottico. Il nervo ottico convoglia nel cervello simili vibrazioni e il cervello stesso le ritrasmette alla materia imparticolata di cui è permeato. Il moto di quest’ultima è il pensiero la cui prima percezione è la prima vibrazione. Questa è la modalità secondo cui la mente della vita rudimentale comunica col mondo esterno e questo mondo esterno è, per la vita rudimentale, limitato per la idiosincrasia dei suoi organi. Al contrario nella vita definitiva, quella organica, il mondo esterno giunge all’intero corpo (che è di una sostanza affine a quella del cervello, come ho detto) senza alcun altro intervento oltre a quello dell’etere infinitamente più rarefatto persino dell’etere luminoso. Con questo etere… all’unisono con esso… tutto il corpo vibra, mettendo in moto la materia imparticolata che lo permea. Ed è proprio all’assenza di organi idiosincratici che dobbiamo attribuire la pressoché illimitata percezione della vita definitiva. Per gli esseri rudimentali gli organi sono le gabbie necessarie per imprigionarli, finché non avranno messo le ali”.

   P. “lei parla di ‘esseri rudimentali’. Esistono forse altri esseri rudimentali pensanti oltre l’uomo?”

   V. “Gli innumerevoli ammassi di materia rarefatta delle nebulose, dei pianeti, dei soli e di altri diversi corpi celesti, che non sono né nebulose, né soli, né pianeti, hanno l’unico scopo di fornire pabulum all’idiosincrasia degli organi incompleti di una infinità di esseri rudimentali. Se non fosse per le esigenze di esseri rudimentali, prima della vita finale, tali corpi non avrebbero giustificazione. In ognuno di essi, dimorano forme diverse di creature organiche rudimentali, pensanti. Alla loro morte o metamorfosi questi esseri godono della vita definitiva - l’immortalità -arrivando alla conoscenza di tutti i segreti, ad eccezione dell’unico e Agiscono e vanno ovunque solo per atti di volontà. E popolano non le stelle - che a noi sembrano essere le uniche presenze complete dello spazio, che anzi ci sembra creato solo per contenere le stelle - popolano lo SPAZIO stesso… questa infinità di reale sostanza che inghiotte le ombre stellari - e le cancella, come non entità, dalla percezione degli angeli”

   P. “Lei dice che ‘se non vi fosse questa esigenza della vita rudimentale’ non vi sarebbero stelle. Ma perché questa esigenza?’

   V. “Nella vita inorganica così come nella materia inorganica in generale, non c’è alcun ostacolo all’azione di una semplice unica legge - la volizione divina. La vita e le materie organiche (complesse, sostanziali, gravate di leggi) sono state create proprio per costituire questo ostacolo).

   P. “Ma perché mai si è reso necessario questo ostacolo?”.

   V. “Il risultato di una legge inviolata è la perfezione, il diritto, la felicità negativa. Se una legge viene violata si genera l’imperfezione, il torto, il dolore positivo. L’ostacolo dovuto al numero, alla complessità e alla sostanzialità delle leggi che regolano la vita degli esseri organici, rende, fino a un certo punto, praticabile la violazione della legge. Quindi il dolore, impossibile nella vita inorganica, esiste in quella organica”.

   P. “Ma perché rendere possibile il dolore?”.

   V. “Tutte le cose sono buone o cattive solo in base ad un confronto. Un’analisi basterà a mostrare che il piacere, in ogni caso, è il contrario della pena. Il piacere positivo è un’astrazione, per essere felici in qualche misura bisogna aver sofferto prima in eguale misura. Non soffrire significherebbe non essere stato felice. Poiché nella vita inorganica non è possibile il dolore, si è reso necessario creare la vita organica. Il dolore della vita primitiva sulla Terra è l’unica base per arrivare alla felicità della vita finale del Cielo”.

   P. “C’è ancora una espressione che non comprendo…la vera sostanziale vastità dell’infinito”.

   V. Forse lei non ha un concetto abbastanza generale della parola ‘sostanza’.  Non dobbiamo considerarla una qualità ma un sentimento: è la percezione da parte degli esseri pensanti dell’adattarsi della materia alla propria organicità. Ci sono molte cose della terra che sarebbero inesistenti per gli abitanti di Venere e, viceversa, cose visibili e tangibili su Venere non verrebbero considerate esistenti da noi. Per gli esseri inorganici - per gli angeli - tutta la materia imparticolata è sostanza, cioè tutto quello che noi chiamiamo ‘spazio’ ha per loro il massimo della sostanzialità; le stelle, invece, attraverso ciò che noi consideriamo la loro materialità, sfuggono alla sensibilità angelica, proprio come la materia indivisa, attraverso quella che è da noi considerata la sua immaterialità, sfugge a quella organica”.

   “Mentre il mio paziente pronunciava queste ultime parole con voce flebile, osservai che il suo volto aveva una particolare espressione che mi allarmò. E mi indusse a destarlo subito. Appena lo ebbi fatto, con un sorriso smagliante che gli illuminava tutto il volto, ricadde sul guanciale e spirò. Mi accorsi che meno di un minuto dopo il suo cadavere aveva la rigidità della pietra e la sua fronte era di ghiaccio. Questo di solito avviene soltanto dopo una prolungata pressione della mano di Asraele. Il malato mi aveva forse indirizzato l’ultima parte del suo discorso dal regno delle ombre?”.

   Di tutte le fantasie partorite dalle menti feconde ed esaltate di sciamani e sedicenti ministri del divino di ogni tempo e di ogni luogo, questa mi sembra una delle più sensate (se ha senso chieder senso a una elaborazione fantastica, ove si dice di spazi di eteri di stelle di sostanze di materie ‘imparticolate' eccetera eccetera in un discorso alquanto ingarbugliato e contorto - fatta salva naturalmente la mia dichiarata ignoranza degli esoterismi delle varie scuole e dei loro linguaggi) in fondo auspicabilmente condivisibile ed ironicamente credibile, perché elaborata dalla mente di un Poeta visionario che risponde al nome di Edgar Allan Poe. Al quale chiederei: ma perché farsi rivelare da una persona sotto ipnosi (somigliante nello specifico tanto a una morte, se lo stesso Asraele arcangelo della morte alla fine della seduta si scomoda per accompagnare l’anima – e il secondo corpo, quello vero etereo – nel regno dei cieli)? Starà scherzando Poe o facendo sul serio? Io non l’ho capito. Ma mi pare chiara la verità che egli vuole affermare, esposta questa sì in maniera assai esplicita al centro di tutto l’elaborato discorso: “Vi sono due corpi… il rudimentale ed il completo, che corrispondono alle due condizioni del bruco e della farfalla. Quella che noi chiamiamo ‘morte’ è soltanto la dolorosa metamorfosi. La nostra presente incarnazione è progressiva, preparatoria, temporanea. Quella futura è perfetta, definitiva, immortale. La vita ultima è il fine supremo”.

Nulla di nuovo. Non ci aveva già l’Iniziato alla confraternita esoterica, vera e propria setta (come un numero sempre maggiore di dantisti italiani e stranieri oggi ritiene) dei ‘Fedeli d’Amore’, non ci aveva già così apostrofato: “non v’accorgete voi che noi siam vermi” … siam “come verme in cui formazion falla  siam “quasi entomata in difetto…nati a formar l’angelica farfalla”? (Purg. Canto X, versi 124…129):

Poe sicuramente non lo ignorava.

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Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 
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Dove si s-ragiona di Eternità. Riflessioni sul "Ritratto ovale" di Poe

Post n°1035 pubblicato il 23 Maggio 2020 da giuliosforza

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   Non ripeterò con la maggioranza dei miei coetanei entsagenden, rinuncianti (vedi i Wilhelm Meisters Wanderjahre) allo Ja zum Leben sagen (vedi l’Also sprach Zarathustra), al ‘ dire Sì alla Vita’; non dirò: questa è l’età dei consuntivi, non faccio preventivi. Io dirò: non faccio consuntivi, faccio solo preventivi. E preventivi a lunghissima scadenza, una scadenza lunga quanto …un’Eternità. Proprio perché sono ‘vecchio’, perché il tempo misurabile, non la bergsoniana durata, s’avvia ormai al suo termine, non mi resta che colmare talmente di sensi il nunc da dilatarlo a beoziana “interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio”. Che è come dire: abolisco lo stesso concetto di tempo, perché esiste solo l’Eterno (esiste solo Dio) ed io sono eterno di tale Eternità. Son ‘vecchio’, ma secondo un tempo-spazialità (il tempo dell’orologio), non l’in-tempo-durata, flusso di coscienza. Perciò procedo esultante, con Friedrich, come verso una Sposa, verso una Sposa che ha nome Eternità, l’Eternità che amiamo.

