Creato da giuliosforza il 28/11/2008
Riflessione filosofico-poetico-musicale

Cerca in questo Blog

  Trova
 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Dicembre 2022 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  
 
 

FACEBOOK

 
 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

Ultime visite al Blog

giuliosforzaNoir72dglfamaggiore2stefano.carpagnanohplinusmariabellinviamarabertowaure.resonantiaciaociaociao3dglaniram1959bongremalgreVerbaresJabel.RDonna72100dglMAGNETHIKA
 

Ultimi commenti

Proverbiale testa dura dei Vivaresi???&#128516;
Inviato da: Franco Moscetti
il 09/11/2022 alle 18:31
 
Ricambio cordialmente i saluti
Inviato da: g. s.
il 15/03/2021 alle 08:35
 
Una piccola porzione di storia della letteratura che...
Inviato da: Mr.Loto
il 14/03/2021 alle 17:45
 
Informazioni: callaisb310@gmail.com Sono Monsieur...
Inviato da: sall sille
il 16/02/2021 alle 09:31
 
Informazioni: callaisb310@gmail.com Sono Monsieur...
Inviato da: sall sille
il 16/02/2021 alle 09:28
 
 

Chi puņ scrivere sul blog

Solo l'autore puņ pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

« "Pietà" per PutinPellegrinaggio a Canossa... »

Maria Teresa Gentile e Leopardi. Olindo Guerrini alias Lorenzo Stecchetti. RadioRadio

Post n°1118 pubblicato il 01 Aprile 2022 da giuliosforza

 

1024

   Prima che fosse creata, alla fine degli anni Settanta, l’università di RomaTre, Pedagogia si studiava in una facoltà della Sapienza detta Magistero, riservata ai diplomati delle Magistrali. A Magistero, essendo le magistrali di quattro anni, si poteva accedere solo per concorso, che in qualche modo sostituiva il quinto anno della scuola superiore. Il corso di studi prevedeva una laurea in pedagogia e un diploma di Direzione didattica. All’epoca in cui io cominciai la mia modesta carriera accademica, a Magistero insegnavano personaggi, che ho già ricordato in questo diario, di primissima qualità: italianisti, filosofi, pedagogisti, storici, francesisti, ispanisti, anglisti, germanisti, psicologi, geografi, storici dell’arte, dello spettacolo, esperti di comunicazione di massa, sociologi (un nome solo, Ferrarotti, chiamato dal direttore del corso di Pedagogia Volpicelli), eccetera eccetera,  di molti dei quali la fama varcava i confini nazionali. Quando poi, per motivi di clientelismo di vario genere ma anche per il naturale moltiplicarsi dei saperi sempre più specialistici, iniziò la giusta …moltiplicazione dei pani -e dei companatici-, la situazione un poco, anzi non poco, decadde, ed alla sua decadenza partecipai alquanto con la farraginosità della mia cultura e il mio incontrollabile anarchismo intellettuale.

   Due donne fra di essi nel corso di laurea in pedagogia primeggiavano: Iclea Picco per storia della scuola, scomparsa alcuni anni fa ad oltre cento anni, che aveva iniziato come assistente nientemeno che di Giuseppe Lombardo Radice; e Maria Teresa Gentile, di nobile progenie abruzzese lancianese, titolare di una delle cattedre di Pedagogia. La Gentile, di solida formazione classica, era una donna di sbalorditiva cultura. I suoi libri, tomi ancora e assai più complessi di quanto i loro titoli dicano, erano la croce degli studenti, che quasi tutti cercavano di scappare presso altre cattedre, e degli assistenti di cattedra: Immagine e parola nella formazione umana, Educazione linguistica e crisi di libertà, Pedagogia del concreto, La filosofia come Pedagogia (rovesciamento di quanto sostenuto da Giovanni Gentile, il grande teorico dell’Attualismo il cui barbaro assassinio grida ancora vendetta, nel famoso Sommario di Pedagogia come scienza filosofica), Il fondamento simbolico della pedagogia, Semantica radicale ed evoluzione emergente, Introduzione alla didattica dell’immagine, Responsabilità dell’immagine, e molti altri titoli che è superfluo qui ricordare. Mi invitò a farle da assistente agli esami, ma dopo la prima  seduta abbandonai, e me ne pentii (troppo lungo sarebbe spiegare il perché, pur se facilmente intuibile). La presunzione non mi mancava allora come d’altronde adesso, non ero d’accordo su parecchie cose ed anche sul modo di interrogare, che non metteva a loro agio gli studenti, soprattutto quelli maschietti e bellocci, Me ne pentii dunque, un altro collega più docile e malleabile prese il mio posto e ne trasse grande profitto in termini di carriera. Ma i nostri rapporti restarono ottimi, e più di una volta io fui suo ospite nella bellissima casa lancianese, protetta da un immenso pino che quai tutta la copriva, dove viveva in compagnia di una sorella anch’essa nubile, celebre avvocatessa del foro de L’Aquila.

