Creato da giuliosforza il 28/11/2008
Riflessione filosofico-poetico-musicale

Cerca in questo Blog

  Trova
 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Maggio 2021 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
          1 2
3 4 5 6 7 8 9
10 11 12 13 14 15 16
17 18 19 20 21 22 23
24 25 26 27 28 29 30
31            
 
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

Ultime visite al Blog

giuliosforzadaunfioretempestadamore_1967Ginevra_2021adianamoschelgolandAkill.Low.Dawvinangel81silenzioso_veroprefazione09giuseppina_casilloBrezzadilunacannibale3famaggiore2
 

Ultimi commenti

Ricambio cordialmente i saluti
Inviato da: g. s.
il 15/03/2021 alle 08:35
 
Una piccola porzione di storia della letteratura che...
Inviato da: Mr.Loto
il 14/03/2021 alle 17:45
 
Informazioni: callaisb310@gmail.com Sono Monsieur...
Inviato da: sall sille
il 16/02/2021 alle 09:31
 
Informazioni: callaisb310@gmail.com Sono Monsieur...
Inviato da: sall sille
il 16/02/2021 alle 09:28
 
Per tutte le persone che necessitano di un prestito da...
Inviato da: sall sille
il 16/02/2021 alle 09:26
 
 

Chi può scrivere sul blog

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

Napoleone nel "Giudizio universale" di Papini. "Il ragazzo del Risciò" di Guo Wenjing

Post n°1082 pubblicato il 11 Maggio 2021 da giuliosforza

992      

  Come mio modesto contributo al ricordo di Bonaparte nel duecentesimo anniversario della morte, all’Uomo nel quale Dio“volle / del Creator suo Spirito / più vasta orma stampar” (Manzoni, 5 Maggio); a Colui “qui plus grand que César, plus grand même que Rome / absorbe dans son sort le sort du genre humain” (cito a mente da non ricordo quale poesia di Victor Hugo, che ebbe per Napoleone I il Grande tanta ammirazione quanto odio e disprezzo nutrì per il nipote Luigi Napoleone III, che lo obbligò all’esilio e contro il quale  si vendicò scrivendo il famoso pamphlet ‘Napoléon le petit’) riporto le pagine, sempre originali e vivaci e sempre provocatorie, come è nel suo stile, che Papini dedica al Corso nel suo incompiuto e postumo ‘Giudizio Universale’ (Mondadori 1966, pp.239-241) dalle quali il Personaggio Napoleone  emerge in tutta la sua complessità.

   “Angelo (giudicante):

   “Tu fosti il più grande capitano di eserciti dei tuoi tempi e uno de’ più famosi conquistatori d’ogni tempo. Molti videro in te un altro e maggiore Alessandro, qualcuno ti giudicò, invece, un battistrada dell’Anticristo.

   Ma dopo aver messo in moto e in lotta e in soggezione tutti i popoli, dopo aver sacrificato tante vite, ispirati innumerevoli amori, furori e terrori, del tuo turbinoso passaggio sulla terra non rimasero che fumacchi di sconfitte e fumosità di orgogli.

   Napoleone:

   Rimase una visione di gloria e un bisogno di grandezza. Le generazioni venute dopo di me non seppero e non vollero dimenticarmi; sulla mia vita furono scritte, in tutte le lingue del mondo, centinaia di migliaia di libri. Quando un semplice mortale ha saputo lasciare una tal fame di ricordo nei cuori degli uomini è segno ch’essi sentono di essere suoi debitori. Io smunsi i loro averi e li condussi a morire eppure molti di essi mi amarono appassionatamente fino all’ultimo e infiniti altri, dopo la mia morte, mi ammirarono, furono attratti dal mio nome e dalle mie gesta e le immagini della mia vita esaltarono in essi fantasia e volontà. S’io fossi stato soltanto un decimatore di giovani, un massacratore di folle, un usurpatore ciarlatano gli uomini mi avrebbero subito odiato e presto dimenticato. Essi hanno sentito, anche quando non potevano è sperare né temer più nulla da me, ch’io rappresentavo miti e principî cari al pensiero del genere umano: la gioventù vittoriosa di Alessandro, l’unità europea di Augusto e di Carlomagno, l’impero di giustizia e l’uguaglianza della Rivoluzione, la rivincita del genio sconvolgitore sui vecchi schemi, sui vecchi regimi, sui vecchi generali e i vecchi monarchi. E per tutto questo, nonostante che io abbia dissanguato tanti popoli, fui amato e adorato da quelli stessi che incalzavo verso la morte.

   Anche il mio cuore si turbava quando percorrevo, il giorno dopo, i campi di battaglia, tra i cadaveri degli uccisi e i gemiti dei moribondi. Ma pensavo che l’unica via che s’apre ai piccoli e agli oscuri di partecipare alla grandezza è quella di offrire oro, sangue e vita per le grandi idee e le grandi imprese. Quelli che inorridiscono all’idea degli uomini considerati carne da cannone non pensano che la maggior parte dell’umanità non è altro, per colpa di tutti, se non carne da fatica, da latrina e da bordello.

   Non nego le mie colpe, non rifiuto le mie responsabilità. La mia frenetica passione di gloria, la mia ambizione di sterminato impero, la mia pertinace volontà di comandare, di signoreggiare, di rifare e di vincere, il mio disprezzo per l’armento umano e per coloro che rappresentavano il potere spirituale, la mia indifferenza, la mia simulazione, la mia crudeltà furon tali che soltanto la divina generosità del mio Creatore potrà comprenderle e forse perdonarle.

   Ma già sulla terra ebbi una punizione ch’io non potevo immaginare, allora, più dura e severa. Una paradossale vendetta volle far sì ch’io ottenessi nella storia degli uomini tutto l’opposto di quel che avevo sognato e voluto.

   M’ero proposto di ricostruire l’impero dei Cesari e di Carlo Magno, cioè l’unità europea che mi pareva gradino necessario verso l’unità del pianeta, e invece suscitai e promossi le passioni di indipendenza nazionale. Volli esser l’apostolo armato della Rivoluzione e invece nei più nobili popoli del continente: Grecia, Italia, Spagna e Germania. Mi proposi di abbattere la potenza piratesca della piratesca e mercantesca Inghilterra e dovetti lasciarla più potente che mai, mentre agonizzavo nelle mani di aguzzini inglesi.

   Volli esser l’apostolo armato della Rivoluzione e invece, dopo la mia caduta, prevalse per lunghi anni la Santa Alleanza, cioè la restaurazione del vecchio despotismo e la reazione contro i principi che avevano trionfato nella mia anima giovanile.

   Desiderai di fondare una nuova e duratura dinastia ma l’unico figlio morì oscuramente, senza avere regnato, nelle mani dei miei nemici e quel mio nipote che riuscì un momento a risollevare le mie aquile e a diventar padrone della Francia fu travolto dalla disfatta e morì in esilio.

   In me si videro riunite quelle grandezze che di rado vanno insieme: grandezza d’intelletto, grandezza di volontà, grandezza di fortuna, di potere, di fama. Eppure dopo tante vittorie, dopo tanti sacrifici, dopo tante imprese e tante glorie, dopo aver mosso e commosso metà della terra abitata dovetti confessare a me stesso, laggiù nella remota prigione oceanica, ch’io ero soltanto, alla fine un fallito e un vinto. Un uomo che era riuscito soltanto a ottenere il contrario di quel che l’anima sua aveva vagheggiato e agognato. Il succo di tutte le mie gesta, che pure sembrarono meravigliose, è questo: la piccolezza dei grandi, la sconfitta dei vittoriosi, la miseria dei conquistatori, l’impotenza dei potenti. E Dio mi volle, forse, grande e infelice perché fossi un ammonimento e un castigo per gli uomini”.

   Qui il Papini ‘convertito’ ad un radicale suo personalissimo fondamentalismo ‘cattolico’, fa terminare la confessione di Napoleone di fronte all’angelo giudicatore. Ma si tratta di una confessione, caro il mio Papini, che Napoleone, che aveva il senso della storia, e sapeva che la storia ha tempi lunghi, talvolta lunghissimi, non avrebbe mai fatto, almeno nella sua integralità: Napoleone sapeva d’aver svegliato  l’Europa e il mondo dal loro secolare torpore, che il risveglio politico e culturale delle nazioni era  la premessa necessaria per una eventuale unificazione dell’Europa e del mondo che non fosse un affastellamento senza senso, un mucchio, un puro ‘coudoiement’, come avrebbe detto il mio Maestro Gabriel Marcel, una massificazione globalizzante e disumanizzante, come avviene in una qualsivoglia società, dalla più piccola alla più grande, i cui membri non siano prima maturati, come ‘in-dividui’, in scienza e coscienza, in Conoscenza e Cultura. E era cosciente, Napoleone, di aver dato uno scossone da sisma cosmico alla secolare potenza e prepotenza albionica, come poi la storia dei due scoli successivi avrebbe dimostrato (Wellington a Waterloo vinse una fortunosa battaglia, non la Guerra). Si può essere grandi condottieri e grandi uomini insieme? Si è mai avuta grande rivoluzione ‘sine sanguinis effusione’? (Paolo scrive ‘remissio’, mai i due termini sono in più di un senso controvertibili). Non sembra esser la guerra una terribile legge di natura, non solo della natura umana? Si può essere efferati e insieme amare sconfinatamente, e ai suoi luoghi umilmente pellegrinare, l’uomo più pacifico e pacifista del mondo, Jean-Jacques Rousseau? Si può riportare alla luce intere civiltà, come quella egiziana, creare un codice più illuminato di quello giustinianeo, posseder una immensa biblioteca …itinerante come i suoi eserciti, si può avere, prima dell’autoincoronazione, la stima incondizionata del Gigante autore dell’Eroica, ed essere un tiranno oscurantista? Si può sconvolgere le sterili maggiatiche dell’Europa e del mondo, seminare semente LEF (leggi ‘Légalité Égalité Fraternité’) senza di lui destinata a rimanere a marcire negli scantinati di una Francia a quel punto inutilmente rivoluzionaria? Domande, domande, sempre più domande. E la domanda definitiva: fu vera gloria? Manzoni affidò nella stessa Ode ‘ai posteri l’ardua sentenza’. Noi siamo di due secoli oggi posteri, ma la risposta è ancora, come due secoli fa, controversa, se non contraddittoria: immenso Uomo e Condottiero Napoleone per gli uni, immenso criminale per gli altri. E, c’è da giurarlo, sempre ardua la risposta resterà nei secoli a venire. Da quale parte io, con qualche riserva, stia, non ha importanza. Ma non è difficile intuirlo. E ancor meglio lo si intuirebbe se avessi la faccia tosta e l’impudenza di ripubblicare qui, provocando l’ira di molti miei amici, i due sonetti in francese che in lode del Corso scrissi davanti alla sua tomba nella Cappella dell’Hotel des Invalides tanti anni fa con l’esuberanza dei giovani, ai quali tutto si perdona. Una cosa è certa: Napoleone continua e continuerà ad essere un Signum contradictionis, come dei grandi Rivoluzionari fu e fu detto. Più segno di grandezza e di gloria di questo?

*           

   “Guida TV

   Il ragazzo del risciò

   In onda Il ragazzo del risciò (Luotuo Xiangz), opera del compositore cinese Guo Wenjing registrata al Teatro Regio di Torino nel settembre 2015 per il Festival MiTo SettembreMusica, commissionata dal National Centre for the Performing Arts di Pechino ed eseguita in prima mondiale a Pechino il 25 giugno 2014 nell’ambito del 2014 NCPA World Opera Forum. Leggo nella presentazione: “L’opera in due atti, su libretto di Xu Ying, è tratta dall’omonimo romanzo di Lao She (1899-1966), uno dei massimi rappresentanti della letteratura cinese moderna. Il protagonista è Xiangzi, un ragazzo di campagna giunto a Pechino all’inizio del 1900 in cerca di fortuna. Il suo obiettivo è avere un risciò tutto suo; nonostante la sua buona volontà e il duro lavoro, la guerra, i rovesci della fortuna e una società dura governata dal denaro capovolgeranno i suoi progetti. Pechino, la città «sporca, bella, decadente, vivace, caotica» fa da sfondo non casuale alla storia, vibrando di una vita che pare partecipare alle sofferenze degli umili: «L’unico amico che Xiangzi aveva, era questa antica città». Punto centrale della drammaturgia dell’opera è il rapporto tra Xiangzi e il suo veicolo, con il quale il protagonista intrattiene un legame quasi viscerale: i due si muovono dentro un gigantesco affresco, cupo e senza speranza. Il risciò è simbolo di anelata libertà ed è, nel contempo, giogo crudele: il servo vuole affrancarsi dal proprio padrone ma è, in qualche modo, vinto dall’oggetto del suo sogno. Questo perché, in una società dai rapporti così iniqui, ai più miseri e deboli non è neanche consentito sognare. Autore della partitura è il compositore Guo Wenjing. Nato a Sichuan nel 1956, Wenjing si è formato presso il Conservatorio di Pechino decidendo, a differenza di altri suoi illustri colleghi quali Tan Dun, Chen Yi o Zhou Long, di vivere e lavorare in Cina. Tra i suoi lavori spicca Chou Kong Shan (Montagna mesta e desolata), un concerto per flauto cinese di bambù e orchestra, eseguito per la prima volta dall’Orchestra Sinfonica di Göteborg in Svezia con la direzione di Neeme Järvi; Sound from Tibet (2001) per ensemble di strumenti cinesi e occidentali e il Concerto per ehru, il tradizionale violino cinese a due corde, commissione congiunta dell’Orchestra Sinfonica di Singapore e della Radio Bavarese, eseguito anche nell’importante festival di musica contemporanea ‘Musica Viva’ di Monaco. Proprio il gusto per la contaminazione caratterizza il percorso artistico di Wenjing, teso a rinnovare il linguaggio musica”.

   La mia impressione è che di nessuna contaminazione né di nessun rinnovamento del linguaggio musicale si tratti. Di gradevole musica occidentale pura e semplice si tratta, e senza la specificità del racconto, dei protagonisti, dei costumi, delle scenografie, vedendo l’Opera rappresentata in uno dei nostri teatri non avrei proprio saputo immaginarla come cinese. Forse è un mio limite.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Il Dante di Harold Bloom, seguito e fine

Post n°1081 pubblicato il 11 Maggio 2021 da giuliosforza

991

   (seguito)  

   “Per il comune lettore che può assimilare la Commedia in lingua originale, Beatrice è di rado un enigma, perché i critici italiani sono molto diversi dagli studiosi angloamericani, nell’accostarsi a Dante, e la loro mondana percezione del poeta è percolata fino a lui. Faccio tesoro dell’osservazione di Giambattista Vico, che perfino Omero avrebbe ceduto il primato a Dante, se il toscano fosse stato meno dotto in teologia. Come Freud (e tutti i mistici) Dante credeva possibile la sublimazione dell’eros, ben lontano in ciò dal Cavalcanti, che considerava l’amore una malattia da cui guarire. Dante, che dannò Paolo e Francesca come adulteri, era noto per l’inclinazione per donne assai diverse (nella sua prospettiva) dalla sacralizzata Beatrice. Quasi il solo luogo in cui lui e Shakespeare si incontrano è nella comune supremazia nell’esprimere i dolori dell’eros, propri e altrui:

   Ma ben ritorneranno i fiumi ai colli

   prima che questo legno molle e verde 

   s’infiammi, come suol far bella donna,

   di me; che mi torrei dormir in petra

   tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,

   sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.

   È la sestina Al poco giorno, una delle ‘rime petrose’ che Dante appassionatamente dedicò a tale Petra, Se Beatrice è poco shakespeariana, Pietra lo è, e non stonerebbe accanto alla park lady dei Sonetti:

   Sciupio vitale in scempio di vergogna

   È lussuria in azione, e lì, lussuria

   È spergiura, di sangue e infamia sozza,

   brutale estrema incredibile cruda.

   Goduta appena, subito si spregia (…)

   Le letture pie di Dante non sono così chiaramente immotivate come i tentativi di cristianizzare le tragedie di Amleto e Lear, ma nuocciono alla Commedia più del risentimento femminista, che si scaglia contro l’idealizzazione di Beatrice. Le lodi che Dante le rivolge sono d’intensità struggente; la sua esaltazione di un amore non ricambiato è più problematica, a meno di risalire alle strane visioni di quando, ancora bambini,  ci si invaghisce di qualcuno che a stento si conosce, e forse non si vedrà mai più. Finemente, T. S. Eliot ha congetturato che l’esperienza di invaghirsi di Beatrice sia stata vissuta da Dante prima dei nove anni; e il paradigma numerologico può in effetti averlo indotto a post-datarla di un anno o due. Noi, comunque, che non siamo lui, poco riceveremmo da un’analoga epifania, ed è suo merito esclusivo essere da lì partito per realizzare quello che sappiamo.

