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Brocken, Monte Croce

Post n°1009 pubblicato il 17 Luglio 2019 da giuliosforza

 

Post 931

   Heine, Viaggio nello Harz.

   Lo Harz è una modesta catena montuosa della Turingia che ha nel Brocken la sua cima più alta (appena 1141 metri sul livello del mare). Ma enorme l’attonimento panico che suscitò nell’anima di numerosissimi artisti.

   E’ la Turingia-Sassonia quel beato Land (lo fu fino a quando, occupato col resto della Germania est dalla Russia, non si vide distrutto in ogni suo aspetto,  fisico e spirituale -ora a fatica tenta di recuperare la sua verginità violata)  in cui fiorirono, dal 500 alla prima dell’Ottocento, le espressioni più alte della cultura europea e mondiale, teologica, filosofica, poetica, musicale. Cercai, e trovai, a Eisleben, Eisenach, Francoforte sul Meno, Berlino, Weimar, Dresda, Jena, Weissenwels…, alla ricerca delle mie radici culturali, i fantasmi di Lutero Bach Goethe Schiller Hölderlin Novalis Hegel Fichte Schelling Wagner  Nietzsche List…Oggi con l’esule Heine rivisito lo Harz, e mi reinmergo nel sabba delle streghe della faustiana Walpurgisnacht, e nel Wartburg odo le voci dei cantori in gara col wagneriano trovatore Tannhäuser tentato invano daVenere. Chissà se le stesse mie emozioni provò Heine. Ma sicuramente, osservando tutt’intorno dalla torretta dell’albergo che sul Brocken lo ospita, si lascia possedere dall’incanto e dalla magia incomparabili del panorama che s’offre al suo sguardo. Scrive:

   “Mentre discorrevamo, cominciò a imbrunire: L’aria si fece ancor più fredda, il sole inclinava più basso all’orizzonte, e il belvedere si riempì di studenti, di apprendisti artigiani, di rispettabil borghesi con signora e figlie: tutti lì per assistere al tramonto del sole. E’ uno spettacolo sublime che dispone l’animo alla preghiera. Pe ru buon quarto d’ora tutti se ne stettero in piedi, seri e silenziosi, a fissare la palla infuocata del sole che sprofondava lenta a occidente; i volti erano accesi dai raggi rosati del crepuscolo, le mani spontaneamente si congiungevano: era come fossimo una silente comunità nella navata di una cattedrale gigantesca e l’officiante levasse ora il corpo del Signore mentre dall’organo si riversava immortale la music del corale di Palestrina.

   “Mentre ero assorto in tanta devozione, sento accanto a me qualcuno che esclama:  Ma quanto è bella la natura in generale!

   “…Sbrigata questa faccenda me ne andai a passeggiare ancora un po’sul Brocken giacché il buio, lassù, non diventa mai impenetrabile. La nebbia non era fitta e io contemplavo i profili delle colline chiamate ‘ Altare delle streghe’ e ‘Cattedra del diavolo’. Scaricai le mie pistole, ma non mi rispose alcuna eco. A un tratto però udii delle voci note e mi sentii baciare e abbracciare. Erano i miei compagni che avevano lasciato Gottinga quattro giorni dopo di me e si meravigliavano di ritrovarmi tutto solo sul Brocksberg. E ne seguirono racconti, esclamazioni di sorpresa, appuntamenti, e poi risate e rievocazioni  - proprio un allegro rivedersi!”  (pp 125-126).

  A parte Beethoven e Wagner, i più grandi ammiratori del Princeps Musicae, ed Hans Pfitzner che a Palestrina. Leggenda musicale dedicò  un’intera opera lirica agli inizi del Novecento, molto ammirata da Mann, è la quarta volta che sento evocato Pierluigi da Palestrina, e questa volta in maniera inattesa da Heine in una notte fatata sul Brocken. Molto popolare è Palestrina in Germania, e non solo fra i grandi Compositori, ma anche nella cultura popolare. La cosa mi commuove e mi esalta. Anche per me il Prenestino fu da sempre il prediletto, a tal punto che in una mia precedente vita ne volli assumere il nome… d’arte, ed oggi ancora quel nome nostalgicamente mi risuona nell’anima. Stabilisco di riprendere quel nome nella mia vita a venire quando ascolterò le sue Messe a cappella e i suoi madrigali sacri e profani cantati dai cori angelici (ché è il Pierluigi  e non Mozart, cari i miei teologi Karl Barth, Hans Küng, Hans Huns von Balthasar, il direttore della Cappella…Angelica!).

   Anche io ho il mio Brocken, e si chiama Monte Croce (1081 sul livello del mare, terzo dopo il Pellecchia (1369), e Monte Gennaro (1271, altrimenti detto Monte Zappi), del gruppo dei Lucretili, incastonati fra i Sabini, i Simbruini, i Prenestini. Nei mattini nei pomeriggi e nelle notti agostane, non meno magiche delle notti del Brocken e non meno popolose di strigi di fantasmi e di streghe, invocai, con la schiera dei miei giovani compagni d’avventura, OdinoWotan, e all’eco delle nostre voci, risonanti per la amene vallette circostanti, il dio non fu sordo a rispondere. E con lui risposero gli Spiriti dei contadini che fin lassù nei secoli erano saliti a strappare, tra pietra e pietra, alla montagna arida un pugno di terra per la loro manciata di farri, di orzi, di frumenti. Oggi il mio Brocken riposa nella quiete della canicola. E ad esso intorno riposano le vallette in cui Coannegli Crocione Capucollefaina Crocetta ‘e Gregoriu digradano. Non sono bastati i sudori di cui i contadini del mio borgo nei secoli le colmarono. Ancora stanno lì aride, silenziose, misteriose a nutrire di cardurapuli i pochi greggi di Pan ancora ammusanti alle ombre fitte di Colatorre e Vazzimigna.

 _________________        

  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

   

 

 

 

 

 
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Usignolo, filmini tedeschi, Frainile

Post n°1008 pubblicato il 05 Luglio 2019 da giuliosforza

Post 930

   L’usignolo.

   In questa notte di caldo tropicale, destatomi zuppo di sudore (pericolosissima, alla mia età, la perdita notturna di zuccheri) alle 03 solari, uscito in terrazzo alla ricerca non vana di un minimo di refrigerio,  tra le voci d’uccelli, non rare per ventura da udire ancora in questa zona di residui verdi, m’è parso, solo parso, forse ho  solo immaginato,  riascoltare, fra un orrendo cra cra (cras cras!) di cornacchie del malaugurio e un gentile allegro e vario gorgheggiare di merli, un canto d’usignolo nelle sue centinaia di variazioni. E m’è tornata in mente una notte fatata d’Ischia, ospite di un piccolo capanno in quella parte di bosco che infittisce le falde dell’Epomeo sul  versante  di Forio, in cui vegliai non per calura ma per diletto (intrecciando  corone d’edere per il capo della Regina dei Fiori), in cui, unica volta forse in vita mia, mi estasiai nell’ascolto d’un canto solitario d’usignolo in tutta la sua estensione e durata (dai quattro ai cinque minuti le strofe nelle loro varianti  impossibili da fissare, tali che né Vivaldi né Haendel né Messiaen, che pur vi si provarono,  né Respighi - che nei ‘Pini del Gianicolo’, uno degli episodi de ‘I pini di Roma’, pensò bene di ricorrere ad una registrazione fonografica -vi riuscirono) e in quell’ascolto feci l’alba, un’alba chiara come l’Alba dei Tempi.

   Non ha ragione il Goethe del Mit Goethe dirch das Jahr che in data odierna, nel pensiero dedicato, guarda caso, proprio al Nachtigal, scrive: Die Nachtigal sie war entfernt / Der Frühling lockt sie wieder; / Was Neues hat sie nicht gelernt, / Singt alte liebe Lieder. Era lontano l’usignolo, la primavera di nuovo l’attira; ma qualcosa di nuovo non ha imparato, canta sempre le antiche care canzoni. Ha torto il Francofortese: nulla di sempre più nuovo del canto dell’usignolo, ogni volta più ricco di invenzioni timbriche, alte medie basse come fossero in una sola gola tante gole a compenetrarsi, a gara in invenzioni melodiche ora piane or distese, ora singhiozzanti ora esplodenti in arabeschi vocali dai mille toni e dai mille colori, colori-toni sinesteticamente  con- fusi: toni da trenodia o da epicedio, melanconici od osannanti come in una sinfonia dai molteplici movimenti. Nel canto di un usignolo puoi cogliere una varietà di situazioni sentimentali, gioia e dolore, rimpianto ed attesa, Ahnung o Sehnsucht, a seconda del tuo stato d’animo. E’ cosi che in un canto popolare tedesco dedicato all’usignolo (che la mia raccolta di Deutsche Lieder attribuisce a Hoffmann von Fallersleben, 1844) la semplice melodia (Do Maggiore, 4/4, che in traduzione ritmica sillabica rendo  dore mii misol faa fala sooolfa mii misol fa fa re sol miiii, un tempo di silenzio, dove ogni sillaba nel gruppo unito vale 1/8, croma, da sola1/4, semiminima, o 2/4, minima) esprime una grande serenità in contrasto con la tristezza che le parole evocano: già Maggio è passato, passata è la primavere, tu te ne torni ai tuoi lidi lontani e  malinconia ed amarezza invadono il mio cuore. Nachtigal Nachtigal wie sangst du so schön, sangst du so schön vor allen Vögelein.Wenn du sangest, rief die ganze Welt:Jetzt muss es Frühling sein! Nachtigall Nachtigall, wie drang doch dein Lied, drang doch dein Lied in jedes Herz hinein! Usignolo usignolo, come era bello il tuo canto, più di quello di tutti gli altri uccellini! Quando tu cantavi tutto il mondo invocava: ora dev’essere primavera! Usignolo usignolo, come penetrava il tuo canto nel profondo del cuore! Ma è soprattutto nella seconda e nella terza strofa che un sentimento di rimpianto e di sofferenza predominano sulla gioia, il sentimento del tempo fugace su quello dell’eterno ritorno: Nachtigall, was schweigest du nun, du sangst so kurze Zeit. Warum willste du singen nicht mehr? Das tut mir gar zu leid. Wenn du sangst war mein Herz so voll von Lust und Frühlichkeit. Warum willst du singen nicht mehr? Das tut mir gar zu leid. Wenn der Mai, der liebliche Mai mit seinen Blumen flieht, ist so mir so eigen ums Herz, weiss nicht , wie mir geschieht. Wollt ich singen auch, ich könnt es nicht, mir gelingt kein einzig Lied. Ja es ist mir so eigen ums Herz, weiss nicht, wie mir geschieht. Usignolo, perché ora taci? Cantasti così poco tempo. Perché non volesti cantare più? Quando tu cantavi , il mio cuore era così pieno di serenità e di gioia. Questo mi fa molto soffrire. Quando Maggio, il caro Maggio, coi suoi fiori se ne vola via, mi sento così strano dentro, non so che cosa mi succede. Volevo cantare anche io, ma non potevo, non mi riusciva nessuna canzone. Sì, ho attorno al cuore uno strano sentimento, non so cosa mi succede.

   Noi mediterranei siamo fortunati: il canto dell’usignolo ci allieterà fino alla fine di Agosto. Nel passaggio dal Leone alla Vergine trapasserà anche il nostro sentimento alle autunnali malinconie.

 *

   Da qualche tempo il canale tv 55 Cine Sony trasmette di prima mattina e lungo il giorno una serie di film di produzione  tedesca ambientati anche nei riposanti paesaggi scandinavi limitrofi. Si tratta per lo più di semplici storie d’amore, cui fanno da cornice panorami paradisiaci, verdi foreste, laghi trasparenti, lussureggianti giardini, azzurrissimi cieli e azzurrissimi mari. Il colore predominante delle cose è quello che sfuma in pastello, le turbolenze interiori ed esteriori non sono mai devastanti, l’amore trionfa sempre e con esso il bene. Il critico trinariciuto ne riderà. Io, che non sopporto le truculenti serie di gialli, polizieschi, di guerra, di tribunali, d’ospedali, di mafia e malaffari consimili che infestano tutti gli schermi ad ogni ora del giorno e della notte, me li guardo con piacere e  riposo mente e corpo. Per gli stessi motivi guardo ogni tanto la serie bavarese “Tempesta d’amore”, ambientata nell’albergo Fürstenhoff, dove più che le vicende degli uomini sono gli impareggiabili panorami a predominare, una Natura incontaminata, per la cui celebrazione sembrerebbe siano state in realtà le trame leggiadre pensate.  Oppure mi godo antichi film per lo più  in bianco e nero, italiani ( ci fu un tempo in cui anche il nostro cinema fu vivo) e francesi, oltre i soliti Stanlio e Ollio e Charlie Chaplin. Poco fa ho rivisto ‘Nonna Sabella’, con Tina  Pica, ed ho riso a crepapelle. Ma c’à stato anche spazio per la commozione.

*

   Ho lasciato finalmente l’inferno di Roma, e m’ha nuovamente il fresco del Frainile. Prima ancora che la prima luce sorgesse dalle montagne d’Abruzzo, la A24, a quell’ora quasi solitaria, m’aveva (bramosa di me come io di lei: ho già detto dello strano fenomeno che in talune circostanze mi fa vedere la via muoversi verso di me, quasi desiderosa di inghiottirmi) mi accoglieva felice di riavermi, dopo tanto tempo, gioioso nell’abitacolo della fedele Saxo, antica quasi quanto me, come mai dinamica e sciolta sull’asfalto in procinto di ribollire. Un felice percorso a corsia unica a causa di lavori in atto in quasi ognuno dei  cinquanta km di percorrenza. Fossi uscito un’ora dopo, sarei forse ancora imbottigliato nel traffico. Al Frainile trovo uno splendore di verdi e di colori di rose e di ortensie. I noci vigilano, verdissimi anch’essi. Sembra proprio che al Frainile ci si infischi della canicola.

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Festa dei Gigli. Don Milani e la Musica in un'intervista a Riccardo Luciani

Post n°1007 pubblicato il 30 Giugno 2019 da giuliosforza

 

Post 929

   Oggi a Nola è la Festa dei Gigli, e ne ho nostalgia. Sono stato tentato di farvi una …fuitina (non dirò in compagnia di chi) in incognito senza avvisare gli amici, soprattutto l’avv. Paolino Fusco, ma sarei stato sicuramente scoperto, e avrei creato imbarazzo. E poi sarebbe stato sicuramente  un suicidio, visto l’incendio dell’aria e la mia tenera età. Dedicherò così tutto il giorno a Bruno ed agli altri due Testimoni del Pensiero ardimentoso, Martiri di Metanoesi : Tommaso Campanella ed il meno ricordato, ma non meno grande, Giulio Cesare Vanini, orribilmente dilaniato dall’Inquisizione a Tolosa nel 1619, l’anno stesso dell’inutile, viste l’incoerenza e la viltà del suo teorizzatore, incapace di trarne, ma soprattutto di affrontarne, le conseguenze, “Cogito” cartesiano. Tre frati ribelli, due domenicani,  uno carmelitano: un vero dono per l’Umanità, uno dei più grandi miracoli operati dalla Provvidenza (o, per chi preferisce, dalla hegeliana List der Vernunft).

