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Riflessione filosofico-poetico-musicale

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Heine, Schwarzreise; Gerardo di Nola, Campanella nuovo Prometeo ecc.. Terapia corale

Post n°1003 pubblicato il 22 Marzo 2019 da giuliosforza

   Post 924

   Sì, è questo il periodo della mia vita forse più importante, quello che si dice dei, per altro inutili, consuntivi e non più dei progetti. Ma sicuramente è il meno luminoso ed esaltante, per non dire il più cupo e disperato. Mi guardo intorno e vedo il mondo, di cui celebrai la grandezza e la bellezza con accenti da invasato,  poco a poco, come in una dissolvenza, attenuare i suoi colori e i suoi suoni; brutto e ridicolo m’appare ciò che predicai bello, soprattutto l’homo erectus, per non dire la mulier erecta, coi loro arti anteriori  penzolanti, altre appendici, come il sesso o il seno, fluttuanti , la pelle glabra ed implume, che  s’affannano a ricoprire surrettiziamente di rivestimenti il cui artificio ne aumenta, anziché diminuirne, il ridicolo. E non riesco a guardare un bambino senza vedere il probabile assassino, il violento, il delinquente, il reietto, il malato, il tormentato, il disperato  che in lui si cela. E mi chiedo se questo è il mondo che il creatore  vidit quod esset bonum, compiacendosene. Decisamente sto vivendo un brutto periodo, e la tentazione di anticiparne in qualche modo la fine non mi è aliena. 

   Eppure eppure…Una fiamma stenta a spegnarsi,  e basta un niente perché riprenda vigore. Si tratta della fiamma dell’Arte, soprattutto della Poesia e della Musica. Le due Muse predilette,  Euterpe e Calliope, continuano a starmi vicino, ad assistere il mio tramonto, a colmare la mia casa ormai vuota di presenze e colma di assenze, a esorcizzare la fatale solitudine che attorno al me esistente si crea nel suo riapprossimarsi all’anonimato, all’impersonalità dell’essere. Oggi è Heine, a riaccendere il mio fuoco. Riprendo il Die Harzreise, e già l’esergo mi ravviva e riscalda. Si tratta della citazione di una parte del discorso pronunciato da Ludwig Börne alle esequie di Jean-Paul : Nichts ist dauernd, als der Wechsel; nichts beständig, als der Tod. Jeder Schlag des Herzens schlägt uns  eine Wunde, und das Leben wäre ein ewiges Verbluten, wenn nicht di Dichtkunst wäre. Sie gewährt uns, was uns die Natur versagt: eine goldene Zeit, die nicht rostet, einen Frühling, der nicht abblüht, wolkenloses Glück und ewige Jugend. Niente è durevole come il mutamento, niente è immutabile quanto la morte. Ogni battito del cuore ci infligge una ferita e vivere sarebbe un eterno morire dissanguati se non esistesse la poesia. Essa ci concede quello che la natura ci nega: un’età dell’oro che non si offusca, una primavera che non sfiorisce, una felicità senza nuvole ed eterna giovinezza. E poi i cinque tetrastici in ottonari, due dei quali furono adattati ad una semplice melodia che facevamo riecheggiare, dopo l’invocazione ad Odino, nella nostre Passeggiate di Natura e Cultura sui monti simbruini sabini marsicani: Auf die Bergen will ich steigen, wo die frommen Hütten stehen, Wo die Brust sich frei erschliesset, Und die freien Lüfte wehen.  Auf die Berge will ich steigen, Wo di dunkeln Tannen ragen, Bäche rauschen, Vögel singen, Und die stolzen Wolken jagen. Sui monti voglio salire, dove son semplici capanne, dove il petto s’apre libero e libere soffiano i venti. Sui monti voglio salire, dove svettano cupi abeti, mormorano ruscelli, uccelli cantano e fiere si rincorrono le nuvole. I monti sabini lucretili simbruini marsicani erano i nostri Meru, i nostri Sinai, i nostri Olimpi, i nostri Ida ove gli dei ci chiamavano a convegno e ci introducevano nei loro arcani, in quell’esoterico che sbaglia soltanto quando tenta a valle di farsi essoterico, di ‘volgarizzarsi’ (Das Esoterische schadet nur, in dem es exoterisch zu werden trachtet - Goethe, Mit Goethe durch das Jahr 2019, März, 18 Montag).

 

*

   Una mia ex alunna sabina, Maria Antonietta Morgagni, mi ha inviato due sue piccole raccolte poetiche (Ti conosco da sempre e La misura dell’amore è “Amore senza”  misura”) richiedendomene una opinione. Io, che per quanto riguarda stile poetico son fermo a rima e ritmo classici (non che non abbia tentato, in gioventù, le forme nuove, sempre più libere, che alla capricciosa Calliope piace assumere, e non abbia partecipato, ma una sola volta, ad un concorso presieduto addirittura da Ungaretti, dal quale uscii regolarmente escluso), sono il meno indicato per esprimere giudizi che non rischino di apparire prevenuti e precritici, ma gli sfoghi lirici di Antonietta non mi sono dispiaciuti, e gliel’ho scritto. Le ho detto di aver gustato le sue ‘semplici’ liriche, semplici al limite del naïf, ma in grado di comunicare una grande serenità alla mia anima turbata. Le ho scritto che nella mia concezione estetica complessa e qua e là contorta, meglio attorta, pensavo non ci potesse essere spazio per la poesia delle piccole cose. per la semplicità di una contemplazione di sé e  del mondo e di Dio abbandonata, come le cose, alla gioia  del guardarsi e dell'accettarsi e, perché no, del godersi come fu del Tutto al suo autoporsi, o essere posto dall'atto creatore, e di uno stile poetico a tali concetti, a tali emozioni, adeguato. Le ho detto di trovare nelle sue semplici effusioni liriche la purezza e la quiete suprema  delle albe e dei tramonti che furono dell'alba della Vita al suo sorgere, "quando gli astri del cielo danzavano in gloria e i figli degli uomini lanciavano grida di allegrezza", la quiete di un'anima che  ha raggiunto la pace con se stessa e col Sé Universo  e tale pace comunica e intorno a sé diffonde. Le ho scritto  che avrebbe potuto intitolare le sue raccolte "Storia di un'anima", perché in esse  ho avvertito lo stesso spirito della 'piccola' Santa di Lisieux, lo stesso afflato amoroso che fa del Dono, in questo caso del dono lirico, l'atto supremo della  Comunione ontologica: ché "Vivre d'amour c'est donner sans mesure / Sans réclamer de salaire ici-bas. / Ah sans compter je donne, étant bien sûre  / Que lorsq'on aime on ne calcule pas .

   E l’ho ringraziata del Dono.

*

Dei tre pilastri (in ordine di tempo Telesio cosentino, Bruno nolano, Campanella stilota, o stilese) regalati dalla Magna Grecia al Rinascimento italiano ed europeo, direi al Rinascimento tout-court, Campanella non può certo dirsi il minore, ma è quello che ancor oggi soffre di più controversa valutazione. Di vent'anni più giovane di Bruno, di una sessantina di Telesio, come Bruno domenicano, poeta pensante e filosofo poetante, amico e confidente di Galileo, passò tutta la vita a tentare di sfuggire alle persecuzioni dei poteri ecclesiastici e civili con mezze abiure e finte pazzie (non perdonategli dai bruniani rigidi -per un certo periodo neanche da me) che se non gli servirono ad aver una vita tranquilla da dedicare all'arte poetica, alla filosofia, alla politica (alla quale partecipò non solo con l'utopistica Città del sole ma con vari altri scritti di diritto e con concrete azioni di sobillazione e rivolta contro il potere aragonese) almeno gli consentirono di sopravvivere a cinque processi, alle relative torture e a 29 anni di carcere durante i quali poté con mille sotterfugi dedicarsi alla sua poesia e alla sua filosofia, i cui caratteri innovativi, soprattutto in poesia, non sono stati ancora tutti adeguatamente approfonditi e valutati, nonostante la geniale, certo la più completa ed innovativa, operazione ermeneutica operata agli inizi del XX secolo da Giovanni Gentile e Giovanni Papini. 
   Ora scopro un volume di un Gerardo di Nola (cognome evocativo), geniale e vivace, almeno per un certo tempo, se leggo bene, prete napoletano, latinista e grecista, teologo e filosofo insigne e insigne poligrafo, dal titolo allettante che la figura e l'opera di Campanella felicemente ed efficacemente riassume: Tommaso Campanella, il nuovo Prometeo, da Poeta-vate-Profeta a Restauratore della politica e del diritto. Libro ormai fuori commercio che solo attraverso la solita meritoria Amazon sono riuscito a scovare e al quale finora ho potuto dare una veloce scorsa, quanto è bastato per capire d'essermi fatto un bel dono in questo inizio di Quaresima. Stavo godendomi su Rai5 la bella edizione dell'Andrea Chénier scaligero diretto da Chailly quando, giunto alla deliziosa serenata di Ernesto, m'è venuto in mente il bel distico ‘barbaro’ campanelliano ” (anche in ciò lo stilota fu un anticipatore) Al novo secolo lingua nuova instrumento rinasca / può nuova progenie il canto novello fare". E mi son chiesto se per caso Andrea Chénier, il giovane poeta vittima della ghigliottina, non li avesse avuti presenti quando egli stesso aveva espresso in alessandrini due concetti perfettamente identici, che bastano a spazzar via tutte le baggianate ritmiche e stilistiche delle false avanguardie: " Allumons nos flambeaux à leurs feux magnifiques /sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques".

  

P S.

   Il libro del Di Nola è dedicato a un vescovo. Evidentemente si tratta di un non so quanto riuscito tentativo di recuperare il grande Domenicano all’ortodossia. Ma in questo caso il tentativo è comprensibile e perdonabile, l’operazione è fatta con garbo e non c’è da adontarsene più di tanto. Anche perché è Campanella stesso a prestarsi, forse fin troppo, con le sue forzate e forzose ambiguità (necessarie per salvare pelle e genio) all’operazione.

 

*

   M’è accaduto di condividere su fb un simpatico post di Paola Malgeri (l'ex alunna amica che ha due grandi cuori, uno italiano, l'altro tedesco), l’immagine di una maglietta con su riprodotto un gruppo corale stilizzato e la scritta 'io canto in un coro, non ho bisogno di terapia'; e m’è tornata nostalgia dei tanti cori che nella mia lunga vita, da amatore, ho diretto. Ed ho rirovistato tra il materiale corale che ho raccolto e che occupa più di due scaffali della mia biblioteca. E mi disperavo perché non trovavo una raccolta di canti e cori popolari di tutto il mondo pubblicati dall'editrice belga Lanno e sponsorizzati dalla Jannsen Pharmaceutica. Ci crederete? Era in bella vista sul pianoforte e la giornaliera familiarità me l'aveva reso invisibile. Si tratta di un grosso volume, 32×25, 440 pagine di canzoni e cori popolari di tutto il mondo, dono del grande organista, amico e discepolo d'universita', Marco Lo Muscio; un volume prezioso che da solo vale molti altri della mia biblioteca. Se avrò meritato di rinascere, spero mi sarà consentito di rinascere con la stessa passione: ho intenzione di inserire tutti i 300 brani nel prossimo repertorio...

 

*

Arte e vita. Si può morire d'arte lucidissimi a 109 anni, assistiti dalle Muse di musica poesia e pittura. È successo a Gillo Dorfles, oggi. Invidiabile è dir poco.

________________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Giornate bruniane. Edgar Morin. Nietzsche e Zweig.

Post n°1002 pubblicato il 11 Marzo 2019 da giuliosforza

 

   Post 923

 Costretto a rinunciare a Nola, non mi sono negato un pomeriggio bruniano a Campo dei Fiori, come da tradizione ormai organizzato dall’‘Ass. Nazionale Libero Pensiero Giordano Bruno’, il cui radicale anticlericalismo m’infastidisce precisamente quanto, se non di più, l’arrabbiato clericalismo: tesi e antitesi che non trovano superamento in una superiore sintesi, aperta a nuovi processi, hegeliana Aufhebung della Conoscenza che paradossalmente imbocca vicoli ciechi, culs de sac dai quali non si esce: evidente aporia che potrebbe mettere in crisi tutto il sistema dialettico dall’interno. Erano con me Alberto Marchetti, anima bella di cantautore la cui poesia e la cui musica son fatte per rasserenare da una parte gli animi inquieti e dall’altra  per fustigare i pigri e gli ignavi, e Fabio con la sua bella moglie ed una soavissima coppia di gemellini che, non fossero battezzati, avrebbero potuto ricevere degnissimo battesimo dall’ Impunito di Nola, finalmente fuor di corruccio, aperto ad un umano sorriso, dall’alto del suo brutto monumento massonico-nathaniano.  Il complesso bandistico dei vigili urbani, assai migliorato nel tempo, ha ben sottolineato i momenti diversi degli interventi, fra i quali all’amico Alberto, non particolarmente bendisposto (forse dirlo  acrimonioso è dir giusto) nei confronti dei pentastellati, sono invece particolarmente piaciute le considerazioni di Gemma Guerrini, delegata alle pari opportunità del Comune di Roma, la cui immagine e le cui parole ha registrato coi suoi possenti mezzi.  «Ricordare Giordano Bruno», così ha esordito la Guerrini secondo il resoconto di Alberto, «è riscoprire un illuminato visionario» che la chiesa nemmeno tentò di comprendere, che anzi temette a tal punto da ricorrere alla mordacchia per impedirgli di parlare lungo il tragitto verso il patibolo, è ricordare colui che «…fu sostanzialmente accusato di aver concepito, contro il dogma imperante di un ordine cosmico immutabile, un universo dinamico dove l’armonia del creato è il risultato di relazioni che dalla terra salgono al cielo e viceversa, collegando tra loro astri pianeti e uomini»… Scegliendo fior da fiore, nel tentativo di presentare un Bruno fuori dagli schemi, la Guerrini sottolineava l’attaccamento del Nolano «all’Italia regione gradita al cielo’, e la sua positiva  opinione sui  ‘costumi gentili e cortesi degli italiani”…, e sulla necessità di reciproche relazioni tra cultura e ambiente, quella stessa richiamata dall’art. 9 della nostra Costituzione… idee  moderne come  rispetto delle differenze, eliminazione dell’oppressione, dovere di solidarietà tra ricchi e poveri… lotta al disprezzo che l’ignoranza nutre verso la dottrina, garanzia di autonomia dell’individuo all’interno dell a società. E così concludeva la Guerrini: «Come presidente della commissione capitolina delle pari opportunità non posso non sottolineare quanto scrisse sul rapporto tra i generi, attuale monito: “torno a scongiurarvi tutti che dismettiate quella rabbia e quell’odio tanto criminale contro il sesso femminile, ritornate a voi, che questo vostro livore non è altro che mania espressa e frenetico furore”…

   Alberto, bontà sua, riferisce nel suo breve rapporto, anche della «presenza del bruniano impenitente, il dotto prof. Giulio Sforza cui mi lega vitale amicizia e infinita ammirazione (la commissaria del comune di Nola ha tenuto a precisare d'aver preparato il suo intervento sui suoi libri)». Il Vegliardo sentitamente ringrazia.

*

Attenti alle parole in libertà.
"Lo storico della lingua e linguista K. Kraus dimostra come sia essenziale un uso estremamente corretto della lingua perché anche solo una virgola potrebbe modificare il mondo, in quanto responsabile della correttezza del messaggio trasmesso". (Sandra Bosco Coletsos, Storia della lingua tedesca, Garzanti 1988, p. 258). Altri direbbe: basta un fiocco di neve a generare una valanga.