   Se è universale nell’origine, beatrice diventa nella Commedia un simbolo esoterico, il centro della personale gnosi del poeta, essendo per suo tramite che questi asserisce un sapere assai meno tradizionale di quanto molti esegeti siano disposti ad ammettere. L7’intramontabile fama dell’Inferno non ha oscurato l’eloquenza drammatica del Purgatorio, i cui lettori sono ancora un numero apprezzabile. L’immensa difficoltà è del Paradiso, benché proprio tale difficoltà sia il marchio indisputabile del genio di Dante, che dilaga oltre i limiti della letteratura di immaginazione. Non possediamo nulla che gli assomigli, tranne, chissà, certe sequenze delle Rivelazioni della Mecca del sufi andaluso Ibn Arabi (1165-1240), che aveva conosciuto la sua Beatrice alla Mecca. Nizam, la Sofia della Mecca, come la Beatrice fiorentina è il centro della teofania, e converte Ibn Arabi a un amore sublimemente idealizzato.

   A settantun anni, non sono forse ancora pronto per il Paradiso (in cui, comunque, in quanto di fede ebraica non sono destinato a entrare), e ho cominciato a distaccarmi dall’Inferno, terrificante ancorché sublime. Continuo invece a visitare il Purgatorio, per ragioni magnificamente espresse da W. S. Merwin nella prefazione alla propria eccellente traduzione della cantica mediana della Commedia.

    Delle tre sezioni del poema, solo il Purgatorio è sulla terra, la terra in cui viviamo, e sulla quale posiamo i piedi, attraversando una spiaggia, arrampicandoci su un monte… E fino alla suprema cima del monte, la speranza si mischia al dolore, avvicinandosi ancor più alla vita presente.

    Tutti i miei amici dissentono su quale canto del Purgatorio sia da preferire. Personalmente, scelgo il XXVIII, con la sua visione di Matelda che coglie i fiori del Paradiso terrestre.

    Vago già di cercar dentro e dintorno

   La divina foresta spessa e viva,

   ch’a li occhi temperava il novo giorno,

   sanza più aspettar lasciai la riva,

   prendendo la campagna lento lento

   su per lo sol che d’ogni parte auliva.

   Un’aura dolce, sanza mutamento

   avere in sé, mi feria per la fronte

   non di più colpo che soave vento;

   per cui le fronde, tremolando, pronte

   tutte quante piegavano a la parte

   u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

   non però dal loro esser dritto sparte

   tanto, che li augelletti per le cime

   lasciasser d’operare ogne lor arte;

   ma con piena letizia l’ore prime,

   cantando ricevieno intra le foglie,

   che tenevan bordone alle sue rime,

   tal qual di ramo in ramo si raccoglie

   per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,

   quand’Eolo scilocco fuor discioglie.

   Già m’avean trasportato i lenti passi

   Dentro a la selva antica tanto, ch’io

   Non potea riveder ond’io mi trassi;

   ed ecco più andar mi tolse un rio,

   che ‘nver sinistra con sue picciole onde

   piegava l’erba che ‘n sua ripa uscio.

  Tutte l’acque che son di qua più monde,

   parrieno aver in sé mistura alcuna

   verso di quella, che nulla nasconde,

   avvegna che si mova bruna bruna

   sotto l’ombra perpetüa, che mai

   raggiar non lassa sole ivi né luna.

   Coi pié ristetti e con li occhi passai

    di là dal fiumicello, per mirare

   La gran varïazion d’i freschi mai;

   e là m’apparve, sì com’elli appare

   subitamente cosa che disvia

   per maraviglia tutto altro pensare,

   una donna soletta che si gia

   e cantando e scegliendo fior da fiore

   ond’era pinta tutta la sua via.

   ‘Deh, bella donna, ch’a raggi d’amore

   ti scaldi, s’i vo’ credere a’ sembianti

   che soglion esser testimon del core,

   vegnati voglia di trarreti avanti’,

   diss’io a lei, ‘verso questa rivera

   tanto ch’io possa intender che tu canti.

   Tu mi fai rimembrar dove e qual era

   Proserpina nel tempo che perdette

   La madre lei, ed ella primavera’.

   In un’indimenticabile versione inglese, Shelley mantiene la ‘terza’ rima dantesca al prezzo di qualche forzatura del senso originale, ma cogliendo la sorpresa e lo splendore dell’apparizione di Matelda, che ha capovolto la caduta di Proserpina ed Eva, e prefigura il ripresentarsi a Dante della visione di Beatrice. Possono esservi stati in Shelley anche echi del Racconto d’inverno, di Shakespeare, Perdita essendo l’equivalente shakespeariano di Matelda.

   Oh, se avessi i fiori che tu, Proserpina, spaventata, lasciasti cadere sul carro di Plutone! Narcissi che precedono gli ardimenti delle rondini e affascinano di loro bellezza i venti di marzo (,,,)”.

   Perché Dante abbia chiamato Matelda la fanciulla canterina del ripristinato Eden è un enigma, per il quale studiosi diversi propongono diverse soluzioni. L’apparizione di Matelda è effimera, ma perversamente preferisco lei a Beatrice, che spiega e rabbuffa, e per Dante è in eterno irraggiungibile. Come la Perdita shakespeariana, Matelda ci incanta. Chi, che son l’indomito Dante, avrebbe potuto restar fedele alla paradisiaca Beatrice? Chi, a parte Dante, non s’innamora di Matelda, come ci appare in queste altre terzine?

   (…) E avvegna ch’assai possa esser sazia

   La sete tua perch’io più non ti scuopra,

   darotti un corollario ancor per grazia;

   Né credo che ‘l mio dir ti sia men caro,

   se oltre promession teco si spazia.

   Quelli ch’anticamente poetaro

   L’età de l’oro e suo stato felice,

   forse in Parnaso esto loco sognaro.

   Qui fu innocentel’umana radice;

   qui primavera sempre e ogne frutto;

   nettare è questo di cui ciascun dice’.

   Bella e gentile, misteriosa epitome di ogni giovane donna innamorata, Matelda cammina con Dante sull’erba come se l’età dell’oro fosse ritornata. Il suo passo è di danza, e non è il caso di appesantirlo gravandola di allegorie e collegandola a nobildonne realmente vissute e celebri contemplative. Notoriamente sensibile al fascino femminile, Dante si sarebbe certo invaghito di Matelda se la trasfigurata Beatrice, un po’ madre e un po’ istitutrice, impossibile oggetto del desiderio, non lo avesse atteso nel canto seguente.

   William Hazlitt, superbo critico letterario del romanticismo britannico, reagì a Dante in modo più ambivalente di Shelley e di Byron; cionondimeno ha colto una delle ragioni della sua originalità, uno degli stratagemmi del suo genio:

   Egli ci avvince solo in quanto suscita in noi per simpatia le emozioni dalle quali è preso egli stesso. Non colloca davanti a noi gli oggetti dai quali l’emozione è suscitata, ma cattura la nostra attenzione, mostrando l’effetto che producono sui suoi sentimenti; e perciò la sua poesia genera spesso la reazione intensa, quasi soverchiante, che siha guardando il volto di chi ha scorto qualcosa di terribile.

   Hazlitt pensava all’Inferno, non alla Matelda del Purgatorio, in cui l’emozione sarebbe semmai quella suscitata dal volto di chi contempla una causa di suprema delizia”.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

D'Aubigné, Anouilh, Hanz Werner Henze, Il Dante di Bloom

Post n°1080 pubblicato il 11 Maggio 2021 da giuliosforza

990

   Proseguo con interesse la lettura del Dizionario dei miti letterari, e alla voce Antigone trovo citato Agrippa D’Aubigné, il poeta e uomo pubblico cinquecentesco covertitosi con zelo al Protestantesimo e autore di un vasto poema sugli eventi seguiti alla Notte di San Bartolomeo, Les Tragiques, che non ho letto nella sua integrità ma di cui ho spesso riportato un alessandrino da dedicare, con tenera ironia, ad una amica non più giovanissima: Une rose d’automne est plus qu’une autre exquise. Senza nessun riferimento, è chiaro, alla ‘filigrana vivente’ cantata con altri gentili simboli dal Pescarese.

   Di seguito su Rai5 Il viaggiatore senza bagaglio (Le voyageur sans bagage), simpatica commedia di Jean Anouilh in una versione di Ermanno Spataro del 1970, ove si dice di un giovane reduce che ha perso la memoria, tema abbastanza abusato dopo il secondo conflitto mondiale, ma che il drammaturgo francese tratta con la sua ben nota ironia, figlia di un pacato scetticismo che via via si fa nero pessimismo (ironia, scetticismo, pessimismo che caratterizzano tutta l’opera dell’Anouilh, epurato come collaborazionista pétainiano e poi assolto, mentre il suo amico Robert Brasillac, dopo un processo sommario molto contestato e la sua e d’altri intellettuali calorosa difesa, fu condannato a morte a 36 anni, ottimo scrittore, giornalista, poeta e critico cinematografico). Avrei preferito l’Antigone.

   *

  Pomeriggio all’Opera. Die Bassariden di Hans Werner Henze, grande musicista, marxista anacronistico, ischitano d’adozione. Rivisitazione moderna delle Baccanti euripidee, rappresentata nella versione inglese. Scenografia truculenta nelle scene delle menadi scatenate sul Citerone attorno a Diòniso, con nudi integrali femminili nelle scene di thiaso. Spettacolo forte, ma gradevole. Musica che recepisce ogni suggestione, barocca, classica, neoclassica, romantica, moderna, compresi dodecafonia e jazz, fino al recupero della tonalità. Di Henze non conoscevo che il nome. Sapevo solo del suo stalinismo e della sue residenze italiane di Ischia (dove forse qualche volta lo incrociai da Calise) e di Montepulciano che aveva scelto come sede per una grande Istituzione cultural-musicale, il Cantiere Internazionale d'Arte, i cui scopi principali sono l'interazione tra artisti professionisti internazionali e giovani talenti. Pomeriggio non sciupato.

*

   Harold Bloom fu il più noto, e per questo naturalmente il più discusso, critico letterario statunitense, morto nel 2019 a circa novanta anni. I suoi libri più noti sono Il Canone occidentale del 1994 e Il Genio del 2002. Il primo “è la dimostrazione appassionata del perché i grandi scrittori sfuggono all’oblio che copre la maggior parte degli sforzi umani. E infonde speranza sulle possibilità che ciò di cui l’umanità ha goduto fino a oggi possa essere trasmesso ai posteri” (The New York times Book Review), “opera profondamente personale, controversa, discussa, letta in tutto il mondo, …diventata a sua volta, un classico degli studi letterari” (quarta di copertina, BUR 2008, Nona edizione marzo 2020 pp. 588). Il secondo (Rizzoli 2002, pp. 945) “cento storie esemplari per ripercorrere il cammino dell’umanità verso la grandezza”. Seconda di copertina: “Che cosa è il Genio? È il ‘dio della natura umana’, per usare le parole del poeta latino Orazio, è ‘il dio che abbiamo dentro di noi’, secondo Ralph Waldo Emerson, è lo pneuma, il soffio divino degli gnostici, è lo spirito, il daimon che ci guida. È un’idea - e una parola - che la cultura materialista del nostro tempo non ama, e che tenta di spiegare, riducendone la portata, con l’analisi del contesto storico, sociale o culturale, o, ancor più radicalmente, con il determinismo genetico. Ma per il grande critico americano Harold Bloom una definizione materialistica del genio è impossibile, dato che il genio è proprio l’aspirazione allo straordinario e al trascendente che, magari inconsapevolmente, coltiviamo dentro di noi e che alcuni individui hanno saputo realizzare con le loro opere: Per questo, dopo averci insegnato ad amare i grandi classici - con Il canone occidentale e Come si legge un libro (e perché) - e a ritrovare il lato più profondo di noi stessi nelle creazioni di Shakespeare – con Shakespeare. L’invenzione dell’uomo -, Bloom ci aiuta oggi a riconoscere e apprezzare la natura del genio. Limita la ricognizione al campo dei suoi studi, cioè ai geni che hanno scelto la parola come mezzo di espressione, e le cento vite esemplari che racconta compongono un mosaico affascinante che spazia dalla Palestina del X Secolo avanti Cristo, in cui visse il Redattore (o la redattrice) della Bibbia ebraica, alla fine del XX secolo, con Ralph Ellison e Iris Murdoch. Ci sono i vertici della poesia (Shakespeare, Dante, Cervantes, Omero, Virgilio) ma anche i giganti del pensiero come Platone, Nietzsche e Freud e fondatori di religioni come San Paolo e Maometto. Ci sono uomini e donne di tutte le epoche e culture (e tra gli italiani. Oltre che a Dante, Bloom dedica un ritratto a Leopardi, Pirandello, Montale e Calvino). C’è, alla base, un’idea che risale all’antico autore del trattato d Del Sublime: l’anima nostra viene per così dire innalzata sotto la spinta del vero sublime, e, preso possesso di un superbo trampolino di lancio, si riempie di gioia e di orgoglio quasi che essa stessa avesse creato ciò che ha udito”. Il contatto con il genio ci conduce a  una consapevolezza e a una saggezza che non avremmo mai raggiunto da soli: è questa, per Bloom, l’utilità della letteratura per la vita”.

   Il criterio con cui Bloom sceglie gli italiani mi è incomprensibile, e non posso che pensare che egli della nostra letteratura conosca ben poco. Mi vien da ridere quando penso che sia tra i ventisei del Canone che tra i cento de Il Genio non trovi ad esempio posto un Gabriele D’Annunzio, l’Autore italiano con Dante ancor oggi più letto del mondo. E Petrarca, e Boccaccio, e Tasso, e Ariosto, e Marino, e Manzoni, e Foscolo, e cento altri?  Non ci saranno dietro le scelte di Bloom, meschini pregiudizi ideologici e moralistici?

   Oltre Dante, degli italiani ne Il canone occidentale e ne Il Genio di Harold Bloom trovano posto solo Leopardi, Pirandello Montale e Calvino. Davvero stupefacente.

   Nel Il Genio gli autori vengono dieci per dieci collocati, secondo un criterio personalissimo, in ognuna delle sefirot (singolare sefirah, zaffiro, perla, gioiello). Dante trova posto nella prima sefirah,’Keter’, ‘corona’, in compagnia di Shakespeare, Montaigne, Cervantes, Milton, Tolstoi, Lucrezio, Virgilio, Agostino e Chaucer, figure, queste ultime, “ordinate in sequenza a seconda della loro influenza reciproca: ognuno di essi ha tratto ispirazione dal precedente, a eccezione di Lucrezio, che si è orgogliosamente ispirato al filosofo Epicuro”. Non seguirò naturalmente Bloom lungo tutti le dieci sofirot e trascorrerò questo intero sabato, che s’annuncia come il primo vero sabato primaverile, riflettendo sul Dante bloomiano. Non farò sunti: Bloom mi ha messo dinnanzi un lauto pranzo, ormai di esso intendo con tutta calma  cibarmi.

  

   Dante Alighieri 1265-1321

 

   ‘O frati,’ dissi, ‘ che per cento milia

   Perigli siete giunti a l’occidente,

   a questa tanto piccola vigilia

   d’i nostri sensi ch’è del rimanente

   non vogliate negar l’esperïenza,

   di retro al sol, del mondo sanza gente.

   Considerate la vostra semenza:

   fasti non foste a viver come bruti,

   ma per seguir virtute e canoscenza’.

 

   Ulisse rivolge queste ultime parole ai compagni, mentre si approssimano al disastro finale al limite del mondo conosciuto. Molte autorità contemporanee su Dante ci chiedono di condannare Ulisse. Le sue parole, sostengono, mirano solo al suo tornaconto, ed esaltano l’eroismo avventuroso senza riguardo per gli obblighi morali. Ma leggiamo Dante per l’edificazione o per il genio? Benedetto Croce, uno dei più grandi critici italiani, scelse il genio e disse che nessuno nel suo tempo fu motivato più profondamente di Dante dalla passione di conoscere tutto il conoscibile; che è la stessa passione del suo Ulisse, posto, ciononostante, nelle profondità dell’Inferno, con gli altri cattivi consiglieri.

   Quanto a Dante, il pellegrino della Commedia, egli non commenta in nessun modo l’esortazione di Ulisse,

obbligandoci a congetturare. Poiché il viaggio di Dante, nel poema, è un ‘folle volo’ non dissimile da quello di Ulisse, l’affinità poetica tra i due uomini pesa più della loro diversità morale. Come lettore settantunenne, non posso udire Ulisse menzionare ‘questa tanto picciola vigilia dei nostri sensi’ senza associarmi a lui in spirito. E a dispetto dei suoi estimatori teologici, credo che in parte questo abbia provato anche Dante.

   Nulla distrugge il genio di Dante più prontamente dei commenti che esaltano la sua presunta pietà e le sue virtù umane. Nessun poeta, nemmeno John Milton, fu smisuratamente orgoglioso quanto lui. Diffidiamo del trattamento he riservò al suo ‘maestro’ Brunetto Latini, dannato per una sodomia che Dante forse inventò. Stazio, un mediocre poeta romano che senza dubbio morì pagano, trova posto nella Commedia come grande letterato cristiano in pectore. Non precisamente u martire, lo Stazio di Dante può alludere a una certa reticenza del Fiorentino, al quale il proprio genio importava più di tutti i pii precetti di un Agostino o di un Aquinate.