 *    

   Ma un altro “ribelle” voglio oggi celebrare, un ebreo convertito  diventato prete cattolico, anche egli variamente perseguitato ed  al vasto pubblico sicuramente più noto, che risponde al nome di Lorenzo Milani. Me ne offre l’opportunità la fotocopia di un articolo inviatami da Maria Teresa Luciani (per oltre vent’anni curatrice del Seminario di educazione all’ascolto collegato ai miei insegnamenti di Pedagogia generale e Metodologia dell’educazione musicale alla Sapienza prima, poi alla sua filiazione  Roma Tre): un interessante, direi storico, documento  in cui si dice del rapporto umano ed epistolare intercorso  tra don Lorenzo Milani  e suo (di Maria  Teresa) fratello Riccardo (Nino), noto musicista, già docente del Conservatorio di Firenze e della Scuola musicale di Fiesole, nonché prolifico compositore.  Si tratta di un servizio di “Toscana oggi”, periodico cattolico, del 16 gennaio 2011, che riferisce di una intervista al Luciani a firma di Tommaso Tronconi, responsabile del Movimento Studenti di Azione cattolica. In esso emerge un altro aspetto della concezione e della attività pedagogica del Priore di Barbiana: l’interesse per l’educazione all’ascolto  musicale, ritenuta fondamentale, con la formazione linguistica, nella lotta per l’emancipazione culturale dei figli del popolo.  

 Ecco il testo dell’intervista, dal titolo redazionale “Quando Don Milani scriveva: «La musica ci ha fatto volare».

 “Pochi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale, a 24 anni, don Lorenzo Milani fu nominato (Ottobre 1947) cappellano a San Donato di Calenzano, dove, benvoluto e sostenuto dall’anziano parroco don Daniele Pugi, organizzò una «scuola serale popolare» per l’evangelizzazione e l’elevazione culturale e civile dei giovani operai e contadini della zona.

  “Nel Novembre 1953, un anno prima del trasferimento a Barbiana, chiese a un amico musicista, Riccardo (Nino) Luciani, di venire a San Donato a far sentire e spiegare un po’ di musica classica. Il risultato fu sorprendente ( i giovani si appassionarono non solo all’ascolto ma anche alla lettura delle partiture musicali), e don Lorenzo ringraziò l’amico con un biglietto, che esprime un aspetto fondamentale della sua missione: suscitare l’interesse per i molteplici aspetti della cultura in chi, per condizionamento sociale, se ne è tenuto e/o ne è stato tenuto lontano.

   “L’attualità di questo problema educativo, l’importanza di superare la frattura fra cultura ‘alta’ e cultura popolare, giustifica la pubblicazione di questo breve inedito, resa possibile dalla gentilezza di Riccardo Luciani e di chi, Tommaso Tronconi, lo ha intervistato per noi”.

   Qui ha termine la nota introduttiva redazionale. Purtroppo non mi è possibile riprodurre  la fotocopia dell’autografo della breve lettera da cui prende spunto l’intervista e debbo contentarmi di trascriverla:

  Caro Nino,

   scusa il ritardo nello scriverti e nel rimandarti le sinfonie. Se puoi lasciarmele ancora qualche giorno mi farai un grande piacere. Ci siamo sentiti moltissime volte la VI. I ragazzi ne sono diventati appassionatissimi […]e cogliono sempre quella, Forse anche perché alcuni ormai hanno imparato a seguire lo spartito, […]. Stasera voglio insistere perché s’imparino anche la IX. Si fa tanta musica finché il padrone del giradischi non verrà a ripigliarselo. E’ questione di giorni. E allora te riavrai lo spartito e noi ci ributteremo nei nostri consueti studi. […].

   E poi volevo dirti che ti sono tanto grato perché hai avuto ragione del nostro duro realismo e ci hai fatto per una sera volare in un cielo diverso dal nostro. Che i ragazzi fossero vinti e avvinti l’avrai isto anche da te. É la prima volta nella storia della nostra scuola che nessuno ha dormito.

E ora ti saluto affettuosamente sperando di rivederti presto quassù.

Tuo Lorenzo Milani.

  La calligrafia di Lorenzo meriterebbe un attento  esame grafologico. Procede per caratteri quasi infantili in un corsivo tendente al diritto e le parole sono molto spaziate l’una dall’altra, quasi si voglia lasciare al lettore l’opportunità di colmare da solo i vuoti dell’inespresso…

   Ed ecco l’intervista.

   “Incominciamo con le presentazioni: chi è Riccardo Luciani?

   «In questo momento sono un pensionato. Sono stato insegnante di lettura della partitura al conservatorio Luigi Cherubini di Firenze.. Ho avuto anche  un’attività i compositore di musica da camera, sinfonica e corale. Poi ho collaborato dieci anni con la Rai dove componevo colonne sonore  per film o documentari. Ho pubblicato una settantina di dischi di musica che commentano dal mare alla natura alla guerra. Adesso mi occupo di corsi presso l’Università e la scuola di musica di Fiesole.

   Come ha conosciuto don Lorenzo Milani?

   «Con la mia famiglia conoscevamo sua sorella Elena e con lei si andava fuori, a sentire concerti, a sciare. Insomma eravamo un piccolo gruppo. Dopo un po’ di tempo che non ci vedevamo più, mi venne fatta una telefonata proprio da don Milani che mi chiedeva se avevo una sera libera per fare una chiacchierata. Allora fissai il giorno e don Milani mi disse subito: “non ci sono soldi, ma farò venire qualcuno dei miei ragazzi a prenderla”. Una sera tardi arrivai su e c’era proprio lui che mi disse:” Non ho da darle nemmeno un bicchiere di vino. Un bicchiere di latte va bene?”. E poi mi disse: “Io la metto un pochino in guardia perché questi ragazzi sono buoni e cari ma se cominciano a tirare fuori le domande…Ieri è venuto il direttore della Nazione e l’hanno proprio pelato! “. Gli risposi: Spero proprio che con la musica non capiti, però ha fatto bene a mettermi in allerta!».

   Mi pare che la sua reazione fu positiva di fronte a questo invito…

   «Prima di tutto non potevo rifiutare, non c’era nessuna ragione. Poi gli dissi: “Cosa vuole che faccia?”. “Quello che vuole”, mi rispose»

In una lettera del 9 Novembre 1953, don Lorenzo scrive: «Non so a chi parlerò stasera e che faccia avrà la mia classe». Che tipo di classe si trovò di fronte? Si ricorda indicativamente  che cosa fece ascoltare e di cosa parlaste?

«Entrai e trovai questi ragazzi, uomini, e mi ero portato dietro dei dischi e degli appunti per fare un panorama di storia della musica. Cominciai però in maniera un po’ dotta. Nel giro di cinque minuti presi questi foglietti che mi ero preparato, li misi in tasca e andai a braccio. Si arrivò a Mozart e Beethoven, e feci sentire delle cose spiegando che messaggi ci potevano essere dietro le sinfonie. Poi si arrivò alle domande e io dissi: “Avete delle domande?”, e nessuno disse niente .Allora arrivederci, grazie dell’attenzione, don Milani mi ringraziò e mi riaccompagnarono a casa. Dopo una settimana venne uno di questi ragazzi con un biglietto di don Milani e mi disse: ”don Milani le chiede se gli può prestare la partitura delle settima sinfonia”».

   Aveva colto nel segno…

   «Poi don Milani mi disse: “Dopo che sei venuto te, quasi tutte le sere noi si proietta la partitura e cerchiamo di seguire la sinfonia. Questa cosa li ha affascinati molto, sono entusiasti di essere entrati in questo mondo da cui erano completamente esclusi”,. La ha fatto da sé il suo lavoro».

   Nella lettera del 22 Dicembre 1953, in cui don Lorenzo le scrive per ringraziarla, si legge che i ragazzi erano «vinti e avvinti». Cosa intendeva dire con questa espressione?

   «Vinti per il fatto che sentivano parlare di cose da cui loro erano esclusi socialmente. Gli aprivo un mondo che non era il loro. Vinti perché hanno reagito in maniera non negativa. E poi sono stati avvinti, ma non certo da me, dalla Musica. E hanno chiesto loro di poter andare avanti. Poi io non sono più tornato».

   A più di quaranta anni di distanza dalla sua morte, qual è il ricordo più forte che conserva della personalità di don Lorenzo?

   «Questa sua immagine di ‘scorbutico’ e di uomo pronto a rifarsi contro le cose che non andavano. E il contrasto con quella frase di ringraziamento sul biglietto portato da quel ragazzo: “non sa quanto bene ha fatto per noi”. Questa convivenza di due poli opposti».

   Un uomo molto colto, don Lorenzo…

   «Sì, ma sapeva come distribuirla questa cultura, senza far vergognare chi non ce l’aveva».

   Lei avendolo conosciuto, seppur solo in questo breve episodio, come ha visto quello che poi è stato l’”esilio” a Barbiana?

   «Una grande ingiustizia. Un voler spostare una persona scomoda. Faceva un lavoro che altri non è che no hanno capito, ma no hanno voluto accettare».

   Stringiamo un attimo sulla situazione della cultura oggi. Don Milani negli anni in cui è alla scuola di Barbiana professa l’insegnamento che «il sapere serve solo per darlo». Da professore e maestro di musica, che sia ancora attuale nel 2010?

   «Potrebbe esserlo, ma non lo è. Da come agiscono nei quadri politici che abbiamo davanti a noi, siamo proprio all’opposto. Se un Ministro ti dice che con la cultura non si mangia…Questo per quanto riguarda la cultura in generale. Per quanto riguarda la musica, ancora di più perché la musica sembra che non faccia parte della cultura. Non c’è stato nessun Ministro dell’Istruzione che l’abbia voluta aggiungere. E poi la tragedia è che usciti dal conservatorio non c’è lavoro, perché hanno tagliato le orchestre. In televisione se si vede qualcosa che riguarda la musica si vede alle 2 o alle 3 di notte».

   Guardando al mondo dei giovani, crede che tra di loro esista oggi interesse per le cultura?

   «I giovani sono molto distratti, non per colpa loro, ma perché ci sono molte distrazioni. Si rovano, non è raro, ragazzi oggi che veramente amano la cultura, la vogliono. Altri poi ne fanno a meno».

   La situazione attuale è questa, con tutte le sue sfaccettature. Per il futuro lei è ottimista o pessimista riguardo alla cultura che dovrebbe, come diceva don Milani, rendere uguali…?

   «Dovrebbe, ma così non è. Ci vorrebbero migliaia di don Milani sparsi per l’Italia…».

*

   Sarebbe interessante, dopo questo servizio, che nella sua semplicità accenna appena al problema e non fa emergere in profondità il pensiero dei due protagonisti dell’incontro (due personalità ricche e complesse nella cui anima andrebbe più profondamente scavato; questo dico a ragion veduta conoscendo bene il Luciani di persona e nell’opera, e il Milani solo dall’opera, dalla quale, per quel che io ricordi, risulta l’interesse musicale dell’apostolo di Barbiana essere stato solo episodico, avendo egli insistito soprattutto sul problema linguistico. Sarebbe interessante verificare, attraverso eventuali documenti e testimonianze dirette di ex alunni, quale sia stato il ruolo effettivo  della   musica nel seguito della vicenda educativa e personale di Don Milani e se davvero  abbia continuato nella vita a ‘far volare’ gli ex allievi del Prete ribelle. Nelle sue più note opere (Esperienze pastorali e Lettera a una professoressa) tale interesse mi risulta del tutto assente. Ma assolvo il prete ribelle: egli passò gli ultimi anni della troppo breve e tribolata esistenza in altre e ben più gravi faccende affaccendato, vittima di  processi e persecuzioni, oltretutto per aver pubblicamente difeso l’obiezione di coscienza. E con me l’assolve Frau Musika.

   Oltre che a Nola oggi  mi tocca ‘pellegrinare’ anche a Barbiana.

   __________________________

   Chàirete Dàimones!

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Solstizio. Un sogno. Osho. Tutino su Bosso. Traviata di Zeffirelli all'Arena. Concerto del CDS, Vino e amore

Post n°1006 pubblicato il 22 Giugno 2019 da giuliosforza

Post 928

  

   Solstizio d’Estate. Festa della Luce. Fascino e Nostalgia delle feste pagane, da Stonehenge all’Alaska.1986: notte magica di San Giovanni, coi colleghi del Colloquio internazionale di Estetica “Dimensions du Merveilleux”,  attorno alla grande  quercia  nella campagna osloense. Rievocazioni e riti magici  al sole di mezzanotte nel bosco in compagnia di elfi e troll e dell’Orso Valemone cavalcato dalla  principessa di cui è innamorato..

*  

   Sogno. Paese su un monte che guarda pianure ed orizzonti lontani fino al mare. Sole e neve, tanta neve a terra. Un mia giovane ex allieva volteggia nell’aria serena poi scende a danzare sulla neve a piedi nudi quasi avesse le ali, e canta. E canta  e danza e danza e canta. La rapisco sollevandola di peso e la reco al sole  fra suoi risolini e tentavi vani (finti?)  di divincolarsi dalla mia stretta. Socialisti meditabondi ai margini di una via panoramica. Sono tristi e pensosi delle loro sorti.     Chiedo: che fine hanno fatto i comunisti? Mi si risponde mestamente: sono in ritiro in Francia con Pujia (?), una sorta di santone politico, a meditar le mosse del riscatto. Mi sveglio sereno e libero dai crucci fisici e spirituali dei giorni trascorsi.

*

   “Non dovete creare un tempio o una chiesa per Dio,
   è assurdo perché Dio è ovunque!
   Per chi state creando un tempio,
   una chiesa o una moschea?
   Se volete pregare potete farlo ovunque.
   Dovunque vi inchiniate,
   vi inchinate a Dio,
   perché non esiste nient'altro”.
 
   Osho

   Copio la citazione  dalla rete e non ne garantisco l’appartenenza. Ma lo spirito e lo stile di Osho sono inconfondibili. Mi ci ritrovo totalmente. Circa i templi di pietra son portato a dissentire: ridotti a musei celebranti per la grande Arte la gloria dell’Uno vanno curati e moltiplicati, non abbattuti. Giovano alle goethiane, e prima bruniane, ‘religiosità’ del dotto e religione dell’ignorante.

 

*

   Marco Tutino è intervenuto, con tutto il peso della sua autorità (è autore, oltre che docente al “Verdi” di Milano, di diciotto opere liriche e di non so quanta musica corale e strumentale) in “difesa” della trasmissione  di  Rai3 (‘Che storia è la musica’) curata da Ezio Bosso. E’ intervenuto su fb con le parole che qui riproduco.

   “Ieri sera, un milione e mezzo di italiani hanno potuto assistere su Rai3 e in prima serata a un lungo programma che parlava di musica. Solo di musica. Al posto della usuale immondizia televisiva, Beethoven. Mentre la si eseguiva, la si commentava. Addirittura ci si poteva scherzare sopra, e comunque trattare da amica e non da solenne guardiana del Classico. Ieri sera moltissimi italiani sono un poco migliorati, e oggi forse si sono svegliati con qualche curiosità in più e qualche cattiveria in meno.
   Tra loro, alcuni su questo social si sono sfogati esprimendo uno stizzito disprezzo, una altera riprovazione. Erano tutti addetti ai lavori; e sicuramente, non l’hanno detto ma si capisce, avrebbero fatto meglio loro. Se -come sarebbe stato giusto- l’avessero chiesto a loro”.