*

Su Rai5 una bella edizione dell’Andrea Chénier  di Umberto Giordano curata da Chally. E una

Damnation de Faust (Berlioz) diretta da Gatti  con una regia che dir ripugnante è dir poco

   In Chénier rilevo noto due citazioni, una letteraria ed una musicale. La prima, messa in bocca al poeta sul punto di salire la ghigliottina, è letteraria e riguarda l’ultimo verso di un noto sonetto carducciano. La seconda musicale, il cosiddetto  'Tristan-Akkord’ (fa si re diesis,sol diesis re) del Tristan und Isolde. Riproduco il sonetto, carducciano fino al midollo, da cui la citazione (ultimo verso):

   Passa la nave mia, sola, tra il pianto
De gli alcïon, per l’acqua procellosa;
E la involge e la batte, e mai non posa,
De l’onde il tuon, de i folgori lo schianto.

Volgono al lido, omai perduto, in tanto
Le memorie la faccia lacrimosa;
E vinte le speranze in faticosa
Vista s’abbatton sovra il remo infranto.

Ma dritto su la poppa il genio mio
Guarda il cielo ed il mare, e canta forte
De’ venti e de le antenne al cigolío:

― Voghiam, voghiamo, o disperate scorte,
Al nubiloso porto de l’oblio,
A la scogliera bianca de la morte. ―

 

*

   A Nola si è dunque si son celebrate senza di me le Giornate bruniate, organizzate dalla "Giordano Bruno Associazione nolana", la prima delle quali prevedeva dibattito sul rapporto Bruno-Campanella e, al termine, l’evocativa Cenna delle Ceneri, ricca di gustose portate per il corpo e per lo spirito.  Immagino si sia insistito più sulle differenze che sulle somiglianze, che non furono solo di formazione (tomistica e telesiana insieme) e di veste. Campanella (questi sì, oltre che metafisico poeta ed utopista, uomo indiscutibilmente di prassi, coi suoi cinque processi politico-religiosi ed i suoi 29 anni di carcere) meriterebbe una attenzione a sé, e un approfondimento che aiuterebbe a chiarire anche alcune discusse posizioni bruniane. Oso proporre all'Associazione una giornata solo campanelliana, dedicata sì al suo pensiero metafisico-politico, ma soprattutto alla sua denkende Dichtung, alla sua poesia pensante, che inaugura come e forse più di Bruno l’epoca del pensiero complesso che in sé riassorbe  ogni aspetto del farsi dello Spirito, estetico, filosofico, scientifico, politico, religioso restituendolo  alla sua primigenia unità. *

 

*

   Eidos e/o Praxis? Eidos senza Praxis vuota, Praxis senza Eidos cieca. ATTO gentiliano?
Non tuonò cannone che prima non lampeggiasse un'idea (attribuita  a Napoleone)
E, tanto per alleggerire: non esplose Amore che prima non albeggiasse un'Idea-le platonico vagheggiamento (pseudo Valentino martire, protettore degli innamorati, i dannati al martirio)

 

*  

Attenti alle parole in libertà.
   "Lo storico della lingua e linguista K. Kraus dimostra come sia essenziale un uso estremamente corretto della lingua perché anche solo una virgola potrebbe modificare il mondo, in quanto responsabile della correttezza del messaggio trasmesso". (Sandra Bosco Coletsos, Storia della lingua tedesca, Garzanti 1988, p. 258)

 

*

Sempre in fatto di lingua. Rispetto l'anglismo, disprezzo l'anglicismo. Il primo è cultura, il secondo è sudditanza culturale.

 

 * 

Il novantottenne filosofo e sociologo transdisciplinare, dalle veloci incursioni anche nei campi delle più varie epistemologie, non si dà tregua. Dico del notissimo ebreo francese di origine livornese Edgar Morin. Questa volta l'Editrice Cortina ne pubblica un ennesimo libretto di 127 svelte paginette, a cura di Francesco Bellusci, dal titolo Sull'estetica, che è una piana e semplice esposizione di certi suoi pensieri espressi in otto conferenze fatte in giro per il mondo. In questo caso a mio modesto parere nulla di trascendentale, almeno per gli addetti, ma come opera di divulgazione non c'è male e si passa con vero godimento un'ora in sua compagnia, e come tale la consiglio. Mi son piaciute le varie citazioni, una delle quali riporto qui di seguito, e la conclusione, che chiuderà anche questa breve nota. Da Victor Hugo ("Ave, dea, moriturus te salutat"): 'La Morte e la Bellezza son due cose profonde / che contengono tanto d'azzurro e tanto nero, / che paion due sorelle terribili e feconde / con uno stesso enigma e uno stesso mistero'. E in chiusura: "'Poetry is the first and last of knowledge', la poesia è il primo e l'ultimo dei saperi, diceva Wordsworth. Io direi dei saper vivere. Oggi, razionalizzazione e standardizzazione vogliono prendere il controllo delle nostre vite: per dirla con Cornelius Castoriadis, subiamo l'ascesa dell'insignificanza. Ostacoli profondi si frappongono alla fioritura della poesia della vita. Più siamo dominati dalle forze anonime, più abbiamo bisogno di resistervi. La resistenza necessita di oasi di vita poetica. La poesia è adesione alla bellezza del mondo, della vita, dell'umano, e, allo stesso tempo, resistenza alla crudeltà del mondo, della vita, dell'umano".

 

*

   (Segue dal post 922. Stefan Zweig, La lotta col dèmone. Hölderlin, Kleist, Nietzsche, Frassinelli 1992, pp.163-168)

 

   Apologia della malattia

   ‘Ciò che non mi uccide mi rende più forte’.

 

   «Innumerevoli le grida del corpo martoriato. Un’interminabile tabella di tutte le sue miserie fisiche e, sotto, la somma tremenda: ‘In me la sovrabbondanza dei dolori fu terribile in tutte le età’. E, in effetti, non c’è martirio infernale che manchi in questo pandemonio raccapricciante delle sue malattie: mali di testa martellanti che lo stordiscono, l’abbattono per giorni interi, barcollante, sul sofà e sul letto; crampi allo stomaco con vomito sanguigno, emicranie, febbre, inappetenze, stanchezze, emorroidi, atonie intestinali, tremiti,, sudore notturno: un ciclo atroce Inoltre, quei suoi occhi ‘tre quarti ciechi’. Che al minimo sforzo subito gli si gonfiano e incominciano a lacrimare e non consentono al lavoratore spirituale che ‘un’ora e mezzo di luce al giorno’. Ma Nietzsche disprezza quest’igiene del corpo e lavora dieci ore alla sua scrivania; e il cervello, troppo riscaldato, si vendica di quest’eccesso con dolori di capo da farlo impazzire e con la ribellione dei nervi: sicché quando la sera il corpo è stanco già da tempo, il cervello non si lascia calmare d’un tratto, con un giro di manovella, ma seguita ad agitarsi in visioni e pensieri, finché egli lo stordisce violentemente coi sonniferi. Gliene occorrono dosi sempre più forti; in due mesi consuma cinquanta grammi d’idrato di cloralio per comprarsi questo poco sonno; ma lo stomaco, per parte sua, si rifiuta di pagare un prezzo così alto e si rivolta. E allora -circolo vizioso- nuovi dolori di capo ch’esigono nuovi rimedi, un cozzare implacato, insaziabile, appassionato di tutti gli organi esasperati, che si lanciano l’un l’altro, in un gioco frenetico, il pallone aculeato della sofferenza. Mai un momento di sosta in questi alti e bassi, mai una spanna di contentezza, un breve mese di benessere e di oblio di sé; in vent’anni non si riesce a trovare una dozzina di lettere in cui non erompa un gemito da una qualche riga. Sempre più irose, sempre più furiose diventano le grida sotto l’aculeo dei nervi troppo desti, troppo sensibili e irritati. ‘Ma aiutati, dunque, muori’, grida a se stesso; oppure scrive: ‘Ora una pistola è per me fonte di pensieri relativamente gradevoli’, oppure: ‘Il martirio terribile e quasi incessante mi fa desiderare ardentemente la fine, e da certi segni l’apoplessia liberatrice è vicina’. Da molto tempo non trova più superlativi per esprimere i suoi dolori; diventano quasi monotoni nella loro acutezza, nel rapido ripetersi, quelle grida terribile che non hanno più quasi nulla d’umano e veramente par che giungano agli uomini dal ‘canile’ della sua esistenza. Quand’ecco, nell’Ecce Homo -e la contraddizione enorme fa scattar su spaventati- divampa improvvisa l’affermazione forte, superba, marmorea, che pare smentire tutte quelle grida: ‘In summa summarum’ (negli ultimi quindici anni) sono stato sano’.

   A chi credere? Alle mille grida o alla parola monumentale? All’una e alle altre. Il corpo di Nietzsche fu organicamente sano e resistente, l’ampia volta della sua struttura interiore fu capace di sopportare grandi pesi; le sue radici si sprofondavano ben giù nella terra di sane generazioni di pastori tedeschi. Tutto sommato, come organismo, nei suoi fondamenti fisici e spirituali, Nietzsche fu veramente sano. Solo i nervi sono troppo deboli per l’impeto delle sue sensazioni e sono perciò in stato d’eterna inquietudine e rivolta, che però non è mai riuscita a scuotere il ferreo dominio del suo spirito. Egli stesso trova una volta una espressione felicissima, per questo suo stato tra pericoloso e sicuro, quando parla d’un ‘fuoco di fucileria’ dei suoi dolori. Ché in questa guerra non s’arriva mai a una vera irruzione nei bastioni interni della sua forza: come Gulliver a Brobdignac, egli vive assediato sempre dalla stessa brulicante folla pigmea dei suoi dolori. I suoi nervi sono in eterno allarme, sempre vigile su torri e feritoie, sempre in uno stato di difesa dell’attenzione, che lo sfinisce e lo tormenta. Una malattia vera non riesce a irrompere, a conquistare, a eccezione forse di quell’unica che per vent’anni seguita a scavare il suo cunicolo fin sotto la cittadella del suo spirito e poi la fa saltare d’improvviso: uno spirito monumentale come Nietzsche non è vinto da un fuoco di fucileria, solo un’esplosione può mandare in frantumi il granito d’un tal cervello. Così, di fronte a una enorme capacità di soffrire c’è una capacità enorme di sopportare la sofferenza. Una veemenza eccessiva del sentimento sta di fronte a una eccessiva sensibilità nervosa del sistema motorio. Ché ogni nervo dello stomaco o del cuore o dei sensi  è in Nietzsche un manometro esattissimo, delicato come una filigrana, che risponde a cambiamenti e tensioni minime con escursioni enormi d’eccitazione dolorosa. Come allo spirito, così nulla rimane inconscio al corpo. La minima fibra, che in altri rimarrebbe muta, gli trasmette immediatamente il suo messaggio con una trafittura, e questa ‘sensibilità pazza’ disperde la sua vitalità spontanea e forte, in mille schegge pungenti, taglienti, pericolose. Perciò quelle grida terribili tutte le volte che, al minimo movimento, a ogni passo improvviso della sua vita, tocca uno di questi nervi scoperti e vibranti.

 

   Questa irritante irritabilità quasi demoniaca dei nervi di Nietzsche, che gli fa sentire chiaramente come dolore persino le sfumature più fuggevoli, per altri meno che un barlume assai al di sotto della soglia della coscienza, è la radice unica delle sue sofferenze ed è insieme la protocellula della sua geniale capacità di valutazione. Non occorre nulla di sostanziale, nessun sentimento reale per sferzargli il sangue e provocare una reazione fisiologica: basta l’aria sola coi cambiamenti meteorologici che avvengono d’ora in ora, per procurargli tormenti senza fine. Mai, forse, un intellettuale fu tanto sensibile all’atmosfera: fra il suo polso e l pressione atmosferica, fra i suoi neri e il contenuto dì umidità nell’aria per che vi siano misteriosi contatti elettrici. I suoi nervi registrano immediatamente come dolore dell’organismo ogni metro d’altezza, qualsiasi depressione del barometro, e a ogni rivolta della natura reagiscono con uno scatto di ribellione. Pioggia, cielo scuro, deprimono la sua vitalità –‘il cielo coperto mi deprime profondamente’- l’oppressione di nuvole pesanti gli si fa sentire fin giù nelle viscere, l’inverno è una specie di crampo, d’irrigidimento, di morte. L’ago del barometro dei suoi nervi che oscillano come il tempo ad aprile, trema e non s’acquieta: se mai, forse, in un paesaggio senza nubi, sull’altipiano dell’Engadina quando tacciono i venti. E i suoi organi facili a infiammarsi, come sentono ogni peso e ogni pressione del cielo esteriore, così sono sensibili a ogni peso, a ogni turbamento. A ogni liberazione del cielo interiore dello spirito. Ché appena guizza un pensiero i suoi nervi tesi sono colpiti come da un fulmine: in Nietzsche l’atto del pensare si compie sempre in un tale rapimento estatico, con tali contrazioni elettriche, ch’esso agisce sempre sul corpo come un temporale, e a ogni ‘esplosione del sentimento basta un istante, nel senso letterale della parola, per cambiargli la circolazione del sangue’. In questo vitalissimo tra i pensatori corpo e spirito sono legati così strettamente con i fenomeni dell’atmosfera, ch’egli sente le reazioni interne e quelle esterne come una cosa sola: ‘Non sono spirito e non corpo, ma sono una terza cosa. Soffro tutto e di tutto’.