La vita stessa di Dante Alighieri assomiglia a un turbolento poema, più prossima all’Inferno che al Purgatorio, certamente remota dal Paradiso. Le biografie scritte finora sono in gran parte inadeguate al genio di Dante, con l’eccezione della prima, di Giovanni Boccaccio, giustamente descritta da Giuseppe Mazzotta come un’opera coscientemente fantasiosa simile alla Vita Nuova che corrisponde sul piano dell’immaginazione alla costante autodrammatizzazione di Dante nelle sue opere. Ciò non deve sorprendere nessuno; Dante, come Shakespeare, è caratterizzato da tale vastità e ricchezza di pensiero e immaginazione che i singoli biografi, studiosi e critici tendono a coglierne solo aspetti parziali. Raccomando sempre ai miei studenti, rispetto a tutte le altre biografie di Shakespeare, quella del compianto Anthony Burgess, Nothing like the Sun, un romanzo in qualche modo joyceano narrato da Shakespeare in prima persona.

“Il mistico Dante si considerava un profeta, almeno uguale a Geremia o Isaia. Shakespeare, è da presumere, non si stimava a tal punto. La creazione di Amleto, Falstaff e Lear ha molto in comune con Geoffrey Chaucer, l’inventore del Venditore d’indulgenze e della Donna di Bath, e Chaucer ironizza sottilmente su Dante. Bisogna essere Chaucer, per ironizzare su Dante, e in lui stesso l’ammirazione prevale largamente sul dissenso.

   Non si può discutere il genio nella storia del mondo senza imperniare la discussione su Dante, perché tra i geni dell’espressione verbale solo in Shakespeare vi è maggiore ricchezza. Questi ha in larga misura riformato l’inglese: dei ventimila vocaboli da lui impiegati, circa 1800 sono di suo conio, e non posso scorrere un quotidiano senza imbattermi in sparsi giri di frase shakespeariani, la cui origine, probabilmente, è spesso ignorata. Nondimeno l’inglese fu ereditato da Shakespeare, tramite Chaucer e William Tyndale, principale traduttore della Bibbia protestante. Se Shakespeare non avesse scritto nulla, l’inglese moderno avrebbe comunque molto assomigliato all’idioma che oggi conosciamo, mentre il dialetto toscano di Dante è diventato la lingua degli italiani in larga misura grazie alla Commedia. Dante è in Italia il poeta nazionale, come Shakespeare lo è nei paesi anglofoni e Goethe dove si parla il tedesco. Nessun autore francese, nemmeno Racine o Hugo, gode di un così incontrastato predominio, mentre nessun poeta spagnolo è così centrale come Cervantes. Questo sebbene Dante, autore dell’italiano letterario, non si sentisse ‘toscano’, tanto meno ‘italiano’. Egli si considerava ‘fiorentino’, persino ossessivamente, e tale si sentì nei diciannove anni della sua vita, sui cinquantasei, che trascorse in esilio.

(continua)

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Ben venga Maggio. Es lacht der Mai. Fabiani, Napolitano e famiglie

Post n°1079 pubblicato il 07 Maggio 2021 da giuliosforza

 

989

   Ben venga maggio
   e 'l gonfalon selvaggio!
   Ben venga primavera,
   che vuol l'uom s'innamori:
   e voi, donzelle, a schiera
   con li vostri amadori,
   che di rose e di fiori,
   vi fate belle il maggio,
   venite alla frescura
   delli verdi arbuscelli.
   Ogni bella è sicura
   fra tanti damigelli,
   ché le fiere e gli uccelli
   ardon d'amore il maggio.

   ……..

   Es lacht der Mai!

   Der Wald ist frei von Eis und Reifgehänge.

   Der Schnee ist fort,

   am grünen Orter schallen Lustgesänge.

   Sorride maggio! La foresta è liberata dalla morsa del ghiaccio e della brina
   La neve se n'è andata, sui prati verdi risuonano canti festos
i.

         Così il Goethe della ballata Die erste Walpurgisnacht, messa in musica dal giovane genio tanto amato ed ammirato di Mendelssohn.

   Ma maggio non viene, anzi è fosco l’aere, il cielo è buio / ed io sul tacito veron poggiato, in solitaria malinconia osservo la pioggerellina cadere silenziosa sui silenzi delle vie, delle case, dei pini dei pioppi svelti come betulle dei ciliegi selvatici e delle mimose del Parco delle Tartarughe, e m’abbandono ai ricordi, complici due foto in bianco e nero sbiadite dal tempo.

  Vent’anni, primi anni Cinquanta. Ho appena scalato, (faccio per dire, mi sono solo sgraziatamente arrampicato) la più bassa delle due cime del Gelas, il più alto delle Marittime dopo Argentera, Matto, Maledia, Marguareis, Mongioia (che in realtà è già delle Cozie ed è, del gruppo italo-francese che fa corona ad Entracque, coi suoi 3300 e passa la cima più alta). La prima delle due foto mi coglie aggrappato a spuntoni di roccia, quasi indistinguibile, camaleonticamente con essi mimetizzato, masso con masso; la seconda, ginocchioni su uno spiazzo della Sella del Gelas, a disegnar note su un quadernone di musica poggiato sull’erba ed aperto alla prima pagina, ove campeggia la scritta Missa Alpina ad quattuor voces organo comitante. Sì, perché fra le illusioni della mia giovanile ebbrezza fu anche quella di competere col Richard Strauss dell’Alpensymphonie, e di tradurre sacralmente il mio naturalismo panteistico, inconsciamente fin dall’infanzia vissuto, ma all’epoca non ancora problematizzato e …ufficializzato. Il quadernone è ancora qui, affastellato fra i manoscritti, ma dopo il Gloria le pagine sono desolatamente bianche: ispirazione e sogni erano evidentemente presto svaniti!  

   In gioventù e poi nel resto della vita fino agli ottanta ho amato assai camminare, in pianura in collina in montagna, solo dopo gli ottanta gradualmente cedendo e solo ora, alle soglie dei novanta, con dolore arrendendomi. È camminando (quasi sempre solo, poche le volte, ma esaltanti, in compagnia) che ho pensato  le mie cose più belle, ho esercitato corpo e anima alla gioiosa fatica dell’ascendere, dello stare  contemplando, del ridiscendere e anche, talvolta, del precipitare (pur esso gioioso, anche solo nel ricordo: m’ebbero precipite ghiacciai, morene petrose, forre folte di triboli e spine, ma sempre, fortunosamente, se pur variamente dolorante, indenne), del sostare a meditare, in una valletta amena o su un poggio, a poetare, a musicare, a  variamente filosofare.  Le due foto ben documentano due dei momenti in cui il Giulio fenomenico, ma non solo, s’accenna: ché per chi ha occhi penetranti da forare il fenomeno (l’epidermide), anche il noumeno, kantianamente intuibile se non (sentore di paradosso!) conoscibile, si s-vela in due degli aspetti più significativi della sua essenza profonda.

 

*

Gioia intensa. Zauberflöte nella sontuosa edizione scaligera del 1995 diretta da Muti. Per l’ennesima volta mi chiedo come si faccia, dopo il Flauto magico, a non la sciarsi incantare dalla spiritualità e dalla ritualità massoniche. Massone vorrò essere se rinascerò. Purché tutta la massoneria abbia recuperato la sua iniziale purezza. Il ‘Fiore azzurro’ , Novalis per i suoi amici, mi accompagnerà a Sais. E leggerò sul volto dell’Isi velata il mio stesso volto e quello della mia amata (come l’anche lui discepolo di Sais Dante aveva ammirato il proprio in quello di Dio: “…dentro da sé, del suo colore stesso / mi parve pinta de la nostra effige” Par. XXXIII 130-131).

 

Su questo mio Diario ho più volte parlato con irriverenza, non condividendo le sue invasioni di campo, del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il borghesissimo napoletano comunista doc dai tratti principeschi, maliziosamente anche accennando alla sua somiglianza fisica con l’ultimo re d’Italia Umberto II e ai pettegolezzi che a questo riguardo ai miei tempi giravano. E nella irriverenza a lui associavo il cognato Guido Fabiani, inamovibile rettore di Roma Tre, poi assessore zingarettiano alla Regione Lazio. Ma quelli che io consideravo piccole malefatte e abusi di potere forse erano solo norma politica e accademica. E male facevo a scandalizzarmi. Ora in rete mi imbatto casualmente in un articolo, pubblicato su Barbadillo.it, autori Carlo Filippi e Martina Bernardini, che anch’esso associa i due nomi con pacata ironia. Eccolo:

   “Sì, perché Guido Fabiani, l’Assessore alle Attività produttive e allo Sviluppo Economico della nuova Giunta Zingaretti, è proprio lui. È l’(ormai) ex Rettore dell’Università degli Studi di Roma Tre.  Già professore ordinario di Politica economica dal 1980, successivamente Preside nella Facoltà di Economia dello stesso Ateneo, Fabiani dal 1998 al marzo del 2013, quando è stato chiamato da Zingaretti al Consiglio Regionale, è stato ininterrottamente Rettore della Terza Università di Roma. Ininterrottamente per 14 anni. Strano? Sì, soprattutto se si pensa che da un po’ di anni a questa parte c’è chi reclama in piazza che perfino i parlamentari possano sedere in Parlamento per soli due mandati consecutivi, e poi “tutti a casa”.

Ma, si sa, l’uomo è debole di fronte alle tentazioni e, mentre si pretende che chi-di-dovere, ai piani alti del potere, dia il buon esempio, ai piani intermedi c’è chi agisce non sentendosi controllato, perché sa che i riflettori sono tutti puntati sui parlamentari.  Ma la politica non è solo quella dei grandi palazzi del potere. La politica è ovunque, e chiunque ha doveri ben precisi. E così, forse proprio per espletare i suoi doveri professionali (non siamo mica maliziosi), il rettore Fabiani, nel luglio del 2007, ha provveduto a modificare lo Statuto, introducendo una nuova disposizione, e cioè la possibilità per il Rettore uscente di candidarsi per ‘ulteriori mandati’, contrariamente alla disposizione precedente che vietava di ripresentarsi dopo l’espletamento del secondo mandato, di quattro anni ciascuno.  Insomma, proprio in linea con le richieste di svecchiamento della classe dirigente.

   Certo è che sarebbe stato carino quantomeno richiedere l’autorizzazione al Consiglio di Facoltà di Giurisprudenza. Ma non per dovere di correttezza (la legge non impedisce al Rettore di ricoprire incarichi politici, mentre lo vieta espressamente per i componenti del Senato e del Consiglio di Amministrazione), ma proprio perché richiedere l’autorizzazione è un obbligo, un dovere al quale, a quanto pare, l’ex Rettore di Roma Tre non ha adempiuto. Ma non dubitiamo che la pluriennale esperienza del Rettore Emerito sarà di giovamento all’esperienza del nuovo Consiglio Regionale.

   Sperando che sappia fare un po’ meglio di Astre, la scuola di eccellenza dell’Ateneo di Roma Tre, il cui progetto è ancora in fase sperimentale. Perché, seppur nobile nell’idea, Astre è riservata a soli 80 studenti, ai quali verranno erogate borse di studio, alloggi e mensa a prescindere da qualunque criterio reddituale, in barba ad ogni tipo di salvaguardia dei principi di equità sociale. Senza considerare che il progetto formativo lascia perplessi un po’ tutti, dagli studenti fino ad arrivare agli stessi docenti. O sperando ancora che con i fondi regionali – come invece fa il nostro Ateneo – non finanzi la Fondazione Maruffi, ottima produttrice di olio nostrano, ma, chiaramente, nulla a che vedere con i testi accademici.

   Fabiani, insomma, se ne va. Ma in qualche modo l’Ateneo conserverà il suo ricordo. Soprattutto quello fisico, grazie alla presenza di sua figlia Anna, docente di Biologia, e di Giulio Napolitano, docente di Istituzioni di Diritto Pubblico presso il Dipartimento di Scienze Politiche, nonché attuale ghost writer di Enrico Letta e nipote del più famoso Giorgio, a sua volta cognato del (ex) Magnifico Rettore”.

   La pacatezza e la sottile ironia con cui gli autori narrano di Napolitano e di suo cognato Fabiani è onorevole e fa loro onore. A me vengono le madonne.

   Forse è bene sapere cosa è l’ASTRE e quali sono le sue finalità.

   “L’ASTRE, Alta Scuola Roma Tre, ideata e progettata dal Prof. Raffaele Simone, fa parte delle scuole superiori universitarie finanziate dal MIUR. Si tratta di una scuola biennale interdisciplinare: ASTRE riunisce studenti di tutti i corsi di laurea di Roma Tre, professori di Roma Tre e professori, italiani o stranieri, di chiara fama internazionale.

   Gli studenti, in numero di 40 per biennio, sono scelti, a seguito di domanda di ammissione e per selezione di merito, tra gli iscritti al primo anno dei corsi di laurea magistrale o al quarto dei corsi di laurea quinquennale. Gli studenti di ASTRE partecipano alle iniziative didattiche e scientifiche della Scuola. Ad essi è richiesto un impegno didattico supplementare in aula pari a circa cinquanta ore di lezioni per anno.

Gli studenti ammessi alla Scuola ricevono una borsa di studio. Essi inoltre usufruiscono, nel corso del biennio, di diverse facilitazioni, nell’uso delle strutture di Roma Tre, che possano loro permettere un proficuo svolgimento degli studi supplementari a loro richiesti.

Lo studente di ASTRE che porta a termine il biennio della Scuola, e il ciclo di studi del proprio corso di laurea, riceve un diploma ASTRE che attesta il suo successo nella Scuola.

Sono previste iniziative di raccordo e di Job Placement che possano mettere in contatto i diplomati di ASTRE con interlocutori diversi, del mondo del lavoro, della ricerca e delle istituzioni, interessati alla Scuola e alla formazione ulteriore che essa offre ai propri studenti”.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Debussy, 'Pelléas et Mélisande'. Inno a Roma di Puccini. Giovanni Macchia, 'I buoni selvaggi' di Montaigne

Post n°1077 pubblicato il 28 Aprile 2021 da giuliosforza

 

988

   Finalmente assisto, grazie alla TV, alla rappresentazione della favola tragica Pelléas et Mélisande di Débussy su testo di Maeterlink. Da una vita l’ho attesa, da quando, in occasione della mia tesi di laurea, ne lessi nell’autore sul quale mi stavo intrattenendo, Gabriel Marcel. Fu per me Gabriel Marcel, uomo e pensatore, col quale a lungo corrisposi, qualcosa di più che occasione fortunosa e fortunata di una ricerca accademica: un direttore spirituale vero e proprio fu che, pur destinato ad uscir presto dai miei successivi interessi, mi fu di sostegno nel momento più critico della mia esistenza. Dal 1973, quando morì, sono passati quasi cinquanta anni; ma la sua presenza e il suo pensiero sono ancor vivi in me, anzi via via egli va recuperando: le sue critiche alla in-civiltà della ragione oggettivante, a un certo tipo di scienza (quella boriosa tardopositivistica) e alla sua figlia maggiorata, la tecnica, sono ancora validissime e temo siano destinate ad esserlo sempre di più. Pe quanto riguarda Pélléas et Mélisande, il suo simbolismo e la sua musica fluttuante (traggo dalla mia tesi di Laurea nel frattempo pubblicata sotto il titolo ‘Metaproblematico e pedagogia, Motivi marceliani’), scrisse:

   Non è forse uno spirituale autentico che si incarna nelle espressioni musicali più alte che ci sia concesso comprendere, in un Bach, in un Beethoven degli ultimi Quartetti, nel Mozart più disimpegnato? Ma uno Schubert, un Brahms, un Fauré ci lanciano anche essi per folgorazioni i messaggi infiammati di questa spiritualità concreta che noi sappiamo riconoscere, nella nostra quotidiana esperienza, in una inflessione, in uno sguardo carico di non so qual tesoro immemorabile. Io ho trovato in un’infinità di musicisti, dai romantici tedeschi ai russi agli spagnoli, da Rameau a Fauré a Debussy ciò che nessuno scrittore m’ha mai dato. Così nessuno scritto filosofico, nessuna opera letteraria non ebbe su me l’influenza che esercitò il Dittico musicale formato da Pelléas et Mélisande di Debussy e Arianne et Barbe-bleu di Dukas. Al primo ascolto Pelléas et Mélisande non m’aveva dato che una sensazione generale molto indistinta. La rivelazione non si ebbe che quando ne studiavo la partitura al pianoforte. Non si trattò solamente di uno scotimento affettivo o d’una scoperta intellettuale; io mi trovai in presenza d’un mondo perfettamente individualizzato e nel quale entravo letteralmente de plain-pied . In nessun altro luogo più che in quest’opera ho preso coscienza dell’analogia tra questo elemento verginale dell’universo che ci rivela l’artista con l’esperienza del fanciullo e con quello che, a sprazzi, ci è dato ritrovare nell’amore”. (da Giulio Sforza, Metaproblematico e pedagogia. Motivi maceliani, La Goliardica editrice, Roma 1978, pp.100-101)

   Qualcosa di simile ho provato io a questo primo ascolto, e il desiderio di approfondire: nei miei studi di filosofia della musica il capolavoro debussyano non ha trovato il posto che si merita.