   Se intervengo nel dibattito non è certo perché io mi ritenga un addetto ai lavori, pur se per oltre quaranta anni ho curato, con Maria Teresa Luciani, sorella del compositore Riccardo, un seminario di Educazione all’ascolto presso Roma Tre. Dico la mia da semplice spettatore che non soffre di passiva‘paticità’ da dipendenza nei confronti dello strumento televisivo.

   La trasmissione di Rai3, molto simile a quelle più giovanilmente disinvolte della BBC e della TV spagnola, da mesi se non da anni ormai trasmesse anche da noi, non mi è piaciuta (non mi riferisco alle musiche eseguite né allo stile del direttore) nel suo aspetto che dirò formale. La presenza di Mentana, di Signorini, di Bizzarri e degli altri ospiti non aveva alcun senso: dalla loro bocca, se si esclude Alfonso Signorini il cui retroterra culturale è di tutto rispetto, sono uscite solo ovvietà, triti luoghi comuni, per non dire insensatezze, che davano del fenomeno musicale l’interpretazione più banale e perciò fuorviante  che esista e che non può non ripugnare a chi sia minimamente esperto di filosofia e di psicologia musicali. La Musica è per natura esoterica (come l’Arte tutta che non sia impostura), non essoterica, ed educare ad essa il grosso pubblico non può né deve significare  snaturarla. Cosa che non ha fatto certo Bosso, che per quanto lo riguardava ne è uscito con indiscutibile lode. E’ l’impianto del programma che, dal mio modesto punto di vista, è sballato: il pro-fano deve essere indotto a varcate le doglie del tempio se vuole scoprire l’Isi velata, non il tempio deve perdere la sua sacralità. “Volgarizzare” un Einstein non è possibile. Perché ciò  dovrebbe essere possibile per Bach, Beethoven, Wagner? Forse il detto evangelico qui habet aures audiendi audiat vuol dire molto di più di quello che un certo costume ermeneutico vuol fargli significare.

*

   Traviata con regia di Zeffirelli, ultima sua fatica, all’arena di Verona, alla presenza del Capo dello Stato (al quale da giorni Il Fatto Quotidiano chiede invano se è al corrente delle ipocrisie e delle mene che da parte politica si tramano in alto e in sede locale per la gestione degli enti lirici in generale e dell’Arena in particolare) . Il Fiorentino, che da qualche giorno  trova pace nella sua città al Cimitero delle Porte Sante accanto alla madre,  non si smentisce. ‘Barocco’ eccessivo. Daniel Oren, kippah in testa, irriconoscibile nella sua obesità, s’agita come uno scimmione indemoniato. Sembra stia dirigendo uno spettacolo gladiatorio, non una Traviata. Dei protagonisti, il migliore mi risulta ancora l’inossidabile baritono settantasettenne  Leo Nucci. La Clerici anima negli intervalli il fatuo, irriverente, infine   volgare chiacchiericcio salottiero tra i soliti invitati, lì per fare ascolto, solo preoccupati (è la stessa Clerici a farlo intendere) di vincere la concorrenza di Canale 5, impegnato in un a sua volta super volgare programma sboccacciato da avanspettacolo. Se si escludono gli interventi del tenore Grigolo, competenti e commossi, per il resto c’è da schifarsi. Protagonisti uno dei figli di Zeffirelli col Baudo, con la Ricciarelli, con  uno Sgarbi con l’avanzare dell’età sempre più …‘sgarbato’ (magia di un nome), sempre più sopra tono, sempre più inascoltabile, addirittura pietoso quando non parla di arte,  nel suo truculento linguaggio,  e con un povero sindaco di Verona obbligato ad assistere in silenzio al fuori scena e a far da bella statuina (ma altro non immagino sarebbe capace di fare). Tutti a evocare e ad avvertire, come in una seduta spiritica, la Presenza  del Maestro, continuamente evocato con dissacranti e divertiti riferimenti alla  sua vita privata. Se davvero il suo Fantasma fosse stato presente, i salottieri l’avrebbero obbligato a dissolversi.

   Tutto questo aristocratico spettacolo trasmesso  in mondovisione. Dio che vergogna!.

*

   Concerto di fine anno degli alunni  del Centro Diffusione Suono tiburtino, nell’Aula Magna del Convitto Nazionale Amedeo di Savoia, diretti da Federico Biscione. In programma  l’Ouverture dall’ “Ifigenia in Aulide” di Gluck nella versione wagneriana con finale, e nella riduzione per archi di Federico Biscione; il Concerto in Do Maggiore n.13 K. 415 per pianoforte e orchestra di W. A. Mozart, al piano il giovane, ormai più che una promessa, Andrea Riccio; il Concerto in Sol Maggiore RV 532 di Vivaldi per due mandolini e orchestra, con Marco Balduini e Francesco Cipriani alla chitarra; Danze popolari rumene di B. Bartock, che purtroppo mi son perso. Un bel Pomeriggio.

   Nella antistante Piazza Garibaldi, attorno all’inutile solenne arco bronzeo pomodoriano sovrastante una fontana asciutta ricettacolo di mozziconi e di plastiche, altra…musica: ragazzi e adolescenti  giocano a pallone, usando il muro esterno del convitto come parete respingente, incuranti dei passanti,  o caracollano sui  pattini a tutta velocità negli stessi spazi, tra una azione e l’altra dei calcianti.  Un pallone con la velocità di uno shrappnel e la potenza di una cannonata mi sfiora l’orecchio sinistro. M’avesse colpito in faccia non starei qui a scrivere queste note. Reazioni qualcuna di spavento, in maggioranza di più o meno repressa e compressa ilarità. Dei vigili    nemmeno l’ombra, naturalmente.

   Ave, Tibur… vacuum!

*

   Un’amica che vive in Germania ha ricevuto in dono una bottiglia di Falanghina (dal Sannio a Düsseldorf!) personalizzata con una etichetta che riporta alcuni versi bacchici tra i più famosi tratti dall’Ars amatoria (I, vv 237-244) di quell’Ovidio sulmonese, con Gabriele pescarese il secondo più grande “mastro” della Parola. Me ne chiede la traduzione, che è facilissima.

   Vina parant animos faciuntque caloribus aptos:
   Cura fugit multo diluiturque mero.
   Tunc veniunt risus, tum pauper cornua sumit,
   Tum dolor et curae rugaque frontis abit.
   Tunc aperit mentes aevo rarissima nostro

   Simplicitas, artes excutiente deo.
   Illic saepe animos iuvenum rapuere puellae,
   Et Venus in vinis ignis in igne fuit.

   (………)

   I vini preparano gli animi e li dispongono per gli ardori (dell’amore). Le ansie fuggono e si dissolvono col molto vino. Allora giunge il sorriso, il derelitto prende coraggio, il dolore le preoccupazioni e le rughe della fronte spariscono. Allora la sincerità, così rara ai tempi nostri, svela i pensieri, un iddio scacciando le finzioni. Lì spesso le fanciulle catturano i sentimenti dei giovani, E Venere, nel vino, fu fuoco nel fuoco.

Da notare che è esclusa l’interpretazione maliziosa dell’emistichio ‘tum pauper cornua sumit’. ‘Cornua’ sta solo ad indicare forza e coraggio…

__________________

  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Peppino Tomassi. Al Campo. Shelley

Post n°1005 pubblicato il 21 Maggio 2019 da giuliosforza

Post 926

   “Fannomi onore e di ciò fanno bene”.

   “Biondo era e bello e di gentile aspetto”.

   Penso sì al Virgilio che si autoloda, ma par non si imbrodi, nel Limbo. Ed al Manfredi (lo sfortunato rampollo, con Corradino adolescente radioso e radioso martire, dell’immenso Svevo Federico II) che il Poeta sommo nel suo viaggio …interplanetario  così presenta in Purgatorio. Ma ci penso pensando a Peppino Tomassi, come Virgilio saggio, come Manfredi bello (ancor oggi, se non di più, nei suoi quasi cent’anni) alias ‘principe’ di Palestrina, tale de jure autoincoronatosi (io ne presi giocosamente, ma senza celia, solo atto), per  la sua immensa opera di scavo nelle memorie secolari della Praeneste nobile e contesa: opera immane composta di una trentina, se non di più, di grossi tomi dedicati alla città della Dea Fortuna, alla sua terra e alla sua storia  che egli narrandone ricostruisce con la “maestria” del mastro muratore (progenie di mastri egli è), con la perizia e la tenacia dell’imprenditore che nessun reperto trascura e d’istinto intuisce dove i più bei tesori sono nascosti, infine il fiuto e la partecipazione simpatetica dello storico unita, e non  è contraddizione, all’acribia di fondo che l’opera dello storico rende credibile; al gusto, infine, del grande collezionista che con immagini uniche tratte dal suo archivio senza fondo illustra arricchisce abbellisce i testi della sua epopea.

   Recentissima, auspicabilmente, anzi sicuramente  non ultima, una ricerca sulla famiglia di sua madre, quella Giuseppina Zucchi che egli ebbe la sventura di mai conoscere perché morta di parto, del suo parto; evento luttuoso che avrebbe condizionato tutta la sua vita, sulla sua vita pesando quasi coma sua colpa e sua responsabilità;  nefasti sentimenti acuiti da improvvidi, crudelli, beceri, dissennati interventi diseducativi. Con quest’opera egli si sente, confessa, come liberato, come se finalmente sua madre l’avesse ormai perdonato. Il libro si intitola La famiglia Zucchi di Gallicano. Memorie e luoghi di insediamento. Autore della presentazione è Vittorio Perin, anima gemella di Peppino (nell’Inferno li vedremo, come Diomede e Ulisse, e un po’ anche come Paolo e Francesca, avvinti nella stessa fiamma), suo consigliere e collaboratore nella vita e nella gestione del fu glorioso Circolo Culturale Simeoni che per tanti anni ha onorato con mille iniziative la città di Pierluigi. Dalla penna molto più della mia sagace ed efficace di Vittorio Perin rubo parte dell’introduzione perché egli molto meglio di me dice quanto io avrei in animo di dire.

   «C’è una progressione quasi naturale nei libri di Peppino. Dopo le ricerche sulla sua (nostra) città, tanto amata (ma anche quanto irriconoscibile e “sconvolta” in questi ultimi anni!), dopo gli studi su chiese, conventi e strutture religiose che l’hanno visto all’opera sia come costruttore sia come ‘interprete storico”, dopo gli affondi nei grandi eventi storici e di costume di Palestrina, ora abbiamo libri diversi: più intimi, autobiografici, ma non per questo meno completi o intensi. Abbiamo insomma libri di “ritorno alle radici”, di uno sguardo “dentro di sé”, che si configurano - soprattutto quest’ultimo - come ricerca di un mitico approdo, abitato per poco tempo, ma non per per questo meno desiderato: quello materno. Seguire le orme dei genitori (entrambi, ahimè, destinati a una vita tragicamente segnata da sorte crudele e imprevedibile), non è stata per Peppino una impresa facile e scevra dai rischi in cui si incorre quando si opera sul rimosso, ma sicuramente necessaria, indispensabile, quasi il coronamento spirituale di tutta la sua ormai quarantennale attività di studioso di memorie patrie. Un’evoluzione dell’amore, che passa dalle cose alle persone, dalla città (che sembra non averne più bisogno - ahi città ingrata!) al domestico, ai suoi genitori, a sua madre in particolare. A una desideratissima madre non conosciuta - ma che, almeno essa, non potrà mai essere ingrata (di questo Peppino è certo!).

   La mamma di Peppino, che il papà aveva sposato in seconde nozze, morta di parto, proveniva da una cospicua e nota famiglia “borghese” di Gallicano nel Lazio: gli Zucchi. Un cognome (un casato) come tanti altri, che probabilmente per molto tempo non ha detto molto a Peppino, impegnato a costruire la sua vita di imprenditore e di uomo socialmente impegnato nel contesto cittadino, ma la cui importanza era ben presente nella considerazione e nei legami tra famiglie, che non si interrompono neppure nel caso di eventi traumatici. Legami che proseguono negli anni, anche se non in maniera brillante, e che magari sono più intensi con alcuni membri e meno con altri. Una normale dinamica esistenziale e storica, insomma, di famiglie che si sono accidentalmente incontrate (per l’amore intercorso tra due suoi membri) e che poi la sparizione del personaggio che faceva da trai-d’union, ha reso forse meno assidua e coinvolgente, ma che i Tomassi hanno sempre coltivato.

   …………

   «Questo libro ridà una madre a Peppino, una terra (Gallicano) e una parentela a sua madre, uno sfondo laborioso (la Maremma) a un vasto e articolato parentato, una memoria duratura per nipoti e nipoti che verranno (ai quali Peppino tanto tiene (umanamente)».

  

   Ed ora un po’ di fuori testo ma non di fuori contesto..

   Si dà il caso che mio cugino Ermanno, per anni responsabile dell’Ufficio sanitario delle Ferrovie dello Stato. fosse nato a Canino, presso il lago di Bolsena, in Maremma, latamente intesa,  appunto. Ed io me ne chiedevo sempre il perché, essendo suo padre, uno dei fratelli di mia madre, un Pafi di Vivaro Romano, un paesello amministrativamente laziale ma culturalmente già abruzzese (ecco spiegato il mio …attonimento panico dannunziano!). Gli è che il padre di Margherita Zucchi, madre di Ermanno, fosse amministratore dei beni maremmani di non ricordo in questo momento quale principe romano, e che una volta sposata ad Ugo Pafi a Canino avesse partorito, quella stessa Canino che alcuni anni prima aveva dato i natali a Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. Diamine, che contesto e che lignaggi! In Peppino ritrovo tutti i tratti, da quelli più aristocratici a quelli prassici, di cotanta progenie. E se lodo tanto Peppino ora si può capire anche il perché: nelle nostre vene  scorre sangue in parte comune e la comune zia Margherita Zucchi, sorella di sua mamma Giuseppina e moglie di mio zio Ugo, esalò l’ultimo respiro al mio paese appena trentanovenne, ed io ne fui quasi testimone: uno degli ultimi affettuosi suoi gesti fu l’atto di donarmi, e la scusa  era un compenso per un piccolo servizio che dal sua letto di morte m’aveva chiesto di farle, dei soldini perché mi comprassi delle caramelle alla festa della Madonna Illuminata, che proprio in quei giorni d’affocato Agosto si celebrava.

   Quanto è piccolo, Peppino, e quanto grande il mondo! In quanti nel tuo libro di memorie ci ritroviamo! Ora m’attendo, come tuo parziale consanguineo, come tuo quasi perfetto coetaneo, che nella prossima opera celebri i tuoi stessi fasti, in una autobiografia esplicita che nulla ignori della tua vita di ex seminarista, imprenditore, presidente di banche e di circoli, espertissimo di monache frati  canonici e vescovi, premiatissimo e titolatissimo, da Vaticano e Quirinale, Personaggio di una epopea che non ha pari e che in tanti momenti ci vide implicati;  ma soprattutto cugino di mio cugino e perciò per legge transitiva tu stesso mio cugino, destinato ad aggiungere ai tuoi blasoni, ai tuoi meriti, o alle tue sfortune, anche, ti piaccia o no, la parentela (favete linguis, prego, chapeau), con uno Sforza, un tal Giulio dalla vita, più di quella dello stesso Vate, inimitabile.

