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Un sogno. Addio a De Sade. M di Antonio Scurati.

Post n°1017 pubblicato il 23 Settembre 2019 da giuliosforza

 

Post 938

   Un sogno degno di essere raccontato.

   E’ Primavera. Declivio verde e fiorito che dà sul lago di Garda, che è contemporaneamente del Turano, popoloso di folla variopinta in attesa. Attesa di che? Sulla riva del lago Garda-Turano sta per  scendere in acqua uno stranissimo idrovolante: scafo piccolo e tozzo, tutto bianco laccatto dai cui lati si elevano  due snelli parallepipedi a mo’ di colonne squadrate collegate ai vertici a ponte. Servono a sollevare l’idrovolante e a spostarlo cone un secchiello. Al centro della folla Italo Balbo nelle funzioni di moderatore, Gabriele D’Annunzio in forma di satiro con barbetta a punta e scucchia sporgente, che si autoirride compiacendosi della sua completa mancanza di denti: bisogna adattarsi alla natura, dice, in ogni sua fase; un Tommaso d’Aquino  giovane e longilineo ed elegantissimo nella sua tunica bianconera (altro che il grasso ‘bue muto’ di albertiana memoria!) che conciona di teologia…aviatoria, mentre la sua segretaria, Tosca D’Aquino, nel sogno sua parente, gli porge e regge i fogli e ne indica i capoversi (come la ‘Cicciuzza’ con l’Arcangelo coclite - ilVate, per chi non lo sapesse - all’epoca della stesura del Notturno); ed…io, impalato come un babbeo in attesa che mi si ceda la parola che non mi viene mai ceduta.  Sostanzialmente ignorato. Mi risento con Balbo, con Bruno e Nietzsche confusi tra la folla, abbandono, mi sveglio e mi ritrovo sotto la doccia. 

*

   Riposto Harzreise a riposare nel suo scaffale, restano sul mio tavolo, in attesa di essere terminati, Justine di De Sade, Ritratti e immagini di Alberto Arbasino, Più che l’amore di Annamaria Andreoli, Alfabeti di Magris, Il non finito di Papini, L’enigma di Piero di Silvia Ronchey, M il figlio del secolo di Antonio Scurati, Homo Deus di Noah Harari, Giardinosofia di Santiago Beruete. Mi tocca abbandonare la tecnica di lettura adottata per lo più in vita mia, quella  cioè di procedere a salti, passando da un testo all’altro: la mia mente non è più tanto agile da ricordare le ultime cose lette e ogni volta rischio di dover ricominciare per aver perso il filo: che è l’unico, non piccolo per la verità, scotto che pago alla mia età avanzante verso il declino. Ma la scelta non mi è facile: privilegiare l’un libro a scapito dell’altro potrebbe significare rischiare di non legger più l’altro, per motivi non difficile da intendere, e la cosa mi scoccia solo al pensarla. Ciò che aborro di più della morte è di dovere cessare di gustare con tutti i sensi, esterni ed esterni, tra tutte le cose belle del mondo, i volumi della mia biblioteca che stan lì buoni ad attendere di nutrire turbare rasserenare e colmare di sensi quella misteriosa breve vicenda dell’Essere che in me si individualizza storicizzandosi e che diciamo Vita. Ma una decisione già mi sento di prendere: finirla definitivamente a pagina 235 con Justine. Dopo aver assistito alle orge di ogni genere, molte sacrileghe, nelle varie dimore di conti e marchesi e nei conventi, soprattutto in quello di Notre-Dame des bois, ne ho veramente abbastanza. Ma non è la mia pruderie moralistica. E’ solo stanchezza. De Sade non è solo un ‘libertino’, il più diabolico dei libertini,  irrisore di credenze e morali comuni; egli è anche un rigoroso filosofo logico, acutissimo nel difendere le sue tesi e nello smontare le tesi avversarie - tesi e antitesi, ma senza sintesi - che mette in bocca, appena accennate ma radicali (questa la sua furbizia che fu forse essa a salvarlo, paradossale ma, leggo, vero, dall’Indice e dall’inquisizione: le persecuzioni e le condanne gli vennero per lo più dallo Stato e non dalla Chiesa)  alla povera protagonista e vittima narrante; è anche scrittore ‘verista’ di grande talento: le  descrizioni particolareggiatissime dei misfatti carnali dei suoi protagonisti sono impressionanti e notevolissimi sono il suo psicologico intuito e la sua  perspicacia analitica. Ma ciò non basta a farmi proseguire. Abbandono De Sade definitivamente al suo inferno (o al suo paradiso) per stanchezza, solo per stanchezza.

*

   Avevo detto basta anche col fascismo. E invece ecco che ci ricasco. Ma è un ricascarci diverso, poichè diverso è il libro che ho tra le mani, il primo di una trilogia che davrebbe essere completata entro Natale. L’Autore è Antonio Scurati, il titolo M. Il figlio del secolo, l’editore Bompiani 2018, le pagine 839. Il volume è da una anno sul mio tavolo, intonso. Ne sento riparlare e mi decido. Comincerò con la prima bandella, contravvenendo a una mia ben radicata convinzione, bandelle prefazioni e introduzioni doversi leggere, se proprio non se ne può fare a meno, al massimo alla fine? No, la salterò, anche se si presenta con  un allettante incipit: Lui è come una bestia. Sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita. E inizierò direttamente col Rapporto dell’ispettore generale di pubblica sicurezza Giovanni Gasti, primavera 1919:

  

   Benito Mussolini è di forte costituzione sebbene sia affetto da sifilide.

   Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro.

   Riposa fino a tarda ora del mattino, esce di casa a mezzogiorno ma non rientra prima delle 3 dopo mezzanotte e queste quindici ore, meno una breve sista per i pasti, sono dedicate all’attività giornalistica e politica.

   E’ un sensuale e ciò è dimostrato dalle molte relazioni contratte con svariate donne.

   E’ un emotivo e un impulsivo. Questi suoi caratteri lo rendono suggestivo e persuasivo nei suoi discorsi. Pur parlando bene, però, non lo si può propriamente definire un oratore.

   E’ in fondo un sentimentale e questo gli attira molte simpatie, molte amicizie.

   E’ disinteressato, generoso, e questo gli ha procurato una reputazione di altruismo e filantropia.

   E’ molto intelligente, accorto, musirato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini, delle loro qualità e dei loro difetti.

   Facile alle pronte simpatie e antipatie, capace di sacrifici per gli amici, è tenace nelle inimicizie e negli odi.

   E’ coraggioso e audace; ha qualità organizzatrici, è capace di determinazioni pronte; ma non altrettanto tenace nelle convinzioni e nei propositi.

   E’ ambiziosissimo. E’ animato dalla convinzione di rappresentare una notevole forza nei destini d’Italia ed è deciso a farla valere. E’ uomo che non si rassegna a posti di secondo ordine. Vuole primeggiare e dominare.

   Nel socialismo ufficiale salì rapidamente da oscure origini a posizione eminente. Prima della Guerra fu il direttore ideale dell’Avanti!, il giornale che guida tutti i socialisti. In quel campo fu molto apprezzato e molto amato. Qualcuno dei suoi antichi compagni e ammiratori confessa amcor oggi che nessuno meglio di lui  seppe comprendere e interpretare l’anima del proletariato, il quale vide con dolore il suo tradimento (apostasia) quando nel giro di poche settimane da apostolo sincero e appassionato della neutralità assoluta divenne apostolo sincero e appassionato dell’intervento in guerra.

   Io non credo che questo fu determianto da calcoli di interese o di lucro.

   Quanta parte poi, delle sue convinzioni socialiste, che non ha mai pubblicamente rinnegato, si sia sperduta nelle transazioni finanziarie indispensabili a continuar la lotta tramite Il Popolo d’Italia, il nuovo giornale da lui fondato, nel contatto con uomini e correnti di diversa fede, nell’attrito con gli antichi compagni, sotto la costante pressione dell’odio indomabile, della acida malevolenza, delle accuse, degli insulti, delle calunnie incessanti da parte dei suoi antichi seguaci, è impossibile stabilirlo. Ma se queste segrete alterazioni si sono verificate, inghiottite nell’ombra delle cose più prossime, Mussolini non lo lascerà mai trasparire e vorrà sempre sembrare, s’illuderà forse sempre di essere, socialista.

   Questa, secondo le mie indagini, la figura morale dell’uomo, in contrasto con l’opinione dei suoi antiche compagni di fede e adepti.

   Ciò detto, se una persona di alta autorità e intelligenza saprà trovare nelle sue caratteristiche psicologiche il punto di minor resistenza, se saprà innanzitutto essergli simpatico e insinuarsi nel suo animo, se saprà dimostrargli quale sia il vero interesse dell’Italia (perché io credo nel suo patriottismo), se con molto tatto gli offrirà i fondi indispensabili per l’azione politica concordata, senza dare l’impressione di un volgare addomesticamento, il Mussolini si lascerà a poco a poco conquistare.

   Ma col suo temperamento non si potrà mai avere la certezza che, a una svolta della strada, lui non dedfezioni. E’, come si è detto, un emotivo e un impulsivo.

   Cerrto che in campo avversario Mussolini, uomo di pensiero e di azione, oratore persuasivo e vivace, potrebbe diventare un condottiero, un picchiatore temibile.”

   In questo rapporto, a parte evidenti contraddizioni (per esempio all’inizo della relazione egli non è un oratore, alla fine lo diventa, e pure persuasivo e vivace) la figura del futuro Duce appare ben delineata e correttamente colta in ognuno di quelli che in seguito si riveleranno gli aspetti predominante della sua personalità.

  Passo dunque a leggere e a riflettere. Alla fine della lunga operazione azzarderò, in sede di consuntivo, una il più precisa possibile valutazione. Sono fiducioso che l’informazione, la bravura di narratore e il disincanto di Antonio Scurati me ne offriranno l’opportunità.

______________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

  

 

 

 
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Ricomincio da quattro. Musica 'scordata'. Papini, Diario giovanile. Viaggio nello Harz, fine

Post n°1016 pubblicato il 16 Settembre 2019 da giuliosforza

 

Post 937

   Sono appena tornato dalla scuola elementare di via Vittorio Mezzogiorno, dove sono andato ad attendere la riapertura. Festa di voci e di colori. Festa di Vita. Le mamme della nuova generazione sono quasi tutte belle slanciate, alte quanto e più di me. Pochi e trasandati i papà, pochissimi i nonni, fra i quali ho la ventura di essere ancora io. I bimbi garriscono e si rincorrono come uccelli appena volati dal nido. Io sono commosso. Solo il mio nipotino è triste, baciandolo per rincuorarlo gli dico se mi accetta come suo compagno in quarta elementare. Ricomincio da quattro. Della scuola ho scritto tanto, soprattutto male. Qualcuno ha anche ripreso qualche mio concetto, come è evidente nella foto che ripubblico. Oggi non so cosa scriverei. Me la cavo gridando: aboliamo le scuole, viva la scuola!

*

   Iniziata la rilettura del diario e degli scritti giovanili (1899-1904) di Giovanni Papini (Firenze 1881), che fu il modello segreto dei miei inquieti anni giovanili: il periodo della formazione, del desiderio insaziabile di conoscenza, dello studio frenetico, della corsa sfrenata da un campo dello scibile all’altro, della speranza e della disperazione, dell’ottimismo e del pessimismo sistematici. Nulla contenta, nulla placa il giovane ‘scapigliato’, tutte le biblioteche sono sue, tutti i cenacoli, tutti gli incontri. Annota il 7 novembre del ’99: ­­­

   “Da oggi deve cominciare per me una nuova vita. Debbo rifare interamente la mia cultura. Uscito dalle scuole ove si vegeta, debbo imparare. Forse è tardi, ma non è inutile tentare. Il mio bilancio intellettuale è presto fatto: Io so poco di tutto. Non ch­e nozioni vaghe, spezzate. Certi domini d’erudizione mi son familiari mentre mi mancano delle cognizioni elementari. Bisogna che io riordini quel che posseggo, colmi le lacune, spesso vergognose, della mia cultura. Io studierò:

   Lingue – latino tedesco inglese.

   Storia universale, civile e letteraria

   Filosofia

   Oggi comincio: speriamo che la costanza mi regga.