*

   Celebro il MMDCCLXXIV ‘ab Urbe condita’ in solitudine suonandomi e cantandomi il bellissimo (contrariis quibuscumque minime obstantibus) "Inno a Roma" composto da Giacomo Puccini su testo di Renato Salvatori nel 1919, richiesto dall'allora sindaco Principe Prospero Colonna di Paliano; testo a sua volta tratto (e reso come nell'originale in perfette strofe saffiche) dal "Carmen saeculare" oraziano che, eseguito da un coro di fanciulle sul Palatino e sul Campidoglio il 3 giugno del 17 a. C. , intendeva celebrare l'avvento dell'età dell'oro augustea preconizzata da Virgilio nella quarta 'Ecloga'. Il ritornello è la perfetta traduzione dell'originale "Alme Sol curru nitido diemqui / Promis et celas aliusque et idem / Nasceris possis nihil Urbe Roma / Visere maius", e sempre regolarmente in latino io ero perciò aduso in gioventù farlo eseguire.

Auguri, Roma nostra cara bella, su cui non brillano più, pro pudor, i raggi dell'Almo Sole apollineo!

*

   I buoni selvaggi di Montaigne

   I Giorni della Memoria non passano mai, ed è bene così, Ma ogni giorno mi aspetto invano notizia di un Giorno  dedicato ai milioni e milioni di morti ammazzati dal compagno Stalin, o dal compagno Mao, o ai milioni e milioni di morti fatti dai conquistadores, ai milioni e milioni di morti fatti dai mercanti di schiavi (o magari, perché no, alle  atrocità commesse da Giosuè, e testimoniate dalla stessa Bibbia, nella conquista della ‘Terra promessa’, per non dire di tutte le altre perpetrate dai grandi Condottieri in ogni tempo e in ogni latitudine). Niente da fare, attesa vana. Mi rifugio in Montaigne.

   Sì, per riposarmi, soprattutto dalle trasmissioni terroristico-ansiogene dedicate al movid e al suo muoversi nel mondo, e alle vergognose vicende mercantili ad esso intorno ruotanti, nulla di meglio che rifugiarsi e rituffarsi per l’ennesima volta negli Essais montaigniani (la cui saggezza, la cui ironia, il cui sereno disincanto, il cui pacato pessimismo rappresentano l’antidoto più efficace contro le tentazioni di depressione perennemente in agguato) che stanno sempre, inamovibili, sul mio tavolo di lavoro in compagnia dei numerosi altri classici del cuore antichi e moderni di cui i miei amici lettori dovrebbero ormai essere essi pure confidenti. E aprendo a caso a pagina 1151 (Libro III cap. V ‘ove si dice di alcuni versi di Virgilio’, trovo un ritaglio di terza pagina del Corriere della Sera datato domenica 19 Aprile 1992 in cui Giovanni Macchia, forse il più grande francesista umanista che abbiamo avuto, scrive un articolo anch’esso di memoria dedicato, in occasione del quinto centenario della scoperta dell’America, a Montaigne e ai suoi “buoni selvaggi”. Ed io qui, per ammazzare, come suol dirsi, il tempo - cui io aggiungo: aspettando di essere dal tempo ammazzato - richiamato dall’odor di bruciato che invade non solo le mie stanze ma, immagino, tutto il palazzo (si tratta del mio parco pasto regolarmente dimenticato sui fornelli), spalancate le finestre, nonostante che Persefone abbia ripreso le vie dell’Ade per affrettarsi a scaldare il letto a Pluto, e faccia un freddo cane, corro a copiarlo. E mi rigodo dopo tanto tempo anche l’insigne Giovanni Macchia, che ebbi docente, e per un poco collega, all’Università, e forse anche qualche lettore se lo godrà grazie a me.

  

   “Anniversari. Il grande umanista francese moriva un secolo dopo la scoperta dell’America. I buoni selvaggi di Montaigne. Il fascino del Mondo Nuovo e gli orrori della ‘Conquista’ cristiana.

 

    “Montaigne morì nel settembre 1592, cent’anni dopo la scoperta dell’America, e noi in questi mesi ci troviamo contemporaneamente a celebrare un avvenimento così clamoroso e la scomparsa di un modesto signore di provincia, che spirò tranquillamente nel suo letto, mentre nella sua camera si diceva una messa, e spirò, sembra, al momento dell’elevazione.

   Un tale accostamento, dovuto ai capricci della storia, avrebbe fatto piacere al grande umanista. Egli si era nutrito per tutta la vita di libri, che gli avevano insegnato cosa erano state le civiltà del passato. Ma aveva anche molto badato a quel mondo nuovo. L’aveva guardato con gli occhi degli altri, di coloro che lo avevano descritto, e l’aveva anche sognato con i colori della fantasia, ed era divenuto uno dei grandi temi della sua vita. Egli sentì che quel continente rappresentava la giovinezza del mondo. E un vento fresco entrò nella sua libreria, per insegnargli che la nostra madre terra era ancora capace di offrirci una immagine di forza, di limpida luce, non ancora oscurata dalla corruzione della storia.

   Si chiedeva se quel mondo di cui nessuna Sibilla aveva mai parlato fosse davvero l’ultimo. E cominciava ad argomentare che non era tanto distante il giorno in cui il nostro universo sarebbe stato preso da paralisi. Il continente nuovo aveva aperto gli occhi alla luce quando il nostro stava forse per chiuderli. Ma, per saperne di più su quelle genti, non bastavano i libri e le relazioni dei viaggiatori, che pur conosceva.  Chi scrive non racconta le cose come sono, ma le modifica o le maschera per dar credito alla sua opinione e, per convincere gli altri, aggiunge volentieri qualcosa alla materia originale, e l’allunga e l’amplifica. Egli non di colti viaggiatori o di topografi aveva bisogno, ma di uomini semplici. E deve destare chissà quale curiosità in casa di Montaigne l’arrivo di un uomo semplice e rozzo che era vissuto dieci o dodici anni in Brasile ove era sbarcato il protestante Villegagnon. Non potendo partire verso il Nuovo Mondo Montaigne si portò così il nuovo mondo in casa. E non può non colpire la nostra immaginazione la scena in cui quell’uomo si aggirava nella libreria di casa Montaigne, tra autori di cui non conosceva neanche il nome, e il padrone di casa lo interrogava ansiosamente, dando più valore alle sue parole che a quelle di Platone, quando parlava dell’immensa Atlantide.

   Poiché dunque la parola scritta non è il luogo della verità, Montaigne assume la parte del moderno intervistatore. Non vuole idee, vuole informazioni. Ed è felice qu8ando il suo uomo gli presenta marinai e mercanti che aveva conosciuto nel suo viaggio. Ma, preso da non so quale sete di notizie, non accontentava di quelle informazioni, ed altre desiderava averne. E si recò a Rouen quando seppe che tre ‘selvaggi’ (si era al tempo di re Carlo IX, ancora fanciullo) erano giunti in quella città. E sta lì, ad osservarli, con pietà e commiserazione., non ignorando quanto sarebbe costata alla loro tranquillità e alla loro felicità la conoscenza di noi europei. A chi chiedeva a quei ‘selvaggi’ che cosa avessero trovato di più ammirevole nella nostra civiltà, essi risposero che era molto strano vedere forti uomini barbuti ubbidire ad un fanciullo e uomini sazi fino alla gola vivere con altri dimagriti dalla fame.

   Riuscì finalmente ad avvicinare una figura di notabile che i marinai chiamavano re. Pur aiutato da un interprete, non riuscì a farsi capire, meno quando chiese quali vantaggi egli avesse avuto dall’essere un capo. Null’altro – rispose se non marciare dinnanzi a tutti durante un combattimento. Fuori della guerra la sua autorità era finita.

   Tacito, nella Germania, non nascose le virtù dei popoli, il loro coraggio, la loro fedeltà coniugale, ma in quegli elogi c’era come un avvertimento, un misto di attesa e di pericolo per l’avvenire di Roma. E si fermava sulle lotte intestine che dividevano quei popoli come per allontanare il senso di quel pericolo. Nulla di meglio poteva offrire la fortuna se non la discordia dei nemici. In Montaigne la posizione è rovesciata. Siamo noi a rappresentare il pericolo per i buoni selvaggi, noi vecchi civilizzati. Non saranno essi i nostri conquistatori. Siamo noi che portiamo i nostri vizi, le nostre malattie, la nostra fame dell’oro, tra quelle popolazioni che bisognerebbe lasciare imbatte, fuori della evoluzione e dei disastri della storia. L’esistenza di quelle terre lontane rendeva più mobile il suo sguardo che era rimasto fisso a scrutare epoche scomparse, le civiltà di Atene e di Roma. Da una parte si ergevano le vestigia di un mondo distrutto e che nessuno potrà mai rimettere in piedi; dall’altra c’era la vita. Ma quale vita?

   E così allacciando il mito al presente fa una scoperta eccezionale. Forse l’età dell’oro di cui parlano i poeti era esistita. Quei popoli chiamati barbari, in quanto erano stati modellati in scarsa misura dallo spirito umano, molto vicini alla semplicità naturale, erano di quell’età un esempio vivente, ed egli, pur senza muoverai da casa sua, aveva avuto la fortuna di incontrarla nel suo stesso secolo. Erano uno spettacolo straordinario e si rammaricava che Platone e Licurgo non ne avessero avuto conoscenza. Ciò che egli sapeva di quei popoli oltrepassava non soltanto le descrizioni con cui la poesia aveva abbellito l’età dell’oro con tutte le immagini che raffiguravano una condizione felice dell’umanità, ma anche la concezione e il desiderio medesimo della filosofia. La realtà ci offriva ciò che quei grandi non erano neanche riusciti ad immaginare. Egli aveva davanti a sé un popolo nel quale non esisteva, diceva, nessuna sorta di traffici, né conoscenza delle lettere, né scienza dei numeri, nessuna gerarchia politica o contratti di successione, nessuna occupazione se non dilettevole. Questo avrebbe detto a Platone. E nella lingua di questi popoli infine non esistevano parole che significassero menzogna, tradimento, dissimulazione, avarizia, invidia, diffamazione, tutte parole che avrebbero riempito i palcoscenici del teatro tragico europeo e i libri dei moralisti, nella loro terribile scienza dell’uomo.

   Ovidio, relegato nel Ponto, veniva chiamato barbaro dalle popolazioni tra cui viveva perché non capivano quel che diceva: Ciascuno dunque chiama barbaro ciò che non rientra nei propri usi e costumi. Ma Montaigne va oltre. Tende a distruggere il concetto di barbarie e oppone la sua critica a ciò che noi moderni chiamiamo civiltà.

   Quel che di più idilliaco egli scrisse su quei popoli fu ripreso, è noto, da Shakespeare nella Tempesta. Il sognatore, il vecchio utopista Gonzalo, pensa di creare nell’isola disabitata dove la tempesta l’ha gettato, una comunità perfetta, una repubblica eccellente retta sulla legge naturale, ove tutti sono felici. Ma il pensiero di Montaigne allontana ogni utopia. E proprio lui che aveva vissuto tra i fantasmi di una vita eroica irraggiungibile, i fantasmi della Grecia e di Roma, vide la nostra civiltà, nella sua volontà di potenza, esplicare la sua forza soltanto nella distruzione. Aveva guardato le rovine di Roma. Dinanzi a quelle colonne rovesciate come guerrieri sconfitti, aveva congetturato che il mondo, nemico del lungo dominio di Roma, ne aveva fracassato il suo corpo ammirevole. E poiché morto e sfigurato qual era, gli faceva orrore, aveva sepolto la sua stessa rovina.

   Ora assisteva immoto, impotente, alla distruzione di un’altra civiltà di cui aveva intuito la grandezza, e ne fu come ossessionato. In vari luoghi degli Essais, anche quando parla d’altro, accanto ai romani gli accendono la fantasia quei puri e onesti fantasmi barbarici. Aveva fatto di tutto per conoscere le loro poesie, e i loro canti d’amore li trovava belli quanto quelli d’Anacreonte. E se pensava alla noia e ai fastidi che gli avevano arrecato gli incarichi amministrativi che aveva ricoperto, tutto quel pasto disgustoso di atti giudiziari, di verbali, di interrogatori, di deleghe e glosse giuridiche, miseri modelli, secondo l’Ariosto, della moderna Discordia, constatava con sollievo che i popoli del Nuovo Mondo vivevano senza magistrati e senza leggi. Aveva scritto e sognato sulla ‘épouvantable’ magnificenza delle città di Cuzco e di Messico, ma non aveva insistito abbastanza sulla storia, altrettanto ugualmente ‘épouvantable’, della conquista europea. E nella terza e ultima parte del suo libro scrisse su quel tema le pagine più vibranti e coraggiose.

  L’unico atto di ossequio alla sua tradizionale timidezza su quello di celare le sue accuse sotto un titolo futile: le carrozze. È uno dei capitoli più slegati degli Essais, ma dietro quelle carrozze, dietro quel bisogno di fuga che è in noi passando agevolmente da una considerazione all’altra, egli riuscì a scrivere cose che nessuno dei suoi contemporanei, né Jodelle, né Ronsard, né Bodin, aveva denunciato.  E sarebbe stata degna di Voltaire la sua considerazione che la religione non aveva per nulla migliorato la nostra morale e i nostri costumi e che i pagani del Messico e del Perù valevano molto di più dei loro conquistatori.

   La sua prosa, sempre così dimessa, prende accenti della più alta eloquenza. Noi ci siamo serviti, diceva, della loro ignoranza e inesperienza per indurli al tradimento, alla lussuria, alla cupidigia e a ogni sorta d’inumanità, sull’esempio e sul modello dei nostri costumi. “Chi mise mai a tal prezzo – si domandò, e mi servo della traduzione ormai classica di Fausta Garavini, autrice di un bellissimo libro su Montaigne uscito recentemente presso il Mulino – l’utilità del commercio e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni sterminate, tanti milioni di uomini passati a fil di spada, e la più bella e ricca parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vili vittorie”.

   I discorsi che gli Spagnoli rivolgevano ai popoli che volevano sottomettere, bene dissimulando sotto la loro alta munificenza i fini vergognosi che perseguivano, sono degni di un capolavoro contemporaneo: La Satyre Ménippée. Anche il Papa era dalla loro parte, e Montaigne non ha alcun timore di asserirlo. E si lancia contro il capo della Cristianità che in una sua bolla aveva accordato agli Spagnoli il diritto assoluto sulla libertà e sulla vita delle popolazioni delle Indie Occidentali e aveva riconosciuto il loro diritto di proprietà su tutte le terre conquistate.

   Negli Essais il nome di Cristoforo Colombo non compare. Ma nel processo che (leggo nei giornali) sarà celebrato il 12 settembre prossimo nel Minnesota contro l’Ammiraglio per ben dieci reati, che vanno dal genocidio al saccheggio, dal sequestro di persona allo stupro, se verranno allegate anche le opinioni dei grandi scrittori, l’imputato non avrà certo in Montaigne un suo difensore. E non sarà dalla parte di Colombo neanche un altro grande scrittore francese: il parigino Baudelaire.

   Nel suo violento antiamericanismo Baudelaire, che pure non amava Rousseau, organizzò un’appassionata difesa del selvaggio. Se dalla parte del selvaggio c’era, secondo lui, il sangue (con la protezione degli antichi retaggi dell’onore, del coraggio, del dovere), dalla parte dell’uomo civile c’è l’oro. L’uomo civile inventa la filosofia del progresso, per consolarsi della sua abdicazione, mentre l’uomo selvaggio, sposo temuto e rispettato, poeta delle ore melanconiche in cui il sole declinante invita a cantare il passato, sfiorava ii confini dell’ideale. Per Tocqueville l’America era l’Avvenire. Ma quale? Non una nazione il poeta colpiva, ma un sistema, una filosofia, un’economia, una cultura. E per Baudelaire l’industrialismo, che in modi infiniti scorreva lungo un’idea illimitata di progresso, era una forma di autodistruzione”.

_________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Memento audére semper. Voltaire su Dante II parte. Seminario sulla creatività. Falstaff...

Post n°1076 pubblicato il 21 Aprile 2021 da giuliosforza

987

   Per l’ennesima volta su Rai5 all’alba (è bene così: non inseviscano i primi violenti raggi del sole sulle pupille  offese dell’Arcangelo Coclite!), nel centesimo anniversario della fine dell’Impresa, non del Sogno, mi godo il bel servizio sul Vate, su la sua Vita e la sua Arte inimitabili, su le sue imprese ineguagliabili, le su case, le sue donne, i suoi debiti, i suoi cavalli, i suoi cani, la meschinità dei suoi detrattori, la bava dei suoi calunniatori e censori piagnoni, sul suo Vittoriale - ‘il più bel giardino d’Italia’, quale lo volle e rese l’infaticabile Custode del Sacrario Giordano Bruno Guerri-; ma anche ogni volta m’incazzo nell’ udire storpiato dal pur discreto narratore il forte Memento Audēre (seconda coniugazione!) Semper nello sbiadito Memento Āudere Semper. Chi può intervenga, di grazia. Se lo svarione tanto offende il mio orecchio, figuratevi quello del più fine Esteta Umanista della nostra Storia!    