Chàirete Dàimones!

 

 * 

   Approfitto di uno dei pochi pomeriggi di sole di questo maggio birichino per recarmi al Campo.

Alle 17.00 di oggi venerdì 17, 519 anni e cinque mesi dalla sua assunzione all'immortalita,' io e Lui vi salutiamo dal Campo alla presenza discreta di Goethe: Sagt es niemand, nur den Weisen, weil die Menge gleich verhoenet, das Lebend'ge will ich preisen das nach Flammentod sich sehnet. Non ditelo a nessuno, solo ai sapienti, perché la plebe ne riderebbe: voglio lodare il Vivente che aspira alla morte tre le Fiamme.

   Le frotte dei turisti per lo più vestono, approfittando del presumibilmente breve intervallo meteo, fogge già estive, io avanzo distratto pei vicoli che da Piazza Venezia conducono al Campo ancora intabarrato nei miei caldi maglioni di finissima lana azzurro blu su jeans pesanti, ho caldo e col mio passo ormai lento impiego più del solito a raggiungere la piazza, che finalmente in fondo a via dei Giubbonari mi si offre allo sguardo e al cuore in tutto il suo caotico e mistico guazzabuglio di colori e di voci, ancora invasa dalle bancarelle del mercato ormai multietniche (che è bene, ma io vedo per miracolo riapparire un banco  di verdura e uno di pesce e fra essi le Ombre di Aldo e di Anna battibeccare nel loro bel romanesco ancora incorrotto). Il clima è  animatissimo pur essendo il mercato al termine, ma i netturbini ancora non sono all’opera per ripulire ed è necessario, per avanzare, fare il gimkana tra i cumuli.  Lui è lì, come sempre immobile nel suo pensoso corruccio. Il tempo di velocemente salutarlo, di farmi scattare una foto da un simpatico giovane marocchino che vende non so che cianfrusaglie, di un decaffeinato in un tenebroso caffè d’angolo, di uno squisito gelato nel breve tratto di strada che separa il Campo da Piazza Farnese  (una piazza Farnese quasi vuota, con Ambasciata pattugliata da polizia e carabinieri e in buona parte transennata) ed eccomi nella piccola chiesa  annessa al convento delle brigidine che custodisce la memoria della heilige Brigitte, la Rita da Cascia teutonica. Il tempietto è immerso nel silenzio, vi si tiene l’adorazione perpetua, alcune suore (tutte ormai di colore, tranne una novizia bella e slanciata di mezza età che ginocchioni alla prima fila di banchi intensamente prega narrando al buon Dio di chissà quale somma di passati turbamenti e  struggimenti, di quale vita di peccato e di sofferenza da redimere e da offrire per la pace della sua anima e per la salvezza del mondo) pregano tacitamente, il capo reclino e coperto dal simpatico caschetto crociato nero e bianco sorreggi-velo. A suo modo prega anche il Viandante, in piedi presso l’androne al cospetto del prezioso ostensorio che al credente mostra il corpo di Cristo transustanziatosi in pane, al diversamente credente uno dei più alti simboli della divina Unità del Reale. E un po’ di pace anche nella sua anima discende. 

 

*

   Casa di Shelley

   Il pellegrinaggio al Campo mi ha consentito di imbattermi nuovamente in Percy Bysshe Schelley, con Byron il poeta romantico inglese da me  più frequentato e amato. A Lui e al suo  Prometeo liberato, alla tragedia I Cenci e al suo pensiero filosofico, così’ ricchi di spunti prossimi alla mie concezioni filosofiche e pedagogiche, dedicai un anno accademico che gli studenti amarono particolarmente, quelli almeno ai quali il vitalismo panteistico del Cor cordium non dispiaceva per motivo di pregiudiziali chiusure mentali che li escludevano a priori dal godimento del suo prometeismo ribelle. Ignoravo che la maggior parte del Prometeo  e della tragedia  I Cenci fosse stata scritta a Roma, nel palazzo che lo ospitava nell’estate 1819 e che ho scoperto per caso curiosando dal finestrino dell’autobus al momento del suo svoltare da Via San Claudio in Via del Corso (la stessa strada che quasi al suo sbocco in Piazza del Popolo  ospita il museo goethiano): una targa posta ad altezza dell’appartamento che abitò il poeta inglese me lo ricordava. Debbo scoprire se l’appartamento è visitabile: se ancora vi alita lo spirito del Poeta il cui cuore, come tutti sanno, ridotto a un grumo dal rogo che, per suo desiderio e della moglie Mary, ne bruciò il corpo rinvenuto sulla spiaggia di Viareggio dieci giorni dopo il naufragio della sua barca nelle acque di Lerici, fu poi sepolto a Roma nel cimitero acattolico impropriamente detto ‘degli inglesi’ nei pressi della Piramide Cestia. Cerco il testo della lapide in rete e la trovo. E’ scritto:

A

PERCY BISSHE SHELLY

CHE NELLA PRIMAVERA DEL 1819

SCRISSE IN QUESTA CASA

IL PROMETEO E LA CENCI

IL COMUNE DI ROMA

CENTO ANNI DOPO LA NASCITA DEL POETA

SOSTENITORE INVITTO DI LIBERTÀ POPOLARI

AVVERSATE AI SUOI TEMPI

DA TUTTA EUROPA

POSE QUESTO RICORDO

1892

 

   Mi sovviene ora che anche Firenze rivendica  la composizione del Prometeo,  e dell’Ode al vento dell’Ovest, come ricorda una targa posta su una parete della  Stazione di Santa Maria Novella, e che recita:

 

TRA IL 1819 E IL 1820

IN QUESTI LUOGHI

GIÀ DI VIA VALFONDA

PERCY BISSHE SHELLEY

LAVORÒ AL ‘PROMETEO LIBERATO’

COMPOSE L’’ODE AL VENTO OCCIDENTALE’.

 

   In ambedue i casi le meningi degli amministratori non si spremettero troppo. Ma più di tanto non ci si poteva attendere, in epoca di imperanti positivismo in filosofia e realismo in arte, a celebrazione di un poeta romantico che più romantico non si può.

Una curiosità. Osservando bene la lapide romana, si nota che all’articolo ‘la’ premesso a Cenci una mano zelante ha frapposto, come abbia fatto ad arrampicarsi fin lassù non so, una I in vernice nera che io non ho potuto qui riprodurre perché si sarebbe letto LIA, tra  L ed A, ed a ragione perché il titolo della tragedia è ‘I Cenci’ e non ‘la Cenci’. Che non sarà una pasquinata ma una sferzatina al rozzo prassapochismo del dettatore se non dell’incisore, questo sì, e ne godo, ad perennem rei memoriam.

   ___________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Musica di Nietzsche e in Nietzsche. E' Primavera? "En saignant on devient enseignant...

Post n°1004 pubblicato il 27 Aprile 2019 da giuliosforza

Post 925

Sono a buon punto nella revisione del blog in vista di una sua eventuale pubblicazione in versione cartacea e/o in ebook. Circa i tre quarti della lunga operazione è ormai compiuta, ma sono molti i dubbi che mi porto dietro: limitarmi alla correzione dei refusi ortografici o lasciare il diario alla sua spontaneità senza  intervenire sulle esuberanze, le ripetizioni, le sciattezze, o le ricercatezze, stilistiche, l’abuso delle citazioni ecc? Decido per la seconda opzione. E’ la  più comoda ma anche, per la natura stessa di un diario, la più ovvia. Come, diversamente, si divertirebbe l’eventuale lettore?

   Revisionando mi imbatto nel post 681 che dice della musica in Nietzsche e di Nietzsche, delle sue composizioni e della funzione fondamentale che egli alla musica conferisce, sopperire alle carenze della scienza nel suo approccio alla realtà; una posizione molto prossima  a quella di Gabriel Marcel, l’altro filosofo nel blog citatissimo, sul quale mi laureai, che alla musica affida il compito vanamente tentato dalla religione e dalla scienza di attingere l’essenza stessa del reale. Ripropongo qui quel post, che oltretutto mi ricorda l’epoca forse più interessante e vivace della mia attività didattica e di ricerca.  

  

   “Così suonò Zarathustra, grazie a Savinio”.

   E’ il titolo di un servizio giornalistico di Marco Guidi sul “Il Messaggero” del 3 - XII - 92, che trovo in un ritaglio tra le pagine consunte del mio adelphiano Ditirambi di Dioniso e poesie postume, che sto per l’ennesinma volta risfogliando in preparazione del prossimo corso accademico che dedicherò al tema “L’educazione dopo Friedrich Nietzsche. Ag-gregazione e de-gregazione”.

   Andrea Francesco Alberto de Chirico, in arte Alberto Savinio, fratello di Giorgio, è uno degli uomini più complessi del Novecento, certo uomo ed artista “totale”, direi rinascimentale, più del celeberrimo fratello. L’ideale tardo goethiano del Teilmensch non lo tocca. Scrittore, pittore, compositore porta nella sua arte quanto d’orfico e di simbolico rinviene in fondo alla sua anima, formatasi certo fra le mille esperienze di un perenne vagabondare, ma traspirante le atmosfere elleniche respirate negli anni della formazione (era nato ad Atene nel 1991 e vi era rimasto fino al 1905). Purtroppo di lui ho letto solo Dico a te, Clio, un trasognato resoconto di viaggio in Etruria e in Abruzzo del 1939, e totalmente ignota m’è la produzione musicale. Diplomato in pianoforte e composizione a pieni voti nel capoluogo ellenico, non compose moltissimo in vita ma, a differenza del suo Nietzsche, non smise mai di comporre: l’opera radiofonica Cristoforo Colombo e Serenata per pianoforte sono del 1952, l’anno stesso della morte. So che molti critici supponenti e saccenti, soprattutto nostrani, storcono il naso di fronte alla sua musica, come di fronte a quella nicciana (il folle di Röcken ha almeno l’attenuante del totale autodidattismo, dicono), il che mi rende ancor più curioso di conoscerla, sicuro di trovarvi molto di buono. Ma di ciò un’altra volta. Ora mi piace riprodurre nella sua interezza, per i miei amici nicciani e non, il pezzo giornalistico di Guidi, dove fra l’altro si afferma che “a Ferrara le sue composizioni (di Nietzsche) saranno finalmente eseguite”. Il Guidi non sa che l’anno prima, un ignoto professorino di una Università romana, in occasione di un convegno internazionale dedicato alla Metantropologia, alla Metanoesi  ed alla Metapedagogia che ne consegue, aveva già fatto cantare vari Lieder del Filosofo da Claudia Toti Lombardozzi accompagnata al pianoforte da Luca Palazzolo, e che nella stessa occasione Marco Lo Muscio, oggi organista e compositore di fama internazionale, aveva interpretato al piano il complesso Ermanarisch. Symphonische Dichtung, nella sua versione a due mani.

  

   “La musica delle idee“

   Così suonò Zarathustra, grazie ad Alberto Savinio. E la città non poteva essere che quella degli Este e della Metafisica. Che Friedrich Nietzsche avesse composto musica lo sapevano in tanti, che questa musica fosse eseguibile erano in meno a crederlo.

   Per fare un concerto di musiche del padre della Volontà di potenza ci voleva Emanuele Zanella, laureato al Dams, specializzato in regia lirica, una lunga esperienza divisa tra teatro, lirica e cine-tv.

«Leggevo Savinio - spiega Zanella – e mi colpì molto la sua affermazione che  definiva Nietzsche uno dei più grandi lirici esistenti. Cominciai a leggere Nietzsche e scoprii la sua passione per la musica. Per lui la musica era stata ciò che per Platone fu la poesia. Cioè la prima ispirazione, poi abbandonata per seguire il cammino della filosofia. Un’ispirazione davvero profonda, se si considera che, ormai sprofondato negli abissi della follia, Nietzsche riusciva ancora a suonare a memoria al piano l’opera 31 di Beethoven, il musicista che egli amava di più».

   Da queste riflessioni, da queste curiosità nasce questo après-midi d’un filosofo musicista (…). Un avvenimento eccezionale anche per come è stato costruito. Si apre con un intervento di una star della filosofia, che è anche un profondo studioso di Nietzsche: Massimo Cacciari. Il filosofo veneziano ha una sua tesi sul fatto che le opere musicali di Nietzsche siano tutte incompiute*. Per Cacciari si trattò semplicemente di una carenza tecnica. Emanuele Zanella pensa invece a una volontà romantica che lo faceva rifuggire dalla sistematicità, dal compiuto.

   Dopo Cacciari sarà la volta di Thomas Walker, docente a Princeton e all’Ateneo ferrarese, che esaminerà brevemente la forma del Lied, che fu la forma di composizione preferita dal Nietzsche musicista.

   Poi lo spettacolo vero e proprio. Tredici brani musicali, quasi tutti Lieder, intervallati da letture significative: aforismi tratti da un’opera fondamentale del filosofo tedesco, Umano, troppo umano. Aforismi dedicati a tre argomenti tipicamente nietzscheiani: la incapacità della scienza di fornire la conoscenza oggettiva delle cose, l’arte confinata dalla società al solo tempo libero, l’assurdo in arte che per un attimo sospende le ferree leggi della abituale rappresentazione del mondo. Accompagnerà la lettura degli aforismi una rielaborazione al computer di brani composti da Nietzsche.

   Secondo gli organizzatori del pomeriggio musicale la musica è forse la miglior chiave per penetrare l’opera del filosofo.

   In un momento in cui ferve la polemica su di lui e sull’uso (strumentale?) che il nazismo fece delle sue teorie, forse cercare di capire in proposito qualcosa di più non è un male. Ma che tipo di musicista fu Nietzsche? Un autodidatta di buoni studi, uno che suonava e improvvisava insieme versi e musica fin da quando aveva nove anni e che compose quasi tutte le sue opere musicali nei primi venti anni di vita, anche nel famoso collegio prussiano di Pforta, vera e propria fabbrica di funzionari statali. Né egli volle mai che le sue musiche giovanili fossero ritoccate o corrette. “Esse rispecchiano nella loro verginità il carattere fondamentale della mia vera natura”, disse e scrisse.

   Quando si pensa a Nietzsche e alla musica si è tentati automaticamente di attribuire la sua passione, i suoi sforzi compositivi e l’influsso in questo campo alla contrastatissima amicizia con Richard Wagner. Invece, quando i due si conobbero, il più (musicalmente) per quel che riguarda il filosofo era già stato fatto. I suoi modelli  oltretutto furono Beethoven e Schumann. E le sue opere ricordano proprio quelle di Schumann e, in qualche passo, portano echi di Liszt. L’aspirazione nietzscheiana era quella di arrivare a un’opera totale, che fosse insieme melodramma, opera buffa, spettacolo serio, tragico e comico. Insomma, anche in musica, l’aspirazione di Nietzsche era l’assoluto.

   E ora per la prima volta, crediamo, si può avere un saggio del Nietzsche compositore, proprio in un momento in cui l’interesse per la sua musica sta rinascendo. In America è appena uscito, presso la Newport Classic, un cd delle sue composizioni pianistiche a 4 mani. Il risultato non deve essere eccellente se chi se ne intende definisce tout court le musiche ‘rimaneggiate orribilmente’.

