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Pellegrinaggio a Canossa, pardon Arqu Petrarca, per chieder venia. L'Aretino e il Fiorentino secondo Varvello

Post n°1119 pubblicato il 04 Aprile 2022 da giuliosforza

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   Perché tornare dopo quasi un secolo al Solitario di Valchiusa, e tornarvi sul Varvello, il libricciuolo dalla bella copertina in carta velina, il settimo della piccola collana di classici latini e volgari riediti negli Anni Cinquanta dalla SEI, la benemerita editrice salesiana poi confluita nella sempre cattolica ‘La Scuola’ di Brescia, e curato appunto da Federico Varvello, che del Canzoniere sceglie, secondo criteri soggettivi assolutamente dunque discutibili, cento quarantotto delle trecento sessantasei liriche  che lo compongono? Non solo certo per un motivo di nostalgia della mia adolescenza e della mia gioventù conturbate, per meglio dire soffocate, ma perché il personaggio triste e lagnoso, e insopportabilmente piagnone quale consegnatomi dal Varvello, piacque e fu di conforto, col Foscolo che a lui mi condusse per mano, alla mia anima di adolescente confinato in capo al mondo, prigioniero delle robuste mura di un collegio nell’estrema Liguria occidentale, e può tornare ad esserlo oggi alla mia anima rifatta bambina e stordita, in questo tempo di calamità e di tribolazioni, che risuona vuoto e rimbombante come  un vuoto cosmico e metafisico.    

   Oggi dunque dal ventunesimo secolo salto al quattordicesimo  a ritrovar l’Aretino, per pochi anni contemporaneo del Fiorentino, ma al contrario di lui acclamato e fortunato in vita quanto l’altro ignorato e sventurato: ambedue esiliati e raminghi, ma lui per scelta, l’altro per costrizione; lui coronato in Campidoglio l’altro bandito, lui convertito tardivamente, nonostante fosse di casa, riverito e vezzeggiato, presso la corte papale avignonese, ben remunerato per i suoi servigi con canonicati e prebende di varia natura, l’altro obbligato a sperimentare quanto sa di sale lo scendere e salir per l’altrui scale. Ma la sua preghiera alla Vergine, quella che conclude il Canzoniere, nonostante la prolissità non mi dispiace, e la reputo superiore all’invocazione di Bernardo (Vergine Madre Figlia del tuo Figlio, umile ed alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio) dell’ultimo Canto della Commedia che reputo un bel saggio sinteticissimo di mariologia e di teologia dogmatica, non certo un capolavoro di lirismo.   

   Di Petrarca ho amato ed amo soprattutto la lingua, di una sconcertante, anticipatrice modernità, quanto odio quella dei petrarchisti o petrarcheggianti dei secoli successivi, imitatori nemmen pedissequi, che si lasciano sfuggire la cosa più importante, l’animo del Poeta. È soprattutto a questo che voglio dare in questo mio ritorno attenzione, maestro e guida Federico Varvello che all’animo del poeta appunto dedica le XL pagine della sua Introduzione.

*

   Varvello pone come eserghi alla sua riflessione due citazioni, ambedue di Petrarca, assai pertinenti: una tratta dal poema latino Africa, Libro VI, l’altra dal Sonetto CXXX:

   Irrequietus homo perque omnes anxius annos / ad mortem festinat iter: mors optima rerum. (Irrequieto e ansioso, l’uomo, lungo tutti gli anni della sua vita, s’affretta alla morte: la morte, di ogni cosa la migliore.

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede / E di lagrime vivo, a pianger nato. / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / È dolce il pianto, più ch’altri non crede.

   Due citazioni che ben sintetizzano l’animo del poeta.

   E prosegue con una analisi minuta dell’Opera dell’Aretino tenuta presente nella sua globalità, ma sempre tenendo d’occhio la specificità del Canzoniere. Scrive dunque:

   “Ugo Foscolo, che ebbe caro il Petrarca sin dalla sua giovinezza, e che lungamente e amorosamente meditò sul nostro poeta, intorno al quale scrisse, a giudizio di critici antichi e recenti, il suo migliore lavoro letterario, lamentava la mancanza di una storia della vita interiore di lui, della vita che più interesserebbe all’intendimento e alla valutazione dell’opera sua; ma gli pareva che mancasse l’uomo di squisita sensibilità, che fosse capace di scriverla. Molti eccellenti saggi di critica petrarchesca, alcuni dei quali veramente magistrali, vantano l’età moderna e contemporanea; ma la storia compiuta, la rivelazione intera di quell’anima, quale il Foscolo la vagheggiava, non si può dire di possederla ancora.

