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Riccardo Riki alla ricerca del tempo (poetico) non perduto

Post n°993 pubblicato il 09 Ottobre 2018 da giuliosforza

Post 914

    Nuove (antiche) liriche di Riccardo Riki

    Torna Riccardi Riki alle ricerca del suo tempo poetico non perduto, torna di lontano, dalla profondità dei suoi vent’anni. Anni vicini e lontani, di contestazione e d’amore, soprattutto d’amore. E di pensari lirici, gentiliani pensieri pensanti, Atto, non fatto, e heideggeriana denkende Dichtung, poesia pensante e pensiero poetante. Puro Poièin.

    Fa bene Riki a regalarci  la sua musa  adolescenziale e giovanile, ché questo sono  FLASHBACK 1 e FLASHBACK 2 freschissimi di stampa (Fabio Croce editore, Roma, settembre 2018, pp. 114 ciascuno).  Sostenne in qualche parte Goethe che chiunque scriva ha già detto tutto nel suo primo libro. I libri che seguiranno non saranno che variazioni sul tema, approfondimenti, arricchimenti, maturazioni, stili nuovi, reinterpretazioni, magari ripensamenti, se non vere e proprie palinodie. Ciò è vero anche per Riccardo Riki la cui ultima fatica ripropone le prime liriche della sua operosa giovinezza, rimaste inedite per diventare ora la sua sesta raccolta dopo Dietro di me (1972), Vivien (1988), L’alba rossa di Hailey, Omaggio ad Ezra Pound (2015, quattro ristampe), Tè a New York e L’ultimo amore (2017), senza considerare un testo di poesia teatrale sperimentato con inserti jazz dal vivo nel 1989, Amore blu. Tempi e ritmi del 2000.

Da quando conobbi Riccardo Riki (Riccardo Barboni) nei lontani anni sessanta. potei anno per anno, periodo creativo per periodo creativo, verificare per quel che lo riguarda la verità dell’opinione goethiana:  come la sua crescita letteraria traduca liricamente i suoi bioritmi, si trasformi e maturi, si arricchisca e come è delle crisalidi in nuove forme trapassi (…quasi entomata in difetto -Purg, X, 128- …nati a formar l’angelica farfalla  -ivi, 125), ma  sempre della crisalide mantenendo natura e potenzialità. Più giovanilmente piani e descrittivi e narrativi, in contenuto e stile , i primi versi, sempre più profondi e criptici, nello spirito di un classico ermetismo trapassante in modernissimo simbolismo, gli ultimi. Tra Flashback e L’Alba rossa di Haley. Omaggio a Ezra Pound sembra esserci un abisso, ma abisso non c’è: dalla stessa polla discendono i rami dei ruscelli in cui la poetica rikiana va volta a volta determinandosi e diramandosi. Lo stesso Riki ne dà una conferma esemplare nei due brani che riporta in  quarta di copertina dei due volumi di Flashback , due brani, da Cielo arabo l’uno, da Temo che qualche sventura l’altro, in cui le metamorfosi sono più evidenti: “…avevo perduto quel corpo inventato / in quel tratto di deserto dietro una duna / che mutava come una brezza leggera / e di fronte alle sponde gialle / di quella notte fredda /il cielo mandava una stella / sopra la vecchia tenda / della tribù isolana…”; e in Flashback : “Temo che qualche sventura / possa accadere al nostro amore / ma penso anche che qualcosa di bello / debba aleggiare intorno a noi / ­-adorata Lù- / perché ogni strada conduce lontano / e qui ogni ramo /un grosso ramo d’oro / resisterà al vento, alla neve, alla pioggia / ma i tuoi occhi sono spenti / o accesi con sofferenza / e il corpo di domani attende ancora / in religioso silenzio / da più giorni / il contatto di ieri”.

E scorrendo via via i titoli delle or brevissime e contratte liriche, or più diffuse e distese, si ha l’impressione di un vero e proprio Bildungsreise, di viaggio di formazione, di un giovanile Grand Tour attorno alla  propria anima e all’anima della Terra  mediante il Grand Tour nelle più svariate regioni del mondo, che si fanno metafore di un ininterrotto periplo attorno al cuore: ché soprattutto d’amore e di viaggi dilatati a metafore di un infinito periplo attorno alle frastagliatissime coste del mondo interiore rendono conto le liriche, nelle quali è avvertibile il godimento sensuale e sensuoso di chi  attraverso la poesia ha riconquistato quella primordiale totalità che ogni essere umano per strade diverse, ma sempre  affannosamente (“…la poesia è una tempesta nel cervello: / se non reggi quella tempesta / non provare a mettere in mano  la penna, / e posa i remi”) persegue, e che solo la poesia, novalisianamente capace di trovare le strade riposte dell’essenza e di discoprirne il mistero, sembra negli esiti poter garantire. Nella prosa che precede la raccolta , la protagonista Norma, all’apice del piacere così si rivolge ad Augusto:”Sono felice, perché ho vicino la metà che cercavo”, ove l’eco s’avverte delle parole poste da Platone in bocca ad Aristofane nel Simposio , allorché il commediografo espone il mito dell’uomo primigenio come  essere rotondo mono o bisessuale, che  un cataclisma cosmico spezza in due parti sicché ognuna non si plachi finché non abbia ritrovata l’altra ricomponendo con essa l’unità e totalità originarie, e dichiara in questa ricerca affannosa, in questa spasmodica tensione consistere l’Eros. Riconquistare attraverso l’amore la propria metà vagante per gli universi; attraverso Eros, figlio di Penia e di Poros, di mancanza e acquisto,  come tensione ed anelito al Tutto, tentare la ricomposizione dell’ unità e totalità originarie. Dalla prima lirica (‘Una lucertola si muove’) all’ultima /(‘Il mutilatino del Cairo’) che chiude il primo volume, tale tragitto è rinvenibile. Ma lo stesso itinerario spirituale (un itinerario della mente e del cuore ad Eros) descrive Flashback II, che si apre con ‘Ancora. Dialoghi per una poesia teatrale’ e si conclude con ‘Il gioco non finisce’ (“Certo, Lù, la partita sul piano sessuale / ce la siamo giocata / Tutta /E adesso? / Non ci resta che ricominciare a contare”).

Nell’avvertenza premessa ai due volumetti Riki tiene ad evidenziare la natura protoavanguardistica della sua produzione poetica, soprattutto di quella della maturità. Io non me ne proccuperei. Ogni vera poesia è di per sé protoavanguardistica, come protoavanguardistica è ogni nuova esistenza, quale modo nuovo di porsi dell’essere, nuovo modo di trapassarsi e in nuove forme annunciarsi.  Sono nella sua Attuosità la verità e la bellezza della poesia, anche della poesia di Riki. Anche nella poesia di Riki Ens et verum et bonum et pulchrum convertuntur. Avanguardia, postavanguardia etc. sono solo sterili ed astratte categorie della mente. L’Atto poietico è eterno.

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Otello verdiano, Atto quarto. Rilke citato in "Quartett". "la Sonnambula"

Post n°992 pubblicato il 18 Settembre 2018 da giuliosforza

Post 913

Sarà che sono un romanticone impunito e impenitente, ma il quarto atto dell’Otello verdiano, che ho seguito in Rai, non smette di commuovermi fino alle lacrime. E non  tanto per i il dramma in sé, il solito dramma della gelosia e della diabolica perversità jaghesca che da che uomini e donne esistono continua a far vittime in barba ad ogni pretesa di incivilimento dell’umana specie, quanto per l’altissima religiosità che dal canto di Desdemona traspira. Fin da piccolo la “Canzone del salice” e l’”Ave Maria” intonate dalla moritura han rappresentato per me i vertici di quel lirismo, che dirò devoto, verdiano, uno di quei vertici che l’amico Paolo di Nicola, autore di un interessante saggio dall’azzeccato titolo Un credente in maschera, immagino usi per dimostrare la sua tesi, per me ardua, di una presunta, ben mascherata appunto, ortodossia cattolica del Cigno di Busseto. La religiosità è un conto, la religione un altro (una cosa il simbolo altra cosa il dogma, a vicenda a rigor di termini escludentisi), indiscutibile la prima in Verdi, non solo discutibile ma chiaramente secondo me da negarsi, per sua stessa ripetuta esplicita dichiarazione. Ma per la mia emozione queste sofisticherie poco contano. E non conta il fatto che Otello, penultima opera del Maestro, sia dall’ultima, il Falstaff, definitivamente contraddetta con quel conclusivo, beffardamente urlato come un cachinno diabolico, “Tutto nel mondo è burla”, che, esso sì, per me rappresenta la summa della filosofia verdiana. Sarà che i vecchi son troppo facili alle commozioni? Sia. Ma io in vita mia ho pianto molto spesso, da giovane e da uomo maturo; perché dovrei ora, da vecchio, nel tempo dell’indurimento dell’anima e della cute, vietarmi il dolce refrigerio d’una lacrima?.

*

Uno dei poeti di lingua tedesca più ermetici, nel significato stretto del termine, è certamente Rainer Maria Rilke. Eppure è uno dei più citati, dal Diario fiorentino alle Elegie duinesi ai Sonettii ad Orfeo ai Quaderni di Malte Laurids Brigge. L’ho amato per la sublimità della sua ispirazione, l’ho invidiato e odiato per la sua intimità con la trentanovenne, lui venticinquenne, Lou Andreas Salomè, colei (“sorella e sposa”) che ebbe l’animo di negarsi al folle amore di Nietzsche e di prendersene crudelmente gioco, per altro una delle donne più donne e delle femmine più femmine che, passando per salotti ed alcove, compresa quella freudiana, ma soprattutto assorbendo avidamente dal patrimonio culturale dei grandi che frequentava, riuscì ad emergere come uno dei personaggi femminili di maggiore spicco degli ultimi quarant’anni dell’Ottocento e dei primi quaranta del Novecento. Il Nietzsche da lei riconsegnatoci in Nietzsche. Una biografia intellettuale non è forse il più profondo ma di certo è il meno travisato, e per questo le siamo grati. E parimenti si dica del Freud quale emerge dalle sue numerose memorie.

Tornando a Rilke. Nel bel film, scarso dei incassi e di critica positiva ma a me per nulla affatto discaro, dell’allora settantacinquenne Dustin Hoffman, Quartett, colgo al volo una citazione, tratta dalle Lettere ad un giovane poeta (così affini e così diverse  da L’arte poetica. Consigli ad un giovane poeta di Max Jacob) che dice bene di cosa sia la vera arte, di quali profondità si nutra, del mistero che avvolge il vero artista, che nessun critico, con la sua ragione “oggettivante”, come direbbe Gabriel Marcel, potrà mai squarciare: “Le opere d’arte sono di una solitudine infinita. Nulla può raggiungerle meno delle opinioni di un critico”. Che mi ricorda tanto il da me più volte citato Elias Canetti: La critica, la vendetta dell’intelligenza sterile nei confronti dell’arte creativa. La critica  seziona e sminuzza. E per sezionare e sminuzzare ci vuole il cadavere. L’artista che la critica ci restituisce è in realtà la sua carogna; la critica sta alla vera arte e al vero artista come la scienza al buon senso nell’epigramma del Giusti: “Il Buonsenso che fu già caposcuola / Ora in parecchie scuole (ch’io mutavo nella mia memoria in ora in molti cervelli, e mi  par ci stia ancor meglio) è morto affatto. / La scienza sua figliola / L’uccise per veder com’era fatto”.