   Ora a Ferrara si vuole invece offrire un’immagine corretta e circostanziata di un aspetto della personalità di uno dei padri del nostro tempo. Tutto questo, va detto, non sarebbe stato possibile senza la partecipazione di un gruppo di giovani talenti partoriti quasi tutti dalla città estense. Si va da Roberto Becheri, cui si devono le elaborazioni musicali, al violino Lorenzo Gorli, al pianoforte Alessandro Comellato, al soprano Maria Gabriella Munari, tutti diretti da Maurizio Pagliarini; né va dimenticata la voce recitante Marco Cavicchioli”.

   Non poche sono le imprecisioni e le approssimazioni rinvenibili nel testo di Guidi. Per esempio l’affermazione che la maggior parte delle opere musicali di Nietzsche sia stata composta nei primi venti anni di vita. Nel Werkverzeichnis del Der musikalische Nachlass, una ventina e più delle composizioni sono datate dopo il 1864; l’ultima, l’Hymnus an das Leben su parole di Lou Salomé addirittura nel 1887, l’anno prima del crollo. Il  rapporto, poi, Nietzsche - Wagner, inscindibilmente umano teorico ed artistico insieme, è ben più complesso di quanto qui emerga. Ma da un reportage giornalistico non si può esigere troppo.

 

*

   Dunque è Primavera. Proserpina è risorta. Il suo alito spira nell’aria e penetra ogni cosa. Der Frühling webt schon in den Birken, / Und selbst die Fichte fühlt ihn schon; / Sollt er nicht auch auf unsre Glieder wirken? (Mit Goethe durch das Jahr, 22 Freitag 2019, Todestag Goethes): la Primavera spira tra  le betulle, anche i cipressi ben l’avvertono; non dovrebbero anche le membra del nostro corpo avvertirla?  E un ultragoethiano Steiner: Wenn aus den Seelentiefen / Der Geist sich wendet zu dem Weltsein / Und Schönheit quillt aus Raumesweiten, / Dann zieht aus Himmelsfernen / Des Lebenskraft in Menschenleiber / Und einet, machtvoll wirkend, / Des Geistes Wesen mit dem Menschensein ( Seelenkalender, ultima settimana): se dal profondo dell’anima lo Spirito si volge all’universo, allora dai remoti cieli si riversa la forza della vita nei corpi degli uomini e unifica, operando potentemente, l’essenza dello  Spirito con l’essenza dell’uomo. Ma proprio in ogni cosa Persefone respira? Tutto con lei risorge o tutto continua a morire? Morire a Primavera è diverso che morire in ogni altra stagione? I miei pensieri sono confusi oggi, come il cielo che, dopo due giorni di esplosione di luce e di calore, e di due notti di luna piena a tal punto sfolgorante solitaria  da  oscurare ogni altra luce stellare, già oggi è di nuovo solcato da una flotta sparsa di nubi sfrangiate. Ecco, oggi la mia ennesima primavera non ‘brilla nell’aria’ né ‘per li campi esulta. È la primavera del passero solitario leopardiano che nella sua  torre antica’  schiva gli spassi, canta, e così trapassa dell’anno e di sua vita il più bel fiore; e di quello pascoliano che nella sua ‘torre avita’ lancia i suoi tre trilli nella notte come la monaca le tre note d’organo echeggianti nel silenzio claustrale. Con la differenza che  Tu solingo augellin, venuto a sera / Del viver che daranno a te le stelle, / Certo del tuo costume / Non ti dorrai; che di natura è frutto / Ogni vostra vaghezza. / A me se di vecchiezza /La detestata soglia / Evitar non impetro, / Quando muti questi occhi all’altrui core, / E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro / Del dì presente più noioso e tetro, / Che parrà di tal voglia? / Che di quest’anni miei? Che di me stesso? / Ahi pentirommi, e spesso, / Ma sconsolato, volgerommi indietro. ( Da Canti e operette morali, riproduzione in fac-simile dell’edizione Starita 1835 con correzioni e aggiunte autografe dell’Autore, pp. 59-61, passim).

   Mai fui leopardiano. Che dunque m’accade?

P. S. Ieri 22 marzo ricorreva l’anniversario della morte di Goethe. Il Francofortese moriva nel 1832, pochi mesi dopo Hegel (+14 novembre 1931). In quella circostanza Heine, corrispondente da Parigi della Frankfurter Allgeneine Zeitung, scrisse: Les Dieux s’en vont. Wir behalten di Könige, gli Dei se ne vanno, a noi restano i re.

 

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   Trovo sul blog di m.a.r.y.s.e, una mia gentile visitatrice residente a Parigi che saluto caramente, una interessante vignetta in tre fumetti che recitano: “C’est en commandant qu’on devient commandant, c’est en étudiant qu’on devient étudiant, c’est en saignant qu’on devient enseignant” (sanguinando si diviene insegnanti). Uno di quei simpatici giochi di parole, facili col francese per via dei molti termini che solo la scrittura diversifica mentre hanno a un di presso la stessa pronuncia, di cui maestri soni i miei amici poeti e scrittori di letteratura giovanile Jacqueline et Claude Held. Ricordarlo ai miei allievi d’Università ed a chiunque si sia votato al martirio scegliendo l’insegnamento! Vale tutto un trattato di pedagogia.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Heine, Schwarzreise; Gerardo di Nola, Campanella nuovo Prometeo ecc.. Terapia corale

Post n°1003 pubblicato il 22 Marzo 2019 da giuliosforza

   Post 924

   Sì, è questo il periodo della mia vita forse più importante, quello che si dice dei, per altro inutili, consuntivi e non più dei progetti. Ma sicuramente è il meno luminoso ed esaltante, per non dire il più cupo e disperato. Mi guardo intorno e vedo il mondo, di cui celebrai la grandezza e la bellezza con accenti da invasato,  poco a poco, come in una dissolvenza, attenuare i suoi colori e i suoi suoni; brutto e ridicolo m’appare ciò che predicai bello, soprattutto l’homo erectus, per non dire la mulier erecta, coi loro arti anteriori  penzolanti, altre appendici, come il sesso o il seno, fluttuanti , la pelle glabra ed implume, che  s’affannano a ricoprire surrettiziamente di rivestimenti il cui artificio ne aumenta, anziché diminuirne, il ridicolo. E non riesco a guardare un bambino senza vedere il probabile assassino, il violento, il delinquente, il reietto, il malato, il tormentato, il disperato  che in lui si cela. E mi chiedo se questo è il mondo che il creatore  vidit quod esset bonum, compiacendosene. Decisamente sto vivendo un brutto periodo, e la tentazione di anticiparne in qualche modo la fine non mi è aliena. 

   Eppure eppure…Una fiamma stenta a spegnarsi,  e basta un niente perché riprenda vigore. Si tratta della fiamma dell’Arte, soprattutto della Poesia e della Musica. Le due Muse predilette,  Euterpe e Calliope, continuano a starmi vicino, ad assistere il mio tramonto, a colmare la mia casa ormai vuota di presenze e colma di assenze, a esorcizzare la fatale solitudine che attorno al me esistente si crea nel suo riapprossimarsi all’anonimato, all’impersonalità dell’essere. Oggi è Heine, a riaccendere il mio fuoco. Riprendo il Die Harzreise, e già l’esergo mi ravviva e riscalda. Si tratta della citazione di una parte del discorso pronunciato da Ludwig Börne alle esequie di Jean-Paul : Nichts ist dauernd, als der Wechsel; nichts beständig, als der Tod. Jeder Schlag des Herzens schlägt uns  eine Wunde, und das Leben wäre ein ewiges Verbluten, wenn nicht di Dichtkunst wäre. Sie gewährt uns, was uns die Natur versagt: eine goldene Zeit, die nicht rostet, einen Frühling, der nicht abblüht, wolkenloses Glück und ewige Jugend. Niente è durevole come il mutamento, niente è immutabile quanto la morte. Ogni battito del cuore ci infligge una ferita e vivere sarebbe un eterno morire dissanguati se non esistesse la poesia. Essa ci concede quello che la natura ci nega: un’età dell’oro che non si offusca, una primavera che non sfiorisce, una felicità senza nuvole ed eterna giovinezza. E poi i cinque tetrastici in ottonari, due dei quali furono adattati ad una semplice melodia che facevamo riecheggiare, dopo l’invocazione ad Odino, nella nostre Passeggiate di Natura e Cultura sui monti simbruini sabini marsicani: Auf die Bergen will ich steigen, wo die frommen Hütten stehen, Wo die Brust sich frei erschliesset, Und die freien Lüfte wehen.  Auf die Berge will ich steigen, Wo di dunkeln Tannen ragen, Bäche rauschen, Vögel singen, Und die stolzen Wolken jagen. Sui monti voglio salire, dove son semplici capanne, dove il petto s’apre libero e libere soffiano i venti. Sui monti voglio salire, dove svettano cupi abeti, mormorano ruscelli, uccelli cantano e fiere si rincorrono le nuvole. I monti sabini lucretili simbruini marsicani erano i nostri Meru, i nostri Sinai, i nostri Olimpi, i nostri Ida ove gli dei ci chiamavano a convegno e ci introducevano nei loro arcani, in quell’esoterico che sbaglia soltanto quando tenta a valle di farsi essoterico, di ‘volgarizzarsi’ (Das Esoterische schadet nur, in dem es exoterisch zu werden trachtet - Goethe, Mit Goethe durch das Jahr 2019, März, 18 Montag).

 

*

   Una mia ex alunna sabina, Maria Antonietta Morgagni, mi ha inviato due sue piccole raccolte poetiche (Ti conosco da sempre e La misura dell’amore è “Amore senza”  misura”) richiedendomene una opinione. Io, che per quanto riguarda stile poetico son fermo a rima e ritmo classici (non che non abbia tentato, in gioventù, le forme nuove, sempre più libere, che alla capricciosa Calliope piace assumere, e non abbia partecipato, ma una sola volta, ad un concorso presieduto addirittura da Ungaretti, dal quale uscii regolarmente escluso), sono il meno indicato per esprimere giudizi che non rischino di apparire prevenuti e precritici, ma gli sfoghi lirici di Antonietta non mi sono dispiaciuti, e gliel’ho scritto. Le ho detto di aver gustato le sue ‘semplici’ liriche, semplici al limite del naïf, ma in grado di comunicare una grande serenità alla mia anima turbata. Le ho scritto che nella mia concezione estetica complessa e qua e là contorta, meglio attorta, pensavo non ci potesse essere spazio per la poesia delle piccole cose. per la semplicità di una contemplazione di sé e  del mondo e di Dio abbandonata, come le cose, alla gioia  del guardarsi e dell'accettarsi e, perché no, del godersi come fu del Tutto al suo autoporsi, o essere posto dall'atto creatore, e di uno stile poetico a tali concetti, a tali emozioni, adeguato. Le ho detto di trovare nelle sue semplici effusioni liriche la purezza e la quiete suprema  delle albe e dei tramonti che furono dell'alba della Vita al suo sorgere, "quando gli astri del cielo danzavano in gloria e i figli degli uomini lanciavano grida di allegrezza", la quiete di un'anima che  ha raggiunto la pace con se stessa e col Sé Universo  e tale pace comunica e intorno a sé diffonde. Le ho scritto  che avrebbe potuto intitolare le sue raccolte "Storia di un'anima", perché in esse  ho avvertito lo stesso spirito della 'piccola' Santa di Lisieux, lo stesso afflato amoroso che fa del Dono, in questo caso del dono lirico, l'atto supremo della  Comunione ontologica: ché "Vivre d'amour c'est donner sans mesure / Sans réclamer de salaire ici-bas. / Ah sans compter je donne, étant bien sûre  / Que lorsq'on aime on ne calcule pas .

   E l’ho ringraziata del Dono.

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Dei tre pilastri (in ordine di tempo Telesio cosentino, Bruno nolano, Campanella stilota, o stilese) regalati dalla Magna Grecia al Rinascimento italiano ed europeo, direi al Rinascimento tout-court, Campanella non può certo dirsi il minore, ma è quello che ancor oggi soffre di più controversa valutazione. Di vent'anni più giovane di Bruno, di una sessantina di Telesio, come Bruno domenicano, poeta pensante e filosofo poetante, amico e confidente di Galileo, passò tutta la vita a tentare di sfuggire alle persecuzioni dei poteri ecclesiastici e civili con mezze abiure e finte pazzie (non perdonategli dai bruniani rigidi -per un certo periodo neanche da me) che se non gli servirono ad aver una vita tranquilla da dedicare all'arte poetica, alla filosofia, alla politica (alla quale partecipò non solo con l'utopistica Città del sole ma con vari altri scritti di diritto e con concrete azioni di sobillazione e rivolta contro il potere aragonese) almeno gli consentirono di sopravvivere a cinque processi, alle relative torture e a 29 anni di carcere durante i quali poté con mille sotterfugi dedicarsi alla sua poesia e alla sua filosofia, i cui caratteri innovativi, soprattutto in poesia, non sono stati ancora tutti adeguatamente approfonditi e valutati, nonostante la geniale, certo la più completa ed innovativa, operazione ermeneutica operata agli inizi del XX secolo da Giovanni Gentile e Giovanni Papini. 
   Ora scopro un volume di un Gerardo di Nola (cognome evocativo), geniale e vivace, almeno per un certo tempo, se leggo bene, prete napoletano, latinista e grecista, teologo e filosofo insigne e insigne poligrafo, dal titolo allettante che la figura e l'opera di Campanella felicemente ed efficacemente riassume: Tommaso Campanella, il nuovo Prometeo, da Poeta-vate-Profeta a Restauratore della politica e del diritto. Libro ormai fuori commercio che solo attraverso la solita meritoria Amazon sono riuscito a scovare e al quale finora ho potuto dare una veloce scorsa, quanto è bastato per capire d'essermi fatto un bel dono in questo inizio di Quaresima. Stavo godendomi su Rai5 la bella edizione dell'Andrea Chénier scaligero diretto da Chailly quando, giunto alla deliziosa serenata di Ernesto, m'è venuto in mente il bel distico ‘barbaro’ campanelliano ” (anche in ciò lo stilota fu un anticipatore) Al novo secolo lingua nuova instrumento rinasca / può nuova progenie il canto novello fare". E mi son chiesto se per caso Andrea Chénier, il giovane poeta vittima della ghigliottina, non li avesse avuti presenti quando egli stesso aveva espresso in alessandrini due concetti perfettamente identici, che bastano a spazzar via tutte le baggianate ritmiche e stilistiche delle false avanguardie: " Allumons nos flambeaux à leurs feux magnifiques /sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques".

  

P S.

   Il libro del Di Nola è dedicato a un vescovo. Evidentemente si tratta di un non so quanto riuscito tentativo di recuperare il grande Domenicano all’ortodossia. Ma in questo caso il tentativo è comprensibile e perdonabile, l’operazione è fatta con garbo e non c’è da adontarsene più di tanto. Anche perché è Campanella stesso a prestarsi, forse fin troppo, con le sue forzate e forzose ambiguità (necessarie per salvare pelle e genio) all’operazione.