Denn ich liebe dich, o Ewigkeit!”.

*

E. A. Poe, “Il ritratto ovale”.

   Mi è spesso avvenuto di riflettere sulla tragica situazione dell’artista che nell’atto stesso di creare distrugge, nell’atto stesso di offrirsi, sacerdote e vittima insieme, sull’altare dell’Arte per la redenzione del genere umano e del mondo dal brutto (l’unico ‘peccato’, l’unico ‘male’ che l’arte riconosce), con sé fatalmente sacrifica alla divinità vorace quelle persone e quelle cose dalle quale egli trae bellezza o alle quali conferisce bellezza. Autofago ed eterofago, divoratore di se stesso e dei suoi oggetti, mantide religiosa (mantide estetica!) che non solo dopo l’amore divora l’oggetto amato ma con esso se stessa. Amore e morte che soggetto e oggetto annullano, cor unum et anima una, che è poi il fine che ogni amore si propone.

   A fare queste considerazioni mi induce lo strano - ma quale racconto del Visionario non lo è? – racconto di Edgar Allan Poe, che leggo nella collezione ‘I Mammut’ de ‘I grandi tascabili economici Newton’ (Tutti i racconti, le Poesia e «Gordon Pym», seconda edizione, febbraio 1977, introduzione di Tommaso Pisanti): Il ritratto ovale.

   Il breve racconto narra di un non identificato signore gravemente ferito che dal suo domestico viene condotto a forza nella torretta di un castello abbandonato degli Appennini, uno di quei numerosi castelli che negli Appennini sono stati una ‘presenza accigliata’. Per inciso: ho potuto notare che Poe spesso e volentieri nella sua opera fa riferimento all’Italia e cita in originale espressioni idiomatiche nella nostra lingua; eppure non mi risulta che egli nei suoi vagabondari abbia mai lasciato gli Stati Uniti e sia mai arrivato da noi. Evidentemente si tratta solo di reminiscenze letterarie. Il fatto poi che il suo domestico si chiami Pedro, mi fa curiosamente pensare a Città di Castello e a Piero della Francesca, che pur essendo nato a Sansepolcro a Città di Castello lasciò molte delle sue opere più note… ma qui sono io che sto fantasticando. Nella torretta, dunque, tutte le pareti sono tappezzate di quadri di minore o maggior valore, e nelle sue notti insonni e nei suoi giorni di convalescenza l’innominato ospite attenua le sue sofferenze e si placa occhi e anima nella contemplazione dei dipinti che variamente mutano di senso alla luce notturna delle candele o a quella diurna che cade dall’alto della torretta o entra  dai vasti vani delle finestre, ad ogni ora del giorno in toni diversi, più chiari meno chiari, più intensi meno intensi. Con suo grande stupore una notte s’avvede di un quadro depositato in una nicchia nascosta da una colonnina: un ritratto ovale, appunto, della cui storia e del cui autore chiede a un catalogo nel quale sono illustrati tutti i quadri esposti. E da esso legge una dettagliata illustrazione, parte della quale io qui di seguito trascrivo, perché è quella che ha impressionato anche me e ha stimolato le mie riflessioni.

   «…Era una fanciulla di rarissima bellezza, e non meno soave che piena di gioiosità. E funesta fu l’ora in cui vide, amò e sposò il pittore. Lui appassionato, sollecito studioso, austero, e già sposato con la sua Arte, lei una fanciulla di rarissima bellezza, e non meno soave che piena di gioiosità; tutta luce e sorrisi, vivace come una cerbiatta; amante e appassionata di tutte le cose; odiava solo l’Arte, che era la sua rivale; temeva solo la tavolozza e i pennelli e gli altri strumenti spiacevoli che la privavano della vista del suo amato. Fu dunque una cosa terribile per questa donna udire il pittore parlare del suo desiderio di ritrarre anche la sua giovane sposa. Ma alla fine, mentre l’opera si avvicinava alla conclusione, nessuno fu più ammesso nella torretta; divenuto folle nell’ardore della sua opera, il pittore distoglieva raramente gli occhi dalla tela, anche solo per osservare il volto della sposa, Ma era umile e obbediente, e posò per molte settimane docilmente nell’oscura e alta camera – nella torretta dove la luce scendeva sulla bianca tela solo dall’alto. Ma egli, il pittore, si gloriava della sua opera che procedeva d’ora in ora, di giorno in giorno, Era un uomo appassionato, ombroso, e lunatico, che sognava a occhi aperti; e non voleva accorgersi che la luce che cadeva così spettralmente in quella solitaria torretta faceva deperire la salute e la vivacità della sua sposa, che sfioriva visibilmente per tutti tranne che per lui. Tuttavia ella sorrideva ancora e sempre, senza lamentarsi, perché vedeva che il pittore (che aveva grande notorietà) traeva un piacere immenso e ardente dal suo lavoro, e lavorava giorno e notte per ritrarre lei che tanto lo amava, ma che diveniva di giorno in giorno più spenta e debole. E in verità chi contemplava il ritratto parlava della sua somiglianza in parole sommesse, come di una grandissima meraviglia, una testimonianza non meno della capacità del pittore che del suo profondo amore per colei che veniva ritraendo in modo così incomparabile. Ma alla fine, mentre l’opera si avvicinava alla conclusione, nessuno fu più ammesso nella torretta; divenuto folle nell’ardore della sua opera, il pittore distoglieva raramente gli occhi dalla tela, anche solo per osservare il volto della sposa. E non voleva accorgersi che i colori che stendeva sulla tela erano sottratti alle gote di lei che gli sedeva vicino. E quando molte settimane furono passate, e solo poco rimaneva da fare, una pennellata sulla bocca e una sfumatura sull’occhio, lo spirito della donna guizzò di nuovo come la fiamma nel bocciolo della lampada. E allora fu data la pennellata, e la sfumatura fu posta; e, per un attimo, il pittore rimase estasiato davanti all’opera che aveva compiuto; ma subito dopo, perso ancora nella contemplazione, divenne tremante e molto pallido, e atterrito, gridando con una voce forte: “Quella è davvero la Vita stessa!” si voltò improvvisamente a osservare la sua amata: Era morta!».

   E non fu Frine distrutta dopo che Prassitele le rubò la bellezza per regalarla alla pietra? E che accadde a Paolina, l’amante di tutti, e fors’anche un poco di suo marito, dopo che Canova l’ebbe defraudata del diafano fascino di splendida ventenne per trasferirlo al marmo?  E forse miglior destino toccò a Monna Lisa Gherardini del Giocondo, a Margherita Luti ‘la Fornarina’ e alla più tragicamente sfortunata di tutte Jeanne Hébuterne?

Guardatevi dagli artisti, quelli grandi, ladri d’anime e di corpi. In cambio di una immortalità in cornice di cui non voi, altri godranno (e lautamente vivranno), vi derubano dell’essenza, vi condannano a morte. Vi svuotano della Vita, vi riducono a larve. Se amate vivere, morite all’Arte.

   E così anche tutta la mia roboante Estetica è sistemata.   

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 Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

 

 

 

 

 

 
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Cornucopia Rai5. Grandi manovre 1937-1938. Ezio Bosso...

Post n°1034 pubblicato il 18 Maggio 2020 da giuliosforza

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   L’abbondanza con cui grazie alla clausura la Rai sta rispondendo alle esigenze del nostro spirito aiutandolo a spezzare le catene, ad abbattere le pareti della prigione domestica e ad elevarsi nei cieli per lo più purissimi (in apparenza, ché li sappiamo inquinati dal soffocatore di ansiti e apportatore di morte) di questi giorni di silenziosa primavera in cui non s’odono canti d’uccelli e non si scorgono voli di rondini, quell’abbondanza, per fortuna, non scema, anzi col passare dei giorni s’accresce. Una vera e propria cornucopia. Rai5 porge giornalmente ai nostri appetiti fin troppi stimoli, difficili da essere tutti raccolti e soddisfatti, fin troppe son le derrate che mette a nostra disposizione in poesia in musica in prosa mattino pomeriggio sera e notte. Ma è bene così: solo una tavola riccamente imbandita consente una scelta. Per mio conto negli ultimi giorni mi sto ‘religiosamente’ (avverbio da intendere alla lettera, vale a dire come  rafforzamento dell’atto del credere e del collegarsi -religo-  a una sacralità, in questo caso alla sacralità dell’arte in generale e della musica in particolare, con lo stesso intenso fervore  con cui il credente s’avvicina  alla  Messa al Rosario o ad altri uffici sacri, di quelli essi pure innumerevoli ai quali si dedicano, in questo periodo in cui tv pubbliche e private fanno a gara a intasar l’etere di ogni tipo di implorazioni, tanto da averne il buon Dio stesso le orecchie disturbate  -  questa forse  la spiegazione dei suoi… silenzi?); mi sto dunque religiosamente dedicando con lo zelo di un devoto ai riti estetici mediatici; e anch’io da essi trovo forza e consolazione e serenità, quanto basta  per impedire alle mie angosce di spingermi sull’orlo della depressione se non della disperazione.