*

La Sonnambula

Più volte mi è capitato di scrivere che quando ho bisogno di riposarmi per troppo Beethoven e Wagner corro da  Bellini e da Donizetti, i più grandi melodisti della nostra storia operistica che Richard stesso aveva, soprattutto il primo, in grande stima. Oggi mi sono riposato con La Sonnambula, del grande trittico belliniano forse il vertice. La seguo su Rai5 che ne trasmette l’edizione del “Costanzi” del 23 febbraio scorso. Una serie ininterrotta di invenzioni melodiche che mai perdono di spontaneità e di freschezza, dalla prima all’ultima, il canto di Amina ancora non risvegliata dalle parole e dal bacio di Elvino: Ah! Non credea mirarti / Sì presto estinto o fiore…”

Riudire oggi quella trasognata, è proprio il caso di dirlo, melodia risveglia in me un cumulo di ricordi di particolare intensità. Era il 2002, mi trovavo a Catania quale membro di una commissione di concorso a cattedre universitarie (meglio sarebbe dire mercato delle cattedre), una delle pochissime sessioni concorsuali alle quali ho accettato di partecipare negli anni della mia lunga attività accademica. In quel periodo l’Etna era in piena fase eruttiva, e strade e balconi erano ricoperti da un fitto strato di neve nera, la polvere lavica. Ma ciò non mi impedì di pellegrinare alla tomba di Bellini nella cattedrale di Sant’Agata, dove le spoglie del grande e bellissimo (stando ad Heine ma non solo) figlio di Trinacria erano state traslate nel 1876, dopo un quarantennale soggiorno al parigino Pére Lachaise, dove mi pare d’averne visto e venerato il cenotafio, non lontano da quello di Rossini, in una delle mie frequenti visite  a quel vero e proprio sacrario delle Muse. Ed oh sorpresa! Alla base del bel monumento sepolcrale, sulla lastra anteriore, che vedo inciso? Proprio le prime note e le prime parole della melodia di Amina (Ah! Non credea ecc, parole e musica profetiche, come se il musicista l’avesse pensate per sé, destinato a morire, ad appena trentaquattro anni, nel 1835) che dentro di me intonai mentre le lacrime mi premevano dietro le palpebre. Non ci fosse stata tanta ressa di turisti e di devoti, avrei dato la stura alla mia emozione cantandola a mia volta a voce alta con l’eroina del dramma. Uscito dal tempio, percorrendo una stradina della periferia in compagnia di due amici, notai dietro la rete di recinzione di un giardino una canna di bambù stagionato, robusta e dritta come un fuso, che subito destinai a infoltire la mia raccolta di bastoni-ricordo. Riuscii rocambolescamente a impadronirmene e a portarla con me a Roma dove subito mi misi all’opera. Verniciai d’un oro aureolare la verga, e la sua vasta superficie mi consentì di scrivere quanto segue: subito vicino all’impugnatura la melodia in questione, parole e musica, e sulle larghe coste laterali, a mo’ di diario: hanc indicam arundinem ex quodam catinensi viridiano, solis occasu, tenebrarum gratia furatus sum, ante diem III kalendas februarias anno MMDCCLVI a.U..c., Sarracino Francisca consciis ministris. E dall’altro lato, poeticamente fingendomi Vulcano, per immortalare l’evento eruttivo: Efesto fui nel ventre / di Mongibello ove l’arme forgiai / ed i fulmini a Zeus (da piccolo, al ginnasio, ero soprannominato Giove –forse per il mio apprente, perenne corruccio? Come Efesto forgiai dunque i fulmini a me stesso!).

E’ giusto o no che di tutti i miei bastoni, questa verga di indica canna si meriti un posto di privilegio?

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Pensieri corsari sull'8 Settembre. Cronaca minima

Post n°991 pubblicato il 07 Settembre 2018 da giuliosforza

 

Post 912

Domani ricorre l’8 settembre e già immagino le orge di retorica  con la quale si celebrerà quella data. Che fu una data infausta per uno come me che era cresciuto col latte della Lupa. 

Era il quarto anno di guerra, avevo dieci anni e servivo messa a Monsignore. Formazioni di “fortezze” volanti anglo americane stracariche di bombe, protette da agili caccia che si esibivano attorno ad esse, a protezione, in arabeschi nei cieli della Piana del Cavaliere, rombavano giorno e notte sulle nostre teste, dirette a distruggere, oltre che milioni di vite umane, quanto di più civile ed artistico, dall’Italia alla Germania, abbelliva il Vecchio Continente. I “perfidi” albionici lanciavano bambole e penne stilografiche esplosive, e più di un mio compagno ne restò mutilato.

Avevo appena dieci anni, dunque, ma ero già in grado di pensare con la mia testa e di comprendere il dramma del fascismo, della guerra e dell’evento che oltre  alla guerra ci faceva perdere anche l’onore. Sia ben chiaro: se un irriducibile anarchico mentale quale io ero e sono avesse vissuto il Ventennio da uomo ed intellettuale maturo qual sarebbe poi stato, sarebbe finito sicuramente al confino, in un confino di quelli tosti ove si spargevano lacrime e sangue, non in quelle specie di villeggiature gratuite di lusso in paesi caratteristici e in amene isolette del Mediterraneo che toccarono in sorte ad alcuni intellettuali dissidenti di mia conoscenza (qualcuno dei quali, come il filosofo Calogero, ebbi anche modo di frequentare). Le mie considerazioni sono quelle di un uomo libero, che ha appreso il fascismo sulla sua pelle di ragazzo, e non dai libri scolastici postbellici, faziosi e precritici non meno di quelli prebellici, i cui autori in maggior parte erano e sono, non meno dei piaggiatori del Duce, dei servitori ossequiosi dei nuovi subdoli regimi pseudodemocratici (oclocratici, dove popolo sta per folla), ed altre fonti non conoscono  che la storia scritta dai vincitori.

Suonarono all’improvviso le campane del borgo  a festa, quel giorno, all’annuncio  della resa incondizionata che chiamarono bugiardamente armistizio (ché non di cessazione provvisoria delle ostilità- come il termine suona- si trattò, bensì di un vile -così in molti ancora  ritengono- tradimento grandiano, savoiardo e badogliesco, di un cambio di fronte che ci avrebbe additato al disprezzo di vincitori e vinti) ed io, da capochierichetto, fui convocato per servire la messa e cantare col popolo il Te Deum di ringraziamento in quel gregoriano rimaneggiato, una specie di falso bordone, in verità  di ottimo effetto, che consentiva a maschi e femmine (zeppe erano allora le chiese, e ancora si cantava al borgo, in chiesa e nelle osterie e alla Sballata nelle notti, illuni o di luna piena, di giovanile ’giurgiulea’) di dare sfogo a tutta la potenza delle loro corde vocali, e accompagnato a orecchio all’organo Rieger  da Isidoro fra il vociare dei giovanotti che azionavano coi piedi il rumoroso mantice a pedale. L’officiante era ‘Monsignore’, storico parroco dalla corporatura imponente, dalle mani e dai piedi possenti e lesti a colpire, e dalle idee chiare, che s’era trovato a gestire con criteri, ieri ed oggi variamente giudicati, gli atroci eventi della Grande Guerra, dell’epidemia  detta Spagnola che ne seguì e che fece più vittime dei cannoni, dei disordini che aprirono le porte al Fascismo, della guerra d’Africa, e infine del secondo Conflitto ancora in atto che egli, come tanti, si illuse sarebbe cessato dopo l’’armistizio’ inaugurando finalmente un’epoca di pace; che avrebbe invece aperto, con la guerra civile, uno dei periodi più sanguinari della storia d’Italia. Monsignore si illudeva, ma non mi illudevo già io, mentre nervosamente turibolavo in sacrestia in compagnia di Zio R. Era zio R. un fascista doc sansepolcrista, che aveva pagato cara la sua ortodossia all’interno del Regime prima, con la persecuzione e l’esclusione da cariche e prebende, e dopo, con l’epurazione, a guerra finita. Aveva sposato la nipote di Monsignore, del quale accusava in quel momento,  nervosamente misurando a passi concitati in lungo e in largo l’angusto spazio della sacrestia,  la cecità che gli impediva di rendersi conto di quale catastrofe incombesse sull’Italia come conseguenza fatale dell’’armistizio’.  Ché, anche fosse stato un errore nefasto l’alleanza con Hitler, per altro imposta da una real Politik alla quale sarebbe stato impossibile sottrarsi (pura utopia immaginare la neutralitù di una nazione come la nostra posta al centro del mediterraneo, strategicamente essenziale: avremmo fatto in pochi giorni la fine della Francia; e d’altra parte allora impensabile una alleanza con Inghilterra Francia ed, in seguito, America, traditrici delle giuste attese italiane a Versailles e perciò dirette corresponsabili dell’avvento del Fascismo) pagammo cara la defezione:  come zio R. e già io profetizzavamo gli alleati teutonici divennero nemici  ed in pochi giorni ci trovammo occupati, con tutte le conseguenze che dagli eredi dei prussiani di Bismarck sentitisi colpiti alle spalle non era difficile attendersi.

Non mi si chiedano dunque celebrazioni. Condannerò le atrocità da ognuna delle due parti commesse (fascisti o antifascisti, partigiani o repubblichini) e venererò la memoria delle vittime (con studiata intenzione evitando la parola martiri) degli opposti schieramenti. Di più non mi si chieda.

*

Tanti anni or sono, quando il leone Giulio ancora un poco ruggiva, come omaggio per il suo compleanno Lilli Nike fece dipingere per lui da una amica artista la belva protettrice, ruggente solitaria nel vasto silenzio di una natura attonita, che il destinatario moltissimo gradì e con la solita modestia così si autodedicò:

"Rugientem dentibus leonem
noumenon spiritusque yerodominatum
impotenti vi
ad mysterii ostia 
defendentem
amici
inimici
Iulium Sfortia caveatis" .

Il leone al suo tramonto malinconicamente e nostalgicamente ne sorride

 

*

Catturata da un vecchissimo sbiaditissimo film (tra i protagonisti Fred Astaire) di cui mi è sfuggito il titolo, la seguente affermazione, attorno alla quale tutte le vicende del film girano: "Caso è il nome che gli sciocchi danno al Fato". Io sono tra quegli sciocchi e persisto. Diversamente non potrei, con Ludwig v. B., "afferrare il Destino per la gola". Se dire caso il destino è da sciocchi, dire destino il caso è da ignavi.

*

Con piacere , dopo sette anni (un attimo e una eternità) vedo riproposto da Andrea Cristofari, su FB, uno tra i miei più fissi pensieri, che l’attento discepolo annotò da una mia lezione, e che rappresenta il compendio della mia filosofia.