   L’aria immota, pesante della sua vita, la sua decennale solitudine da eremita sviluppano poderosamente l’innata tendenza di Nietzsche alla differenziazione di tutti gli stimoli. E siccome nei trecentosessantacinque giorni dell’anno non gli si avvicina nulla di corporeo, né donna, né amico, all’infuori del suo proprio corpo, siccome nelle ventiquattr’ore del giorno non parla con nessun altro che il suo sangue, egli conduce coi suoi nervi un dialogo quasi ininterrotto. In questo silenzio inaudito Nietzsche tiene in mano continuamente la bussola della sua sensibilità e, come tutti i solitari, i grandi lavoratori, li scapoli, gli stravaganti controlla da ipocondriaco i minimi cambiamenti funzionali del suo corpo. Altri dimenticano se stessi perché la loro attenzione è deviata dalla conversazione o dalli affari, dal gioco o dalla stanchezza. Ma un diagnostico geniale come Nietzsche soggiace continuamente alla tentazione di provare ancora come psicologo un piacere curioso per la propria sofferenza, di fare di sé ‘ il suo esperimento, la sua cavia’. Medico e paziente in una persona sola, non cessa di mettere a nudo con la sua acuta pazienza ciò che v’è di dolente nei suoi nervi e, come fanno tutte le nature nervose e fantasiose, a questo modo stuzzica ancora e acuisce la sua sensibilità già acutissima. Diffidando dei medici, diventa il medico di se stesso e per tutta la vita non smette mai di medicarsi’, Tenta tutti i mezzi, tutte le cure immaginabili, massaggi elettrici, prescrizioni dietetiche, cure di acque, bagni, ora reprime l’eccitazione col bromuro, ora torna a stimolarla con altre misture. La sua sensibilità meteorologica lo spinge eternamente in cerca di un’atmosfera particolare, d’una località adatta per lui solo, di un ‘clima della sua anima’. Ora è a Lugano per l’aria del lago e l’assenza dei venti, ora a Pfäfers e a Sorrento, poi gli viene in mente che i bagni di Ragaz potrebbero liberarlo dal suo io delirante, che la zona di Saint-Moritz, salubre e rinforzante, o le acque di Baden-Baden o di Marienbad potrebbero fargli bene. Per tutta una primavera è l’Engadina ch’egli scopre affine a sé per natura ‘con la sua aria ricca d’ozono’, poi ha da essere di nuovo una città del Sud, Nizza con la sua aria ‘asciutta’ poi, ancora, Venezia o Genova. Ora tende ai boschi, ora al mare, ora ai laghi, ora alle allegre cittadine ‘col loro vitto buono e leggero’. Dio sa quante migliaia di chilometri di ferrovia ha percorso questo fugitivus errans, solo per trovare il luogo fiabesco dove i suoi neri potessero cessa d’ardere e di guizzare, i suoi organi d’essere esternamente desti. A poco a poco, dall’esperienza delle sue sofferenze, Nietzsche si distilla una specie di sua geografia della salute, esamina grossi volumi di geologia per trovare questo luogo che egli cerca come l’anello di Aladino, per ottenere finalmente la padronanza sul suo corpo e la pace dell’anima. Per lui nessun viaggio sarebbe troppo lungo: nei suoi progetti c’è Barcellona e ci sono le montagne del Messico, pensa all’Argentina e persino al Giappone. A poco a poco posizione geografica e dieta del clima e del vitto diventano la sua seconda scienza personale, D’ogni luogo si segna la temperatura e la pressione dell’aria, misura al millesimo la precipitazione e il grado di umidità con igroscopio e idrostato. Le stesse esagerazioni per la dieta. Anche qui un intero registro, un codice medicinale di misure cautelative: il tè dev’essere di una determinata marca e dosato in un determinato modo; la carne è pericolosa; gli ortaggi devono essere preparati in un certo modo; a poco a poco quest’eterno far da medico e diagnosticare assume un carattere morboso di solipsismo, diventa un angoscioso fissare-se-stessi. Nulla ha reso così doloroso il dolore di Nietzsche più che quest’eterna vivisezione; come sempre lo psicologo soffre il doppio di ogni altro perché prova due volte i suoi dolori, una nella realtà e una nella contemplazione di se stesso.

________________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 

 
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Calendario laico. 25 agosto 1900: san Friedrich Nietzsche da Roecken vergine e martire

Post n°1001 pubblicato il 20 Febbraio 2019 da giuliosforza

 

Post 922

 

Quello che stiamo per leggere non è tratto da nessun martirologio. In un calendario laico (ma perché non anche in uno religioso?) il 25 agosto (1900), anniversario della morte,  dovrebbe celebrarsi ‘Heiliger Friedrich Nietzsche von Röcken, unberührt und märtirer, San Friedrich Nietzsche da Röcken vergine e martire.  Per fortuna ci hanno pensato qui Zweig, e, in Elettra, D’Annunzio, che è bene rileggere: un’ode (ventuno strofe di ventuno versi, per un totale di quattrocento quarantuno versi) non puramente celebrativa, la cui lettura è bene anteporre alle pagine di Zweig poichè tutto il travaglio, fisico e spirituale, del filosofo poeta (o poeta-filosofo) in essa è espresso in forma epica, come nelle pagine di Zweig emerge in forma tragica. Epica e tragedia in simbiosi daranno del Filosofo solitario una immagine più completa e più verace, e più vivace, strappata agli stereotipi dei critici passionalmente pre-critici e di quelli che una fredda, presuntuosa acribia fa spesso più perniciosi dei primi.

 

PER LA MORTE DI UN
DISTRUTTORE
f. n. xxv agosto mcm.

DISSE al cuore dell’uomo: “Quando
tu fervi, o cuore, largo e pieno,
simile alla grande fiumana,
beneficio e periglio dei lidi,
quivi la tua virtù s’inizia.„
Disse: “Nel deserto estremo,
con risa e con gridi,
danzando e cantando,
irrompe il mio desiderio e irraggia
la sua letizia.
Nacque su le montagne eterne
la mia saggezza inumana,
su le montagne che stanno
vergini e sole
nel meriggio sereno,
nell’ardore solenne;
pregna divenne
su i culmini prossimi al Sole
la mia virtù selvaggia;
partorì su gli aridi macigni
il più giovine de’ suoi figli.„

Disse: “Nel deserto estremo,

nella fulva sabbia,
sotto la rabbia
del sole, duro, violento,
silenzioso,
avido di conoscenza come
il leone di nutrimento,
senza dio, senza nome,
senza spavento
e spaventoso,
con la volontà del leone,
con la fame del leone,
famelico, sitibondo,
infaticabile, padrone
del deserto e del mondo
fui, e delle mie forze segrete.
Inesprimibile e senza nome„
quel che fu il tormento
e il giubilo dell’anima mia,
quel che fu la fame e la sete
dell’anima mia!„

Disse: “Le fonti attossicate,
i fuochi graveolenti,
i sogni corrotti
e i vermi nel pane della vita
son necessarii?

Non io la mia vita
mendicai a frusto a frusto,
ma esso il mio disgusto
mi diede le forze e l’ale
che presentivano le sorgenti
dei fiumi solitarii.
E per giorni e per notti,
di monte in monte,
oltre il bene, oltre il male,
senza sosta, senza sonno,
il mio volo robusto
cercò cercò la fonte
della gioia; e la trovò in sommo.
Avido nelle acque canore
s’abbeverò il mio cuore
ove arde la mia grande estate.

Il mio cuore, ove splende
l’estate, s’abbeverò nell’acque
gelide e n’ebbe gioia infinita.
Tutta la mia vita
fu un’alta speranza.
O miei fratelli, dove siete?
Accorrete, accorrete
alla gioia che v’attende.
Troppo si piacque

della pianura
la vostra virtù. Non è sete
quella ch’estinguono i ruscelli
garruli, quella che alla cisterna
empie l’otro e vi s’indugia.
Uditemi, o miei fratelli!
Poi ch’io bevvi alla fonte apparita,
tutta la mia vita
fu una speranza eterna,
tutti i miei pensieri
per mille varchi e mille sentieri
migrarono alla terra futura.

Oh venite, fratelli in angoscia,
perché io vi mostri
la sorgente ignota
nell’alba che si leva!
Scaturisce ella con troppa
veemenza e scroscia
così che la coppa
si riempie e si vuota.
V’insegnerò come si beva.
Venite a me! Lasciate gli egri
e i vili alla bassura.
Venite perché io vi rallegri,
fratelli, ne’ cuori vostri.

Grande sarà l’estate su i monti
con gelide fonti
e silenzio infinito.
L’aquile ci porteranno il cibo
con i lor curvi rostri.
Vivremo come i vènti forti.
Negli occhi profondi
avremo la terra futura.

Venite a me col vostro amore
che non soccombe,
con la vostra sete
che non si placa, quanti siete
uomini che v’accresceste
di conoscimento e di dolore,
che la vita incideste
con la vostra vita dura,
che osaste abbattere le tombe
perché taluno risorgesse,
che seguiste il più aspro cammino
a cercar le vostre anime stesse,
che chiamaste il più crudo nemico
per guerreggiar la vostra guerra,
che santificaste nei perigli
le vostre inesorabili sorti,
venite a me su l’ultima altura!

Vivremo come i vènti forti.
Saremo fedeli alla terra,
fedeli alla terra dei figli,
fedeli alla terra futura.„

Disse: “Il mio lavoro
fu la guerra, la mia pace
fu la vittoria.
La mia volontà fu sospesa
sul mio capo come una legge,
come una gloria,
come un nimbo d’oro.
In ogni impresa
il mio pensiere
fu la mia sola face.
Sdegnai di bere
dove bevve il gregge,
sdegnai di rimirare il cielo
oscurato dalla cava nube;
perch’io sapea che nella rupe
aerea tu eri, o sorgente
pura, o sorella dell’aria,
io sapea l’erta necessaria
per rimirarti, o cielo
pudico e ardente,
libertà, serenità d’oro.


O cielo su la mia testa
nuda, giocondo
abisso, gorgo
di luce, festa
del sole, o cielo senza
nube e senza tuono,
ecco la mia innocenza,
ecco che io risorgo
verso di te mondo
di ogni tabe e di ogni lebbra,
ecco che io sono
colui che afferma
e colui che benedice;
e per questo lottai su la terra,
per questo ebbi tanta guerra
tante armi tante ire:
per aver libere mani,
serenità liberatrice,
miracolo d’oro sul mondo,
per avere un giorno le mani
libere a benedire!

E così benedico:
– Essere sopra ogni cosa
come il suo proprio cielo,
come il suo volubile tetto,

come la sua cerulea volta
e l’eterna sua pace. – E felice
colui che benedice
così! Però che la sorgente
dell’eternità sia
il battesimale
fonte di tutte le cose,
oltre il bene, oltre il male;
e il bene e il male sien ombre
fuggitive; e su tutte le cose
unico si spanda il ridente
cielo delle sorti
misteriose;
e sia la terra una divina
tavola al divino
gioco degli iddii che tu porti,
Eternità, per colui che t’ama.

Però che io sia colui che t’ama,
o Eternità, colui che brama
il tuo anello eternale,
colui che vuole
da te il nuziale
anello del ritorno
e del divenire,
colui che ti chiama

al suo desire
ed al suo giorno,
o Eternità, per teco
generar la sua prole,
colui che fu cieco
per la possa del tuo sole
che a lungo ei mirò fiso,
colui che alfine ha un riso
vasto come un baleno
creatore sul mondo,
colui che ama il tuo seno,
il tuo seno profondo,
o Eternità, colui che t’ama!„

Così parlava l’Asceta.
Questa parola disse
colui che terribilmente visse
per la sua terribile mèta.
Così parlava
su la plebe schiava
su la moltitudine morta
colui che errò lunghi anni
pei labirinti fallaci,
per tutte le ambagi
dei secolari inganni,
e ritrovò la porta

antica della Vita bella.
Disse: “Insegno al cuore umano
una volontà novella.„
Disse: “Insegno all’uomo non l’amore
del prossimo ma del più lontano,
del vertice ch’ei s’elegge.
Sia l’uomo la sua propria stella,
sia la sua legge e il vendicatore
della sua legge.„

E il fiato impuro dell’uomo
lo soffocava; lo soffocava
il lezzo della bestia
inferma e vile.
Ed egli andava andava andava,
cupo ed ostile,
nell’aria gravida di tempesta,
emulo del lampo e del tuono,
ebro della sua guerra,
splendido della sua virtù, irto
de’ suoi pensieri, tra i sogni grami
di mille e mille anime stanche.
E disse: “Il tuo spirto
e la tua virtù infiammino anche
la tua agonia, come il fuoco
del tramonto infiamma la terra.

Così voglio io morire
perché a causa di me tu ami,
o fratello, sempre più la terra;
così voglio io reddire
luminoso alla gran madre terra.„

Ahi che dal Fato,
cui d’evento in evento
amò di così gagliardo
amore, non gli fu dato
morire nel combattimento,
morire alzato e pronto
al più difficile varco,
nell’atto di tendere l’arco
lucido ponderoso
per l’ultimo dardo,
il grande arco d’Ulisse,
quello dal nervo che garrisce
come la rondine messaggera,
quello che tende sol uno
contro la schiera
innumerevole! Ahi che il notturno
Fato l’oppresse a mezzo dell’opra!
Ed egli stette nell’ombra
senza mutamento,
immoto, vacuo, taciturno

come un cratère spento.

Poi, come l’acqua informe
colma i cratèri
immemori del fuoco pugnace,
la materia eguale
l’agguagliò nell’ombra infinita
e nei silenzii eterni
ove si celano le norme
del ritorno e del divenire,
ove tutte le forme
dell’essere s’aprono in misteri
ineffabili e la morte è vita
e la vita è morte.
O Verità redimita
di quercia, cantami la sua vita
e la sua morte
con la possa delle antiche lire!
Canta pei figli degli Ellèni
il Barbaro enorme
che risollevò gli iddii sereni
dell’Ellade su le vaste porte
dell’Avvenire!

Io lo canterò, io figlio
degli Ellèni, con una ode

ampia, di possente volo;
perché dissi, quando udii la voce
di lui solo io solo,
dal suo esiglio nel mio esiglio,
dissi: “Questi è il mio pari.
Questo duro Barbaro che bevve
una colma tazza dell’ardente
vin campàno ed ebro di dominio
e di libertà corse i mari
armoniosi agognando il suolo
ove l’uomo per la divina
etra incedeva al fianco del dio
ed entrambi erano Ellèni,
questi è il fratel mio.
Salutammo le rosse triremi
nelle acque di Salamina
nutrice di colombe;
portammo una corona alle tombe
di Maratona.„

Dissi: “O Vita, egli non sa che vive
su le rive sonore
un figlio della florida stirpe.
Io nasco in ogni alba che si leva.
Io so io so come si beva,
o Vita. E chi t’amò su la terra

con questo furore?
Chi più larghe piaghe
s’ebbe nella tua guerra
e chi ferì con spade
di più sottili tempre?
Chi di te gioì sempre
come s’ei fosse per dipartirsi?
Ah tutti i suoi tirsi
il mio desiderio scosse
verso di te, o Vita
dai mille e mille volti,
a ogni tua apparita,
come un Tiaso di rosse
Tiadi in boschi folti,
tutti i suoi tirsi!

Io nasco in ogni alba che si leva.
Ogni mio risveglio
è come un’improvvisa
nascita nella luce:
attoniti i miei occhi
mirano la luce e il mondo.
Egli non sa come sien pure
le mie pupille, o Vita,
mirando il cielo verecondo.
Egli non sa come trabocchi

il mio cuore, simile alla grande
fiumana. Che m’insegnerà egli,
o Vita? Io so come si danzi
sopra gli abissi e come si rida
quando il periglio è innanzi,
e come si compie sotto il rombo
della tempesta l’opera austera,
e come si combatta con l’ugne
e col rostro, e come si uccida,
e come si tessan le ghirlande
dopo le pugne.„

Ma riconobbi i suoi pensieri
fraterni come il navigatore
ansio riconosce i verzieri
d’Italia da lungi all’odore
che gli recano i vènti.
Il tuo sole, il tuo sole,
o Italia, colorò la sua fronte,
maturò la sua saggezza forte,
converse in oro
il ferro delle sue saette.
Il Barbaro pellegrino
sotto il tuo cielo alcionio
apprese il canto dal coro
alato delle tue selve aulenti.

O Italia, egli bevve il vino
delle tue vigne ambrosio;
colse il miele de’ tuoi favi meri,
le rose de’ tuoi roseti
gravi di api e di colombe. I piedi
suoi divennero leggeri
su i prati di violette.

La serenità adamantìna
che s’inarca su i ghiacciai dell’erme
Alpi placò la sua furia.
Gli proposero enimmi
le rupi che nel mar di Liguria
si protendono come sfingi
coronate di fiori.
Come un novo Erme
senza caducèo
egli portò su la sua spalla
Dioniso infante, nelle Terme
di Caracalla,
nel Fòro, nel Colossèo.
Come Eraclito nel tempio efesio,
egli meditò la sua dottrina
illuminato dagli ori
di San Marco nell’ombra marina.
E il fresco vento etesio

gonfiò la sua vela nei meriggi
d’estate, fra Sorrento e Cuma,
sul golfo ove il Vesuvio fuma.