   Sono andato a scuola per ricominciare il tirocinio ma il Bruni, il direttore, era malato e così mi sono potuto recare in biblioteca a continuare il riassunto del Tichon. Ci Ho trovato il Bendini, che non fa niente ma è vestito più elegante del solito ed è insieme con un uomo dalla faccia sospetta; ci ho trovato il Bruni che  seguita il suo studio su gli Ari e gli Italici seguendo il Sergi; il Mori legge l’Ardigò e seguita a lavorare per il suo articolo. Sono uscito con lui e mi ha parlato a lungo e melanconicamente della camorra ipocrita che impera all’Università e della mancanza di carattere e di senso morale nei giovani che pur di farsi strada abiurano ogni principio politico, morale e altro che sia. Fra l’altro è stato fatto libero docente di filosofia un giovine, Melli, che ha dell’ingegno ma non ha fatto mai nulla. Il Mori, che ha letto appunto ora  Morale dei positivisti dell’Ardigò, è attristato dallo spettacolo turpe di una generazione così fiacca, ipocrita e immorale e si sfoga a dire male dei letterati che sono, egli dice con ragione, la peggior genia che esista sulla terra. Mi avveggo con piacere che egli non è più l’amabile scettico del tempo addietro e che un giorno converrà con me nell’abbraccio del pessimismo assoluto”.

   Il rilievo è mio.

   Oggi non è più così. Le cose, soprattutto per quanto si riferisce al malcostume universitario, oggi sono cambiate. In peggio, assai in peggio. Così mi suggerisce una vocina maligna.

 

*

   Il pomeriggio del 10 settembre era giorno della votazione al Senato per la fiducia al Conti Due, ed io, immemore, ebbi la malaugurata idea di recarmi in taxi a Piazza Navona, adiacente a Palazzo Madama, per un concerto di flauto e chitarra dal nome curioso, che mi aveva …incuriosito: La musica ‘scordata’ dell’Ottocento. Non immaginerete mai il servizio di polizia e di CC predisposto dalla nuova dirigenza dell’Esquilino e dell’Arma: pattuglie in ogni angolo, mitra spianati, impugnati da agenti e militi di ambo i sessi in assetto di guerra. Mancavano solo i carri armati e avrebbe potuto pensarsi a un colpo di stato. Ma forse un colpo di stato era davvero in atto, un colpo di stato soft in apparenza, teleguidato da Bruxelles, Washington, Vaticano. Ho osservato il cielo per scorgere eventuali droni: non ne ho visti, a meno che tra le caratteristiche dei più moderni non ci sia anche l’invisibilità, che è ragionevole ipotesi…. Ma avevo promesso di non interessarmi più alle vicende politiche in corso nel Bel Paese e invece ci sto ricascando. Recedo.

   Ero dunque andato per un concerto da godermi nella bella  sacrestia borrominiana di Sant’Agnese in Agone. La piazza, che non visitavo più da molto tempo, m’apparve finalmente ripulita di cose e di gente. Le fontane finalmente protagoniste. Persino l’esercito dei colombi (merito o colpa  dei gabbiani?) sparito. Solo aperti caffè ristoranti gelaterie storici, quelli sì affollati ma finalmente di turisti pacati e composti. Sulla scalinata della Chiesa pochi i ragazzi, correttamente seduti e non stravaccati. E nessuna traccia della pletora di venditori ambulanti abusivi di paccottiglie, di cavalletti e di ritrattisti. Solo, ma in lontananza, proveniente da Via di Santa Maria dell’Anima (quante memorie! In un bell’appartamento di non ricordo quale stabile era negli anni Sessanta la sede della pacciardiana “Nuova Repubblica”, dove avvenivano i nostri incontri, le conferenze, i dibattiti, moderati da personaggi indimenticabili: l’occhiazzurri Randolfo, il pacatissimo Giano Accame, il paffutello e serafico, acuto nelle  analisi e simpatico nel linguaggio un poco  bleso (don) Baget Bozzo, accademici vicini e non alle proposte del Movimento etc etc…) un suono di fisarmonica  che non  disturbava il quasi silenzio della piazza ove era di nuovo possibile ascoltare, oltre a quelli in pietra, gli sfottò orali berniniani al povero Borromini già presago della spada sulla quale avrebbe fatto harakiri…

   Ma ora del concerto, rientrante nel programma Experience Italian Music Concerts (ah questa provinciale mania anglofona!) previsto dal 23 aprile al 17 dicembre e comprendente una ricca gamma di musica classica e moderna, sacra e profana (ma non è ogni grande musica per se stessa sacra?): due solo pianistici, per il resto  duo di fisarmonica e violoncello, violoncello e pianoforte, violino e chitarra, trio di flauto chitarra e soprano, duo di violino e pianoforte, duo di flauto e chitarra, duo di mezzo soprano e chitarra, duo di oboe e pianoforte, un Ensemble corale di archi Fiati e voci, un duo di violoncello e pianoforte. Sala semivuota. Atmosfera mistica. Ottima acustica. Gli autori “scordati” e recuperati da Yuri Ciccarese (mobilità esagerata) flauto e Maria Ivana Oliva (esagerata staticità) chitarra, sono Carulli, Giuliani, Paisiello, Ghini, Paganini in brani dimenticati o raramente eseguiti. Le note giungono gradite al mio orecchio semichiuso, ho un’ora di tempo per riflettere ai miei casi esistenziali con delicato accompagnamento musicale. Per questo, solo per questo, ritengo non buttati i venti euro. All’uscita solita ricerca frenetica di un taxi. Autista in un primo momento riluttante: ritiene, incredibile auditu, il percorso eccessivo. Pagamento in bankomat su un aggeggetto che non dà ricevuta. Ho scritto in fronte giocondo.

 

*

Depongo Harzreise con dispiacere. Questo che è forse il capolavoro di Heine mi lascia nell’animo una grande nostalgia per quella Turingia nella quale in precedenti vite fui famulo di Bach a Lipsia, di Novalis a Weissenwels, di Hegel Fichte Schelling a Jena, di Schiller Herder e Goethe a Weimar e di tutti quanti quella beata terra allietarono e nobilitarono. Solo Gottinga col suo diritto forse mi fu estranea, Gottinga così tanto ironizzata da Heinrich. Ma tanto rimpianta. Forse ha ragione il Magris della prefazione: “Il viaggio di Heine, così pieno di amore per l’esistenza e della natura, si snoda fra la carta e la vita; fra la mappa che copre il mondo, con la sua arzigogolata, meticolosa e puntigliosa varietà garantita dalla precisione giuridica, e l’accidentata, variegata e irregolare superficie della vita vita stessa coperta da quella mappa…”. E ragione anche  mi pare abbia, seppur non in tutto, Maria Carolina Foi curatrice: “Il viaggio nello Harz, la più fortunata e popolare delle prose heiniane, è tutt’altro che un frammento, un’opera incompiuta. La conclusione mancante non riguarda il viaggio essoterico. Ciò che Heine meschinamente tace è il proprio, personale bilancio del viaggio esoterico: la consapevolezza che l’esperimento della Bergidylle  è stato un fallimentare compromesso fra i nuovi diritti e l’antica poesia. Attentissimo critico dei propri scritti, Heine comprende che insistendo su quella strada sarebbe finito incappato nelle secche della poesia di Uhland, uno dei suoi modelli giovanili, ai quali più tardi rimprovererà ‘di aver fatto scuocere’ il Volkslied ‘per renderlo disponibile al pubblico moderno’. Heine ha forse capito meglio di chiunque altro l’equivoco, o l’illusione, dei poeti romantici che riprendendo cadenze popolareggianti speravano di poter attingere con la loro lirica alla sotterranea corrente collettiva della poesia popolare. Ma, dall’esilio parigino, non ha potuto non ricordare, sfogliando il Corno magico del fanciullo, anche la propria fascinazione per quella tradizione indissolubilmente legata, come lo era la sua stessa poesia, alla patria tedesca:

   “In questo momento il libro è qui davanti a me, e mi par di sentire il profumo dei tigli tedeschi. Il tiglio, infatti, v’ha una parte fondamentale: alla sua ombra si baciano, di sera, gli amanti; è il loro albero preferito forse perché la foglia del tiglio ha la forma di un cuore umano. Questa osservazione fu fatta un giorno da un poeta tedesco che mi è molto caro – cioè da me”.

______________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Vicende politiche ed altro

Post n°1015 pubblicato il 10 Settembre 2019 da giuliosforza

Post 936

 

   Risveglio, sereno e melanconico insieme, con Gustav Mahler (Lieder einer fahrenden Gesellen) e Richard Strauss (Till Eugenspigels lustige Streiche), di cui si celebra il settantesimo della morte. I due  tardoromantici a me sì cari mi  tengono compagnia per una lunga ora coi canti d’amore e di dolore d’un passeggiatore solitario confidati a una natura indifferente, e le birichinate esilaranti del giamburrasca tedesco. Grazie a Gustav e a  Richard suonano a festa oggi, di prima mattina, le campane del mio cuore.

 *  

   Alla festicciola del mio compleanno, dopo lo spegnimento delle due candeline, le mie figlie, i miei nipoti, i miei generi si sono benignamente prestati a brindare, anziché col solito Happy Birthday che odio, con la declamazione del Chàirete Dàimones (con l'aggiunta di tou pappou, del nonno) e del Namastè, stampati in ricchi caratteri a colori sul dritto e sul retro della maglietta donatemi anni addietro dalle miei allieve a dai miei allievi dell'IPU che hanno allietato e rasserenato i miei ultimi anni di insegnamento dopo il pensionamento dall'Università di Roma Tre. Ai miei cari si univano (ne avvertivo la presenza) tutti gli Amici, che vivamente ringrazio per la loro affettuosa partecipazione al mio 86° genetliaco che il più piccolo e birbone dei miei nipoti, Jacopo, ha invertito in...68°. Quod velint di!  

   * 

   Chi non conosce i Mephisto Walzer di Liszt, così mefistofelicamente, genialmente, ironici? Ad essi si ispira nel titolo una rubrichetta redazionale settimanale del Sole 24 Ore domenicale che fa molto sorridere ma anche molto pensare. La rubrichetta non ha firma. Questa volta si intitola Rousseau e il cavallo binario, il suo argomento è attualissimo (come un altro di Sergio Fabbrini, esposto in prima pagina politica, dai cui contenuti completamente dissento, sul Conte Due, e che - servilistica ‘genuflessioncella d’uso?’- titola “Un governo europeo, non fatto in Europa”). La rubrichetta che fa sorridere e pensare, e con la quale una tantum consento in toto (tranne che nel fanfalucche con doppia c) oltre che esser breve è assai densa e culturalmente ben fondata. La riporto integralmente, nella speranza che piaccia anche a voi, come è piaciuta a me.

   “Rousseau e il cavallo binario.

   “Nella formazione del nuovo Governo il grande successo mediatico l’ha ottenuto la piattaforma Rousseau. Al di là del merito sostanziale di Renzi che, complice Grillo, con un sulfureo colpo di coda se l’è inventata. E senza che, incredibile auditu, nessun tarantolato del PD si mettesse di traverso. Rousseau è forse sconosciuto ai più degli 80mila che hanno votato, in gran parte dotati di un Q.I. analogo a quello di chi cade sulle domande più elementari di un quiz tv. Chissà se l’abile Casaleggio avrà fornito loro una preventiva quick reference, per informarli che Rousseau, filosofo e musicista ginevrino (1712-1778), fu con Voltaire tra i primi a sviluppare l’ideale illuminista del “sapere aude”, firmato Kant: osare far valere la propria intelligenza, e non credere a fede, miti, leggende. Tutte fanfalucche del passato. Tra i due fu subito dissidio, umano e intellettuale. Voltaire (1694-1778) laico e pieno di ironia, anticlericale al punto di addebitare al Padreterno la strage - dopo il terrificante terremoto che distrusse Lisbona, “mentre Parigi balla” (1755) - accusò con un celebre pamphlet Leibniz, convinto di vivere “nel migliore dei mondi possibili” (Teodicea) e difese la necessità di un sovrano illuminato e colto. Al contrario Rousseau credeva nella sovranità del popolo (Contratto Sociale) e nella forza della natura bruta, tout court. Mentre Montesquieu predicava quella separazione dei poteri, tra legislativo, esecutivo, giudiziario (Lo spirito delle leggi, 1768) ancor oggi non raggiunta. E intanto mirava a una monarchia costituzionale. A fronte di tanto pensiero, che dire della nascita di un governo decisa da un sondaggio incostituzionale e irrituale, al quale i vertici del Paese si sono di fatto affidati? Se invece di dire sì gli 80mila avessero detto no, cosa sarebbe successo? Diabolica domanda binaria: tertium non datur. Simile in tutto alla mente del cavallo, che sceglie sempre in modo duale: salto oppure no. Giro a sinistra o giro dritto. Disarcionando a volte anche il miglior cavaliere. Rassegniamoci a vivere nella semplificazione comunicativa più assoluta, col solo vantaggio di annullare ogni ridondanza. Ma allora, perché non creare una piattaforma Voltaire, a bilanciare la Rousseau? Il diavolo solo lo sa, semel in anno licet insanire”.  