   Di tutta la ricchezza messaci a disposizione, le mie preferenze vanno alla musica polifonica rinascimentale a cappella, a quella sinfonica romantica e postromantica anche operistica, al balletto, alla prosa drammatica d’ogni tempo purché di grande Autore e di grande spessore. Così, solo per dire degli ultimi quattro giorni, mi son goduto moltissimo Suor Angelica, dal ‘Trittico’ pucciniano, ed ho finalmente capito perché l’Autore la preferisse al Tabarro e a Gianni Schicchi; l’Orfeo di Gluck (soprattutto la ‘Danza degli spiriti beati’ - di cui dall’infanzia suono con sempre rinnovato diletto  la trascrizione per harmonium e organo fattane da Louis Raffy - e lo struggente ‘Che farò senza Euridice, che farò senza il mio Ben’; ma anche un magnifico Don Carlo che segna il cedimento verdiano alle suggestioni, solo ad alcune suggestioni, dell’amor nostro Richard. Per la prosa ho scelto, e non poteva essere diversamente, il Dialogo delle Carmelitane di Bernanos e Romeo e Giulietta nello storico allestimento di Orazio Costa Giovangigli del 1977 con Gabriele Lavia e Ottavia Piccolo. Dei balletti, un genere che esalta la vittoria sulla forza di gravità, e per questo motivo prediletto da Nietzsche e, si parva licet, da Garaudy (vedi Danser sa vie), giorni orsono godetti sì con Cenerentola di Prokoviev, ma non quanto stamane con La bella addormentata nel bosco di Tchaikowsky nel sontuoso allestimento del Royal Ballett del Covent Garden del 2006, con la romena Alina Cojocaru e il nostro danseur noble Federico Bonelli, due fenomeni, due folletti che non vedi quasi toccar terra, leggermente e leggiadramente il suolo appena sfiorando solo a riprender slancio per nuovi voli. Che coordinazione il numerosissimo insieme, e che pas de deux! La perfezione esiste.

 *  

   Grandi Manovre 1937-1938.

   L’inesauribile curiosità ha fatto imbattere il mio tipografo di fiducia Enrico Piacentini, titolare dello storico stabilimento Fabreschi di Subiaco, in tre documentari dell’Istituto LUCE (L’Unione Cinematografica Educativa) degli anni Trenta che ho trovato intatti e interessantissimi e mi hanno violentemente e nostalgicamente riscaraventato agli anni della mia primissima infanzia, nella quale, cinquenne, ebbi modo di vivere gli eventi in essi documentati. Come tutti sanno o dovrebbero sapere, perché si tratta di una grande cosa, Istituto Luce e Cinecittà (oggi confluiti in un unico ente, Istituto Luce Cinecittà) furono voluti da Mussolini e da suo figlio Vittorio, innamorato della Decima Musa e protettore dei suoi adepti, quale strumento all’avanguardia non solo della propaganda di regime, ma anche come nuovissimo, allora avveniristico, strumento didattico per l’introduzione alle nuove tecniche e ai nuovi linguaggi cinematografici, e che ancora oggi svolge un ruolo di primo piano in Italia e nel mondo. In previsione della Guerra ormai prossima e del più che probabile ingresso dell’Italia in essa, come avvertiva Mussolini nei suoi sempre più frequenti messaggi alla Nazione (realisticamente, checché ne dicano pseudo storici, cronisti variamente appigionati che fanno  pedissequamente proprie le tesi dei vincitori- una nostra neutralità o una nostra alleanza con Francia e Inghilterra non sarebbe stata allora nemmeno pensabile: si sarebbe in pochi giorni fatta la fine degli altri paesi europei, con conseguenze ben più nefaste a causa della nostra posizione geografica)  si tennero in varie parti d’Italia le così dette Grandi Manovre (a rivederle oggi sembrano dei giochini da ragazzi, tali le loro dimensioni e la risibilità degli equipaggiamenti: era chiaro che a sostenere l’impegno maggiore sarebbe stata la terribile macchina bellica tedesca, attrezzata per la ‘guerra lampo’ per  un pelo fallita, per distruggere la quale sarebbe stata, come poi fu, necessaria la coalizione del mondo intero, i cui tre quarti delle terre emerse era ancora soggetti ai secolari colonialismi inglesi e francese).

   Dunque nel  Giugno del 37-38 si tennero le Grandi Manovre, e per quanto riguarda l’Italia centrale fu scelta la zona variamente accidentata che va da Avezzano, sale al Monte Marsia, ridiscende attraverso i colli di Montebove alla Piana del Cavaliere per poi, risaliti i Simbruini, discendere a Subiaco: una vasta zona topograficamente adatta a riprodurre in piccolo la topografia dell’Italia Intera, se si escludono le Alpi e i rilievi più elevati. Nei paesetti, compreso il mio, circondanti la zona delle operazioni, si creò una immaginabile grande agitazione e, soprattutto in noi più piccoli, una grande ansia di vedere: correvamo tutti, a difficoltà contenuti dal servizio d’ordine, come ad uno spettacolo all’aperto, a sceglierci i posti migliori per vedere le operazioni della fanteria, della cavalleria e della artiglieria. I nostri villaggi, posti a corona della Piana ad una altezza media di novecento mille metri, erano le postazioni ideali per il controllo dello svolgimento della manovra: il mio in particolare, col suo ottimo belvedere e per essere posto al centro del cerchio delle operazioni, era ideale, e per questo motivo lo stato maggiore pose da noi la sua principale postazione d’osservazione. Ricordo l’andirivieni d’ufficiali attrezzati di pistoloni e di grossi cannocchiali, le staffette delle moto Guzzi per la via romana ancora appena sterrata e poco più grande di un tratturo, e dei cavalli su per le Coste per i sentieri campestri; ricordo il rombo dei pochi e piccoli aerei, le raffiche delle fucilerie (si sparava ancora col 91/38, lo stesso fucile ancora in dotazione all’epoca della mia naja) gli spari delle contraeree nascoste nella Macchia di Oricola. Si sa che le Manovre si svolsero alla presenza non solo del Duce ma anche del Re Vittorio Emanuele III, vulgo Pippetto, così irriverentemente soprannominato per la sua piccola statura (lui e la sua Consorte, molto alta e molto bella, Elena di Montenegro, quando erano accanto formavano l’articolo il a rovescio). Ma della sua venuta  non ho memoria, mentre lucido ricordo ho di Mussolini, ancora, pur nei suoi cinquantacinque anni,  molto aitante e sicuro di sé nelle sue storiche pose (e pensare che solo sette anni dopo avrebbe fatta quell’orrenda fine di cui, non perché fine ma perché orrenda, ci saremmo dovuti vergognare nei secoli di fronte al mondo), che, come sempre sorridente e carezzevole saluta gli astanti non negando a noi più piccoli (io avevo allora cinque anni) una carezza e un abbraccio. Non ricordo se fui tra coloro che ebbero le sue confidenziali attenzioni (forse no, visto che alle Elementari sarei stato tra i pochi a rifiutarsi di rispondere al ‘Saluto al Duce!’ sfidando l’ira dei maestri, o, alle adunate del sabato pomeriggio, del federalino locale). Le avessi avute, sinceramente non me ne vergognerei.     