   Di lei sto ora leggendo un  poderoso e ponderoso libro, penso il suo ultimo, dedicato a Leopardi  e la forma di vita (Genesi Formazione Tradizione) (Bulzoni Editore, Roma, pp 460 1988) che lei stessa, immagino,  sul segnalibro così presenta: Leopardi è analizzato come evidente caso di universale formazione, in base all’idea che il principio genetico costitutivo dell’uomo è la linguisticità la cui essenza dialettica, attraverso la molteplicità dell’esperienza, traspare nella poesia pur restando velata alla coscienza discorsiva del poeta. Nel pensiero di Leopardi una forma di lingua, prevalentemente convenzionale, serve e regola le esigenze esistenziali pratiche e quale promozione di civiltà imbarbarisce. Un’altra poetica è congenere alle cose e mira a ricrearne la realtà genetica: L’autrice sostiene che all’una corrisponde l’educazione, all’altra la formazione. E di questa mostra il procedere speculare e spiraliforme che, a partire da un fondo geometrico-matematico e nella polarità tra testo e subtesto, si snoda secondo una simmetria di modi e di gradi, indicati anche in diagrammi e illustrazioni iconiche, che introduce e giustifica l’aggancio alla Cabala”.

   Sicuramente la lettura sarà ostica, vista l’elegante allure del testo criptico-cabalistica. Se arriverò in fondo ne riparleremo. Per ora voglio citare il divertente esergo del capitolo “La parte e il Tutto” (p. 51) che secondo me spiega quanto un libro. Si tratta di un canto popolare marchigiano che anticipa l’essenziale del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, in particolare cinque dei versi tra i più famosi (100-105): “Questo io conosco e sento / che degli eterni giri, / che dell’esser mio frale, / qualche bene o contento / avrà fors’altri, / a me la vita è male”.

   Questo il canto popolare marchigiano:

   Da piccola fanciulla principiai

   a non aver mai bene in vita mia.

   Quando che mi portava a battezzare

   Il compar mio si morse in su la via

   In chiesa mi si morse la comare

   La chiave della porta non apria.

   E quel catino dove mi lavava

   Non era rotto e l’acqua non tenia,

   e quella fascia con cui m’infasciava

   tutta tramata di malinconia,

   e quella cuna dove mi ninnava

   era di legno e frutto non facia.

*

   Via Olindo Guerrini è una delle strade della zona più recente, quella media alto borghese del Quartiere Talenti (dove per circa venti anni abitai e nelle cui vicinanze tornai dopo un trentennale …esilio a Tor Tre Teste) descritto al suo nascere con interessanti notazioni da Ennio Flaiano, che abitava in una delle stradine dell’attiguo Monte Sacro alto. Lorenzo Stecchetti, questo lo pseudonimo principale, fra tanti altri eteronomi, del Guerrini, fu un poeta verista, con suggestioni baudelairiane e poeiane che lo avvicinarono alla scapigliatura; fu poeta latamente verista e bibliofilo e politico locale (assessore fra l’altro in Forlì, dove era nato, e in Ravenna), fu massone iscritto alla Logia Dante Alighieri di Forlì, ammiratore di Carducci e stranamente meno di Pascoli, al quale per alcune tematiche fu assai prossimo. Ne lessi in gioventù Postuma, che esteticamente mi lasciò indifferente, ma che mi divertì per il suo spirito irriverente (fu denunciato anche da un vescovo che si ritenne offeso, e in un primo tempo condannato).

   Se oggi ne parlo è perché ho scoperto che nella strada a lui dedicata, tra via Dario Nicodemi e via della Bufalotta, trasmette una radio dal nome Radio Radio, che da emittente locale ormai vanta una espansione nazionale e internazionale. Mi risulta fondata una quarantina di anni or sono  da Ilario Di Giovanbattista  che ebbe ed ha fra i suoi collaboratori più stretti un personaggio dalla personalità complessa, variegata e multiforme, nato cantautore (vanta un personale rapporto  con papa Wojtila per aver messo in musica le sue poesie e importanti amicizie e collaborazioni coi principali artisti del secolo scorso e di questo, da Modugno a Battiato) e finito plurilaureato e psicologo di scuola psicanalitica e prof di letteratura in Istituti privati della Capitale eccetera eccetera: di Mimo o Mimmo Politanò, dico, un calabrese dell’Aspromonte emigrato fanciullo coi suoi in Argentina e tornato dopo una ventina d’anni mantenendo con tutta l’America Latina stretti legami  umani e artistici. Mimmo Politanò mi fa simpaticamente compagnia nelle primissime ore del giorno con la sua ricca trasmissione ‘Accarezzami l’anima’ e debbo confessare di trovarlo fine, intelligente, colto, spiritoso, mentalmente aperto e libero, ed anarchico e polemico quanto basta, di molto più presentabile e credibile della maggior parte dei personaggi per lo più appigionati imperversanti dalle radio di maggior nomea, pubbliche o private. Visto che trasmette da non più di due o tre km da casa, mi piacerebbe fare una capatina in Via Guerrini, discorrere con lui di molte tematiche filosofiche letterarie e musicali da lui trattate e da me condivise, per poi riferirne ai miei cinque lettori. Tenterò.   

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
La URL per il Trackback di questo messaggio è:
https://blog.libero.it/disincanti/trackback.php?msg=16197487

I blog che hanno inviato un Trackback a questo messaggio:
 
Nessun Trackback
 
Commenti al Post:
Nessun Commento