 

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   M’è accaduto di condividere su fb un simpatico post di Paola Malgeri (l'ex alunna amica che ha due grandi cuori, uno italiano, l'altro tedesco), l’immagine di una maglietta con su riprodotto un gruppo corale stilizzato e la scritta 'io canto in un coro, non ho bisogno di terapia'; e m’è tornata nostalgia dei tanti cori che nella mia lunga vita, da amatore, ho diretto. Ed ho rirovistato tra il materiale corale che ho raccolto e che occupa più di due scaffali della mia biblioteca. E mi disperavo perché non trovavo una raccolta di canti e cori popolari di tutto il mondo pubblicati dall'editrice belga Lanno e sponsorizzati dalla Jannsen Pharmaceutica. Ci crederete? Era in bella vista sul pianoforte e la giornaliera familiarità me l'aveva reso invisibile. Si tratta di un grosso volume, 32×25, 440 pagine di canzoni e cori popolari di tutto il mondo, dono del grande organista, amico e discepolo d'universita', Marco Lo Muscio; un volume prezioso che da solo vale molti altri della mia biblioteca. Se avrò meritato di rinascere, spero mi sarà consentito di rinascere con la stessa passione: ho intenzione di inserire tutti i 300 brani nel prossimo repertorio...

 

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Arte e vita. Si può morire d'arte lucidissimi a 109 anni, assistiti dalle Muse di musica poesia e pittura. È successo a Gillo Dorfles, oggi. Invidiabile è dir poco.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Giornate bruniane. Edgar Morin. Nietzsche e Zweig.

Post n°1002 pubblicato il 11 Marzo 2019 da giuliosforza

 

   Post 923

 Costretto a rinunciare a Nola, non mi sono negato un pomeriggio bruniano a Campo dei Fiori, come da tradizione ormai organizzato dall’‘Ass. Nazionale Libero Pensiero Giordano Bruno’, il cui radicale anticlericalismo m’infastidisce precisamente quanto, se non di più, l’arrabbiato clericalismo: tesi e antitesi che non trovano superamento in una superiore sintesi, aperta a nuovi processi, hegeliana Aufhebung della Conoscenza che paradossalmente imbocca vicoli ciechi, culs de sac dai quali non si esce: evidente aporia che potrebbe mettere in crisi tutto il sistema dialettico dall’interno. Erano con me Alberto Marchetti, anima bella di cantautore la cui poesia e la cui musica son fatte per rasserenare da una parte gli animi inquieti e dall’altra  per fustigare i pigri e gli ignavi, e Fabio con la sua bella moglie ed una soavissima coppia di gemellini che, non fossero battezzati, avrebbero potuto ricevere degnissimo battesimo dall’ Impunito di Nola, finalmente fuor di corruccio, aperto ad un umano sorriso, dall’alto del suo brutto monumento massonico-nathaniano.  Il complesso bandistico dei vigili urbani, assai migliorato nel tempo, ha ben sottolineato i momenti diversi degli interventi, fra i quali all’amico Alberto, non particolarmente bendisposto (forse dirlo  acrimonioso è dir giusto) nei confronti dei pentastellati, sono invece particolarmente piaciute le considerazioni di Gemma Guerrini, delegata alle pari opportunità del Comune di Roma, la cui immagine e le cui parole ha registrato coi suoi possenti mezzi.  «Ricordare Giordano Bruno», così ha esordito la Guerrini secondo il resoconto di Alberto, «è riscoprire un illuminato visionario» che la chiesa nemmeno tentò di comprendere, che anzi temette a tal punto da ricorrere alla mordacchia per impedirgli di parlare lungo il tragitto verso il patibolo, è ricordare colui che «…fu sostanzialmente accusato di aver concepito, contro il dogma imperante di un ordine cosmico immutabile, un universo dinamico dove l’armonia del creato è il risultato di relazioni che dalla terra salgono al cielo e viceversa, collegando tra loro astri pianeti e uomini»… Scegliendo fior da fiore, nel tentativo di presentare un Bruno fuori dagli schemi, la Guerrini sottolineava l’attaccamento del Nolano «all’Italia regione gradita al cielo’, e la sua positiva  opinione sui  ‘costumi gentili e cortesi degli italiani”…, e sulla necessità di reciproche relazioni tra cultura e ambiente, quella stessa richiamata dall’art. 9 della nostra Costituzione… idee  moderne come  rispetto delle differenze, eliminazione dell’oppressione, dovere di solidarietà tra ricchi e poveri… lotta al disprezzo che l’ignoranza nutre verso la dottrina, garanzia di autonomia dell’individuo all’interno dell a società. E così concludeva la Guerrini: «Come presidente della commissione capitolina delle pari opportunità non posso non sottolineare quanto scrisse sul rapporto tra i generi, attuale monito: “torno a scongiurarvi tutti che dismettiate quella rabbia e quell’odio tanto criminale contro il sesso femminile, ritornate a voi, che questo vostro livore non è altro che mania espressa e frenetico furore”…

   Alberto, bontà sua, riferisce nel suo breve rapporto, anche della «presenza del bruniano impenitente, il dotto prof. Giulio Sforza cui mi lega vitale amicizia e infinita ammirazione (la commissaria del comune di Nola ha tenuto a precisare d'aver preparato il suo intervento sui suoi libri)». Il Vegliardo sentitamente ringrazia.

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Attenti alle parole in libertà.
"Lo storico della lingua e linguista K. Kraus dimostra come sia essenziale un uso estremamente corretto della lingua perché anche solo una virgola potrebbe modificare il mondo, in quanto responsabile della correttezza del messaggio trasmesso". (Sandra Bosco Coletsos, Storia della lingua tedesca, Garzanti 1988, p. 258). Altri direbbe: basta un fiocco di neve a generare una valanga.

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Su Rai5 una bella edizione dell’Andrea Chénier  di Umberto Giordano curata da Chally. E una

Damnation de Faust (Berlioz) diretta da Gatti  con una regia che dir ripugnante è dir poco

   In Chénier rilevo noto due citazioni, una letteraria ed una musicale. La prima, messa in bocca al poeta sul punto di salire la ghigliottina, è letteraria e riguarda l’ultimo verso di un noto sonetto carducciano. La seconda musicale, il cosiddetto  'Tristan-Akkord’ (fa si re diesis,sol diesis re) del Tristan und Isolde. Riproduco il sonetto, carducciano fino al midollo, da cui la citazione (ultimo verso):

   Passa la nave mia, sola, tra il pianto
De gli alcïon, per l’acqua procellosa;
E la involge e la batte, e mai non posa,
De l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

Volgono al lido, omai perduto, in tanto
Le memorie la faccia lacrimosa;
E vinte le speranze in faticosa
Vista s’abbatton sovra il remo infranto.

Ma dritto su la poppa il genio mio
Guarda il cielo ed il mare, e canta forte
De’ venti e de le antenne al cigolío:

― Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
Al nubiloso porto de l’oblio,
A la scogliera bianca de la morte. ―

 

*

   A Nola si è dunque si son celebrate senza di me le Giornate bruniate, organizzate dalla "Giordano Bruno Associazione nolana", la prima delle quali prevedeva dibattito sul rapporto Bruno-Campanella e, al termine, l’evocativa Cenna delle Ceneri, ricca di gustose portate per il corpo e per lo spirito.  Immagino si sia insistito più sulle differenze che sulle somiglianze, che non furono solo di formazione (tomistica e telesiana insieme) e di veste. Campanella (questi sì, oltre che metafisico poeta ed utopista, uomo indiscutibilmente di prassi, coi suoi cinque processi politico-religiosi ed i suoi 29 anni di carcere) meriterebbe una attenzione a sé, e un approfondimento che aiuterebbe a chiarire anche alcune discusse posizioni bruniane. Oso proporre all'Associazione una giornata solo campanelliana, dedicata sì al suo pensiero metafisico-politico, ma soprattutto alla sua denkende Dichtung, alla sua poesia pensante, che inaugura come e forse più di Bruno l’epoca del pensiero complesso che in sé riassorbe  ogni aspetto del farsi dello Spirito, estetico, filosofico, scientifico, politico, religioso restituendolo  alla sua primigenia unità. *

 

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   Eidos e/o Praxis? Eidos senza Praxis vuota, Praxis senza Eidos cieca. ATTO gentiliano?
Non tuonò cannone che prima non lampeggiasse un'idea (attribuita  a Napoleone)
E, tanto per alleggerire: non esplose Amore che prima non albeggiasse un'Idea-le platonico vagheggiamento (pseudo Valentino martire, protettore degli innamorati, i dannati al martirio)

 

*  

Attenti alle parole in libertà.
   "Lo storico della lingua e linguista K. Kraus dimostra come sia essenziale un uso estremamente corretto della lingua perché anche solo una virgola potrebbe modificare il mondo, in quanto responsabile della correttezza del messaggio trasmesso". (Sandra Bosco Coletsos, Storia della lingua tedesca, Garzanti 1988, p. 258)

 

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Sempre in fatto di lingua. Rispetto l'anglismo, disprezzo l'anglicismo. Il primo è cultura, il secondo è sudditanza culturale.

 

 * 

Il novantottenne filosofo e sociologo transdisciplinare, dalle veloci incursioni anche nei campi delle più varie epistemologie, non si dà tregua. Dico del notissimo ebreo francese di origine livornese Edgar Morin. Questa volta l'Editrice Cortina ne pubblica un ennesimo libretto di 127 svelte paginette, a cura di Francesco Bellusci, dal titolo Sull'estetica, che è una piana e semplice esposizione di certi suoi pensieri espressi in otto conferenze fatte in giro per il mondo. In questo caso a mio modesto parere nulla di trascendentale, almeno per gli addetti, ma come opera di divulgazione non c'è male e si passa con vero godimento un'ora in sua compagnia, e come tale la consiglio. Mi son piaciute le varie citazioni, una delle quali riporto qui di seguito, e la conclusione, che chiuderà anche questa breve nota. Da Victor Hugo ("Ave, dea, moriturus te salutat"): 'La Morte e la Bellezza son due cose profonde / che contengono tanto d'azzurro e tanto nero, / che paion due sorelle terribili e feconde / con uno stesso enigma e uno stesso mistero'. E in chiusura: "'Poetry is the first and last of knowledge', la poesia è il primo e l'ultimo dei saperi, diceva Wordsworth. Io direi dei saper vivere. Oggi, razionalizzazione e standardizzazione vogliono prendere il controllo delle nostre vite: per dirla con Cornelius Castoriadis, subiamo l'ascesa dell'insignificanza. Ostacoli profondi si frappongono alla fioritura della poesia della vita. Più siamo dominati dalle forze anonime, più abbiamo bisogno di resistervi. La resistenza necessita di oasi di vita poetica. La poesia è adesione alla bellezza del mondo, della vita, dell'umano, e, allo stesso tempo, resistenza alla crudeltà del mondo, della vita, dell'umano".

 

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   (Segue dal post 922. Stefan Zweig, La lotta col dèmone. Hölderlin, Kleist, Nietzsche, Frassinelli 1992, pp.163-168)

 

   Apologia della malattia

   ‘Ciò che non mi uccide mi rende più forte’.

 

   «Innumerevoli le grida del corpo martoriato. Un’interminabile tabella di tutte le sue miserie fisiche e, sotto, la somma tremenda: ‘In me la sovrabbondanza dei dolori fu terribile in tutte le età’. E, in effetti, non c’è martirio infernale che manchi in questo pandemonio raccapricciante delle sue malattie: mali di testa martellanti che lo stordiscono, l’abbattono per giorni interi, barcollante, sul sofà e sul letto; crampi allo stomaco con vomito sanguigno, emicranie, febbre, inappetenze, stanchezze, emorroidi, atonie intestinali, tremiti,, sudore notturno: un ciclo atroce Inoltre, quei suoi occhi ‘tre quarti ciechi’. Che al minimo sforzo subito gli si gonfiano e incominciano a lacrimare e non consentono al lavoratore spirituale che ‘un’ora e mezzo di luce al giorno’. Ma Nietzsche disprezza quest’igiene del corpo e lavora dieci ore alla sua scrivania; e il cervello, troppo riscaldato, si vendica di quest’eccesso con dolori di capo da farlo impazzire e con la ribellione dei nervi: sicché quando la sera il corpo è stanco già da tempo, il cervello non si lascia calmare d’un tratto, con un giro di manovella, ma seguita ad agitarsi in visioni e pensieri, finché egli lo stordisce violentemente coi sonniferi. Gliene occorrono dosi sempre più forti; in due mesi consuma cinquanta grammi d’idrato di cloralio per comprarsi questo poco sonno; ma lo stomaco, per parte sua, si rifiuta di pagare un prezzo così alto e si rivolta. E allora -circolo vizioso- nuovi dolori di capo ch’esigono nuovi rimedi, un cozzare implacato, insaziabile, appassionato di tutti gli organi esasperati, che si lanciano l’un l’altro, in un gioco frenetico, il pallone aculeato della sofferenza. Mai un momento di sosta in questi alti e bassi, mai una spanna di contentezza, un breve mese di benessere e di oblio di sé; in vent’anni non si riesce a trovare una dozzina di lettere in cui non erompa un gemito da una qualche riga. Sempre più irose, sempre più furiose diventano le grida sotto l’aculeo dei nervi troppo desti, troppo sensibili e irritati. ‘Ma aiutati, dunque, muori’, grida a se stesso; oppure scrive: ‘Ora una pistola è per me fonte di pensieri relativamente gradevoli’, oppure: ‘Il martirio terribile e quasi incessante mi fa desiderare ardentemente la fine, e da certi segni l’apoplessia liberatrice è vicina’. Da molto tempo non trova più superlativi per esprimere i suoi dolori; diventano quasi monotoni nella loro acutezza, nel rapido ripetersi, quelle grida terribile che non hanno più quasi nulla d’umano e veramente par che giungano agli uomini dal ‘canile’ della sua esistenza. Quand’ecco, nell’Ecce Homo -e la contraddizione enorme fa scattar su spaventati- divampa improvvisa l’affermazione forte, superba, marmorea, che pare smentire tutte quelle grida: ‘In summa summarum’ (negli ultimi quindici anni) sono stato sano’.

   A chi credere? Alle mille grida o alla parola monumentale? All’una e alle altre. Il corpo di Nietzsche fu organicamente sano e resistente, l’ampia volta della sua struttura interiore fu capace di sopportare grandi pesi; le sue radici si sprofondavano ben giù nella terra di sane generazioni di pastori tedeschi. Tutto sommato, come organismo, nei suoi fondamenti fisici e spirituali, Nietzsche fu veramente sano. Solo i nervi sono troppo deboli per l’impeto delle sue sensazioni e sono perciò in stato d’eterna inquietudine e rivolta, che però non è mai riuscita a scuotere il ferreo dominio del suo spirito. Egli stesso trova una volta una espressione felicissima, per questo suo stato tra pericoloso e sicuro, quando parla d’un ‘fuoco di fucileria’ dei suoi dolori. Ché in questa guerra non s’arriva mai a una vera irruzione nei bastioni interni della sua forza: come Gulliver a Brobdignac, egli vive assediato sempre dalla stessa brulicante folla pigmea dei suoi dolori. I suoi nervi sono in eterno allarme, sempre vigile su torri e feritoie, sempre in uno stato di difesa dell’attenzione, che lo sfinisce e lo tormenta. Una malattia vera non riesce a irrompere, a conquistare, a eccezione forse di quell’unica che per vent’anni seguita a scavare il suo cunicolo fin sotto la cittadella del suo spirito e poi la fa saltare d’improvviso: uno spirito monumentale come Nietzsche non è vinto da un fuoco di fucileria, solo un’esplosione può mandare in frantumi il granito d’un tal cervello. Così, di fronte a una enorme capacità di soffrire c’è una capacità enorme di sopportare la sofferenza. Una veemenza eccessiva del sentimento sta di fronte a una eccessiva sensibilità nervosa del sistema motorio. Ché ogni nervo dello stomaco o del cuore o dei sensi  è in Nietzsche un manometro esattissimo, delicato come una filigrana, che risponde a cambiamenti e tensioni minime con escursioni enormi d’eccitazione dolorosa. Come allo spirito, così nulla rimane inconscio al corpo. La minima fibra, che in altri rimarrebbe muta, gli trasmette immediatamente il suo messaggio con una trafittura, e questa ‘sensibilità pazza’ disperde la sua vitalità spontanea e forte, in mille schegge pungenti, taglienti, pericolose. Perciò quelle grida terribili tutte le volte che, al minimo movimento, a ogni passo improvviso della sua vita, tocca uno di questi nervi scoperti e vibranti.