*

   Sempre più prendo coscienza (non, si badi bene, atto: prender atto sa di resa) della mia decadenza fisica, della via via crescente, ineluttabile resistenza del mio corpo ‘fisico’, non di quello ‘etereo’, a rispondere (‘perché a risponder la matera è sorda’, vero, beata Beatrix?).  Sempre più il mio Spiritus (non purtroppo quello Domini’che ‘ferebatur super aquas!) a stento galleggia sul mare della traballante fisicità, come barca antica su onde agitate.  Invitato a fare quattro passi da Fiammetta, Jacopo Numa Leon e Gino, cucciolotto inquieto, a stento riesco a stare al loro già rallentato, per rispetto al Vegliardo, ritmo. E i passanti mi lasciano il passo, e i conducenti d’autobus rallentano o arrestano il mezzo, e al minimo tentativo d’accelerazione cresce il mio affanno. Inesorabilmente si declina, caro il mio Giulio! Ma, di grazia, non cedere alla compassione, Non esser vile a tal punto. Segui Friedrich.

   (Quel passo, che tanto agile corse per monti e per valli, cede; quello sguardo, che fu sì chiaro e possente, s’appanna. Inesorabilmente si declina).  

*

   Su sollecitazione di Gianmarco Bonavolontà, mio ex allievo ed ora verace amico e non della ventura, ho tenuto stamane a distanza un seminario sulla creatività per le studentesse del prof. Fabio Bocci, giovane brillantissimo talento di Roma Tre (Dipartimento di Scienze della Formazione). Tre ore di … incontinenza verbale, more meo solito, dopo tanti anni di silenzio monacale. Da secoli (perché tali mi appaiono ormai i lustri) non concionavo (ciarlavo, affabulavo?) cotanto, da quell’esaltato che, forse a ragione, taluni dissero e dicono io ormai irrimediabilmente essere. Mi sono meravigliato di me stesso. Polmoni corde vocali cervello e cuore hanno retto splendidamente come se non un altro decennio (l’ottavo) fosse trascorso dalla mia ultima sortita pubblica, ma un giorno. Lode e grazie a Chi (Natura, Provvidenza, List der Vernunft, Destino, Dio?) ancora m’ama e ritarda il mio definitivo tramonto. E a chi ha ancora piacere d’udirmi, orecchio da intendermi, o pazienza da sopportarmi.

   Chairete aèi, Dàimones!

   Fra i tanti affettuosi commenti, ecco quello del prof Bocci che, sarei ipocrita a negarlo, mi manda proprio in …solluchero. Grazie Fabio, troppo buono.

   Caro Prof. Sforza caro Giulio, grazie a te... oggi è stato un giorno in cui l'accademia si è riappropriata di se stessa nella migliore immagine che di se stessa può dare. Ci siamo appassionati e nutriti, emozionati e commossi, abbiamo errato immergendoci e astraendo siamo riaffiorati (questo è un omaggio a Roberto Maragliano  )... i demoni, invocati, ci hanno accompagnato e ne abbiamo tratto beneficio... e allora ecco la proposta... la rifacciamo a maggio e invitiamo Roberto, Cesare Fregola, Simona Dreca Taborro, Massimiliano Fiorucci e gli altri amici che vorranno partecipare... un abbraccio affettuoso e riconoscente fabio”.

*  

   Rai Cultura. Luisa Miller di Verdi, libretto di Cammarano dal solito (per fortuna!) Schiller (Kabale und Liebe). Mi mancava. Mai tragedia più romantica coi tre protagonisti tutti morti: lui, Rodolfo, suicida, lei, Luisa, avvelenata da Rodolfo; e il verme calunniatore, Verme di nome e di fatto (Wurm), assassinato. Musica adeguata. C’è di meglio nel Bussetano.   

   E Falstaff, l’ultima opera dell’ottantenne Verdi, nata tre anni dopo l’Otello e diciassette dopo la terz’ultima, l’Aida, libretto del genialissimo Boito ‘scapigliato’ a tempo perso ed eccellente  musicista poeta a tempo pieno, tratto da Le allegre comari di Windsor; Falstaff  l’opera del senile disincanto, della, se non triste e disperata, divertita presa d’atto che tutto nel mondo è burla.  E la musica giocando si adegua, procedendo anche formalmente tutta d’un fiato e dimostrandosi finalmente arresa ai nuovi ritmi che, Wagner capofila, hanno ormai conquistato l’Europa se non il mondo, e d’averne assimilato la lezione. E, colmo dei colmi, il compositore del tragico romantico per antonomasia dà il meglio di sé nel comico (ché dell’unica sua opera buffa si tratta), e sembra ad essa affidare il suo estremo messaggio mediante una strepitosa fuga finale, un groviglio di suoni strumentale e vocale, un baccanale ove nessun elemento è possibile individuare, nel tutto fuso e confuso che in sé l’assorbe e dissolve. Verdi gioca, stavo per dire finalmente gioca, e come gioca. Altri grandi Vecchi dichiararono variamente il loro senile disincanto (vedi il D’Annunzio del Libro segreto e il suo famoso, per la verità non eccelso, tetrastico: “Tutta la vita è senza mutamento, / ha un solo volto la malinconia; /il pensiero ha per cima la follia / e l’amore è legato al tradimento”. O il Formiggini del simpatico motto dalla sua casa editrice ‘amor labor vitast, risus quoque vitast, et mihi confricor’, molto più prossimo al nicciano mir ward alles Spiel). Nessuno come Verdi si divertì e il suo messaggio affidò ad una intera opera lirica. Buffo davvero il mondo!  

*  

    Teatro del tempo perduto inutilmente ricercato. Godimento puro con lo Shakespeare poco frequentato, almeno da noi, del Misura contro misura (Measure for measure) nella traduzione-allestimento del compianto Luigi Squarzina del 1987 con Luigi Vannucci bravissimo e bellissimo, non molto tempo dopo tragicamente suicida, Mario Sciacca della cui morte ricorre il decennale, Roberto Lavia e Ottavia Piccolo felicemente viventi e operanti. Il tragi-comico dramma (Problem-Play), meglio comico-tragico dell’ormai maturo Autore, davvero diverte e commuove. Sotto molti aspetti un Falstaff in prosa antelittera. Dieci e lode a Squarzina Vannucci Sciacca in memoriam, Piccolo e Lavia in vitam.    

*

Voltaire e Croce su Dante nell’Enciclopedia dantesca - 2

   (seguito dal post precedente)

   In questa parte conclusiva del suo articolo Felice del Beccaro tenta un recupero di Croce all’ortodossia dantesca. É la parte che meno mi sento di condividere, ritenendo l’escamotage crociano dell’allotria, termine che grecamente suona estraneità, assolutamente non convincente. Croce con la teoria dei distinti in sostanza nega l’unità dello Spirito che è la premessa sine qua non di una risoluzione dialettica dei contrari nella loro coincidentia, Nella teoria dei distinti ciò che è lirico è lirico e non può risolversi in ciò che lirico non è. Nella teoria dei distinti ogni ambito è compartimento a sé o la teoria stessa dei distinti si autonega. Una dialettica dei contrari, una coincidentia oppositorum,  può trovar senso solo all’interno di un Atto puro.   E qui ricedo la parola a Del Beccaro. 

   “Nel 1768 uscì a Parigi, presso il libraio Prault, nella Collection des meilleurs auteurs dans la langue italienne una nuova edizione in due tomi della Commedia a cura dell'abate O. Marrini (Firenze 1722-1790). Nel primo tomo furono ristampate, alla distanza di dieci anni, le due lettere sopra D. di V. Martinelli indirizzate al conte di Orford. La polemica volterriana si riaccese così nelle tarde Lettres chinoises, indiennes et tartares (1776), in cui il filosofo ritorna (lettera XXII Sur le Dante et sur un pauvre homme nommé Martinelli) sui suoi giudizi danteschi ripetendo anche stancamente l'analisi in chiave burlesca del Dictionnaire philosophique. In forma aneddotica introduce a parlare il  maître de langue’ Martinelli il quale rimprovera al Bayle e a lui, V., di aver detto molte schiocchezze su Dante. Il filosofo si mostra dapprima indignato, poi obietta rintuzzando le accuse con distacco ed espone in breve il contenuto della prima cantica. In quanto all'interesse del poema neppure parlarne: ‘Le Dante, qui avait été chassé de Florence par ses ennemis, ne manque pas de les voir en enfer, et de se moquer de leur damnation. C'est ce qui a rendu son ouvrage intéressant pour la Toscane. L'éloignement du temps a nui à la clarté; et on est même obligé d'expliquer aujourd'hui son enfer comme un livre classique. Les personnages ne sont pas si attachants pour le reste de l'Europe’.

   Nella contemporanea Lettre à l'Académie Française (1776), V. ricorda ancora D. a proposito del titolo Commedia per concludere singolarmente che in Italia, sin dalla fine del sec. XIII, si rappresentarono lavori teatrali comici.         Nell'arco di tempo di una cinquantina d'anni la critica dantesca di V. non subì, dunque, alcun mutamento sensibile, eccetto quell'occasionale frattura che non corrisponde al minimo approfondimento. Critica di gusto, stretta agl'ideali classici del sec. XVII, fondamentalmente dogmatica, godette all'inizio, pur nelle implicazioni polemiche, di una sua spontaneità che si attenuò col passar degli anni per concedere sempre più agli umori e alle reazioni contingenti. Ma di siffatto immobilismo non è parte piccola il mancato allargamento della conoscenza dell'opera dantesca. Seppure con minori scompensi che nei riguardi di Shakespeare, V. mantenne ancorato il proprio giudizio sul poema di D. alla qualifica di ‘bizarre’ che è spia d'intransigenza e di limiti invalicabili per i suoi principi di ‘buon gusto’ che, pur respingendo i dogmi e le regole sotto la specie universale, ne ristabilivano l'autorità in nome di un ideale estetico personalmente asserito e difeso con armi intellettualmente più sottili e penetranti.

   Nel 1921 Benedetto Croce dava alle stam­pe per la casa editrice Laterza di Bari il suo La poesia di Dante; un libro – saggio che, nel commentare o ristabilire, secondo il suo pensiero critico, non poche letture critiche di letterati prima di lui, a comin­ciare dal De Sanctis, e tracciava una linea interpretativa che doveva aprire una via nuova intorno al mondo esegetico, nonché estetico, di valutare o considerare il poema dantesco. Fu quello di Croce un documento caratteristico del suo pensiero critico e, al tempo stesso, come ebbe a scrivere Ma­rio Fubini, un’opera di provocazione e, an­che in parte, di contraddizione con quanto lo stesso Croce aveva in saggi precedenti operato intorno alla poesia e al suo intimo carattere. Cosa scriveva Croce in quel suo saggio nel 1921? Quale era il suo più in­cisivo concetto e, per certi aspetti, anche nuovo intorno alla poesia dantesca? Quale poteva essere il carattere e l’unità della po­esia del maggior poeta italiano e fra i più grandi dell’umanità? Quale per il metodo che Croce applicò alla sua intensa lettura e ai suoi convincimenti sull’opera di Dante? Quale fu la sua definizione categoriale in­torno alla multiforme vita di pensiero e di poesia che circola per tutta la Divina Com­media, che Croce definì ‘un Poema teolo­gico’? Tutto nasce da una prima posizione all’interpretazione dantesca di Francesco De Sanctis. Per il grande critico irpino l’Inferno era opera più lirica delle altre due Cantiche e che il Paradiso era più opera te­ologica, di ultraterrena allegoria, che pre­valentemente poetica. E tuttavia Dante, no­nostante questo contrasto o separazione di concetti estetici, rimaneva non solo il più grande poeta italiano e fra i più grandi del mondo; ma per l’Italia (e qui De Sanctis fu portato dalla sua passione risorgimentale) il Profeta della unità nazionale e il padre della lingua italiana. Croce entrò subito nel vivo delle considerazioni desanctisiane.

   Se c’è un contrasto estetico più che poetico nell’opera dantesca, questo contrasto è tra il Dante poeta e il Dante teologo, fisico, me­tafisico, mitologico, scienziato. Ma codesta dualità, così accentuata dal De Sanctis, per Croce era ben risolta nell’unità poetica dell’opera che superava ogni contrasto fra poesia e altro dalla poesia. E Croce definì ‘allotria’ quell’unione e separazione fra le parti divinamente liriche e le parti che, al­tro dalla lirica, erano “struttura”. Ma senza quella “struttura” non sarebbe nato il fio­re della poesia. Anzi quelle parti storiche, geografiche, teologali ed altre simili erano necessarie allo svolgersi di quel romanzo o poema umano e ultraterreno che dove­va essere; e fu nella immensa ispirazione e creatività di Dante. Come in un gran palaz­zo che rifulge di una bellissima architettu­ra, ma quella architettura non sarebbe nata senza la struttura materiale (invisibile poi, ma organica), onde poter costruire il bellis­simo edificio nella sua terminale visione. Insomma Dante aveva bisogno della parte “strutturale” senza la quale non avrebbe potuto nascere e vivere il suo genio creati­vo. Così per i tanti personaggi che rivivono nella sua Commedia e ai quali Dante parla e con i quali partecipa col pensiero e con il cuore. Pensiamo a Francesca, a Farina­ta, a Brunetto Latini, a Ulisse, a Catone, a Manfredi, a Pia dei Tolomei, a Buonconte, a Piccarda, a Costanza, a Francesco e Do­menico, a Carlo Martello, al trisavolo Cac­ciaguida, all’apparizione di Dio nell’ultimo del Paradiso. Certamente non manca, cro­cianamente, la “struttura” ma è in intima connessione con la poesia che nasce pro­prio da quella struttura, come della storia nasce sempre il progresso all’umanità.

   La poesia di Dante del Croce aprì in quel lontano 1921 uno spazio nuovo nella ese­gesi dell’opera dantesca; diede vita a non poche discussioni da parte di altri validi critici, dal Fubini al Russo, dal Sapegno al Marigliano, dal Vallone al Contini, al Sansone. Ma la strada era tracciata. Dante operò, primo fra tutti, la inscindibile unio­ne fra il pensiero quale intelletto e ragione e il pensiero quale ente fantastico e crea­tivo. Dopo di lui nessun altro poeta seppe coniugare la grande esperienza politica, teologale, geofisica, classica e biblica con la virtù, senza confronti, dell’espressione poetica. La sua esperienza fu unica; e tale unica rimane”.

_________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Il Dante di Voltaire nell'Enciclopedia Dantesca diretta da Umberto Bosco. Nascita di Roma Tre

Post n°1075 pubblicato il 13 Aprile 2021 da giuliosforza

986

   Il Dante di Voltaire

   In TV stanno celebrando, alla presenza del Capo dello Stato, il DanteDì (horribile dictu et auditu: in quel di Viale Mazzini e di Saxa Rubra non sanno nemmeno più trovare un titolo decente per i loro programmi) col guitto di Stato, assoldato a suon di milioni, tale Benigni. Soliti luoghi comuni, ovvietà, retoriche stantie, forzature, storture. Non fanno un bel servizio alla memoria di Dante. Io mi diletto a leggere quel che Felice del Buccaro scrisse sull’Encicopedia Dantesca, voluta dal dantista cattolico di sinistra Umberto Bosco e dal galantuomo dantista tiburtino Giorgio Petrocchi, fulminato troppo presto da un infarto, che fu con Bosco alla Facoltà di Magistero prima che si trasformasse in facoltà di Pedagogia della neonata Roma Tre, voluta, tra gli altri, dall’americanista Biancamaria Bosco Tedeschini Lalli, di Umberto figlia, che ne fu prima Rettrice. Con Roma Tre il cerchio ideologico accademico a Roma si chiudeva: dopo la vetusta Sapienza, nata papalina (con tutte le implicazioni e i vincoli che ciò comportava) e Tor Vergata, che dicevano ciellista ed opusdeista, anche i socialisti e i cattolici lapiriani erano accontentati. Pochi altri come me vi rappresentavano i modesti cani sciolti che nei giochi di potere non valevano un centesimo bucato e, per non essere degli allineati, non partecipavano ai lauti banchetti e alla distribuzione dei companatici; ma io venivo, debbo onestamente ammetterlo, rispettato nella mia anarchia culturale, nella mia niccianamente ludica (Ihr steifen Weisen mir ward alles Spiel!) concezione della cultura e della funzione didattica, e lasciato in ogni senso in pace, perché innocuo, e fui felice. E debbo perciò in fin dei conti della gratitudine a quella odiata-amata Istituzione.

*

   Voltaire e Croce su Dante nell’Enciclopedia Dantesca -1

   Riporto qui dunque integralmente in due puntate l’approfondita analisi di Felice Del Beccaro per l’Enciclopedia dantesca. Io e i miei amici, quelli interessati ad una pacata riflessione sull’argomento, ne abbiamo di argomenti per la nostra curiosità! In questi giorni anche il matematico Piergiorgio Odifreddi ha detto vivacemente la sua e molti si sono risentiti prendendo le sue puntualizzazioni e le sue per altro assai documentate opinioni come offese personali. Suvvia! Questo non è onorare Dante e il suo bel caratterino che le sue opinioni non le mandava certo a dire e usava la lingua come una spada! Prossimamente alle opinioni di Voltaire e dei suoi oppositori farò seguire quella del famoso critico americano Harold Bloom, morto ottantanovenne due anni orsono. E con Bloom chiuderò il mio contributo al dibattito, uscirò dall’agone e lascerò le poche ossa di Dante continuare a riposare in pace nel loro anch’esso tribolato e contestato avello ravennate.