 *

   Ezio Bosso se ne è andato, e non per corona virus. Al comune lutto io debbo unire il mio grande compianto, che oltre che dolore è anche rimorso, per averne su questi spazi recentemente criticato l’ultima presenza televisiva, una sorta di lezione di educazione all’ascolto alla quale, oltre a un pubblico giovanile, partecipavano come ospiti due noti giornalisti e due o tre popolari uomini di spettacolo, la cui presenza avvertii del tutto inadeguata e pleonastica e i cui interventi di una banalità e di una ovvietà tali da risultare  offensivi per  la Musica, della quale continuo testardamente, forse errando, a ritenere caratteri fondamentali ‘sacralità’ ed esotericità.

   Marco Tutino ha scritto che stava progettando con Bosso un libro a due mani dal titolo: “La Musica è la Cura”: ne sarebbe risultato sicuramente un gran bel libro. Ma nulla vieta che ora lo scriva Tutino da solo dedicandolo al suo grande Amico, in degno omaggio alla sua memoria. Nessuno dubita che la Musica ‘curi’, come del resto la filosofia (è di Lou Marinoff un libro recentemente uscito da noi dal titolo originale, ma riduttivo, “Platone è meglio del Prozac”): resta solo da vedere da che cosa la Musica curi. Ora Bosso dalla sua eternità, per chi diversamente crede dalla sua ‘eterea’ corporeità, può forse aiutarci ad intenderlo, non l’avesse già fatto con la sua testimonianza di uomo di dolore nei cui occhi brillavano infantile stupore ed angelica serenità. Luce e ‘Gioia, bella scintilla divina’, attorno a sé diffondeva Bosso nell’atto di ‘fare’ musica. Ora continua a farlo, risommerso nella Musica dei Mondi.  

 *

Da oltre tre mesi dura ormai la rigidissima clausura. Il mondo si è ridotto a quello che osservo dal mio balcone, il mio spazio si è ristretto a quello che percorro da una finestra all'altra del mio piccolo appartamento. Ma mentre la percezione dello Spazio si restringe, quella del Tempo si dilata. L'una è inversamente proporzionale all'altra, tempo e spazio come categorie dello spirito si oppongono e si attraggono a vicenda, insieme fondendosi o respingendosi. E penso parole che non dico, dico parole che non penso, cioè non penso autenticamente né autenticamente dico, se "Parola è scintilla dell'Atto, favilla del ferro percosso, beltà dell'incude", se vero Verbum è Tat, Azione inverantesi in Atto, e se "dum medium silentium tenerent omnia", l'"omnipotens Sermo" discende dalle sue sedi regali 'incarnandosi' e 'incosandosi'. Colmo il mio Tempo dilatato nutrendolo di altre parole non parole, parole lette non pensate né pronunciate, suoni vacui e fatui che accavallandosi e urtandosi si fanno rumori; e sforzandomi di ridare ordine alle ossa sparse dell'ossario del mio diario virtuale. Ma le oltre duemila pagine, i milioni di parole (ossa rinsecchite, fra sé per lo più spesso cozzanti) non si ricompongono in ordinata organica unità: non odo squillare le trombe della Valle di Giosafat né il novello fiat rivificatore del Dio. Resta l'ossario, permangono il Vuoto, l'assoluto Silenzio, nell'assordante fragore d'un tempo non-Tempo, non più platonica "immagine mobile dell'Eterno". Ma per ventura c'è Lei, la mia Donna fedelissima e dilettissima, c'è Frau Musika, a colmare di Sé gli spaventosi Vuoti e gli spaventosi Silenzi della mia dimora deserta. E sopravvivo.

 *

   Nel mio "Parco delle Tartarughe" 'Proserpina risorse e il mondo infiora". Ma quest'anno tra i verdi giovani e i mille colori di Flora, sogghignante è in agguato, invisibile, Thanatos.

 *

   "Denn was nicht gesellig gesungen werden kann, ist wirklich nicht Gesang, wie ein Monolog kein Drama". (Goethe, dal Mit Goethe durch das Jahr 2020). "Ciò che non può essere cantato in coro non è realmente un canto”.

Discutibile.

 *

   Il 12 aprile di 59 anni fa alle 9.07 Yuri Gagarin spiccava il volo per la prima impresa interspaziale, celebrata retoricamente da noi da Quasimodo. Agli uomini della mia generazione non mancò nemmeno questa esaltante esperienza. Conquista o violazione?

 *

   Forza, Elvida! (leggi Elvira Frosini e Daniele Timpano, artisti di teatro tra i più nuovi e geniali, che il demone Corona sta tentando di fiaccare, come tutto il resto delle numerose schiere euterpidi, calliopee, melpomenee). Se "l'arte sforza il mondo a esistere", voi artisti siete di tale esistenza i demiurghi. Ne avete coscienza abbastanza da raccoglier la sfida?

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano).

 

 

 
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Di Wagner e di 'Parsifal'

Post n°1033 pubblicato il 17 Aprile 2020 da giuliosforza

 

Post 953

Di Wagner del  suo ‘Parsifal’.

Mi è spesso avvenuto di riflettere sul senso generale del Parsifal e soprattutto sull'enigmatico verso conclusivo. Mi sono spesso chiesto: Erloesung dem  Erloeser  o Erloesung vom Erloeser?  Liberazione al iberatore in quanto liberatore (sua liberazione dalla fatica del liberarti) o liberazione dal liberatore? Superamento del concetto di salvazione qual dono, o invito, quello fatto all’uomo dal Dio Pico della Mirandola (vedi una delle precedenti note di diario), all’autosalvazione, all’autoinvenzione, all’autoumanizzazione quale autoindiamento?

La mia passione wagneriana viene oggi fortuitamente alimentata dalle riflessioni di un trentaduenne musicologo che si autodefinisce autodidatta (all’anima dell’autodidatta!) e che trovo su un giornale on line dal titolo stuzzicante de “Il trillo parlante”, da lui stesso e da un amico gestito. Così si presenta: “nato il 10.08.1988 a Milano, dove tutt'ora vive e studia di tutto e di più (Laurea specialistica e Master in Bocconi) tranne che musica, grande amore relegato all'autodidattica. Insieme all'amico e compare di loggione scaligero Fabio Tranchida gestisce il giornale online di critica ed approfondimento musicale il Trillo Parlante (iltrilloparlante.com). Fra gli altri interessi anche il cinema, con la regia e sceneggiatura di alcuni lungometraggi indipendenti già completati (fra cui uno dedicato a Tchaikovskij ed uno a Mahler) ed altri in progetto”. L’anche musicologo in questione ha nome Lorenzo Luchetti, e dopo averlo letto non ho dubbi sul suo autodidattismo: non direbbe cose tanto interessanti, fosse corrotto dai dogmatismi e dai luoghi comuni anche in musica confezionati e trasmessi dalle ‘scuole” a corrompere la verginità delle menti giovani predisposte ad accogliere in sé un verbo sine labe originali conceptum. Il lungo saggio in cui mi imbatto è dedicato al Wagner di Parsifal”, e lo immagino presentazione del programma di sala di uno dei numerosi Parsifal in questi ultimi anni dati anche nei teatri d’opera italiani, dalla Fenice di Venezia, al Costanzi di Roma, al Massimo di Palermo. Ma posso sbagliare. Io sono fermo a un Parsifal del 1994, quello superiore di Sinopoli al quale ebbi la ventura di assistere, del quale Francesco Colombo, sul Corriere della sera dell’8 4 1994, scrisse, in una bella e profonda segnalazione che condivido in toto, discordando solo sulla presunta malafede di Nietzsche (lungo quaestio meritevole di approfondimento) e sulla quanto mai inappropriata espressione ‘sistema della dottrina nietzscheana’, essendo il Folle di Rӧcken  stato  il più grande (non solo nel significato dannunziano quale appare nella lunga ode commemorativa di ‘Elettra’, In morte di un Distruttore. XXV Agosto 1900) “distruttore” anche, soprattutto, dei pigri sistemi del ‘sistematico’ filosofare accomodante ed acquietante.   