   E sarebbe questa, invero, il miglior commento alla raccolta delle sue rime volgari, ove quel ‘dolce di Calliope labbro’ con mirabile finezza di analisi psicologica, come in uno stupendo romanzo lirico, squisitamente ritrasse le più intime sensazioni e le mille ignote fluttuazioni dell’animo suo, così ricco, cos’ vario, così complesso, nella delicata e sottile esplorazione della propria coscienza. Esempio unico in tutta la storia della nostra letteratura”.

   Segue una comparazione del ‘genio disparatissimo’ dei due grandi toscani del Trecento, e scrive:

   …, il medesimo Foscolo acutamente osservava che il Petrarca è un egocentrico, che non vende e non sente che sé, laddove Dante esce di sé e sente tutte le voci della vita: la parola del primo eccita le più care simpatie e sveglia le più profonde commozioni del cuore; quella del secondo eccita maggior numero di immagini e di idee, perché più intensa, perché costretta da quel genio ad atteggiamenti, a significati nuovi.

   Il Petrarca fa sentire più immediatamente, Dante fa pensare di più.

     Sono differenze di due anime e di due età. Lo scrittore non vive più la vita ma la contempla. Alla violenza è subentrata l’accidia; onde la poesia di Dante è suscitatrice di energie e di immortali speranze; quella di Petrarca seduce alla stanchezza, allo scoramento, all’abbandono. Della robusta tempra, della maschia forza, dell’incrollabile fede di Dante non v’è traccia nel nostro Poeta.

   ‘Al ferreo uomo’, per usare le belle parole del Bartoli (Adolfo Bartoli, Il Petrarca, nel vol. La vita italiana nel Trecento, Conferenze, Milano, Treves, 1897), ‘che percorse la vita, avvolto tutto nei suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell’anima eccelsa, al poeta terribile, che scolpì il Medio Evo, e lo chiuse, succede l’uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell’antichità pagana, il poeta delle grazie e dell’amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi.

   Il nume spariva e gli succedeva l’uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell’arte, Per lui e con lui tramonta un’età e si affaccia all’orizzonte della storia quegli che, con un fondamento di verità, fu detto il primo uomo moderno”. A Dante ricorriamo volentieri, perché troviamo in lui quello che, purtroppo, manca in noi, cioè le generose, le fulgide, le sante idealità della vita umana; il Petrarca ci piace perché in lui troviamo quello che è in noi tutti, cioè le angosciose contraddizioni dell’anima nostra, costante solo nell’incostanza, sempre insoddisfatta, sempre irrequieta, sempre affannata, alla ricerca di una felicità ignota.

   Nessuna esitazione, nessun segno di discordia interiore, nessun ondeggiamento in quello spirito, che appare interamente dominato dai suoi grandi ideali religiosi, morali e politici; tutto è chiarezza ella sua intelligenza, tutto è forza nella sua volontà, che mira diritto al raggiungimento della meta che si propone. È natura energica e risoluta, fatta anzitutto per l’azione. Il Petrarca, invece, ebbe poca o nessuna attitudine per la vita pratica, alle lotte politiche; non fu un filosofo né un uomo d’azione; fu essenzialmente un’anima di artista, più ancora che di poeta e la vita non ebbe per lui esistenza che nel suo spirito (F. De Sanctis, Saggio critico su Petrarca, Napoli, A. Morano, 1869). Quegli è un attivo, questi un contemplativo. Ad essi sembra potersi applicare giustamente il verso dantesco:

l’un disposto a patire e l’altro a fare”.

