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Vick anniversario. Il leccio antico. Strindberg. Manfroce. Pedrotti

Post n°1136 pubblicato il 14 Agosto 2022 da giuliosforza

1037

   Tardo pomeriggio di un 6 di Agosto. Passeggiata al leccio tra i due ponti. Memorie antiche, ormai solo memorie (o presagi?)

   Mattino e pomeriggio afosissimi. Cielo plumbeo. Ma non pioggia. Solo cappa di piombo. Ma la cappa di piombo non pesa sul cervello a obnubilarlo o sulla memoria a cancellarla. Anzi. Mentre il borgo impazza tra botti, fuochi d’artificio, rumori assordanti che dicon musiche urlanti dagli altoparlanti, dionisiaci thiasi cui un pur minimo afflato apollineo è alieno, gare ludiche (unica lieta nota tra le insopportabili baraonde festaiole) di bambini in Piazza Nuova, io passeggio solitario nel breve tratto di strada che va da piazza della Peschiera alla ‘Macera Noa’ non più ravvisabile (come più non si ravvisa la sovrastante ‘Roccia del Gufo - anfratto benedetto per solitarie effusioni amorose), e che, dopo Ponte secondo, scorre come un ruscello d’asfalto che la Lacciara antica, già arida terra di semine e pascoli, ora folta macchia riparo  a stuoli di cinghiali, sventra, e permea nel seno profondo tra due folti verdi ormai quasi foreste. E, fra un saluto e l’altro ai rari volti antichi e nuovi incrociati, come me promeneurs ma non, alla Rousseau, solitaires, o alla Novalis Wanderer ma non pellegrini a  Sais, o alla Heine reisende ma non allo Harz, o alla Hӧlderlin viatori ma non  viandanti che ascoltano l’essere’, penso e penso, rammento e rammento.

   L’antico leccio della mia infanzia sta, immortale, ancora lì, fra i due ponticelli indistruttibili di pietra dura splendidamente innalzati da mastri antichi alla foggia classica e sovrastanti gli ormai invisibili – le erbacce li soffocano - torrentelli della Scentella e della Nocchia che a valle si riuniscono per confluire nel fosso del Sesera e poi nel Turano; il leccio sta, solenne più di un monumento, pronto ad affrontare un altro tragico secolo, quello che i mille profeti di sventura (s’è mai visto un profeta che non sia di sventura? Non son le sventure gli eventi più certi e sicuri da prevedere? E i nuovi aruspici lo sanno. E se ne impinguano, e di nascosto ridono: Catone non si meraviglierebbe più “quod non rideret haruspex harupicem cun vidisset”). Sta il leccio antico.  Alla sua ombra nei pomeriggi affocati (ben più di adesso, nella mia memoria, affocati), nell’ora che il gran satiro Pan riposa e le sue greggi ammusano negli stazzi fra nenie infinite di cicale, ranocchie, merli acquaroli, noi bambini settenni-decenni ci si dava convegno per giocare ai primi giochi di carte e di sesso, a dis-educarci al quale pensava, con volgare maestria, un appena adolescente sfrontatissimo D.

    Nella mia memoria due sono le ultime (sarei presto partito appena undicenne per il crudele esilio) immagini del leccio antico: nella prima esso è attorniato da camion tedeschi mimetizzati, quasi sepolti, da foreste di rami verdi (una shakespeariana foresta di  Birnam in miniatura  in attesa di muoversi non  verso la vittoria su un Macbeth assassino ed usurpatore ma verso un disastroso destino) in attesa dell’ordine di ritirata, che sarebbe giunto nel primo pomeriggio del 4 giugno allorché la radio avrebbe annunciato l’ingresso dei ‘liberatori’ a Roma mentre i ragazzi della Compagnia del giovane capitano umanista e artista Stopfler danzeranno con  la gioventù del luogo, e un silenzio di morte scenderà tutto intorno, e un brivido correrà per l’aria, e fiumi di lacrime scorreranno dall’una e dall’altra parte, e baci e abbracci saluteranno la partenza dei ragazzi della Hitler Jugend che mai più rivedranno le loro case.

   Nella seconda immagine è una grossa serpe rospara che ingolla lentamente, sotto il leccio, come il protagonista de Le veglie di Neri di Renato Fucini alias Neri Tanfucio, il suo rospo quotidiano.

   Due immagini non esaltanti davvero. Tornerò al leccio fra i due ponticelli a evocarne di migliori.

*

   Di Antonio Pedrotti compositore, direttore, arrangiatore (soprattutto di cori popolari e di montagna), discepolo prediletto di Ottorino Respighi, a lungo direttore del Conservatorio ‘Haydn’ di Trento e Bolzano, già, spero esaurientemente, dissi in questo Diario. Dissi di una lettera assali polemica che Pedrotti mi indirizzò all’inizio degli Anni Sessanta in seguito all’attacco che ricevetti dal giornale di sinistra genovese ‘Il Lavoro Nuovo’ per la penna di un tal Marcolfo (pseudonimo assai significativo), risultatomi poi un collega del Liceo Classico Andrea Doria di Genova, per una mia presa di posizione non troppo allineata e ‘ortodossa’ nei confronti di una sorta di decreto dell’allora ministro democristiano dell’Istruzione Gui che invitava a dire, nelle scuole,  della guerra civile, delle violenze e dei morti dell’una e dell’altra parte. in maniera che a me, che l’anarchia non solo mentale ho nel sangue come un DNA, non garbava, per il rispetto che ritengo si debba a chiunque, vincitore o vinto, sia morto per una idea, giusta o sbagliata si ritenga sia. Né me la sentivo di dire i miei alunni, orfani chi dell’una chi dell’altra parte, figli di eroi gli uni, figli di buona donna gli altri. L’attacco del giornale, che concludeva con la richiesta della mi messa al bando dalla scuola, si basava su una anonima denuncia di uno dei miei alunni di un noto Liceo “bene” privato, nel quale insegnavo filosofia e storia, un giovanotto assai mediocre di una famiglia ben nota a Genova, proveniente da una bocciatura al Nautico, assolutamente incapace di capire la mia serena e ragionata posizione e solo spinto da livore di parte. L’accusa del giornale venne ripresa e pubblicizzata dell’Espresso procurandomi non pochi attacchi di parte e preoccupando molti miei amici di sinistra e di destra d’Italia e d’Europa. Io naturalmente non risposi singolarmente e molto democraticamente le mie argomentazioni non furono riportate dai giornali accusatori. Solo ad Antonio Pedrotti risposi, un musicista che stimavo e sui cui testi di armonia e contrappunto mi ero formato. Lui mi rispose, ci chiarimmo e tutto finì come doveva finire. Chi volle capire capì, e la polemica ben presto si spense.    

   Ma perché torno a dire oggi di Pedrotti? Per ben altro motivo. Perché, appena risintonizzati per l’ennesima volta i canali televisivi, è per fortuna ricomparso Rai 5 nel momento in cui trasmetteva una esibizione all’aperto del ‘Coro Cima d’Oro Valle di Ledro’, a me tanto cara, il cui programma iniziava con l’‘Inno al Trentino’ di Pedrotti appunto, eseguito nello scenario che non dirò mozzafiato per non adeguarmi ai linguaggi abusati, quelli delle quattro parole quattro, della maggioranza dei presentatori radiotelevisivi, ma sublime sì, da rasentare il mistico. Dentro di me le voci dei cantanti amatoriali riecheggiavano come per quelle valli e quei monti, mi sentivo parte del paesaggio, del piccolo lago, dei prati verdi e delle montagne che lo contornano fino al Garda. E in spirito discendevo fino a Gardone, fino al Sacrario del Vittoriale degli Italiani, a recare a Gabri (secondo me con Scriabin, ognuno dal suo versante, il più grande celebratore, in ogni sua opera letteraria e politica - la Musica è uno dei fondamenti e dei perni  della utopica e avveniristica Costituzione fiumana, la Carta del Carnaro - del potere educativo ed umanizzante dell’arte di Euterpe) qualcuno degli echi che dentro la mia anima dilatata aveva avuto quel concerto a cappella di sole voci virili, l’espressione corale da me, nei suoi inizi non solo ma  fin nei suoi più recenti discutibili esiti, prediletta.   

*

   Fra le mie scoperte musicali di questi giorni quella di Nicola Antonio Manfroce (1791-1812) è certo la più rilevante. Di questo ragazzo (perché di un ragazzo si tratta, morto appena ventunenne – e poi dicono di Mozart! –) seguo su rai5 Ecuba, la più importante delle due o tre Opere che ebbe tempo di scrivere. In essa trovo condensati i momenti più interessanti del barocco, del classicismo, del pre-romanticismo. Un vero compendio di musica tradizionale e nuova e futura, ove chi voglia avverte, in un discorso compatto e profondo, i tratti fondamentali della rivoluzione musicale in atto. Coetaneo di Rossini - nasce appena un anno prima -, ne anticipa molti aspetti, e per il pesarese fu vera fortuna che il poco più che adolescente musicista di Palmi scomparisse così precocemente: lo avrebbe reso in buona parte pleonastico. Le vicende drammatiche della seconda moglie di Priamo, che al marito, favorevole all’amore tra la figliola prediletta Polissena ed Achille, l’uccisore di Ettore, nella speranza che l’evento favorisca il termine della guerra, si oppone con ogni mezzo senza riuscire ad impedirlo (nel frattempo l’esercito greco irrompe e rapisce Polissena) trovano nella musica ‘nuova’ di Manfroce una  espressione assai convincente. Provo a immaginare quale rivoluzione avrebbe subito nell’ottocento italiano non solo l’Opera se anche lui avesse vissuto settantacinque. Ma come factum infectum fieri nequit, così in non ancor fatto fatto. Infinite sono le vie di Euterpe.      

   *

   Dopo Ibsen Rai5 dedica il ciclo drammatico pomeridiano ad August Strindberg, l’Ibsen svedese, che ebbe sempre col collega, nonostante la differenza di età, un rapporto a distanza proficuamente dialettico, ma fatto sostanzialmente dello stesso armamentario: la critica feroce agli usi e ai costumi del tempo, in campo politico, economico, religioso morale estetico. Bersaglio comune la famiglia, il rapporto fra i coniugi, il conflitto di generazioni, l’ipocrisia, il tradimento eccetera eccetera. In sostanza roba assai monotona per un lettore-spettatore di oggi. Non sto smitizzando: ma all’esagerato umor nero nordico non mi sono mai troppo adattato. Ad esso preferisco persino il nichilismo pirandelliano, al quale almeno non è alieno qualche raggio di sole mediterraneo. Ma non mi posso troppo sbilanciare: immagino che molto del valore e del successo della drammaturgia di ambedue sia dovuto alla rispettiva lingua il cui grado di livello di ricchezza e stile non sono in grado, ignorandole, di valutare: E mancandomi quindi questo fondamentale strumento me ne devo star buono buono contenuto al quia degli esperti, i quali mi pare siano in maggioranza d’accordo nella valutazione dell’opera di ambedue. Ma io continuo a preferire i drammaturghi greci e latini, i Racine, i Voltaire, gli Schiller, i Goethe, i D’Annunzio, i Pirandello… e le loro opere a Casa di bambole, La casa delle Bambole, Pasqua, Danza di morte, Creditori, Temporale e via discorrendo. Ma a parte queste osservazioni di principio, per il resto non ho che da lodare l’iniziativa rai, che trasmette le opere in questione in allestimenti storici, per lo più in bianco e nero, le cui sceneggiature, scenografie, regie, cast sono affidati a nomi ormai classici nella storia del teatro italiano, ripescati dalle teche rai nelle immagini non troppo usurati. Ma molto ho dovuto soffrire a causa del pessimo suono, realizzato evidentemente con strumenti comprensibilmente a quei tempi inadeguati, ora troppo forte e rimbombante ora non percepibile nei piano e nei pianissimo, nei forte e nei fortissimo e in tutte le loro sfumature. Non sarebbe proprio possibile il restauro dei suoni?

*

   Questa sera al borgo, in barba all’epidemia, si beve e si mangia nella passeggiata gastronomica organizzata dalla Pro Loco. Ma non si discute e non si canta.

   La prima passeggiata la inventai io nella cornice del Convegno internazionale (il primo dei diciannove che sarebbero seguiti negli anni) organizzato dalla mia ‘Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica Vivarium’ nel 1989, dal Gruppo vocale polifonico ad essa collegato, col patrocinio del  Comune e della Regione adeguatamente nei loro organi rappresentati. Il Convegno era dedicato al tema: “l’Educazione estetica oggi”, come conclusione del corso accademico dedicato allo stesso argomento. Vi parteciparono Professori e studiosi provenienti da ogni parte del mondo, che ne restarono talmente colpiti da serbarne vivissima nostalgica memoria. Erano presenti anche due colleghe di una università dell’Ucraina, che non avrebbero mai immaginato lo scempio anche estetico che una guerra avrebbe procurato al suo paese e non solo. L’eco che l’iniziativa ebbe nella stampa di ogni colore fu vasta e il compiano Livio Jannattoni ne prese spunto per uno dei suoi famosi articoli cultural gastronomici su Repubblica. E sì, rimpiango quei tempi. Ora il mio borgo rivive solo l’aspetto mangereccio dell’evento. E qualcosa pur è. Ma quanto Mi manca l’anima!  