“La definizione di Parsifal quale «azione scenica sacra» e la presenza in esso di alcuni elementi mutuati dai riti cristiani (insieme con altri elementi affatto eterogenei) hanno creato l’equivoco, accreditato in primo luogo e con probabile malafede da Friedrich Nietzsche, che l’ultima partitura di Wagner sia una sorta di cerimonia prossima ai contenuti della fede religiosa, se non proprio coincidente con essi: ciò che non è, non solo perché un’analisi del testo poetico conduce a riconoscere il complesso sincretismo delle tradizioni esoteriche che vi si stipano; non solo perché gli scritti teorici di Wagner, e in specie dell’ultimo Wagner di «Religione e arte», dissipano gli equivoci; ma soprattutto perché la musica di «Parsifal», con la sua precisa configurazione semantica, è portatrice di significati che al sistema (sia concesso chiamarlo così, sulla scorta di Karl Lowith) della dottrina nietzscheana, e quindi ai nichilismi del nostro secolo, si apparentano: perdita dei valori, morte di Dio, mito sovrumanistico, concezione del tempo non lineare e progressiva ma sferica. Di tali significati è parsa addirittura un’esplicitazione la lettura che dell’opera wagneriana ha compiuto l’altra sera a Roma Giuseppe Sinopoli, che ha diretto «Parsifal» in forma di concerto all’Accademia di Santa Cecilia: sì che diremmo la sua un’operazione dimostrativa, non fosse la risoluzione estetica ancor più stupefacente dell’acribia intellettuale palesata dal direttore d’orchestra. L’apparato celebrativo del capolavoro, ripulito di quell’aura estetistica le cui conseguenze storiche si dànno soprattutto nell’ambito del decadentismo francese, conserva con Sinopoli la sua imponenza; ma proprio il grandeggiare dei gesti e la disciplina marziale finalmente riacquisita (dopo tante interpretazioni edulcorate) sembrano alludere al senso del vuoto, a un lutto irrimediabile, all’angoscia metafisica che percorre la partitura e si addensa in improvvise risacche di inerzia ritmica e sonora, soprattutto nelle zone dove Kundry è protagonista: lì Sinopoli ricava colori ammorbati e illividiti; lì sospende l’impulso agogico e lascia lievitare una sorta di stato catatonico: davvero gli dèi sono fuggiti dal mondo, ogni valore è disperso; e tanto più impressionante pare l’affermazione sovrumanistica che nei finali del primo e del terzo atto, a partire dagli Interludi eppoi con i cori maschili, si illustra. Diversi parametri concorrono al risultato. Un colore orchestrale che rarissimamente concede sofficità e soavità, e piuttosto si impietrisce in una cupa risonanza di duro metallo; un fraseggio percorso da tensione aggressiva anche nei momenti di consueto abbandono, come l’«Incantesimo del venerdì santo», e fatte salve le cavità deserte, le stagnazioni di cui si diceva; un sensibilissimo, lancinante rilievo dell’inquietudine armonica allignante non solo nel second’atto (si pensi al Preludio del terzo!), e della poliritmìa che spesso vi si abbina; l’assenza quasi generalizzata di dolcezza nelle modalità dell’emissione del suono: laddove si dia, si tratta di una dolcezza malata e mortifera. È un Parsifal spietato: del ‘moderno’ vi si svelano avvisaglie lessicali che puntano alle ultime Sinfonie di Bruckner, il cui ‘fiammeggiante oro antico’ riconosciuto da Spengler è con Sinopoli anticipato in Wagner, e ancora più in là, alle forze psichiche orrifiche ed estreme che esploderanno in «Elektra», alla sismografia dell’inconscio che verrà tracciata in «Erwartung» di Schönberg. La ‘regìa sonora’ imposta dal direttore nel secondo atto è particolarmente originale, quasi sconcertante. Le scene delle fanciulle fiori smarriscono ogni vaporosità: le figurazioni in terzine degli archi, cui pure Wagner prescrive l’indicazione «zart» (tenero, delicato), anziché scivolare verso lo Jugendstil paiono concrescere e stratificarsi accumulando un’eccitazione febbrile, senza scampo, dissolta infine con l’apparire di Kundry. Allora le linfe del giardino fatato si scoprono iniettate di tabe, e la stupenda Berceuse ‘empoisonnée’ della tentatrice può distendere le spire del suo ondeggiante ‘sei ottavi’. Ne fornisce il contrappeso la fortissima concitazione drammatica, al limite dell’espressionismo, cui l’atto si destina, con Sinopoli, nella sua metà seconda. […]”.

Fin qui un ottimo Colombo, musicista, direttore d’orchestra, critico stagionato, padrone assoluto del lessico di un addetto ai lavori e profondo conoscitore di tecniche e di stili espositivi. Al non perdono, spero celiasse come celio io, di aver dichiarato in una intervista su ‘Zero’ a firma di Corrado Beldì del 7 giugno 2016 reperita in rete: “Mozart è quanto di più importante sia accaduto nella storia dell’umanità. Senza di lui questo mondo non meriterebbe di essere vissuto. Da questo punto di vista sono un credente, monoteista e praticante. Come dice Javier Bardem, «Non credo in Dio, ma credo in Al Pacino». Ecco, io in Mozart”. Suvvia! Ce n’è di gente prima del satiretto di Salzburg! Ma soprattutto non si dimentichi essere stato Wagner  a rivendicare più di una volta la sua figliolanza beethoveniana. Senza Beethoven, egli sosteneva, io non esisterei. E c’è da credergli.

Aver fatto precedere Colombo a un Luchetti autodefinentesi musicalmente ‘autodidatta’, potrebbe apparire uno sgarbo, addirittura una cattiveria. Ma ciò naturalmente non è. Ẻ anzi nelle mie intenzioni lodarlo e mettere in risalto il suo, di talento, non meno poliedrico pur se esercitato in ambiti diversi. Questo è ben chiaro, per ciò che attiene al discorso parsifaliano, già nelle  considerazioni introduttive e conclusive, che qui di seguito riporto integralmente, di un suo lungo saggio, scoperto in rete, ove si dice di ‘Parsifal e il suo tempo’, ‘Il Parsifal di Wagner’ e ‘La tecnica compositiva del Parsifal’. Tre intensi argomenti nei quali credo riassunto il meglio della critica parsifaliana e wagneriana in genere, con molte intuizioni originali che al lettore iniziato e non di certo non sfuggiranno.

Parsifal è, senza alcun margine di dubbio, uno dei risultati più rilevanti raggiunti dall’arte occidentale. Ne è una delle vette, una delle massime sintesi nonché uno dei punti di snodo della sua storia. Con Parsifal si chiude la parabola artistica del musicista probabilmente più determinante per le sorti della musica, più anche dei monumenti di Bach, Mozart o Beethoven, perché con Richard Wagner la musica ha raggiunto il suo acme in termini teleologici, sfidando apertamente il ruolo di ‘significato ultimo’ da sempre appartenuto alla religione. Beethoven era stato sì capace di usare l’autorità della sua musica, nella Nona Sinfonia, per affermare che un Dio doveva esserci (über Sternenzelt muss ein lieber Vater wohnen), ma Wagner farà di più e, dopo aver musicato ‘l’inizio e la fine del mondo’ nel Ring, affermerà che la sua messa in scena sacra (Bühnenweihfestspiel) ha addirittura il compito di ‘salvare la religione’, altrimenti incapace di comunicare la sua verità attraverso dogmi ormai inaccettabili.

In altre parole, nessuno è stato capace di prendere la musica tanto ‘sul serio’ come Wagner, raro esempio di compositore del tutto privo di ironia (ne sia esempio la non comicità dei Meistersinger), umiltà e understatement. Egli è stato così l’incarnazione di un’intera epoca dello spirito che giungeva a compimento, l’epoca di ciò che Adorno identificherà col nome di Aufklärung, il risveglio illuministico dell’uomo che a poco a poco si è posto definitivamente al centro di tutte le cose. Al culmine di questo processo l’uomo arriverà come abbiamo visto ad arrogarsi proprio il diritto e dovere di farsi addirittura salvatore della Parola di Dio. Che il Parsifal termini con la frase chiave “Erlӧsung dem Erlӧser”, redenzione al Redentore, ovvero salvazione al Salvatore, è dunque piuttosto indicativo del grado di importanza che Wagner dava alla propria opera. Quando ci si sente in grado di legittimare perfino Dio, si è in poche parole giunti ad un punto di non ritorno, a un limite invalicabile della confidenza umana oltre il quale il vaso non piò che traboccare. Non a caso Wagner è stato contemporaneamente il più illustre figlio e il più illustre padre dell’epoca di maggior tracotanza e fanatismo artistico nella storia dell’umanità, creando le condizioni limite che hanno poi fatto implodere l’arte nella miriade di avanguardie e sperimentazioni del Novecento. Infatti è proprio contro la sua Gesamtkunstwerk, la sua opera d’arte totalizzante e assoluta, sintesi delle ambizioni dell’Ottocento, che lo scetticismo critico del secolo successivo si è rivoltato. In prima fila c’era Friedrich Nietzsche (che proprio dopo aver letto il Parsifal si staccò definitivamente dal maestro), ed a seguire anni dopo il già citato Theodor Wiesengrund Adorno”.