   Pur consentendo sotto molti aspetti con l’analisi del Varvello, molti dubbi mi rimangono. Petrarca ebbe tutti gli onori e i piaceri che un uomo e un artista possono avere in vita, non aveva alcun motivo per essere pessimista e sentirsi dilacerato nell’anima. Un abisso lo separa dagli altri grandi al quale viene normalmente comparato, tra i quali Tasso, Foscolo, De Musset, Heine, Leopardi, Byron, per non citarne che alcuni, che nulla ebbero dalla vita tranne l’arte redentrice e consolatrice; egli ebbe l’arte sublime e tutto il resto, e non fa che piangere, lamentarsi, masochisticamente tormentarsi attorno a una donna (o a un fantasma di donna?) che alla sua vita in fondo superficiale serve a dare occasione per giocare a versificare, a vincere col ludo poetico  cosa? forse lo spettro della noia, quella pigrizia, quella ignavia che i romani dissero ignavia e i greci akedìa? Io credo di sì. Perché egli non pensa, ‘sente’. Un gioco poetico è il suo tormentarsi, quel gioco che è ignoto a chi esperimenta il pensiero tragico che attorce i visceri, che alimenta il dubbio roditore, che nei momenti più acuti (anche a lui una volta incidentalmente) fa esclamare datemi pace o duri miei pensieri, ad altri salvate ahimè le membra dal tarlo del pensiero, e al poeta di Myricae a me risparmia il reo dolor che pensa. Non riesco a prendere Petrarca sul serio. Non è un Poeta-filosofo Petrarca. La sua non è Poesia- pensante o Pensiero-poetante. Le sue lacrime non sono che un gioco. Troppo poco egli ‘pensa’, nel senso forte del termine, per essere disperato.

   Perché dunque tornare io al Petrarca?

   Lo lascio dire al Varvello, con la cui analisi in parte, solo in parte, lo ripeto, convengo. Io vi torno per rilassarmi, partecipando, in questo frangente della mia vita che mi danna irrimediabilmente al tragico duro pensiero del Nulla-Tutto che su me fatalmente incombe, al gioco ciarlatanesco delle lacrime che si mutano in perle, del dolore che si trasforma in gioia, dell’uomo che per l’arte, per dirla dantescamente, ‘s’etterna’. Per il resto non mi illudo, solo provo a sperare che il Caos-Caso della mente si muti in Kòsmos, ornamento. E provo con Beeth a “prendere il destino per la gola”.

  

   “Anima essenzialmente di esteta, con uno sfondo mistico, per cui fluttuò continuamente tra il sacro e il profano, nel fremito d’una coscienza nuova, che va ricercando se stessa, agli albori del Rinascimento, il poeta delle grazie e dell’amore passa in mezzo al mondo degli asceti, anelanti al cielo, spargendo su tutto un sorriso di poesia, primo, tra gli scrittori della nuova età, vagheggiando l’arte, nella sua sovrana bellezza, dandoci la rivelazione compiuta di uno spirito dolorante e pensoso.

   Nel dramma di quell’anima, rappresentata nelle sue lotte, ne’ suoi dolori, nelle sue contraddizioni, si agita e si rispecchia lo spirito umano, in ogni tempo, in ciò che esso ha di più intimo ed irrequieto, di eternamente contrastante e penoso. In questo appunto consiste la grande originalità del Petrarca e la ragione, per cui il poeta, in ogni età, letto, ammirato, imitato, conserva ancora, a distanza di secoli, tanto fascino e avvince a sé tanti cuori.

   Principalmente per l’espressione del dolore, che si tempra in dolce malinconia il Petrarca entra ancora oggidì in ogni cuore e ogni cuore entra nel suo.

   In nessun altro scrittore di quel secolo, e raramente nei seguenti, troviamo tanta corrispondenza di spiriti e compenetrazione dell’uomo con la natura, dell’anima propria con le cose, nella squisita analisi di affetti e sentimenti sinceri ed umani. Per questo egli è ancora vivo tra di noi e sarà vivo eternamente.

   Egli è sempre vicino agli spiriti nostri; sia che si ritragga, solo e pensoso, in cerca di luoghi solitari e deserti, o pianga nel quieto raccoglimento della sua cameretta, o sospiri la lontananza e lagrimi per la morte della donna amata, o inneggi alla bella natura, o riveli le sue ansie, i suoi affanni, le sue intime pene e lamenti la propria infelicità, o si volga, gemendo e pregando, a Dio, invocando pace all’anima travagliata e perdono per le sue colpe.

   Ed ognuno lo lascia e ritorna a lui ogni volta con desiderio, sedotto dall’armonia fascinatrice del verso, che ci inonda di una soave e tenera melanconia, perché egli è il grande, incomparabile poeta dell’anima umana, la quale non ha trovato interprete più delicato e gentile, e, in pari tempo, l’annunciatore della moderna poesia, in cui, dalla considerazione dei propri mali elevandosi al doloroso lamento della comune ineluttabile infelicità degli uomini e della infinita vanità di ogni cosa terrena, dominerà il canto sconsolato di Giacomo Leopardi”.

   Pellegrinerò ad Arquà come ad una Canossa ad implorarne il perdono.

    ____________________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

  Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

  

 
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