"Compendio della mia filosofia: vuoi Dio? Spremilo dalle cose." (Giulio Sforza)

Pericoloso per gli spiriti deboli

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19 Agosto. Stroncatura bernhardiana di Heidegger

Post n°990 pubblicato il 21 Agosto 2018 da giuliosforza

Post 911

19 Agosto 2018. 85esimo compleanno. Così all’alba su fb mi son beneaugurato, a mia volta beneagurando.

Cari  amici beneauguranti,

oggi, giornata particolare per me (non è un privilegio da poco poter gettare uno sguardo retrospettivo sulla propria vita dall’alto di un’età come la mia veneranda) mi sono donato, anche a vostro nome, l’Endimione di John Keats nell’edizione BUR bilingue (1988-2008) curata da Viola Papetti, inaspettatamente rinvenuto, con altri grandi classi inglesi francesi  tedeschi, sul modesto scaffale di una cartolibreria di provincia. Non ricordo se già lo possiedo e se l’ho già letto, ma poco conta. Mi avvicino al poema classico-romantico di uno degli autori che prediligo (sovente son meta del mio pellegrinaggio l’appartamento di Piazza di Spagna, oggi fondazione-museo keatsiano -shelleyano, ove nel 1821, a 26 anni morì di tisi, e il cimitero acattolico della Piramide Cestia ove è sepolto) con animo mai come oggi vergine, disponibile a farmi come Lui fecondare (“stuprare”, anzi, come da testo) da una Luna-Selene innamorata. Quando il poema uscì nel 1818 la canea concorde dei critici togati letteralmente s’avventò contro il giovane autore nel tentativo di sbranarlo, assicurando per lui il fallimento e profetizzando ed assicurando per la sua opera  vita breve, sì  da sconsigliare l’editore dal disperdere altro denaro per una eventuale ristampa. Come è noto l’auspicio di quei …veggenti si è realizzato e il nome del Novalis britannico dopo duecento anni è finito addirittura sul misero scaffale di una modesta cartolibreria abruzzese…

Il primo verso del poema, forse il più citato, recita: “A thing of beauty is a joy for ever”, che in genere viene tradotto, come qui, “una cosa bella è una gioia per sempre”. A me questa traduzione non piace. Nella mia poetica, che è poi quella dei miei Autori,  le cose non ‘son’ belle: sta all’arte, e alla vita come opera d’arte,  far belle’ le cose. E dunque il verso per me suona così: è l’’atto del far’ le cose belle, è la ‘creazione della bellezza’, l’unica gioia che dura per sempre. Questo  è  l’augurio  che mi faccio: poter continuare a tradurre ‘thing of beauty’ in ‘creazione di bellezza’,  per tutto il tempo che dalla Natura e dagli Dei mi sarà concesso; un augurio che estendo, carissimi amiche e amici, a voi in ringraziamento dei vostri, di auguri, che così tanto gradisco da auspicarmi di riceverne ancora per molti anni, addirittura, se permettete …per saecula saeculorum.

*

Lascio ancora una volta la mano alla feroce penna di  Bernhard l’iconoclasta. Dopo Stifter e Bruckner, questa volta tocca all’idolo Heidegger. Dedicato ai miei amici filosofi, filosofanti e filosofastri, me compreso (vedi Antichi Maestri, cit, pp. 60-65).

Naturalmente non ho bisogno di far notare come la divertente e feroce parodia fatta qui da Barnhard di Heidegger abbia ben poco a che fare con una critica filosofica seria. Sul piano filosofico essa ha ben  poco da dire: ai contenuti del pensiero heideggeriano non è fatto il minimo riferimento, il che non è concepibile per un pamphlettista serio. Ma una critica filosofica non è evidentemente nelle intenzioni dello scrittore di Heerlen ben consapevole delle proprie competenze, che prudentemente non intende oltrepassare. Perciò dopo anche il nostro,  non devoto e pedissequo, ma ragionato ossequio al Filosofo della Foresta Nera, godiamoci pure l’irrisione spassosa del Personaggio.

«In effetti Stifter mi ricorda continuamente Heidegger, quel ridicolo filisteo nazionalsocialista coi pantaloni alla zuava. Se Stifter, con incredibile sfrontatezza, ha annegato nel kitsch l’alta letteratura, Heidegger, il filosofo della Foresta Nera Heidegger, ha annegato nel kitsch la filosofia. Heidegger e Stifter, ciascuno per suo conto e a suo modo, hanno implacabilmente annegato nel kitsch letteratura e filosofia. Heidegger, sulle cui orme si sono mosse le generazioni della guerra e del dopoguerra, sommergendolo con stupide e disgustose tesi di dottorato quando ancor4a era in vita, Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina davanti a casa sua nella Foresta Nera accanto a sua moglie, la quale, nel suo perverso entusiasmo per i lavoro a maglia, lavora ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la lana che lei stessa ha tosato dalle loro pecore heideggeriane.. Heidegger non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla panca davanti a casa sua nella Foresta Nera, e accanto a lui vedo sua moglie che lo ha  completamente soggiogato per tutta la vita, e che a maglia gli lavorava tutte le calze, e all’uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch, diceva Reger, esattamente come Stifter, eppure era assai più ridicolo ancora di Stifter, che era stato davvero una tragica apparizione, a differenza di Heidegger che è sempre stato soltanto comico, piccolo borghese come Stifter, altrettanto spaventosamente megalomane, un imbecille delle Prealpi, credo giusto quello che ci vuole per il minestrone della filosofia tedesca. Heidegger se lo sono pappato tutti a grandi cucchiaiate, con una fame da lupi, per decenni, come nessun altro, rimpinzando così i loro stomaci di germanisti e di filosofi tedeschi. Heidegger aveva un volto ordinario, non un volto dal quale trapelasse l’ingegno, era un essere del tutto sprovvisto di ingegno, assolutamente privo di fantasia, assolutamente privo di sensibilità, un ruminante della filosofia tipicamente tedesco, una vacca della filosofia gravida in permanenza, diceva Reger, che pascolava sui prati della filosofia tedesca e che per decenni ha lasciato cadere il suo lezioso sterco nella Foresta Nera. Heidegger era per così dire un fedifrago della filosofia, diceva Reger, uno che era riuscito a mettere nel sacco una intera generazione di studiosi tedeschi. Heidegger è un episodio rivoltante nella storia della filosofia tedesca, diceva ieri, Reger, un episodio di cui sono stati responsabili  e sono tuttora responsabili tutti gli uomini di cultura tedeschi. Oggi Heidegger non è stato ancora completamente svelato, la vacca heideggeriana è dimagrita, è vero, ma il latte heideggeriano viene ancora munto. La fotografia di Heidegger coi pantaloni alla zuava infeltriti davanti alla finta casamatta a Todtnauberg, mi è del resto rimasta in mente come una foto più che rivelatrice, il filisteo del pensiero, con il berretto nero della Foresta Nera in testa, testa in cui non ribolliva comunque nient’altro che l’imbecillità tedesca, così Reger. Quando per noi arriva la vecchiaia, di mode ne abbiamo viste tante, mode micidiali, tutte quelle mode micidiali  artistiche e filosofiche e di beni di consumo. Heidegger è un bell’esempio di come, di una moda filosofica che un giorno ha conquistato tutta al Germania, altro non rimane che qualche ridicola fotografia e qualche scritto ancora più ridicolo. Heidegger era un imbonitore della filosofia, uno che portava al mercato solo merce rubata, tutta la merce di Heidegger è di seconda mano, Heidegger era ed è il prototipo del pensatore per imitazione al quale mancava tutto, ma proprio tutto, per pensare con la propria testa. Il metodo di Heidegger consisteva nel ridurre senza alcun riguardo le grandi idee altrui alle proprie piccole idee, proprio così, Heidegger ha rimpicciolito ogni cosa grande in modo tale da ridurla alla portata dei tedeschi, mi capisce, alla portata dei tedeschi, diceva Reger. Heidegger è il piccolo borghese della filosofia tedesca che ha messo in testa alla filosofia tedesca il suo nero berretto da notte kitsch, che Heidegger, come è noto, portava sempre, in ogni occasione. Heidegger è il filosofo dei tedeschi in pantofole e berretto da notte, nient’altro che questo. Non so, diceva ieri Reger, ma ogni volta che penso a Stifter penso anche ad Heidegger e viceversa. Non è certo un caso, diceva Reger, che Heidegger, esattamente come Stifter, sia stato e sia tutt’ora il filosofo prediletto delle donne inacidite, e infatti, come le infermiere operose e le suore operose si cibano di Stifter, essendo Stifter, per così dire, la loro pietanza preferita, così, per gli stessi motivi, esse si cibano anche di Heidegger. Ancora oggi Heidegger è il filosofo prediletto del mondo femminile tedesco. Il filosofo delle donne, questo è Heidegger, il filosofo dell’ora di pranzo, particolarmente adatto all’appetito tedesco di filosofia, servito direttamente dalla padella dei dotti. Se le capita di recarsi a un ricevimento della piccola borghesia o anche della piccola borghesia semiaristocratica, è molto probabile che Heidegger le venga servito già prima dell’antipasto, lei non ha ancora tolto il cappotto che già le viene offerta una fettina di Heidegger, e non si è ancora seduto e già la padrona di casa è entrata portando Heidegger, per così dire, assieme allo sherry sul vassoio d’argento. Heidegger è un piatto forte della filosofia tedesca, e fa sempre un figurone, lo si può servire ovunque e a qualunque ora, diceva Reger, e in qualunque ambiente. Non conosco filosofo che sia oggi più declassato di lui, diceva Reger. Del resto per la filosofia  Heidegger è oggi fuori gioco, se ancora dieci anni fa era ritenuto un grande pensatore, ormai non è nient’altro che un fantasma il quale, per così dire, si aggira nei salotti pseudointellettuali durante i ricevimenti pseudointellettuali, sommando alla ipocrisia del tutto naturale tipica di quegli ambienti una ipocrisia artificiale. Anche Heidegger, come del resto Stifter, è un budino di letture, insapore ma facilmente digeribile, per l’anima tedesca  media. Con lo spirito filosofico Heidegger ha tanto poco a che fare quanto Stifter con la letteratura, in rapporto a filosofia e letteratura Heidegger e Stifter non valgono praticamente niente, anche se io colloco Stifter più in alto di Heidegger, che ho sempre trovato repellente, perché in Heidegger mi ha sempre disgustato tutto, non soltanto il berretto da notte in testa e i mutandoni invernali tessuti a mano e stesi sulla stufa che lui stesso si accendeva a Todtnauberg, non soltanto il suo bastone della Foresta Nera tagliato in casa, ma per l’appunto la sua filosofia della Foresta Nera fatta in casa, tutto in quest’uomo tragicomico mi ha sempre disgustato, tutto mi ha sempre profondamente ripugnato al solo pensiero; mi è bastato conoscere una riga di Heidegger per esserne disgustato, ma soltanto quando l’ho letto ho capito, diceva Reger; ho sempre avuto la sensazione che Heidegger fosse un ciarlatano, il quale per tutta la vita non ha fatto altro che sfruttare tutto quanto gli stava intorno, e sfruttando a destra e a manca si abbronzava sulla sua panchina di Todtnauberg: Se penso che anche persone estremamente intelligenti si sono fatte abbindolare da Heidegger e che persino una delle mie migliori amiche ha scritto una tesi di dottorato su Heidegger e che questa tesi l’ha anche scritta sul serio, mi viene ancora oggi il voltastomaco, Quel niente è senza fondamento è la cosa più ridicola, così Reger. Ma sui tedeschi fa colpo la vanagloria, diceva Reger, i tedeschi hanno una particolare  propensione, è questa una delle loro qualità più spiccate. E quanto agli austriaci, in tutte queste cose sono peggiori ancora. Ho visto una serie di fotografie che una fotografa di eccezionale talento ha fatto a Heidegger in quella sua aria da pingue ufficiale di stato maggiore in pensione che ha sempre avuto, diceva Reger, e un giorno gliele mostrerò; in quelle fotografie Heidegger scende dal letto, si rimette a letto, Heidegger dorme, si risveglia, indossa i mutandoni, infila i pedalini, beve un sorso di mosto, esce dalla casamatta e contempla l’orizzonte, intaglia il bastone, si mette il berretto, si toglie il berretto dalla testa, tiene il berretto in mano, divarica le gambe, alza la testa, china la testa, mette la mano destra nella sinistra di sua moglie, sua moglie mette la mano sinistra nella sua destra, cammina davanti a casa, cammina dietro  la casa, si dirige verso casa, si allontana da casa, legge, mangia prende qualche cucchiaiata di minestra, si taglia una fetta di pane (fatto in casa), apre un libro (scritto in casa), chiude un libro (scritto in casa), si china, si stiracchia, e così via, diceva Reger. Roba da vomitare. Se già i wagneriani sono insopportabili, figurarsi gli heideggeriani, diceva Reger. Ma Naturalmente Heidegger non può essere paragonato a Wagner, il quale lui sì, è stato un vero e proprio genio cui il concetto di genio si addice effettivamente più che a qualunque altro, mentre Heidegger è stato soltanto un misero serrafile della filosofia. Heidegger, questo è chiaro, è stato il filosofo tedesco più blandito del secolo, e nello stesso tempo il più insignificante del secolo. In pellegrinaggio andavano da Heidegger soprattutto quelli che confondono la filosofia con l’arte culinaria, quelli che pensano che la filosofia sia qualcosa di fritto, di cotto al forno, di bollito, il che rispecchia perfettamente il gusto tedesco. Heidegger teneva la sua corte a Todtnauberg e si faceva contemplare senza posa sul suo podio filosofico della Foresta nera come se fosse una vacca sacra. Persino il famoso e temuto direttore di una rivista della Germania del Nord si inginocchiò devotamente davanti a lui con la bocca aperta, quasi che, per così dire, aspettasse da Heidegger,, seduto sulla sua panca davanti a casa nella luce del tramonto, l’ostia dello spirito. Tutta questa gente andava in pellegrinaggio da Heidegger a Todtnauberg e si rendeva ridicola, diceva Reger. Andavano in pellegrinaggio, per cos’ dire, nella Foresta Nera della filosofia e salivano sul colle Santheidegger e si inginocchiavano davanti al loro idolo. Nella loro ottusità non potevano sapere che il loro idolo era, sul piano intellettuale, un fiasco assoluto. Non lo sospettavano neppure, diceva Reger. Il caso Heidegger è comunque un esempio molto istruttivo del culto dei tedeschi per i filosofi. Si attaccano sempre e soltanto a quelli sbagliati, diceva Reger,, a quelli che più gli convengono, a quelli più stupidi ed equivoci».