Quivi, o triste ombra della greca
Antigone, anima profonda
che gli fosti custode
fedele nella notte cieca,
o sorella, quivi reca
il cadavere dell’eroe,
sul golfo lunato e grande
come l’arco ch’egli tese.
Gli alzeremo un tumulo grande,
un’altissima tomba,
là dove le coste
sono più scoscese
e il flutto più rimbomba
nelle caverne più nascoste
con le eterne risposte
alle eterne domande.
Gli daremo ghirlande
d’ulivo selvaggio e, tra le accese
faci, libàmi come all’altare.
Gli canteremo in coro una ode
misurata al respiro del mare.


Canteremo: “Qui dorme,
nella sacra Italia, sul mare
delle Sirene, sul Mare
Nostro, in vista dell’arce cumèa
dove il figlio di Venere Enea
giunse recando i Penati
di Troia ed i Fati
di Roma, qui dorme,
in vista del fuoco distruttore
e creatore
che irrompe dal cuor della Terra,
vegliato dalle antiche Mire
figlie della Notte arbitre sole
della nascita e della morte,
o prole degli Ellèni,
qui dorme, placate le ire
dopo tanta guerra,
il Barbaro enorme
che risollevò gli iddii sereni
dell’Ellade su le vaste porte
dell’Avvenire.„

(Per motivi di spazio la citazione da Zweig è rimandata al post prossimo)

 

 
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Bruno 'Filosofo della prassi'?

Post n°1000 pubblicato il 13 Febbraio 2019 da giuliosforza

Post 921

 

   Bruno ‘filosofo della prassi’?

   Non ho ancora avuto modo di sfogliare il volume dell’economista e politologo e intellettuale Antonello Gerbi (1904-1976), per anni direttore del Centro Studi della Banca Commerciale Italiana, che in tal veste girò il mondo, costretto anche dalle leggi razziali del 1938. Si tratta del Centone bruniano, riedito recentemente ( a cura di Francesco Rognoni e Silvia Berna, con uno scritto di Sandro Mancini), da Sedizioni – Diego Dejaco editore, Milano, pagg. 195, Euro22. Per queste mie considerazioni mi debbo perciò contentare della segnalazione che ne fa Michele Ciliberto nell’inserto domenicale de Il Sole 24 Ore del 30 dicembre 2018.

Titola Ciliberto: “Bruno controcorrente. Il saggio di Antonello Gerbi, uscendo dagli schemi, sostenne il grande valore di Giordano Bruno sia come filosofo della prassi che come metafisico e panteista”. E prosegue: «Quando venne composto il Centone bruniano gli studi sul Filosofo sono ancora dominati dalla interpretazione di Giovanni Gentile, che messa a fuoco nei primi del secolo si era imposta anche a chi, come Augusto Guzzo, cercava di elaborare una propria visione della Musa nolana. Essa è imperniata su un nucleo centrale: Bruno era stato un ‘contemplativo’, non un uomo pratico: “il suo mondo, -scrive nel grande saggio sulla Veritas filia temporis, pubblicato nel 1912-  non è quello della vita, ma quello della contemplazione, non è quello della storia, ma quello della natura: la sua stessa etica della Spaccio finisce negli Eroici furori, che sono sublimazione della mente nel processo della verità”. Gerbi capovolge questa impostazione, si concentra su Bruno ‘filosofo della prassi’ proponendosi di mostrare che la “grandezza di Bruno come filosofo della prassi non è inferiore a quella del filosofo metafisico e panteista”. Questo è il punto centrale  della sua visione della esperienza umana, intellettuale,civile del Nolano. Ma la filosofia della prassi non è una espressione neutra, anzi. Essa è utilizzata per primo da Antonio Labriola a proposito di Marx; è ripresa da Gramsci nei Quaderni del carcere sostituendola al termine ‘marxismo’: era dunque ben radicata in una determinata corrente filosofica e politica. Ma anche  Guidi Calogero, come rileva Croce sulla “Critica” nel 1935 – e Gramsci lo annota, “ chiama filosofia della praxis una propria interpretazione dell’idealismo gentiliano”. Né questa vicinanza  lessicale, e teorica, stupisce se si tiene conto della interpretazione che Gentile -maestro di Calogero- aveva proposto della filosofia di Marx nei suoi scritti giovanili, sottolineando con vigore, appunto, la visione e il significato della praxis».

   Fin qui Ciliberto che non poteva riassumere in maniera più chiara la lettura che Antonello Gerbi, intellettuale versatile, fa del pensiero bruniano. Ma io (ripeto di non aver ancora avuto modo di leggere il libro, quindi il mio è solo un prudententemente sospeso giudizio) ho i mie dubbi sulla non forzatura, da parte di Gerbi, della posizione bruniana. Apostata da ogni fede, anarchico mentale, il satiro del Cicala difficilmente accetterebbe di essere incasellato dentro formule che non appartengono né al suo stile di vita nella alla sua critica concettuale, etica e sociale; a dirla chiara, credo proprio che esser detto Filosofo della prassi lo farebbe imbestialire. Proverebbe invece forse simpatia per il Filosofo dell’egemonia, fino a tal punto  intellettualmente onesto da ammettere una sua diretta discendenza dal Filosofo dell’Atto. Ecco, l’ho detto. Se una definizione non ripugnerebbe forse al Nolan sarebbe  quella di simpatizzante di una azione che si sublima gentilianamente nell’Atto, soprattutto come l’Atto viene da Gentile inteso nella sua ultima opera Genesi e struttura della Società, che purtroppo Gramsci non ebbe tempo di leggere e che permise a un altro discepolo gentiliano, Ugo Spirito, di proclamare il  trapasso pari pari del Filosofo di Castelvetrano ad una concezione comunistica del fatto sociale. Inquadrare Bruno entro un sistema e in una formula, soprattutto in una formula più che marxiana marxista, e fare di lui un antesignano anche di Marx e dei suoi epigoni, è paradossale prima che ridicolo. Egli è, in filosofia, quello che Stefan Zweig in La lotta col dèmone, afferma essere Nietzsche: Il Don Giovanni della Conoscenza. Il filosofo di Röcken e quello di Nola potrebbero esser detti in questo fratelli gemelli. Scrive Zweig : «Immanuel Kant vive con la conoscenza come con una donna presa in sposa, si unisce a lei per quarant’anni nello stesso letto spirituale e con lei genera tutta una schiatta di sistemi filosofici, i cui discendenti vivono ancora oggi nel nostro mondo borghese. Il suo rapporto con la verità è assolutamente monogamico e tale è anche quello di tutti i suoi figli spirituali: Schelling, Fichte, Hegel,  Schopenhauer. Quello che lo spinge alla filosofia  è una superiore volontà di organizzazione, di natura tutt’altro che demoniaca (qui il traduttore avrebbe meglio detto demonica, nota mia), una buona volontà tedesca, pratica e specializzata, di disciplinamento dello spirito, di ordinata architettura dell’esistenza. Hanno amore per la verità, un amore onesto, durevole, costante: ma a quest’amore manca affatto l’erotismo, il desiderio fiammeggiante di distruggere altri e se stesso; sentono la verità, la loro verità, come una moglie, un possesso assicurato da cui non si liberano fino all’ora della morte e al quale non sono mai infedeli. Perciò nei loro rapporti con la verità resta sempre qualcosa di casereccio, di domestico e, in effetti,  al di sopra della sposa e del letto ognuno di essi s’è fabbricato una propria casa: il suo solido sistema. E questa loro zona, questo campo dello spirito conquistato e liberato per  l’umanità dalla folta vegetazione originaria del caos, essi lo lavorano magistralmente con erpice e aratro. Spingono innanzi prudentemente i confini della loro conoscenza in mezzo alla cultura del loro tempo, e con diligenza  e coi sudori ne aumentano il frutto spirituale.

   La passione di Nietzsche per la conoscenza proviene invece da tutt’altro temperamento, da un mondo sentimentale che sta addirittura agli antipodi. La sua posizione di fronte alla verità è demoniaca, è un piacere che trema e ha il respiro caldo, ch’è sferzato dai nervi e curioso, mai soddisfatto e mai esausto, che non si ferma mai a un risultato e su ogni risposta torna sempre, impaziente e infrenabile, a porsi nuove domande. Non si lega mai durevolmente al cuore una conoscenza e, giurandole fedeltà, ne fa la sua donna, il suo ‘sistema’, la sua ‘dottrina’. Tutte lo eccitano ma nessuna può trattenerlo. Appena un problema ha perduto la verginità, il fascino e il mistero del pudore violato, egli l’abbandona senza pietà, senza gelosie,  a quelli che verranno dopo di lui senza più preoccuparsene, come fa Don Giovanni, il suo fratello nell’istinto, con le sue mille e tre. Ché, come ogni seduttore, attraverso tutte le donne cerca la donna, così come Nietzsche attraverso tutte le conoscenze la conoscenza, eternamente irreale e mai completamente raggiungibile; non la conquista, nbn la preda, non il possesso l’eccitano fino al dolore, fino alla disperazione, ma solo la domanda, la ricerca, l’inseguimento…».

 

   Il ‘Don Giovanni della Conoscenza’. Ecco come, in questo sesto giorno della novena di preparazione alla celebrazione del quattrocentodiciannovesimo anniversario del Rogo, mi piace pensare Filippo Bruno nolano, in arte Giordano. Riuscite ad immaginarlo, quel birbante, serioso filosofo della prassi? Di tutti quelli che han cercato di tirarlo per l’ampia manica sulle loro posizioni mi par, questo Gerbi, il meno condivisibile. E forse dalla mia parte starebbe anche il ’gentiliano’ Antonio Gramsci.

 

P. S.

   A proposito di un più vasto raffronto tra Bruno e Nietzsche, mi permetto di rimandare al mio articolo “Bruno e Nietzsche fratelli gemelli”, uscito sulla rivista ‘Infiniti mondi’, pubblicazione a cura della “Giordano Bruno. Associazione nolana”, qualche anno addietro.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

    

 
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Goethe: 'Teoria dei colori' e 'Metamorfosi delle piante'. In compagnia del Nietzsche di Stefan Zweig

Post n°999 pubblicato il 08 Febbraio 2019 da giuliosforza

Post 920

 

Abbandonato  per un poco il Goehte poeta e romanziere, riprendo fra le mani il Goethe “scienziato” (virgoletto per non urtare la suscettibilità degli addetti ai lavori), teorico dei colori nella Farbenlehre e naturalista pre-darwiniano nella Metamorphose der Pflanzen, e ancora una volta mi colpisce la sua attitudine alla ricerca e alla teorizzazione  scientifica, che solo un saccente come Geymonat, lo storico della filosofia e della scienza materialista e marxista, come tutti quelli della sua risma supponente e borioso, e infine dogmatico, può liquidare con affermazioni come queste: la Naturphilosophie (di Goethe, ma non solo)" ha costituito un torbido abbandono alle forze sfrenate della fantasia, che ha prodotto le più ridicole assurdità che mai uomo di scienza moderno abbia udito nel campo di sua competenza”. In realtà noi sappiamo quanto la teoria dei colori di Goethe (non la luce derivare dalle cose, ma le cose dalla luce, detto  in estrema sintesi…) sia stata valorizzata e difesa da colui che molti ritengono il più grande pittore inglese, William Turner, nella sua opera di precursore dell’impressionismo; e la teoria della metamorfosi delle piante, alla ricerca della Urpflanz, la pianta tipo originaria, quasi idea platonica, abbia sotto molti aspetti rappresentato una anticipazione delle concezioni darwiniane. Con buona pace di Geymonat. Io non ho attitudine e interesse (è il mio più grosso limite, ma non me ne cale) per la ricerca empirica, io continuo, come il primo uomo che vide un’alba o un tramonto, a meravigliarmi,  e perciò sospendo prudentemente il giudizio. Ma le ipotesi, con necessaria popperiana cautela uso il termine ipotesi, goethiane, mi affascinano, perché mi par facciano luce, oltretutto  valorizzandola, anche su tutta l’opera poetica e letteraria del Francofortese.

 

*

Salvate ahimé le membra dal tarlo del pensiero.

In questa algida fine di gennaio che gela anche i pensieri (particolarmente feroci quest’anno i giorni della merla) voglio riposarmi pensando pensieri altrui, sorbirmi, per darmi calore, goccia a goccia, il buon vino che Stefan Zweig mi mesce in raffinati calici nel suo Lotta col dèmone : voglio centellinarmi, e centellinare con voi e per voi (può darsi il gioco ricercato non vi dispiaccia), il suo vino goccia a goccia, parola per parola, girandola e rigirandola in bocca, nel desiderio di spremerne fin la più riposta essenza e tradurla sinesteticamente in una sensazione che coinvolga sensi esterni e sensi interni. Ticchetterò senza fretta, affettuosamente, sui tasti del mio computer, quasi così umanizzandoli e con essi dialogando, le parole del testo, pronunciandole nel contempo ad alta voce lentamente, lentamente, finché sapori  odori gusti suoni, tutte le più riposte essenze, non ne siano spremuti per il sensuale godimento di ognuna delle mie cellule recettive. Centellino dunque parola per parola, trattengo il più a lungo possibile ogni sillaba (ogni goccia) in bocca finché ogni sua potenzialità…erotica (che è poi l’esercizio che sono aduso fare con poche gocce di vino dall’epoca, ormai son vent’anni, che ebbi la sciagurata idea di diventare astemio) non sia esaurita. Le pagine che scelgo sono quelle da Zweig dedicate a Nietzsche nei paragrafi Doppio ritratto, Apologia della malattia, Il Don Giovanni della Conoscenza, una ventina di pagine che in tre puntate ci faranno compagnia. Chi non ami il Folle di Röcken, direi soprattutto che non l’ami, non salti queste pagine. Sono certo che un Nietzsche nuovo gli apparirà, reso amabile dalla penna di Stefan, e inizierà se non subito ad amarlo, almeno a guardarlo con curiosità, fino a rimpiangere, poco a poco, d’averlo trascurato o addirittura disprezzato, perdendosi uno dei più grandi Spiriti della Storia. Buona lettura dunque con me, lenta lenta  e ad alta voce, per prolungare il più possibile, fino allo spasimo, il piacere della presenza del Fantasma prediletto accanto a me, accanto a voi, vicino al calduccio del termosifone, in un contatto con Lui quasi carnale.

 

«Immagine patetica dell’eroe

«La menzogna marmorea, la leggenda pittoresca, lo raffigurano così: testa dell’eroe eretta in atto di sfida, alta fronte arcuata. Scavata da cupi pensieri, la ricca onda dei capelli che cade sul rigido collo da ribelle. Uno sguardo di falco lampeggia sotto le sopracciglia folte, ogni muscolo della faccia poderosa è gonfio di volontà, di salute, di forza. I baffi alla Vercingetorige, cadendo maschiamente sulla bocca acerba e il mento aguzzo, mostrano il guerriero barbarico; sotto questa testa di leone, forte e muscolosa, ci s’immagina involontariamente una figura germanica di vichingo con spada vittoriosa, corno e lancia. Così, trasformandolo con violenta esagerazione nel superuomo tedesco, nell’antico prometide dalla forza incatenata, i nostri scultori e pittori amano rappresentare il solitario dello spirito, per renderlo più comprensibile a un’umanità di corta fede, che per tradizione di scuola e di teatro è incapace d’intendere la tragicità se non sia drappeggiata teatralmente. Ma ciò che è veramente tragico non è mai teatrale, e perciò il vero ritratto di Nietzsche è infinitamente meno pittoresco che i busti e i quadri di lui.