 

   Questa irritante irritabilità quasi demoniaca dei nervi di Nietzsche, che gli fa sentire chiaramente come dolore persino le sfumature più fuggevoli, per altri meno che un barlume assai al di sotto della soglia della coscienza, è la radice unica delle sue sofferenze ed è insieme la protocellula della sua geniale capacità di valutazione. Non occorre nulla di sostanziale, nessun sentimento reale per sferzargli il sangue e provocare una reazione fisiologica: basta l’aria sola coi cambiamenti meteorologici che avvengono d’ora in ora, per procurargli tormenti senza fine. Mai, forse, un intellettuale fu tanto sensibile all’atmosfera: fra il suo polso e l pressione atmosferica, fra i suoi neri e il contenuto dì umidità nell’aria per che vi siano misteriosi contatti elettrici. I suoi nervi registrano immediatamente come dolore dell’organismo ogni metro d’altezza, qualsiasi depressione del barometro, e a ogni rivolta della natura reagiscono con uno scatto di ribellione. Pioggia, cielo scuro, deprimono la sua vitalità –‘il cielo coperto mi deprime profondamente’- l’oppressione di nuvole pesanti gli si fa sentire fin giù nelle viscere, l’inverno è una specie di crampo, d’irrigidimento, di morte. L’ago del barometro dei suoi nervi che oscillano come il tempo ad aprile, trema e non s’acquieta: se mai, forse, in un paesaggio senza nubi, sull’altipiano dell’Engadina quando tacciono i venti. E i suoi organi facili a infiammarsi, come sentono ogni peso e ogni pressione del cielo esteriore, così sono sensibili a ogni peso, a ogni turbamento. A ogni liberazione del cielo interiore dello spirito. Ché appena guizza un pensiero i suoi nervi tesi sono colpiti come da un fulmine: in Nietzsche l’atto del pensare si compie sempre in un tale rapimento estatico, con tali contrazioni elettriche, ch’esso agisce sempre sul corpo come un temporale, e a ogni ‘esplosione del sentimento basta un istante, nel senso letterale della parola, per cambiargli la circolazione del sangue’. In questo vitalissimo tra i pensatori corpo e spirito sono legati così strettamente con i fenomeni dell’atmosfera, ch’egli sente le reazioni interne e quelle esterne come una cosa sola: ‘Non sono spirito e non corpo, ma sono una terza cosa. Soffro tutto e di tutto’.

   L’aria immota, pesante della sua vita, la sua decennale solitudine da eremita sviluppano poderosamente l’innata tendenza di Nietzsche alla differenziazione di tutti gli stimoli. E siccome nei trecentosessantacinque giorni dell’anno non gli si avvicina nulla di corporeo, né donna, né amico, all’infuori del suo proprio corpo, siccome nelle ventiquattr’ore del giorno non parla con nessun altro che il suo sangue, egli conduce coi suoi nervi un dialogo quasi ininterrotto. In questo silenzio inaudito Nietzsche tiene in mano continuamente la bussola della sua sensibilità e, come tutti i solitari, i grandi lavoratori, li scapoli, gli stravaganti controlla da ipocondriaco i minimi cambiamenti funzionali del suo corpo. Altri dimenticano se stessi perché la loro attenzione è deviata dalla conversazione o dalli affari, dal gioco o dalla stanchezza. Ma un diagnostico geniale come Nietzsche soggiace continuamente alla tentazione di provare ancora come psicologo un piacere curioso per la propria sofferenza, di fare di sé ‘ il suo esperimento, la sua cavia’. Medico e paziente in una persona sola, non cessa di mettere a nudo con la sua acuta pazienza ciò che v’è di dolente nei suoi nervi e, come fanno tutte le nature nervose e fantasiose, a questo modo stuzzica ancora e acuisce la sua sensibilità già acutissima. Diffidando dei medici, diventa il medico di se stesso e per tutta la vita non smette mai di medicarsi’, Tenta tutti i mezzi, tutte le cure immaginabili, massaggi elettrici, prescrizioni dietetiche, cure di acque, bagni, ora reprime l’eccitazione col bromuro, ora torna a stimolarla con altre misture. La sua sensibilità meteorologica lo spinge eternamente in cerca di un’atmosfera particolare, d’una località adatta per lui solo, di un ‘clima della sua anima’. Ora è a Lugano per l’aria del lago e l’assenza dei venti, ora a Pfäfers e a Sorrento, poi gli viene in mente che i bagni di Ragaz potrebbero liberarlo dal suo io delirante, che la zona di Saint-Moritz, salubre e rinforzante, o le acque di Baden-Baden o di Marienbad potrebbero fargli bene. Per tutta una primavera è l’Engadina ch’egli scopre affine a sé per natura ‘con la sua aria ricca d’ozono’, poi ha da essere di nuovo una città del Sud, Nizza con la sua aria ‘asciutta’ poi, ancora, Venezia o Genova. Ora tende ai boschi, ora al mare, ora ai laghi, ora alle allegre cittadine ‘col loro vitto buono e leggero’. Dio sa quante migliaia di chilometri di ferrovia ha percorso questo fugitivus errans, solo per trovare il luogo fiabesco dove i suoi neri potessero cessa d’ardere e di guizzare, i suoi organi d’essere esternamente desti. A poco a poco, dall’esperienza delle sue sofferenze, Nietzsche si distilla una specie di sua geografia della salute, esamina grossi volumi di geologia per trovare questo luogo che egli cerca come l’anello di Aladino, per ottenere finalmente la padronanza sul suo corpo e la pace dell’anima. Per lui nessun viaggio sarebbe troppo lungo: nei suoi progetti c’è Barcellona e ci sono le montagne del Messico, pensa all’Argentina e persino al Giappone. A poco a poco posizione geografica e dieta del clima e del vitto diventano la sua seconda scienza personale, D’ogni luogo si segna la temperatura e la pressione dell’aria, misura al millesimo la precipitazione e il grado di umidità con igroscopio e idrostato. Le stesse esagerazioni per la dieta. Anche qui un intero registro, un codice medicinale di misure cautelative: il tè dev’essere di una determinata marca e dosato in un determinato modo; la carne è pericolosa; gli ortaggi devono essere preparati in un certo modo; a poco a poco quest’eterno far da medico e diagnosticare assume un carattere morboso di solipsismo, diventa un angoscioso fissare-se-stessi. Nulla ha reso così doloroso il dolore di Nietzsche più che quest’eterna vivisezione; come sempre lo psicologo soffre il doppio di ogni altro perché prova due volte i suoi dolori, una nella realtà e una nella contemplazione di se stesso.

________________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 

 
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Calendario laico. 25 agosto 1900: san Friedrich Nietzsche da Roecken vergine e martire

Post n°1001 pubblicato il 20 Febbraio 2019 da giuliosforza

 

Post 922

 

Quello che stiamo per leggere non è tratto da nessun martirologio. In un calendario laico (ma perché non anche in uno religioso?) il 25 agosto (1900), anniversario della morte,  dovrebbe celebrarsi ‘Heiliger Friedrich Nietzsche von Röcken, unberührt und märtirer, San Friedrich Nietzsche da Röcken vergine e martire.  Per fortuna ci hanno pensato qui Zweig, e, in Elettra, D’Annunzio, che è bene rileggere: un’ode (ventuno strofe di ventuno versi, per un totale di quattrocento quarantuno versi) non puramente celebrativa, la cui lettura è bene anteporre alle pagine di Zweig poichè tutto il travaglio, fisico e spirituale, del filosofo poeta (o poeta-filosofo) in essa è espresso in forma epica, come nelle pagine di Zweig emerge in forma tragica. Epica e tragedia in simbiosi daranno del Filosofo solitario una immagine più completa e più verace, e più vivace, strappata agli stereotipi dei critici passionalmente pre-critici e di quelli che una fredda, presuntuosa acribia fa spesso più perniciosi dei primi.

 

PER LA MORTE DI UN
DISTRUTTORE
f. n. xxv agosto mcm.

DISSE al cuore dell’uomo: “Quando
tu fervi, o cuore, largo e pieno,
simile alla grande fiumana,
beneficio e periglio dei lidi,
quivi la tua virtù s’inizia.„
Disse: “Nel deserto estremo,
con risa e con gridi,
danzando e cantando,
irrompe il mio desiderio e irraggia
la sua letizia.
Nacque su le montagne eterne
la mia saggezza inumana,
su le montagne che stanno
vergini e sole
nel meriggio sereno,
nell’ardore solenne;
pregna divenne
su i culmini prossimi al Sole
la mia virtù selvaggia;
partorì su gli aridi macigni
il più giovine de’ suoi figli.„

Disse: “Nel deserto estremo,

nella fulva sabbia,
sotto la rabbia
del sole, duro, violento,
silenzioso,
avido di conoscenza come
il leone di nutrimento,
senza dio, senza nome,
senza spavento
e spaventoso,
con la volontà del leone,
con la fame del leone,
famelico, sitibondo,
infaticabile, padrone
del deserto e del mondo
fui, e delle mie forze segrete.
Inesprimibile e senza nome„
quel che fu il tormento
e il giubilo dell’anima mia,
quel che fu la fame e la sete
dell’anima mia!„

Disse: “Le fonti attossicate,
i fuochi graveolenti,
i sogni corrotti
e i vermi nel pane della vita
son necessarii?

Non io la mia vita
mendicai a frusto a frusto,
ma esso il mio disgusto
mi diede le forze e l’ale
che presentivano le sorgenti
dei fiumi solitarii.
E per giorni e per notti,
di monte in monte,
oltre il bene, oltre il male,
senza sosta, senza sonno,
il mio volo robusto
cercò cercò la fonte
della gioia; e la trovò in sommo.
Avido nelle acque canore
s’abbeverò il mio cuore
ove arde la mia grande estate.

Il mio cuore, ove splende
l’estate, s’abbeverò nell’acque
gelide e n’ebbe gioia infinita.
Tutta la mia vita
fu un’alta speranza.
O miei fratelli, dove siete?
Accorrete, accorrete
alla gioia che v’attende.
Troppo si piacque

della pianura
la vostra virtù. Non è sete
quella ch’estinguono i ruscelli
garruli, quella che alla cisterna
empie l’otro e vi s’indugia.
Uditemi, o miei fratelli!
Poi ch’io bevvi alla fonte apparita,
tutta la mia vita
fu una speranza eterna,
tutti i miei pensieri
per mille varchi e mille sentieri
migrarono alla terra futura.

Oh venite, fratelli in angoscia,
perché io vi mostri
la sorgente ignota
nell’alba che si leva!
Scaturisce ella con troppa
veemenza e scroscia
così che la coppa
si riempie e si vuota.
V’insegnerò come si beva.
Venite a me! Lasciate gli egri
e i vili alla bassura.
Venite perché io vi rallegri,
fratelli, ne’ cuori vostri.

Grande sarà l’estate su i monti
con gelide fonti
e silenzio infinito.
L’aquile ci porteranno il cibo
con i lor curvi rostri.
Vivremo come i vènti forti.
Negli occhi profondi
avremo la terra futura.

Venite a me col vostro amore
che non soccombe,
con la vostra sete
che non si placa, quanti siete
uomini che v’accresceste
di conoscimento e di dolore,
che la vita incideste
con la vostra vita dura,
che osaste abbattere le tombe
perché taluno risorgesse,
che seguiste il più aspro cammino
a cercar le vostre anime stesse,
che chiamaste il più crudo nemico
per guerreggiar la vostra guerra,
che santificaste nei perigli
le vostre inesorabili sorti,
venite a me su l’ultima altura!

Vivremo come i vènti forti.
Saremo fedeli alla terra,
fedeli alla terra dei figli,
fedeli alla terra futura.„

Disse: “Il mio lavoro
fu la guerra, la mia pace
fu la vittoria.
La mia volontà fu sospesa
sul mio capo come una legge,
come una gloria,
come un nimbo d’oro.
In ogni impresa
il mio pensiere
fu la mia sola face.
Sdegnai di bere
dove bevve il gregge,
sdegnai di rimirare il cielo
oscurato dalla cava nube;
perch’io sapea che nella rupe
aerea tu eri, o sorgente
pura, o sorella dell’aria,
io sapea l’erta necessaria
per rimirarti, o cielo
pudico e ardente,
libertà, serenità d’oro.


O cielo su la mia testa
nuda, giocondo
abisso, gorgo
di luce, festa
del sole, o cielo senza
nube e senza tuono,
ecco la mia innocenza,
ecco che io risorgo
verso di te mondo
di ogni tabe e di ogni lebbra,
ecco che io sono
colui che afferma
e colui che benedice;
e per questo lottai su la terra,
per questo ebbi tanta guerra
tante armi tante ire:
per aver libere mani,
serenità liberatrice,
miracolo d’oro sul mondo,
per avere un giorno le mani
libere a benedire!

E così benedico:
– Essere sopra ogni cosa
come il suo proprio cielo,
come il suo volubile tetto,

come la sua cerulea volta
e l’eterna sua pace. – E felice
colui che benedice
così! Però che la sorgente
dell’eternità sia
il battesimale
fonte di tutte le cose,
oltre il bene, oltre il male;
e il bene e il male sien ombre
fuggitive; e su tutte le cose
unico si spanda il ridente
cielo delle sorti
misteriose;
e sia la terra una divina
tavola al divino
gioco degli iddii che tu porti,
Eternità, per colui che t’ama.

Però che io sia colui che t’ama,
o Eternità, colui che brama
il tuo anello eternale,
colui che vuole
da te il nuziale
anello del ritorno
e del divenire,
colui che ti chiama

al suo desire
ed al suo giorno,
o Eternità, per teco
generar la sua prole,
colui che fu cieco
per la possa del tuo sole
che a lungo ei mirò fiso,
colui che alfine ha un riso
vasto come un baleno
creatore sul mondo,
colui che ama il tuo seno,
il tuo seno profondo,
o Eternità, colui che t’ama!„

Così parlava l’Asceta.
Questa parola disse
colui che terribilmente visse
per la sua terribile mèta.
Così parlava
su la plebe schiava
su la moltitudine morta
colui che errò lunghi anni
pei labirinti fallaci,
per tutte le ambagi
dei secolari inganni,
e ritrovò la porta

antica della Vita bella.
Disse: “Insegno al cuore umano
una volontà novella.„
Disse: “Insegno all’uomo non l’amore
del prossimo ma del più lontano,
del vertice ch’ei s’elegge.
Sia l’uomo la sua propria stella,
sia la sua legge e il vendicatore
della sua legge.„

E il fiato impuro dell’uomo
lo soffocava; lo soffocava
il lezzo della bestia
inferma e vile.
Ed egli andava andava andava,
cupo ed ostile,
nell’aria gravida di tempesta,
emulo del lampo e del tuono,
ebro della sua guerra,
splendido della sua virtù, irto
de’ suoi pensieri, tra i sogni grami
di mille e mille anime stanche.
E disse: “Il tuo spirto
e la tua virtù infiammino anche
la tua agonia, come il fuoco
del tramonto infiamma la terra.