……………

“Non esiste opera teatrale che possa rivaleggiare con Parsifal in termini di totalità dell’esperienza, di profondità delle corde toccate e di altezza tecnica del linguaggio utilizzato. L’ambizione e il grado di compiutezza sono paragonabili solamente alla Divina Commedia e al Faust di Goethe, facendo di Parsifal uno di quei tesori dell’umanità che andrebbero il più possibile diffusi, e che invece restano troppo spesso appannaggio di pochi cultoriIn particolare Parsifal è stata per troppi anni un’opera incompresa, avversata tanto dai tradizionalisti prché troppo decadente quanto dai modernisti perché troppo reazionaria. Di fronte alla sua grandezza musicale si sono comunque inchinati pressoché tutti i musicisti, e non pochi sono coloro che proprio dopo un Parsifal hanno deciso di fare della musica la propria esistenza. Abbiamo cercato con queste pagine di spiegare perché tutto questo sia avvenuto proprio con quest’opera decisiva e in un periodo decisivo nella storia dello spirito occidentale. Abbiamo cercato anche di offrire una lettura che dimostrasse in cosa essa sia un passo avanti rispetto a tutte le altre imprese wagneriane, giustificando la posizione eminente di chiave di volta in una ipotetica parabola dell’Aufklärung fra entusiasmo ottocentesco e scetticismo novecentesco. Parsifal resta il culmine di questo percorso, e guardando alle spalle è inevitabile che sia proprio questo acme a svettare sul resto, attirando su di sé tutte le attenzioni, incluse quelle negative. E tuttavia è un’opera che ha le spalle molto larghe, che nell’antitesi trova la sintesi, e che dunque esce più forte e profonda quanto più passa il tempo. Seppelliti tutti i Messia che hanno preteso di utilizzarla ai loro fini, ci viene data oggi la possibilità di fare un’esperienza dell’ascolto e della visione che restituisca l’umanità profonda della poesia e della musica, facendo risuonare quell’inno all’esistenza così com’è, con tutte le sue contraddizioni e necessità, che è e rimarrà per sempre Parsifal”.

 Concordare con queste conclusioni non dovrebbe essere difficile per chiunque abbia dimestichezza col Lipsiense in generale e con la sua ultima opera in particolare. Si può discutere l’atteggiamento di Nietzsche nei suoi confronti e l’astio non solo intellettuale che alla sua uscita in lui si accese nei confronti dell’Amico. Ma si deve tener presente che non è la musica di Parsifal che N. discute, per la quale nutre grandissima ammirazione, sebbene il presunto, secondo me non presunto affatto, spirito di décadence che la permea, e che ci presenta un Wagner al culmine della ricerca di una redenzione (presente in ognuno dei suoi lavori, in maniera più o meno evidente in tutti i suoi lavori)  che infine lo esclude dalla cerchia dei superuomini per restituirlo al gregge e alla sua morale e riconsegnarlo chino, per dirla col Manzoni, al disonor del Golgotha:

 (Scrivi ancor questo, allegrati; / ché più superba altezza

al disonor del Gòlgota

giammai non si chinò).

Che se poi il Folle di Roecken abbia o no ragione, è un altro discorso.

          ______________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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La saga dei lupi

Post n°1032 pubblicato il 03 Aprile 2020 da giuliosforza

 

Post 952

   Saga dei lupi.

   Ho rivisto al risveglio un film, Uomini e lupi, di Giuseppe De Santis, che pur nella sua crudezza ha riacceso nella mia anima una grande nostalgia dell’infanzia.

   Il regista non fu tra i miei preferiti, il suo ‘realismo’ (evidenzio il termine perché qui non si intenda nell’accezione che assume nei trattati classici di storia e critica del film), faceva apparire in quegli anni, gli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, ai miei occhi i suoi lavori più dei documentari che dei film, tanto le loro storie, depurate dell’elemento fantastico, aderivano agli eventi come a cose fissate nella loro immobilità e la  narrazione procedeva con il ritmo lento dei racconti fatti attorno al misero desco, alla debole fiamma del camino o ai nudi tavoli artigianali dell’Osteria del Grottino (sull’arco d’ingresso una scritta, firmata Mussolini, recitante “chi beve poco è un agnello, chi beve giusto è un leone, chi beve troppo è un maiale”)  dai pastori del mio paese, per una modesta lingua di terra ancora amministrativamente laziale ma culturalmente già abruzzese, dai vaccari, dai cavallari, dai contadini.  All’Osteria del Grottino soprattutto ove, tra canti e lazzi, un vinello leggero di collina riscaldava un poco i cuori e la gola di quegli ex combattenti tornati, da guerre assassine, a una guerra non meno dura giornalmente combattuta contro una natura matrigna, di una guerra non meno, nei suoi disastri, feroce. Pochi o rozzi o addirittura nulli gli scavi nella psicologia dei personaggi (opinione non condivisa, leggo, dal produttore Lombardo il quale, trovandovene invece troppi impose una ventina di tagli, operazione che avrebbe dovuto rendere il film più prossimo al genere western da lui prediletto).

   Per una tale carenza di indagine psicologica i film di De Santis mi piacevano poco, per gli stessi motivi oggi mi piacciono molto, ma non certo per motivi ispirati a criteri di critica estetica. Uomini e lupi (io l’avrei meglio detto saga dei lupi) in particolare, il film in questione, mi riattraventa con violenza ai tempi e ai luoghi della mia infanzia: fu girato di fatti nel 1956, anno di una storica nevicata, sui monti e i boschi tra Scanno e Pescasseroli, che posso ben dire anche i miei perché assai prossimi, in linea d’aria, ai miei equi, incuneati tra i sabini e i marsicani. La povera economia del mio borgo si reggeva soprattutto sull’attività pastorale e boschiva, misera quella agricola, per lo più in mano a poche famiglie possidenti, essendo la maggior parte delle terre ancora di proprietà dei principi Borghese ai quali si dovevano (fino a quando agli inizi del XX secolo un cardinale oriundo non le riscattò) pesanti tributi.

   Tra i maggiori possidenti di bestiame e di terre coltivabili era la famiglia d’origine di mia madre, che possedeva una grande stalla quasi all’interno dell’abitato, attorno alla quale, e alle altre più piccole viciniori, nelle lunghe notti invernali si adunavano branchi di lupi ululanti scesi dal Monte Croce o giunti dai monti carseolani,  turanensi, della  Duchessa e marsicani; ed io dalla mia casa paterna, prossima alla piazza principale che segnava  il confine nord dell’abitato, ne avevo i sonni turbati. Il lupo era allora per me quello cattivo di Cappuccetto rosso, non quello buono di San Francesco, anche se avevo avuto modo di giocare per qualche giorno con due lupacchiotti, catturati nella Macchia di Oricola da un boscaiolo, zio acquisito di mia madre. Per lo più nei racconti invernali la figura del lupo era predominante. Non passava inverno che i lupari, in gruppo o da soli, non si presentassero al paese con le loro pelli ricucite e impagliate a chiedere il contributo dei pastori: prassi in quei tempi ordinaria, rappresentando il feroce canino il maggior pericolo per le greggi al pascolo montano nei mesi caldi, al riparo delle stalle nei mesi freddi. Per tali motivi paradossalmente il lupo era per me bambino un animale familiare, temuto e amato insieme, non solo un animale da favola, ma presenza di cui la mia accesa fantasia era chiamata ad alimentarsi. Ogni sabato sera mio padre, che era solito tornare da Roma in bici, facendosi circa 75 km di cui una trentina (da Bagni di Tivoli a Tivoli, ma soprattutto poi da Arsoli  a Vivaro attraverso Riofreddo e Vallinfreda posta a 860 metri sul livello del mare) in forte salita, mi raccontava di un lupo, dopo i primi spaventi diventatogli amico,  che lo attendeva regolarmente al Cupaiu o al bivio di Orvinio: faceva già notte e il predatore, ormai  sazio o in attesa che qualche stalla si aprisse, se ne stava buono buono immobile con gli occhi rilucenti che trapassavano il buio e si fissavano su di lui obbligandolo ad arrestarsi, come si aspettasse un saluto, finché con un breve ululato gli dava il segnale di via libera. Quando papà narrava dei suoi incontri col lupo del Cupaiu, io i primi tempi, si può immaginare, tremavo dalla paura, poi finivo per pensarlo un amico che proteggeva il mio stanco papà imponendogli una sosta dopo la grande fatica della salita: da Vallinfreda a Vivaro, dopo il lupesco ‘via’!,  egli, abile ciclista fin da giovane, avrebbe avuto tutto il modo di recuperare, pericolosamente lanciandosi per una  strada tutta curve e tutta in discesa, imitando e superando spesso i tempi del suo idolo Fausto Coppi, ma più di una volta finendo, per la sua  temerarietà, fuori strada, quando non addirittura  sotto un ponte. Al qual proposito,