  * 

 

    Dal giorno del mio ultimo post parecchie vicissitudini, personali e non, si sono accavallate: fra le altre la perdita irrecuperabile di molti documenti, che non avevo avuto l’accortezza di salvare, dal mio ordinateur (oggi mi piace dare soddisfazione agli amici francesi che rivendicano giustamente al genio pascaliano l'intuizione prima di questo benedetto aggeggio che ci complica e semplifica la vita) andato in tilt. Ma le vicende politiche italiche soprattutto hanno occupato l’interesse dei media (latinamente detto), e ad esse io stesso sono stato, seppur saltuariamente, obbligato a prestare attenzione. Ne son seguite delle polemicucce fra me e alcuni miei vivaci amici di fb, fra i quali Leandro Teodori, il più critico, Adelmo Sforza e Augusto Cara ho scelto a rappresentarli. Ho omesso naturalmente i commenti positivi, non sempre frutto di una precisa coscienza critica.   

 Io

   Conte e il suo governo: resa vigliacca e incondizionata alla Merkel, a Trump e, dulcis in fundo, meglio in cauda venenum, a Bergoglio. Realpolitik? Ciò non attenua il mio senso di vergogna e di schifo.

 Augusto Cara 

 

   Altri governi in passato, ci hanno fatto vergognare di più, per alcuni, vergogna è addirittura un eufemismo. Con tutto il rispetto e l'amore che posso.

 Adelmo Sforza 

 

    Il pieno della vergogna era piuttosto il precedente, con un seminatore di odio e zizzania attivo 24h/24, 7 giorni su 7!

 Io

    ...Che la vostra insania politica riporterà presto al governo. Parola di anarchico. Ci penserà la ‘vesana plebs’.

  Leandro Teodori

   Bravo Giulio. A parte la resa ai c.d "poteri forti" europei, tutta da dimostrare (confondete le opinioni con la realtà) che cos'era meglio? I pieni poteri a Salvini? La libertà di ammazzare (finendo poi in galera)? La flat tax (che preleva dai redditi bassi per regalare soldi a quelli alti)? Il reato di soccorso in mare, contrario a tutte le leggi internazionali, all'umanità (dall'antichità classica ad oggi, dove alla "Mater deorum" protettrice dei naviganti si va alle molte "madonne di porto salvo", sparse in tutto il meridione) e alla dignità umana? Volete a tutti i costi che, sotto varie forme, ritorni il Nazismo? Mi meraviglio di te, Giulio! Ho sempre pensato, a torto evidentemente, che le persone colte, di qualsiasi opinione politica siano, cerchino la verità. Guarda, a scanso di equivoci, anch'io sono contrario a un governo "costi quel che costi", sia perché il PD non è mai stato il mio partito, sia, e soprattutto, perché i 5S, a dispetto di alcuni loro "punti" condivisibili, hanno condiviso 14 mesi di governo con quella merda di Salvini, e lo rivendicano. Quindi, o vengono a miti consigli, magari influenzando anche positivamente il PD e rinunciando alle leggi più efferate approvate con la Lega, o per me possono andare anche a quel paese. E se poi le plebe mal vissuta (e abbandonata ahimè dalla Sinistra) manderà al potere Salvini, amen. Vorrà dire che lo combatteremo a viso aperto. In questo la penso un po' come Calenda.

 Io

 

   Caro il mio Leandro. Non so se io sia una persona colta o no, ma so che una persona autenticamente colta non cerca dogmaticamente una verità su cui accomodarsi, ma delle ipotesi via via da verficare e da contestare. Santo relativismo. Non per nulla dopo che ...'sforziano’' sono nicciano!

  Leandro Teodori 

 

   Sono d'accordo sul principio, solo che mi sembra di percepire un certo appiattimento sulle varie vulgate propalate da Salvini e dalle migliaia di finti account che gli fanno da grancassa. Ma forse è un'impressione errata.  Inizio modulo

    Ed io in barba a Merkel Trump Bergoglio Mattarella Conte Di Maio Zingaretti Salvini e alle loro ciurme mi tuffo con Isotta nell'oceano dell'Amore-Morte (Wagner, 'Tristano e Isotta', dalle 10 su rai5): "Nel flusso ondeggiante / nell'armonia risonante / nello spirante universo/ del respiro del mondo - annegare, / inabissarmi / senza coscienza / suprema voluttà!".

 

   Chiudo qui con la mia del resto inusuale parentesi 'politica'. Io mi muovo sul piano filosofico, alcuni dei miei amici si muovono su quello 'ideologico', che suona 'dogmatico'. Tra i due piani non può darsi comunicazione. Amici come prima, se possibile, ma bando agli insulti e alle coprolalie. E chàirete, sempre, dàimones! Chàirete xènoi!

*

   Da ormai quasi cento anni uno spettro si aggira per l’Europa, soprattutto per l’Italia: lo spettro del Fascismo, reale o immaginario, in ogni occasione evocato e agitato da storici, politici, sociologi, romanzieri, cineasti, commediografi; un fascismo reale o inventato, storico o di fantasia, quale serbatoio inesauribile ove attingere a piene mani e di cui lautamente nutrirsi; che bisogna quindi tener vivo, ad ogni costo, perché noi si viva. Io, che ho quasi cent’anni e che il Fascismo ho respirato negli anni più delicati e ricettivi  della vita di un uomo (l’infanzia, la fanciullezza, la prima adolescenza); che l’ho bevuto, posso ben dirlo, col latte di mia madre, io non ne posso proprio più. Possibile che i pennisti (altra parola non so inventarmi in luogo di quella offensiva che mi verrebbe da scrivere, pennaioli se non pennivendoli) di casa nostra non trovino qualcosa di nuovo su cui esercitarsi, qualcosa di nuovo su cui reinventarsi, qualcosa di nuovo di cui alimentarsi? O davvero il Fascismo è una categoria dello Spirito eterna ed immutabile (ma nella teoria hegeliana del farsi perenne dello Spirito, nel processo dell’Idea, nulla è immutabile, tutto su se medesimo concresce, tutto si autopone e nell’atto stesso dell’autoporsi si supera e si rinnova in un perenne processo di Aufhebung); o è così meschino e così povero il nostro tempo da non aver altro, i pennisti, su cui esercitare la propria energia creativa, ri-flettere (come ‘chinar la mente’, genu-flettersi). pro-gettare (come iacěre, gettar la propria anima oltre l’ostacolo)? Mai dimenticare, è lo slogan dei pennisti. D’accordo, ma purché non sia l’alibi del non pensare (pensieri nuovi, quelli che rinnovano la faccia della terra) e del non fare (il fare del fiat, quello che manet, sì, in aeternum, ma sempre nova facit omnia). Basta con ‘fascismo’, un parola ormai lisa che non significa più niente e significa tutto, e, soprattutto, serve a confondere le idee quando non a coprire ogni tipo di prevaricazione.

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   Non chiedetemi ulteriori opinioni sulla situazione politica italiana. Non so chi frega chi per disposizione di chi. Franco-tedeschi, americani, vaticani? A quali giornali credere? Ma ai giornali arriva la verità? A quali?

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Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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In memoria di Luigi Volpicelli

Post n°1014 pubblicato il 16 Agosto 2019 da giuliosforza

 

Post 935

   Della stessa autrice di cui segnalai la monografia dedicata ad Armando Armando mi risulta essere un altro notevole studio, pubblicato anch’esso da Anicia, il cui oggetto è lo studioso e l’uomo Luigi Volpicelli, colui che per me fu ben più che un  maestro: fu di fatti all’origine delle mie scelte culturali ed umane, della mia conclamata ‘riconversione’ all’immanenza e della mia modesta carriera. Mi chiedo come non sia venuto a mente al  suo figliolo prof.  Ignazio  (del quale l’Autrice è stata collaboratrice) che ben conosce i rapporti strettissimi che a sua padre mi legarono e mi legano, di consigliare a costei di prendere contatto  con me (oltretutto l’unico dei ‘discepoli’ ancora vivente, che ha la presunzione, parcant di, di non ritenersi colui che gli ha reso meno fedele testimonianza e, nella vita e nell’opera, minor onore) che  le avrei potuto mettere a disposizione i molti ricordi originali e significativi in mio possesso.

   La sua morte fu per me una gravissima perdita, come quella di un padre. E questo a caldo scrissi e pubblicai   in quella triste occasione:

    «”Die Mänlein, Weiblein, traurige Gesellen  / sie tun wie arme Puppen vor dem Tod.

   Omini, donnette, triste compagnia / si muovono come miseri fantocci davanti alla morte”.

   Sono immerso nello ‘sfinimento’, nella ‘putrescenza’, nello ‘sfacimento’ trakliani alle 17 di questo 17 Giugno quando mi annunciano la tua morte. Mai ferale notizia trovò stato d’animo più preparato. Io già so della tua dipartita. Un totale malessere dell’essere me ne preavvisa.

   Corro all’Ars medica da te. Sei là sciatto come non fosti mai (grigia anche la cravatta: non una delle tue smaglianti cravatte), le mani sul petto, ma il solito sorriso birbone sulle labbra: un ammiccamento alla morte: “Nella penombra della stanza spoglia “tracci con stanca mano un ghignante silenzio alla parete / dormiente sussurri nel sonno”. Mi sussurri  le parole ora dolci, ora dure, or facete, ora irose che da trenta anni, Vecchio, mi moduli, mi dici, mi gridi. Ascolto. Ricordo.

   Ricordo un remoto 1956. In un pubblico concorso mi si chiede di consigliare dei libri di lettura a un adolescente. Io dispongo di molta paccottiglia da oratorio (che non dispiace al buon Bongioanni, se supero con lode la prova) e cito, giustificandone con ottime argomentazioni la scelta, i romanzi di Luigi…Volpicelli, un nome che non so per quale caso mi è nelle orecchie. Volpicelli sta per Ugolini. Quando in seguito te lo narrerò, poco mancherà non mi bastoni.

   Ricordo un remoto 1958. Al termine di un appassionato esame di pedagogia (‘Sommariogentiliano, biblioteca di Pedagogia alle Terme, tu in maniche di camicia sbuffante per la calura, io madido di sudore, oltretutto, per l’emozione) sbotti: “ma che vai girando mascherato a codesto modo? Fuori la faccia!”.

   Ricordo la tua prima lettera. Sono a Genova travagliato da problemi metafisici. Tu che i miei problemi hai intuito, mai per la verità irridendoli, solo qualche volta  celiandovi attorno, mi parli con paterna partecipazione e concludi, lapidariamente: “È questo il tempo dell’immanenza. È questo il tempo della costruzione di Dio mediante il nostro storico impegno”. Inauguri così la mia nuova stagione, gentiliana e rilkiana, imprimendole il tuo marchio e il marchio dei tuoi Maestri. Tu ami i tuoi maestri, vivi i tuoi maestri. Sei attualista in…atto, testimonianza vivente della dottrina: attualista la tua curiosità intellettuale, attualista la tua attenzione al farsi storico dell’uomo, attualista il tuo critico dominio del tempo, attualista il gusto della vita in ogni suo aspetto, attualista la tua spirituale giovinezza, attualista la tua capacità di discernimento della stipa dai sempreverdi, attualista l’ironico distacco, attualista il gusto della parola, attualistica la sensibilità estetica, attualista la sensibilità ‘religiosa’ come senso universale delle cose e degli uomini che la loro precarietà unificando redime, e nell’unità delle Spirito esalta e sublima. Tu, alieno dal vizio teoretico, riuscirai a far calare nella realtà un che da quel vizio è segnato, e consunto, come da tabe originaria.

   Ricordo…

   Quanto ti faccio soffrire. Eppure mi ami e mi rispetti. Mi ami e mi rispetti per quel mio essere schivo, per quel mio essere incapace di servilismi, per la mia indipendenza di giudizio, per la mia ‘ribaldaria’, per quella testarda difesa della mia libertà da tutto e da tutti. Sei magnanimo, tollerante, umano. Mi ami perché sai che nella mia ribellione (che è l’anima stessa della dottrina: lo spirito non può mai ripetersi) ti sono ostinatamente fedele. Non rinnego la tua eredità, non vendo la tua eredità per il piatto di lenticchie delle mode pedagogiche. Per questo mi ami, ed il tuo affetto si intensifica col tempo. Fustighi la mia presunzione, stimoli la mia pigrizia, mortifichi la mia ipocondria. Severo e paziente, come un padre.