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Alba al Frainile, "Ottetto delle dissonanze"

Post n°989 pubblicato il 12 Agosto 2018 da giuliosforza

Post 910

L’immenso noce che mi impedisce la vista della casa paterna e dei ruderi della Rocca Borghese che la sovrastano, e quello più piccolo (che piantai nel 1978 in concomitanza con la posa della prima pietra del mio rifugio che avrei voluto di pace e fu di guerra), i cui rami ora quasi entrano per la finestrella della mia cella come a darmi il buon giorno, oggi sono talmente immoti da parer scolpiti nell’aria del mattino (sono le sei e venti solari): non un alito di vento, non un canto d’uccelli fra i rami, preannuncio di una delle giornate più torride di questo solleone. Anche le noci, abbondanti  e polpose, stanno, incastrate come tessere di un mosaico nell’intonaco di una parete d’aria solidificata. Ma vengo da una notte tranquilla, sorrisa di sogni leggiadri, d’una inattesa levità. E prima che le cicale intonino la loro  nenia, suonerò all’organo un adagio buxtehudiano, sperando di richiamare almeno un cinguettio di passeri e rondini, così pigri oggi ad apparire in questo cielo d’un azzurro opacizzato dal sole che avanza dominatore, superati gli ostacoli delle vette di Maiella e Gran Sasso, nel suo tragitto ormai sgombro. Oh Elio accecante, non illuminante!

*

Giorni intensi, questi miei nella mia fresca clausura. Giorni di letture e scritture amene o impegnative, ma tutte rilassanti e rasserenanti. Lasciai nell’Urbe affocata le mie angosce di malattia e di morte, e mi rifugiai là dove nacqui, a sforzarmi a rinascere. Sono persino tentato di riprendere a poetare: I Canti di Pan e ritmi del thiaso, L’Evità,  Aquae nuntiae aquae iuliae attendono da troppo tempo un quarto fratello che serenamente li accompagni all’epilogo. Accoglierà i versi del tramonto, che potrebbero titolarsi  Non pensati Pensari ,il volumetto dalle pagine di carta paglia  rilegato in  sughero e cuoio recatomi in gradito dono da Laura dalla Spagna, e che somiglia a uno scrigno: lo scrigno delle mie ultime …perle?

Pur invocati, passeri e rondini non rispondono al richiamo. Incurante mi rifugio sotto il noce, a lasciar che intoni  lei, la mia anima, il mattutino al primo sole i cui raggi tra i fitti rami stentano a trapassare, e mi immergo nella lettura di Annus mirabilis, strano romanzo storico di Geraldine Brooks, giornalista australiana inviata di guerra trapiantata in America, che narra in prima persona le vicende orribili  della peste che decimò la popolazione di  un villaggio presso Londra nel 1665-66, in uno strano stile tragico e insieme lieve, come tragiche son le vicende del pastore Mesallion, di suo moglie Elenor e della loro serva Anna (la narratrice)  dediti a curar piaghe, ad assistere moribondi, a scavar fosse, a seppellire morti e ad evocare fantasmi nelle miniere. Strano libro, insisto, che dovrebbe forse chiamarsi Annus terribilis; o forse gli sta bene mirabilis perché la protagonista finirà, tornando a vivere, tra i giardini fioriti e le stanze arabescate di un  Harem? Brooks non stona col Pasolini di Una vita violenta, che rileggo a sessanta anni dall’uscita,  col Blake bucolico dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza, col Boukowski ‘maledetto’ di  Ehi, Kafka, col Bernhard l’iconoclasta di Antichi Maestri; con gli autori dell’Ecclesiaste,  del Cantico dei cantici, del Libro di Giobbe: otto stili, otto universi, così vicini, così lontani: un “Ottetto delle dissonanze” che non stona con la sinfonia classica di una Natura qui ancora miracolosamente incontaminata.

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Riflessioni corsare: razza, razzismo, antirazzismo. Popper e 'Don Matteo'

Post n°988 pubblicato il 01 Agosto 2018 da giuliosforza

Post 909

Sto rileggendo Scritti corsari di Pasolini. E corsare sono anche un poco queste mie odierne riflessioni, di cui temo interpretazioni e reazioni. Ma questo penso e questo scrivo.

Sono giunto ad una triste conclusione: non esservi peggior razzismo dell’antirazzismo strumentale o zelotico.

De-demonizzare la parola razza per sconfiggere il razzismo

C’è razza e c’è razza, c’è, se mi è consentito il termine, ‘razzità’ e c’è razzismo. Razza è una parola innocua che continuiamo tranquillamente ad usare senza scandalo nei confronti dei nostri fratelli animali che sono, per un monista e panteista come me, ma anche per molti che monisti e panteisti non sono, semplicemente consanguinei, solo alcune tra le infinite possibili (non per nulla si parla di ‘santa diversità’) autodeterminazioni  dell’unica divina sostanza. Non si dimentichi che i più grandi delitti della storia non sono stati perpetrati  nel nome della razza, bensì di una volontà di potenza di fratelli contro fratelli, di caini contro abeli, prevaricatori, oppressori, carnefici, assassini del genere umano che mai hanno evocato la parola oggi tanto incriminata. Certo sorge il problema di come un’unica divina sostanza possa scindersi, per così dire, contro se stessa,  da se stessa possa trarre ciò che diciamo  male. Ma se per gli immanentisti il male rappresenta un problema, molto di più  lo rappresenta  per i trascendentisti, e non è certo questo il posto per discuterne.  Lasciamo dunque il male al suo mistero e torniamo a noi. Le potenze imperialistiche del passato, di ogni tempo e latitudine, perpetrarono e perpetrano i loro delitti senza evocare la parola razza. Per limitarci ai secoli a noi più vicini, Inghilterra Francia Spagna, e in misura solo di poco minore Olanda e Portogallo, per secoli impiegarono il loro tempo a distruggere civiltà, a schiavizzare le stirpi camitiche, colmando gli  oceani dei loro cadaveri, senza evocare la parola razza, più spesso anzi evocando la parola dio, dal Dio lo vuole dei crociati, al Gott mit uns dei nazisti, all’Allah akbar dei fondamentalisti islamici. Non è necessario dunque  essere “razzisti” per essere assassini. Troppi degli “antirazzisti” che giustamente denunciano i delitti di Hitler  e di Stalin e dei loro consimili non hanno proprio coscienze e mani pulite, Israele compreso, i cui comportamenti nei confronti dei Palestinesi non possono proprio dirsi esemplari e che, come la Chiesa nell’espressione petrina, continua a ritenersi in qualche modo la gens electa. Ma soprattutto non hanno coscienza e mani pulite gli Stati Uniti d’America che in nome dell’antirazzismo e di uno strano concetto di democrazia di cui si sono arrogato il monopolio, da Hiroshima al Vietnam all’Irak non han fatto e fanno che trascorrere da un eccidio all’altro, incuranti, talebani di segno opposto, se tra i bersagli siano bambini ed opere d’arte. E i loro alleati europei proseguono  nelle politiche dello sfruttamento economico, vero e proprio latrocinio  schiavistico, delle ex colonie che hanno abbandonato al caos più totale. I delitti di Hitler e dei suoi consimili di tutte le latitudini nascono dall’umana ferocia, non da una questione linguistica. Caricare la parola razza di significati negativi è offensivo, ripeto,  nei confronti degli animali, dei quali si continua senza scandalo a indicare razza, pedigree e quant’altro, anche da parte di quelli che non si riconoscono nel mio monismo.

E’ per questo motivo che trovo l’abolizione della parola razza (ignoro se si tratti di una proposta , o di un provvedimento già in atto), voluta, dicono, da Macron, dalla costituzione francese,  una ipocrisia bella e buona. Macron provveda ad affrancare le sue ex colonie, soprattutto quelle africane, dall’imperialismo economico che egli, per storia personale e preistoria, ampiamente rappresenta, di cui egli è mandatario e mandante; affranchi le sue ex colonie dalla schiavitù finanziaria che le soffoca, graffia…iscoia ed isquatra (Inf.,VI,18).  

La mia Francia, quella dei Rousseau, dei Diderot, dei Voltaire, dei Pascal, degli Hugo, dei Baudelaire, dei Maudits, dei Romantici, dei Bergson, dei Marcel dei Sartre dei Gide dei Garaudy…non è la Francia dei Macron, espressione  dei più perfidi potentati economici. J’accuse. E mi rifiuto di unirmi al coro dei di quanti a lui inneggiano per aver eliminato la parola razza dalla costituzione, nell’illusione  di nettarsi la coscienza. Viva la razza, viva le razze, viva la magnificenza di quel Dio che in esse si celebra.