   «Ritratto dell’uomo – La povera sala da pranzo d’una pensione da sei franchi, sulle Alpi o sulla Riviera ligure. Pubblico indifferente, per la maggior parte signore anziane che parlano di cose qualunque. La campana ha chiamato a tavola per la terza volta. Entra una figura malcerta, lievemente china, con le spalle curve; ‘cieco per sei settimi’, egli entra sempre un po’ a tentoni nella stanza estranea, come se uscisse da una caverna. L’abito scuro, spazzolato accuratamente; scura la faccia, con i capelli folti, bruni, ondulati; scuri anche gli occhi, dietro le spesse lenti rotonde, da malato. Viene avanti piano, quasi timidamente; c’è intorno alla sua persona un’indicibile assenza di suoni. Si sente l’uomo che vive nell’ombra, fuori dalla socievolezza ciarliera, uno che teme ogni suono, ogni rumore con timore quasi nevrastenico. Saluta li altri ospiti cortesemente, con una cortesia ricercatamente distinta, e quelli rispondono con amabile indifferenza al saluto del professore tedesco. Miope, si accosta con prudenza alla tavola, delicato di stomaco, esamina con prudenza ogni portata, che il tè non sia troppo forte, i cibi non siano troppo conditi, perché qualsiasi infrazione alla dieta irrita le sue viscere sensibili, ogni errore nel nutrimento gli rivolta violentemente per giorni e giorni i nervi vibranti. Al suo posto non un bicchiere di vino, non un bicchiere di birra, niente alcoolici, niente caffè, dopo il pasto né sigari né sigarette, nulla di ciò che allieta, rinfresca o riposa; solo il breve, magro pasto e un piccolo urbano scambio di parole superficiali, a bassa voce, col casuale vicino di tavola, parla come uno che da anni abbia perduto l’abitudine di discorrere e teme che gli si chieda troppo.

   «E di nuovo su, nella stretta povera cameretta, col suo mobilio freddo, il tavolino ingombro di innumerevoli fogli di appunti, di scritti, di bozze di stampa; ma non un fiore, non un gingillo, quasi nemmeno un libro e, raramente, una lettera. Dietro, nell’angolo, un baule pesante e massiccio, tutto ciò che egli possiede, con le due camicie e il secondo vestito, frusto. Altrimenti solo libri e manoscritti. Sopra il tavolino infinite boccette e boccettine e tinture: contro il mal di testa che spesso gli toglie il senno, per ore intere, contro i crampi allo stomaco, contro gli spasmi del vomito, contro l’atonia intestinale, e soprattutto i terribile rimedi contro l’insonnia: il cloralio e il veronal. Un pauroso arsenale di veleni e di droghe; e tuttavia i soli aiuti nella vuota quiete di questa camera estranea, in cui non riposa mai se non nei brevi intervalli di sonno carpiti con mezzi artificiali. Stretto nel cappotto, avvolto in uno scialle di lana – la misera stufa fuma soltanto, e non riscalda – le dita gelate, i doppi occhiali quasi schiacciati sulla carta, la mano scrive freneticamente, per lunghe ore, parole che l’occhio appannato non è poi quasi in grado di decifrare. Per lunghe ore sta seduto così e scrive, finché gli occhi gli bruciano e lacrimano; sono rari, fortunati casi, che uno abbia pietà di lui e gli venga in aiuto, prestandogli per un’ora o due la sua mano come copista. Se il tempo è bello il solitario esce, sempre solo, sempre coi suoi pensieri; per via, mai un saluto, mai un compagno, mai un incontro. Il brutto tempo, che egli odia, la pioggia e la neve che gli fa male agli occhi, lo tengono spietatamente rinchiuso nel carcere della sua stanza: mai egli scende fra gli altri, fra gli uomini. Soltanto la sera un altro paio di biscotti, una tazza di tè leggero; e subito, di nuovo, la lunga interminabile solitudine con i suoi pensieri. Veglia ancora per ore e ore accanto alla lampada che fuma e guizza, senza che i nervi tesi si allentino in una stanchezza soave. Poi un ricorso al cloralio o un altro sonnifero qualunque; e finalmente, costretto a forza, il sonno degli altri uomini, di quelli che non hanno idee, che non sono incalzati dal demone.

   «Talvolta rimane a letto per giornate intere. Vomito e crampi fino a perdere i sensi, dolori assillanti alle tempie, cecità quasi completa. Ma nessuno viene a offrirgli brevemente una mano, a mettergli una compressa sulla fronte ardente, nessuno che venga a leggergli qualche cosa, a chiacchierare, a ridere con lui.

   «E questa camera mobiliata è dappertutto la stessa. Cambia spesso il nome della città, ora è Sorrento, ora Torino o Venezia o Nizza o Marienbad, ma la camera mobiliata resta sempre quella, sempre la stanza d’affitto, estranea, coi suoi vecchi mobili freddi, mal ridotti, il tavolino per lavorare, il letto per soffrire e la solitudine senza fine. In tutti quei lunghi anni di vita errabonda mai un lieto riposo in un ambiente gaio e amico, mai, la notte, un caldo nudo corpo di donna accanto al suo, mai un’aurora di gloria dopo le mille nere notti di lavoro. Oh quanto, quanto è infinitamente più vasta la solitudine di Nietzsche che il pittoresco altipiano di Sils-Maria, dove ora i turisti, fra l’ora di colazione e quella di pranzo, usano andare a cercare la sua sfera spirituale: La sua solitudine si estende sul mondo intero, sull’intera sua vita, da un capo all’altro.

   «Di tanto in tanto un ospite, un estraneo, un visitatore: ma, intorno al nocciolo nostalgico, desideroso di contatto con gli uomini, la crosta si è fatta ormai troppo dura, troppo forte: quando l’estraneo torna a lasciarlo alla sua solitudine, il solitario trae un sospiro di sollievo. In quindici anni la sua socievolezza è andata completamente perduta, il parlare lo stanca, lo esaurisce, lo amareggia: si nutre solo di se stesso, e tuttavia ha fame solo di sé. Qualche volta risplende brevissimo un piccolo raggio di felicità: il suo nome è musica. Una rappresentazione della Carmen in un teatro di terz’ordine di Nizza, un paio di arie in un concerto, un’ora al pianoforte. Ma anche questa felicità diventa troppo violenta, lo ‘commuove fino alle lacrime’. La cosa desiderata è già perduta al punto che si fa sentire come dolore, e gli fa male.

   «Quindici anni dura questo pellegrinaggio infernale di camera mobiliata in camera mobiliata, ignorato, misconosciuto, noto solo a sé solo, questo andare nell’ombra delle grandi città, per stanze male arredate, per pensioni miserabili e luridi vagoni ferroviari e camere da malato, mentre fuori, alla superficie del tempo. La variopinta fiera delle arti e delle scienze si arrochisce a gridare. Solo la fuga di Dostoievski, quasi negli stessi anni, attraverso la stessa povertà, lo stesso oblio, ha questa grigia, fredda luce spettrale. Qui come là, l’opera del titano nasconde la scarna figura del povero Lazzaro, che tutti i giorni muore delle sue miserie e del suo male, e che tutti i giorni il miracolo redentore della volontà creatrice ridesta dal suo abisso. Per quindici anni Nietzsche risorge così dalla bara della sua stanza, e vi si ricala, di dolore in dolore, di morte in morte, di resurrezione in resurrezione, finché il suo cervello, surriscaldato da troppe energie, si incrina. Uomini estranei trovano, caduto sulla strada, colui che fu l’uomo più estraneo al suo tempo. Estranei lo portano su, nella camera straniera di via Carlo Alberto a Torino. Nessuno è testimonio della sua morte spirituale come nessuno fu testimonio della sua vita spirituale. Il più chiaro fra i geni dello spirito precipita nella sua morte ignorato e senza compagnia».

 

Satis sunt mihi pauci, satis est unus, satis est nullus. Questa nota affermazione oraziana, che può apparire boriosa e sprezzante, più volte, a cominciare dal Seneca della lettera a Lucilio, ripresa e tramandata in più versioni con minime variazioni, fu anche il motto principale di Nietzsche. Friedrich fu uno di quelli a cui toccò in sorte la solitudine come sola beatitudine, destino delle anime grandi, tanto grandi, verrebbe voglia di pensare, da occupare tutto lo spazio attorno disponibile, Chi ha, o sceglie la solitudine, con la malattia che sovente la definisce e la colma,  non se ne lagni.

E non se ne lagnò il Nostro, che della solitudine e della malattia fece l’apologia, come vedremo nel post seguente.

 

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La Mentorella. La Genova di Fabbretti, Arpa, Siri, Baget Bozzo

Post n°998 pubblicato il 01 Febbraio 2019 da giuliosforza

Post 919

Tra i numerosi luoghi dell’anima che più ho amato ed amo è sicuramente il monte Guadagnolo, perla dei Prenestini, col suo borgo dall’omonimo nome che ne rappresenta il culmine, con la casa degli amici Perini-Salviati, incuneata fra i massi nel suo punto più alto ad offrire allo sguardo, quando la caligine sia dissipata, uno dei panorami più vasti che possano occhi ed anima contemplare; e col suo santuario della Mentorella incastrato come un nido d’aquila fra le rocce e gli aculei del versante est. Senza dubbio uno dei luoghi che ho più frequentato, da solo o in compagnia, in peccato e in stato di grazia, di giorno e di notte, sotto un sole a picco o al chiarore lunare, a piedi o in auto. E grande è il cumulo di ricordi che al suo pensiero in me esplode, consentendo a una turba  di fantasmi di erompere e danzare nel caleidoscopio della mia mente, Ho detto nido d’aquila, ma meglio avrei detto d’avvoltoio, ché una credibile etimologia ne fa discendere il nome da vultur vulturis, donde poi vulturella ed indi Mentorella: luogo pagano-cristiano di culti sacri e profani, in memoria di un  Cristo …animalista che sarebbe apparso  ad  un Eustachio cacciatore di cervi convertendolo e inducendolo a spezzare arco e frecce (novello Atteone), e di un Benedetto che in una delle sue anguste grotte a lungo si sarebbe ritirato prima di spostarsi al più vasto e più sacro speco sublacense. Non mi meraviglia saperlo essere un luogo preferito dagli ultimi papi, il polacco Wojtyla soprattutto, di cui porta il nome il sentiero che vi sale tra i boschi dalla piana di Ciciliano e Pisoniano, essendo il Santuario officiato da due secoli ormai dai padri Resurrezionisti polacchi che lo restituirono nell’Ottocento a nuova vita. Ma forse il motivo che lo rende a me più caro è che conserva, in una teca ai piedi dell’altare maggiore, il cuore di quella sorta di Leonardo che fu, in quanto a vastità e profondità d’ingegno, il gesuita tedesco Athanasius Kircher, filosofo teologo musico alchimista  naturalista e quant’altro mai, nel cui petto ad animarlo sopravvivevano e s’agitavano tutti i dèmoni del rinascimento, e che fu uno dei primi a valorizzare la Mentorella, suo rifugio preferito ove correva a  meditare e a ricaricarsi a tutto vantaggio dei suoi fortunati discepoli del Collegio Romano. Tornerò mai alla Mentorella a contemplare il ‘mio’ mondo da uno dei suoi apici con la schiera dei fantasmi che con me di sé, e con sé di me la popolarono, e, non a me solo visibili, la popolano?

 

*

 

Genova è superba non solo per la sua storia e per la sua urbanistica  che, partendo dal mare, la fa inerpicare fino al Righi e al Castelletto, quasi a consentirle anche dall’alto il dominio delle acque,  ma, nei tempi moderni, soprattutto per essere stata, ed in parte essere ancora, una sorta di capitale della cultura italiana. Genovesi furono molti importanti  poeti, a cominciare da Montale, genovesi molti registi, a cominciare da Germi e Montaldo , e innumerevoli gli artisti e i cantanti il cui nome è inutile ricordare tanto sono al gran pubblico noti. Ma nella mia gioventù cinque furono le persone che animavano a Genova i “salotti”  più progressisti che io ebbi modo di frequentare, tra le quali includo, un poco paradossalmente,  anche quel Giuseppe Siri per lunghissimi anni arcivescovo, dato per papabile alla morte di Pio XII, eminentissimo non solo per la porpora ma per la vasta cultura, il cui ‘conservatorismo’ (opposto alle note aperture del suo prof di seminario Giacomo Lercaro da lui poi consacrato arcivescovo di Bologna), proprio perché sorretto da una cultura sopraffina e da una apertura mentale notevole, era molto illuminato e ben disposto ad accogliere un nuovo che non rinnegasse troppo sfacciatamente i valori della dottrina e della tradizione cattoliche niceno-costantinopolitane, come egli riteneva facesse, e dal suo punto di vista non sbagliava, il cristismo cosmico di un altro immenso talento teologico filosofico e scientifico, il gesuita Tehilard de Chardin, a me carissimo per il suo non dichiarato panteismo, che egli, Siri, tentò di smontare punto per punto (senza per altro, per quel che mi riguarda, riuscirci) in una famosa serie di conferenze piene di dottrina e di brio. Quando mi recai da lui per chiedergli di pubblicare sul giornale di curia ‘Il nuovo Cittadino’ la mia risposta all’attacco di un collega del Doria che su ‘Il Lavoro nuovo’  m’aveva dato del ‘denigratore della Resistenza’, e chiedeva il mio bando dal Liceo dove insegnavo “quale corruttore di giovani la cui bava razzistica sta sporcando i ragazzi”(attacco ripreso dall’Espresso, che m’attirò molti insulti anche da parte di eminenti personaggi, primo fra tutti il musicista Antonio Pedrotti, in quel periodo direttore del Conservatorio di  Bolzano, su uno dei cui testi avevo studiato, che stimavo e col quale non fu difficile chiarirmi ) me lo ricordò e bonariamente me ne rimbrottò.  

All’avanguardia della cultura genovese erano, alla fine degli anni cinquanta e seguenti, due religiosi, un francescano e un gesuita, rispettivamente  Nazareno Fabbretti e Angelo Arpa. Il primo, una sorta di moderno Lacordaire (l’avvocato che, fattosi prete e ricostituito il soppresso ordine domenicano in Francia, nel concitato periodo fra i moti del ’30 e del ’48 aveva rappresentato, con La Mennais e Montalambert, il cattolicesimo liberale le cui tesi sostenevano dalle colonne dell’avanguardista ‘Avenir’  da loro fondato; e oratore forbitissimo, dal pulpito di Nôtre Dame  con le sue straordinarie omelie teologico-filosofico-letterarie, al paragone delle quali le prediche di Bossuet impallidivano, riempiva il tempio fin sopra i confessionali; e che, ironia della sorte, fu colpito da  ictus proprio mentre predicava, perse parola e memoria e, aiutato a scendere dal pubblico con lo sguardo nel vuoto, non vi sarebbe mai più risalito) teneva nella Chiesa dell’Annunziata i suoi applauditissimi sermoni e nella attigua sede del convento animava un salotto letterario , la ‘Sala Frate Sole’, ove settimanalmente si tenevano  dibattiti ai quali venivano  invitati intellettuali , uomini politici artisti e poeti per lo più progressisti (Sbarbaro, La Pira, Balducci. Biagi e molti altri); fu lì che nel primo incontro al quale partecipai ascoltai con sommo piacere l’attrice notissima, e simpaticissima nella sua quasi obesità,  Ave Ninchi leggere Dialoghi delle Carmelitane’ di Georges Bernanos. Le idee di Fabbretti non piacevano molto a Siri, che intorno al ’63 lo fece trasferire. A Fabbretti tantissimo deve la mia formazione soprattutto letteraria. Ben presto molti suoi autori furono i miei, fu lui a introdurmi ai maledetti-benedetti toscani, a farmi  conoscere ed amare i Papini, i Prezzolini, i Giuliotti, i Bargellini, i Lisi, i Fucini e tutti gli altri della vivace scuola di cui voracemente la mia inquieta giovinezza si sarebbe nutrita.