   Quanti ricordi, Vecchio. Te li dedico ora che continui a sorridere dal tuo cataletto alla mia fragilità ai miei tormenti alle mie esaltazioni ai miei sogni. Lasciati carezzare la fronte gelida. Ricordi questi ultimi nostri mesi? Ricordi il nostroPinocchio’ veronese?. Per esso abbiamo passato indimenticabili giorni (gli ultimi tuoi giorni) nel Veneto, abbiamo bevuto grappa alla taverna del Ponte, abbiamo brindato ai fanti nella trattoria sotto il Monte. Le foto di quei giorni, le ultime della tua vita, ti ritraggono più giovanile che mai. La stessa giovinezza offri alle studentesse incantate (sei venuto a concludere il mio corso di educazione estetica, rivarcando dopo anni le porte della tua università. Chiudi affermando, ed io t’abbraccerei: “La comunicazione è un fatto spirituale. Solo due Spiriti possono comunicare”. Un testamento. La sera, all’Eden Cassiano di Tivoli, sei in forma splendida. Affermi da star mangiando il più buon pesce della tua vita. All’una di notte di quel 30 Maggio congedandoti mi dai l’ultimo consiglio: non fumare tanto, serbati a te stesso ed alle tue figlie. Ci proverò, anche per serbarmi alla tua memoria.

   S’è fatto buio nella stanza del sottosuolo. Quasi non ti vedo più. Risate irriverenti, voci estranee e indifferenti  dai corridoi. Voci sacrileghe. Tu continui, birbone, a sorridere. Nemmeno la tenebra riesce a spegnere il tuo malizioso sorriso. Ciao, Vecchio. Vado tra la gente. ”Irreale m’appare la ridda dei viventi e stranamente dispersa nel vento serale”.

   Settembre. Sono ora tre mesi che riposi nella tua Scanno. Ascolto la Messa da Requiem di Mozart e te la dedico. Hanno scritto in parecchi di te, ma non tutto ti piacerebbe. Io ti darò nuove di me e del mondo. Continuerò ad apprender da te il gusto della vita, il senso della morte. Ciao, Vecchio. E’ autunno qui. “Oh, le rosse ore serali! / Baluginante oscilla alla finestra aperta / la vite confusamente all’azzurro intrecciata / dentro nidificano i fantasmi dell’ansia”.

   Ciao, Vecchio. È autunno qui. Migran gli dei. Restano, sempre più numerosi, i re. E tu sai che dannata anima d’anarchico alberga nel mio petto».

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

  

  

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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"Ce l'ho con l'Ilaria". Sagre al Borgo

Post n°1012 pubblicato il 12 Agosto 2019 da giuliosforza

 

Post 934

    Il 9 luglio 1981 pubblicai su «L’Italia del popolo», e poi ripresi nel volume Studi Variazioni Divagazioni (Bulzoni, Roma, 1986, pp. 317 e segg.), un breve articolo dal titolo “Ce l’ho con l’Ilaria”. L’Ilaria in questione era la bella e brava attrice fiorentina  Ilaria Occhini, nipote prediletta di Giovanni Papini, andata sposa al noto scrittore napoletano Raffaele La Capria, e recentemente scomparsa. Ripubblicando qui l’articolo intendo onorare la sua memoria in maniera un po’ diversa, insolita per un necrologio. Ma criticando un episodio di cui fu protagonista, dal quale per altro implicitamente emergono la mia stima e il mio affetto per il suo  personaggio e quello del grande Avo, credo di compiere una azione eticamente corretta. Oggi probabilmente attenuerei il tono del mio intervento ma non la sostanza. Alla  sua indiscussa grandezza non gioverebbe una  palinodia.

    «Intorno agli anni Sessanta insegnavo filosofia in un Liceo della Capitale. Un liceo dal nome pomposo, se non glorioso, che ammassava, nelle sue stipatissime aule, il più variegato gregge borghese in cui mi sia stato dato di imbattermi: rampolli di villani male inciviliti resi boriosi dal facile quattrino, di benpensanti illusi di salvaguardare per la prole in una scuola confessionale fede e costumi aviti, di politici di ogni colore, di finanzieri, di professionisti illustri o solo contingentemente egregi (ex grege emergenti come suol dirsi, per corna o per campana; per compiacenza sempre o per ordine dei superiori): un materiale umano composito, da amare svisceratamente (non ero, come non sono, di quelli che fan pesare sui figli le colpe di padri), da curare con diligenza perché in grado, in un avvenire che sarebbe comunque loro appartenuto, di operare positivamente in situazioni socialmente privilegiate. A quei giovani io giovane inquieto regalai un Circolo culturale intitolato a Giovanni Papini: un Uomo cui dovevo il meglio della mia formazione, messo allora al bando dalla cultura ufficiale, rappresentata in buona parte da personaggi a suo tempo frustati e stroncati dall’implacabile Gianfalco. L’intitolazione del Circolo al Fiorentino voleva essere, è facile intuirlo, una provocazione, una pubblica dichiarazione di anticonformismo, un giovanile insulto alla prassi del volgare asservimento che non avrebbero dovuto dispiacere ad una giovane come Ilaria Occhini, nepote del grande Vecchio che l’amava, lo testimonia ogni passo del Diario, di un amore sconfinato e riponeva in essa tutte le sue speranze (“Mi resta solo l’Ilaria”).

   Scrissi all’Ilaria per interessarla alle nostre attività. Avevo già avuto il concreto incoraggiamento (le cui prove gelosamente custodisco nel mio archivio, insieme alla foto che mi vede chino sulla tomba di Giovanni al cimitero delle Porte sante, prima tappa del mio viaggio di nozze: la donna che me la scattò, e che doveva diventare la madre  della Beatrice, della Laura e della Fiammetta, subì allora la mia prima imperdonabile violenza, la prima di una serie ignobile che l’avrebbero giustamente sospinta a cercar poi la sua pace lungi dai cemeterii) avevo già avuto, dicevo, l’incoraggiamento di Piero Bargellini ( e per suo tramite della signora Giacinta), di Giuseppe Prezzolini, di Vasco Pratolini, di Vintila Horia appena frodato del ‘Concourt’, di Thomas Merton, reduce dalla fatiche de La Montagna dalle sette balze. Ma l’Ilaria, Lei,  non rispose. Era allora impegnata a costruirsi, a rifinire i suoi stupendi tratti; forgiava la sua complessa immagine privata in procinto di divenir, per la gioia di noi tutti, pubblica. Non rispose. Io pensai male, ma indubbiamente mal pensai: perché, mi chiedevo, una Ilaria, papiniana progenie, deve essere insensibile agli sforzi di un giovane professore che tenta nel nome di Papini di dilatare gli angusti spazi della scuola onde essa non sia, come la rilkiana gloria, quella “demolizione pubblica di un essere in divenire, nel cui cantiere penetra la folla per rubargli le pietre” (I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti 1974, p. 62) che purtroppo è? Che le risulti, ora, scomoda la figura dell’Avo? Altre cose pensai e malamente pensai. Perché l’Ilaria non rispose agli ammiccamenti semplicemente perché Ilaria, e non Gertrude, e non sventurata.

   Passò qualche anno e salii in Cattedra, una cattedrina alla Sapienza, vieppiù alimentai nonostante gli smacchi fottuti i miei sogni di gloria, iniziai a scrivere sui giornali, e per un grande giornale sulla via del tramonto (avrebbe di lì a poco chiuso: iellato io o iettatore?) concepii un pezzo che avrebbe dovuto essere l’ultimo della mia collaborazione: Papini e i giovani. Ribussai, testardo, da Ilaria. Le scrissi una lettera che era una lettera d’amore. Le dissi tutto quello che pensavo di lei e di suo Nonno, la supplicai, piansi, la scongiurai: m’inviasse una testimonianza tratta dai suoi certo innumeri ricordi perché io potessi fare non dico uno scoop, semplicemente un elzeviro fresco, originale, scoppiettante, ricco di amabili sfottimenti, come quello che una volta il Nonno le aveva dettato in occasione di una visita del giovane Carlo Bo (cito a mente: Bo nato e sorto non sappiamo come – ha l’ingegno più corto del cognome). Ma l’Ilaria ancora una volta fu sorda alle mie invocazioni. O gelosa dei suoi ricordi, o obbligata a tacere da chi teneva ambo le chiavi del suo cuore, o inumana: ipotesi di cui solo la prima per cotanta Nepote era possibile. Che semplicemente le mie invocazioni (poste allora disumane!) non le fossero giunte?.

   Sta di fatto che l’Ilaria troppo a lungo (forse non sollecitata da ben altri che da me) ha continuato a tacere. Nel frattempo è stato degnamente celebrato il centenario papiniano, molti dei frustati e degli stroncati sono usciti di scena, sono iniziate le revisioni critiche eccetera eccetera, i mass-media (fremete ossa giovannee) si sono accorti di Lui, i Sopravvissuti gli han reso giustizia. E finalmente l’Ilria ha parlato. Ignoro chi sia il fortunato, potente sul di lei cuore e sulla di lei riservatezza, che è riuscito a carpirle i più cari segreti. Sul quinto numero di “Prospettive libri” escono Lettere inedite di Giovanni Papini alla nipote Ilaria Occhini, con interventi di Francesco Mercadante, Giuseppe Prezzolini, Sergio Quinzio, Anna Maria Greco. È Un evento da salutare con gioia. No ho avuto ancor modo di leggerle, ma non è difficile immaginare contenuto e stile. L’ultimo Papini  miracolosamente sopravvissuto al totale disfacimento del suo corpo, da esse penso emerga in tutta la sua tragica umanità, affinata dalla sofferenza, liberata delle incrostazioni scostanti del titanismo iconoclastico che a troppi dispiacque, grandissima umanità delle Schegge. La mia speranza è che le lettere non abbian subito altre censure, totali o parziali, che non sian quelle dovute al rispetto del privato, e che rappresentino solo il prologo di una più vasta rivelazione dell’anima papiniana a tutti, in primo luogo a quanti, con me, avvertono di appartenere al numero di quei fedeli sconosciuti che egli sentiva di amare di un amore puntuale e personale, per una sorta di miracolo che solo l’amore, per l’appunto, sa fare. È bene che l’Ilaria continui ad aprirci il suo cuore e a ridarci Lui senza riserve: Egli appartiene anche a noi. Solo a questa condizione smetterò di avercela con l’Ilaria».

 Da 23 giorni la figlia di Barna Occhini e di Gioconda Papini ha raggiunto i suoi cari. Sia festa per Essi in Cielo.

 

*

   Dopo la rumorosa sagra degli gnocchi al sugo di pecora (uno dei più trucidi e barbari riti tramandatici dalla … “civiltà” contadina) il mio borgo s’appresta ad osannare la Vergine  Illuminata, con celebrazioni  anch’esse rimaste incorrotte da secoli: fiaccolata di vari chilometri dal santuario campestre alla Chiesa parrocchiale, processione nei due giorni seguenti con statue di santi protettori e comprotettori, botti e suoni e canti sguaiati che  mantengono quel tanto di dionisiaco (quel tutto per la verità, l’apollineo non abitando da secoli queste lande, di cultura infeconde). Io sono solito per lo più trascorrere questi giorni di giubilo paesano in solitudine nel mio eremo (ma per anni ho dato il mio contributo sottolineando, spero nobilitando, col mio coro polifonico i momenti liturgici)  o in un Grand Tour al contrario per le strade di Francia o di Germania. Ma ovunque mi trovi sempre il mio pensiero, sovente irriverente (misereor super turbam)  per troppo amore, ed il mio sentimento accompagnano le folle, pellegrinanti con più o meno sincera e profonda fede dietro l’immagine dell’Iside cristiana per le vie tribolate del borgo offrendo all’Illuminata le loro pene e le loro speranze. Non ho fede, ma comprendo la fede. Il Nolano e il Francofortese mi hanno educato al suo rispetto, e sempre di più sono con essi convinto darsi una fede del dotto ed una dell’”ignorante”: Wer Wissenschaft  und Kunst besitzt, der hat auch Religion. Wer jede beide nicht besitzt, der habe Religion. Chi possiede scienza ed arte ha già la sua religione. Chi nessuna delle due possiede costui abbia la Religione. Imperativo categorico.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

   

 

 

 
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il 33 nella mia vita. Pierluigi il Palestrina. "Filosofi a Luci rosse". "Armando Amando"

Post n°1011 pubblicato il 01 Agosto 2019 da giuliosforza

 

Post 933

    Questo, il 933°,  dovrebbe essere un post speciale. Il 33, anni di Cristo, i suoi multipli, o i numeri il 33 in qualche modo includenti, furono in vita mia i numeri ricorrenti. Nel 1933 nacqui, il 133 fu il mio numero di matricola in collegio, parimenti poi in caserma a San Giorgio a Cremano, sede della scuola Trasmissioni dell’Esercito, all’epoca del  mio servizio militare (ero stato rifiutato, in quanto…filosofo  - sic, ‘che ce ne facciamo di un filosofo?’, se n’era uscito un colonnello - al corso allievi ufficiali di complemento, e avevo dovuto così contentarmi d’essere  sergente, una delle…   signorine dell’esercito”, come  si era soliti sfotterci. Ma di quel mortificante periodo  credo di aver già molto a lungo scritto). Abitai per oltre 20 anni al numero 133 di Via Francesco d’Ovidio a Roma. Tra i miei numerosi occhiali il preferito fu ed è il pince-nez d’oro appartenuto ad un 33 della massoneria palermitana, un medico dell’800. E le Triadi, quella sacra prima, quella profana hegeliana poi, furono per molti anni, fino allo shock marceliano-nicciano, il punto centrale di riferimento della mia formazione teologico-filosofica. E tre le figlie, tre i nipoti… E dovessi contare le mie, per altro pochissime - non certo le …1003, solo di Spagna, di Don Giovanni - raggiungerebbero al massimo le 3x3. Avrebbe tutti i motivi, questo post, di essere speciale. Ma speciale  non sarà.  Ho deciso di attendere il 999°, il 333x3!