*

Nel tentativo di trovare un programma passabile che facesse compagnia alla mia noia, stamane sono incappato in un episodio del ‘Don Matteo’ televisivo, nel punto in cui un giovane medico, sospettato dell'omicidio della fidanzata, cita niente di meno che Popper e il suo falsificazionismo: "Chi cerca conferme trova conferme". "Che ha detto?" del maresciallo Cecchini, meraviglia del capitano, e mia. Caspita!, ho pensato. Ho studiato e insegnato Popper (compresi i per molti aspetti discutibili tomi Hegel e Marx falsi profeti) a lungo, ma non ricordavo questa frase concisa che riassume tutta la critica popperiana ai positivismi di ogni sorta, al loro attaccamento ossessivo alla verifica dell'ipotesi caratteristica del metodo baconiano-galileiano, col ricorso ad una ripetizione senza fine della stessa esperienza (da Galileo sostituita con l'esperimento, ma poco cambia) che non garantisce il distacco critico e fatalmente conduce alla conferma dell'ipotesi alla quale si è affezionati. Nonostante tutte le critiche che sono state mosse a Popper (nel mio piccolo anche da me), credo che egli meriterebbe nuova considerazione, in epoca in cui dogmatismi di ogni sorta (paradossalmente tranne che nella scienza diventata, anche per suo merito, filosofia critica) vanno riprendendo campo attorno nel mondo in ogni ambito con tutti i rischi e i pericoli ad essi connessi.

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Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Sunt lacrymae rerum. Ancora di "Antichi Maestri". Conoscenza e dolore

Post n°987 pubblicato il 09 Luglio 2018 da giuliosforza

Post 908

Ho risognato il Gran Satiro Nolano e la Festa dei Gigli della sua città (una celebrazione che forse l’avrebbe divertito, pur scontroso e sprezzatore di plebi qual era), che con la Macchina di Santa Rosa di Viterbo e la Corsa dei ceri di Gubbio detiene il primato delle feste pagane dal simbolismo fallico nemmeno tanto celato sopravvissute all’avvento del Cristianesimo, debitamente riconsacrate. E contemporaneamente, per singolare coincidenza, fb mi propone un ricordo di qualche anno fa che mi vide spettatore divertito e disincantato, e in qualche fase anche stordito e …trasportato (alla lettera, ché nella ressa la fiumana tri travolge come un fuscello à vau-l’au quasi sollevandoti da terra) protagonista del thiaso. Ricondivido con gioia il ricordo coi miei lettori. 

Notte magica dalla terrazza dell'avvocato Paolino Fusco che festeggia il suo onomastico mentre dalla città che è tutta riversata per le strade illuminate a giorno e addobbate di mille colori salgono gli strepti dell'infinito ditirambo che si danza da tutto un popolo invasato. Cicala risalta alla luce tenue della luna o esplode luminoso e policromo al chiarore dei fuochi che i nove comitati delle corporazioni lanciano al cielo a far concorrenza alle stelle, Cupole e Gigli, simiglianti a missili su una rampa in attesa di lancio, posano nella semioscurità o improvvisamente s'avvivano emergendo fuggevoli come fuochi fatui dal ventre della Regina della Notte. Nola, Nola, città dell'Anima briaca che " fende i cieli e a l'infinito s'erge"!, O Furori Eroici, o raptamento atteonico! La Sua Ombra non più corrucciata danza per le vie la Vita con la sua gente che il tempo edace consegna integra all'in-civiltà di un mondo che il Mistero, con tutti i suoi Iddi, ha disertato, di un tempo in cui "le ninfe hanno abbandonato i bei boschi dorati".
Alba chiarissima, Esco ad immergermi nella Festa infinita.

*

Appena terminato di seguire (e di godere) su Rai5 il "Mefistofele" di Boito nella edizione del Maggio musicale fiorentino 2017.
Avrà ragione il Faust dell'Epilogo, a un passo ormai dalla morte salvifica: "Il real fu dolore e l'ideal fu sogno"? 
Lo negherò fino alla morte.

*

Osservare il tempo dall’eternità (che è da sempre, ma soprattutto in questa fase terminale della vicenda temporale del mio io empirico, il mio luogo),  seguire le rotazioni e le rivoluzioni di questo minimo irregolare minuscolo globo che chiamiamo terra galleggiante negli spazi illimiti e in essi agitantesi in tondo,  parte infinitesimale d’un pulviscolo planetario e stellare,  tra miliardi di galassie; e su di essa sapersi nei loro formicai freneticamente (vanamente?) affaccendarsi esseri pensanti che in questo momento attraverso di me si pensano e dunque sono, è piacevole e stordevole insieme. E mi sovvien del nulla terreno e del Tutto universo, e sono  scosso, e commosso. Ma più mi commuove, e mi spezza il cuore, il grido di dolore universale che dal piccolo globo sale agli infiniti spazi, un dolore così diffuso da apparire delle cose l’essenza, dall’infanzia alla vecchiezza, quasi il dolore fosse, come nell’Ecclesiaste, la condizione della conoscenza. E più mi spezza il cuore il dolore dei bambini, quasi da una Volontà cattiva  cosmica cinicamente proiettati nell’essere su questo minimo globo solo per soffrire. E udire la voce di  un bimbo al telefono tra le lacrime disperatamente singhiozzantemi: è tristissimo, nonno, essere bimbi, con gli adulti che ti stanno sempre addosso a  rimproverarti e a strillarti! Le lacrime di J. non sono nulla, esse sì sunt lacrimae , lacrimae rerum. E nelle lacrime disperate di un bimbo ri-assume (o definitivamente perde?) senso questa aiuola (rorida di lacrime, rugiada delle cose) che ci fa tanto superbi.

*

Torno a Thomas Bernhard ed al suo Antichi maestri. Con la quiete, il verde, i colori, i cinguetti del mio giardino estivo le nuove stroncature, vere e proprie  demolizioni, dello scrittore austriaco, appaiono dissonanti e il mio animo non ne resta, ormai ad esse avvezzo, particolarmente turbato Oggi è la volta dei poveri Bruckner e Stifter ridotti, ambedue come persone, come musicista il primo, come scrittore il secondo, in pezzi. Per  Stifter (tra l’altro molto caro al mio Nietzsche) sinceramente mi dolgo, ma troppo poco lo conosco per poter prendere efficacemente le sue difese. In Antichi Maestri gli attacchi ai due sommi rappresentanti dell’arte tedesca , a Linz e a tutta l’Alta  Autria bacchettona che li espresse, sono preceduti da altri, immagino non ultimi, attacchi feroci allo Stato, alla religione (particolarmente il Cattolicesimo), alla scuola, all’arte di Stato ed ai suoi rappresentanti appigionati, dai più grandi ai più piccoli. E questi attacchi voglio oggi condividere coi miei lettori, sperando di far loro cosa gradita, almeno quanto gradita essa è a me. Infine Bernhard è divertente, credo egli ne sia conscio e voglia esserlo. Le dissacrazioni messe in bocca al Reger all’interno del Kunsthistorisches  Museum viennese sono proprio per la loro radicalità, originalità, genialità spassose, come spassosi possono essere lampi e tuoni quando si è al riparo dalla loro minaccia, ben protetti dal parafulmine della mente libera e della coscienza critica.

«…Ma in un simile diabolico gioco, non ha vinto la natura, ma l’artificio, la scuola e lo Stato, non la casa dei miei nonni. Lo Stato ha costretto me, come tutti gli altri, a entrare al suo interno e mi ha asservito, lo Stato ha fatto di me un essere umano di Stato, un essere umano irreggimentato e registrato e addestrato e diplomato e pervertito e depresso come tutti gli altri. Quando vediamo degli esseri umani, vediamo soltanto degli esseri umani di Stato, servi dello S, come giustamente si dice, non vediamo esseri umani naturali, ma esseri umani di Stato sotto forma di servi  dello Stato che sono ormai in tutto e per tutto innaturali, e per tutta la vita rimangono al servizio dello Stato, il che significa per tutta la vita al servizio dell’artificio……Gli esseri umani che vediamo sono vittime dello stato e l’umanità che vediamo non è altro che il foraggio dello Stato, con cui lo Stato, sempre più ingordo, viene appunto foraggiato. L’umanità non è altro ormai che un’umanità di Stato, che ha perso, penso, ormai la propria identità. …L’umanità è uno Stato gigantesco che al risveglio, se siamo sinceri, ci fa ogni volta venire il voltastomaco. Come tutti gli esseri umani io vivo in uno Stato che al risveglio mi fa venire il voltastomaco. Gli insegnanti che abbiamo insegnano agli esseri umani lo Stato, insegnano tutte le atrocità e gli orrori dello Stato, tutte le menzogne dello Stato, e però non insegnano che lo Stato è tutte queste atrocità e orrori e menzogne. Sono secoli che gli insegnanti intrappolano i propri alunni nella morsa dello Stato e per anni e per decenni li martirizzano e li mettono sotto il torchio. Così questi inseganti attraversano il museo con i loro alunni per incarico dello Stato, e con la propria ottusità fanno perdere ai loro alunni ogni gusto per l’arte. Ma che cos’è quest’arte appesa alle pareti se non un’arte di Stato, penso. Reger, quando parla dell’arte, parla soltanto di un’arte di Stato e quando parla dei cosiddetti Antichi Maestri, parla sempre e soltanto degli Antichi Maestri di Stato, Perché l’arte appesa a queste pareti non è in realtà che un’arte di Stato, quanto meno l’arte che è appesa qui, nella Pinacoteca del Kunsthistorisches Museu. Tutti i quadri appesi a queste pareti non sono altro, davvero, che i quadri di artisti di Stato. Un’arte compiacente, un’arte cattolica di Stato, nient’altro che questo. Sempre e soltanto una faccia, come dice Reger, mai un volto…Neppure Rembrandt fa eccezione. Si guardi Velasquez con attenzione…».

Dalla furia distruttrice di Berhard nessuno si salva. Da Lotto e Giotto a “quell’essere raccapricciante di Dürer, quel norimberghese virtuoso del cesello. Tutti gli Antichi Maestri altro non sono che “fanatici della menzogna che si sono procacciati i favori dello Stato cattolico, e che a questo Stato cattolico si sono venduti”…L’aspetto infame di quest’arte coincide con quello religioso, è da qui che nasce il disgusto”. Si prosegue con Giorgione, Mantegna, ma non vengono risparmiati artisti di altri settori, musicisti e letterati, da Bach ad Haendel, a Mozart a Goethe, a Pascal, a Voltaire.

Dopo tanto furore improvvisamente Bernhard-Reger se ne esce con una ammissione consolante. “L’arte è quel che c’è di più grande e al tempo stesso di più disgustoso. Eppure noi dobbiamo persuaderci che un’arte grande e sublime esiste davvero, altrimenti precipitiamo nella disperazione. Anche se sappiamo che qualsiasi arte finisce nella goffaggine  e nel ridicolo e nell’immondizia della storia, come per altro tutto il resto, dobbiamo credere nell’arte grande e sublime, dobbiamo crederci fermamente”. Nonostante “le centinaia di dipinti mediocri che valgono molto meno della cornice che li contiene”.

L’usignolo ha smesso di cantare, ora attaccano i fringuelli e i merli a salutare l’alba nuova. Ed io mi unisco ad essi e intono con Benedetto Marcello il salmo XVIII: I cieli immensi narrano del grande Iddio la gloria. Precisamente come i Grandi Maestri, con buona pace di Bernhard, Grande Maestro!

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In memoria di Jean d'Ormesson

Post n°986 pubblicato il 21 Giugno 2018 da giuliosforza

 

Post 907

    Sono alle ultime righe del romanzo-saga  A Dio piacendo (un manniano Buddenbrook francese, ed una sorta di zoliano Rougon-Macquart in sedicesimo) del conte Jean d’Ormesson, dell’Accademia francese, l’autore che mi ha fatto più compagnia negli ultimi due anni, e solo ora apprendo che se ne è andato in pace nella notte del 5 dicembre 2017 a novantadue anni. Non gli è bastato essere stato seduto fra gli Immortali per non morire. Quasi suo coetaneo, ma senza il suo ingegno, ne sono distrutto, sono in grande lutto, lo sentivo un fratello di sangue e come un fratello di sangue lo piango. E questo lutto voglio  condividere coi miei lettori, per essi traducendo la commemorazione fattane su  Le Monde, il giornale progressista competitore del conservatore Le Figaro che egli per quattro anni diresse e col quale tutta la vita collaborò, da  Josyane Savigneau.

«Pur appartenendo  alla stirpe dei conti d’Ormesson, egli si era fatto per celia il suo proprio nome, che rifletteva bene il suo carattere faceto: Jean d’O. Più invecchiava, più Jean d’Ormesson, che è morto la notte tra il 4 e il 5 Dicembre a 92 anni, era incantevole e incantatore, coi suoi occhi azzurri e la sua aria sempre birichina. “ Ha sempre detto che se ne sarebbe partito senza aver detto tutto, e quel giorno è venuto. Ci lascia libri meravigliosi”, ha dichiarato sua figlia, Héloïse d’Ormesson. Egli pensava con ragione che la gaiezza è un atto di cortesia e voleva meritare un qualificativo quasi perduto, “in un secolo in cui domina il risentimento”: delizioso.

    Delizioso egli lo era. E buon scrittore. Ma, ammiratore dei grandi autori, guardava con disincanto alla sua opera, senza dubbio aspettandosi di essere smentito. Ha spinto questo gioco sulla letteratura  fino a scrivere un romanzo intitolato Quasi niente su quasi tutto (Presque rien sur presque rien, Gallimard, 1996). Quando gli si chiedeva se questo “quasi niente su quasi tutto” non fosse il contrario di ciò che deve essere la letteratura, “quasi tutto su quasi niente”, scoppiava a ridere, lasciando  al lettore il compito di concludere.

    Praticava a meraviglia un’arte in via di sparizione, quella della conversazione. Era brillante, mai noioso, parlava veloce e bene. Si desiderava averlo ospite in tutte le platee televisive. Non se ne esimeva, ci aveva preso gusto.

    A lungo  mi sono domandato cosa avrei fatto della mia vita”, affermava nell’incipit del C’était bien”, nel 2000 (Gallimard): un ritorno sui suoi trascorsi e sulle contraddizioni della sua vita. Poiché, benché appartenente a una grande famiglia”, non tutto era stato per lui facile. Nasce nel 1925. Suo padre, Andrè d’Ormesson, è un diplomatico, presto (nel 1936) ambasciatore di Francia. Sua madre, nata Marie Anisson du Perron, discende dai Le Peletier. Come ricorda in Au plaisir de Dieu (Gallimard 1974), ha trascorso una parte della sua infanzia nel castello di Saint-Fargeau, che apparteneva a sua madre. Seguendo la famiglia suo padre nelle varie destinazioni, anch’egli vive in Romania e in Brasile.

    Per sfuggire a Scienze politiche, Jean d’Ormesson dopo il liceo entra alla Scuola normale superiore di rue d’Ulm, appena dopo la seconda guerra mondiale. Supera l’aggregazione in filosofia e decide di passare all’insegnamento . Gli si propone un posto nell’università americana di Brin Mawr, presso Filadelfia, università per sole giovani, cosa che lo diverte parecchio. Ma cade gravemente malato.

    Nel 1950 entra all’Unesco, dove diviene l’assistente di Jacques Rueff al Consiglio internazionale della filosofia e delle scienze umane di nuovo creato, che più tardi dirigerà. Crea anche, con Roger Caillois, la rivista di scienze umane  Diogène, il cui primo numero appare nel 1953. Dichiara di detestare le riunioni e i comitati di redazione, il che non gli impedirà di dirigere il Figaro  tra il 1974 e il 1977.

    Diventa dunque direttore del giornale e, alle sue cronache, s’aggiungono degli editoriali politici che non mancano di suscitare polemiche a sinistra. Quando Robert Hersant –che era stato epurato per dieci anni per fatti di collaborazionismo- ricompra Le Figaro, nel 1975, Jean d’Ormesson, come Rymond Aron, resta. Ma tutti e due lasceranno dieci anni più tardi.

    Finalmente Jean d’Ormesson potrà consacrare più tempo alla sua opera letteraria, iniziata nel 1956 con fortune diverse. René Julliard aveva amato (e pubblicato), il suo primo testo, L’amour est un plaisir. Ma, dopo parecchi smacchi, non provando molto piacere per il masochismo, dà addio alla letteratura pubblicando Au revoir e merci, nel 1966 (riedito da Gallimard nel 1976).

     Un anno più tardi sopravviene un evento drammatico: egli deve decidersi a vendere il castello materno di Saint-Fargeau. E, agli inizi degli anni ’70, tutto cambia nella sua esistenza: scrive  La gloire de l’Empire, un pastiche di resoconti storici. Roger Caaillois  ne è entusiasta e porta il manoscritto  a Gallimard, che lo pubblica (1971). Per questo libro, Jean d’Ormesson riceve il gran Premio del romanzo dell’Accademia francese. Nel 1973, a 48 anni, entra sotto la Cupola occupando la poltrona di Jules Romain e diventa il più giovane accademico di tutti i tempi.

    Lo si ritrova nel 1974 con un testo più impegnativo, Au plaisir de Dieu, che narra la fine di un mondo, quello della sua famiglia. Il successo, d’allora in poi, non lo abbandonerà più. Dieci libri in quindici anni –sempre nella classifica dei più venduti-, fino a quella Histoire du Juif errant, nel 1990, seguito da La Douane de mer nel 1994 e poi da Presque rien sur presque tout, nel 1996, tre romanzi (Gallimard) nei quali Jean d’Ormesson tenta una spiegazione del mondo.

    Si sa, coi suoi articoli del Figaro – ha continuato a collaborare dopo aver lasciato la direzione- Jean d’Ormesson non ha mai disdegnato  scontri e polemiche. I suoi attacchi contro coloro che a destra venivano designati come i ‘social-comunisti’ , gli sono anche valsi, durante la guerra del Vietnam, ad essere bersaglio di una canzone di Jean Ferrat, Un air de liberté  (1975). Si dimentica talvolta quello che egli ha meravigliosamente scritto sugli scrittori. Tra le sue migliaia di articoli, ne sono stati scelti alcuni per riunirli in volumi.

    Nel 2007, a ottantadue anni, fa dono di una nuova raccolta alla figlia Héloïse, che ha creato una sua casa editrice. In questo Odeur du temps (ed. Héloïse d’Ormesson, si misura tutto il suo amore della vita, si capiscono meglio le sue passioni e i suoi entusiasmi. Non è che una sorta di autobiografia sviata, con quanto basta di ricordi di famiglia e di viaggi.

    In questi articoli si ama lo stile energico, il senso delle formule, degli schizzi, dei ritratti acuti, rapidi. E si scopre che Jean d’Ormesson possiede un’altra qualità molto rara: sa ammirare. Così, François Mauriac occupa un largo spazio, forse perché in lui “s’incarnavano tutti i talenti di uno spirito nel contempo classico e moderno e il genio della lingua portata alla sua perfezione. E’ questo incontro così raro a dare a François Mauriac , scrittore e giornalista, tutte le sue garanzie di eternità”. Paul Morand, al contrario detestava il giornalismo. Sorprendente, quando si sono scritti libri su città, “così tanti servizi geniali in cui il mondo moderno brillava di tutti i fuochi nuovi delle auto sportive, del cinema e del jazz”.

    Capire, amare: due parole che sono il motore di Jean d’Ormesson in tali articoli, Celebra Aragon. Del tutto immune  dalla gelosia e dal dal risentimento che fanno detestare i suoi contemporanei, egli sa anche rendere omaggio ai suoi epigoni. Patrick Besson, che ha “più talento degli altri, e forse come nessun altro”. Gabriel Matzneff,  “un saltatore latinista, un seduttore intellettuale, un dialettico metafisico”. E chi è “questo classico ribelle e burlone, dotato come nessun altro”? Forse d’Ormesson stesso? No, Philippe Sollers, che, come lui, si rifà a queste parole di Stendhal: “L’essenziale è fuggire gli sciocchi e mantenerci nella gioia”.

    Egli ha anche aiutato Marguerite Yourcenar a forzare i portoni dell’Accademia francese, con “quell’opera esplosiva scritta in quello stile supremo che rigetta nella preistoria le falesie e le leziosaggini della pretesa scrittura femminile”. Non si è trattato di una affaire da poco. Si è nel 1979, et Jean d’Ormesson, che era allora, cinquantaquattrenne, un ‘giovane’ all’Accademia, ha l’idea, all’epoca stramba, di far entrare una donna sotto la Cupola. Gli accademici perdono il controllo.  Abbondano le battute oscene- Yourcenar è davvero una donna?, con allusione alla sua vita sessuale. Forse la si può eleggere perché scrive come un uomo. Contro ogni attesa, Marguerite Yourcenar viene eletta il 6 marzo 1980 sulla poltrona di Roger Caillois. Nel gennaio 1981, è Jean d’Ormesson che la riceve.

    Negli ultimi anni della sua vita, Jean d’Ormesson ha conosciuto una consacrazione che gli ha fatto certamente più piacere della sua elezione all’Accademia francese. Nel “015, la prestigiosa ‘Biblioteca della Pléiade’ di Gallimard ha pubblicato un volume dei suoi romanzi. Ne ha fatto la scelta lui stesso. Ma non per questo egli ha smesso di scrivere. Nel gennaio 2016 appare da Gallimard un eccellente Jean d’Ormesson, senza alcun dubbio uno dei suoi migliori, Je dirai malgré tout que cette vie fut belle: una traversato, non del secolo ma dei secoli,, da Racine a Paul Morand, da Saint-Simon a François Mitterand e molti altri. Un libro testamentario? Jean d’Ormesson lo ammette nelle ultime pagine Tuttavia nell’ottobre 2016, edito insieme da Gallimard e da Héloïse d’Ormesson, egli ha pubblicato un breve Guide des égarés.

    Tutte le sue lotte, come tutti i suoi libri, sono dominate da una passione che orienta un destino, quella della lettura. Jean d’Ormesson sapeva che ci saranno sempre dei folli capaci di astrarsi dal gioco sociale ed entrare  nell’universo di uno scrittore. Allor, “finché ci saranno dei libri, gente per scriverne e gente per leggerne, non tutto sarà perduto in questo mondo che a dispetto delle sue tristezze e dei suoi orrori noi abbiamo tanto amato.”.

    Così Josiane Savigneau. Ma quant’altro ci sarebbe da scrivere su Jean d’Ormesson, che qui non è accennato! Del suo sviscerato amore per l’Italia, per esempio, delle sue città, dei suoi luoghi, soprattutto quelli ignorati dal turismo organizzato, dei suoi amori capresi. E dell’origine della sua famiglia, imparentata con San Francesco di Paola, per via della di lui sorella che, seguitolo alla corte di re Luigi XI, aveva sposato un nobile cortigiano  (questo spiega uno dei Nomi dello scrittore, François de Paule appunto); e del motto araldico, diventato il titolo del suo più noto romanzo, Au plaisir de Dieu, già presente  dal secolo XVI nella chiesa di San Giovanni a Porta latina. Ma ora lo lascerò in pace, immaginandolo ancora a me vicino sorridente e ammiccante, mentre leggo in originale due dei suoi deliziosi libricini, acquistati per l’occasione alla Librairie française di Piazza San Luigi dei Francesi: uno dei primi, Un amour pour rien, ambientato a Roma, nell’edizione Julliard del 1960 ripresa da Gallimard (gennaio 2018), e uno degli ultimi, Un jour je m’en irai sans avoir tout dit (Editions Robert Laffont, Paris, 2013).

    Cap. XXIV, Preghiera a Dio

    E’ a te ora che io rivolgo, Dio del cielo e della Terra. Origine e sostegno delle idee e delle cose, padrone del tempo e dell’eternità. Ho sempre pensato che io ti dovevo tutto e in primo luogo il mio passaggio in questo mondo di cui ho con forza creduto che sei stato tu a crearlo e che e che non continuerà ad esistere che per tuo volere.

    Non è escluso, così debole io sono e così stupido, che io mi sia sbagliato e che tu non esista. Si sia trattato di un bel sogno che mi impedito di affondare nell’assurdo e nella disperazione, perché, leggenda o realtà, tu mi avrai fatto vivere un po’ al di sopra  della mia bassezza inutile, non per questo io benedirò di meno il tuo grande e santo nome.

    Ma se tu esisti, in un modo o in un altro, nella tua eternità… ah! se tu esisti… allora, quando comparirò davanti a te e alla tua gloria nascosta, lo spirito ancora tutto pieno di Maria e prostrandomi ai tuoi piedi, ti dirò solamente:

־ Grazie  

    E tu, se esisti e se lo vorrai, nel tuo amore senza limiti per tutto ciò che è stato, ti chinerai verso di me che non sarò più che un ricordo e mi dirai con bontà e forse con un sorriso: ti perdono. (Un jour je m’en irai sans en avoir tout dit, pp. 264-265)

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 

 
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Di Federico II der Grosser, della musica, della guerra e d'altre cosucce.

Post n°985 pubblicato il 11 Giugno 2018 da giuliosforza

Post 906

    La figura di Federico II Der Grosser di Prussia, politico e guerriero spietato e nel contempo raffinato musicista, compositore e flautista, convinto illuminista, amico fraterno di Diderot e di Voltaire, mi ha sempre  rappresentato un problema. Mi son chiesto e mi chiedo come possa un intimo di Euterpe, un frequentatore delle stanze segrete di Frau Musika, amico e confidente delle nove Sorelle, chiaro spirito apollineo, tutte cose che secondo il comune sentire  son fatte per ingentilire gli animi, dirozzare e raffinare  caratteri e ingegni, ammansire le belve (quello spirto guerrier ch’entro ci rugge), addolcire asperità, flectere quod est rigidum, fovere quod est frigidum, regere quod est devium, come possa un cotale personaggio essere inabitato da istinti così contraddittori, alimentare passioni tanto tra sé cozzanti. Non mi do risposta né in fondo più di tanto mi cale. Grande è il mistero di Frau Musika, che può lenire affanni, consolare e rasserenare ma anche alimentare ed accompagnare in forma di canto o di squilli di tromba gli assalti alla baionetta. Da Tirteo in qua molti politici, i ritenuti tra i più efferati, erano, Stalin escluso, amanti della musica e di essa  nutrivano i propri riposi, una volta abbandonati agli ozi di Marte. Un poco, anzi tanto, puttana può esser Frau Musika e nel contempo non smettere di interpretare, meglio di filosofie, religioni ed arti consorelle, i sensi più riposti del reale, violare con Orfeo persino i confini degli inferi,  profondare (ertrinken, versinken, unbewusst, höchste Lust!)  con Isotta nel gran Mare dell’Assoluto, sondare il  poly’  pèlagos tou kalou’.

    Ancora più fitto il mistero Federico II. Ma tutto ci si può attendere dal supremo umorista progettatore di quel capolavoro dello spirito illuminato in pietra che è la sua residenza postdamiana. Tutto ci si può attendere da chi spinge la sua provocazione e la sua irriverenza fino a far imprimere sulla facciata uno dei più divertenti e concisi calembours della storia: sans, souci. Dove la virgola dopo sans (niente) non è un refuso: virgule, virgola, è un diminitivo di virga, che sta nel latino popolare, per pene. Né un refuso è il punto (point, niente, significato passato nel toscano punto) dopo soucis. “Senza preoccupazioni”, certo, ma  solo …senza c. niente (point) preoccupazioni! Birbone d’un Federico, flautista eccelso!

*        

    Quelle che seguono sono note sparse di diario già note agli amici di fb. Le ripubblico qui per i lettori del blog non frequentatori di quel salotto virtuale, che si sta giorno dopo giorno trasformando in una piazza cosmopolita (talvolta con dignità di agorà, ove, insieme a tante sciocchezze, volgarità e liti incivili dettate da livori ‘politici’,  si ha il piacere di leggere discorsi che nulla hanno da invidiare, in acume, ironia, lepidezza, a quelli dei frequentatori delle antiche agorài) che molti, io stesso, sono stati tentati sprezzantemente, ma stupidamente,  di snobbare. Lo so che Dio parla nel silenzio e nella solitudine. Ma quale più profondo silenzio, quale più vasta solitudine del silenzio e della solitudine delle segrete stanze dalle quali attraverso l’etere l’anima spicca un volo che nessun Icaro avrebbe mai potuto immaginare ed entra in comunicazione con l’Universo, con esso ri-fondendosi, riconquistando l’Unità primigenia?

*

    Chiedo l'aiuto di un tecnico del suono. Mi si verifica un fenomeno strano, per altro assai piacevole, una vera e propria sorpresa. Il mio stereo è sempre acceso, sintonizzato sul canale rai classica. Oggi ho voluto provare ad accedere contemporaneamente allo stesso canale via tv 'per vedere l'effetto che fa'. Ebbene, è successa una cosa per me straordinaria: i suoni delle due fonti non combaciano, ma si inseguono, a distanza di una battuta, a effetto 'canone', o eco. E il mio orecchio non li avverte cacofonici o discordanti, ma semplicemente più pieni e robusti, e quasi inseguentisi in una gara di perfezionismo e di velocità a chi arrivi prima al traguardo. E che quiete allorché si raggiungono e stanno!

    A questo punto rinuncio anche a conoscere il motivo tecnico del fenomeno. Svanirebbe l'incanto

    P.S. Il mio orecchio sinistro è da anni completamente spento, ma terribilmente rumoroso, forse a causa forse di un microtrombo. Chissà quale ancor più meraviglioso effetto...a due orecchi!

*

    Ciclisti: tra tutti gli sportivi la categoria più sventurata. Passano da forsennati tra i più bei panorami, città monti e valli, ma non vedono né si godono nulla, intruppati come sono, gli occhi fissi a terra come quadrupedi, tutto l'essere teso, anima e corpo, con sforzi sovrumani alla conquista di un traguardo che, pur se raggiunto, è sempre, per la maggioranza di essi, deludente o inadeguato. Ho pietà dei ciclisti, peones delle due ruote.

*

    Riflettevo: il mite e dimesso, così dicono, Mattarella, ha fatto scherzando scherzando un vero e proprio colpo di stato ... leonino (il gioco mi è consentito per essere egli stato alunno, per chi non lo sapesse, dalle elementari alla maturità, dell'istituto religioso romano "San Leone Magno") autoproclamandosi presidente di una repubblica presidenziale, abolendo de facto quella parlamentare. E non c'è un cane di "resistente" che se ne adonti. Chapeau.

*

    Io a Giancarlo Gidaro, che chiede la mia opinione sulla vexata quaestio della presunta italianità di Shakespeare.

    Caro Giancarlo, da secoli se ne discute e la questione resta aperta. Ma non mi tange. A me basta sapere che Giovanni Florio, italiano anglicizzato, era amico e discepolo e protettore di un tal Giordano Bruno nel suo periodo londinese, e traduttore, fra gli altri, di Boccaccio. E che Shakespeare fu uno strumento dello Spirito Universale, a quell'epoca paludato di rinascimentale italianità. Tutto il resto, diceva il grande scespirista Melchiori, ch'ebbi l'onore e il piacere di rispettare collega, tutto il resto è inutile chiacchiericcio.

*

    Ad Alessandra Carfagna, dottissima e polemicissima amica.

    Cara Alessandra, io, anarchico e libertario, da giovane (non mi tolga amicizia e saluto) fui gollista, e con gli amici pacciardiani (ex di ogni colore, compreso il fondatore di Paese Sera Smith e il generale antifascista Raffaele Cadorna, già comandante partigiano dei Volontari della Libertà) mi auspicai una Repubblica presidenziale di tipo gollista, per la quale ancora adesso, sempre più (paradossalmente?) anarchico e libertario ( e ne ho pagato il fio in questa repubblica degli stracci) non proverei particolare ripugnanza . Mattarella è presidente di una repubblica parlamentare (o mi sbaglio?) e non può assumersi poteri e prerogative che sono di un presidente di repubblica presidenziale. Ciò detto mi taccio, lasciando a voi esperti di diritto costituzionale l'ultima parola, se mai ci sarà. L'aquila dell'Assoluto, come diceva lo Stoccardiano (o stoccardese?), cambia di tanto in tanto nido. Ora se l'è rifatto in Germania fra le capaci braccia della Merkel, e Mattarella non può che prenderne atto. e comportarsi (vilmente, donabbondianamente?) di conseguenza. Buona giornata, pasionaria Ale!

*

    Questo è un libero pensiero di pensatore libero che mi procurerà qualche antipatia.

    Deve essere proprio tanta la strizza che quei due ragazzoni (soprattutto uno di essi) stan facendo venire ai poteri forti se una così furiosa canea si va scatenando nei loro confronti in alcuni ben individuati settori della politica e della finanza italiana, europea (soprattutto tedesca) e persino mondiale. Finirà che mi diventeranno simpatici e suggerirò loro il grido che fu di quel papa gigantesco, Giulio II Della Rovere (nomen omen) che osò confrontarsi col titano dei titani Michelagnolo Buonarroto: "Fuora i barbari"! (dove i barbari non sono per me, a scampo di equivoci, gli immigrati -"Chairete xenoi!"- ma i ripugnanti adoratori dello sterco del diavolo).

*

    Condivido non immaginate con quanto piacere una riflessione all’acido di Anton Monti dalla Finlandia. Non solo ‘chi vede dall’alto vede giusto’ (Victor Hugo) ma anche, direi soprattutto, chi vede da lontano.

     Io ho avuto la fortuna di vivere da ragazzino in Italia un periodo quando i presidenti della repubblica non contavano nulla. C'era Saragat che era pagato dalla CIA, c'era Leone - che peraltro era molto simpatico - che era pagato dall'industria militare americana e c'era quel vecchio rincoglionito di Sandro Pertini che l'unica cosa buona che fece fu quella di andarsi a vedere la finale del mundial del 1982. Essere del PSI ed essere peggio di Berlinguer: ce ne vuole. Pertini riuscì pure su quello. Però non contavano nulla i presidenti all'epoca. Poi arrivò il buon Cossiga, ma io me ne stavo già andando. Cossiga aveva capito tutto perché era la nostra faccia speculare. Non sopporto tutte le menate del Kossiga con la kappa e le SS. Facevamo sul serio noi e faceva sul serio lui. Finita la storia riconobbe la realtà storica e probabilmente era per l'amnistia. Poi sono arrivati quelli del mondo di mezzo e dopo di loro Napolitano e adesso Mattarella. Sarcofaghi, mummie di un centro ed un centrosinistra morente. Gente che dovrebbe solo farsi da parte. E come al solito questi dell'ex-PCI o i democratici-cristiani di sinistra sono i peggio”.

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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In "memoria" del Sessantotto. Omaggio a Karl Marx

Post n°984 pubblicato il 19 Maggio 2018 da giuliosforza

Post 904

    In ‘memoria’ del Sessantotto
    Oltre che il bicentenario di Marx quest’anno si celebra il cinquantenario del 68. Io non so trarre consuntivi, non so se è vero che i sessantottini italiani si sono tutti benissimo integrati nella società e nel sistema contro cui si scagliavano; ricordo gli eventi, anche tragici, della mia università; ricordo le provocazioni e le minacce a me (giovane abbastanza allora per capire le ragioni del disagio, vecchio abbastanza per intenderne la natura velleitaria e non piegarmi agli scalmanati che intendevano impormi il modo di far cultura e la maniera di trasmetterla -contenuti e metodo!), perché mi rifiutavo di mettere il cervello all’ammasso; ricordo che mi piacque il Maggio francese, padre di tutti gli altri maggi europei, e il suo grido prossimo alla blasfemia “Ni Dieu ni Mao ni Castro”, da noi inosato e inosabile; mi piacque da parte di intellettuali di ogni estrazione l’approfondita riflessione che sul fenomeno si fece oltr’alpe; e ricordo tante altre cose che scrissi nel post del 28 Ottobre 2014 sul mio blog, che qui appresso perciò ripropongo (non senza inviare un pensiero commosso a Jean Onimus, scomparso nel 2007 a novantotto anni) e che rappresenta il mio contributo a quel Sessantotto che nel suo meglio riposa in pace, e nel suo peggio è tentato di resuscitare. Quod di avertant
   

“Post 755 (803 secondo la numerazione automatica di Libero)
   

    Jean Onimus, L'asphyxie et le cri. Autori vari, Les idéologies dans le monde actuel
   

    Tra il 1970 e il 1978, prigioniero di una angusta mansarda la cui piccola finestra ovale, somigliante all’oblò dell’arca di Noè, dava su quel mare di nebbia che nelle albe estive è la Piana del Cavaliere, e sulle montagne del primo Appennino abruzzese, tradussi per l’Editore Armando vari libri, tre dei quali soprattutto mi piace ricordare. Ero allora in piena crisi mentale ed esistenziale, ed essi più di tutti mi aiutarono a superarla. Vissero con me il mio dramma solitario, insieme ai giovani amici che nelle alte notti, sapendomì colà recluso, appostati tra le rocce del castello diruto, ad alta voce mi invitavano alle loro bisbocce, delle quali cento volte ero stato l’animatore. O tempora!
   

    Il primo fu, nel ’71, Les idéologies dans le monde actuel, di autori vari (tra i quali Max Gallo, Michel Amiot, Jean Onimus. Jacques Merleau-Ponty). Era scritto in quarta di copertina: “Al di là delle tensioni sociali, economiche e politiche che lo dilaniano, il mondo attuale è il campo di battaglia delle ideologie. E’ che in una società tecnologica, sono le ideologie a produrre il valore e a dare un senso all’esistenza. In qual misura tali sistemi di idee sono dei paraventi, delle illusioni, una non-scienza? In qual misura creano uno spazio mentale indispensabile all’equilibrio umano? Quali ne sono i fondamenti o le origini? E’ possibile trascenderle? In quale misura sono delle filosofie, dei linguaggi, degli strumenti di lotta o degli alibi? Tali sono le domande, di una evidente attualità, alle quali questo libro tenta di dare una risposta”.
    Certo il libro è datato, oggi le ideologie sembrano tramontate, molti ne lamentano nostalgicamente la fine, un vento disorientante di relativismo soffia sul mondo: Ma non è il relativismo stesso una ideologia, la… peggiore delle ideologie? Non per me, se serve a risvegliare il senso critico, a dare una scossa alle coscienze addormentate, assopite, oppiate. Ché le ideologie saran pure scomparse, ma di sicuro non, ahimé, gli oppiacei!
Il secondo fu, sempre del Settantuno,
L’asphyxie et le cri, di Jean Onimus. Lo spirito del libro è già tutto nel titolo, l’asfissia e il grido. Anche questo testo è naturalmente datato, di ben altra natura sono oggi le inquietudini della gioventù, ben diversi i suoi problemi che non quelli della società del benessere sessantottina. Eppure a tanta distanza di anni la passione del professore nizzardo (giovane allora quanto bastava perché non fosse accusato di giovanilismo) conserva ancora tutta la sua freschezza e condividerla non è difficile. Egli può essere ritenuto una sorta di Marcuse francese, meno pedantemente sociologista (Onimus ce l’ha coi sociologi sistematici e le loro asfittiche e sovente settarie analisi del corpo sociale trattato non come organismo vivo ma cadavere da sezionare -pour disséquer il y faut le cadavre), All’uscita del libro, pubblicato dalla Desclée De Brouwer, editrice di ispirazione cristiana, la stampa francese si divise: chi applaudì, chi condannò, chi sospese il giudizio; tutte lusinghiere quelle qui di seguito riportate, delle quali due cattoliche, stranamente concordanti (in un organismo complesso come quello cattolico militante molte -troppe?- son le anime a convivere). Scrisse Maurice Clavel, il vivace ed inquieto giornalista e filosofo che visse sulla sua pelle varie esperienze, da quella pétainiana, a quella resistenziale a quella gaullista, sul Nouvel Observateur: “Vi trovo (in L’asphyxie et le cri) uno stupore, una contestazione radicale quanto la mia, e sotto certi aspetti maggiore, sotto forma di un canto d’amore e di un inno di gratitudine verso la gioventù dell’Occidente, ribelle, repressa, malata e messa al bando, che ha semplicemente salvato il mondo o gli ha offerto una possibilità di salvezza”. 
    Lucien Guissard su
La Croix, il principale organo della stampa cattolica francese: “ E se fossero i giovani ad aver ragione, perché i loro occhi sono puri e le loro esigenze ancora preservate dagli accomodamenti e i tradimenti degli adulti? Non si può rigettare con una alzata di spalle questa domanda. L’Asphyxie et le cri è un tentativo di risposta. L’autore vi ha messo cuore, lealtà, un sentimento acuto delle ricchezze morali il cui doloroso inventario è vissuto in una effervescenza davvero rivoluzionaria”.
    Meno diffuso, ma altrettanto partecipe, A. Blanchet, su
Etudes, la famosa rivista dei gesuiti francesi fondata nel 1856 (sul modello dell’italiana La Civiltà cattolica, fondata a Napoli sei anni prima): “Jean Onimus prende deliberatamente la difesa della gioventù ribelle, che affonda in un universo sempre più scientistico, meccanicistico, conformista, prosaico… “.
Io per mia parte uscii da quelle letture assai più prudente. Avevo vissuto sulla mia pelle il Sessantotto, che all’Università di Roma era stato particolarmente violento, testimone, pur se non oculare, di due morti violente. Libertario ed anarchico per natura, avrei dovuto essere con gli studenti senza tentennamenti, e potuto cavalcare con naturalezza la tigre sessantottina, come molti dei miei giovani colleghi fecero assicurandosi veloci e prestigiose carriere e grasse prebende. Ma il discorso si fa qui complesso, e merita che lo affronti a parte. Lo farò in uno dei prossimi post, dopo aver riferito del terzo libro che in quegli anni tradussi, sicuramente il più originale e provocatorio, almeno in Italia, ove il nome di Karl Marx, con quello di Mao, non poteva in quella temperie politica e culturale essere pronunciato invano”.

 

*

    Omaggio a Marx, un altro immenso tedesco, nel suo bicentenario. 
Non fui e non sono marxista, sempre, anche se ereticamente, ma non alla maniera di Marx, hegeliano. Eppure a Marx dedicai quasi un anno della mia vita traducendo per Armando Armando una delle sue più belle biografie scritte, con acume, "esprit de finesse" ed irriverenza tutti femminili, dalla francese Françoise Lévy. Meriterebbe una ristampa, Ma Armando Armando da tempo non è più, e la casa editrice che porta il sua nome è tutt'altra cosa...

    Voglio precisare che il libro in questione, Karl Marx. Storia di un borghese tedesco, non è un libro scritto da un marxista sul marxismo, ma da una giovane (allora) professoressa dell'Università di Nizza, la radicale ebrea Françoise Lévy, che con una documentatissima indagine guarda il Marx privato dal buco della serratura, restituendocelo in tutta la sua umanità, in tutte le sue debolezze, in tutte le sue incongruenze: un'opera di demitizzazione che al marxista 'critico' non dovrebbe dispiacere. Nell'82 il libro fece scandalo, non dovrebbe farlo oggi che, grazie agli dei, si sono infranti i monoliti delle ideologie. Riproduco la quarta di copertina che molto bene sintetizza il senso dell'opera della Lévy.

    “ Non mancano nella storia della cultura esempi di uomini celebri, artefici di autentici monumenti del pensiero, le cui vicende, sottoposte a una risentita indagine, finiscono per offrire una sconcertante smentita alla ideologia professata. Si pensi a Fröbel oppure a Rousseau, le cui meschinità, le cui miserie, le cui cadute sul piano della vita vissutasono il rovescio esatto delle finissime nuances che animano lo spirito del solitario di Ginevra.

    E’ il caso anche di questo Karl Marx affidato alle cure di Françoise Lévy, la quale in limine al suo saggio dichiara di voler deliberatamente assumere nei riguardi del filosofo di Treviri il punto di vista di colui che spia con puntiglio le debolezze del proprio eroe, cercando di sorprenderlo nella sua intimità più indifesa.

    Vediamo così delinearsi davanti ai nostri occhi il ritratto sorprendente d’un Marx en pantoufles, afflitto da manie e comportamenti che più borghesi e filistei non si saprebbe immaginare: il descrittore acerrimo delle contraddizioni del capitalismo, il teorico del feticismo alienante delle cose, insegue avidamente i piaceri, gli agi, i confort che la forza del denaro assicura; la ‘dimora’, luogo quasi demoniaco della interiorità borghese, lo affascina a tal segno da fargli ricercare case sempre più comode e belle. Non gli sono estranei neppure gli amori ancillari, fra cui spicca quello per la servante au grand coeur; né i più meschini pregiudizi, quando si tratta di provvedere la dote alle proprie figlie.

    Sciovinista, con una punta di predilezione per le virtù del popolo tedesco, da fargli pericolosamente ormeggiare il Deutschland über alles, egli giunge ad avere un atteggiamento distaccato persino nei confronti dei propri correligionari, di cui stigmatizza le deviazioni culturali.

Quasi ad ogni pagina di questo lungo inseguimento della duplicità marxiana scovata dalla Lèvy, di sotto all’alterigia dell’autore d’un nuovo vangelo, finisce così per trasparire la faccia del bonhomme avvilito in piccole cure, del pater familias attaccato alla roba.

Un Marx che scende dal piedistallo, dove l’avevano pomposamente collocato e riverito per più di un secolo i suoi apologeti?

    Anche da noi, recentemente, qualcuno ha cominciato per suo conto a tagliuzzare la barba al profeta, facendogli lo sfregio di preferirgli addirittura Proudhon. Ma la Lévy non propone soluzioni alternative, non va in cerca di ideologie altrettanto fumose ed erronee, resta all’interno del problema Marx, uomo e pensatore. La vivisezione rigorosa a cui lo sottopone, documenta con materiale di primissima mano e con notizie spesso inedite, lungo un excursus che va dalla stagione degli studi agli anni napoleonici, è di quelle che lasciano il segno, anche sui lettori più ideologizzati.”

 

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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