   Ecco, dunque, l’Articolo di Felice del Beccaro. L’ultima parte di esso è dedicata a una analisi della posizione crociana nei riguardi della Commedia. Si tratta di un’analisi lucida e pacata dalla quale a me sembra nasca una valutazione capace di mettere d’accordo i contendenti di buona volontà dei due schieramenti. La grandezza di Dante è incontestabile, come incontestabili sono alcuni limiti della sua opera, anche se non tali da meritare le ironie e gli scherni di Voltaire e del gesuita Bettinelli. Al qualeproposito: sarà solo un caso che Bettinelli fosse gesuita e Voltaire un  ex allievo dei Gesuiti del rinomato Collegio parigino ‘Louis-le-Grand’?

 

    Voltaire (François-Marie Arouet). - Filosofo e scrittore francese (Parigi 1694-1778). Nella storia della fortuna di D. in Francia, la critica di V. segna l'estrema punta negativa aggravata dalla durezza di taluni giudizi nonché dall'autorità e dall'eco che ebbero per molto tempo. Soltanto il fedele volterriano La Harpe si dimostrò altrettanto severo verso D., ma il suo, più che altro, è da considerarsi un atteggiamento di riflesso.

Nell'Essai sur la poésie épique (1728) è già evidente l'impossibilità di far rientrare D. in una delle categorie previste per i poeti degni di tal nome. L'autore della Commedia vi è appena citato, mentre vengono nominati altri autori italiani anche minori: il Tasso, il Trissino, l'Andreini (in relazione a Milton) e Scipione Maffei; e vi si fa menzione del Pastor fido del Guarini. In sostanza è lecito presumere che, già a quell'epoca, D. rappresentasse nella capacità di giudizio di V. un fenomeno d'irrazionalità e la Commedia un'opera di cattivo gusto, fuori delle regole del poema epico, definita, in seguito, " bizarre ", qualifica che sarà largamente accettata non solo dai contemporanei ma persino in epoca romantica, magari con la variante di " étrange ", da più di un critico e scrittore francese, ad es. da Chateaubriand. L'ammirazione di V. in fatto di letteratura italiana andò quasi tutta all'Ariosto, sulla cui ironia il filosofo ebbe felici intuizioni, e in parte al Tasso; ma l'Ariosto è addirittura "le premier des poètes italiens et peut-être du monde entier " (EpÎtre à d'Alembert premessa alla tragedia Don Pèdre, 1774), pari a Omero, e " la plus féconde imagination dont la nature ait jamais fait présent à aucun homme " (Lettera a Madame du Deffand, 13 ottobre 1759).

   Nel Discours de réception à l'Académie Française (1746), V. afferma: " Il n'est rien que le Dante n'exprimât, à l'exemple des Anciens. Il accoutuma les Italiens à tout dire ". Questo apprezzamento va comunque considerato in rapporto all'ambiente in cui V. faceva il suo ingresso ufficiale. È presumibile pertanto ch'egli si sia avvicinato a D. con un minimo ancora di reverenza, partecipe di una lunga tradizione. Fatto sta che tra i primi documenti di questo interesse stanno le traduzioni, come testimonia egli stesso a cominciare dalla Lettre de M. de V. à l'auteur de la  ‘Bibliothèque Impartiale’ datata Potsdam, 5 giugno 1752, nella quale appunto scrive: ‘si j'avais traduit en vers avec soin de grands passages du poète persan Sadi, du Dante, de Pétrarque; et j'avais fait beaucoup de recherches assez curieuses dont je regrette beaucoup la perte’. Motivi che riprende nella lettera A M. de *** professeur en histoire (dicembre 1753), precisando: ‘J'avais traduit plus de vingt passages assez longs du Dante, de Pétrarque, et de l'Arioste’. Tra l'altro osserva: ‘les vers du Dante faisaient déjà la gloire de l'Italie, quand il n'y avait aucun bon auteur prosaïque chez nos nations modernes. Il était né dans un temps où les querelles de l'Empire et du sacerdoce avaient laissé dans les États et dans les esprits des plaies profondes. Il était gibelin et persécuté par les guelfes; ainsi il ne faut pas s'étonner s'il exhale à-peu-près ainsi ses chagrins dans son poème’, e ne dà un esempio con 14 versi a rima baciata che traducono tutt'altro che in modo accurato e aderente Pg XVI 106 ss., cioè parte dell'episodio di Marco Lombardo.

Di queste traduzioni della Commedia, di cui restano, oltre i versi suddetti, altri di Inf XXVII (episodio di Guido di Montefeltro), V. dice di averle perdute quando mutò domicilio dopo la morte di Madame du Châtelet (prefazione al tomo III dell'edizione Walther delle opere di V., 1754, dove ribadisce - tutt'altro che a proposito almeno per ciò che concerne D. -: ‘traductions exactes en vers des meilleurs endroits des poètes des nations savantes’).

   Successivamente la critica su D. segue abbastanza fedelmente l'evoluzione dello spirito volterriano, pur non limitandosi a quella posizione intermedia in cui si colloca una tale attività dello scrittore nel quadro del tempo. Ma a segnare l'inizio di tutta una serie di giudizi su D. tanto severi quanto scarsamente fondati, che peraltro ripetono - con poche varianti - gli stessi motivi, non è improbabile che influisse più che l'articolo di P. Bayle su D. nella II edizione (1702) del Dictionnaire historique et critique, come taluno ha opinato, il parere di L. Racine nelle Réflexions générales sur la poésie épique (1747) in cui viene adoperato, a proposito del Purgatorio, quell'aggettivo ’ bizarre’ che ricorrerà poi sempre in V. nei confronti della Commedia, definita dallo stesso L. Racine un poema ‘qui certainement n'est ni épique, ni héroÏque, mais souvent, en sujets très sérieux, fort comique’. V. dovette trovare in questo giudizio un autorevole fondamento alle sue idee certamente approssimative su di un testo parzialmente conosciuto; e nell'aggettivo ’ bizarre’- un soddisfacente suggello formulistico.

   Modesto conoscitore della lingua italiana, almeno fino all'assunzione, nel 1752, del fiorentino Cosimo Alessandro Collini in qualità di segretario, V. relegò D. in un'antichità archeologica nel passo che aggiunse, nell'edizione 1756, alla XXII delle Lettres philosophiques o Lettres sur les Anglais, muovendo critiche all'Hudibras di Samuel Butler: ‘On ne lit plus le Dante dans l'Europe, parce que tout y est allusion à des faits ignorés: il en est de même d'Hudibras ".

Del 1756 è anche l'Essai sur les moeurs et l'esprit des nations’, nel cui cap. LXXXII (Sciences et Beaux-Arts au XIII et XIV siècle) V. compendia in certo qual modo gli apprezzamenti scritti fino allora nei riguardi di D., riprendendo anche, con poche varianti, la lettera al ‘professeur en histoire’. D. vi è considerato come colui che ha nobilitato la lingua toscana ‘par son poème bizarre, mais brillant de beautés naturelles ..., ouvrage dans lequel l'auteur s'éléva dans les détails au-dessus du mauvais goût de son siècle et de son sujet, et rempli de morceaux écrits aussi purement que s'ils étaient du temps de l'Arioste et du Tasse’. E a riprova di una situazione storica e insieme personale, riprende il precedente motivo della persecuzione papale con il conseguente esempio dell'invettiva di Marco Lombardo, di cui riproduce la propria traduzione che pertanto giudica ‘faible’. D. è ancora citato nei capp. CVIII (De Savonarole), CIX (De Pic de la Mirandole) e CXLI (Des découvertes des Portugais) per farne, in quest'ultima circostanza, a proposito dei versi che alluderebbero alla Croce del Sud (Pg I 22-24) e che V. cita tradotti in prosa, un profeta casuale, giacché D.  ne parlait que dans un sens figuré: son poème n'est qu'une allegorie perpetuelle’. Di questo medesimo annuncio profetico, V. si ricorda ancora nella voce Cyrus del Dictionnaire philosophique (1764) e nelle Remarques sur la Medée (1764) di Corneille, all'atto V, scena VII. Più si era diffuso lo scrittore, rispetto al cap. LXXXII dell'Essai sur les moeurs, col solito esempio della traduzione di versi di Pg XVI, ne Le chapïtre des arts, un abbozzo dal LXXXII dell'Essai con annotazioni in margine, riprodotto, dal manoscritto della biblioteca volterriana di Leningrado, in appendice all'edizione di R. Pomeau dell'Essai, Parigi 1963, pp. 822-824; ma pubblicato la prima volta in modo imperfetto da F. Caussy in V., Oeuvres inédites, Parigi 1914. La Commedia vi è detta la prima opera in una lingua moderna ‘qui ait conservé sa réputation jusqu'à nos jours’. In un raffronto tra il poema dantesco e l'Eneide, V. rileva pertanto che D. consacra quasi 93 canti a quel che in Virgilio occupa i due terzi del VI libro. La satira costituisce per V. l'interesse predominante del poema. Anche il soggetto ‘bizarre’ viene giustificato con le esigenze dei tempi in quanto la religione era argomento della maggior parte degli scritti, delle feste e delle pubbliche rappresentazioni. Da queste considerazioni, improntate a un generico riconoscimento, si passa all'articolo Le Dante registrando una sorta di frattura. Tutt'altro è il tono di questo articolo entrato poi nel Dictionnaire philosophique e forse anche per questo destinato a suscitare tanto rumore, pervaso com'è da spirito polemico che si manifesta di preferenza mediante una pungente ironia. Pubblicato dapprima nella Suite des mélanges de littérature d'histoire et de philosophie (Collection complète des oeuvres de Mr. de V., t. V, s.l. [ma Ginevra] 1757), lo scritto rivela nell'esordio stesso i suoi intenti e il suo carattere: ‘Vous voulez connaïtre le Dante. Les Italiens l'appellent divin, mais c'est une divinité cachée; peu de gens entendent ses oracles; il a des commentateurs, c'est peut-être encore une raison de plus pour n'être pas compris. Sa réputation s'affermira toujours, parce qu'on ne le lit guère. Il y a de lui une vingtaine de traits qu'on sait par coeur: cela suffit pour s'épargner la peine d'examiner le reste’. Dopo aver dissertato vanamente sulle vicende del poeta e della Firenze dell'epoca (fra l'altro asserisce che la fazione dei Bianchi trasse il nome da una certa ’Signora Bianca’), V. indugia sulla Commedia: ‘on a regardé ce salmigondis comme un beau poème épique’. Accenna brevemente alla materia della prima cantica fino all'ingresso di Dite e si domanda: ‘Tout cela est-il dans le style comique? non. Tout est-il dans le genre héroïque? non. Dans quel goût est donc ce poème? dans un goût bizarre’. Subito dopo assume, sia pure per poco, un tono più serio: ‘Mais il y a des vers si heureux et si naïfs, qu'ils n'ont point vieilli depuis quatre cents ans, et qu'ils ne vieilliront jamais’; e conclude l'articolo con la traduzione citata dei versi di If XXVII (che erroneamente attribuisce a If XXIII), una vera e propria parodia che fece annotare al Beuchot nella sua edizione delle Oeuvres de V. (t. XVIII, Parigi 1828-1834): ‘Il ne faut pas prendre cette traduction au sérieux, non plus que le reste de l'article’.

   Su queste divagazioni dantesche di V., un italiano che insegnava a Londra, V. Martinelli (Montecatini 1702 - Firenze 1785), pubblicò due lettere indirizzate al conte di Orford, nipote di H. Walpole e omonimo di questi (in Lettere familiari e critiche, Londra 1758), definendo lo scritto di V. ‘discorso vano, arbitrario e falso’, di ‘inetta critica o piuttosto insipida maldicenza’ e la traduzione dei versi di If XXVII ‘una stupida traduzione... in uno stile pulcinellesco’. In quel medesimo anno 1758, nella seconda metà di novembre, V. ricevette a Ferney la visita di S. Bettinelli che appunto l'anno precedente aveva pubblicato le Lettere virgiliane. Non è improbabile che un tale incontro, da cui prese l'avvio un interessante carteggio, abbia determinato V. a usare un maggiore rigore nei giudizi su Dante. Attenendoci alla cronologia, sarà piuttosto da pensare che siano state le Lettere virgiliane a stimolare in questo senso il filosofo. In una lettera al Bettinelli scritta ‘aux Délices près de Genève’ e datata da T. Besterman (Correspondance, vol. XXXVIII, n. 7932) al 18 dicembre 1759, V. ritorna a fare una sia pur piccola concessione all'opera dantesca nel confronto con la profluvie di versi italiani occasionali del suo tempo; ma tutto sommato ‘le Dante pourra entrer dans les bibliothèques des curieux’. Contro l'atteggiamento critico nei confronti di D., vuoi del Bettinelli come del V., si leverà invece, fra tanti vani dibattiti, la voce efficace dello zurighese J.J. Bodmer (1763) cui si accorderà, soprattutto nel rilevare gli errori del V., un altro studioso svizzero, J.B. Merian di Basilea. Ma l'asprezza della polemica contro V. fu, com'è naturale, particolarmente intensa in Italia con reazioni di carattere nazionalistico che si opponevano spesso all'influsso francese sulla nostra cultura e sul nostro costume. Gli scritti più significativi in proposito rimangono il Discours sur Shakespeare et sur M. de V. (1777) del Baretti, nel quale si dimostra che V. conosceva D. meno ancora di quel che non conoscesse Shakespeare, e la Lettera sopra D.A. contro il Sig. di V. (1781) di G. Torelli”.

 (segue) 

 _________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

35852 versi. Evento surreale alla Scala. Croce e Dante. E' Primavera?

Post n°1073 pubblicato il 09 Aprile 2021 da giuliosforza

985  

   Nunc est ridendum!

   In un periodo in cui si fa tanto parlare - e, come è giusto, per fortuna un poco anche discutere, se non sparlare - di Divina Commedia, e si fanno paragoni tra essa e gli altri grandi poemi di tutti i tempi, è frequente pure il riferimento al numero di versi di cui essa si compone. Coi suoi 14223 è inferiore solo all’Iliade, ma di molto superiore a Odissea ed Eneide. E a me viene un pensiero bizzarro: se si dovesse valutare un poeta anche col criterio del numero dei versi, io sarei tra i più grandi, se non il più grande, versificatore - in metri rigorosamente classici, dai greco-latini agli alessandrini, con prevalenza dell’endecasillabo e del settenario - di ogni tempo e di ogni luogo: 35852 circa di fatti  sono i versi che ho finora dato alle stampe in tre volumi - per la gioia mia, per quella, spero, degli amici e per quella, indubbia, dei tipografi - da donarsi, non da mercanteggiarsi,  e così distribuiti: Canti di Pan e Ritmi del Thiaso 22680, L’Evità 5698, Aqua Nuntia Aquae Iuliae 7474. Ai quali saranno presto da aggiungere, dovessi un poco ancora campare, quelli del volumetto in preparazione che avrà per titolo assai appropriato …La Sera di Pan.

   Dovesse nei secoli a venire qualche critico imbattersi per caso in me, chissà che colpo, chissà che clamore, chissà che fragore per la scoperta di un cotanto sconosciuto! E che goduria io vedermi, dai miei cieli, come un    Orfeo da uno stuolo di critici-menadi   o come un Pier delle Vigne da uno stormo di critici-arpie, nelle mie povere carni, ogni volta ricomponentisi per nuovi martìri, dilacerato!

 *  

   Storico evento …surreale alla Scala.

   In una sala vuota di pubblico, con gli orchestrali regolarmente mascherati in platea, i solisti distanziati sul palcoscenico, i coristi distribuiti ognuno in uno dei palchi delle prime tre balconate, voci maschili e femminili le une di fronte alle altre, divise dal baratro del teatro vuoto, il bravo Myung-Whun Chung fa quel che può per ottenere il meglio da orchestra e coro. Sono in programma lo Stabat di Rossini e la Trauer Symphonie di Franz Josef Haydn. L’esito è facilmente immaginabile. L’esperimento, unico ritengo nella storia della Scala e di qualsiasi Altro Teatro al mondo, ha sicuramente un suo fascino scenografico, ma solo scenografico. Per il resto bisogna aver bocca buona e rassegnarsi alla dispersione delle voci umane e dei suoni strumentali, ai rimbombi, agli echi, alle sfrangiature, ai ritardi o agli anticipi dei singoli attacchi, facilmente da orecchi minimamente educati percettibili, agli unisoni con comprensibili incrinature, ai finali non netti. Ma credo fosse questo il massimo in tale circostanza ottenibile. Bene hanno perciò fatto direttore orchestra e coro a ironicamente a lungo autoapplaudirsi. Ne hanno avuto del coraggio ad accettare un impegno tanto improbo! E, nei limiti consentiti, sono stati dunque assai bravi. Ho applaudito anch’io in solitudine, felice e triste insieme, come a un Compianto ed una Sinfonia funebre sempre s’addice, ma particolarmente in congiunture come le attuali. E perciò anche ora come non mai Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika, che divinamente ci aiuti a contrastare, o semplicemente a sopportare (e magari, con l’aiuto della presuntuosa mercantile Scienza, a sconfiggere) l’Infame.