Il secondo personaggio fu a suo modo anch’egli un avanguardista, il gesuita trevigiano Angelo Arpa, pioniere dei cineforum, dei quali il suo frequentatissimo  si teneva nell’aula magna dell’Istituto Arecco in piazza Corvetto. Amicissimo di Fellini, ne difese strenuamente al suo apparire La dolce vita, che tante polemiche stava suscitando nel mondo culturale religioso ed artistico. Alla proiezione e al dibattito sul capolavoro felliniano e su molti altri ebbi la fortuna di assistere e di partecipare.  Ma ben presto anche ad Arpa toccò la sorte di Fabbretti. ‘Confinato’ a Palermo proseguì indefesso nella sua attività di divulgazione finché non lo colse la morte alla bella età di 94 anni.

 

Diversa e più complessa la vicenda dell’altro personaggio che animava Genova negli anni della mia gioventù, Gianni Baget Bozzo, un animale essenzialmente politico che, diventato anche lui sacerdote tardivo della cerchia di Siri, di cui fu segretario,  entrò con lui in contrasto allorché fu tentato dal demone della politica attiva, iniziò a scrivere sull’Avanti e su altri giornali di tendenza ed accettò la candidatura e l’elezione al parlamento nel partito socialista. Fu a causa di questa sua ultima scelta che fu sospeso dal Siri a divinis, tranne poi ad essere riammesso a mandato scaduto. Uomo posato e tranquillo, Baget Bozzo oscillò nella sua vita politica da posizioni di destra moderata a posizioni di sinistra moderata. Critico come Pacciardi della partitocrazia, ebbe in simpatia ‘Nuova Repubblica’, il movimento fondato dal politico grossetano di cui anch’io facevo parte, anche se non molto attiva, e in più di un incontro nella sede di via dell’Anima, presso Piazza Navona, poi in quella di piazza di Pietra (non ricordo bene se in uno dei locali del palazzo della Borsa, già Tempio di Adriano) ebbi modo di ammirarne la preparazione politica e umana. Lo persi di vista allorché io mi ritirai nella mia solitaria, beata anarchia, dicendo addio a ogni velleità di carriera entro un mondo che non sentivo mio: la politica non è fatta per i sognatori, è sempre Realpolitk, o non è.

 

Precipitano gli anni e Genova continua a mancarmi, la Genova dei Carugi e la Genova di via Roma, di via Assarotti, di via XX Settembre, del teatro Margherita, del Carlo Felice, di Albaro, di Sturla, di Nervi, di Quarto. Ma Anche la Genova di Piazza Caricamento, di Villa Serra di Manesseno, della Madonna della Guardia…  Ma se ghe pensu…Forse è troppo per un quasi abruzzese.

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qui habet aures audiendi... 'Gens nova'... Considerazioni inattuali ed altro

Post n°997 pubblicato il 26 Gennaio 2019 da giuliosforza

 

Post 918

Ho scritto e detto negli anni e riconfermo. Celebrerò il Giorno della Memoria solo allorché sarà diventato il Giorno delle Memorie. Qui habet aures audiendi audiat.

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Ridatemi il trittico natalizio alfonsiano.

Ora che Natale è trascorso e non ho più nelle orecchie le invadenti, rumorose, infine pacchiane americanate, posso tornare a risonicchiare  in solitaria le armonie raccolte nell’Antologia sesta pastorale di Casimiri-Capra e i Concentus in Betlehem della editrice musicale Carrara di Bergamo; e a ricanticchiare i Noēl provenzali, i Lieder natalizi tedeschi, in primo luogo Stille Nacht in versione originale, e infine, ultimi ma non meno importanti, i semplici motivi daliguoriani Fermarono i cieli, Quanno nascette Ninno, Tu scendi dalle stelle (derivato dalla precednte e scritto da  San’Alfonso Maria de’ Liguori a Nola, in una casetta prossima alla dimora  dell’avvocato Paolino Fusco che spesso m’ospita in occasione dei nostri incontri brumiani), magari nelle mie semplici armonizzazioni per quattro voci dispari. Ai quali aggiungerei la mia Nenia blu, che era nata come Ninna Nanna per Beatrice e che in vecchiaia ho pateticamente trasformato, riadattando le parole, in una Nenia, appunto, per quattro voci dispari (un canone soprano-contralto e un accompagnamento a bocca chiusa di tenori e bassi). Per me Natale non è un periodo, ma uno stato d’animo, non un celebrazione confessionale ma un evento che appartiene alla religiosità cosmica, comunque essa sia poi interpretata e tradotta, spesso mortificata, costretta com’è dalle varie Religioni entro gabbie dogmatiche. Io che ho scritto tre volumi  in cui traduco cervelloticamente la mia complessa e semplice insieme visione del mondo in versi neoclassici, conferendo afflato poetico alla riflessione astratta, anzi in esso risolvendola (secondo una prassi di Denkende Dichtung, heideggeriana poesia pensante), una volta tanto mi sono voluto con-muovere, muovere con le cose, col Tutto e scrivere versetti (versucoli?) che più d’uno dei miei coristi ha commosso fino alle lacrime ( e me pure, non ho vergogna a confessarlo): Vorrei scavar nel profondo del cuore Per ritrovare il mio antico candore E sussurrare al Bambino Gesù Questa dolcissima mia Nenia blu- Blu come il cielo Blu come il mare, Blu come tutte le cose da amare, Come la gioia che in cuore mi danza, Come i sentieri della speranza  e così via per altre quattro strofe nelle quali da taluno si è voluto vedere una mia riconversione alla fede infantile. Una nostalgia di infantile semplicità, sì, o semplicemente nostalgia dell’infanzia, di un’infanzia triste, per altro, sotto molti aspetti. Nostalgia di una infanzia-occasione perduta, come, ahimé, la mia fanciullezza, la mia adolescenza, la mia giovinezza

 

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Odo e annoto

La smitizzazione dell’endecasillabo, (ch’io ho sempre  predicato, con l’ alessandrino, il Verso dell’Assoluto) secondo un Saba in vena, mica poi tanto, di facezie: Venerdì baccalà, sabato trippa / Una granita di caffè con panna.

 

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La triste occasione della morte di un compaesano, uomo illetterato ma forte intelligente e probo, mi riporta a un episodio fine anni settanta, che lo videro co-impegnato in una iniziativa temeraria, il Circolo culturale ‘Gens nova’, da me imprudentemente intrapresa  in un ambiente oscurantista e retrogrado (prete sindaco medico maestri e ufficiale postale imperantio dall’alto del loro potere linguistico ed economico, come quei  prevaricatori contro i quali un prete ebreo, sì proprio lui, Don Lorenzo Milani, avrebbe inveito dai colli fiesolani in Lettere a una professoressa che, adottato dal prof Volpicelli, di cui ero allora assistente volontario, ebbi modo di commentare per gli studenti di Pedagogia): egli aderì entusiasticamente al Circolo, che sperava di dare una svecchiata alla mentalità assopita da secoli di una popolazione contadina confinata su una collina del pre-appennino abruzzese. Gens nova non ebbe vita lunga e felice: la diversità delle opinioni circa i suoi compiti e le sue attese ma soprattutto la cecità e l’ostilità degli apparati amministrativi ed ecclesiastici bacchettoni  ne detrminarono presto la fine. Ma senza Gens nova forse non sarebbe in seguito nata l’Associazione culturale di Varia Umanita’ e Musica ‘Vivarium’ tuttora felicemente vivente ed operante, che lungo gli anni ha sicuramente aperto gli orizzonti culturali ai pochi abitanti di quel benedetto Borgo con una ventina di Convegni, di cui molti internazionali, non solo, ma con numerose altre iniziative (pubblicazioni, creazione di un Museo storico della civiltà contadina, Coro polifonico ed altro) entro i locali e gli spazi esterni, finalmente recuperati agli usi comunitari, di quel che resta del Castello Borghese..

 

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Ho pubblicato su fb, sottraendolo a questo contesto, le qui sotto riportate Considerazioni inattuali, con la seguente motivazione: ”Estrapolo dal post 918 del mio blog Dis-incanti che sto faticosamente (sempre più la vista mi cala, del corpo e dell'anima) cercando di costruire, per non rimandare ancora, sembrerebbe una fuga, la risposta ad una domanda che sempre più spesso mi si pone. Una risposta assai deludente, lo riconosco. Ma questa ho e questa do: la stessa che avrei dato nei miei ardenti vent'anni. Non odio la mischia, odio le canee, Odi profanum vulgus et arceo. Ove pro-fanum sta per colui che resta fuori del Tempio della Conoscenza, incapace, per impotenza o viltà, di varcarne la soglia”. Parole che integrano le Considerazioni, e perciò ad esse anche qui le premetto.

Considerazioni inattuali

Non voglio certo fare concorrenza a Friedrich e alle sue Unzeitgemässe  Betrachtungen. Più modestamente vorrei solo far intendere agli amici che me lo chiedono cosa (non) penso del tempo presente, soprattutto della situazione italiana e come giustifico il mio deprecabile disinteresse  per essi. Mi si chiede  perché io così poco entri negli eventi  che più animano il dibattito dei tecnici dell’informazione variamente appigionata e dei salottieri televisivi, le efemeridi giornalistiche e i tomi dei politologi, e mostri un aristocratico  distacco dalle ‘cose’ di questo mondo.  Potrei sbrigativamente rispondere che sono vecchio e guardo ormai le cose non da vicino ma dall’alto, da cui esse  cambiano completamente di prospettiva e di senso, Ma non lo farò, anche perché da sempre, da quando bambino mi domandavo come Tommaso a Montecassino  chi o cosa fosse quel Dio di cui tutti a casa, a scuola, in chiesa mi riempivano la testa, ad oggi che continuo a domandarmelo e a darmi delle risposte appunto ‘inattuali, l’ho sempre fatto, con scandalo  dei benpensanti, accusato di insensibilità sociale e di snobismo individualistico. Se nacqui inattuale, che ne posso io? E’ inattuale dedicare il poco tempo concessoci tra un ciclo di rinascite e l’altro a ciò che veramente manet in aeternum, alla Conoscenza, all’amore, all’arte che “sforza il mondo a esistere”, infischiandosi (che è forse la migliore forma di resistenza) di coloro che il mondo s’adoperano a  deturpare, a decivilizzare umiliando il demos a ochlos, il popolo a massa, il civis  a tessera anonima di un decomposto  mosaico, a frammento basaltico disperso nel mucchio, il socius a competitore,  la convivenza a puro  coudoiment (che è un concetto marceliano del quale non trovo uno più efficace), la dialettica della polis a carneficina da branco, il rapporto umano a meretricio? Nella attuale situazione europea e in quella italiana in particolare non riesco a riconoscere quell’idealità che dirò latamente platonica, quel respiro, quella Sehnsucht, quelle tensioni, quelle romantiche “nostalgie”, quelle ansie di ritorno all’eterno senza le quali per me la vita è invivibile.

Questa è la mia inattualità. Che mi vieta di intrupparmi e di ag-gregarmi, fedele a un progetto filosofico-pedagogico-estetico di de-gregazione, proponentesi l’utopistica finalità di strappare, per la Conoscenza e per l’Arte, pecore al gregge, servi ai padroni, schiavi ai tiranni.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

    

 

 

 

 

 
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Sostanza:Res quae ita exsistit... Zio Antonio, Pacciardi, Apollinaire e la Grande Guerra. Efemeridi

Post n°996 pubblicato il 14 Dicembre 2018 da giuliosforza

Post 917

Res quae ita exsistit un nulla alia re indigeat ad exsistendum.  Da questa definizione cartesiana della sostanza restò  confermata la mia innata concezione monistico-panteistica del mondo, già liricamente trasmesssmi da Virgilio (Eneide libro VI, 19-22; Principio coelum ac terras camposque liquentes / Lucentemque globum lunae titaniaque astra / Spiritus intus alit, totaque effusa per artus / Mens agitat molem totoque se corpore miscet) e da Cristo, il maggiore, se non il primo, a possedere hegeliana Autocoscienza come autocoscienza dell’Assoluto  (Io e il Padre siamo la stessa cosa…Filippo, che vede me vede il Padre…Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…). Ma Cartesio non ebbe animo di andare fino in fondo e, nel suo notorio donabbondiano coraggio, cavillò di due sostanze, la res cogitans e la res extensa, vera e propria contradictio in terminis. Ci volle l’ebreo di origine portoghese  Baruch Spinoza esiliato in Olanda (di cui sto rispulciando  l’Ethica more geometrico demonstrata ) per costringere la definizione cartesiana in quella più contratta e più chiara, non prestantesi ad equivoci, di una Res quae per se est et per se concipitur o, ancor più sinteticamente e seccamente,  Deus sive Natura. Questa coerenza, questo coraggio e questa chiarezza gli varranno la scomunica della Sinagoga, una vita di stenti come tornitore di lenti  e una morte prematura. Dirà con ragione il Ginevrino: chi fa voto di verità e libertà fa implicitamente anche quello di povertà.

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Non può trascorrere questo centenario della fine della prima guerra mondiale senza ch’io renda un omaggio alla memoria di tre personaggi che furono in essa particolarmente implicati: mia zio  Antonio, Randolfo Pacciardi e Guillaume Apollinaire, che hanno rappresentato figure determinanti per le mie scelte esistenziali politiche e culturali. Della zio Antonio poco dirò che forse non abbia già detto in questo mio zibaldone. Era nato nel 1890 e ben presto era diventato, alla morte prematura del padre, il capo di una famiglia numerosa. Capomastro muratore come sua fratello, si fece tutta la guerra (caporal maggiore di fanteria nella gloriosa Brigata Alpi, nel battaglione comandato  da Peppino Garibaldi) in Italia  e in Francia dove partecipò alla decisiva ed ultima battaglia delle Ardenne, nella quale, presso Bligny, trovò la morte insieme a quattromila camerati italiani, colpito da uno schrappnell che gli troncò di netto la testa. Fu ritrovato dal fratello, che non aveva partecipato alla battaglia perché di una compagnia di riserva, il quale, recatosi  senza permesso, in compagnia del  cappellano militare, la mattina dopo sul luogo dell’eccidio; riuscì ad individuarne il corpo decapitato per via di alcuni oggetti rinvenutigli addosso - qualche lettera ed un orologio Roskopf scheggiato e fermo all’ora della tragedia- fra quelli dei i quattromila commilitoni. Per tale motivo subì la corte marziale, nella quale fu nobilmente difeso da Peppino Garibaldi, al quale avrebbe serbato  perenne riconoscenza pellegrinando ogni anno a Caprera.  Nei primi anni venti le  spoglie di zio Antonio furono da mio padre ricondotte al paese, nel cui cimitero riposano con quelle  di altri due commilitoni, gli unici delle diciassette vittime (tante per un paesino di montagna di un migliaio di persone) dell’immane tragedia scampati all’anonimato di un cimitero di guerra. Tra quei diciassette ben quattro portano il mio stesso cognome. Davvero un grosso contributo di sangue al forse inutile massacro, per noi italiani ancora più inutile per l’infame trattato di Londra manovrato  dal cowboy Wilson.   