 *

   Più volte, anche recentemente, ho scritto in queste mie note di Pierluigi “il Palestrina”, e della venerazione  che Wagner e Beethoven per lui nutrivano. Ora mi scopro davanti un poster, (uno dei tanti, per lo più di carattere musicale, che tappezzano le pareti della mia bicocca, memoria dei miei vagabondari per i musei di Germania, Inghilterra, Austria, Ungheria Francia, i miei luoghi dell’anima) che reclamizza uno studio di Luigi Bandiera, apparso a cura del Centro Studi Palestriniani, e che in terza di copertina cita Wagner e D’Annunzio, senza precisazione di fonti, ma della cui autenticità sono assolutamente certo. Wagner: “I capolavori del tutto incomparabili della musica del Palestrina producono un effetto che commuove così prodigiosamente il cuore fino nelle più intime fibre, che assolutamente non lo si può paragonare ad alcun altro effetto di qualsiasi altra arte… Palestrina è il fiore e la perfezione della Musica”. Immagino la citazione sia tratta dal Mein Leben, che copre gli anni 1813-1864.. E D’Annunzio (immagino dal Notturno): “Più volte parlai della necessità si spandere sopra le moltitudini la voce del Palestrina e di proporre al culto della Nazione la musica corale di Colui che io eguaglio a Dante e a Michelangelo. La sua musica - come ogni potenza infinita - s’irradia nel passato e nel futuro”…

   Onore eterno al Princeps Musicae.

 *

   Agli inizi degli anni Settanta la Casa Editrice-Libreria Armando Armando aveva la sua sede (era ancor giovane di fondazione) in un angusto scantinato, stipatissimo di libri, di Via della Gensola (poco più di un modesto largo in realtà cui si accedeva attraverso una breve scalinata che scendeva dalla riva destra del lungotevere, nel tratto compreso tra Ponte Garibaldi e Ponte Sublicio che dà accesso all’Isola Tiberina. L’aveva fondata nel 1950 una simpatica figura di intellettuale “liberale”, già direttore didattico, un omone che dalla durezza e dalla dolcezza insieme dei suoi tratti mi dava l’idea d’un rude valligiano alpino per caso calato ai lidi romani. Per lui io, giovane squattrinato, tradussi, per un compenso per la verità irrisorio,  parecchi libri dal francese, ma la circostanza mi diede l’opportunità di frequentare molti intellettuali dell’ambito pedagogico, da quello storico a quello didattico, psicologico, sociologico, linguistico: da Volpicelli a Valitutti, da Titone a Laeng, da Antiseri a Plebe  a Giovanni Bollea, fondatore della Neuropsichiatria infantile,  morto nel 2011 a 98 anni, e a tanti altri. Ora leggo che presso l’editrice Anicia, la vera erede dell’Armando Armando nello spirito e negli intenti, una giovane collaboratrice di Ignazio, figlio di Luigi, Volpicelli, Elena Zilioli, ne ha pubblicato una biografia che così leggo  presentata in rete, dopo averne chiesto notizie a Mauro Bellisomo (il quale si è dispiaciuto di non aver consigliato alla Zilioli di contattarmi in fase di ricerca: avrei potuto metterle a disposizioni del materiale epistolare interessante per la sua monografia armandiana ma anche  per l’altra volpicelliana che mi risulta ella aver pubblicato in vista del suo concorso d’associata a Roma Tre), attuale gestore della  Anicia.

 

   «“Non ho bisogno di diventare professore universitario. Io i professori universitari li creo”. Così provocatoriamente affermava Armando Armando, il quale provava l’orgoglio di essere riuscito, con un’editoria di qualità, a formare docenti di ogni ordine e grado, mediante la sua opera e i suoi libri. Molti insegnanti e studiosi, con la lettura dei suoi testi, o scrivendo per la sua casa editrice, hanno potuto affrontare con professionalità il quotidiano scolastico e i concorsi per l’immissione in ruolo, ed ambire e conquistare una cattedra universitaria. Armando Armando ha spaziato, dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, nel campo delle scienze umane, dalla pedagogia alla sociologia, dalla psicologia all’antropologia, dall’economia al diritto, dalla filosofia alla medicina. Figura complessa e singolare di editore, battagliero ed infaticabile promotore della omonima casa editrice romana, viene ricordato in queste pagine attraverso l’attenta ricostruzione del suo itinerario culturale. “Il libro che va sempre” è stato il criterio costante della sua editoria. Millecinquecento titoli in 25 anni, mai un bilancio passivo, mai un prestito, mai un appoggio di centri di potere. Molti i best seller da 50.000 copie in su. Dodici, tredici e più edizioni per alcuni titoli. Il suo catalogo, composto da trenta collane e completo di uno schedario bibliografico definito Enciclopedia aperta, con 2568 voci e 5260 sotto voci, ha ospitato gli esiti culturali più diversi, di autori italiani e stranieri. Un’opera straordinaria ed attuale, oltre le ideologie e i confini territoriali”».

    Per quanto ne ricordo io, che con Armando fui spesso in rapporto dialettico, ma che fui da lui generosamente aiutato all’epoca del mio tardivo servizio militare (mi presentò, attraverso Alberto Consiglio, all’allora direttore del Mattino per qualche collaborazione e mi anticipò delle minime somme “in acconto di lavori futuri”) l’opera dovrebbe dare del personaggio una fedele rappresentazione, e m’affretterò a leggerla. L’attuale responsabile dell’Anicia Mauro, all’epoca zelante factotum della casa editrice, me ne assicura.

    P.S….erotico

   Tra i giovani studiosi che conobbi in via della Gensola uno ve ne fu che, ormai pensionato anche lui dell’Università di Messina, mi fa simpatica compagnia in questi giorni di complicata villeggiatura sui monti Lucretili al cospetto del maestoso Velino. Si tratta di Pietro Emanuele, già assistente di Armando Plebe (il discusso filosofo impegnato in politica, variamente  oscillante tra posizioni di destra di sinistra e di centro) che lo introdusse in carriera. Sto leggendo un suo libricino stampato anni orsono dalla TEA: Filosofi a luci rosse. La filosofia, l’universo dei punti di vista, guardata da un punto di vista inedito: il sesso. L’informazione non manca e nemmeno la documentazione. Ma troppi i grandi assenti (Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel, Fichte, Schelling, Novalis - tutti asessuati?- e tutti i moderni e contemporanei) e la mia …curiosità resta inappagata. Imperversano naturalmente psicologi e psicanalisti, fatti assurgere o degradati, a seconda

dei punti di vista, al rango di filosofi. Non tutto nel libretto è da ridere e molto c’è da divertirsi. In quarta di copertina troverete una efficace sintesi: Socrate intimo. Masturbazioni ciniche. Le verità eroica di Eloisa. Voltaire e i panini del profeta. Un precursore di de Sade: Sant’Ignazio. Le disavventure erotiche di Rousseau. Non manca un simpatico Congedo casto che mi piace riprodurre in attesa del mio …casto, sic, desinare, perché puro di desideri …carnali (sto tardivamente diventando vegetariano):

   «Questo libro si conclude con un pensatore, Nozick, che ha avuto un approccio maldestro alla sessualità. Questa conclusione può essere emblematica, Se un filosofo affronta il mondo degli istinti come un capitolo di routine della sua teoria, uccide quel mondo e rischia di screditarsi. Se Cartesio, accanto alle Meditazioni metafisiche, avesse scritto delle Meditazioni sul sesso, ci avrebbe lasciato un’opera debole scientificamente e umanamente ridicola,

   «Allora il sesso dovrebbe essere bandito dalla filosofia? Questo libro ha cercato di dimostrare il contrario. Ma un filosofo intelligente deve avvicinarsi a esso a luci soffuse, non sotto i bagliori di un riflettore. La trasgressione, il senso del peccato, quello della vergogna sono tratti essenziali della sfera della sessualità.

   «Il sesso analizzato e spiegato perde il suo fascino. Diventa o ridicolo o di cattivo gusto. I suoi nemici peggiori sono la pretesa di pianificarlo e la sua esibizione linguistica. Da sempre l’habitat naturale del sesso è la penombra, Ma che meglio della filosofia si può muovere nella penombra? Ecco perché non avrebbe avuto senso un libro dedicato ai bancari o ai vigili urbani a luci rosse. Costoro hanno familiarità con cose che stanno alla luce del sole, come le banconote o i monocicli.

 I filosofi che sanno parlare di sesso mantenendone l’alone di mistero difficilmente sono noiosi. Ma ancor più interessanti sono quando non si limitano alla teoria, ma lo vivono in prima persona. Può spingerli l’istinto o la curiosità, spesso entrambe le cose. L’istinto spingeva il Socrate intimo, la curiosità Luciano; l’uno e l’altro stimolavano Nietzsche.

   «Il sesso non ha il monopolio della trasgressione; la condivide perlomeno con l’empietà religiosa, sia perché questa è stata a lungo perseguitata sia perché è malvista dal senso comune. Quando poi l’empietà si congiunge con la trasgressione sessuale, come avviene in Sade e in Joyce, il risultato è esplosivo.

 «Ho la sensazione d’essere riuscito a non essere volgare, nonostante la scabrosità degli argomenti. Certo, il linguaggio non poteva essere esente da espressioni poco timorate. Dovrei pentirmene? Come dice Marziale, mi scuserei del linguaggio osceno se l’avessi introdotto io: «lascivam verborum veritatem excussarem si meum esset exemplum» (Epigrammi I, 1). Ma se, quando Rousseau dice «per non sembrar troppo coglione», io avessi epurato scrivendo «per non sembrar troppo testicolo», sarei stato ancor più osceno. Se la cinica sentenza del sadiano Dolmancé per cui «Dio non si è mai interessato alla sorti di un culo» l’avessi resa con «Dio non si è mai interessato alle orti dei glutei», sarebbe svanito l’effetto della battuta.

   Non mi preoccupo che questo libro venga considerato immorale, perché non mi ritengo vincolato ad alcuna morale tradizionale. Mi dispiacerebbe soltanto se il lettore lo trovasse mal scritto. Come diceva Oscar Wilde, i libri on si dividono in morali e immorali, ma in libri scritti bene e in libri scritti male. Come ho detto nel prologo, mi sono proposto soprattutto di divertire. Io mi sono divertito, spero anche i lettori».

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  Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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Del Silenzio

Post n°1010 pubblicato il 24 Luglio 2019 da giuliosforza

Post 932

La mia splendida solitarietà (non solitudine  - come disse di sé Goethe, Ich bin einsam, nicht allein)  oggi mi spaura. Troppo fitto è nel mio eremo al Frainile, dopo la pioggia attesa e abbondante, il silenzio: non un uccello canta, non un gatto miagola, non un cane abbaia, solo le urla, quasi ululati,  della povera C. risuonano e rimbalzano contro le case addormentate del borgo. Ogni vita canora tace: solo processioni di chiocciole, stanche di un troppo lungo letargo, escono a frotte ad infittire la quiete panica e a pascersi delle erbette già rinverdite ed umide, lasciando abbondanti bave vischiose  sul loro cammino. Ed io scrivo, compongo in cucina o strimpello all’organo malinconiche arie schubertiane e schumanniane per sedare omeopaticamente, non fugare, l’amica malinconia, ‘ninfa gentile’ cui dedicai la mia vita . Ma soprattutto leggo, ed evado dalla onofriana ‘triste obliquità che pensa’.

   Particolarmente ricco è questa settimana il supplemento de Il Sole 24 Ore domenicale, a cominciare dall’occhiello ravasiano a finire alle note letterarie, filosofiche, scientifiche, musicali dalle firme illustri. La prima pagina è dedicata tutta al Silenzio e ai suoi rumori, e pare Luigi Sampietro abbia scritto per me, per ed il mio attuale stato d’animo, il pezzo che trascrivo integralmente, sperando di non violare i diritti d’autore. Si intitola:“Storia del sensibile. Scrittori e artisti hanno raccontato negli anni qualcosa che non è solo assenza di suono, ma è sospensione davanti all’assoluto, luogo intimo che genera la parola. Come cambia il rumore del silenzio” .