__________________  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Una sbornia di musica

Post n°1135 pubblicato il 05 Agosto 2022 da giuliosforza

1036    

   Ho fatto in questi giorni una sbornia di musica.

   Per celebrare il primo anniversario (17 07 2021) della morte del fantasioso regista Graham Vick, vittima del Covid-19 a sessantotto anni, rai5 ha trasmesso nello stesso giorno senza soluzione di continuità quattro famose Opere da lui dirette, due di Verdi, una di Mozart, una di Puccini: Macbeth, Un ballo in maschera, Le nozze di Figaro, Il Trittico. Di esse ho nel tempo qui variamente detto, e perciò mi esimo da ulteriori considerazioni. E il giorno appresso, degna appendice, il discusso capolavoro pucciniano Madama Butterfly, al cui proposito ho letto in rete, e mi è piaciuta assai, una recensione di Roberto Mori che ho deciso di riportare qui per intero perché fa giustizia, spero una volta per tutte, dei numerosi pregiudizi e delle incomprensioni di cui il capolavoro pucciniano è stato oggetto, anche per parte mia. Ho dunque deciso per una operazione tardiva, di revisione, con lo spirito  dell’‘Eaυτόντίμωρούμενος, del punitor di se stesso.

   (Troppe cose dovrei rivedere della musica della poesia della filosofia. Ma non c’è più tempo. L’alfabeto dovrei apprendere delle scienze fisiche e naturali. Ma non c’è più tempo. Mi ci dedicherò nelle prossime vite).

   L’analisi precisa, direi puntigliosa, della Madame Butterfly ad opera di Roberto Mori, merita davvero ch’io la trascriva, affinché per l’operazione di paziente opera di dattilografia più profondamente le sue ragioni mi si fissino in mente. Come atto di riparazione. Sì, perché Puccini, e la Butterfly in particolare, non ha trovato nella mia vita e nella mia considerazione il posto che si meritava. Succube anch’io delle analisi malevole dei critici o dei colleghi invidiosi, da esse mi son lasciato condizionare. Ed è stato un gran male, perché mi sono vietato uno dei più bei godimenti, e non solo dell’orecchio. Nella mia filosofia della musica è stato predominante il principio wagneriano dell’Opera d’arte totale. Non è che adesso lo rinneghi, ma certo rifletto sui limiti possibili della sua applicabilità in ogni ambito del sapere e dell’arte. Il principio della relatività, che dispone a verità via via più vaste, non fatte ma da farsi, spalanca alla mia mente sempre nuovi orizzonti entro i quali si collocano universi problematici e discutibili, ove non è posto per alcun residuo di dogmatismo. Che non è relativismo come negazione di verità. Ma Ẻποχή è, sospensione di giudizio, nelle varie accezioni che il termine ha assunto nella storia del pensiero, da Zenone a Epicuro a Pirrone e, passando per il Cartesio del dubbio metodico, all’Husserl della fenomenologia, che la sospensione di giudizio applica sia alla realtà psichica che a quello del così detto mondo oggettivo. (Considerazione più generale, che spero non abbia a che fare l’argomento di cui. Mutare opinione non è reato. Convertirsi a una fede o perderla è un dire improprio: in realtà che si converte a una fede l’ha sempre posseduta, che una fede perde non l’ha mai posseduta. S’è solo dissolta la dura corazza costruita attorno alla mente e alla coscienza dalle forze prevaricatrici di famiglia società stato chiesa. Mutare opinione è reato solo quando lo si fa per ingordigia di mammona e per sete di potere, solo quando altro non è che una operazione di compra vendita. Come avviene il più delle volte, nella prassi politica. Per il resto mo v’è vita denza possibilità (non fatale) di mutamente. Πàντa  ῥεῖ, no?

    Roberto Mori

   Madama Butterfly una tragedia speciale

   "Per Ferruccio Busoni era “indecente”. E altri, dopo di lui, hanno continuato a considerarla un’opera commerciale, dai contenuti banali e di facile presa sentimentale: espressione melensa e deteriore del gusto piccolo-borghese italiano nell’era di Giolitti. In realtà, a dispetto di questo atteggiamento di sufficienza e delle riserve avanzate persino da alcuni dei pucciniani più convinti, Madama Butterfly occupa un posto rilevante nel panorama culturale della fin de siècle e del primo Novecento.
Storia di un amore straziante ambientato in Giappone, il capolavoro di Giacomo Puccini tocca un problema centrale della cultura del decadentismo: il dramma della perdita. O meglio, il concetto di cambiamento psicologico che si verifica in qualsiasi situazione di perdita, senza possibilità – o capacità – di elaborazione del lutto. Un principio tragico che si esprime nel travaglio interiore della protagonista, Cio-Cio-San, che in una sorta di “coazione a ripetere” si vede sottrarre continuamente ogni cosa: padre, familiari, identità razziale, agi, marito e infine anche il figlio.
Per quanto rimpicciolita in ambito domestico-psicologico e avvolta da una patina esotica, si tratta di una tragedia autentica in cui alla fine l’eroina, attanagliata da un dilemma morale (sposare il principe Yamadori, tornare a fare la geisha o morire), compie la scelta più difficile e coraggiosa, ristabilendo l’ordine turbato col suicidio.

   L’incontro di Puccini con Butterfly avviene nel luglio 1900 al Duke of York’s Theatre di Londra, dove il compositore assiste a una replica del dramma in prosa che il commediografo portoghese David Belasco aveva ricavato dal racconto dell’americano John Luther Long intitolato Madame Butterfly, apparso nel 1898 e forse ispirato a un fatto di cronaca. Colpito dalla figura toccante della geisha e dalla recitazione dell’attrice protagonista, Evelyn Millar, Puccini – pur non conoscendo l’inglese – fiuta materia da musicare e decide di ricavarne un’opera. Il tema prediletto della donna vittima della propria passione amorosa, dopo la Parigi scapigliata della Bohème e la Roma papalina di Tosca, si sposta così in Oriente, a Nagasaki.

   A partire dal 1901, ancora una volta con la collaborazione di Giuseppe Giocosa e Luigi Illica (già autori dei libretti di Bohème e Tosca), Puccini inizia la composizione, che incontra tuttavia numerose interruzioni, fra cui quella dovuta a un grave incidente automobilistico agli inizi del 1903. L’orchestrazione viene comunque intrapresa nel novembre 1902 e portata a conclusione nel settembre dell’anno successivo. Nel dicembre 1903 l’opera risulta compiuta in ogni sua parte.
La sera del 17 febbraio 1904, nonostante l’ottimismo di Puccini e l’entusiasmo degli interpreti (fra cui Rosina Storchio nei panni della protagonista), Madama Butterfly riporta alla Scala di Milano un fiasco clamoroso che spinge il compositore, i librettisti e l’editore Ricordi a ritirare immediatamente l’opera. Contrariato dallo “strazio fatto alla povera Butterfly” in quella “bolgia dantesca preparata evidentemente”, e sicuro del suo valore (“La mia Butterfly rimane qual’è, l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia mai concepito”), decide di rielaborarla sottoponendo la partitura a un’accurata revisione che, con adeguati mutamenti di scene e l’eliminazione di alcuni particolari, la renderà più agile ed equilibrata. Appena tre mesi dopo, il 28 maggio, Madama Butterfly sarà accolta trionfalmente al Teatro Grande di Brescia, iniziando da quel momento la sua seconda, fortunata esistenza.

   Le differenze fra la prima e la seconda versione sono significative. Puccini lavora per sottrazione: oltre a spezzare la continuità del secondo atto (troppo lungo anche secondo Toscanini, che non a caso aveva ammonito: “…con quest’opera troppo lunga e malsagomata andrete al macello”), elimina una serie di scene caricaturali del parentado di Cio-Cio-San, dando meno rilievo alla figura dello zio beone Yakusidé, e aggiungendo in compenso nel nuovo terzo atto la romanza di Pinkerton “Addio, fiorito asil”. Gli altri interventi sono forse meno determinanti quantitativamente, ma non meno importanti sotto il profilo drammaturgico-musicale. Rispetto alla versione originale, Puccini rimuove i preamboli al duetto d’amore del primo atto e il drammatico confronto fra Cio-Cio-San e Kate Pinkerton nella penultima scena del secondo. Senza contare i procedimenti musicali lievemente mutati, le intime osmosi tematiche e armoniche che questi spostamenti favoriscono. Nella prima versione, insomma, Puccini dà spazio al bozzettismo, a certe pitture d’ambiente e divagazioni di colore che saranno poi ridimensionate. E tuttavia, alla luce dell’analisi delle partiture (ma anche dell’ascolto diretto delle due Butterfly poste a confronto dal Teatro La Fenice nella stagione 1982), va detto che il percorso drammatico non risulta affatto sminuito, al di là del valore intrinseco di tali pagine. Già dalla prima stesura il compositore punta infatti al cuore del dramma, pur indugiando su qualche elemento di contorno.
Va precisato che in seguito Puccini ritoccherà ancora la partitura dando luogo così a una terza versione (Londra, 1905) e a una quarta, definitiva stesura (Parigi, 1906). Qualche anno fa, inoltre, Alfredo Mandelli, su segnalazione di Julian Smith e Jurgen Maehder, ha rintracciato nell’archivio Ricordi uno spartito datato 1920, con la scritta “Accomodi del M° Puccini per il Teatro Carcano”, dove tre inserti di copista reintroducono in parte il ruolo di Yakusidé, che in pratica era quasi sparito (e spesso tagliato in sede esecutiva).

   La storia della giapponesina sedotta, abbandonata e suicida, si struttura in due parti nettamente separate. La prima, che funge da prologo e si svolge tre anni prima della seconda, è dedicata all’unione amorosa di Cio-Cio-San e Pinkerton. Come nei lavori precedenti, l’atto iniziale si divide in un’ampia sezione corale e un duetto d’amore conclusivo. La seconda parte, articolata in due atti dopo il rimaneggiamento, è invece dedicata completamente a Butterfly e alla sua lunga, dolorosa attesa. Qui la vicenda si svolge in tempo reale, in un ambiente unico che si fa sempre più soffocante. Un mondo claustrofobico e pieno di angoscia, dove l’evoluzione drammaturgica procede tutta all’interno della protagonista e nel confronto con l’esterno, che tenta di insinuarsi senza che l’ostinazione della donna ne risulti tuttavia intaccata. In questo microcosmo risulta a maggior ragione devastante l’irruzione di Kate, la sposa americana di Pinkerton, che segna la presa di coscienza di Butterfly e dopo la quale – come in ogni tragedia che si rispetti – gli eventi precipitano rapidamente verso la catastrofe.
La musica asseconda genialmente il tormentato divenire del mondo interiore di Cio-Cio-San, prigioniera di una illusione e incapace di accettare la realtà della propria solitudine. Il dramma psicologico di questo potente personaggio, fondato sul contrasto netto tra fissità della condizione interiore e mondo esterno, porta Puccini a escogitare nuove soluzioni. Utilizzando una tecnica affine a quella del Leitmotiv wagneriano, unisce motivi musicali ad aree simboliche (la maledizione, l’amore, il destino, la morte), creando una rete di rimandi semantici ai momenti-chiave della vicenda. I temi riaffiorano come ricordi e scorrono nella mente della protagonista, fissa nelle sue convinzioni mentre il mondo esterno si trasforma. Ecco allora che la ricchezza del tessuto orchestrale della pagina sinfonica collocata in apertura del terzo atto evoca, grazie a una serie di “ritorni logici” dei temi degli atti precedenti, pensieri e sensazioni di Butterfly, statica nell’attesa. Gli interventi orchestrali di “Un bel dì vedremo”, poi, contraddicono l’impermeabilità assoluta di una donna che, chiusa nella sua utopia, nega disperatamente l’evidenza, e preannunciano la catastrofe. E così fino all’ultimo atto – costruito in larga parte su temi già noti – che segna il traumatico infrangersi delle illusioni e sfocia nella tragedia.
Grazie a questa tecnica Puccini può concentrarsi sulla storia interiore della protagonista e seguirne nel dettaglio moti e sottintesi psicologici. Ne nasce un dramma moderno, di grande profondità introspettiva, che fa leva non solo sulla forte carica sentimentale e patetica, ma arriva a toccare un nucleo drammatico che corrisponde a un archetipo, capace di imprimersi a fondo nell’immaginario collettivo.