Di Randolfo Pacciardi ho già varie volte detto in questo diario; di come, antifafascista esiliato prima, comandante del battaglione Garibaldi nella guerra civile spagnola, deputato e ministro della repubblica poi, scacciato dal partito repubblicano da Ugo La Malfa perché in discordanza con le sue scelte politiche, fondasse col generale Raffaele Cadorna comandante dei reparti partigiani, Tommaso Smith fondatore del quotidiano filocomunista “Paese sera”, Mario Vinciguerra, noto giornalista, saggista e meridionalista, il prof Caronia direttore dell’Istituto di Pediatria alla Sapienza, Giano Accame, intellettuale, storico e pubblicista di destra, ed altri, il Movimento per la Nuova Repubblica, di ispirazione gaullista, presidenzialista ed antipartitocratico, Ho anche detto altrove di come io mi fossi imbattuto nel Movimento, ben presto obbligato allo scioglimento dal fuoco incrociato della partitocrazia al potere; del rientro, in tarda età, di Pacciardi nel Partito Repubblicano, del mio averne per solidarietà accettata la tessera, tranne poi  a restituirla un mese o due dopo perché incapace di ridurre la mia collaborazione all’apertura bisettimanale di una sede del Nuovo Salario per consentire a una dozzina di vecchietti di passare il tempo giocando alle carte.. Non per questo qui lo ricordo, ma per il ruolo che egli ebbe nella prima Guerra Mondiale. Ragazzo del ’99, al suo scoppio del conflitto  era minorenne, ma riuscì a farsi accettare volontario con documenti falsi;ben presto scoperto  scoperto fu rispedito a casa per poi essere regolarmente richiamato al compimento della maggiore età. Le cronache raccontano del suo valore, delle varie medaglie conquistate sul campo, compresa una d’argento, e addirittura della proposta di una medaglia d’oro. Di questa fase della sua vita Pacciardi non parlava volentieri, mentre si intratteneva volentieri sull’epoca della guerra civile: narrava delle atrocità commesse sugli anarchici dai comunisti e (episodio esilarante insieme e sacrilego) di come facesse esercitare i giovani volontari del suo battaglione al tiro scegliendo come bersaglio una immagine sacra facilmente individuabile. Spero che Dio lo abbia perdonato.

Venendo a Guillaume Apollinaire, pochi sanno che era nato in Trastevere in un palazzo di piazza San Francesco a Ripa, dove una modesta lapide del comune lo ricorda. Fu figlio naturale di una nobildonna polacca sposata ad un ufficiale dell’ex regno delle Due Sicilie, e quando con la madre si trasferì a Parigi, dove studiò in una prestigiosa scuola privata religiosa, era già grandicello. Volontario anche lui nella Grande Guerra, fu presto gravemente ferito al capo, trapanato e congedato nel ’18, appena in tempo per esser poco dopo colpito e ucciso dalla terribile influenza spagnola, un altro dono, sembra, nonostante il nome, del del Nuovo al Vecchio Continente e al mondo.    

Di Apollinaire, entrato tardi ma con impeto nella schiera degli avanguardisti francesi, particolarmente amico di Picasso e di Max Jacob, ho amato il vitalismo, l’ottimismo, l’impeto che possiedono la sua opera, non numerosa ma ricchissima, di cui ho sempre preferito Alcools, ritenuto il suo capolavoro, e Vitam impendere Amori, l’ultima sua fatica, che non conoscevo allorché pubblicai il mio Vitam impendere Pulchro in occasione del mio pensionamento, il cui titolo non può dunque rappresentare un…plagio!

Delle sue idee estetiche trovo una breve trattazione nell’introduzione ad Alcools che ho ora fra le mani nell’edizione Larousse (17, rue du Montparnasse , 75298 PARIS) per la cura di Roger Lefèvre, e da essa attingo.

Scrive Lefèvre:

«Uno dei primi articoli di Apollinare (che fu anche un ottimo e zelante critico, nota mia) è consacrato a “Picasso pittore e disegnatore” (1905) (periodi blu e rosa): Già compare l’idea che, attraverso l’arte,, l’uomo, se rifiuta d’essere schiavo della natura, trova nel suo spirito il divino, che è l’umano autentico e libero».

«Se possedessimo  Conoscenza, tutti gli dei si sveglierebbero. Nati dalla coscienza profonda che di sé l’umanità possedeva, i panteismi adorati che le somigliavano si sono assopiti. Ma malgrado i sonni eterni, ci sono degli occhi in cui si riflettono delle umanità simili a fantasmi divini e gioiosi.

Quegli occhi sono attenti come dei fiori che vogliono sempre contemplare il sole. Oh gioia feconda, ci sono degli uomini che vedono con tali occhi.

Picasso ha guardato immagini umane fluttuanti nell’azzurro  delle nostre memorie e che partecipano della divinità. (…)»

Ancora Lefèvre: “Questa intuizione di Apollinaire  s’è arricchita di un’analisi più precisa nei seguenti aforismi posti  come prefazione al catalogo di una esposizione presentata a Le Havre nel giugno 1908: le Tre Virtù plastiche:

 «Le virtù plastiche: la purezza, l’unità e la verità dominano la natura (?) (…) Tuttavia, troppi artisti e particolarmente i pittori adorano ancora le piante, l’onda o gli uomini.

Ci si abitua presto alla schiavitù del mistero. E la schiavitù finisce per creare dei dolci passatempi (…)

Il pittore deve innanzitutto darsi lo spettacolo della sua propria divinità, e i quadri che egli offrre  all’ammirazione degli uomini  conferiranno loro la gloria di esercitare anche e momentaneamente la loro propria divinità (…).La tela deve presentare questa unità essenziale che, essa sola, provoca l’estasi (…) Ogni divinità crea a sua immagine, così dei pittori. E i fotografi solo costriscono la riproduzione della natura (…)».

Lefèvre: «Questi concetti sono nati dalla contemplazione delle opere di Braque quanto di quelle di Picasso, come dimostrano gli estratti di questi articoli del novembre 1908 intitolato Georges Braque».

«Attingendo in se stesso gli elementi dei motivi sintetici che egli rappresenta, è divenuto un creatore.

Egli non deve più nulla a ciò che lo attornia. Il suo spirito ha provocato volontariamente il crepuscolo della realtà, ed ecco che si elabora plasticamente in lui stesso e fuori di lui una rinascita universale (…) Per il pittore, per il poeta, per gli artisti (è questo che li differenzia dagli altri uomini e soprattutto dai sapienti) ogni opera diventa un nuovo universo con le sue leggi particolari.».

 

Io no so quanto in tutto ciò sia provocazione e/o farneticazione e  quanto di verità e di seria convinzione. Ma il concetto dell’artista che crea come Dio ex nihilo sui et subiecti mi è sempre piaciuta, e l’ho trovata, anche in ambito pedagogico, assolutamente proficua, non fosse che per la sua capacità di instillare nell’animo dell’uomo giovane quel minimo senso di autostima e di autoesaltazione senza il quale ogni opera di costruzione, come autocostruzione, di una personalità è destinata miseramente a fallire.                                                                                                                                               

 

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Efemeridi

 

Può anche accadere di sognare Lev Tolstoi. Ma non il patriarca filosofo misantropo e dis-educatore di Jasnaia Poliana, bensì lo scrittore disincantato umorale e cinico della Sonata a Kreutzer e dell' Anna Karenina che ti dà il buongiorno con un bel pensiero positivo, uno di quelli che ci volevano per rasserenare questo plumbeo cielo novembrino: "Tutte le famiglie del mondo si somigliano: ognuna è infelice a suo modo " (Incipit dell'Anna?). 
Buona giornata comunque

Una pipa...storica.
In occasione del Capodanno 1968 Leonid Breznev, succeduto nel '64 a Krutschev alla guida del Partito e dell'URRS, regalò all'ambasciatore italiano a Mosca questa originale pipa in radica che raffigura, scolpita a mano, la testa di un leone. La figlia dell'ambasciatore, allora mia allieva di terza in un prestigioso Classico privato romano dove, non essendo ancora di ruolo all'Università, insegnavo filosofia per malamente sbarcare il lunario (e mio collega di italiano era un bravissimo e signorilissimo Giorgio Almirante, che insegnando si riposava, diceva, dalle fatiche della politica), ne fece dono a me, sapendo che il leone era il mio segno zodiacale, ma soprattutto conoscendo, la birboncella, le mie non proprio simpatie per la falce e il martello. Avrebbe fatto, quella pipa, la gioia del mio papà, fumatore accanito di pipa, e comunista e garibaldino irriducibile. Ma egli aveva avuto il cattivo gusto di andarsene a trovare negli ardenti empirei il suo Garibaldi, il suo Stalin e il suo Trilussa qualche mese prima. Così per alcuni anni la fumai io, in sostituzione delle terribili Gauloises, e la sua radica, incredibile a credersi, è ancora impregnata del profumo del tabacco aromatizzato con cui la alimentavo.

Ognuno si consola come può della turpe vecchiezza. Me anche in questo caso ha sempre aiutato ed aiuta quella vituperata e dai più irrisa retorica di cui tutto in me, dallo stile di scrittura al comportamento, trasuda. E così anche qui impudentemente retoricizzo, sdoppiandomi ed il me doppio oggettivando nell’aquila zarathustriana, alla quale  (qui ritratta, nell’impugnatura di  uno dei miei  bastoni da passeggio, stremata ormai ma non vilmente abbandonata alla lagnosa disperazione) così mi rivolgo:“Aquila senex, aquila lassa – in temporis vinclis iacens – pinnis unguibus fractis – quam coeli quam aëra – quam solis ictibus perculsa cacumina – Iovis fulminum tempestatumque victricem habuēre – nunc nigra vallis umbrarum –nunc quies asperrima noctis – nunc tenebrae habent et mors pallida habebit. – Sed patris Zoroastris pietas – cineribus aeteri traditis –validiori corpori animam committet. – Et rursus cum ventis decertabis – et in pecorum gregem precipitem impetum facies. – Et ridebit pater, teque se rursus oblectabit”. (“Aquila vecchia, aquila stanca, dalle ali e dagli artigli  spezzati, che i cieli e i venti e i picchi colpiti dai dardi roventi del sole ebbero vittoriosa sui fulmini di Giove e sulle tempeste, ora ti ha l’oscura valle delle ombre, l’asperrima quiete della notte, ora ti hanno le tenebre e presto ti avrà la pallida morte. Ma la pietà del Padre Zarathustra, disperse le tue ceneri al vento, consegnerà la tua anima ad un nuovo più valido corpo, e di nuovo combatterai coi venti, e a precipizio piomberai sulle greggi a valle belanti. E risorriderà il Padre, e di nuovo con te si compiacerà”.

Il testo latino è riportato, con inchiostro indelebile, sul fusto del bastone (quasi ogni mio bastone testimonia,  nella fattura e nella scritta sovrapposta, un momento saliente della mia vita spirituale).

Sorridete, se vi piace.

Lo stesso bambino, otto anni a dicembre, che tempo fa mi straziò il cuore singhiozzandomi al telefono: "E' tristissimo essere bimbi ", torna a straziarmelo se possibile ancora di più risinghiozzandomi " Non voglio andare a scuola! E' noiosissima la scuola, è preferibile la camera a gas!"
Senza parole.
San Platone, san Jean-Jacques Rousseau, san Jean-Paul Richter, san Giuseppe Lombardo Radice e voi tutti santi della descolarizzazione aiutatelo voi. Salvatelo da una scuola e da una società assassine.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Della mia iniziazione alla musica e d'altro

Post n°995 pubblicato il 24 Novembre 2018 da giuliosforza

 

Post 916

Scrivo queste note il giorno di Santa Cecilia, patrona della musica e dei musicisti. E ai miei primi ricordi musicali voglio oggi in buona parte dedicarle.

Non ho mai capito perché la nobile Cecilia sia stata proclamata protettrice della Musica e dei musicisti. E' scritto di Lei: Cantantibus organis, Cecilia soli Domino decantabat dicens: fiat cor meum immacolatum, ut non confundar, che quasi alla lettera traduco: "Mentre tutti gli strumenti suonavano, Cecilia inneggiava al solo Signore dicendo: diventi immacolato il mio cuore, perché io non venga confusa". Confusa da chi e da che? Da Frau Musika forse e dal suo potere d'incanto? Non protettrice dei musicisti ma dei musicofobi, la direi! Comunque auguri a tutti i musicisti, musicofili e musicomani (e tra questi ultimi a me) ma non ai musicologi, e non chiedetemi perché: forse perché la maggior parte di essi rappresenta quella critica che Elias Canetti dice felicemente "vendetta dell'intelligenza sterile nei confronti dell'arte creatrice"...

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Mi sono spesso chiesto donde mi derivi, oltre che da una fortunosa innata passione, la musicofilia, anzi musicomania, che mi si riconosce. E scavando nella memoria più di un ricordo è emerso. Eccone qualcuno.

Ho più volte fatto cenno, in queste pagine, alla figura di zio A. il quarto dei sette fratelli P., mia madre compresa. Lo ho ricordato perché figura caratteristica tra i maschi (ma caratteristico ognuno fu a suo modo: basti pensare che, per limitarmi all’aspetto politico, uno, A. appunto, fu anarchico, uno, Al. socialista, uno, U. il più anziano, comunista, uno, R., il più giovane, fascista sansepolcrista, al cui programma -«Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente»- restò sempre fedele, pagando di persona, già all’epoca della fronda interna bottaiana, il suo coerente impegno). Appartenevano ad una famiglia di possidenti di un discreto patrimonio terriero e di numeroso bestiame messo insieme dal padre ex carabiniere, originario,  ma la quaestio è vexata, di Toscana o di Calabria.  U. e R. ben presto presero il volo, l’uno per le ferrovie  (fu macchinista  del primo treno della Libia conquistata), per l’Arma l’altro. A. e Al. restarono al borgo ad amministrare chi il bestiame, il negozio e la macelleria, chi i numerosi campi. Due cose in particolare debbo allo zio A., e per questo qui lo ricordo: avermi fatto, nel bene e nel male, da padre severo in assenza del mio, impegnato nelle varie guerre (Africa e seconda guerra mondiale, dopo essersi fatto sei anni nella prima come caporal maggiore del Genio pontieri nelle campagne d’Italia e di Francia); e avere, a sua insaputa, risvegliato e alimentato la mia innata passione musicale. Egli suonava discretamente ad orecchio, nelle poche ore libere, su di  un vecchio organetto, fratello povero delle fisarmoniche, arie popolari; e ascoltava brani d’opera da un  ancor più vecchio grammofono a tromba de La Voce del Padrone, certamente uno dei primi esemplari comparsi in Italia. Di questi ambedue preziosi cimeli s’è persa ogni traccia, ed è davvero un peccato. Io, partito per il collegio nell’ottobre 1944, non ne potei seguire le successive vicende ed invano ne ho chiesto notizie ai congiunti. Un anziano  buttero mi riferì, per quanto riguarda l’organetto, che  sarebbe stato donato (cosa assai improbabile) dallo zio ad uno dei figli di un guardiano dei suoi armenti. Della fine del grammofono nessuno ha saputo darmi notizie. Di nuovo peccato. Un mio giovane fratello, che per anni aiutò lo zio nella cura del numeroso bestiame, avrebbe saputo valorizzarlo, dotato come era musicalmente: al paese è ancor viva la memoria  delle lunghe serate trascorse, dopo una giornata di duro lavoro, da Cesare (questo il suo  nome) e dai suoi amici sotto il grande platano che guarda la Lacciara, un immenso platano ancora vivo  che narra e magicamente restituisce le note dell’armonica a bocca e i canti che echeggiavano nella notte fonda per i colli e le forre di quella nostra benedetta terra, e intonavano la serenata allo stuolo di passeri addormentati fra le folte chiome: il suono dell’armonica , che magistralmente accompagnava i canti, ancora io odo e fa danzare solo per me attorno al platano amico i fantasmi intenti alla loro non macabra danza.