esilarante parentesi, fu storico un incidente che avrebbe potuto essere fatale a lui ed all’amico Emilio, custode di una diga dell’Aniene sotto Roviano, che talvolta, al ritorno da Roma, papà faceva sedere sul sellino posteriore e che, all’ultima salita doppiamente ormai improba, si alternava alla guida: arrivati al primo ponte di Vivaro, imboccarono male la svolta,  finirono sotto il ponte sul greto del torrentello della Scentella ed arrivarono in piazza che erano una maschera di sangue. Ho ancora nelle orecchie le urla, accompagnate da irripetibili improperi rivolti dalle consorti ai rispettivi mariti, strapositivi alla prova …dell’alito, e la spasmodica ricerca del medico.

   Con Uomini e lupi dunque mi sono svegliato stamane: invece che ambientato nei territori innevati di Scanno, Alfedena e Pescasseroli (gli stessi che cento volte nella mia vita ho ripercorso, solo o in compagnia, a piedi o in automobile) l’ho visto come fosse stato girato nei luoghi a me altrettanto familiari e cari del Preappennino abruzzese, fra i boschi i castagneti le stalle e le catapecchie del mio paese. Mi sono rivisto nel bambino (Pasqualino) che con un improbabile Ives Montand (Ricuccio), forse  inadeguato al ruolo chiamato a rivestire, Pedro Armendariz (Pietro), figura scialbetta e impacciata, Silvana Mangano (Teresa, più credibile in altri ruoli, vedi Riso amaro)  ne è il protagonista, e ho riudito gli stessi ululati che udivo nelle profonde notti invernali allorchè i lupi affamati si avvicinavano alle stalle delle ‘Cruci’ e del Querceto sotto le Coste della Lacciara.

   Mi piace in questa mia seconda infanzia Uomini e lupi, forse perché torna ad alimentare la nostalgia di quella mia prima di freddo e di guerra sì, ma calda di incantamenti di scoperte e di affetti, in una tragica fase dell’Essere, quella che ansiosamente stiamo vivendo, che sembra tendere al suo riannichilimento  nel non-Essere mediante una peste cosmica tesa ad inquinare definitivamente una  Creazione consunta, forse prossima alla sua definitiva implosione, senza speranza di rigenerazione.

   Pandemia senza Palingenesi.

 

        

 

 

 

 

 

 

 

 
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Di Umanesimo culinario, di speculazioni sulla peste, di 'agonie digerite' e di altro

Post n°1031 pubblicato il 27 Marzo 2020 da giuliosforza

 

Post 951

   Dalla rete, di Anonimo:

   “La peggior peste? La speculazione religiosa, politica, economica sulla peste, che o con spettacolari manifestazioni plateali (ad esempio una annunciata piazza San Pietro vuota in mondo visione con un solo personaggio al centro benedicente Urbi et Orbi e s-vendente indulgenze più o meno plenarie) o con continui messaggi capillarmente distribuiti sui media, come virus si insinua nelle coscienze dei più sprovveduti e ne fa strage,”.

  Mi dissocio dal contenuto in parentesi, sicuramente un falso.

 Sempre di Anonimo:

   Studiai teologia dogmatica sui tre tomi del tedesco Bernhard Bartmann, Teologia ascetica e mistica sul Compendio del francese Adolphe Tacquerey, Theologia moralis sul testo del napoletano Alfonso Maria de’ Liguori. Grazie ad essi per provvidenziale contrasto smarrii il ‘loro’ accigliato e ritrovai il ‘mio’ lirico ludico Iddio.

   V’è chi accusa la filosofia di “far male”. Evidentemente può “far male” anche la teologia.  

*

   L'Umanesimo culinario non fu meno splendido di quello letterario. Quando nel 1439 si riunì a Firenze il famoso Concilio che avrebbe dovuto vanamente tentare la riunificazione delle due Chiese, l'occidentale e l'orientale (separate, come si sa, in apparenza da una sottigliezza teologica, la questione di lana caprina del Filioque, che ben altre motivazioni celava) i fiorentini ospitarono regalmente i grandi saggi greco-bizantini ivi sopraggiunti coi loro tesori di preziosi manoscritti che avrebbero fatto la gioia dei Cusano, dei Ficino, dei Platina, che su di essi voracemente si sarebbero buttati restituendo all'Occidente le solarità classiche e così ponendo le basi del Rinascimento.  Tra gli ospiti orientali erano due cospicui personaggi, il monaco basiliano Bessarione e il "nuovo Platone" Giorgio Gemisto Pletone, preconizzatore di una religione universale cristiano-zarathustriana del Sole della Luce e del Fuoco zend-avestiani, fondatore di un circolo - erroneamente detto setta - a Mistrà, l'antica Sparta, frequentatissimo, da un viaggiatore inglese esportato in Inghilterra dove avrebbe allignato dando origine - è questa la versione più accreditata - alla Massoneria. E sarebbe stato, così almeno la dicerìa, durante uno di questi banchetti che Bessarione, dopo aver assaggiato uno squisito arrosto di maiale, avrebbe esclamato arista! arista! che grecamente suona magnifica, splendida, straordinaria, donde il nome rimasto a quella prelibatezza. Lo stesso Studioso ... incardinalato (avrebbe trascorso il resto della sua vita da noi a servizio del papato e da noi sarebbe morto -si può visitare la sua tomba nella basilica dei SS. Apostoli nella omonima piazza) avrebbe involontariamente dato il nome anche al famoso passito Vin Santo, avendolo egli detto simile al vino della licia Xanthos, termine recepito dall'orecchio ancora rozzo dei commensali italici come "santo".
   Leggenda per leggenda.
   Qualche secolo prima, nel 1111, a dimostrazione che clero e concili a qualcosa di buono pur servono, in quel di Montefiascone un vescovo tedesco, Johannes Defuk, del seguito di Enrico V che si recava a Roma per l'Incoronazione, avendo mandato un suo scudiero in avanscoperta alla ricerca del buon vino con l'incarico di scrivere 'est', c'è, su ogni porta di bettola che ne fosse fornita, trovandone tre in una di Montefiascone si fermò di ritorno da Roma tre giorni, e tanto 'est est est' tracannò che infine ne schiattò e fu sepolto in San Flaviano.
   Questo simpaticone di Defuk merita una visita in San Flaviano. Io nell'ultima dozzina di anni di docenza postpensionistica in un istituto universitario già privato (ora mi dicono incardinato al PUS, pardon UPS, Pontificia Università Salesiana) che in Montefiascone ha sede, più di una volta tale visita ho fatto, e in suo onore, almeno in due circostanze, ho anche interrotto l'astinenza da vino che, non so ancora perché, da vent'anni mi sono imposto (forse per non schiattarne a mia volta)

*  

   Il cammino all’interno della prima tappa dell’Opus Magnum è quasi concluso. M’addentro faticosamente nella Nigredo col protagonista, il medico in odore di eresia Zenone (dal prudente pseudonimo Sebastiano Theus, per qualche tempo efficace) e con la narratrice Yourcenar, il cui mondo e il cui stile trovo sempre più affascinanti, ove l’oscurità e la profondità dei concetti si chiariscono, senza che te l’attendi, per una sovrabbondanza di azzeccatissime e semplici immagini. Sono al capitolo centrale, ‘La malattia del priore' (malattia sì del corpo ma soprattutto dell’anima: il superiore del convento dei cordiglieri attraversa quella che i mistici chiamano la 'notte oscura’, nella quale tutte le certezze di fede vacillano, e pare sia uno scotto da pagare da chiunque intraprenda la salita al monte Carmelo). Ẻ la parte più realistica del libro, ove non manca l’accenno, per la verità assai discreto e pudico, alle orge sacrileghe che si consumano nei sotterranei del convento da parte di novizi e frati, molto simili, anche se non così impudentemente descritte in ogni particolare, a quelle di cui il Marchese De Sade si compiace in Justine (pare che non pochi fossero - è da auspicare non più siano - i conventi ove pratiche orgiastiche sodomitiche non si consumassero). In due aforismi paradossali trovo riassunto il travaglio del priore, degni di un Dorian Grey meno giocoso compiaciuto dandy e più filosofo: No, amico, temo che non abbiate abbastanza fede per essere eretico (pag. 170) e L’ateo che nega Dio è il solo uomo che non bestemmi (pagina 178). Fra le più significative citazioni riportate nel volume, e che rappresentano l’essenza del Rinascimento yourcenariano (quello che non è solo eccidi, devastazioni e depravazioni) mi piace riportare il brano di Pico, manifesto dell’uomo nuovo creatore di sé e del mondo, che fa da esergo al volume, e la strofa di una poesia di Giuliano dei Medici (il fratello di Lorenzo, quello caduto nella congiura dei Pazzi) che ignoravo come poeta (nel quale dunque, come nel fratello, il principe il condottiero e il vate, secondo l’ideale rinascimentale,  felicemente convivevano).