   E così procede:

 

    «C’era una volta - cito a memoria – Il silenzio del mare di Vercors, e c’era Il silenzio, tout court, di Ingrid Begman. Un breve romanzo sulla resistenza francese (1942) e un film (1963) con una strana vicenda ambientata in un Paese altrettanto strano, e tanti primi e primissimi piani intervallati da pause interminabili. Erano gli anni della cosiddetta ‘alienazione’, di cui era maestro - a furor di campi lunghi  di lunghi silenzi, appunto  anche il nostro Michelangelo Antonioni. E poco importa se qualche sprovveduto spettatore finiva per appisolarsi sulla poltrona del cinematografo.

   Venne poi Il silenzio degli innocenti, un film horror (1991) tratto da un romanzo di Thomas Harris (1988), con un inarrivabile Anthony Hopkins nei panni di Hannibal the Cannibal. E quella volta, quasi a sconfessare il titolo, il silenzio in sala fu di frequente interrotto da gridolini di terrore.

   C’era anche Il silenzio (Chinmoku, 1956) del giapponese Shūsaku Endō, poi trasposto in film da Martin Scorsese (1971): e Silenzio (1961), una raccolta di saggi del compositore John Cage, oltre ad un libro di Francis Scott Fitzgerald, Silenzio per sveglia (1935) il cui titolo si riferisce all’assolo per tromba che in caserma segna la fine della giornata. Lo stesso, per intenderci, del famoso 45 giri fuori ordinanza  del nostro Nini Rossa (1966).

   Ora, anche se sappiamo tutti benissimo di cosa si tratta, c’è sempre qualcuno a cui non basta parlare del silenzio come si fa con un qualsiasi dato dell’esperienza, ma che vorrebbe definirlo sul piano ontologico. Comprendere che cosa sia in sé. Perché, afferma sempre qualcuno, il silenzio non è solo assenza di suono, cioè di energia, come direbbe un mio lontano parente ingegnere.

   Anni fa un filosofo-poeta o poeta-filosofo svizzero, Max Picard, si prese infatti la briga di indagare l’arcano in un libro, Il mondo del silenzio (Comunità,1951) di recente ritradotto da Jean-Luc Egger (2007) per la casa editrice Servitium: “La parola è nata dal silenzio: dalla pienezza del silenzio.  E questa pienezza sarebbe esplosa se non avesse potuto confluire nella parola, perché la parola che nasce dal silenzio è come investita di una missione: è legittimata dal silenzio che l’ha preceduta”.

    Se il timbro non è vibrante il tono è quasi sacrale, e quella di Picard è una voce che ha l’ambizione di imporsi sul piano dell’eternità. Dove il tempo -passato presente e futuro- implode nella rivelazione profetica, e solitudine e silenzio sono tutt’uno.

   Il mondo del silenzio si colloca infatti accanto ai libri di altri solitari del passato. Da Aurelio Agostino a Petrarca e da Leopardi a Machado, passando per il Timone di Atene di Shakespeare e il Robinson Crusoe di Defoe, fino a quella singolare figura di eremita che è stato il rumeno Costantin Noica, appartatosi in un paesino sui Carpazi durante la dittatura di Ceausescu “non per fuggire il mondo ma per conquistarlo da lontano”.

   Come la solitudine, il silenzio può essere doloroso; e tuttavia sono proprio i sovrumani silenzi e la profondissima quiete di cui parla Leopardi ne L’infinito a darci il senso dell’ineffabile; ovvero di quel momento di sospensione in cui “le cose / s’abbandonano / e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto” (e qui è Montale che parla di rincalzo) e “ci si aspetta  / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità”.

   Una sorta di illuminazione interiore, del tutto secolare e non trascendente, che sancisce - sembra di capire - la percezione di quella identità tra sé e l’universo (uni-versus, il mondo inteso come dotato di direzione, cioè di senso) che a sua volta è la risposta della mente stupefatta sulle soglie dell’assoluto.

   Il silenzio che abbaglia e stordisce -ed è foriero di sensazioni estatiche- è anche l’argomento di due libri più recenti di Sara Maitland e Erlin Kagge, rispettivamente. Il primo, A Book of Silence (Graywolf Press, 2008), echeggia nel titolo quelle raccolte di preghiere che erano i libri d’ore, ed è una sorta di resoconto autobiografico delle esperienze vissute, a partire da un certo momento della propria vita, da una protagonista abbastanza abbiente da potersi permettere lunghi viaggi e l’acquisto di solitarie dimore in località sperdute della Scozia per vivere pienamente nella dimensione della solitudine e del silenzio. Con internet ma senza telefono.

   Il libro di Erling  Kegge appartiene invece al filone ecologico salutista. Il titolo, tradotto letteralmente dal norvegese in inglese, è Silence in the Age of Noise: The Joy of Shutting out the World. In italiano diventa un fin troppo ambizioso Silenzio. Uno spazio dell’anima (Einaudi, 2017). Si tratta di un vivace resoconto, introdotto da qualche banalità filosofica, di lontane esperienze di un esploratore -nonché avvocato, collezionista, imprenditore, uomo politico, scrittore ed editore-, panteista nella sostanza e attivo sotto tutte le latitudini, che si è spinto, negli anni ’90, prima al Polo Nord percorrendo 800 chilometri sugli sci, poi al Polo Sud, viaggiando in solitaria e senza radio per 50 giorni; infine in cima all’Everest, che è la terza estremità del pianeta. E poiché gli mancava l’esperienza del silenzio sottoterra, nel 2010 Kegge ha attraversato in cinque giorni la città di New York, dal Bronx a Manhattan fino all’Atlantico, lungo fogne, tunnel per l’approvvigionamento idrico e linee della metropolitana. Tendendo l’orecchio e turandosi il naso.

   Ultimo, l’Histoire du Silence di Alain Corbin (Éditions Albin Michel) ora tradotto con successo anche in inglese. Il sottotitolo è De la Renaissance à nos jours,  ma la suddivisione dei capitoli non è cronologica bensì tematica, e il libro è un thesaurus di citazioni (ne ho contate circa 350) che si dimostra vincente più di tanti discorsi. La pagina di un romanziere o di un poeta, infatti, riesce sempre  a fare “entrare” il lettore nella realtà virtuale che sta rappresentando, laddove i documenti e gli scartafacci d’archivio possono solamente offrire uno spunto dal quale partire per la rielaborazione storiografica.

   Corbin è un affermato “historien du sensible”, specializzato nell’indagine di fenomeni “inafferrabili”, come la mentalità o l’immaginario della gente in un certo periodo, o realtà fisiche quali gli odori e i rumori, la pioggia e il maltempo, con relativi commenti e previsioni, nelle case e nelle osterie. Nella Histoire du Silence si avvale di uno stuolo di scrittori, in maggioranza francesi - da Pascal  e Milton a De Vigny e Hugo; da Thoreau a Whitman a Baudelaire a Verne; e da Zola a Huysmans a Maeterlinck e Claudel, fino a Proust e Camus - come della fonte più sicura per dare al lettore un’idea di come il silenzio sia stato percepito nei secoli.

   C’è il silenzio che avvolge gli oggetti famigliari e i luoghi solitari - chiostri, chiese, cimiteri e carceri - e il silenzio delle strade deserte e delle foreste impenetrabili. Il silenzio come rifugio o come minaccia. Come scelta tattica in società e nella vita privata. Il silenzio che accomuna gli amici e il silenzio ambiguo degli amanti. Il tutto contenuto nella parentesi del silenzio biblico precedente la creazione e l’apertura del settimo sigillo nell’Apocalisse. Quando suoneranno le trombe che tutti sappiamo».

  

   Fin qui Sampietro. L’accenno finale al silenzio biblico mi fa pensare a quello che lungo tutto il tempo della trascrizione ho pensato: esserci un brano del Libro della Sapienza, ripreso dalla Liturgia cattolica, che meglio di tutti esprime la natura divina e la forza creatrice del Silenzio, e di cui paradossalmente  pare Corbin, almeno nel resoconto di Luigi Sanpietro, non si ricordi. Eccolo: 

   Dum medium silentium tenerent omnia et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens sermo tuus, Domine, de caelis a regalibus sedibus venit”.

   En archè en o Logos. Nascita della Parola dal primigenio Silenzio cosmico.

 

*

  Molto interessante mi pare un trafiletto redazionale, posto a spezzare la compattezza del testo del Sampietro. Si intitola Mephisto Waltz, Complexio oppositorum, con chiaro riferimento alla famosa composizione  lisztiana,  e accenna al rapporto Musica-Silenzio.

   C’è un che di rituale e magico nel far musica. Lo si percepisce all’entrata sul palcoscenico degli orchestrali e ancor più nel momento in cui un pianista in recital, da solo sul palco, si trattiene per qualche istante - Michelangeli sublime anche in questo – prima di alzare le mani e iniziare il concerto. Se la platea degli ascoltatori è attenta, come accade sempre in Germania, in Austria o in Israele, o ancor più in Giappone, se è competente e conosce il linguaggio musicale, il pubblico ‘partecipa’ e l’esecutore percepisce all’istante il ‘climax’. Se genio, lo diventa ancora di più. Si tratta di un vero e proprio rito, a volte satanico, che ci viene nelle forme più primitive chissà da quando tramandato, e sempre presente in ogni aggregato umano. E’ l’uso di celebrare con suoni, ritmi e canti ogni accadimento, per esorcismi, riti nuziali o funebri, vittorie e conquiste. Finanche a sostegno terapeutico, psicologico. Come nella pratica della tarantella, la pizzica, per il tarantismo soprattutto femminile, apparsa nel Sud nel ‘600. L’intelligenza artificiale, pur negli sviluppi sempre più fantasmagorici che sta raggiungendo, non arriverà mai ad apprendere o inventare questi fenomeni, perché non tiene cuore né anima. Da buon diavolo qual sono debbo riconoscerlo, arrossendo. Il robot è in grado di realizzare in un istante ogni alchimia del suono, come il temperamento. Con uno sguardo può  decifrare e memorizzare qualsiasi partitura, trasporla in ogni tonalità, riproducendo senza sporcare una nota anche il pezzo più trascendentale. Ma sempre meccanicamente, senza quel sentimento, quella energia travolgente di suggestioni magiche e voluttà del suono, che fan sentire il ‘pezzo’. Conserviamoci dunque il nostro ‘hortus conclusus’, il  nostro ‘axis mundi’ attorno al quale tutto ruota. Il Bello. La leggerezza con cui l’arte in tutte le sue forme ci incanta. Confucio chiedeva a Dio una casa piena di libri, e un giardino di fiori. Nell’atrofia cerebrale di oggi pochi lo imiterebbero. In questi giorni una tragedia: un ragazzo cui la madre ha tolto il computer si è gettato dal balcone. Un nudge negativo, una falsa luce suggerita da Lucifero.

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   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 
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Brocken, Monte Croce

Post n°1009 pubblicato il 17 Luglio 2019 da giuliosforza

 

Post 931

   Heine, Viaggio nello Harz.

   Lo Harz è una modesta catena montuosa della Turingia che ha nel Brocken la sua cima più alta (appena 1141 metri sul livello del mare). Ma enorme l’attonimento panico che suscitò nell’anima di numerosissimi artisti.

   E’ la Turingia-Sassonia quel beato Land (lo fu fino a quando, occupato col resto della Germania est dalla Russia, non si vide distrutto in ogni suo aspetto,  fisico e spirituale -ora a fatica tenta di recuperare la sua verginità violata)  in cui fiorirono, dal 500 alla prima dell’Ottocento, le espressioni più alte della cultura europea e mondiale, teologica, filosofica, poetica, musicale. Cercai, e trovai, a Eisleben, Eisenach, Francoforte sul Meno, Berlino, Weimar, Dresda, Jena, Weissenwels…, alla ricerca delle mie radici culturali, i fantasmi di Lutero Bach Goethe Schiller Hölderlin Novalis Hegel Fichte Schelling Wagner  Nietzsche List…Oggi con l’esule Heine rivisito lo Harz, e mi reinmergo nel sabba delle streghe della faustiana Walpurgisnacht, e nel Wartburg odo le voci dei cantori in gara col wagneriano trovatore Tannhäuser tentato invano daVenere. Chissà se le stesse mie emozioni provò Heine. Ma sicuramente, osservando tutt’intorno dalla torretta dell’albergo che sul Brocken lo ospita, si lascia possedere dall’incanto e dalla magia incomparabili del panorama che s’offre al suo sguardo. Scrive:

   “Mentre discorrevamo, cominciò a imbrunire: L’aria si fece ancor più fredda, il sole inclinava più basso all’orizzonte, e il belvedere si riempì di studenti, di apprendisti artigiani, di rispettabil borghesi con signora e figlie: tutti lì per assistere al tramonto del sole. E’ uno spettacolo sublime che dispone l’animo alla preghiera. Pe ru buon quarto d’ora tutti se ne stettero in piedi, seri e silenziosi, a fissare la palla infuocata del sole che sprofondava lenta a occidente; i volti erano accesi dai raggi rosati del crepuscolo, le mani spontaneamente si congiungevano: era come fossimo una silente comunità nella navata di una cattedrale gigantesca e l’officiante levasse ora il corpo del Signore mentre dall’organo si riversava immortale la music del corale di Palestrina.

   “Mentre ero assorto in tanta devozione, sento accanto a me qualcuno che esclama:  Ma quanto è bella la natura in generale!

   “…Sbrigata questa faccenda me ne andai a passeggiare ancora un po’sul Brocken giacché il buio, lassù, non diventa mai impenetrabile. La nebbia non era fitta e io contemplavo i profili delle colline chiamate ‘ Altare delle streghe’ e ‘Cattedra del diavolo’. Scaricai le mie pistole, ma non mi rispose alcuna eco. A un tratto però udii delle voci note e mi sentii baciare e abbracciare. Erano i miei compagni che avevano lasciato Gottinga quattro giorni dopo di me e si meravigliavano di ritrovarmi tutto solo sul Brocksberg. E ne seguirono racconti, esclamazioni di sorpresa, appuntamenti, e poi risate e rievocazioni  - proprio un allegro rivedersi!”  (pp 125-126).

  A parte Beethoven e Wagner, i più grandi ammiratori del Princeps Musicae, ed Hans Pfitzner che a Palestrina. Leggenda musicale dedicò  un’intera opera lirica agli inizi del Novecento, molto ammirata da Mann, è la quarta volta che sento evocato Pierluigi da Palestrina, e questa volta in maniera inattesa da Heine in una notte fatata sul Brocken. Molto popolare è Palestrina in Germania, e non solo fra i grandi Compositori, ma anche nella cultura popolare. La cosa mi commuove e mi esalta. Anche per me il Prenestino fu da sempre il prediletto, a tal punto che in una mia precedente vita ne volli assumere il nome… d’arte, ed oggi ancora quel nome nostalgicamente mi risuona nell’anima. Stabilisco di riprendere quel nome nella mia vita a venire quando ascolterò le sue Messe a cappella e i suoi madrigali sacri e profani cantati dai cori angelici (ché è il Pierluigi  e non Mozart, cari i miei teologi Karl Barth, Hans Küng, Hans Huns von Balthasar, il direttore della Cappella…Angelica!).

   Anche io ho il mio Brocken, e si chiama Monte Croce (1081 sul livello del mare, terzo dopo il Pellecchia (1369), e Monte Gennaro (1271, altrimenti detto Monte Zappi), del gruppo dei Lucretili, incastonati fra i Sabini, i Simbruini, i Prenestini. Nei mattini nei pomeriggi e nelle notti agostane, non meno magiche delle notti del Brocken e non meno popolose di strigi di fantasmi e di streghe, invocai, con la schiera dei miei giovani compagni d’avventura, OdinoWotan, e all’eco delle nostre voci, risonanti per la amene vallette circostanti, il dio non fu sordo a rispondere. E con lui risposero gli Spiriti dei contadini che fin lassù nei secoli erano saliti a strappare, tra pietra e pietra, alla montagna arida un pugno di terra per la loro manciata di farri, di orzi, di frumenti. Oggi il mio Brocken riposa nella quiete della canicola. E ad esso intorno riposano le vallette in cui Coannegli Crocione Capucollefaina Crocetta ‘e Gregoriu digradano. Non sono bastati i sudori di cui i contadini del mio borgo nei secoli le colmarono. Ancora stanno lì aride, silenziose, misteriose a nutrire di cardurapuli i pochi greggi di Pan ancora ammusanti alle ombre fitte di Colatorre e Vazzimigna.

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Usignolo, filmini tedeschi, Frainile

Post n°1008 pubblicato il 05 Luglio 2019 da giuliosforza

Post 930

   L’usignolo.

   In questa notte di caldo tropicale, destatomi zuppo di sudore (pericolosissima, alla mia età, la perdita notturna di zuccheri) alle 03 solari, uscito in terrazzo alla ricerca non vana di un minimo di refrigerio,  tra le voci d’uccelli, non rare per ventura da udire ancora in questa zona di residui verdi, m’è parso, solo parso, forse ho  solo immaginato,  riascoltare, fra un orrendo cra cra (cras cras!) di cornacchie del malaugurio e un gentile allegro e vario gorgheggiare di merli, un canto d’usignolo nelle sue centinaia di variazioni. E m’è tornata in mente una notte fatata d’Ischia, ospite di un piccolo capanno in quella parte di bosco che infittisce le falde dell’Epomeo sul  versante  di Forio, in cui vegliai non per calura ma per diletto (intrecciando  corone d’edere per il capo della Regina dei Fiori), in cui, unica volta forse in vita mia, mi estasiai nell’ascolto d’un canto solitario d’usignolo in tutta la sua estensione e durata (dai quattro ai cinque minuti le strofe nelle loro varianti  impossibili da fissare, tali che né Vivaldi né Haendel né Messiaen, che pur vi si provarono,  né Respighi - che nei ‘Pini del Gianicolo’, uno degli episodi de ‘I pini di Roma’, pensò bene di ricorrere ad una registrazione fonografica -vi riuscirono) e in quell’ascolto feci l’alba, un’alba chiara come l’Alba dei Tempi.

   Non ha ragione il Goethe del Mit Goethe dirch das Jahr che in data odierna, nel pensiero dedicato, guarda caso, proprio al Nachtigal, scrive: Die Nachtigal sie war entfernt / Der Frühling lockt sie wieder; / Was Neues hat sie nicht gelernt, / Singt alte liebe Lieder. Era lontano l’usignolo, la primavera di nuovo l’attira; ma qualcosa di nuovo non ha imparato, canta sempre le antiche care canzoni. Ha torto il Francofortese: nulla di sempre più nuovo del canto dell’usignolo, ogni volta più ricco di invenzioni timbriche, alte medie basse come fossero in una sola gola tante gole a compenetrarsi, a gara in invenzioni melodiche ora piane or distese, ora singhiozzanti ora esplodenti in arabeschi vocali dai mille toni e dai mille colori, colori-toni sinesteticamente  con- fusi: toni da trenodia o da epicedio, melanconici od osannanti come in una sinfonia dai molteplici movimenti. Nel canto di un usignolo puoi cogliere una varietà di situazioni sentimentali, gioia e dolore, rimpianto ed attesa, Ahnung o Sehnsucht, a seconda del tuo stato d’animo. E’ cosi che in un canto popolare tedesco dedicato all’usignolo (che la mia raccolta di Deutsche Lieder attribuisce a Hoffmann von Fallersleben, 1844) la semplice melodia (Do Maggiore, 4/4, che in traduzione ritmica sillabica rendo  dore mii misol faa fala sooolfa mii misol fa fa re sol miiii, un tempo di silenzio, dove ogni sillaba nel gruppo unito vale 1/8, croma, da sola1/4, semiminima, o 2/4, minima) esprime una grande serenità in contrasto con la tristezza che le parole evocano: già Maggio è passato, passata è la primavere, tu te ne torni ai tuoi lidi lontani e  malinconia ed amarezza invadono il mio cuore. Nachtigal Nachtigal wie sangst du so schön, sangst du so schön vor allen Vögelein.Wenn du sangest, rief die ganze Welt:Jetzt muss es Frühling sein! Nachtigall Nachtigall, wie drang doch dein Lied, drang doch dein Lied in jedes Herz hinein! Usignolo usignolo, come era bello il tuo canto, più di quello di tutti gli altri uccellini! Quando tu cantavi tutto il mondo invocava: ora dev’essere primavera! Usignolo usignolo, come penetrava il tuo canto nel profondo del cuore! Ma è soprattutto nella seconda e nella terza strofa che un sentimento di rimpianto e di sofferenza predominano sulla gioia, il sentimento del tempo fugace su quello dell’eterno ritorno: Nachtigall, was schweigest du nun, du sangst so kurze Zeit. Warum willste du singen nicht mehr? Das tut mir gar zu leid. Wenn du sangst war mein Herz so voll von Lust und Frühlichkeit. Warum willst du singen nicht mehr? Das tut mir gar zu leid. Wenn der Mai, der liebliche Mai mit seinen Blumen flieht, ist so mir so eigen ums Herz, weiss nicht , wie mir geschieht. Wollt ich singen auch, ich könnt es nicht, mir gelingt kein einzig Lied. Ja es ist mir so eigen ums Herz, weiss nicht, wie mir geschieht. Usignolo, perché ora taci? Cantasti così poco tempo. Perché non volesti cantare più? Quando tu cantavi , il mio cuore era così pieno di serenità e di gioia. Questo mi fa molto soffrire. Quando Maggio, il caro Maggio, coi suoi fiori se ne vola via, mi sento così strano dentro, non so che cosa mi succede. Volevo cantare anche io, ma non potevo, non mi riusciva nessuna canzone. Sì, ho attorno al cuore uno strano sentimento, non so cosa mi succede.

   Noi mediterranei siamo fortunati: il canto dell’usignolo ci allieterà fino alla fine di Agosto. Nel passaggio dal Leone alla Vergine trapasserà anche il nostro sentimento alle autunnali malinconie.

 *

   Da qualche tempo il canale tv 55 Cine Sony trasmette di prima mattina e lungo il giorno una serie di film di produzione  tedesca ambientati anche nei riposanti paesaggi scandinavi limitrofi. Si tratta per lo più di semplici storie d’amore, cui fanno da cornice panorami paradisiaci, verdi foreste, laghi trasparenti, lussureggianti giardini, azzurrissimi cieli e azzurrissimi mari. Il colore predominante delle cose è quello che sfuma in pastello, le turbolenze interiori ed esteriori non sono mai devastanti, l’amore trionfa sempre e con esso il bene. Il critico trinariciuto ne riderà. Io, che non sopporto le truculenti serie di gialli, polizieschi, di guerra, di tribunali, d’ospedali, di mafia e malaffari consimili che infestano tutti gli schermi ad ogni ora del giorno e della notte, me li guardo con piacere e  riposo mente e corpo. Per gli stessi motivi guardo ogni tanto la serie bavarese “Tempesta d’amore”, ambientata nell’albergo Fürstenhoff, dove più che le vicende degli uomini sono gli impareggiabili panorami a predominare, una Natura incontaminata, per la cui celebrazione sembrerebbe siano state in realtà le trame leggiadre pensate.  Oppure mi godo antichi film per lo più  in bianco e nero, italiani ( ci fu un tempo in cui anche il nostro cinema fu vivo) e francesi, oltre i soliti Stanlio e Ollio e Charlie Chaplin. Poco fa ho rivisto ‘Nonna Sabella’, con Tina  Pica, ed ho riso a crepapelle. Ma c’à stato anche spazio per la commozione.

*

   Ho lasciato finalmente l’inferno di Roma, e m’ha nuovamente il fresco del Frainile. Prima ancora che la prima luce sorgesse dalle montagne d’Abruzzo, la A24, a quell’ora quasi solitaria, m’aveva (bramosa di me come io di lei: ho già detto dello strano fenomeno che in talune circostanze mi fa vedere la via muoversi verso di me, quasi desiderosa di inghiottirmi) mi accoglieva felice di riavermi, dopo tanto tempo, gioioso nell’abitacolo della fedele Saxo, antica quasi quanto me, come mai dinamica e sciolta sull’asfalto in procinto di ribollire. Un felice percorso a corsia unica a causa di lavori in atto in quasi ognuno dei  cinquanta km di percorrenza. Fossi uscito un’ora dopo, sarei forse ancora imbottigliato nel traffico. Al Frainile trovo uno splendore di verdi e di colori di rose e di ortensie. I noci vigilano, verdissimi anch’essi. Sembra proprio che al Frainile ci si infischi della canicola.