   Dal punto di vista musicale, l’opera riporta inoltre decisamente alla ribalta l’aspetto della vocalità, “il calore sensuale e lo struggente fulgore della linea vocale” (Mosco Carner). Ci sono momenti in cui le emozioni nude esplodono e conquistano i sentimenti dell’ascoltatore proprio con il loro incalzare e l’immediata orecchiabilità delle melodie. L’invenzione melodica, un tempo frammentaria e di breve respiro, corroboratasi con Tosca, si mostra ora al suo apice: Puccini sviluppa linee vocali ampie e sicure che culminano nello spiegato lirismo del grande duetto conclusivo del primo atto, e nell’aria “Un bel dì vedremo”. Ma quello che di primo acchito potrebbe apparire un discorso fondato su motivi facili e sinuosi, a una analisi più circostanziata risulta organizzato in maniera estremamente mobile, grazie anche alla messa a punto di un canto “di conversazione” sorretto da un tessuto orchestrale finemente sinfonico. In partitura vive di fatto un tipo di pregnanza perenne della melodia, sia che venga cantata sia che venga affidata all’orchestra come sfondo per i recitativi. Non ci sono zone morte, sezioni spente di semplice mestiere e di grigia aderenza al fatto scenico. L’espressione musicale, in altre parole, si attesta sempre su livelli di tensione, in linea con una tendenza alla compressione del linguaggio tipica della fin de siècle.
Butterfly colpisce quindi per la capacità di fondere canto melodioso e uso dei Leitmotive orchestrali in una partitura che asseconda compiutamente le esigenze teatrali, senza mai sacrificare il primato del discorso musicale. Ansioso di continui aggiornamenti, Puccini dimostra come sempre una mente ricettiva al progresso musicale, un orecchio estremamente attento alle nuove armonie e ai nuovi colori strumentali e, anche in questo caso, arricchisce la propria musica con l’apporto costante dei nuovi sviluppi armonici del suo tempo. Ma in Madama Butterfly è soprattutto l’ambientazione esotica a stimolare la sua fantasia musicale. L’esotismo diventa una fonte importante di effetti coloristici: non un puro e semplice uso di certi particolari, ma un elemento che si estende al tessuto della melodia, all’armonia, al ritmo e alla strumentazione.

   Nato in Francia verso la metà dell’Ottocento, il 'Japonisme' si impone dopo l’Exposition parigina del 1867, raggiungendo il culmine con quella del 1900. L’influsso sul gusto occidentale si riconosce sia nelle opere pittoriche e plastiche, sia in quelle che allora si definivano “arti decorative”. Una passione che contagia artisti come Manet, Monet, Degas, e dilaga in tutta Europa. In Italia la fortuna delle giapponeserie influenza autori come Antonio Fontanesi Galileo Chini (amico di Puccini) Anselmo Bucci, fino a estendersi a un livello di consumo con le rivisitazioni nipponiche delle figurine Liebig. Il Giappone diventa di moda pure in letteratura (Madame Chrysanthème di Pierre Loti fornirà per esempio numerosi elementi al primo atto di Butterfly), come nel teatro leggero (The Mikado di Gilbert & Sullivan, 1885). Ma il precedente che forse suggestiona maggiormente Puccini è l’Iris di Mascagni (1898), anch’essa di ambiente giapponese e composta su libretto di Illica.
   Madama Butterfly porta di fatto sulla scena il tema del contrasto fra razze e culture già intuito e sviluppato da romanzi e novelle di fine Ottocento, che aveva già lasciando tracce anche nel mondo del melodramma. I tratti giapponesi funzionano, per l’ascoltatore occidentale, da segnale distintivo di una diversità: canti originali, ma anche spunti melodici inventati utilizzando scale orientali (il primo atto è in buona parte una mimesi di colore giapponese), oltre a stili orchestrali che per timbro e disposizione richiamano linguaggi musicali esotici.
   Interpretato in chiave simbolica, l’esotismo non è altro la mitizzazione dell’altro costituita dal desiderio e dal sogno di allontanarsi dal proprio ambiente. Rappresenta una specie di paradiso perduto, proiettato in una alterità radicale che appare come l’inversione delle insoddisfazioni e delle frustrazioni legate alla cultura di appartenenza. Da questo punto di vista si potrebbe osservare che anche Cio-Cio-San subisce il fascino dell’esotico, ma in senso contrario. Desidera sentirsi occidentale, americana, la sua mitizzazione dell’altro comporta una fuga dalla cultura di appartenenza che, come spesso succede, si rivela illusoria. Questo perché l’alterità mitizzata raramente corrisponde alla realtà quotidiana e porta conseguentemente alla disillusione. In più il misconoscimento della propria identità culturale non può mai avvenire in forma totale e radicale, posto che il frutto dell’inculturazione non è annullabile. Quello di Cio-Cio-San è dunque un doppio inganno, che ha come esito l’impossibilità della relazione.
L’esotismo di Puccini, in definitiva, non è di cornice. E il colore non ha funzione deviante, ma di propulsione dello stile. La minuziosità del pittoresco (in parte occultato nella pièce di Belasco), reso prezioso dal trattamento di un’orchestra mobile e penetrante, fa riscontro infatti all’accentramento dell’emozione su un unico personaggio. Di per sé l’evocazione di un colore locale non va considerata una novità in Puccini. Nuova è tuttavia la proiezione sul singolo dei riflessi emotivi per un autore fino ad allora portato spontaneamente a definire una poetica dell’impressione anziché del dramma. I due elementi si conciliano in quanto l’evoluzione psicologica di Cio-Cio-San – che fa vivere di luce riflessa comprimari e sfondo – si effettua lungo le linee dello studio ambientale e ne trae continue conferme. Nel primo atto, procedimenti, ritmi, temi e scale orientali sono funzionali alla presentazione della geisha nel suo primo stadio, a individuarne l’aspetto orientale che si preciserà, per contrasto, quando conoscerà la sua maturazione occidentale. Alcuni dei temi giapponesi vengono caricati di significato simbolico (la morte, la maledizione dello zio Bonzo) e definiscono inoltre quelle usanze del mondo orientale che costituiscono il presupposto per lo scontro e l’esito tragico di una vicenda che, diversamente, sarebbe circoscritta al solo ambito psicologico. Se la tragedia individuale di Butterfly è scatenata dal conflitto fra culture diverse, l’esotismo diventa elemento fondamentale per la coerenza drammatica, e non semplice colore locale.

   Opera di ricapitolazione e, allo stesso tempo, spartiacque nella produzione pucciniana, Madama Butterfly si configura così come una sorta di “monodramma” imperniato sulla storia interiore di una protagonista assoluta e nel quale i parametri del teatro verista, adottati dal libretto, vengono scardinati dal linguaggio musicale. Come sostiene Carner, Cio-Cio-San e il suo destino “trovano una profonda rispondenza nell’inconscio di Puccini”. Proprio per questo il compositore è in grado “di esplorarne la psiche in modo più completo che per le altre sue eroine e di impiegare ogni risorsa per una minuta analisi drammatico-musicale del mutare dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri”. Ne esce pertanto un dramma che verrebbe quasi da definire psicanalitico, nato in un’epoca di inquietudini incombenti che investono il destino personale di Puccini e quello più in generale del melodramma, divenendone emblema e chiarendo i motivi di una crisi spirituale e artistica che l’esperienza della Fanciulla del West, di lì a qualche anno, preciserà compiutamente”.

­­­­­­­*

   Vivo in questo periodo immerso nella Natura, come un primitivo. Johann Wolfgang, che ha scoperto il mio rifugio, mi reca due messaggi ad hoc per stimolare e arricchire, dice, la mia riflessione. Uno di ieri, uno di oggi. Preciso sempre, come un destino.

   26. DIENSTAG (‘Mit Goethe durch das Jahr 2022’    

   Und frisch Nahrung, neues Blut / Saug ich aus freier Welt; / Wie ist Natur so hold un gut / Die mich am Busen hält

    (26. Martedì Mit Goethe durch das Jahr 2022)

   “E fresco nutrimento, nuovo sangue io succhio da un libero Mondo. Come è amorevole e buona la Natura che mi respira in petto!”)

   27. MITTWOCH

   Die Natur gehet ihren Gang, und desjenige, was uns als Ausnahme erscheint, istin der Regel”. “La Natura segue la sua strada, e ciò che a noi sembra una eccezione, rientra perfettamente nella regola”.

   Abbandonarsi a Madre-Natura! Al diavolo il Progresso (un progredi, semplicemente, un mettere un piede avanti all’altro, che prima o poi finirà in precipizio). 

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    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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Passeggiata magica. Madonnella 'egli Irici

Post n°1134 pubblicato il 28 Luglio 2022 da giuliosforza

1035

   Ieri pomeriggio ho di nuovo, imprudentemente, presunto di me e delle mie residue energie.

   Il pomeriggio era caldo, ma non soffocante: i circa ottocento metri sul livello del mare e il conforto che ci regalano con le loro brezze il Sirente e il Velino si fanno piacevolmente sentire, e il borgo inizia a ripopolarsi di oriundi vacanzieri. Gruppi di giovani, di anziane e di anziani seggono in crocchi diversi, per lo più a ricordare e a ricordarsi, a narrare e a narrarsi, a spettegolare, a maledire o a rimpiangere il tempo che fu, all’ombra dei prugni selvatici, dei giganteschi platani secolari dal vasto fogliame, delle acacie, dei gelsi di piazza della Peschiera, dei fichi fioroni numerosi in via della Selva Grande;  e gruppi di bimbi e preadolescenti scatenati (finalmente liberi dalle catene della scuola, come dice il mio nipotino, birbone non poco, Jacopo Numa Leon) iniziano a rianimare coi loro giochi l’antica Piazza della Peschiera, la nuova piazza del Belvedere, la piazza della Chiesa, i vicoli e le strade più riposte, l’aspra Via delle Cruci, i giardinetti del Frainile e di Sant’Antonio, la fonte della Nocchia, la Macera Nova la Sballata  e le ‘Scettora’, sempre verdi per il concime fresco umano in esse nei secoli lanciato dalle finestre delle soprastanti case di via Mastro Lavinio. Per la mia passeggiata quotidiana, sempre più breve e lenta, oggi decido per Via della Selva Grande, fresca, in quest’ora avanzata, delle ombre del monte che su di essa incombe e le fa da schermo, impedendo presto ai raggi del sole di continuare a saettarla.

   Via della Selva Grande, già via dell’Umbria, fino ad or è qualche anno fu una strada battuta, già sentiero snodantesi a mezza costa in direzione ‘Irici’ e ‘Macchia’, sotto la ‘Reservata’, ai tempi della mia infanzia percorso da greggi di pecore e capre attese, dopo la lunga giornata di pascolo, da stalle e stazzi per la cerimonia della mungitura; da mandrie di vacche e di buoi, da schiere di asini muli cavalli stracarichi, a seconda della stagione, di legna da ardere o da lavorare, di pesanti bigonce colme d’uva destinata ai palmenti per donare, spremuta da piedi nudi di fanciulle danzanti sui grappoli, il dolcissimo mosto; da ‘traglie’ di fieno dirette ai fienili stracolmi per le scorte invernali (e noi bimbi e bimbe vi saltavamo per giochi già ai limiti dell’innocenza), o di covoni di grano diretto alle aie per la trita, anch’essa una festa. Ho nostalgia di Via dell’Umbria non percorribile se non da bestie, e uomini più delle bestie stanchi, e diretti, prima che a casa, all’‘Osteria del Grottino’ per la immancabile sbornia e i nostalgici canti del lavoro, d’emigrazione, di amore e di guerra. Ora via della Selva Grande, fino alla Madonnella ‘egli (degli ) Irici (una bella edicola a forma di chiesetta minuscola, quasi un giocattolo, dal tetto spiovente, incuneata nell’incavo di una grande roccia, voluta dalla devozione di Salvatore di ‘Mezzagna’ – al mio paese come in quelli viciniori ogni progenie, più o meno antica, ha il suo soprannome e ad esso per ogni singolo membro si fa ancora riferimento: io ad esempio sono Giulio ‘e Biasciu ‘e Cesarone, Giulio di Biagio di Cesarone, il capostipite così soprannominato per la sua notevole stazza -) è asfaltata e svolta ad angolo, all’altezza dell’edicola, lasciando che la strada sterrata prosegua per il suo antico corso fino ai territori boscosi di Petescia ora Turania, per una scoscesa discesa in direzione della provinciale Vivaro-Turanense alla quale dopo qualche migliaio di metri si ricongiunge.