  

   “Non ti diedi né volto, né luogo che ti sia proprio, né alcun dono che ti sia particolare, o Adamo, affinché il tuo volto, il tuo posto e i tuoi doni tu li voglia, li conquisti e li possieda da solo. La natura racchiude altre specie in leggi da me stabilite. Ma tu che non soggiaci ad alcun limite, col tuo proprio arbitrio al quale ti affidai, tu ti definisci da te stesso. Ti ho posto al centro del mondo affinché tu possa contemplare meglio ciò che esso contiene. Non ti ho fatto né celeste né terrestre, né mortale né immortale, affinché da te stesso, liberamente, in guisa di buon pittore o provetto scultore, tu plasmi la tua immagine” (Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate).

 

   “Non è viltà, né da viltà procede / S’alcun, per evitar più crudel sorte, / odia la propria vita e cerca morte… / Meglio è morir all’anima gentile / Che sopportar inevitabil danno / Che lo farria cambiar anima e stile.

   Quanti ha la morte già tratti d’affanno! / Ma molti ch’hanno il chiamar morte a vile / Quanto talor sia dolce ancor non sanno”.

 

   Ambedue i brani s’attagliano per contrasto all’epoca che stiamo vivendo, ma che può essere di svolta verso una nuova era dell’umano. Ricevo da Perla Suez, scrittrice argentina:

 

   La peste serà un acontecimiento decisivo y un punto de inflexiòn. Quando decline, surgiràn nuevas posibilidades. -Nueva Sion- Periodismo Judeo Argentino con Compromiso. Es mas potente que nosotros, la peste, y de algùn modo, inconcebible. Mas potente que todo enemigo de carne y hueso con que nos hemos topad…

 *

   Vorrei spendere due parole di fiducia e di incoraggiamento per voi giovani.

   Se sono vere le statistiche, e non ho motivo di dubitarne, pare che la Specie questa volta stia facendo bene il suo lavoro di selezione: dei deceduti per corona virus l’età media sarebbe settantanove-ottanta anni. Il grande problema sociologico, minaccioso sotto moltissimi aspetti, di un giustamente deprecato e deprecabile mondo di vecchi che ha tolto, toglie, e sempre di più toglierebbe a voi lavoro e speranze, pare si stia risolvendo ad opera di una impersonale schopenhaueriana Voluntas, imperscrutabile Destino, mai come questa volta beffardamente, universalmente, e, quel che soprattutto più conta, non ciecamente imperversante, al quale invano l’empirica individuale Noluntas tenta di ribellarsi. Noi ottantenni ed ultra (parecchio ultra, come nel mio caso) siamo di sovrappiù e di impaccio. Questa peste incolore (o …gialla?) forse risolverà il problema da cui siete giustamente angosciati, prima e meglio di quanto politici scienziati filosofi sociologi programmatori guerrafondai e tecnocrati siano riusciti e mai riuscirebbero a fare. Noi vecchi dobbiamo farcene una ragione, almeno a livello di concetto, come direbbe Hegel, perché a livello di sensibilità, è comprensibile, ci rode. Un bel repulisti vi giova.

   Coraggio dunque, e fiducia. Il mondo è vostro. Dopo la notte una nuova alba per voi s’annuncia, di nuovo intonerete l’inno al Sole. “Voi andrete a vivere e noi andremo a morire; anche se “chi di noi abbia la sorte migliore gli dei soli lo sanno”, come fa dire Platone, forse nel Fedone, a un Socrate sul punto di avvelenarsi.

Fosse finalmente, quella che per voi s’annuncia, l’alba del Super-oltre-uomo?

   Molti miei amici hanno letto queste parole, pubblicate su FB, come un autoepitaffio, come un segnale di rinuncia alla lotta e d’inizio di una fatale senile depressione; si sono preoccupati per me, per la mia salute  fisica e psichica, per la tenuta della mia tante volte predicata Wille zur Macht; e mi han subissato di messaggi di stima e di affetto, affermando che uno come me non può morire, che sono una eccezione, che per me non vale la legge universale e che e che e che… Felice e grato per tutte queste manifestazioni, ho sentito il bisogno di rassicurarli dicendo loro, tra il serio e il faceto, quanto segue: “la mia analisi, molto fredda ed oggettiva, è stata letta da voi troppo emotivamente. Vi ringrazio perciò dei consigli e delle manifestazioni di affetto e di stima, ma sappiate tutti che non vi libererete così facilmente di me. Resisto persisto consisto insisto esisto non desisto. E faccio anche qualche piccolo non volgare gesto apotropaico. E chairete!”.

   “Ora è di nuovo lei”, in molti hanno replicato. E spero proprio che abbiano ragione.

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   Omaggio ai vegetariani e alla Quaresima. Digerire agonie.
... (Zenone) "mangiava indifferentemente quel che uno dei frati incaricati dal priore all'ospizio gli portava dal refettorio, oppure, alla locanda, sceglieva le pietanze più economiche. La carne, il sangue, i visceri, tutto ciò che ha palpitato e vissuto gli ripugnavano in quel periodo della sua esistenza, poiché alla bestia duole morire come all'uomo, e gli dispiaceva digerire agonie. Dall'epoca in cui aveva sgozzato di sua mano un maiale presso un macellaio di Montpellier, per vedere se c'era o no coincidenza tra la pulsazione dell'arteria e la sistole del cuore, non gli era parso utile impiegare due termini differenti per designare la bestia che viene macellata e l'uomo ucciso, l'animale che crepa e l'uomo che muore. Le sue preferenze in materia di alimenti andavano al pane, alla birra, alle farinate, che conservavano qualcosa del sapore denso della terra, alle verdure acquose, alle frutta rinfrescanti, alle sotterranee e sapide radici. L'oste e il frate cuoco si meravigliavano delle sue astinenze che attribuivano a devozione. Talvolta, tuttavia, si sforzava di mangiare una fetta di trippa o di fegato al sangue, per dimostrare a se stesso che il suo rifiuto veniva dallo spirito e non da un capriccio del gusto " (Margherite Yourcenar, L'Opera al nero, pag. 155).
  

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   Vorrei proprio vedere chi d’ora in poi avrà il coraggio di irridere il detto popolare “anno bisesto anno funesto” e di parlare di volgare superstizione. Che sia nella superstizione la verità? Spero mi sia concesso il tempo di rivedere molte mie borie illuministiche, pur conscio l’errore di una vita essere ormai irrimediabile. A meno che… a meno che non mi sia data l’opportunità di sperimentare il nasci denuo che fu, e da quale bocca, predicato oportere.

   Anno bisesto o no io esco scosso, se non sconvolto, da una serie di letture casualmente in contemporanea intraprese vertenti tutte sull’epoca dell’Umanesimo e del Rinascimento, la grandiosa e terribile epoca ritenuta del passaggio dal Medio Evo all’Era moderna. Negli intenti esse avrebbero dovuto aiutarmi a sopportare la clausura obbligata e a renderla meno tetra. Così purtroppo non é stato, e sono aumentati la confusione e il turbamento. Clausura fin che s’apra, silentium fin che parli. Chiederò ancora una volta lumi al   principe dei Maghi Gabri il pescarese, che la frase fece incidere sul battente del portale che introduce alla Prioria nel suo misterioso regno di Gardone, ed io plagiario sulla fragile porta della mia modesta abitazione quasi conventuale. 

Madrigale senza suono.

    ______________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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