A Cesare, troppo presto ridissoltosi nell’ Urklang, avrei dedicato in seguito brevi versi commossi contenuti nei Canti di Pan e ritmi del thiaso. Ora egli è profondato nella Musica mundi. Non è valso, ai medici, ucciderlo.

Gratitudine dunque debbo a zio A. (al quale fra l’altro ogni sera facevo da staffetta tra  piazza della Peschiera e la casa per riferirgli gli eventi verificatisi lungo il giorno), al suo organetto e al suo grammofono a tromba, ma anche alla sua radio Marelli (una delle poche al borgo, dalla quale ogni sera, abbandonate le rosarianti e le spettegolanti del vicinato radunate attorno al focolare della mia casa paterna, correvo ad ascoltare, beandomici, le canzoni di guerra, patriottiche, del lavoro e dell’amore che venivano trasmesse dopo i “commenti ai fatti del giorno” di Mario Appelius, e che ancora tutte ho nelle orecchie e nel cuore) se precocemente mi fidanzai e poco appresso mi coniugai, indissolubilmente, con Frau Musika.

Ma a un altro personaggio vanno, per quanto attiene alla mia iniziazione latamente musica e musicale, il mio ricordo e la mia riconoscenza: a G. C., colui che m’accolse, adolescente triste ed inquieto, in un remoto collegio piemontese nel 1945, quando il sangue della guerra civile macchiava ancora i muri e intrideva tutt’intorno le zolle, e le prime nevi delle Alpi Marittime, che m’avrebbero avuto, per ogni loro valle villaggio e vetta, negli anni a venire indefesso appassionato Wanderer, brillavano al pallido sole autunnale. Giovane era e bello, d’una bellezza quasi femminea, e gentile  e dotto e affabile (anche troppo affabile) il direttore C. Laureato in lettere summa cum laude, era confidente  delle Muse, anzi delle Muse beniamino  (di lui avrebbe fatto menzione superficiale e maligna Edoardo Albinati nel suo troppo fortunato La scuola cattolica). Dopo la ricreazione serale, prima che suonasse il silenzio, era solito ricevere nel suo studio,  per la ‘direzione spirituale’, chi ne facesse richiesta, ma più riceveva i  ‘cocchi’ (cosi detti, malignamente, dai compagni). E tra i cocchi, forse il primo, ero io. Le sue affettuosità imbarazzanti mi piacevano, e placavano un poco la mia nostalgia struggente  della casa e degli affetti lontani. Egli spesso per me, e solo per me, metteva dischi di musica sinfonica, nella quale non avrei potuto imbattermi in occasioni più opportune. Beethoven e Respighi erano i suoi preferiti, furono ben presto anche  i miei, e la Sesta sinfonia ‘ pastorale’ e il trittico respighiano di Feste romane, Le fontane di Roma e I pini di Roma risuonarono così per la prima volta al mio orecchio intonatissimo (la mia voce non era ancora cambiata, ero ancora un bel soprano, ero il sostegno del coro e a me erano sempre affidate le parti solistiche. Come premio m’era concesso, finiti i compiti in brevissimo tempo, di esercitarmi sul bell’harmonium provenzale col metodo Bungart, il caro Bungart di cui ho ritrovato presso un bouquiniste una rara copia). G. C. ora ascolta la musica dei mondi: se ne è andato a 96, forse 98, anni. Gli è stato sicuramente risparmiato l’inferno, ma, ne son certo,  anche il purgatorio: Frau Musika  sicuramente ha interceduto per lui che me di Lei  fece amante e amanti fece, attraverso me, mille altre giovani vite. Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika! E lodato sia sempre tu, G. C.!

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Ho sempre pensato che, nonostante tutte le ipotesi neoilluministiche sulle strategie cognitive, comprensione e comunicazione restino un mistero.

A te è mai successo  di andar solo e pensoso i più deserti campi (nel mio caso il parchetto delle tartarughe)  misurando  a passi tardi e lenti , essere immerso nei più diversi fantasticari e all’ improvviso risorgere dagli abissi della memoria un volto e un  nome, da 34 anni obliati, e contemporaneamente  giungere  a te da una imprecisata direzione (il tuo unico orecchio  ancor funzionante  non consentendoti  di collocare i suoni nello spazio) una voce femminile che invoca professore, professore, ma è proprio lei professore, e voltarti e individuare in quel volto e in quel nome il nome e il volto poc’anzi emersi dal tuo inconscio, quelli dell’ex allieva Alba Lattanzi , e ipso facto  come vènti dall’otre di Eolo una folata turbinosa di ricordi tutt’insieme su te precipitare, e il giorno della laurea, e la casa a pianterreno di via Gaspara Stampa, e il giardino e il cane irrequieto, e la casa paterna  a Marcellina tuffata nel verde di un frutteto ricchissimo  di ogni edenica varietà, e lo stupore  e il segreto innamoramento per cotanta dovizie di bellezze naturali e umane? Ebbene sì, tutto questo a me è successo, per un fenomeno non di telepatia ma di plesipatia (m’è consentito il neologismo ardito) in un tepido mattino di luce pacata al parchetto delle tartarughe.

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Sto pensando a Guido Ceronetti, di cui è il brano, preso dalla rete, che condivido, e (meglio tardi che mai?) al vegetarianesimo come possibile estrema scelta.

«Solo un vero vegetariano è capace di vedere le sardine come cadaveri e la loro scatola come una «bara di latta»; un mangiatore di carne (non mi sento di scrivere «un carnivoro» perché l'uomo non è un carnivoro) neanche se lo chiudono nel frigorifero di una macelleria avrà la sensazione di coabitare con dei cadaveri squartati. C'è come un velo sulla retina dei non vegetariani, quasi un materializzarsi di un velo sull'anima, che gli impedisce di vedere il cadavere, il pezzo di cadavere cotto, nel piatto di carne o di pesce.»

(da "Il silenzio del corpo")

Io non mangio più da tempo sardine per via del sale, ma tra i miei cimeli uno ve n’è assai carino, dono di Isabel ex allieva carissima portoghese:  una scatola da sardine del 1933, mio anno di nascita, tutta dipinta di motivi surrealistici. La busta che l’accompagna, affrancata come posta aerea del 1942, riporta la seguente scritta: O valor do Tempo. Mundo fantastico da Sardinha Portuguesa. A quelle sardine in fondo non è andata troppo male. Hanno attinto per l’arte l’immortalità!...

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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D'Annunzio e Scriabin. Marco Enrico Bossi.

Post n°994 pubblicato il 23 Ottobre 2018 da giuliosforza

Post 915

Da preadolescente, all’epoca della mia iniziazione musicale, mi esercitavo anche con brani per pianoforte e harmonium di Marco Enrico Bossi, un grande organista e compositore di Salò, ove era nato nel 1861 (sarebbe morto per un colpo apoplettico nel 1925 sul transatlantico francese De Grosse in pieno Atlantico). La sua vicenda musicale fu singolare e rientrava in quelle non rare capitate a grandi musicisti (Verdi compreso) che, per la pochezza e l’incomprensione dei loro maestri  di conservatorio, erano stati obbligati a perfezionarsi privatamente o all’estero. Bossi divenne ben presto famoso, diresse molti conservatori, tra i quali, per sette od otto anni, quello di Santa Cecilia, ma non lo vedo attualmente molto frequentato. Dovrò chiederne ragione  al mio ex allievo di università,  organista di fama internazionale, Marco Lo Muscio. Eppure io trovo la sua musica, sia sacra (ricordo in particolare una suite da camera dedicata alla vita di Santa Caterina da Siena) che profana, piacevolissima. Classica nella struttura (il che significa grammaticalmente e sintatticamente ineccepibile), non è sorda ai richiami ed alle suggestioni delle più moderne sonorità, siano esse tedesche , russe o francesi, Per me ascoltarlo e, per quel poco che ne son capace, eseguirlo, è stato ed è un grande piacere. Proprio in questi giorni di ubriacatura musicale (queste note di diario ne sono una minima testimonianza) mi è ricapitata sotto gli occhi una “Cantilena pastorale” dedicata all’amico editore Marcello Capra che merita me la rigusti in questo clima dentro di me già natalizio (e mitraico).

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Riascolto Scriabin, e naturalmente m’estasio. Lo conobbi dalle pagine del Notturno dannunziano, e non me ne disamorai più. Lo riascolto nel concerto per piano e orchestra che Boulez sul podio e Ugorski alla tastiera eseguono in modo esemplare (Deutsche Grammophon, 1 Cd, 459 647). Come al solito D’Annunzio (che fu il primo ad aprire le nostre vietatissime, non agli eserciti, Alpi all’Europa ed al mondo) fu anche il primo da noi ad interessarsi all’’incontinente romanticismo’, come qualcuno tra noi ancora s’ostina a dire, del Russo, che dello slavo ha tutte le virtù, compreso il grande misticismo da lui elevato a ennesima potenza, e nessuno, o pochi,  dei vizi. Leggo in un ritaglio di una rivista d’epoca  di cui non saprei indicare il titolo, che ritrovo come segnalibro nella mia copia del Notturno (Oscar Mondadori, I edizione 1975): “Scriabin morì nel 1915, sull’orlo del tramonto definitivo del romanticismo. Al di là delle connotazioni nazionali, non c’era in lui di russo se non un gusto per l’eccesso, per la dilatazione delle forme che il simbolismo letterario, intellettuale dei circoli di Pietroburgo e Mosca coltivavano. Ma l’eccesso di Scriabin ha di suo una incontinenza persino viziosa: Non gli basta il pentagramma, non gli basta il pianoforte, non gli bastano l’orchestra e il coro: mette in partitura profumi, luci, colori. Niente più strutture armoniche: ondate strumentali si rovesciano sull’ascoltatore inebriato, come marosi impazziti. Ma nella musica di Scriabin si incontrano laghi di bellezza stupefacente”. Laghi? Mari, direi, oceani. Dell’anonimo segnalatore condivido tutti gli apprezzamenti, nessuna delle riserve. Di chi amo tutto amo, anche il misticismo esasperato (ma può darsi un misticismo che non sia estremo?). Adoro gli echi antroposofici steineriani e teosofici blavatskyani che in lui avverto, mi esalto all’olismo panteistico implicito che dalla sua ‘opera d’arte totale’, di discendenza wagneriana, traspira. Chiaramente sono anche in questo contagiato dall’Arcangelo coclite, che su alcune delle migliaia di cartigli (quelli che a lui orbato porge uno per uno  Renata-Cicciuccia-Sirenetta, guidandogli nel contempo la mano, così consentendogli di vergare, una riga per ogni cartiglio, nella sua inimitabile calligrafia, i pensieri e i ricordi che  costituiranno il Notturno) scrive:

«Nell’insonnio il preludio di Alessandro Scriàbine mi passa e ripassa su la fronte che mi sembra leggera e trasparente come una visiera di vetro in un elmo di ferro. Tutto il capo mi pesa profondato nel guanciale. Ho quell’armatura del capo che i fanti chiamavano cervelliera. Ma la fronte è di vetro, piena di incrinature e di bolle, calda come una coppa soffiata di recente dal vetraio. E’ la sola parte lievemente luminosa del mio corpo insonne, di sopra la benda. Il preludio di Scriàbine è di colore cupo, violaceo, simile a una stoffa marezzata che si divincoli al vento della sera. Mi ricorda il velo funebre che ondeggiava nel mio occhio perduto e che non mi lasciava vedere nello specchio se non la sommità pallida della fronte calva. Le ore passano. La musica è come il sogno del silenzio. Non dormo, eppure la vita si abbassa in me a poco a poco come la marea. Il polso è fievole. La mano sul petto non sente il cuore. La musica si allontana e poi ritorna cangiando di colore come un flutto sotto un crepuscolo mutevole. Il verde il violetto e l’azzurro cupo sono i colori di questa notte. A un tratto vedo le stelle, le stelle dell’Equinozio larghe come i loro riflessi nell’acqua ».

Ed io rivedo nel ricordo un grande manifesto di un festival lucernese  ove la musica era rappresentata da sette stelle filanti carnevalesche di sette diversi colori intrecciantisi e ondeggianti su un compatto  sfondo azzurrissimo. La musica come la vedeva Lui, l’Arcangelo coclite, sul letto del suo delirante martirio.                                                                                                                                                                                                                                            

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I Vespri siciliani di Verdi su Rai5 nella versione italiana senza il lungo  balletto da Grand Opéra dell’originaria versione francese. Peccato. Rispetto senza eccessivo trasporto I Vespri  e sopporto quel tanto di patriottismo che Verdi in ogni suo opera vuole ad ogni costo infilare. Ma qui la patria c’entra ben poco, la vicenda fa solo da sfondo al solito dramma amoroso in cui il Bussetano è maestro. E nemmeno li si può intendere, come qualcuno vorrebbe,  rivendicazione  di una identità etnica. Quale identità? Ne ha forse mai  avuto una la Sicilia?. Da quando si è affacciata sul proscenio della storia io la ricordo sempre occupata: fenici cartaginesi romani arabi normanni svevi angioini aragonesi borboni…piemontesi (di tutti i peggiori: gli altri popoli almeno lasciarono splendide civiltà, costoro seppero solo distruggerle). Se mai l’identità siciliana è quella d’aver fatto da crogiuolo a cento altre identità, e a nutrirsene parassitariamente, non sempre ritenendone il meglio. Con questo la musica dei Vespri che ha a che fare? Avrebbe potuto averne, se anch’essa risultasse assimilazione delle nuove tendenze, soprattutto tedesche, a Verdi contemporanee. Ma ciò non è.  Sono ancora lontani i tempi dell’Otello e del Falstaff.

*

Girovagando in internet alla ricerca di un evento che mi riguarda, mi imbatto nel sito che qui sotto allego. Leggo e strabilio. Uno dei miei volumi di poesia neoclassica, L'Evità, viene messo in vendita a 20 euro: da notare che i miei tre volumi di poesie li ho stampati in proprio per farne dono agli amici (‘Metanoesi’, che ne risulta editrice, è solo il nome del mio Gruppo vocale interno al Circolo culturale di Varia Umanità e Musica ‘Vivarium’ ) e non sono stati mai in vendita! Un ’amico’ evidentemente ha trovato bene disfarsene guadagnandoci su. A parte l'aspetto legale, di cui sinceramente m’infischio’,  è quello umano che mi sconvolge. Begli amici  mi ritrovo! Quasi quasi ricompro io il mio volumetto, così, trattandosi di un libro autografato, ritrovo l'’amico’ e potrò pubblicamente complimentarmi con lui. Che ne dite? Mi raccomando, non compratelo!

("poesia autografo sforza giulio l'evitá altre liriche neoclassiche - eBay
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