   Nei miei piani c’è di tornare indietro prima che annotti, per tema dei cinghiali numerosi e dei cani randagi. Ma non posso non soffermarmi a leggere una bella poesia, toccante anche per l’arido cuore di un apostata, riportata in un quadretto posto sotto l’effigie della Vergine: una toccante poesia in un dialetto che è una vera e propria lingua, difficile per l’estraneo da decifrare, dovuta alla musa ispirata di  Gabriele Moglioni alias Bebi’, un generale di Corpo d’Armata a riposo, che sicuramente nelle varie  vicissitudini della sua vita portò  anch’egli in tasca l’immagine di Maria Santissima Illuminata, al pari di ogni soldato vivarese che lasciò la vita sui sassi del Carso, per le steppe di Russia, nei deserti africani, in terra di Spagna e altrove nelle varie guerre del tormentato Secolo XX. In perfetti settenari Bebi, fecondissimo poeta (un Generale poeta! Oh se tutti i generali lo fossero!) in dialetto e in lingua, e traduttore e curatore delle ancora più difficili poesie, perché in dialetto classico, di Vittorio Peruzzi, autore della voluminosa raccolta Sòle ranena e pennecchie), così fa dire originalmente (nelle normali edicole sono i devoti  a pregare, e qui è la Vergine a pregare di esser pregata) alla Madre di Dio:Fèrma ‘Juaranu u passu

Ferma juaranu u passu

sotto ‘stu sassu anticu;

‘on tira’  via de lungu

senza un salutu amicu.

Io m’accontento ‘e pocu,

gira u capu ‘na cria

e mentre passi dimme

solu che Ave Maria”.

 

Ma se te preme ‘npettu

qua pena o qua / dolore,

fermate un po’ più a lungu

e spalancame u còre.

Sparti co me i penzeri

e famme compagnia,

recontame ‘nne cosa

e po’ repiglia a via.

 

Reparti sollevatu,

più sicuru e dicisu,

preché mo semo in doa

ce respartemo u pisu.

Te senti più ligghieru,

t’accorgi che è più begliu

quanno t’aiuto io

a sopportà u fardegliu.

 

’Nzegna ‘sta via a chi ’ncuntri

senza nuglia vergogna

ecco ce sta che aspetta

‘egl’Irici a Madonna.

Da ’nfaccia a queste / reppe

sotto la Reservata

a tutti biniice

Maria l’Immacolata.

   (Ferma Vivarese il passo sotto questo sasso antico; non tirar via frettolosamente senza un saluto amico. Io mi accontento di poco, gira un pochino il capo e mentre passi dimmi soltanto Ave Maria. Ma se ti preme in petto qualche pena o dolore, fermati un po’ più a lungo e spalancami il cuore. Spartisci con me i pensieri e fammi compagnia, raccontami ogni cosa e poi riprendi la tua strada. Riparti sollevato, più sicuro e sereno, perché ora siamo in due a spartirci il peso: ti senti più leggero, t’accorgi che è più bello quando t’aiuto io sopportare il fardello. Indica questa via a chi incontri senza nessuna vergogna, qui c’è ad aspettare la Madonna degli Irici. In faccia a queste rocce, sotto la Reservata, tutti benedice Maria Immacolata).

   Dopo questa sosta rigeneratrice prendo la via del ritorno, ma imprudentemente imbocco la parte asfaltata in discesa, quella che conduce alla Provinciale: la strada di Fontemmiano (Fonte Damiano, una delle numerose sorgenti del nostro territorio). Negli anni precedenti la percorrevo, più fresco d’energie quanto più a ritroso nel tempo, in assoluta beata solitudine (beata solitudo sola beatitudo!) nel più assoluto silenzio delle cose degli animali e degli uomini. Quest’anno la solitudine mi è solo terrificante, non beata, e il silenzio mi spaura. Rapidamente imbrunisce. Non scorgo rovi di more, non scorgo mentucce, né cespugli di rose canine a farmi compagnia nel solitario andare. Questa volta il panico si impossessa di me e inutilmente tento di dissiparlo canticchiando melodie popolari. Quand’ecco rompere il silenzio delle cose, ed infittirlo, un improvviso latrato come di feroce cane da guardia.  Forse il cane che difende pollaio porcile e orto di Augusto, alias ‘Cruperiu’, uno dei pochissimi orti rimasti fra la generale riforestazione? Non so, ma sicuramente il feroce latrato non è per me, ché improvvisamente, a una cinquantina di metri un grosso cinghiale sbuca dalle fratte, una madre forse, e appresso a lei una decina di cuccioletti che in fila indiana traversano di corsa la strada per velocemente sparire nel soprastante intrico di disordinata fittissima vegetazione. Il mio panico raggiunge ora il suo apice. Mi sento, se si escludono le turbe degli spiriti, solo al mondo nella notte incombente, ho dimenticato il cellulare, né più di tanto mi posso affrettare: nonostante la strada in discesa, più di tanto il mio cuore e le mie articolazioni non sopportano sollecitazioni. E ora anche l’ultima cicala tace: solo i versi funerei dei primi uccelli notturni s’odono ad incupire la notte, e a coprire i mistici suoni cosmici che m’inviano le stelle. Come agli Iddii della notte piace. raggiungo la provinciale, qualche rombo di motore si risente e il mio cuore riprende haleine.  Ma il più m’attende, ed è con passo ancora più lento che affronto la strada in salita e maggiore è l’affanno. Tentato di chieder soccorso a qualcuna delle auto transitanti e ai loro lampeggiamenti ammiccanti. L’orgoglio me lo vieta. Mi sforzo di placarmi e ci riesco. Mi rassegno al mio passo di tartaruga cui la pesante chelonia è di impaccio e ne approfitto per tornare con riconquistata serenità ai pensieri che, in questo periodo della sua vita, più assillano il tormentato Wanderer: pensieri di morte e di immortalità. E ne godo. E presto mi risento tutt’uno con l’Universo vestito a festa nella notte ormai profonda, e penso e modulo pensieri mistici che, diffondendosi nel vuoto cosmico illuminato dalle luminarie del firmamento, raggiungono il cuore stesso del Tutto, di Dio, e in esso mi attraventano. Non avverto più la fatica della risalita, e il lisbonese Antonio rapito ai Lusitani mi accoglie nel suo piccolo santuario, erettogli, sotto la stradina del camposanto che m’attende, dai vivaresi d’America, capomastro costruttore un tal Biagio Sforza di mia conoscenza. E osservo con sguardo commosso le coppiette di giovani e adolescenti che alla luce pur tenue dei lampioni voyeurs giocano ai loro primi giochi d’amore.

   Giornata e notte magica, infine, le mie. Non ho presunto invano.   

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'Agnese' di Ferdinando Paer. 'Chicchignola' di Petrolini. Ancora del 'Trittico' pucciniano

Post n°1133 pubblicato il 25 Luglio 2022 da giuliosforza

 

1034

   Una vera sorpresa per me, una bella Opera di cui ignoravo persino il nome: Agnese  di Ferdinando Paёr, un’opera semiseria andata in scena in prima rappresentazione moderna al Regio di Torino nel marzo 2019 con la regia di Leo Muscato e la direzione di Diego Fasolis e trasmessa oggi da Rai5.

   Una sorpresa piacevolissima per quanto riguarda la musica, la regia e il testo di Luigi Buonavoglia, e i motivi, che tutti condivido, li lascio esporre a Francesco Bertini, autore della lunga recensione che trascrivo.

   “Ci si interroga con sempre maggiore insistenza sull’importanza storico-musicale di quel periodo impropriamente definito “di transizione” tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, quando s’impone a livello internazionale l’astro rossiniano. Pochi lustri segnati dall’ascesa repentina e dall’altrettanto rapida caduta di Napoleone. In quegli anni di raccordo, in cui è in realtà ravvisabile una placida continuità, mossa dalle turbolenze politiche, operano numerosi autori che rilevano l’eredità italiana, prima fra tutte dell’illustre scuola napoletana, ma si aprono alla scoperta delle sperimentazioni sinfoniche d’oltralpe. Tra i compositori più attivi è ravvisabile Ferdinando Paër, uno dei migliori esempi della fortuna di cui godono gli operisti italiani nell’Europa d’allora.
   Nato a Parma, in breve tempo Paër diventa direttore musicale al Kärntnertortheater di Vienna, quindi maestro di cappella a Dresda fino a raggiungere il massimo riconoscimento come direttore e compositore della musica privata al servizio di Napoleone che lo nominerà, nel 1813, direttore musicale del Théâtre-Italien, carica mantenuta, con alterne fortune, fino al 1827. A ripercorrere, seppur a grandi passi, una carriera così fulgida ci si chiede come mai una simile personalità artistica, apprezzata dai contemporanei, possa essere stata completamente e ingiustamente dimenticata dai posteri. Sorte purtroppo condivisa da molti colleghi, celebri e onorati in vita ma presto dimenticati per il rapido mutamento dei gusti e del repertorio. Tra le oltre cinquanta partiture liriche composte da Paër, un ruolo particolare è rivestito dall’opera semiseria.         Proprio in questo genere, grazie a una fervida immaginazione e all’abilità di intrecciare elementi di varia natura, il compositore raggiunge i risultati migliori.
   Per l’immediato successo e per la pregevole fattura ne è esempio Agnese: concepito nel 1809 su libretto di Luigi Buonavoglia e su commissione del conte Fabio Scotti, per il suo nuovo teatrino privato appena fuori Parma, il dramma semiserio in due atti unisce alle tematiche amorose, miste ai tratti comici, il tema della pazzia, sul quale in quegli anni gli studi si concentrano con maggiore accuratezza. La critica sociale esibita senza filtri ed evidenziata da uno stato mentale alterato, particolarmente suggestivo e impressivo per il pubblico d’inizio Ottocento, garantisce una completa caratterizzazione, consueta nella pièce à sauvetage con un finale lieto e speranzoso. Dopo un’esecuzione in forma concertante a Lugano nel 2008, ora l’opera è rappresentata per la prima volta in epoca moderna al Teatro Regio di Torino grazie all’edizione critica e all’approfondito lavoro di ricerca di Giuliano Castellani. La possibilità di vedere l’azione consente anche di afferrare l’innovativa portata della vicenda musicata: dall’abbandono del tetto coniugale di Agnese, in fuga dal marito fedifrago, si passa alla pazzia del padre dovuta alla scelta di vita della figlia. Tra questi due ingredienti, particolarmente nuovi e quasi intollerabili nel panorama artistico di inizio Ottocento, s’inserisce da un lato chi mostra una moderna sensibilità verso la situazione e la patologia di Uberto, dall’altro, al contrario, chi fatica ad accettare il comportamento della donna e la possibilità di affrontare con maggiore libertà di vedute la follia.

   Solo con la messinscena può essere tangibilmente compreso il dipanarsi della narrazione. In questo senso si muove efficacemente il lavoro di Leo Muscato, regia, Federica Parolini, scene, Silvia Aymonino, costumi, e Alessandro Verazzi, luci. Lo spettacolo è arguto e ben congegnato: sul palcoscenico sono adagiati dei grandi contenitori, che richiamano i box medici o le scatoline di caramelle, nei quali vengono ricreate ambientazioni collegate alle diverse situazioni e ai vari personaggi. La vivacità coloristica e la possibilità di movimentare lo spazio, con spostamenti e mutazioni frequenti, rende fluido l’allestimento e particolarmente appetibile e chiara una prima esecuzione. Suggestiva l’iniziale realizzazione del bosco, sapientemente ideato con lo sfruttamento di tecniche digitali in grado di rendere la tridimensionalità dello spazio. Altrettanto immaginifiche risultano le varie stanze che in una superficie ristretta offrono un’ideale scenografia nella quale dar vita ai quadri dell’opera. Il lavoro registico contribuisce a sottolineare gli aspetti caratteriali delineati dal libretto. Si manifestano dunque atteggiamenti compulsivi che ci danno la cifra delle problematiche sociali diffuse, spesso erroneamente confinate solo nell’alveo di una dichiarata malattia mentale. Muscato evita soluzioni macchiettistiche e fuorvianti, riuscendo a non calcare troppo la mano, in perfetta sintonia con l’intendo edificante e benevolo dell’opera semiseria.

Assieme al citato Castellani, Diego Fasolis è l’altro artefice della riproposta di Agnese. Il direttore svizzero, già venuto a contatto con la partitura, porta in dote la lunga e approfondita frequentazione dei repertori barocco e classico, diretti antecedenti delle composizioni che s’affacciano timidamente ai seguenti sviluppi romantici. La sua lettura, attenta alle esigenze vocali e al contempo prodiga di colori, valorizza la scrittura di Paër che dal Settecento europeo eredita il gusto per gli impasti orchestrali e per gli strumenti concertanti (in particolare flauto, clarinetto, corno). In questa operazione di recupero e di ricerca delle sonorità più adatte al formulario primo ottocentesco, il direttore è affiancato dall’Orchestra del Teatro Regio capace di affrontare con piena padronanza un repertorio ibrido per certi versi e particolarmente insidioso per la molteplicità di linguaggi adottati. Valido anche l’apporto del Coro istruito da Andrea Secchi. È inoltre ascrivibile al lavoro congiunto di Castellani-Fasolis il recupero di tutto il materiale musicale finora rintracciato: alla versione parmigiana del 1809 sono affiancate le varianti apportate dal compositore stesso per le riprese parigine del 1817 e 1824 (quest’ultima con Giuditta Pasta), nel dettaglio due nuove arie, una per Ernesto, tenore, e una per Agnese, soprano, e un lungo duetto per entrambi. È particolarmente interessante notare, nell’ambito di questa operazione, la modernità di Paër che fa propri ed elabora con personalità gli stilemi rossiniani, ormai indispensabili al favore del pubblico.

   Omogeneo e ben preparato il cast vocale. María Rey-Joly, Agnese, è dotata di uno strumento duttile, capace di affrontare compiutamente le multiformi esigenze espressive del genere semiserio. Il controllo dell’emissione e la padronanza tecnica le consentono di affrontare tanto i temibili passaggi belcantistici (specie nell’aria alternativa), quanto i momenti d’intenso lirismo dove emergono il timbro suadente e la musicalità. Parimenti efficace risulta la prova di Markus Werba. Il ruolo di Uberto offre ampie possibilità interpretative, in particolare per le sfaccettature umane delineate da libretto e musica. Paër adotta spesso il declamato con repentini cambi umorali per tratteggiare appieno il disagio mentale del padre sofferente. Il baritono austriaco padroneggia il fraseggio che acutamente piega alle sfumature emotive per dar corpo alle varie scene di pazzia concepite dall’autore. Ne risulta un personaggio vivo, inserito nell’azione e allo stesso tempo efficace agli occhi dell’uditorio odierno.
    La parte di Ernesto si avvale della vocalità tenorile abbinata al carattere controverso di un marito infedele ma realmente pentito. Edgardo Rocha ha uno strumento cristallino, a proprio agio nelle forme protoromantiche ma ancora fortemente influenzate dal classicismo tardo settecentesco. Al cospetto di una parte che prevede una seppur minima evoluzione interiore, il cantante esprime con convinzione le proprie potenzialità attoriali fa risaltare, attraverso una sicura espressività e una linea canora perlopiù precisa, le peculiarità evidenziate dalla scrittura paeriana.
   La vis comica di Filippo Morace si adatta alla parte buffa di Don Pasquale, pauroso intendente dell’ospedale dei pazzi. L’artista, vero e proprio animale da palcoscenico, tratteggia efficacemente la parte del direttore senza cedere a effetti di dubbio gusto, atti a sollecitare facili consensi. Ne emerge una figura ben delineata, comica ma non caricaturale.
   Efficaci gli apporti di Andrea Giovannini, Don Girolamo, protomedico illuminato che suggerisce nuovi percorsi di cura, e di Lucia Cirillo, Carlotta, figlia di Don Pasquale. Non del tutto inappuntabile la prestazione di Giulia Della Peruta, Vespina, che denota qualche asprezza in zona acuta pur risolvendo la parte con spigliatezza e brio. Completano la compagnia Federico Benetti, il custode dei pazzi, ed Esmeralda Bertini, Una bambina di sei anni, figlia di Agnese.
   Il pubblico, seppur non numeroso, ha seguito con attenzione la recita mostrando di apprezzare, al temine, tutti gli interpreti per quest’attesa prima riscoperta del lavoro di Paër".

 *

   A maggiore mio scorno e a dimostrazione della mia ignoranza (e io che pensavo di aver nella mia lunga vita quasi tutto visto e appreso, e non solo in campo musicale), un “Chicchignola” petroliniano piacevolissimo, di cui ignoravo perfino l’esistenza. Nel ruolo del protagonista Mario Scaccia, uno dei più grandi attori della nostra scena di vecchia scuola, che non è esagerato dire ormai classica, e comprimari all’altezza. Divertentissime, ma come in poche altre pièces comiche anche in grado   di far profondamente pensare, le vicende dei due ‘becchi’ che vicendevolmente si cornificano, ognuno con l’amante dell’altro; e non manca nemmeno il colpo di teatro con Chiccignola che rivela di avere, da parte sua, finto il tutto . Mi sono, ripeto, molto divertito, e ho immaginato cosa avrebbe potuto essere una registrazione originale con Petrolini in persona protagonista.

   E che dire di quel capolavoro, e qui si respira altra aria, rappresentato dal Trittico pucciniano per l’ennesima volta dalla Rai riproposto? Bello il tragico Tabarro, incomparabilmente comico Gianni Schicchi, ma ai limiti del sublime Suor Angelica, che giustamente Giacomo, oltretutto fratello di una suora, riteneva dei tre episodi il suo prediletto. Io mi spingo oltre e dico essere Suor Angelica non solo del Trittico il mio prediletto, ma dell’intera produzione pucciniana, ove altri momenti, seppur meno profondamente, mistici, non mancano. Sarà per un certo tipo di formazione ricevuta (poi rigettata: ma quanto di una formazione ricevuta si può rigettare? Quanto, se non di contenuti, di forma plasmante, di radice, è destinato a permanere?); sarà per il mio innato romanticismo che nessun recuperato Illuminismo è riuscito, né mai riuscirà,  a soffocare, se mai a correggere nelle sue forme più estreme ossianiche; sarà per l’umanissima vicenda narrata, per il modo della narrazione (in essa si danno solo protagoniste suore biancovestite -voci maschili si percepiranno solo nel coro misto finale che accompagna in lontananza la salita di mamma e figlio in cielo - una statua di Madonna riversa a terra sul cui corpo mastodontico la vicenda si snoda, il fantasma del figliolo morto, la sadica principessa zia che reca  ad Angelica freddamente la notizia, il suo scopo essendo solo quello di ottenere una firma di rinuncia all’eredità); sarà per tutto questo che Suor Angelica mi giunge ogni volta nuova e antica, straziante e letificante, terrena e mistica, laicamente mistica e latamente, umanissimamente, ‘religiosa’, immanentisticamente terrestre. La laica ‘religiosità’ pucciniana più che in qualsiasi altra creazione trovo espressa, e profondamente sento di condividerla. Essa mi tocca cuore e mente. Essa mi attraventa violentemente, tragicamente ma liricamente ed estaticamente nell’intimo del Sacro, nell’intimo del Mistero. Come posso non prediligere Suor Angelica?

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Dossi esilarante. Dossi e le "Fleurs du mal", Maria Teresa, compare Romeo, "Carmina Burana"

Post n°1132 pubblicato il 16 Luglio 2022 da giuliosforza

 

1033

   Con piacere, ilarità e qualche perplessità leggo in Carlo Dossi (1849-1910), Note azzurre (op.cit. pp 632-633) quattro note consecutive, le 4639, 4647, 4648, 4649 (il salto tra la prima e le altre tre nella numerazione si trova anche nel manoscritto: evidentemente è lo stesso autore a non accorgersene al momento della correzione delle bozze, e quanto lo capisco!). Le perplessità riguardano la 4648 ove le considerazioni sulle Fleurs du mal, dopo tutto quello che ho scritto sul loro Autore e su di esse in particolare, mi fanno l’effetto di un pugno allo stomaco: ma tot capita tot sententiae, e mi tocca romanescamente ‘abbozzare’. Esilaranti sono quelle sulla papale sedia stercoraria e sul colle Vaticano, che si presterebbero a troppo facili ironizzazioni e riflessioni malevoli e maligne. Cose non da me, da quel pio e devoto uomo che notoriamente sono.

   In questi giorni fa un caldo assassino anche sui miei monti, ed è prudente che non metta il capo fuori. Purtroppo devo anche rinunciare alla mia passeggiatina antimeridiana, e al godimento degli incredibili riposanti panorami che essa offre allo sguardo. Me ne sto dunque al fresco piacevolissimo del piano terra, o alla vasta protettrice ombra del noce, a leggere e scrivere ed a godermi la quasi quotidiana Opera offerta da Rai 5, oggi il Don Giovanni nell’allestimento, solitamente fastosissimo, zeffirelliano del 2015 all’Arena di Verona, e a godermi i profumi del rosmarino fresco emananti dalle poche patate al forno che mi posso permettere.

   Scrive dunque Dossi:

    “4639. Nel dodicesimo secolo per rammentare al nuovo pontefice  che l’elevaione alla carica non doveva fargli dimenticare di essere uomo, egli veniva posto a sedere sopra una sedia di pietra forata e vuota al di sotto detta stercoraria  situata avanti il portico di San Giovanni in Laterano, e in quella posizione il pontefice gettava denaro al popolo (M. Gioja Galateo) ‘Questa esposizione del pontefice sulla sedia stercoraria, fatta senza calzoni, è perché il popolo passandovi sotto potesse persuadersi della sua virilità e che nessuna donna era assunta al papato. Ciò in ricordo della papessa Giovanna’.

    “4647. Il monte Vaticano appare negli scrittori latini spregiatissimo – Vaticana bibis -bibis venena – e Tacito: postremo ne salutis quidem cura, infamibus Vaticani locis megna pars tetendit. In non uso del corsivo per le citazioni è di Bossi stesso.

   “4648. Ho letto Baudelaire, il poeta dei profumi e delle puzze. Le poesie (Fleurs du mal) mi pajono brutte. Sono scritte in stile notarile, sono di una monotonia desolante, e dalle immagini e dalle idee stanche e colle rughe della decrepitezza. Baudelaire cerca di disporsi intorno artisticamente i suoi panni stracciati. Si direbbe l’orgoglio in cenci. Nota però che il Praga ha evidentemente copiato da lui le sue bruttezze (Cf. anche le frasi, azzurro, penombre ecc.), e che il Carducci sì è forse inspirato nelle litanie baudelairiane di Satana per comporre il suo Inno a Satana, e che il pittore Morelli può avere il suo quadro delle tentazioni di Sant’Antonio dai versi – ( nelle Femmes damnées) “D’autres commes des soeurs, marchent lentes et graves / à travers les rochers peins d’apparitions / où Saint Antoine a vu surgir comme des laves / les seins nus et apourprés de ses tentationons”. Ma tanto sono infelici e vecchie le poesie di Baudelaire, quanto i suoi petits poèmes en proses sono meravigliosamente belli e nuovi. La mia ammirazione per lo scrittore è però mista l dolore, dirò meglio all’odio di vedere che una parte dei miei letterari progetti fu già compiuta da Baudelaire in modo inarrivabilmente splendido. E splendida è pura la prefazione di Th. Gautier ai Fleurs du mal”.

   A parte che corretto è dire alle Fleurs, e non ai Fleurs,  essendo questo termine in francese femminile, a parte la stranezza della condanna delle Fleurs proprio per ciò che in essa v’ha di meglio e di nuovo (trarre dal male estremo l’arte suprema) che è il merito più grande che l’universale opinione riconosce al capostipite dei maudits (e i discepoli Verlaine e Rimbaud ben lo comprenderanno), a parte questo è ben bizarre passare alla lode direi sperticata dei petits poèmes en prose che delle Fleurs non sono che la coronazione, il naturale sbocco. Baudelaire e Wagner, la cui reciproca ammirazione, ai confini della venerazione che ben conosciamo, sono talmente grandi nella loro rivoluzione estetica che valutarli coi soliti meschini criteri moralistici è ciò che di più antiestetico possa darsi, e fa meraviglia che un uomo della qualità di un Bossi non se ne renda conto. E le Note azzurre sono zeppe di queste stranezze, come forse non può non essere in uno zibaldone che raccoglie le cose belle e quelle brutte, le osservazioni geniali e quelle banali a seconda degli umori quotidiani, Forse ciò è inevitabile, come può ben comprendere l’Autore di quello zibaldone presuntuosamente originale che sono i Dis-Incanti, dianoie metanoie paranoie di un Vegliardo diarista virtuale!

*

   La Signora dalla falce continua a danzarmi intorno la sua danza macabra. Anzi la accelera, In questa ultima quindicina ha strappato al mio affetto tre persone che hanno avuto un ruolo determinante nella mia storia e che perciò con la loro dipartita mi lasciano un vuoto grande nell’anima. Di Maria Teresa dico, di sua sorella Franca, del ‘compare’ Romeo, dei quali ho rispettivamente così scritto per gli amici su un social:

   ‘Dunque anche il Compare Romeo se ne è andato a raggiungere nelle lande del Mistero i suoi genitori e i suoi fratelli Romelia (Maria) Romano Remo e Romolo, i protagonisti di una saga vivarese che i monti racconteranno ai boschi, i boschi alle valli, le valli ai torrenti, i torrenti ai venti precipiti dal Crocione a Santa Maria finché madre Natura avrà voce. Nella sua voce le loro voci risuoneranno in eterno per chi ha orecchi da intendere le voci della Grande Madre di cui furono figli prediletti. Addio compare Romeo. Salutaci tutti. E a presto!’.

   E di Maria Teresa:

   ‘Chi ha conosciuto Maria Tersa Luciani, l'animatrice dei nostri Seminari di Educazione all'Ascolto, la pianga con me che sto scrivendo con lacrime di sangue. Quella grandissima e bellissima anima si è rituffata nella Musica Mundi che amò, di cui tanto scrisse, per la quale tanto fece, ieri notte dopo indicibili sofferenze, in Firenze, via Masaccio 143. L'hanno accolta il fratello Riccardo con la sua musica suonata dagli Angeli e diretta da Piero Bellugi, e i colleghi collaboratori (Tilde Salustri, Annamaria Masi, Marisa Castellazzo, Luciano Lucci) tutti a LEI e a me (questa la mia punizione) già da tempo premorti.

   Pace e Luce eterne a te, Mary!

   E Pietà per noi’.

   La musicologa amica Eleonora Negri mi ha inviato una foto di una ventenne Mary già direttrice e insegnante di Musica e di Teatro nel famoso orfanotrofio, voluto dai Conti Croff nella loro cinquecentesca Villa Castelletti a Signa di Firenze. L’ho condivisa per gli amici mettendo in risalto il sorriso che mai l'avrebbe abbandonata, nemmeno nelle circostanze più tragiche della sua vita. Molti amici ed ex alunni hanno espresso la loro commozione e il rimpianto di non poter essere ai funerali a Firenze, L’ho comunicato ad Eleonora con queste parole:

   ‘La notizia della scomparsa di Mary ha addolorato e commosso moltissimi amici ed ex allievi, memori della sua discreta quanto determinante presenza nelle nostre iniziative ('C.R.E.AR.E, Centro di Ricerca di Educazione Artistica ed Estetica', 'Associazione Culturale di Varia Umanità e Musica "Vivarium"', 'Gruppo Corale ' Metanoesi') legate alla nostra attività accademica e para-accademica. Attraverso me tutti intendono assicurare la loro presenza in spirito alla veglia

funebre e alle esequie insieme agli amici fiorentini. Saremo in tanti a salutarla e a piangerla’.

*

   Frau Musika è venuta in questi giorni a cercare di consolarmi in tanta desolazione, ed in parte le è riuscito. Una Così fan tutte deliziosa, un tragico Otello i cui panni ha rivestito un inimitabile Placido Domingo nel pieno della sua maturità, mentre Desdemona è stata degnamente interpretata da una strepitosa Barbara Frittoli (nella cui bocca la canzone del salice e l’Ave Maria, una delle più alte espressioni della ‘religiosità’ verdiana, hanno acquistato ancor maggiore intensità), senza dire di Leo Nucci, lo straordinario baritono che tutti ammiriamo, nella parte di Jago. Si trattava dell’allestimento inaugurale della stagione scaligera 2001-2002, ma la polvere del tempo non s’avvertiva, né nelle immagini né nel suono. Merito dei tecnici rai una volta tanto all’altezza della situazione. Ma i programmi della mia prediletta musica sinfonica non sono stati da meno, con Mozart Mahler ed altri, sopprattutto il Carl Orff dei Carmina Burana, trasmessi in diretta da Piazza San Marco, direttore un compostissimo Fabio Luisi. Evento rarissimo, almeno nei miei ricordi, e bellissimo, se non fosse stato un poco guastato dai soliti piagnistei delle presentatrici e dei presentatori, chiamati a leggere, quasi a giustificazione dell’evento in atto, le solite falsità sulle presunte simpatie naziste del bavarese Orff, che se anche ci fossero state chi se ne importa: i canti goliardici messi da lui splendidamente in musica nella loro integrità non hanno tempo, come tutte le grandi invenzioni musiche (nel senso lato: includenti cioè tutte le Arti delle abitatrici d’Elicona) e musicali. Chi pensa di potersene appropriare e le strumentalizza a fini di propaganda di parte è semplicemente un illuso e un prevaricatore che risponde lui delle sue idiozie di fronte alla Storia.

   Ora approfittando dell’aria rinfrescata dalla tempesta dei giorni scorsi torno a pensare e meditare sotto il noce grande in compagnia di Carl Jung, che riflette dal suo punto di vista, in quasi nulla da me condiviso, sull’Also sprach Zarathustra.

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 Chàirete Dàimones!

 

 

 

 
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Hatem a Suleika. "Dis- Incanti" III: fine

Post n°1130 pubblicato il 10 Luglio 2022 da giuliosforza

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   Hatem per Suleika:

   Du beschämst  wie Morgenröte /Dieser gipfel ernste Wand. / Und noch einmal fühlet Hatem (leggi Goethe) / Frühlingshauch und Sommerbrand. (West-östlicher Divan)

   Tu mi fai arrossire, illumini e colori il mio volto come fa l’aurora con la parete oscura di queste cime. E ancora una volta il vecchio Hatem avverte l’alito della Primavera e l’incendio dell’Estate (Divano occidentale orientale).  

   *

   Pongo termine con queste riflessioni a Dis-Incanti III ormai pronto, col Sito di Zarathustra e La Sera di Pan che gli si uniranno in un unico volume bifronte, per le stampe. Proseguirò poi certo, spero mi sia concesso sperarlo, a pensare a ricordare a poetare, per dare senso, ed eventualmente coglierne (tentativo vano?), alla mia vita, datosi di essere uno degli incappati nel cioraniano “inconveniente di essere nato”; inconveniente ormai avviato per me a risoluzione, quanti e quali siano ancora i giorni o i mesi o gli anni a me concessi dalla Provvidenza, dal Destino o dal Caso-Caos, da vivere in quanto materia signata quantitate, come l’Aquinate disse l’individualità (fui educato al tomismo, e ricordo quegli studi con fastidio da una parte e con ammirazione dall’altra per quell’ingegnaccio che fu il d’Aquino, l’irriso “bue muto” fra i discepoli di Alberto Magno, destinato -questa la facile e felice  profezia del Maestro- a far  udire i suoi muggiti in tutto il mondo). “Quantitate signata materia principium est individuationis, id est, numericae distinctionis, quae in puris spiritibus esse non potest, unius individui ab alio in eadem natura specifica. Traduzione quasi libera: La materia caratterizzata dalla quantità è il principio di individuazione della sostanza corporea. Nelle sostanze spirituali, ad esempio negli angeli, questo problema non si pone, poiché ogni angelo differisce dall’altro per la specie. Sesso degli angeli! Di molte di simili citazioni ho ancora stipata la memoria ma, strano a dirsi, non mi infastidiscono più né le odio, come mi infastidivano e odiavo nei turbatissimi tempi dell’apostasia.

   Intanto mi appresto a lasciare, per qualche mese, l’estate romana alle sue afe, alle sue pestifere immondizie, alle schiere di cinghiali affamati, alla inciviltà degli untori, nostrani o gitani, che frugano nei cassoni e lasciano sparsi intorno coi loro pestiferi fetori i resti della immonda razzia, precisamente alla maniera degli animali ruspanti. Il vergine Frainile mi attende che le catene del Sirente e della Maiella da presso ombreggiano e ventilano temperando le ardenze dei dardi solari; mi attendono i suoi silenzi, i suoi noci, il suo ibiscus, i suoi oleandri, l’agrifoglio gigante e quello nano, i suoi gelsomini, le sue lavande, il suoi rosmarini, le sue rose, le sue ortensie, i suoi tulipani, ormai nudi bulbi che dormono i loro lunghi letarghi sotto le zolle riarse, i suoi passeri, le sue rondini i suoi fringuelli, i suoi colombi, i suoi usignoli, le sue civette, i suoi gufi, il suo barbagianni dal cipiglio poliziesco, le sue lucertole, i suoi serpentelli, i suoi gechi, i suoi sventurati scorpioni. E porto con me i grossi tomi delle Contemplations hugoiane, del postumo Giudizio Universale di Papini, del Paradiso Perduto miltoniano nella antica traduzione ritmica di Lazzaro Papi, delle interessantissime dossiane Note Azzurre delle cui 1254 pagine solo un terzo a suo tempo lessi, delle opere complete di Rimbaud nella edizione Oscar Mondadori 1992 a cura di Diana Grange Fiori ed introduzione di Yves Bonnefoy e, dulcis in fundo, del quarto volume dei seminari junghiani su “Lo Zarathustra di Nietzsche”. Dulcis in fundo per modo di dire, perché temo di aver sprecato i quasi 50 euro del suo costo se leggo, subito in apertura, l’antipatica avvertenza dello psicanalista ribelle già freudiano circa lo stile di colui che soprattutto col suo più noto libro destò milioni di coscienze dal sonno dogmatico, diede la sveglia al mondo. Cosa se non una intenzione denigratoria sembra guidare la penna dello Svizzero? Sarà così per tutte le rimanenti cinquecento circa pagine? M’auguro proprio di no.

   Così apre dunque il Professor Jung.

   Rieccoci al nostro vecchio caro Zarathustra! E dando una occhiata ai capitoli di cui ci siamo già occupati e a quelli che ancora dobbiamo affrontare, devo dirvi con franchezza che mi sono annoiato a morte, soprattutto per via dello stile. Las lunga interruzione non ha fatto alcun bene al mio entusiasmo, a quanto sembra. Come spesso mi era accaduto -ma stavolta in particolar modo- sono stato colpito dall’innaturalità dello stile, dalla maniera tremendamente esagerata e tronfia (inflated) con cui Nietzsche si esprime. Perciò sono giunto alla conclusione che ne abbiate avuto a sufficienza di tutto ciò, e che non vi sia necessità di addentrarci nei singoli dettagli. Penso che faremmo bene a fare quello che i tedeschi chiamano die Rosinen aus dem Kucken picken, alla lettera “piluccare le prugne dal dolce”.

   Io, che amo lo stile “profetico” dello Zarathustra e alla sua lettura oltretutto mi diverto, e al birbone riso zarathustriano ho perennemente le labbra atteggiate, supererò senza difficoltà il tedio e la sonnolenza che mi procura invece la stile degli psicanalisti e, spinto dalla mia mai soddisfatta curiosità, mi sorbirò come una grazia di Dio le circa cinquecento pagine del volume assistendo al seminario e confondendomi, non visto, tra i seminarianti facendomi di qualcuno di essi, meglio se di qualcuna, schermo e scudo ed eleggendolo/a a portavoce delle mie domande e delle mie risposte che prevedo impertinenti, delle quali mi impegno a rendere fedelmente conto al termine degli incontri. E che il lucreziano Simulacrum del grande umanista Carl Gustav Jung, psicanalista per una svista della Specie, benevolmente m’assista.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 FINIS (NON) CORONAT OPUS

 
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Festa della Repubblica. Buongiorno in Musica. Tribschen. "La Danza di Nietzsche" pp.52-56

Post n°1129 pubblicato il 12 Giugno 2022 da giuliosforza

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   Intense giornate col giovane Rossini (Aureliano in Palmira). D’Annunzio-Zandonai (Francesca da Rimini), Verdi (Rigoletto). Musica Sanatrix et Salvatrix Mundi.

*

   Oggi festeggiano con la solita ipocrita magniloquenza una repubblica che non interessa più a nessuno, che a me non è mai interessata, pur essendomi in gioventù provato a trovarle, con buona volontà ma con esito zero, con gli amici di Nuova Repubblica un senso mazziniano. Ma Mazzini e la ‘sua’, di Repubblica, non hanno mai trovato voce nell’Italietta etta etta post resistenziale. Che sfilino pure dunque lungo Via dell’Impero, che ciancino inascoltabili, blesi quali sono, di democrazie, che depongano corone, che disegnino nel cielo di Roma le Frecce tricolori i loro mirabolanti arabeschi. Io non celebrerò, e sognerò con Fritz di Danza e di Musica, di Musica come Danza, di Danza come Vita insieme a Béatrice Commengé, trascrivendo, per gli amici che me l’hanno richiesto, alcune pagine (52-56) del suo La Danza di Nietzsche, purtroppo ormai di difficile reperimento, se non del tutto irreperibile. Sono pagine importanti, anche se non esaurienti, per intendere quel che nel suo bel volume l’appassionata e informatissima Algerina intende mostrare se non dimostrare. Buona lettura, dunque, ed a presto per altri eventuali contributi, se il mazziniano Iddio lo permetterà.

   (Un ricordo personale. Lo stesso ‘pellegrinaggio’ di N. a Tribschen feci io negli anni Ottanta del secolo scorso, evento di cui ho a lungo riferito nelle pagine di questo diario. Non sapevo di quell’episodio della vita del Filosofo. Narrai della mia emozione nel vedere i cimeli wagneriani sparsi per le stanze della  villa ora museo, ricordai che a Tribschen Wagner sulle note dell’Idillio di Sigfrido aveva accolto la futura sposa Cosima Liszt fresca  transfuga dal talamo condiviso con Von Bülow, il noto direttore d’orchestra, wagneriano fino alle midolla; dissi della Serenata notturna (Eine kleine Nachtmusik) eseguita sull’acqua sotto al monumento del ‘Leone di Lucerna’, progettato da Bertel Thorwaldsen e realizzato da Lukas Ahorn, commemorante il sacrificio delle guardie svizzere massacrate nel 1792 all’assalto delle Tuileries; la rabbia che si impossessò di me dinanzi a un busto del Nobel Spitteler denigratore di Nietzsche, autore  del per altro da me amatissimo Prometeo ed Epimeteo, Ma torniamo alla Commangé).

  “Era il maggio 1869. Il sabato precedente la Pentecoste. Nietzsche, che era appena stato nominato professore di filosofia” (per vero di filologia classica, nota mia) “a Basilea, aveva un solo pensiero: recarsi a Tribschen, vicino a Lucerna, per incontrarsi con Richard Wagner, che l’aveva invitato lì sei mesi prima durante un breve colloquio a Lipsia.  Wagner era la speranza, la possibile rifioritura, la probabile rinascita della tragedia greca. Finalmente un compositore per il quale Eschilo non era morto! Aveva potuto esclamare Nietzsche ascoltando I maestri Cantori. Era infine arrivato l’uomo dotato dello slancio di un «piede alato», capace di far rivivere lo spirito ellenico?» Quell’uomo viveva in Paradiso: Tribschen era uno di quei posti magici che si pensa di aver visto in sogno quando ci si capita per la prima volta, una vasta dimora piena di finestre e dominante un paro che s’allungava come una penisola sul lago dei Quattro Cantoni.

   A Lucerna, Nietzsche aveva preso il battellino a vapore che faceva il giro del lago, poi era andato a piedi fino alla casa che si scorgeva tra i platani centenari. Gli piaceva quell’acqua liscia, color del cielo, accerchiata da montagne, dalle cime innevate del Pilato alle creste del monte Rigi: «la sua Italia», avrebbe detto più tardi (Orta non era anch’essa una penisola?) Nietzsche procedeva passo leggero. Il paesaggio i9nvitava all’evasione e al raccoglimento al tempo stesso: aria e acqua, cime e abissi, i mondi si confondevano, come nella migliore delle musiche. Alla fine egli avrebbe dunque parlato con colui che viveva al di là delle vita, in quell’universo invisibile che «dà invece il nucleo intimo, precedente ogni configurazione», conformemente alle parole del suo secondo maestro, Schopenhauer. La musica era l’espressione della partecipazione del divino al mondo sensibile, e Wagner ne era l’incarnazione: Wagner, di un «idealismo cos’ assoluto, una cos’ profonda e commossa umanità».

   Nel giardino di Tribschen ci si sentiva già trasportati in un altrove indefinibile, come se lo spirito della musica avesse preso possesso dei luoghi. Dalla casa giungevano accordi sconosciuti al filosofo, una melodia nuova che gli faceva battere il cuore. La sua emozione, ascoltando le prime battute di quello che sarebbe diventato il canto di Brunilde nel Sigfrido, gli provava che l’arte – come avevano ben capito i Greci – era il completamento e perfezionamento dell’esistenza, destinata a persuaderci di continuare a vivere». Infatti, a quel giovane filologo ventiquattrenne che ancora non osava definirsi filosofo, una sola domanda si poneva: «Come vivere?»

   Nel paradiso di Tribschen, il Maestro viveva con «l’Unica» - la «geniale» Cosima von Bülow, che non era ancora sua moglie. A Nietzsche parve di sbarcare nell’isola di Naxos e di scoprire un’Arianna adorata da Teseo. Che cosa andava a fare il Dioniso?

   Tribschen diventò la sua «Italia», la sua Grecia, il suo Oriente. Là si discuteva della «visione dionisiaca del mondo, che Nietzsche ritrovava nelle composizioni del Maestro. A Cosima egli offrì il suo primo manoscritto, La nascita della Tragedia, ma anche una delle sue composizioni, la Notte di San Silvestro, che egli definiva «manifestazione dionisiaca». Da quando s’era messo a frequentare Wagner, ma soprattutto da quando aveva cominciato a credere di più nella propria filosofia, Nietzsche cedeva sempre meno a quella che chiamava «la schiavitù della musica». Wagner gli aveva scritto, un giorno: «Io mi sono sempre trovato male con le mie esperienze filologiche; voi vi siete sempre trovato male con le vostre esperienze musicali: ecco quanto. Musicista, voi sareste più o meno diventato quello che sarei diventato io se mi fossi ostinato con la filologia. La filologia m’è rimasta comunque nel sangue: musicista, è essa a dirigermi. Voi rimanete filologo, ma pur restando tale, lasciatevi dirigere dalla musica».

   Nietzsche non aveva bisogno dei consigli del Maestro. Come la tragedia greca fu per lui «partorita dallo spirito della musica», così tutte le due opere furono figlie dell’emozione più che del ragionamento, perché la poesia non esprime nulla che non sia già nella musica: «La musica è la vera idea del mondo». La musica è il riflesso dell’«Uno primordiale» e del «dolore originario»: ecco quel che avevano capito i Greci, per i quali la ritmica era nata dalla danza, dal movimento ripetuto fino all’estasi ai danzatori del ditirambo dionisiaco. La musica non deve essere «architettura dorica in suoni», figlia di Apollo, dio della misura; essa deve sorgere dalla profondità della terra, come Dioniso, dio della linfa primaverile e dello slancio vitale, essa deve passare per il corpo. Ora «l’essenza della natura deve esprimersi simbolicamente». Nel semplice girotondo ritmato delle voci, che stava all’origine del ditirambo di Dioniso, il Greco cercava di raggiungere simbolicamente l’essenza stessa del mondo. Perché la musica, «come arte particolare», potrà nascere soltanto quando si sarà «messa a tacere una quantità di sensi, soprattutto la sensibilità muscolare – (…) così che l’uomo più non imita né descrive subito corporalmente tutto ciò che sente». Ormai gli si è aperto il mondo dell’armonia, l’universo dei suoni, e delle melodie. Se l’uomo, attraverso la danza, celebra il «genio della specie», attraverso la musica egli tenta di raggiungere il «genio dell’esistenza stessa». Lascia per sempre il mondo dei fenomeni, trascende ciò che vive per spiegare la vita. Nell’universo dionisiaco, la poesia – terzo elemento della tragedia greca – non nasce non nasce dall’idea, né dall’immagine che l’artista si fa del mondo: nasce dalla musica, che gli è stata dettata dall’interiorità. «La poesia lirica è una folgorazione imitativa della musica» ed è chiaro che la tragedia morirà il giorno in cui la melodia sarà ridotta a semplice illustrazione della poesia.

    La felicità a Tribschen durerà tre anni. Nietzsche vi andò ventitré volte, le ha contate. Erano quelle visite a rendergli tollerabile la vita: così credeva, almeno. Continuava a comporre, nonostante le critiche violente che aveva suscitato la sua ultima opera, ‘Manfred-Meditazione’, da parte di von Bülow, di cui Nietzsche aveva ammirato le qualità di direttore d’Orchestra in occasione di una rappresentazione del Tristano; critiche  che egli aveva accettato con gran gioia giacché l’aiutavano a definire il posto che aveva la sua ‘brutta’  musica nella sua vita e nella sua opera: «Pensate che fino ad oggi – e questo fin dal tempo della mia prima giovinezza», rispondeva lui a von Bülow, «la mia musica mi ha procurato molta gi (…). Mi sono sempre chiesto da dove veniva quella gioia. Aveva qualcosa d’irrazionale in sé». E che cosa di più affascinante che tentare di cogliere il fondamento di quella gioia? Sempre il richiamo dell’inesplicabile, quello che darà le ali a Zarathustra perché possa levarsi in aria, libero da tutti i dogmatismi, vengano essi dalla religione o dalla scienza. Nietzsche era cosciente, in quegli anni precedenti la «malattia» e la «metamorfosi, nell’epoca in cui era un «dotto» più che un artista-filosofo, del fatto che la musica gli consentiva di «padroneggiare uno stato d’animo» che poteva forse essere più nocivo, se non lo esteriorizzava. Nella sua musica, per quanto mediocre, egli aveva la sensazione di «diventare quello che era»: faceva danzare le note come avrebbe fatto danzare più tardi le parole di Zarathustra. Andava all’assalto degli accordi come poi si sarebbe arrampicato sukka vetta delle montagne. Nondimeno, fin dalla ‘Manfred-Meditazione’ gli era chiaro che sarebbe stato musicista solo «quel tanto» che bastava «per il suo filosofico consumo domestico».

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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1128 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

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   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

*

    Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

*

   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

*

   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

____________________    

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 
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Passeggiata con Juliette, Le style c'est l'homme? 'Viaggio a Reims', 'La fiaccola sotto il moggio', l'amor mio Anna Moffo

Post n°1127 pubblicato il 02 Giugno 2022 da giuliosforza

 

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   Torno dalla mia passeggiata mattutina per le strade del mio quartiere medio-alto-borghese per censo, ma assai basso per civiltà in alcune sue zone, come si evince dai marciapiedi imbrattati di escrementi canini che ti obbligano ad un pericoloso slalom, dai vasti verdi selvaggi, infestati da cinghiali e da serpi, che lo contornano, e dai frequentatori dei loro bar, in buona parte villani male inciviliti, caciaroni e volgari. Io cerco per questo di seguire sempre gli stessi itinerari, i più riservati, ove incrocio per lo più giovani mamme che, prima di recarsi al lavoro, che immagino impiegatizio o serenamente casalingo, portano a spasso i bimbi nelle loro carrozzelle o tenendoli per mano ad aiutarli nei loro primi passi. Una giovane bella e distinta signora, che ama evidentemente i miei stessi orari quasi antelucani, gradevolissimi in questo inizio di calura estiva, spesso incrocio, la cui bimba, ormai abituatasi al Vegliardo dal passo antico, sempre diversamente e bizzarramente vestito, dagli strani cappelli e foulards e i non meno strani bastoni, mi dà il buon giorno (quale più gradito buongiorno?) con uno smagliante sorriso e uno sguardo che abbaglia, come quello della mamma di cui possiede le stesse pupille perlacee incantatrici. Ma la bimba, che ha nome Juliette (nome che amo non tanto perché è il femminile del mio ma perché è lo stesso della Binoche, l’attrice mia prediletta) ed ha un babbo francese che pendola più volte al mese come se niente fosse tra Orléans a Roma, oggi per la prima volta incontrandomi non mi sorride, anzi dalle labbruzze increspate e dagli occhioni lucidi accenna a un pianto presto calmato dalla carezza materna. Richiesta da me e dalla mamma del perché delle sue lacrime, indica l’impugnatura del mio bastone. Già, perché il bastone che mi fa oggi un po’ da compagnia e un po’ da sostegno è uno dei più strani e impressionanti tra quelli che posseggo. Lo trovai presso un rigattiere che tiene negozio nello spazio di ristoro e di rifornimento della A24 presso l’uscita Carsoli-Oricola, dal quale nel tempo altro, di più o meno valore, etnico o d’antiquariato o ambedue le cose insieme, nel corso del tempo acquistai. L’origine del bastone mi fu denunciata incerta, africana o indonesiana. Un bastone talmente leggero da parer vuoto come un bambù, ma che   invece risulta  assai compatto e, leggermente incurvandosi e affinandosi, giunge, fra un intaglio e l’altro ad anello, a toccar terra quasi a punta: una punta anch’essa dura e resistente quasi fosse di ferro come quella del mio bastone animato di Normandia (ricordo d’un memorabile tour degli anni Ottanta in quella terra, ciceroni di lusso Jacqueline e Claude Held, poeti e scrittori per l’infanzia celebri nel mondo) tanto da poter essere usato anche come una pericolosa arma di difesa e di offesa. L’originalità del bastone, non tanto gradita a Juliette, consiste nell’impugnatura ad angolo retto, dello stesso legno ma posticcia, terminante in un teschio sogghignante, un sogghigno tra il riso e il cachinno rivolto a chi lo guardi. Quando lo porto nelle mie passeggiate, fa di solito pendant con un grosso anello d’argento massiccio anch’esso raffigurante un teschio, ma nella postura classica poggiante su due rinsecchite ossa di femore (un memento mori davvero superfluo per uno come me che con la Morte-Vita convive) acquistato in un elegante negozio di indianerie in piazza Garibaldi a Pescara, a due passi dalla casa paterna del Vate, anch’egli amante de Teschio (a lui  si ispirarono gli Arditi per farne uno dei loro simboli -a noi la morte non ci fa paura!).

   Ma Juliette ha tutti i motivi per piangere: pur se nascendo ha anche lei iniziato a morire, alle sue pupille perlacee solo rose purpuree in questo maggio della sua vita s’addicono, e tutti fiori che, pur essi destinati presto a marcire (se son rose …s-fioriranno!) son chiamati a farle corona.

   Che tu viva, Juliette, e canti, memore che solamente cantando e suonando dimezzerai, se non annullerai, le fatiche del vivere. La salvezza è in Frau Musika.

    Arbeitest Du bei Sang und Klang – wird die Zeit Dir halb so lang.

    Conserverai tu questo ricordo del Vegliardo dimenticando il suo bastone a Teschio?

 

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Lievi (!) pensari mattinali.

    Si dice sia di Bouffon, in occasione del discorso di saluto al suo ingresso all’Académie. Per altri di Pascal: Le style c’est l’homme (leggi: lo stile fa l’uomo). Dissento. Meglio si direbbe: l’homme c’est le style (l’uomo è lo stile, leggi l’uomo fa lo stile). Spunto per una riflessione più vasta sul Soggettivismo antropocentrico. Per l’Io il sistema tolemaico non cessa di valere. L’io (empirico) si pensa nell’Io, e pensandosi pone se stesso e il mondo. E Dio. Cogito, ergo Deus est. Cartesio prevaricato? No. Cosa difatti un mondo senza un Io che lo pensi e l’affermi? Cosa un Dio senza un Io che lo pensi e lo affermi? Semplicemente il mondo non sarebbe, Dio non sarebbe: la sua esistenza e l’esistenza del mondo dovrebbero demandarsi a una trascendenza (vedi Berkeley) garantista, quella dei tre storici monismi, che dal monismo escludono poi il Reale che dall’Uno si irradia e dell’Uno si sostanzia, trascendenza che, nell’atto stesso in cui la pensi, pensandola neghi. La trascendenza è un atto di fede, ripugna alla Ragione, alla suprema Ragione. Errore del vescovo anglicano irlandese ed empirista Berkeley, a cui l’aria la luce il mare di Ischia schiarirono, e nello stesso tempo, oscurarono, le idee, che volle bypassare  (non ho colpa dell’orrido anglismo) l’Io per esigere direttamente un Dio che per tutti gli Io pensi, garantendo l’esistenza di un reale e dei ‘singoli’ io. Una Mente che pensi per tutti. Ma tale mente non può trascender l’Io, non può autotrascendersi. Un Io che si autotrascenda, nell’atto stesso in cui si pensa, è una contraddizione in termini. Dunque: il trascendimento del sistema tolemaico in metafisica fallisce, nei riguardi dell’uomo soggetto pensante-creante persiste. Io-centrismo. Il lutto non s’addice all’io, che pensando si coglie Io. La morte dell’io sarebbe la morte dell’Io, la morte di Dio. Sempre dall’io-Io parte la luce che irradia e irradiando pone il reale e come tale, come Sé, lo configura.

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   Viaggio a Reims. Allestimento della Scala del 2009. Regia di Luca Ronconi, scenografia di Gae Aulenti, direzione Ottavio Dantone. Opera buffa o?

   La fiaccola sotto il moggio 1965 regia di De Lullo con Romolo Valli, Rossella Falk, Ilaria Occhini, Carlo Giuffrè. La tragedia che con La figlia di Iorio più respira abruzzesità, quella che respirai con l’aria da bambino, l’aria che il gigante Velino inutilmente si sforzò di impedire mi giungesse, la tragedia che Gabriele più di tutte amava. Normale, per uno che “portava la terra d’Abruzzo sotto il tacco dei suoi stivali”. Ambientazione: Anversa degli Abruzzi, Gole del Sagittario, Villalago, Scanno, Cappadocia…  Alcuni dei miei luoghi dell’anima.

   Ah, perché non son io con i miei pastori?

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   Una delle rubriche periodiche che di Rai Storia preferisco è “Ieri e oggi” dove illustri personaggi (per esempio quel geniaccio polivalente di Luttazzi, quella maschera sorniona del grande Foà, quel distintissimo signore e porgitore di Alberto Lupo ed altri pochi dominatori del Medium televisivo) ricordano in immagini, presenti i protagonisti, i momenti salienti delle loro prestazioni sia canore sia prosastiche. Questa volta Luttazzi presenta in presenza la soprano Anna Moffo, Milva e un formidabile xilofonista di colore, il cui nome mi sfugge, col quale trova anche modo di esibirsi al piano in un pezzo jazzistico a quattro mani di grande virtuosismo. Ma i miei occhi e il mio orecchio sono fissi sulla Moffo che è cresciuta con me (ha solo un anno più di me), che ho seguito incantato in tutte le tappe salienti della sua carriera artistica, e con grande dolore ho visto premorirmi per il solito assassino che delle donne  è solito assalire le parti più delicate e nobili.

    Ho ritenuto la Moffo non solo una delle più belle cantanti liriche, ma soprattutto una delle più brave e delle più naturali e signorili nell’ emissione della voce: pochissime come lei possono affrontare ogni partitura, anche la più complessa, con una naturalezza ammirevole: ella canta come parla, non sfigura, cantando, il volto con smorfie volgari, non spalanca la bocca  inverecondamente dando a veder il cavo orale in ogni suo anfratto, quasi si fosse in un laboratorio dentistico od otorino loringoiatrico e non su un palcoscenico. Ella canta come canta un usignolo, quasi facendo emergere la voce dall’anima e non dalle corde vocali. Unica la Anna, in ogni senso, che di senso, con poche altre e pochi altri, ha arricchito la mia vita. Non posso accettare che ella sia definitivamente sparita nell’immenso oceano del Nulla e che la sua Voce non risuoni più in qualche landa dell’Universo, ad abbellirlo.

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    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

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'Zvaný', 'GiosuŔ'... Notti gianicolensi. Amore e Morte

Post n°1125 pubblicato il 27 Maggio 2022 da giuliosforza

 

1029

   Che resta da fare a un vecchio se non re-inventarsi, nella veglia e nel sogno, il più possibile magnificandola, la vita trascorsa? A me ciò riesce assai bene: diversamente non mi resterebbe che attendere una morte ignominiosa (plebea, son solito dirla), non ‘mortificante’ (che etimologicamente suona: ‘dante la morte’, da mortem facere, dunque Morte che uccide la Morte, morte della Morte!).  

   Ecco come ho giocato stanotte.

   In primo luogo mi son visto  lettore e commentatore di ‘Pianto antico’, la struggente breve lirica di Carducci, anzi di Giosuè; sì perché del ‘Leone di Maremma’ io ho sempre amato Giosuè, l’autentico poeta, il Giosuè-uomo còlto nei  momenti di più puro lirismo, e non nella pomposità di Poeta “laureato” e di vate ufficiale dei (ne)fasti della neonata Italietta e dei suoi fondatori; precisamente come m’è assai più caro ‘Zvanì’ dell’anche lui ‘laureato’ Pascoli, ‘laureato’ se non col Nobel, con le numerose vittorie riportate nelle gare internazionali di Poesia latina di Amsterdam, coi cui ricavati (una volta tanto le muse si smentirono e furono generose, e non solo di pane) poté comprarsi la casa-rifugio, ora santuario, di Castelvecchio di Barga. Solo dell’Ermapollodionisiopescarese, -questo l’endecasillabo che mi sono inventato per D’Annunzio- non mi è possibile distinguere, per ovvi motivi, il nome dal cognome.

   La seconda parte della notte l’ho trascorsa tutta al Gianicolo con quelli, dei miei studenti o dei “metanoetici”- tali dal nome dell’Associazione cultural-corale extraaccademica ‘Metanoesi’ che ci eravamo inventata per i nostri ludi …extramoenia - che con me, dopo l’omaggio al Nolano a Campo dei Fiori, salivano sul più bel Colle di Roma per festeggiare e brindare con l’akolàste pròposis, il Brindisi Libertino.

   Le nostre notti al Gianicolo si concludevano così goliardicamente con una giocosa sfida poetica tra l’Apollo-Johann Wolfgang e il Dioniso-Giulio: tanta, non c’è che dire, la mia presunzione, ma bisogna riconoscere che i pur perfetti settenari  del Bundeslied del giovane ventiseienne Francofortese, scritti per celebrare il matrimonio di certi amici svizzeri, non sono, in quanto a contenuti, all’altezza dell’autore del Faust e dell’West-östlicher Diwan, sono poco  più di quelli improvvisati dagli  stornellatori in qualsiasi matrimonio villico. I miei quindici endecasillabi e i due settenari, che non s’aspettano l’onore di esser musicati da un melanconico Franz, come fu dei versi goethiani, hanno invece il merito della ricercatezza dell’ironia e dell’irriverenza, pregi che normalmente vanno stigmatizzati ma che non guastano mai quando si è posseduti dallo spirito birichino del Nolano e dei suoi amici Elio e Dioniso con relativi corteggi di Muse pudiche o di mènadi discinte! Poi… poi sono, ed è la cosa che conta, autenticamente ‘pagani’, una qualità che non può mancare quando si brinda per dileggio sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei!

   Ai giovani le nostre nottate gianicolensi piacevano da morire e molti, fatti ormai uomini seri, le rimpiangono. Anche il Vegliardo giuntalodiano, naturalmente, le rimpiange, ma ormai non gli resta che attendere di poterle rievocare nei Campi Elisi.

   Ecco dunque la tenzone poetica. A voi l’ardua sentenza, poi riderete di cuore, se vi va!

   Del Bundeslied riporto solo alcuni versi, quelli che declamavamo sul Gianicolo, ma che in qualche modo anticipano lo spirito di tutta la composizione.

   Apollo chiama Dioniso:

     In allen guten Stunden,

     Erhöht von Lieb’ und Wein,

     Soll dieses Lied verbunden

     Von uns gesungen sein!

     Uns hält ein Gott zusammen,

     Der uns hierher gebracht,

     Erneuert unsre Flammen!

     Er hat sie angefacht.

     So glühet fröhlich heute,

     Seid recht von Herzens eins!

     Auf, trinkt erneuter Freude

     Dies Glass des echten Weins!  (J. W. Goethe, Bundeslied)

     (In tutte le meravigliose ore / nobilitate dell’Amore e dal vino / questo canto all’unisono / da noi deve essere levato. / Ci tiene insieme quel Dio / che qui ci ha condotto / e che rinnova le nostre fiamme! / quelle che Lui ha alimentato.

     Rallegratevi dunque oggi, / siate uni di cuore! / Orsù, alzate con rinnovata letizia / questo calice di vino verace!).

   E Dioniso risponde:

     Chàirete Dàmones!. Stendete, amici

     L’anima vostra e il vino la cosperga.

     Ed intrisa d’essenza il dio che l’ama

     Di sé inebri ed il mondo un folle iddio

     S’abbia novello che negli interstizi
     Intramondani capriolando il Tutto

     Colmi di Gioia insana, e Ilarità

     Faccia sua concubina, e dionisiaca

     Prole ne nasca cui oinopòtes Pan

     E Panodé sia nome e Panpaiàn.

     Da gole piene il canto

     Sgorghi e l’ombre inimiche fughi: il Lutto

     E la Tristezza e lor schiere di neri

     Corvigracchiantiausteri.

     E Panéuthymos vinca, regni e imperi.

 

     V’ha chi sua trenodìa fa sotto i salici;

     Noi a Panakòlastos alziamo i salici  (Giulio Sforza, Akolàste Pròposis)

 Codicillo del 26 10 ’96:

     Uni da Urano Gea li concepì

     Prototipi del Superuomo un dì.

     Zeus li divise, all’Unità li rese

     Ermapollodionisiopescarese.

*

   Sto rileggendo, di Béatrice Commangé, La danza di Nietzsche (Gallimard, Paris, 1988, Guanda, Parma, 1994. In copertina il Nietzsche, già immerso  nella sua lucida Follia, nella interpretazione di un altro lucido Folle, Edvard Munch). Un ottimo messaggio-massaggio per chi è minacciato di intorpidimento nel corpo e nell’anima.

*  

   Amore e Morte

   Per la prima volta mi gusto per intero, in tv, nello sconquasso dell’anima e del corpo, un “Andrea Chénier”, quello trasmesso da Rai5 nell’allestimento che inaugurò la stagione scaligera del 2017, direttore l’ottimo Chailly da sempre difensore e celebratore, contro l’albagia dei tanti critici, ungarettiani “termometri anali”, del capolavoro giordaniano. Seguo positivamente sgomento per tanta bellezza fino ad oggi a me sfuggita. Verismo assoluto, ma anche romanticismo assoluto. Superamento di sigle e categorie. Simbiosi perfetta di regia scenografia testo e canto. Me lo godo come un’opera del miglior Wagner, un vero e proprio Gesamtkunstwerk, un Gesamtkunstwerk italico, finalmente. Opera immensa (la passione della prima volta forse m’acceca?), potentissimo dramma d’amore e di morte nella drammaticissima cornice della Rivoluzione. E a ragione, dunque, più di una volta vengono con proprietà evocati testo e atmosfera lirica del Tristan und Isolde e se ne respirano misticismo ed incanto. E preludio all’atonalità, per ora limitato alla non indicazione di tonalità in chiave. Bella bella bella, forte forte forte, l’Opera di Giordano. Che egli sia, dunque, lodato con il troppo spesso, anche da me, negletto Illica: ché in Chénier libretto e musica si fondono a tal punto da farne apparire gli autori come un’unica persona in carne ed anima, cor unum et nima una. L’urlo finale all’unisono dei protagonisti ‘invasati’ (quasi isoldiano ‘unbewusst, höchste Lust!’), “Amore e Morte, Amore e Morte”! mi riecheggerà a lungo nell’anima.  

____________________    

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 
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