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Festa dei Gigli. Don Milani e la Musica in un'intervista a Riccardo Luciani

Post n°1007 pubblicato il 30 Giugno 2019 da giuliosforza

 

Post 929

   Oggi a Nola è la Festa dei Gigli, e ne ho nostalgia. Sono stato tentato di farvi una …fuitina (non dirò in compagnia di chi) in incognito senza avvisare gli amici, soprattutto l’avv. Paolino Fusco, ma sarei stato sicuramente scoperto, e avrei creato imbarazzo. E poi sarebbe stato sicuramente  un suicidio, visto l’incendio dell’aria e la mia tenera età. Dedicherò così tutto il giorno a Bruno ed agli altri due Testimoni del Pensiero ardimentoso, Martiri di Metanoesi : Tommaso Campanella ed il meno ricordato, ma non meno grande, Giulio Cesare Vanini, orribilmente dilaniato dall’Inquisizione a Tolosa nel 1619, l’anno stesso dell’inutile, viste l’incoerenza e la viltà del suo teorizzatore, incapace di trarne, ma soprattutto di affrontarne, le conseguenze, “Cogito” cartesiano. Tre frati ribelli, due domenicani,  uno carmelitano: un vero dono per l’Umanità, uno dei più grandi miracoli operati dalla Provvidenza (o, per chi preferisce, dalla hegeliana List der Vernunft).

 *    

   Ma un altro “ribelle” voglio oggi celebrare, un ebreo convertito  diventato prete cattolico, anche egli variamente perseguitato ed  al vasto pubblico sicuramente più noto, che risponde al nome di Lorenzo Milani. Me ne offre l’opportunità la fotocopia di un articolo inviatami da Maria Teresa Luciani (per oltre vent’anni curatrice del Seminario di educazione all’ascolto collegato ai miei insegnamenti di Pedagogia generale e Metodologia dell’educazione musicale alla Sapienza prima, poi alla sua filiazione  Roma Tre): un interessante, direi storico, documento  in cui si dice del rapporto umano ed epistolare intercorso  tra don Lorenzo Milani  e suo (di Maria  Teresa) fratello Riccardo (Nino), noto musicista, già docente del Conservatorio di Firenze e della Scuola musicale di Fiesole, nonché prolifico compositore.  Si tratta di un servizio di “Toscana oggi”, periodico cattolico, del 16 gennaio 2011, che riferisce di una intervista al Luciani a firma di Tommaso Tronconi, responsabile del Movimento Studenti di Azione cattolica. In esso emerge un altro aspetto della concezione e della attività pedagogica del Priore di Barbiana: l’interesse per l’educazione all’ascolto  musicale, ritenuta fondamentale, con la formazione linguistica, nella lotta per l’emancipazione culturale dei figli del popolo.  

 Ecco il testo dell’intervista, dal titolo redazionale “Quando Don Milani scriveva: «La musica ci ha fatto volare».

 “Pochi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale, a 24 anni, don Lorenzo Milani fu nominato (Ottobre 1947) cappellano a San Donato di Calenzano, dove, benvoluto e sostenuto dall’anziano parroco don Daniele Pugi, organizzò una «scuola serale popolare» per l’evangelizzazione e l’elevazione culturale e civile dei giovani operai e contadini della zona.

  “Nel Novembre 1953, un anno prima del trasferimento a Barbiana, chiese a un amico musicista, Riccardo (Nino) Luciani, di venire a San Donato a far sentire e spiegare un po’ di musica classica. Il risultato fu sorprendente ( i giovani si appassionarono non solo all’ascolto ma anche alla lettura delle partiture musicali), e don Lorenzo ringraziò l’amico con un biglietto, che esprime un aspetto fondamentale della sua missione: suscitare l’interesse per i molteplici aspetti della cultura in chi, per condizionamento sociale, se ne è tenuto e/o ne è stato tenuto lontano.

   “L’attualità di questo problema educativo, l’importanza di superare la frattura fra cultura ‘alta’ e cultura popolare, giustifica la pubblicazione di questo breve inedito, resa possibile dalla gentilezza di Riccardo Luciani e di chi, Tommaso Tronconi, lo ha intervistato per noi”.

   Qui ha termine la nota introduttiva redazionale. Purtroppo non mi è possibile riprodurre  la fotocopia dell’autografo della breve lettera da cui prende spunto l’intervista e debbo contentarmi di trascriverla:

  Caro Nino,

   scusa il ritardo nello scriverti e nel rimandarti le sinfonie. Se puoi lasciarmele ancora qualche giorno mi farai un grande piacere. Ci siamo sentiti moltissime volte la VI. I ragazzi ne sono diventati appassionatissimi […]e cogliono sempre quella, Forse anche perché alcuni ormai hanno imparato a seguire lo spartito, […]. Stasera voglio insistere perché s’imparino anche la IX. Si fa tanta musica finché il padrone del giradischi non verrà a ripigliarselo. E’ questione di giorni. E allora te riavrai lo spartito e noi ci ributteremo nei nostri consueti studi. […].

   E poi volevo dirti che ti sono tanto grato perché hai avuto ragione del nostro duro realismo e ci hai fatto per una sera volare in un cielo diverso dal nostro. Che i ragazzi fossero vinti e avvinti l’avrai isto anche da te. É la prima volta nella storia della nostra scuola che nessuno ha dormito.

E ora ti saluto affettuosamente sperando di rivederti presto quassù.

Tuo Lorenzo Milani.

  La calligrafia di Lorenzo meriterebbe un attento  esame grafologico. Procede per caratteri quasi infantili in un corsivo tendente al diritto e le parole sono molto spaziate l’una dall’altra, quasi si voglia lasciare al lettore l’opportunità di colmare da solo i vuoti dell’inespresso…

   Ed ecco l’intervista.

   “Incominciamo con le presentazioni: chi è Riccardo Luciani?

   «In questo momento sono un pensionato. Sono stato insegnante di lettura della partitura al conservatorio Luigi Cherubini di Firenze.. Ho avuto anche  un’attività i compositore di musica da camera, sinfonica e corale. Poi ho collaborato dieci anni con la Rai dove componevo colonne sonore  per film o documentari. Ho pubblicato una settantina di dischi di musica che commentano dal mare alla natura alla guerra. Adesso mi occupo di corsi presso l’Università e la scuola di musica di Fiesole.

   Come ha conosciuto don Lorenzo Milani?

   «Con la mia famiglia conoscevamo sua sorella Elena e con lei si andava fuori, a sentire concerti, a sciare. Insomma eravamo un piccolo gruppo. Dopo un po’ di tempo che non ci vedevamo più, mi venne fatta una telefonata proprio da don Milani che mi chiedeva se avevo una sera libera per fare una chiacchierata. Allora fissai il giorno e don Milani mi disse subito: “non ci sono soldi, ma farò venire qualcuno dei miei ragazzi a prenderla”. Una sera tardi arrivai su e c’era proprio lui che mi disse:” Non ho da darle nemmeno un bicchiere di vino. Un bicchiere di latte va bene?”. E poi mi disse: “Io la metto un pochino in guardia perché questi ragazzi sono buoni e cari ma se cominciano a tirare fuori le domande…Ieri è venuto il direttore della Nazione e l’hanno proprio pelato! “. Gli risposi: Spero proprio che con la musica non capiti, però ha fatto bene a mettermi in allerta!».

   Mi pare che la sua reazione fu positiva di fronte a questo invito…

   «Prima di tutto non potevo rifiutare, non c’era nessuna ragione. Poi gli dissi: “Cosa vuole che faccia?”. “Quello che vuole”, mi rispose»

In una lettera del 9 Novembre 1953, don Lorenzo scrive: «Non so a chi parlerò stasera e che faccia avrà la mia classe». Che tipo di classe si trovò di fronte? Si ricorda indicativamente  che cosa fece ascoltare e di cosa parlaste?

«Entrai e trovai questi ragazzi, uomini, e mi ero portato dietro dei dischi e degli appunti per fare un panorama di storia della musica. Cominciai però in maniera un po’ dotta. Nel giro di cinque minuti presi questi foglietti che mi ero preparato, li misi in tasca e andai a braccio. Si arrivò a Mozart e Beethoven, e feci sentire delle cose spiegando che messaggi ci potevano essere dietro le sinfonie. Poi si arrivò alle domande e io dissi: “Avete delle domande?”, e nessuno disse niente .Allora arrivederci, grazie dell’attenzione, don Milani mi ringraziò e mi riaccompagnarono a casa. Dopo una settimana venne uno di questi ragazzi con un biglietto di don Milani e mi disse: ”don Milani le chiede se gli può prestare la partitura delle settima sinfonia”».

   Aveva colto nel segno…

   «Poi don Milani mi disse: “Dopo che sei venuto te, quasi tutte le sere noi si proietta la partitura e cerchiamo di seguire la sinfonia. Questa cosa li ha affascinati molto, sono entusiasti di essere entrati in questo mondo da cui erano completamente esclusi”,. La ha fatto da sé il suo lavoro».

   Nella lettera del 22 Dicembre 1953, in cui don Lorenzo le scrive per ringraziarla, si legge che i ragazzi erano «vinti e avvinti». Cosa intendeva dire con questa espressione?

   «Vinti per il fatto che sentivano parlare di cose da cui loro erano esclusi socialmente. Gli aprivo un mondo che non era il loro. Vinti perché hanno reagito in maniera non negativa. E poi sono stati avvinti, ma non certo da me, dalla Musica. E hanno chiesto loro di poter andare avanti. Poi io non sono più tornato».

   A più di quaranta anni di distanza dalla sua morte, qual è il ricordo più forte che conserva della personalità di don Lorenzo?

   «Questa sua immagine di ‘scorbutico’ e di uomo pronto a rifarsi contro le cose che non andavano. E il contrasto con quella frase di ringraziamento sul biglietto portato da quel ragazzo: “non sa quanto bene ha fatto per noi”. Questa convivenza di due poli opposti».

   Un uomo molto colto, don Lorenzo…

   «Sì, ma sapeva come distribuirla questa cultura, senza far vergognare chi non ce l’aveva».

   Lei avendolo conosciuto, seppur solo in questo breve episodio, come ha visto quello che poi è stato l’”esilio” a Barbiana?

   «Una grande ingiustizia. Un voler spostare una persona scomoda. Faceva un lavoro che altri non è che no hanno capito, ma no hanno voluto accettare».

   Stringiamo un attimo sulla situazione della cultura oggi. Don Milani negli anni in cui è alla scuola di Barbiana professa l’insegnamento che «il sapere serve solo per darlo». Da professore e maestro di musica, che sia ancora attuale nel 2010?

   «Potrebbe esserlo, ma non lo è. Da come agiscono nei quadri politici che abbiamo davanti a noi, siamo proprio all’opposto. Se un Ministro ti dice che con la cultura non si mangia…Questo per quanto riguarda la cultura in generale. Per quanto riguarda la musica, ancora di più perché la musica sembra che non faccia parte della cultura. Non c’è stato nessun Ministro dell’Istruzione che l’abbia voluta aggiungere. E poi la tragedia è che usciti dal conservatorio non c’è lavoro, perché hanno tagliato le orchestre. In televisione se si vede qualcosa che riguarda la musica si vede alle 2 o alle 3 di notte».

   Guardando al mondo dei giovani, crede che tra di loro esista oggi interesse per le cultura?

   «I giovani sono molto distratti, non per colpa loro, ma perché ci sono molte distrazioni. Si rovano, non è raro, ragazzi oggi che veramente amano la cultura, la vogliono. Altri poi ne fanno a meno».

   La situazione attuale è questa, con tutte le sue sfaccettature. Per il futuro lei è ottimista o pessimista riguardo alla cultura che dovrebbe, come diceva don Milani, rendere uguali…?

   «Dovrebbe, ma così non è. Ci vorrebbero migliaia di don Milani sparsi per l’Italia…».

*

   Sarebbe interessante, dopo questo servizio, che nella sua semplicità accenna appena al problema e non fa emergere in profondità il pensiero dei due protagonisti dell’incontro (due personalità ricche e complesse nella cui anima andrebbe più profondamente scavato; questo dico a ragion veduta conoscendo bene il Luciani di persona e nell’opera, e il Milani solo dall’opera, dalla quale, per quel che io ricordi, risulta l’interesse musicale dell’apostolo di Barbiana essere stato solo episodico, avendo egli insistito soprattutto sul problema linguistico. Sarebbe interessante verificare, attraverso eventuali documenti e testimonianze dirette di ex alunni, quale sia stato il ruolo effettivo  della   musica nel seguito della vicenda educativa e personale di Don Milani e se davvero  abbia continuato nella vita a ‘far volare’ gli ex allievi del Prete ribelle. Nelle sue più note opere (Esperienze pastorali e Lettera a una professoressa) tale interesse mi risulta del tutto assente. Ma assolvo il prete ribelle: egli passò gli ultimi anni della troppo breve e tribolata esistenza in altre e ben più gravi faccende affaccendato, vittima di  processi e persecuzioni, oltretutto per aver pubblicamente difeso l’obiezione di coscienza. E con me l’assolve Frau Musika.

   Oltre che a Nola oggi  mi tocca ‘pellegrinare’ anche a Barbiana.

   __________________________

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 

 

 
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