*  

   Rai5 mattino: La forza del Destino 1958 San Carlo con Renata Tebaldi Corelli Christoff. Che cast!

   Pomeriggio, teatro: Il Candeliere di De Musset con Piera degli Esposti, Grassilli, Pistilli. Orrendo. Meno male che fa da sfondo il Secondo concerto per pianoforte e orchestra op. 18 di Rachmaninov.

   Nei giorni seguenti vari Feydeau, fra cui il godibilissimo L’albergo del libero scambio (L’hotel du libre échange) e La pulce nell’orecchio, in una strordinaria edizione (1988), con Calindri, Brandi, Gazzolo, Buzzanca, Solenghi, Marzia Ubaldi ed altri, che compensano il tedio dei vari Courteline, soprattutto quello di Boubouroche.

   Ed un ennesimo Elisir d’amore, questa volta con Anna Moffo. Ma ad immagini discrete corrispondono un canto e un suono quasi impercettibili. Capolavori degli anni Cinquanta andati distrutti. Peccato!

 

*

   Un pensiero poco pasquale.

   Trascorsa l’epoca dell’ottimismo della volontà, necessario per la sopravvivenza fra l’universale sfacelo, resta che la cruda verità. Tutta la vita, da quella infima, a quella più alto nella scala evolutiva, non è che un gioco al massacro, tanto più feroce quanto più si sale nella scala evolutiva. La strada alla coscienza è la strada sempre più raffinata al macello.      

*

   La tramontana sembra finalmente cessata. Il cielo è sgombro, i deliziosi piccoli parchi delle Tartarughe e della Speranza (ai quali in questi giorni un altro se ne è aggiunto, il Bettini, rendendo la nostra zona una delle più belle ed ecologicamente vivibili) sono coperti da una soffice tappeto di verde giovane e compatto appena rasato, e le piante accennano ad aprire al sole le loro prime foglioline (i loro infiniti nuovi parti), e ad offrire agli uccelli i loro rami, illusorio  riparo dalla voracità del falco che minaccioso e solitario plana sui palazzi delle cooperative dispersi tra i pini. Spuntano le prime margheritine, poche auto rompono i silenzi delle strade offerte ormai quasi solo ai massacranti rulli delle ruote degli autobus, pur semi o del tutto desolatamente vuoti. Il silenzio è surreale (l’aggettivo più abusato di questi tempi ma anche quello che più ad essi si confà). Dovrei essere sereno ma non lo sono. E come potrei se pensieri di sofferenza e di morte affollano la mia mente e vedo uno dopo l’altro ex collaboratori, ex allievi, amici cadere vittime, direttamente o indirettamente, del morbo che infesta invisibile il mondo e non accenna a placare la sua sorda   e muta violenza? Che l’esserne testimone, che il mio vivere al lungo sia il mio castigo? E inutilmente mi consolano i ‘resurrezionisti’, e non riesco più a credere, come credetti, al davidico renovabitur ut aquilae iuventus tua.

   Urlare je m’en fiche.

   A questo si ridurrebbe dunque il senso del mondo, a un volgare me ne frego?

   Mi ribello. Finché un uomo, un uomo solo, penserà il mondo, soggetto, non oggetto, sarà del mondo. Tutti gli sforzi dei pensieri pensati, le cose, non potranno annullare il pensiero pensante. Forse dovrà solo, il pensiero pensante, diversamente pensare. Forse l’occasione buona è giunta perché la Coscienza, il Pensiero che si autopensa (lo Selbstbewustsein) e pensandosi pone il mondo, cambi direzione o la recuperi.

 

*

   Perché odi et amo Benedetto Croce, e quare id faciam fortasse requiris. Tenterò una risposta.   Non ho amato, e non amo, Benedetto Croce uomo: rampollo di facoltosa famiglia borghese marsicana, quasi mio conterraneo, non ebbe bisogno di appigionarsi. Non si laureò, non gli interessò la carriera universitaria, non fu mai accademico, se mai gli accademici li faceva lui, celatamente connivente il suo amico-nemico Gentile: sedeva sullo scranno di pontefice massimo della critica storico-letteraria con uno stuolo di schiavi adoratori ai suoi piedi, e nutu capitis faceva e disfaceva scagliando fulmini a destra e a manca dalla casa che fu di Vico. Guai a chi incappava nella sua ira funesta. Fu egoista e insensibile e cinico di fronte alla sorte tragica del Filosofo di Castelvetrano, geloso del suo precocissimo successo filosofico. E quando la vita la politica e la filosofia li divisero il suo comportamento fu molto ambiguo: lanciò sì il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ma dopo quel gesto clamoroso se ne stette buono al caldo delle sue vaste case fra i suoi innumerevoli libri e i suoi innumerevoli fantasmi. Il Regime non lo confinò né esiliò, ma egli non scelse l’esilio volontario, come in Germania e in Russia fecero i più grandi intellettuali e scienziati. E non fu una provocazione al regime, si trattò solo di una quieta convivenza, spero non contrattata sottobanco, comoda per ambedue, soprattutto per il regime che si sentiva coonestato di fronte al mondo dal fatto di nutrirsi in seno il suo (forse) più pericoloso avversario intellettuale. C’è chi continua a ritenere l’atteggiamento di Croce una mossa astuta. Io continuo a ritenerlo solo una mossa comoda.    Dunque, non amavo né amo Croce uomo. Ma anche in quanto ‘filosofo’ (egli più che filosofo fu storico e per questo forse teorizzò la riduzione della filosofia alla sua storia) ho da ridire. La sua filosofia ‘delle quattro parole’ non fu un servizio al Neo-Idealismo, fu se mai il suo tradimento: un tentativo mal riuscito di distinguersi dal rigido, quello sì, e coerentissimo Attualismo gentiliano, frantumando l’unità dello Spirito, senza il quale non v’ha Idealismo. Fu in sostanza un retaggio della sua innata tendenza positivistica. Inoltre, ma qui scado nella celia e bisogna che subito mi ricomponga, non amavo la sua solenne ingilettata obesità e la sua posa da Buddha più di quanto amassi sigaro ed epa di colui al quale “Re Giorgetto d’Inghilterra, per paura della guerra, chiese aiuto e protezione: il ministro Churchillone”, come all’incirca recitava una delle filastrocche antialbioniche che a noi balilla insegnavano al ‘bosco del Littorio’. Un Churchillome al quale molto fisicamente il Nostro somigliava.   Tutto questo preambolo per poi finire col dire che …mi piace l’Estetica crociana!  Cercherò di spiegarmi.   Come tutti sanno il trattato di Estetica non fece che sviluppare le idee contenute nel Breviario di Estetica, nel quale Croce aveva raccolto quattro sue conferenze sul tema, alla cui pubblicazione Papini se ne era uscito, non ricordo se su Leonardo o Lacerba, con l’irriverente e divertente epigramma: ‘Benedetto è quella cosa / che ti scrive anche il Breviario. / Preferisco il sillabario / ci si impara assai di più”.   Io dunque amo l’estetica crociana. E il motivo è semplice: perché condivido la definizione dell’Arte come intuizione pura, o sintesi lirica a priori di intuizione e sentimento, di forma e contenuto sicché (e qui è d’obbligo notare il …prestito gentiliano de “L’Idea senza Azione è vuota, l’Azione senza Idea è cieca”), crocianamente ‘l’intuizione senza sentimento è vuoto, il sentimento senza intuizione è cieco’. E poi amo l’Arte per l’Arte (la classica Ars gratia Artis); e, anche se con dei distinguo, condivido la polemica contro l’estetica intellettualistica, edonistica, utilitaristica, moralistica (che seconde me non esclude una Poesia pensante e un Pensiero poetante, un modo ancor più nobile di intendere la sintesi a priori estetica entro la dialettica dell’unità dello Spirito). E poi amo l’implicito concetto del primato dell’arte, che merita che il Vitam impendere Vero si traduca in Vitam impendere Pulchro, e che la dialettica dello Spirito, da Arte Religione Filosofia, si capovolga (echi schellinghiani) in Religione Filosofia Arte, predicando l’Arte il momento universale, non più particolare, dello Spirito.    Questa mia concezione radicalizzata trovo implicita nell’Estetica crociana, e per questo mi piace.   Una tale concezione estetica consentì a Croce una critica dantesca (vedi La poesia di Dante, Laterza 1921) che doveva far molto discutere, quasi fosse una demitizzazione: la Divina Commedia sarebbe un’opera più didascalica e teologica che lirica. Solo nell‘Inferno probabilmente è possibile rinvenire qua e là i tratti d’un lirismo puro. Una valutazione come si vede molto vicina a quella di Voltaire, che del Fiorentino si sentiva di salvare non più di duecento versi!

   P. S.

   Qualche tempo fa, influenzato dalle opinioni di Voltaire, di De Sanctis e di Croce, volli mettermi anch’io alla ricerca dei momenti da me ritenuti più prettamente lirici del Poema, enucleandoli pignolescamente da ognuna delle tre Cantiche. Ritrovo ora l’agenda con gli appunti e m’accorgo di essermi fermato a Purg. XV 75 (e come specchio l’uno l’altro rende), quindi precisamente a metà dell’opera. Un buon punto per ricominciare e terminare, e magari ricredermi o confermare l’opinione del Parigino, del Morrese, del Pescasserolese.

_________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Goethe. Primo giorno di Primavera. Gabriele legge Dante. Adone

Post n°1072 pubblicato il 06 Aprile 2021 da giuliosforza

 

984

   Oggi ricorre il 189esimo della morte di Johann Wolfgang von GOETHE. Vi scandalizzero' se confesso che, con un Italiano che non dico, lo sento a me più 'prossimo' di Dante?  

*

   Primo giorno di Primavera. Ma Primavera non brilla nell’aria per li campi esulta. Algida è l’aria, arida l’anima. Non restano, Lesbia,  che i ricordi dei nostri focosi… basia mille, delle nostre, quelle sì, policrome e tiepide, primavere, in barba ai mugugni dei vecchi barbosi’ (senum severiorum),                                                                                                    / deinde centum, / dein mille altera, deinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, deinde centum… Ma a che tanti ricordi se soles occìdere et redire possunt / nobis cum semel òccidit brevis lux, / nox est perpetua una dormienda? Se, mentre i giorni luminosi possono tramontare e tornare, a noi, una volta trascorso il breve giorno, non resta che dormire una notte eterna? Bastano, Lesbia, i ricordi? O non resta che la disperazione? La disperazione del giovane Werther e del giovane Wolfgang sturmista e preromantico che la descrisse ,e che per Massenet tradussero in bei versi Edouard Bau, Paul Milliet e Georges Hartmann? Perché risvegliarmi, soffio di Primavera? Pourquoi me réveiller / Sur mon front je sens tes caresses, / Et pourtant bien proche est le temps / Des orages et des tristesses! / Pourquoi me réveiller, / Ô souffle du printemps? / Demain dans le vallon / Viendra le voyageur / Se souvenant de ma gloire première. / Et ses yeux vainement / Chercheront ma splendeur. / Ils ne trouveront plus que deuil / Et que misère! hé1as! / Pourquoi me réveiller, / Ô souffle du printemps?

   Non disperiamo, mia Lesbia. Decidiamo (ché solo dalla nostra Wille zum Leben, dipende la nostra immortalità) che altre primavere ci attendono, e miliardi, non migliaia di baci, quali solo una Lesbia-Éternità può garantire, i miliardi di baci e non la disperazione del giovane Catullo e del giovane Werther, sottratto alla bella prosa di Goethe e affidato al canto post-romantico di Massenet.

*

   Riprendo il Non Finito di Giovanni Papini. Sono all’8 gennaio 1900. Ha diciannove anni meno un giorno.  Del suo compleanno scriverà: “9 Gennaio. Oggi compisco 19 anni. Giorno di noia, di svogliatezza. Non ho fatto niente o quasi. Ho leggiucchiato qualche giornale; poi, la sera, sono andato fuori con Prezzolini, Mori, Morselli, Poggi, Bandini. Han parlato anche della lettura di D’Annunzi. Anche la compagnia degli amici mi riesce pesante.

   Stasera ho incominciato a leggere la Fiera delle vanità, del Thackeray. Promette bene, l’umorismo è fino benché un po’ prolisso.

   Il giorno prima aveva scritto:

Stamani son rimasto in casa per studiar tedesco. Fra l’altro ho tradotta una poesia dell’Hölty: La morte. Questo poeta morto giovane (a 28 anni) meriterebbe di esser studiato. È una poesia del dolore.

   Il giorno sono andato da Prezzolini a studiare un po’ di latino. Poi siamo usciti insieme e abbiamo girato qua e là a comprar libri.

   Dopo ho trovato Baldini e l’ho accompagnato a casa. È stato malato assai ed è ancora molto debole. Mi ha parlato della lettura odierna di Dante fatta da Gabriele D’Annunzio a Orsanmichele. Il D’Annunzio, come il solito, ha parlato di tutto fuorché di quello di cui era stato invitato a parlare, cioè dell’VIII canto dell’Inferno: Ma ha parlato bene, armoniosamente ed elegantemente, come egli sa: in fondo ha letto una sua bellissima laude”.

   Avrebbe potuto esser diversamente? Che onore per Dante!

   Non conoscevo l’Hölty. Mi toccherà comprarlo, e anche questo lo dovrò a quel giovanottello, assatanato curiosissimo lettore di nome Papini. Vado a controllare nella mia raccolta di Lieder e trovo che molte delle sue poesie furono in seguito musicate dai vari Mozart, Beethoven, Schubert, Mendelssohn, Brahms…

*  

   Nec deus intersit nisi dignus vindice nodus.

   “Prendi Dio che a te le squadro”.

   Orazio e Vanni Fucci (quello delle amendue le fiche: nemmeno Capaneo aveva osato tanto) mi ronzano stamane nelle orecchie. Ed il perché ignoro.  

*

   Ho sognato tutta la notte di disquisire con filosofi e teologi trascendentisti del mio aberrato panteismo. Processo mistico di discesa (proodòs): dall’Assoluto trascendente all’Assoluto immanente il mio (Lui Tu Natura Io,); processo mistico di risalita (epistrophé): dall’Assoluto immanente all’Assoluto trascendente (Io Tu Natura Dio) il loro. Prima del sorgere del potere razionale oggettivante (infanzia adolescenza) prevalenza del sentimento dell’unità; in età di presa di coscienza, prevalenza del dualismo o pluralismo, oggettivazione e trascendenza. Ma non ho di meglio da sognare? Per esempio, un De Musset che chiede: Regrettez-vous le temps où le ciel sur la terre / marchait et respirait dans un peuple de dieux? E un adolescente Arthur che di rincalzo risponde: Je regrette le temps de l’antique jeunesse / des Satyres lascifs, des faunes animaux? Molto più semplice, molto più chiaro, molto più in-mediato. E molto più ‘pagano’, che ve ne pare?

*

   Su Rai5 la riduzione teatrale da parte di Luca Ronconi di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, per il quale non stravedo, come non stravedo per il suo autore Gadda. Ma mi piace Corrado Pani, un po’ meno mi piace Graziosi; di più mi piace Ilaria Occhini, bellissima e bravissima, non per niente nipote di Giovanni Papini, e moglie del raffinatissimo Raffaele La Capria, ultranovantenne, di Lei rimasto recentemente vedovo. E un Otello verdiano (penultima opera del Maestro, ove finalmente si recepisce la atmosfera europea e specialmente wagneriana) molto gradevole, registrazione Rai del 1958 con Mario del Monaco e Rosanna Carreri. Il bel tenore dalla bellissima voce particolarmente ‘cruda’ quasi baritonale ma ciononostante di grande estensione fu l’idolo maschile lirico, paragonato a Caruso e a Gigli, della mia generazione. Troppo presto morì di una crisi cardiaca conseguente ad insufficienza renale per la quale era in dialisi, e lo ripiangemmo a lungo. Bravissima Desdemona Rosanna Carteri, la veronese morta novantenne l’ottobre scorso: meno celebrata di lui, ma che nulla aveva da invidiare alle sue famose colleghe più giovani, Tebaldi Callas Freni Devia Scotto... Io, che all’Opera ho sempre preferito la Musica sinfonica, non schiavo del pregiudizio per il quale tutti gli strumenti dovrebbero mettersi al servizio di quello più nobile, la voce umana appunto (il superamento della querelle avviene con Wagner che fa della voce umana uno strumento fra gli altri, con essi sin-fonicamente in pari dignità colloquiando e fondendosi), non sono per questo sordo al richiamo di una bella vocalità, singola o di gruppo (di questa in particolare che sola può raggiungere il massimo dell’indipendenza espressiva e degnamente competere con l’insieme strumentale) e dove essa esista godo immensamente come di uno dei più bei doni della Natura che per me, uditivo ingiustamente punito nel senso dell’udito, ancor prima e più che colore è Suono, se è vero che da un Ur- Klang, un primitivo Suono il Tutto-Universo iniziò a configurarsi.      