Così voglio io morire
perché a causa di me tu ami,
o fratello, sempre più la terra;
così voglio io reddire
luminoso alla gran madre terra.„

Ahi che dal Fato,
cui d’evento in evento
amò di così gagliardo
amore, non gli fu dato
morire nel combattimento,
morire alzato e pronto
al più difficile varco,
nell’atto di tendere l’arco
lucido ponderoso
per l’ultimo dardo,
il grande arco d’Ulisse,
quello dal nervo che garrisce
come la rondine messaggera,
quello che tende sol uno
contro la schiera
innumerevole! Ahi che il notturno
Fato l’oppresse a mezzo dell’opra!
Ed egli stette nell’ombra
senza mutamento,
immoto, vacuo, taciturno

come un cratère spento.

Poi, come l’acqua informe
colma i cratèri
immemori del fuoco pugnace,
la materia eguale
l’agguagliò nell’ombra infinita
e nei silenzii eterni
ove si celano le norme
del ritorno e del divenire,
ove tutte le forme
dell’essere s’aprono in misteri
ineffabili e la morte è vita
e la vita è morte.
O Verità redimita
di quercia, cantami la sua vita
e la sua morte
con la possa delle antiche lire!
Canta pei figli degli Ellèni
il Barbaro enorme
che risollevò gli iddii sereni
dell’Ellade su le vaste porte
dell’Avvenire!

Io lo canterò, io figlio
degli Ellèni, con una ode

ampia, di possente volo;
perché dissi, quando udii la voce
di lui solo io solo,
dal suo esiglio nel mio esiglio,
dissi: “Questi è il mio pari.
Questo duro Barbaro che bevve
una colma tazza dell’ardente
vin campàno ed ebro di dominio
e di libertà corse i mari
armoniosi agognando il suolo
ove l’uomo per la divina
etra incedeva al fianco del dio
ed entrambi erano Ellèni,
questi è il fratel mio.
Salutammo le rosse triremi
nelle acque di Salamina
nutrice di colombe;
portammo una corona alle tombe
di Maratona.„

Dissi: “O Vita, egli non sa che vive
su le rive sonore
un figlio della florida stirpe.
Io nasco in ogni alba che si leva.
Io so io so come si beva,
o Vita. E chi t’amò su la terra

con questo furore?
Chi più larghe piaghe
s’ebbe nella tua guerra
e chi ferì con spade
di più sottili tempre?
Chi di te gioì sempre
come s’ei fosse per dipartirsi?
Ah tutti i suoi tirsi
il mio desiderio scosse
verso di te, o Vita
dai mille e mille volti,
a ogni tua apparita,
come un Tiaso di rosse
Tiadi in boschi folti,
tutti i suoi tirsi!

Io nasco in ogni alba che si leva.
Ogni mio risveglio
è come un’improvvisa
nascita nella luce:
attoniti i miei occhi
mirano la luce e il mondo.
Egli non sa come sien pure
le mie pupille, o Vita,
mirando il cielo verecondo.
Egli non sa come trabocchi

il mio cuore, simile alla grande
fiumana. Che m’insegnerà egli,
o Vita? Io so come si danzi
sopra gli abissi e come si rida
quando il periglio è innanzi,
e come si compie sotto il rombo
della tempesta l’opera austera,
e come si combatta con l’ugne
e col rostro, e come si uccida,
e come si tessan le ghirlande
dopo le pugne.„

Ma riconobbi i suoi pensieri
fraterni come il navigatore
ansio riconosce i verzieri
d’Italia da lungi all’odore
che gli recano i vènti.
Il tuo sole, il tuo sole,
o Italia, colorò la sua fronte,
maturò la sua saggezza forte,
converse in oro
il ferro delle sue saette.
Il Barbaro pellegrino
sotto il tuo cielo alcionio
apprese il canto dal coro
alato delle tue selve aulenti.

O Italia, egli bevve il vino
delle tue vigne ambrosio;
colse il miele de’ tuoi favi meri,
le rose de’ tuoi roseti
gravi di api e di colombe. I piedi
suoi divennero leggeri
su i prati di violette.

La serenità adamantìna
che s’inarca su i ghiacciai dell’erme
Alpi placò la sua furia.
Gli proposero enimmi
le rupi che nel mar di Liguria
si protendono come sfingi
coronate di fiori.
Come un novo Erme
senza caducèo
egli portò su la sua spalla
Dioniso infante, nelle Terme
di Caracalla,
nel Fòro, nel Colossèo.
Come Eraclito nel tempio efesio,
egli meditò la sua dottrina
illuminato dagli ori
di San Marco nell’ombra marina.
E il fresco vento etesio

gonfiò la sua vela nei meriggi
d’estate, fra Sorrento e Cuma,
sul golfo ove il Vesuvio fuma.

Quivi, o triste ombra della greca
Antigone, anima profonda
che gli fosti custode
fedele nella notte cieca,
o sorella, quivi reca
il cadavere dell’eroe,
sul golfo lunato e grande
come l’arco ch’egli tese.
Gli alzeremo un tumulo grande,
un’altissima tomba,
là dove le coste
sono più scoscese
e il flutto più rimbomba
nelle caverne più nascoste
con le eterne risposte
alle eterne domande.
Gli daremo ghirlande
d’ulivo selvaggio e, tra le accese
faci, libàmi come all’altare.
Gli canteremo in coro una ode
misurata al respiro del mare.


Canteremo: “Qui dorme,
nella sacra Italia, sul mare
delle Sirene, sul Mare
Nostro, in vista dell’arce cumèa
dove il figlio di Venere Enea
giunse recando i Penati
di Troia ed i Fati
di Roma, qui dorme,
in vista del fuoco distruttore
e creatore
che irrompe dal cuor della Terra,
vegliato dalle antiche Mire
figlie della Notte arbitre sole
della nascita e della morte,
o prole degli Ellèni,
qui dorme, placate le ire
dopo tanta guerra,
il Barbaro enorme
che risollevò gli iddii sereni
dell’Ellade su le vaste porte
dell’Avvenire.„

(Per motivi di spazio la citazione da Zweig è rimandata al post prossimo)

 

 
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Bruno 'Filosofo della prassi'?

Post n°1000 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da giuliosforza

Post 921

 

   Bruno ‘filosofo della prassi’?

   Non ho ancora avuto modo di sfogliare il volume dell’economista e politologo e intellettuale Antonello Gerbi (1904-1976), per anni direttore del Centro Studi della Banca Commerciale Italiana, che in tal veste girò il mondo, costretto anche dalle leggi razziali del 1938. Si tratta del Centone bruniano, riedito recentemente ( a cura di Francesco Rognoni e Silvia Berna, con uno scritto di Sandro Mancini), da Sedizioni – Diego Dejaco editore, Milano, pagg. 195, Euro22. Per queste mie considerazioni mi debbo perciò contentare della segnalazione che ne fa Michele Ciliberto nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 30 dicembre 2018.

Titola Ciliberto: “Bruno controcorrente. Il saggio di Antonello Gerbi, uscendo dagli schemi, sostenne il grande valore di Giordano Bruno sia come filosofo della prassi che come metafisico e panteista”. E prosegue: «Quando venne composto il Centone bruniano gli studi sul Filosofo sono ancora dominati dalla interpretazione di Giovanni Gentile, che messa a fuoco nei primi del secolo si era imposta anche a chi, come Augusto Guzzo, cercava di elaborare una propria visione della Musa nolana. Essa è imperniata su un nucleo centrale: Bruno era stato un ‘contemplativo’, non un uomo pratico: “il suo mondo, -scrive nel grande saggio sulla Veritas filia temporis, pubblicato nel 1912-  non è quello della vita, ma quello della contemplazione, non è quello della storia, ma quello della natura: la sua stessa etica della Spaccio finisce negli Eroici furori, che sono sublimazione della mente nel processo della verità”. Gerbi capovolge questa impostazione, si concentra su Bruno ‘filosofo della prassi’ proponendosi di mostrare che la “grandezza di Bruno come filosofo della prassi non è inferiore a quella del filosofo metafisico e panteista”. Questo è il punto centrale  della sua visione della esperienza umana, intellettuale,civile del Nolano. Ma la filosofia della prassi non è una espressione neutra, anzi. Essa è utilizzata per primo da Antonio Labriola a proposito di Marx; è ripresa da Gramsci nei Quaderni del carcere sostituendola al termine ‘marxismo’: era dunque ben radicata in una determinata corrente filosofica e politica. Ma anche  Guidi Calogero, come rileva Croce sulla “Critica” nel 1935 – e Gramsci lo annota, “ chiama filosofia della praxis una propria interpretazione dell’idealismo gentiliano”. Né questa vicinanza  lessicale, e teorica, stupisce se si tiene conto della interpretazione che Gentile -maestro di Calogero- aveva proposto della filosofia di Marx nei suoi scritti giovanili, sottolineando con vigore, appunto, la visione e il significato della praxis».

   Fin qui Ciliberto che non poteva riassumere in maniera più chiara la lettura che Antonello Gerbi, intellettuale versatile, fa del pensiero bruniano. Ma io (ripeto di non aver ancora avuto modo di leggere il libro, quindi il mio è solo un prudententemente sospeso giudizio) ho i mie dubbi sulla non forzatura, da parte di Gerbi, della posizione bruniana. Apostata da ogni fede, anarchico mentale, il satiro del Cicala difficilmente accetterebbe di essere incasellato dentro formule che non appartengono né al suo stile di vita nella alla sua critica concettuale, etica e sociale; a dirla chiara, credo proprio che esser detto Filosofo della prassi lo farebbe imbestialire. Proverebbe invece forse simpatia per il Filosofo dell’egemonia, fino a tal punto  intellettualmente onesto da ammettere una sua diretta discendenza dal Filosofo dell’Atto. Ecco, l’ho detto. Se una definizione non ripugnerebbe forse al Nolan sarebbe  quella di simpatizzante di una azione che si sublima gentilianamente nell’Atto, soprattutto come l’Atto viene da Gentile inteso nella sua ultima opera Genesi e struttura della Società, che purtroppo Gramsci non ebbe tempo di leggere e che permise a un altro discepolo gentiliano, Ugo Spirito, di proclamare il  trapasso pari pari del Filosofo di Castelvetrano ad una concezione comunistica del fatto sociale. Inquadrare Bruno entro un sistema e in una formula, soprattutto in una formula più che marxiana marxista, e fare di lui un antesignano anche di Marx e dei suoi epigoni, è paradossale prima che ridicolo. Egli è, in filosofia, quello che Stefan Zweig in La lotta col dèmone, afferma essere Nietzsche: Il Don Giovanni della Conoscenza. Il filosofo di Röcken e quello di Nola potrebbero esser detti in questo fratelli gemelli. Scrive Zweig : «Immanuel Kant vive con la conoscenza come con una donna presa in sposa, si unisce a lei per quarant’anni nello stesso letto spirituale e con lei genera tutta una schiatta di sistemi filosofici, i cui discendenti vivono ancora oggi nel nostro mondo borghese. Il suo rapporto con la verità è assolutamente monogamico e tale è anche quello di tutti i suoi figli spirituali: Schelling, Fichte, Hegel,  Schopenhauer. Quello che lo spinge alla filosofia  è una superiore volontà di organizzazione, di natura tutt’altro che demoniaca (qui il traduttore avrebbe meglio detto demonica, nota mia), una buona volontà tedesca, pratica e specializzata, di disciplinamento dello spirito, di ordinata architettura dell’esistenza. Hanno amore per la verità, un amore onesto, durevole, costante: ma a quest’amore manca affatto l’erotismo, il desiderio fiammeggiante di distruggere altri e se stesso; sentono la verità, la loro verità, come una moglie, un possesso assicurato da cui non si liberano fino all’ora della morte e al quale non sono mai infedeli. Perciò nei loro rapporti con la verità resta sempre qualcosa di casereccio, di domestico e, in effetti,  al di sopra della sposa e del letto ognuno di essi s’è fabbricato una propria casa: il suo solido sistema. E questa loro zona, questo campo dello spirito conquistato e liberato per  l’umanità dalla folta vegetazione originaria del caos, essi lo lavorano magistralmente con erpice e aratro. Spingono innanzi prudentemente i confini della loro conoscenza in mezzo alla cultura del loro tempo, e con diligenza  e coi sudori ne aumentano il frutto spirituale.

   La passione di Nietzsche per la conoscenza proviene invece da tutt’altro temperamento, da un mondo sentimentale che sta addirittura agli antipodi. La sua posizione di fronte alla verità è demoniaca, è un piacere che trema e ha il respiro caldo, ch’è sferzato dai nervi e curioso, mai soddisfatto e mai esausto, che non si ferma mai a un risultato e su ogni risposta torna sempre, impaziente e infrenabile, a porsi nuove domande. Non si lega mai durevolmente al cuore una conoscenza e, giurandole fedeltà, ne fa la sua donna, il suo ‘sistema’, la sua ‘dottrina’. Tutte lo eccitano ma nessuna può trattenerlo. Appena un problema ha perduto la verginità, il fascino e il mistero del pudore violato, egli l’abbandona senza pietà, senza gelosie,  a quelli che verranno dopo di lui senza più preoccuparsene, come fa Don Giovanni, il suo fratello nell’istinto, con le sue mille e tre. Ché, come ogni seduttore, attraverso tutte le donne cerca la donna, così come Nietzsche attraverso tutte le conoscenze la conoscenza, eternamente irreale e mai completamente raggiungibile; non la conquista, nbn la preda, non il possesso l’eccitano fino al dolore, fino alla disperazione, ma solo la domanda, la ricerca, l’inseguimento…».

 

   Il ‘Don Giovanni della Conoscenza’. Ecco come, in questo sesto giorno della novena di preparazione alla celebrazione del quattrocentodiciannovesimo anniversario del Rogo, mi piace pensare Filippo Bruno nolano, in arte Giordano. Riuscite ad immaginarlo, quel birbante, serioso filosofo della prassi? Di tutti quelli che han cercato di tirarlo per l’ampia manica sulle loro posizioni mi par, questo Gerbi, il meno condivisibile. E forse dalla mia parte starebbe anche il ’gentiliano’ Antonio Gramsci.

 

P. S.

   A proposito di un più vasto raffronto tra Bruno e Nietzsche, mi permetto di rimandare al mio articolo “Bruno e Nietzsche fratelli gemelli”, uscito sulla rivista ‘Infiniti mondi’, pubblicazione a cura della “Giordano Bruno. Associazione nolana”, qualche anno addietro.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

    

 
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