* 

   Tornando all’Adone del Cavalier Marino.

   Se l’Adone mi piace dipende anche dal fatto che mi ricorda una delle opere di D’Annunzio che preferisco, quel Martyre de Saint-Sébastien, inviso a molti critici nostrani pruriginosamente moralistici,in cui misticismo e passione, poesia e musica, parola e suono (infine dissolventisi l’una nell’altro) si rivelano in più perfetto connubio. Hélène Tuzet nel citato Dizionario dei miti letterari (Tascabili Bompiani 2004, Dictionnaire des mythes littéraires, Éditions du Rocher, 1988, Monaco) alla voce Adone, riferendo del Martyre fa una lucida e serena disamina della grande opera dannunziano-debussyana, la cui parte poetica dalla critica becera e rancorosa di casa nostra è sovente svalutata a vantaggio di quella musicale (che mai, è bene ricordarlo, fu in più felice connubio coi versi che la ispirarono). Quando la lessi venivo da un farraginoso (oltre tutto disturbato dal chiacchiericcio continuo di Carmen Llera, fresca vedova …allegra di Moravia, con l’amante di turno) Martyre di Villa Medici pieno di bizzarrie registiche (fra cui l’affidamento ad un uomo della parte del protagonista che era stata di Ida Rubinštejn) nella quale la identificazione Adone-Saint Sébastien era svuotata completamente della sua connotazione esoterica. Ecco cosa scrive la Tuzet:

   “A dispetto del titolo, in quest’opera Adone occupa lo stesso spazio di Sebastiano. Questo gioco drammatico ci fa vedere sulla scena -caso unico- i fedeli del dio che celebrano le Adonie.

   L’ambiente è un Impero Romano passato allo stato di mito del decadentismo: confusione dei culti, decomposizione religiosa di cui si compiace un imperatore egli stesso mitico. Sullo sfondo un’Asia, speziata di aromi, patria di un brulichio di riti strani; mistica e sensuale inseparabilmente. La musica – geniale – di Debussy è fedele a questa atmosfera.

   Il vero tema è lo sforzo del cristianesimo nascente, incarnato da Sebastiano, di liberarsi da questa ‘turma’; mentre il culto di Adone ha qui il compito di farvelo ricadere. Ma la figura del santo, troppo affascinante, si presta all’equivoco. L’imperatore, invaghito della sua bellezza, vuole divinizzarlo identificandolo con Adone. Se egli cerca di evocare il suo Signore, riecheggia subito il canto delle celebranti delle Adonie: anche Cristo…Sebastiano non sfuggirà ad esse se non con la morte: si impossessano anche del suo corpo trafitto di frecce; solo la sua anima entra in Paradiso - e la musica ci trasporta con esso.

   Lo scenario dell’opera è forse il più asfissiante che abbia prospettato il decadentismo europeo. Tuttavia, perché D’Annunzio era un vero artista, ha saputo rispettare l’eredità di Bione: i canti delle celebranti delle Adonie conservano una linea molto pura. Questo spettacolo, sfarzoso e sovraccarico ci ha dato, nel 1911, ciò che si poteva fare di più vicino alle Adonie antiche. (Op. cit. pag. 26)  

____________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

'Lucia". Cazzullo. Adone. Marzio Pieri. Bastone animato

Post n°1071 pubblicato il 20 Marzo 2021 da giuliosforza

 

983

   Per l’ennesima volta assisto alla Lucia di Lammermoor e ancora una volta mi commuovo, non tanto o solo per l’opera in sé, ma per il cumulo di memorie e di emozioni che mi evoca. Che sia la migliore opera, fra quelle serie, di Donizetti non v’ha dubbio. La trovo nel suo genere di una perfezione assoluta e persino sotto molti aspetti avveniristica, più di molte cose verdiane. Dall’inizio alla fine il torrente melodico scorre compatto senza un accenno di rallentamento di dispersione o di interruzione di flusso, la coerenza della sequenza ispirativa sbalordisce dalla prima nota all’ultima nota, da Verranno a te sull’aure a Tu che a Dio spiegasti l’ali. La vicenda d’amore e morte, necessario tributo a un Romanticismo al suo culmine, affidata ad una musica e a un libretto che vicendevolmente una volta tanto non si prevaricano o tradiscono, ti entra nell’anima, attinge cuore e precordi, e tu piangi, oh se piangi, senza vergogna. E poi quell’Anna Moffo nel pieno della sua bellezza e della sua bravura!...

   La Lucia fu la prima opera lirica, anzi la prima composizione musicale in assoluto, che sentivo nominare nella mia vita da bambino. Di essa, come di un personaggio da leggenda paesana, spesso ascoltavo dire dai contadini dai pastori e dai boscaioli del mio borgo in Piazza o all’osteria al loro ritorno dai campi o la domenica dopo la Messa. Attraverso essa una ininterrotta tradizione orale narrava di una presenza, il 5 o il 6 agosto 1835, di Donizetti (che aveva sposato a Roma una Teresa Vasselli oriunda del vicino Riofreddo) in paese, ove nel caratteristico variopinto gazebo riservato alla banda avrebbe fatto provare estratti della sua opera appena terminata (sarebbe stata rappresentata il 26 del mese dopo al San Carlo di Napoli, i tempi tornano). Le tradizioni orali contano, oh se contano, spesso più dei documenti scritti non raramente sospetti o manomessi. Di esse ci si può fidare. Il compianto amico flautista e storico locale riofreddano Luca Verzulli, recentemente strappatoci dal maledetto, per la verità metteva in dubbio la credibilità dell’evento, ma confessava di non poterlo con certezza escludere. Credimi Luca, ora puoi verificare: io ero lì presente, novantotto anni prima della mia seconda nascita, e ascoltavo la Lucia con le mie sensibilissime orecchie e mandavo i motivi a mente con la mia straordinaria memoria musicale! Ero lì, lo giuro, puoi credermi. Lo ricordai un giorno, in uno dei miei tanti  pallegrinaggi alle urne dei Grandi, all’Ombra di Gaetano nel suo avello bergamasco (accanto a quello del suo maestro, il tedesco Simon Mayr) in Santa Maria Maggiore. Oh, sei tu, quel bambino! sussurrò. E uscì dall’avello ad abbracciarmi.

*

   Terminato il Dante di Alessandro Barbero. Non tradite le aspettative. Abbondante e selezionata documentazione, linguaggio piano e scorrevole, non senza qualche lepidezza. Proseguo con A riveder le stelle di Aldo Cazzullo. Tutt’altro genere e tutt’altra sostanza. Una gradevole volgarizzazione della Comedia. Ma l’informazione è abbondante e corretta e non mancano, nel generale ossequio alle più comuni interpretazioni (quelle dei dantisti e degli storici più noti), le interpretazioni originali; lo stile è da romanzo storico, intrigante e di piacevole lettura. Riposante. Avverte prudentemente e onestamente Cazzullo: “Questo non è un commento alla Divina Commedia. Ne sono stati scritti molti, e da grandi studiosi. Questo è un racconto del viaggio di Dante, e di come le sue parole abbiano contribuito a creare l’identità italiana” (pag. 77). Excusatio non petita? Solo onestà intellettuale. Nelle scuole potrebbe aiutare il prof impacciato ad avvicinare a Dante gli studenti senza farglielo odiare (come il più spesso avviene). Tra i pochi versi che Cazzullo cita non potevano mancare quelli che descrivono l’incontro con l’avversario politico Farinata degli Uberti

  

   Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

   Vedi là Farinata che s'è dritto:
   da la cintola in sù tutto 'l vedrai».

   Io avea già il mio viso nel suo fitto;
   ed el s'ergea col petto e con la fronte
   com' avesse l'inferno a gran dispitto.

   Frattanto riprendo il Dizionario dei miti letterari (Tascabili Bompiani 2004, traduzione e cura di Gianfranco Gabetta. Titolo originale Dictionnaire des mythes littéraires, a cura di Pierre Brunel, 1988 Éditions du Rocher - Monaco). L’avevo interrotto anni fa già al secondo mito, quello di Adone, che fa seguito al mito di Abramo (la trattazione segue l’ordine alfabetico, obbligando la mente, e trovo ciò molto positivo, a continui salti spazio-temporali e concettuali assai notevoli, obbligandola a una salutare ginnastica). Vari i collaboratori per gruppi di voci. Da Abramo al Vello d’Oro in 675 pagine una completa rivisitazione di 50 miti nell’interpretazione dei letterati di ogni epoca e di ogni luogo. Dalla quarta di copertina: “Esistono figure e temi mitici che periodicamente tornano a riaffiorare nelle pagine dei grandi capolavori letterari arricchendosi ogni volta di nuovi significati. È un continuo gioco tra il rispetto della tradizione, che fornisce uno scenario mitico costituito da alcuni dati fissi, e un infinito repertorio di variazioni a prova della libertà e delle a forza vitale della letteratura. Da Antigone a Edipo, da Faust a Don Giovanni, questo volume presenta alcuni degli esempi che meglio incarnano il complesso rapporto tra mito e letteratura”.

“Il mito racconta come, grazie alle imprese deli Esseri sovrannaturali, è venuta alla luce una realtà totale, il Cosmo, o solamente un frammento: un’isola, una specie vegetale, un comportamento umano, un’istituzione. È comunque sempre la narrazione di una ‘creazione’, di come qualcosa sia stato prodotto e abbia cominciato a essere”. (Mircea Eliade)

   “I miti non hanno un autore: nell’istante in cui sono percepiti come miti, quale che sia la loro vera origine, essi non esistono che incarnati in una tradizione. Quando un mito viene narrato, alcuni uditori ricevono individualmente un messaggio che, di fatto, non proviene da nessuna parte; è per questa ragione che gli si assegna un’origine sovrannaturale”. (Claude Lévi-Strauss)

   Il mito del bell’Adone, conteso da Afrodite e da Artemide ma non solo, amante della caccia e, per la disperazione delle due dee, ucciso da un cinghiale, mi interessa molto, ma per vicende a noi più prossime. Agli inizi di questo secolo ebbi modo di conoscere e familiarizzare col più grande studioso italiano del Cavalier Marino e, naturalmente del suo capolavoro: Marzio Pieri, fiorentino che di un fiorentino aveva tutti i pregi caratteriali, compresa la dantesca superbia. Esule volontario a Reggio Emilia, professore di letteratura a Parma, al Barocco e a Marino dedicò studi fondamentali, pari, se non superiori, a quelli da lui riservati al Bruno nelle edizioni la Finestra di Trento. Ma di ciò credo di aver già diffusamente parlato. Ora Marzio se ne è andato, ha raggiunto il Cavalier Marino nei suoi cieli, vicino vicino all’Empireo che, ci giurerei, non può che esser barocco.

*

   Apro a caso il Novum Testamentum graece et latine (Sumptibus Pontificii Instituti Biblici Romae 1938) e gli occhi mi cadono su una citazione di Isaia fatta da Paolo nella seconda lettera ai Corinzi: ἐσκόρπισεν, έδωκεν τοϊς πένησιν, ή δικαιοσΰνη αυτοΰ μένει εί τον αιϖνα (Προσ Кορινϑιόυσ β’) Si liberò dei suoi beni e li distribuì ai poveri: la sua giustizia rimane in eterno. (Isaia, 55,19). Rifletto: io che non ho beni da disperdere, rimarrò dunque ingiusto per l’eternità, con tutte le conseguenze che tale situazione comporta? E trovo il modo di consolarmi: non avrò beni materiali da distribuire, ma in quanto a talento e cultura, beni immateriali ma assai più preziosi dei materiali, la natura, me lo riconosco umilmente, non è stata con me avara; questi sì, ho passato la vita a donare senza mercanteggiarli, a piene mani. V’è forse dunque un posticino anche per me nell’eternità dei giusti.

*

   Basta aprire un libro di storia o di letteratura per accorgersi che non esiste generazione che non abbia rimpianto la precedente. Il che qualcosa deve pur significare. E significa che la sensazione comune che gli uomini hanno è che andare avanti non significa necessariamente andare verso il meglio, tutt’altro. Non è necessario essere pessimisti per crederlo. Lo stesso così detto progresso scientifico e tecnologico incide sull’avere, non sull’essere, per meglio dire sul fenomeno, non sul noumeno. Il profondo non viene scalfito nella sua essenza. Più scavi più a un più profondo sei rimandato ove sempre più ti spauri. Le ansie, le sofferenze, le attese vanificate, le speranze frustrate resteranno sempre le stesse nella forma, sempre peggiori nel contenuto. Ancora una volta: Plus ça change, plus c’est la même chose, da correggere anzi in Plus ça change, plus c’est pire. Rassegnarsi dunque? No. Fingere di poter afferrare il destino per la gola. Giova alla sopravvivenza e all’illusione della propria potenza. Frenare la corsa verso il baratro è pura illusione. Ma può amarsi il baratro. Baratro è in fondo anche l’Eternità che amiamo: è comunque un perdersi.

(P.S. Oggi mi va storta. Ma non mi va di sforzarmi ad autoconfutarmi, come sarebbe onesto).

*

   Ho cambiato itinerario e orario per la mia passeggiatina mattutina. Esco ormai non prima delle 8.30, già il sole è altino ma la terra è ancora coperta di rugiada. Madre Gea lentamente l’assorbe e ne nutre i nuovi concepimenti nel suo vasto grembo. Dopo un breve tratto di strada mediamente trafficata, svolto a sinistra per un grande spazio verde semi selvaggio intercalato da brughiere e saliscendi dai quali si vedono scomparire e apparire le torri cementizie, vicinissime in linea d’aria, non orrende osservate a distanza, di Colli della Serpentara e di Colle Salario che racchiudono, gli uni a sud l’altro a nord, l’antico borgo, poi disordinatissima borgata, di Fidene, la Fidenae  ricca di siti archeologici di notevole rilevanza purtroppo come tutto in questa benedette Italia provinciale pessimamente curati. Alla mia destra appaiono e scompaiono gli agglomerati più diversi, nei quali predomina il bianco delle graziose palazzine di Caltagirone, qua e là intercalate da costruzioni in cortina delicata rotta da balconate spaziose esse pure per lo più bianche, che son soprattutto quelle del sito detto Casale Nei, il più prossimo al centro commerciale di Porta di Roma, dove è la mia abitazione. Non può certo dirsi monotono il mio nuovo quartiere: come Madre Roma che lo sta generando (parto per la verità troppo lungo e laborioso) può dirsi dei sette colli, anzi di più colli, tale risultando conformato il territorio che dalla Nomentana all’altezza di Ponte Nomentano e di Piazza Manenio Agrippa, dolcemente divaricando verso nord ovest sale in direzione della Salaria e del GRA sui quali Colle Salario da notevole altezza incombe. I viottoli a saliscendi che percorro sono solitari: un solo signore dall’aria sospettosa, o solamente pensosa, incontro col suo cagnolino più di lui sì sospettoso, forse intimorito (strano caso: gli altri cani in cui mi imbatto, numerosi nelle ore più frequentate  abbaiano furiosi, tanto più furiosi quanto più piccoli, non so se per la mia foggia di vestire  o per il mio bastone) dal mio grande bastone africano doc: legno compatto, fusto di tre cm di diametro variamente cesellato e ingenuamente ricamato, due  intagli cilindrici a spirale, impugnatura a cuore maculata come pelle di serpente, elefante perfettamente scolpito a sorreggere l’impugnatura, due graziose antilopi sotto l’elefante le cui svelte corna si ripiegano a  semicerchio congiungendosi e formando due archi perfetti; insomma un capolavoro (di cui si vedono copie industriali di  pessimo gusto e di scarso valore). Discendo nel valloncello che per viottoli ricoperti da sterpi conduce in via Pupella Maggio, dalla quale incrociando viale Carmelo Bene mi immetto in via Vianello che poi diventa Soldati. All’imbocco di Viale Baseggio mi si para davanti una specie di mastino che pare un cerbero. E che è lui a tirare il padrone che a stento riesce a trattenerlo, e non viceversa: per un pelo non mi è addosso, ma io faccio per infilargli il mio bastone africano nelle fauci e si placa. Ma perché non sbrana il suo padrone e se la prende con me? Che avrò mai fatto io, il più mite degli uomini, ai cani? Gino, almeno il caro Gino di Jacopo Numa Leon, almeno lui mi amerà? La prossima volta prenderò per le mie passeggiate, dei miei cento e passa bastoni, quello animato, costruito da un artigiano bretone, che nasconde non il solito corto stocco, ma una vera e propria lama da duello, capace di passare da parte a parte, e che mi fu donato in Bretagna, a Saint-Malo, come pegno d’amore, da una demoiselle vezzosa e spiritosa che fingeva d’esser presa di me: su di esso mi fece giurare che se m’avesse lasciato con esso avrei dovuto ucciderla. Era cento anni fa, all’epoca dei cavalieri senza macchia e senza paura e delle dame in crinolina, non ancora in minigonna. Che donne, che vezzi, che spade!       

____________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »