Creato da Pinturicchio94 il 16/07/2012

FOOTBALL SCOUT

UNA LENTE D'INGRANDIMENTO SU GIOCATORI POCO CONOSCIUTI E CAMPIONI DI IERI, OGGI E SOPRATTUTTO DOMANI, MA ANCHE UN FOCUS SU TUTTE LE NOVITA' DEL MONDO DEL CALCIO; PER FINIRE ANCHE UNA FINESTRA SULLE NOSTRE ESPERIENZE CALCISTICHE

AREA PERSONALE

 

FACEBOOK

 
 

FACEBOOK

 
 
 

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

TAG

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Settembre 2022 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30    
 
 

ULTIME VISITE AL BLOG

BlueVelvet69orsetto86albertogiov.siciliasolonoidgl11milan53tesdan.dcontarina5gabriel.burlatabacchi_aldodott.raffaelerusso0iocinquealeparentedeslinegeronimo5dgl0annitospera
 

ULTIMI COMMENTI

Sto preparando alcune cose e vado ci rileggiamo giovedi 27...
Inviato da: ROMA_SPQR
il 21/12/2012 alle 21:40
 
grazie per il bellissimo articolo :)
Inviato da: matteo montorsi
il 05/10/2012 alle 18:51
 
buona serata e un...... buon inizio...
Inviato da: ginevra1154
il 01/10/2012 alle 00:43
 
ciao ragazzo dove sei a cena a piazza venezia??? ahahah a...
Inviato da: ROMA_SPQR
il 24/09/2012 alle 21:01
 
ahahha grazie per la visita!! tanto tu non ci sei xD...
Inviato da: Pinturicchio94
il 21/09/2012 alle 23:29
 
 

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: Pinturicchio94
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 28
Prov: PZ
 

PAGINA FACEBOOK:

Vincenzo Aregall Gazzaneo

PROFILO TWITTER

GazzaElPelado

 

 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

I MIEI LINK PREFERITI

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Tutti gli utenti registrati possono pubblicare messaggi in questo Blog e tutti possono pubblicare commenti.
 

 

IL MIO CODICE D'ONORE

Post n°21 pubblicato il 01 Aprile 2013 da Pinturicchio94

(Paolo Montero)

 

1)IL MIO CODICE D'ONORE  Però io ho il mio codice d’onore personale e per me conta solo e sempre il verdetto del campo. Per questo ho sempre rispettato le decisioni arbitrali. Durante la partita tutto è lecito pur di vincere»  
2)FINGERE MAI"A volte mi dico: Paolo, hai esagerato. Ma poi mi do la mano: Paolo, non hai mai finto"
3)CALCIO, VERA PASSIONE "Da piccolo ero un bambino innamorato di calcio, sempre con il pallone tra i piedi"
4)IL CALCIO SEMPRE«Da quando ho smesso, sono diventato procuratore. Il calcio grazie a Dio quindi non mi manca molto perché sono ancora dentro l’ambiente.

5)GENITORI FANNO TUTTO PER TE, TU FAI TUTTO PER LORO
"quando andai a bergamo mio padre fece il venditore ambulante in un baracchino nelle strade di milano...Tutto vero! Con un amico, nel piazzale del palazzetto, vendeva birre e panini da un furgone. Si divertiva, spesso andavo a trovarlo».Nel mio destino c’era scritto che avrei ripercorso il cammino di papà; questione di cromosomi, di fatalità e di sangue.

6)DI TUTTO PER CORONARE UN SOGNO<<giocare con la maglia della squadra per cui hai fatto il tifo sin da bambino è una soddisfazione particolare. Menotti mi disse che sarei diventato il nuovo Passarella, toccai il cielo con un dito"
7)ANCHE GLI ALTRI POSSONO CORONARE I LORO SOGNI "facendo il procuratore do la possibilita agli altri di percorrere la strada che ho percorso io, e di coronare il loro sogno"
8)IL SEGRETO DEL DIFENSORE O passa la palla, o passa la gamba. Entrambe no!
9) IL SEGRETO DELLA VITA“Non m’importa esser un esempio di lealtà in campo: voglio esserlo nella vita. Quando gioco, m’interessa solo vincere. In ogni modo: il calcio è dei furbi.” 

10) FAIR PLAY SOLO FUORI DAL CAMPO Il fatto è che gioco sempre per vincere; negli spogliatoi stringo la mano agli avversari, certo, ma in campo nessuna concessione»
11)DARE TUTTO IN CAMPO «Io giocavo sempre al limite e se giochi cosi è normale essere ritenuto un giocatore falloso e subire molte ammonizioni od espulsioni. Questo non mi dava nessuna preoccupazione: Facevo quello che mi chiedeva il Mister, Ero un difensore e dovevo difendere. Mi interessava solo far vincere la mia squadra. Giocavo sempre al massimo; davo tutto. 
12)CALCIO, GIOCO PER DURI.Se ti butti con gran foga su ogni pallone lo scontro fisico con l’avversario è assolutamente inevitabile: II calcio è comunque uno sport fisico ed è normale che vi siano falli. lo comunque non ho mai fatto male a nessuno, anche se la cattiveria agonistica faceva parte del mio repertorio. Credo che si nasca con quell’indole. Non è certo una cosa che ti possono insegnare nelle scuole di calcio». 

13)PENTIRSI MAI«Io, d' altra parte, mi pento solo di ciò che non faccio. Per esempio: mentre giochi, dovresti sempre riuscire a pensare. È un mio difetto, questo. Ma non l' unico»

14)IL CALCIO È LOTTA «L'attaccante piu duro? Casiraghi, che non aveva paura di niente. Stava zitto e pum, si faceva rispettare. E io, zitto, pum, rispondevo. Duelli intensi ma bellissimi, perché di grande lealtà

15)IL CALCIO È COME IL POKERi simulatori non mi hanno mai infastidito. Il calcio è un gioco, come il poker, ed è lecito bleffare. L’importante è essere leali nella vita».

16)MAI ALIBI "Se perdo e sbaglio è solo colpa mia, io sto in campo e mi prendo tutte le responsabilita"

17)SOLO I RIGORI sono una roulette russa

18)IL CALCIO È UNA GUERRA"Al termine degli incontri con qualche squadra, cercavamo sempre la rissa negli spogliatoi, cose così...".

19)NON TOCCATEMI LA MIA SQUADRADovunque si andasse, erano tutti tifosi della Fiorentina. Si figuri. Io della Juve, loro della Fiorentina. La prima volta scappava un vaffa, la seconda una spinta, la terza un cazzotto".

20)NON MI VA BENE? CI PENSO IO«Non mi dà fastidio, altrimenti avrei fatto in modo che smettesse».  

21)UMILIARMI NON LO PERMETTO «subivo un tunnel? Massimo rispetto se la partita era sullo 0-0. Sul 4-0 per gli altri, invece, era una presa per il culo e mi faceva arrabbiare...»

22) È GIUSTO COSI "Il fallo su Totti? Perdavamo 4-0, si stava divertendo un po' troppo, in quel momento ho pensato fosse giusto così"

23)DIGNITA' DA VERI  DURI «Ho il record di espulsioni (17) ma anche una dignità: non andavo poi a piangere dai giornalisti come oggi fa qualcuno...»

24)VITA PRIVATA, DA NON TOCCARE  «La mia vita privata non deve interessare a nessuno. Gli amici non me li scelgono neppure i miei genitori, figurarsi se consento ad altri di farlo»

25)DURI DENTRO, MICA FUORI «Sono un tipo riservato, da calciatore non mi piaceva parlare dei fatti miei e cercavo di passare inosservato. Non come quelli che fanno i duri e poi vanno a piangere in tv per diventare simpatici ai giornalisti e strappare mezzo punto in più nelle pagelle... ». 

26)TU PROVACI Tanto che una notte, in discoteca...  Arriva un giornalista e trova cinque atalantini, musica, donne, qualche mojito di troppo. Quattro di loro si nascondono in bagno, dietro il bancone e fanno finta di non vedere, mentre io mi faccio avanti, saluto calorosamente e sussurro al giornalista: “Tanto, se esce qualcosa, so che sei stato tu...”. 

27)CONTANO I FATTI, NON LE PAROLE «Non mi piacevano le interviste»
28)LA SQUADRA PRIMA DI TUTTO «Non mi sarei mai potuto tirare indietro in una gara di simile importanza. Giocare terzino sinistro non mi è mai piaciuto e quella sera, finché non si fece male Tudor, giocai un vero schifo sulla sinistra, ma dovevo dare tutto per provare a vincere quella Coppa. Non me lo sarei mai perdonato altrimenti. Pensa, per farti capire meglio, da bambino preferivo giocare in porta piuttosto che terzino sinistro. 
29)DI TUTTO PUR DI VINCERE Penso tanto a quel rigore. In gare ufficiali non ne avevo mai tirati prima in vita mia. Ma a fine gara Mister Lippi viene da me e mi dice “Paolo te la senti?” Cosa avrei potuto rispondergli? Avrei fatto di tutto pur di vincere quella sera. Di tutto».
30)LA SQUADRA UNA FAMIGLIA «Quando sono arrivato qui, nel 1996, ero fiducioso che questo legame sarebbe durato a lungo. Quando firmi per una squadra importante come la Juventus, è ovvio che speri di rimanere fino alla scadenza del contratto ed io ho anche avuto la fortuna di rinnovarlo. Per questo non posso che essere contento per la fiducia che tutti mi hanno sempre dato»
31)LO SPOGLIATOIO È SACRO Quello che m manca é il gruppo, la vita dello spogliatoio. Era la cosa che più amavo del mio lavoro e quella che adesso rimpiango di piu».
32)I COMPAGNI, DEI FRATELLI Una mattina alle quattro, all’aeroporto di Caselle. Tornavamo da Atene, avevamo appena fatto una figuraccia in Champions League contro il Panathinaikos ed abbiamo trovato ad aspettarci un gruppetto di ragazzi che non ci volevano esattamente rendere omaggio. Al passaggio di Zidane l’hanno spintonato ed è stata la loro condanna. Non a morte, ma quasi. Montero ha visto la scena da lontano, si è tolto gli occhiali con un’eleganza che pensavo non gli appartenesse e li ha messi in una custodia. Bel gesto, ma pessimo segnale, perché nel giro di pochi secondi si è messo a correre verso quei disgraziati e li ha riempiti di botte. (Ancelotti)

33)CAMPIONI VERI, UOMINI VERI  " I ricordi più belli sono comunque legati al gruppo, fantastico. Non mi interessa parlare dei fuoriclasse, parlo degli uomini. Sono stati in assoluto i nove anni più belli della mia carriera. La Juventus per me era diventata una vera e propria famiglia»
34)LA FORZA DEL GRUPPO «Era proprio il segreto di quella Juventus: Se andiamo a vedere le altre squadre dell’epoca,ti accorgi di quanti giocatori forti avevano e compravano ogni estate. Ad inizio stagione partivano tutte come favorite, alle volte anche più di noi: il Milan, l’Inter, la Lazio, la Roma, la Fiorentina, il Parma. Ma alla fine vincevamo noi. Perché avevamo il gruppo più forte. Ancora oggi, tutte le volte che torno in Italia non perdo occasione per rivedere molti miei ex compagni e ricordiamo assieme tante cose, dalle stupende partite che ci hanno portato a vincere tanto agli episodi legati al nastro gruppo». 
35)LA CONVINZIONE DI FARCELA «Allora si vinceva già negli spogliatoi. si vinceva prima ancora di scendere in campo, perché c’era una convinzione nel gruppo che era incredibile. Ci credevamo sempre e comunque: i giocatori, il tecnico, i dirigenti, i massaggiatori. Tutti erano convinti di poter vincere; determinati a farlo e questo gli avversari lo percepivano già nel tunnel. Entravamo in campo con la convinzione che se subivamo due goals non era un problema. Si rimontava e si vinceva. Questa convinzione non puoi averla se dietro non c’è una grande gruppo. E non mi stuferò mai di dirlo: il nostro era straordinario».
36)FUORI DAL CAMPO, i VALORI VERI Montero era, anzi è, prima di tutto un uomo vero, sensibile, attaccato all’amicizia e alla sensibilità delle persone, basti pensare a cosa ha fatto per Pessotto nei tragici giorni del Giugno 2006, quando partì dall’Uruguay appena saputo del gravissimo fatto, recandosi immediatamente dall’amico che lottava tra la vita e la morte. Questa immagine descrive al meglio il vero Montero, un uomo grande. (David Pratelli)
37)DI TUTTO PER AIUTARE UN COMPAGNO Il pugno al fotografo? Ho visto un compagno in difficolta' e sono intervenuto: mi e' sembrato normale farlo. So che adesso mi daranno del cattivo con vigore ancora maggiore rispetto al passato, ma non ho paura di passare per tale: i miei genitori e i miei fratelli sanno se sono cattivo o meno, non gli altri"
Accadde una sera, tornando in albergo, mi si avvicina Paolo Montero. Un difensore straordinario. Non eravamo particolarmente amici, il nostro era un semplice rapporto tra colleghi, non ci scambiavamo confidenze, non andavamo a cena insieme. Mi disse "Ale ma che cazzo stai combinando? Non ti voglio piu vedere col muso. Cos'hai?" Mi aveva preso alla sprovvista, come quando un avversario ti anticipa per rubarti il pallone. E continuó:"Qualunque cosa tu abbia, vedi di fartela passare, non capisci con che occhi ti guardano i ragazzini che si allenano con noi? Che immagine si devono fare di un campione triste?" (Alex Del Piero)
38)POCHE VOLTE È MEGLIO PERDERE Con Mark Iuliano, invece, è un discorso a parte. Lui è un grandissimo difensore, ma il rapporto che c’è con lui va oltre tutto questo. Quando parlo di lui, non lo faccio mai come calciatore, ma come uomo; io Mark lo considero come un membro della mia famiglia. E poi quelle volte che andavamo a ballare insieme, lui era un vero conquistatore, io gli facevo da spalla, una volta ci vennero addosso 15 tifosi della fiorentina, mark voleva sfidarli, ci avrebbero ucciso, io gli dissi "Mark, scappiamo, questa volta è meglio perdere"
39)IL MISTER, UN PADRE  II primo anno con Lippi è-stato straordinario. Lo ringrazierò sempre per quello che mi ha insegnato e perché mi ha voluto alla Juventus. Grazie a lui che ho vestito il bianconero» Lippi «Una di quelle rarissime persone con le quali discuti, anche animatamente, e ti incazzi. Poi vai a casa, capisci che ha ragione lui e ti passa».
«"Ancelotti per me è stato come un padre"
40)IN CAMPO PER I TIFOSI Cattivo lo hanno dipinto in molti, ma per i tifosi era solo colui che buttava il cuore al di là dell’ostacolo, si immolava per la causa e dava tutto sé stesso. Quante volte avremmo voluto essere in campo e magari anche noi dare un calcetto a quel giocatore che faceva troppo il furbo. Bene Paolo era lì per noi. E quel “Vamos vamos” urlato a squarciagola sotto il tunnel prima di entrare in campo, che paura suscitava negli avversari e che grinta dava ai suoi.
 il pugno a Di Biagio...
«Cose di calcio».
41)SOLO IL MIO RUOLO Stagione 1992/93, arriva Lippi e mi chiede di fare il terzino sinistro. Rifiuto: o faccio il centrale, oppure niente. Lui capisce e disputo un grande campionato».
42)UMILTA Come dice mio padre: “Che dicano bene o male, l’importante è che dicano qualcosa di te”». 

43)GRANDI E UMILI. Sa cosa ho sperimentato di persona? Più i calciatori sono fenomeni, più sono umili.Penso a gente come Zizou, Maldini, Edgar, Alex».

44)NON SONO UN FENOMENO "Come me ne nascono uno ogni anno"

45)SE MI CI CHIAMANO È MERITO DEI COMPAGNI "Essere tra le 50 stelle juventine accanto a campioni come zidane, davids, platini, del piero, boniperti, nedved per me vale piu di un pallone d'oro"
46)UN PALLINO fare il tunnel al suo avversario. Adrenalina pura, il massimo. I portieri Ferron e Pinato, all’Atalanta, mi volevano sempre ammazzare. Poi, alla Juve, ho capito che era meglio smettere».

47)STILE JUVE  «Alla Juventus devo essere più pratico, evitare giocare inutili e cercare di ribaltare l’azione il più velocemente possibile. Alla Juventus il risultato arriva prima di ogni altra cosa; l’obiettivo è quello di vincere, sempre!»
48)UNA CORAZZA“Sono diventato juventino il primo giorno che sono arrivato a Torino, quando mi sono reso conto quanto la Juventus fosse odiata dal resto delle tifoserie d’Italia. Il loro odio io l’ho trasformato in amore per la Juventus. Contro tutto e tutti. Quella maglia era una corazza...”
49)IL BELLO DEL CALCIO «Organizzazione fantastica. Tutto preciso, persone che ti risolvono ogni problema, sei mila tifosi che pagano per vedere l’allenamento. In-cre-dibi-le».
50)ESSERE SBADATI...CI STA «Torno per la prima volta da solo dall’allenamento, sbaglio strada e mi ritrovo in un senso unico contromano. Mi fermano i vigili e provo a spiegare che sono un giocatore in prova all’Atalanta. Non ci credono. Disperato, faccio vedere i documenti e finalmente, a fatica, li convinco.
Risultato: mi scortano prima in sede e poi all’hotel».
Agnelli Mi chiamava la mattina alle 6».Tipico, lo faceva con molti giocatori. Ma la prima volta l’ho mandato affanculo».«Lei che avrebbe fatto se, all’alba, un tizio le avesse detto “Pvonto, sono l’Avvocato Agnelli”? Io ho messo giù» poi «Ha richiamato. “Montevo, che fa? Guavdi che sono davvevo Agnelli”. E io senza parole...».

«Di Ciro ho sempre ammirato la capacità di concentrarsi e di sdrammatizzare: nei momenti più
difficili sapeva togliere tensione con una battutina» Anche in campo. Ma io non ridevo mai e ora posso confessare il perché: parlava in napoletano e non capivo niente!».

Zinedine Zidane. Favoloso. Fine allenamento, tutti a fare la doccia e Zizou, ogni giorno, si ferma un paio d’ore a giocare con Davids».«Io In disparte a guardare i due fenomeni: mai palleggiato con loro per vergogna». «Una sfida continua. “Edgar, ho inventato un giochetto nuovo,ammira!”. E Davids: “Zizou, vediamo se sai fare questo tocco che ho ideato stanotte”. Finché un giorno Zidane mi coinvolge. “Paolo, prendi il pallone e calcialo più in alto possibile”». «Io, invidioso, puuuuum, lo tiro fortissimo per vedere cosa succede. E...».«Prima che il pallone tocchi terra, Zizou lo colpisce al volo di tacco facendo la bicicletta e lo rialza alle spalle buttando in avanti».
«Mai visto niente del genere. Credendola una giocata un po’ fortunosa, dico: “Bravo
Zizou, ma sai rifarlo?”. Beh, l’ha ripetuto tre volte di fila...».

«Davids Come Zidane, un giocoliere: così bravi che non li ho mai visti andare in mezzo nel torello. Di Edgar, poi, non si può dimenticare quella volta in partitella...Ha presente il giochetto che fa nella pubblicità? Il dribbling dell’elastico, quello con l’interno-esterno del piede stile Ronaldinho. Beh, stiamo giocando, aspetta l’uscita del portiere e fa gol proprio così, ma al volo a mezza altezza! Tutti a bocca aperta, Lippi fischia: “Ragazzi, dopo una rete così si va a fare la doccia”. E finisce l’allenamento tra gli applausi». «Se non gli andavi a genio ti ignorava, altrimenti era un amicone. Simpatico, grintoso ma sbadato. «Partita di campionato contro il Piacenza, entriamo al Delle Alpi per fare il riscaldamento,
stadio pieno, cori e striscioni. Edgar mi chiama sottovoce guardandosi alle spalle come per evitare che qualcuno lo sentisse. “Pssst, psssst, Paolo vieni qui”. Mi preoccupo. “Che c’è?”. “Sssst, non urlare. Per caso, sai mica contro chi giochiamo oggi?”. Giuro, è la verità». poi «Migliore in campo!”».

Pavel Nedved Il più grande professionista mai conosciuto. Un giorno sento una sua intervista in cui racconta che la mattina, a casa, va sempre a correre prima di venire all'allenamento. Non ci credo e il giorno dopo lo prendo in disparte: "Pavel, mica sarà vero quello che hai detto"... Resto senza parole: è proprio così. Si svegliava, correva da solo e poi nel pomeriggio si allenava. E arrivava sempre davanti a tutti noi!!

51)SIMPATICO «Quando vedevo arrivare i tipi dell’antidoping urlavo al medico: “Butta via la droga, butta via la droga!”. E tutti a ridere, anche quelli là».

52)VITA SGREGOLATA «Avevo problemi di Fegato, ma anche stomaco: ho sempre sentito troppo la partita, dopo una gara dormivo poco per l’adrenalina». «Mi hanno dipinto come un ubriacone, ma bevevo come tutti i ragazzi della mia età: qualche bicchiere se si faceva serata».
«Guardi, a me è sempre piaciuto divertirmi e l’ho sempre fatto. Nottate, discoteche, ragazze. Mai negato niente. 

53)SEMPRE AVERE MODELLI «Hugo De Leon, pilastro dell'Uruguay ai Mondiali del '90: ho imparato da lui a uscire dall’area palla al piede. In Italia, Baresi e Maldini».
54)EREDE  "Chiellini. Giorgio è un tipo tosto, più portato al gol di quanto non lo fossi io"
55)NUMERO 4.  Caceres "ho scelto la numero 4 di Montero, è un onore, ma anche una responsabilita, per cui voglio onorare questa maglia al meglio"

 
 
 

RAPHA MARTINHO - BEATO CHI LO ALLEN-A

Post n°20 pubblicato il 21 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Tutti possono sbagliare, specialmente quando il mondo di cui parliamo è quello del calcio. Succede quindi che il Catania, squadra quasi pronta a trasferirsi in Argentina per via dei tanti sudamericani presenti in rosa, si lasci scappare e consideri normale un giovane talento che normale non lo è, forse perchè fin troppo normale. Tanti sono stati i colpi oltreoceano della squadra siciliana negli ultimi anni, quasi tutti ben riusciti, tanto che i risultati oggi si vedono, e il Catania è grazie a questa politica in pianta stabile in serie A da anni, con un organico sempre più affiatato, che non necessita di rivoluzioni ogni anno come il Genoa di Preziosi (per la sfortuna del suo attuale dg Lo Monaco, il fautore del progetto siciliano qualche anni fa), e capace di migliorarsi anno dopo anno, grazie a talenti come Barrientos, Gomez, Bergessio, Maxi Lopez, che fanno o hanno fatto la fortuna della squadra sicula. Capita, però, che pur perseguendo questa ottima politica, spesso si facciano madornali errori di valutazione. Nell'estate del 2010, il primo tassello sudamericano della stagione catanese è un piccoletto classe 1988, 183x73, prelevato direttamente dal Paulista, squadra della prima serie del campionato brasiliano, dove si era distinto per duttilità e agilità. Sarà per le difficoltà riscontrate ad ambientarsi, sarà per il fisico troppo magro, che il giovane Raphael Martinho (così si chiama) non riesce a sfondare, si accontenta di sporadiche apparizioni, e viene lasciato nel dimenticatoio. L'anno successivo a Catania arriva Montella, che intravede potenzialità nel ragazzo, però ancora troppo acerbe, inadatte per una squadra come il Catania che necessita di salvarsi, e quindi ha bisogno di giocatori pronti, e così manda il giocatore in prestito a Cesena. Gioca di più, ma poco di più, perchè anche Cesena è una piazza non tranquilla, dove la salvezza si gioca domenica dopo domenica (e infatti quell'anno non arrivò), e per Martinho fu un'altra stagione difficile. Ed è così che questa apparente meteora ha detto momentaneamente addio alla Serie A ed è scesa quest'anno di categoria, in un Verona con obiettivi di vetta. "Martinho è bravo ma presenta difficoltà ad adattarsi ad un calcio troppo tattico come quello italiano" disse l'allora tecnico del Cesena Ficcadenti. Tradotto: non sa stare in campo. Peccato che, laddove tutti i suoi allenatori precedenti vedevano dei limiti nel giocatore, quali la pochezza tattica e fisica, ora invece Mandorlini, attuale tecnico dei gialloblu, sta costruendo la sua fortuna. La cosa che sorprende di Martinho è che, rileggendo gli articoli al momento del suo arrivo in serie A, alcuni giornali parlano di lui come di un difensore, altri di un centrocampista, altri ancora di un attaccante. E la realtà non è che si sia fatta troppa confusione sul giocatore e si sia appurato che il brasiliano non è nè uno, nè l'altro, nè l'altro ancora, ma che, in verità, Martinho riesce a fare tutti i ruoli che competono la fascia sinistra: il terzino, l'esterno, l'ala, l'interno, il centrocampista, l'attaccante. E che quest'anno sta dimostrando di saperlo fare anche bene. Per definire il suo ruolo lo si può considerare tornante di fascia sinistra (è solo mancino), che interpreta il ruolo in un modo tutto suo, e per il momento risultante vincente. La caratteristica che subito si evince osservando il giocatore è la sua leggerezza, ma al contempo l'armonia del suo tocco di palla col sinistro, che gli permette quasi senza mai cambiare passo di avere una velocità ed un'agilità in grado di mettere in difficoltà sempre gli avversari che incontra nell'uno contro uno. Pur non usando il destro è imprevedibile proprio per la facilità con cui riesce a cambiare direzione usando solamente il sinistro. Ma Martinho è un peperino di fascia completo: ottima tecnica, bravissimo nei cross, ottimo tiro, mai macchinoso, e soprattutto che gioca per la squadra, sempre. Ciò che inoltre sorprende di lui è la grinta e le determinazione, non appariscente ma efficace. Quelle poche volte che perde la palla, infatti, nonostante il sangue brasiliano, è portato sempre ad andarsela a riprendere. Ed infatti, stranamente per uno col suo fisico, è bravissimo anche nella fase difensiva, pur essendo definito come un esterno con più spiccate doti offensive. E soprattutto è uno che corre, perchè gli piace correre. Alla domanda su quale ruolo preferisse lui ha risposto:"A me piace di più il terzino perchè faccio entrambe le fasi, corro di più e partecipo di più alla partita". Risposta non da tutti, in un calcio diventato troppo fisico in cui si vuole guadagnare di più cercando di stancarsi di meno. Una cosa è comunque certa, che qualunque sia il ruolo nel quale venga impiegato, lui dà sempre il massimo, e se continua così, farà davvero le fortune del Verona, che detiene il diritto di riscatto del giocatore ed è pronto a portarselo in A, per far sì che Martinho possa ultimare la sua rivincita verso i suoi allenatori che non lo avevano tenuto in considerazione. Con la solita naturalezza. E i tanti chilometri macinati.

 
 
 

ISCO - SOLO UNA CONFERMA

Post n°19 pubblicato il 19 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

La prima giornata di Champions League è, come sempre, sinonimo di spettacolo: lo spettacolo che hanno regalato Real Madrid e Manchester City, nella partita più attesa, e sorprendentemente la meno spettacolare fino al 70esimo, ossia fino al momento in cui Dzeko, Marcelo, Kolarov, Benzema, Ronaldo, Mourinho e tutti gli altri 22 in campo sono saliti in cattedra, e hanno come sempre rivoluzionato le leggi del calcio con un 3-2 mozzafiato; lo spettacolo che ancora una volta non ha regalato il Milan, che da quando è iniziata la stagione in 4 ore e mezza di partite giocate in casa non ha ancora segnato una rete: è spettacolare pure questo, in un certo senso. Ma la Champions, è sinonimo anche di emozioni, e di novità. Per molti può essere considerata una novità la prestazione di Francisco Alarcon, meglio noto come Isco, calciatore spagnolo del 1992 attualmente in forza al Malaga, squadra che acquistata due anni fa da uno dei tanti sceicchi che hanno fatto intrusione nel mondo del calcio, sembrava potesse subito avviare lo stesso progetto che ha visto affermarsi negli ultimi anni nel mondo del calcio Chelsea, Manchester City e PSG, a suon di quattrini, ma che, pur frenata da forti problemi finanziari, proprio nel momento in cui sembrava potesse affondare, ha scoperto di avere una rosa ricca di ottimi giocatori e di giovani talenti, pronti a stupire alla loro prima apparizione in Champions. Tranquilli, non è Mariano Izco, il mediocre centrocampista del Catania conosciuto dalla Serie A, ma il calciatore in questione non è neanche una novità assoluta per i conoscitori di calcio. O quantomeno per me, che sono stato sorpreso per la prima volta dalla tecnica di questo calciatore osservando varie partite del Malaga, e in Liga e nei preliminari di Champions, e che più che sorpreso mi posso ritenere stregato dalla sua padronanza tecnica e dalla sua agilità. Lui e Joaquin sono i pilastri della squadra l'anno scorso arrivata a sorpresa di tutti quarta in Liga, ma mentre Joaquin oltre alla classe fornisce una gran dose di esperienza, Isco è invece l'emblema della freschezza, dell'imprevedibilità, del colpo a sorpresa. Proveniente dalla cantera del Valencia, dopo una stagione (la scorsa) di apprendistato, quest'anno il 21enne talento spagnolo sembra essere finalmente esploso, a suon di giocate e gol. E Isco non è una sorpresa neanche per i vari mister delle nazionali spagnole, dato che sin dall'under 16 stanno puntando ininterrottamente su di lui, e la scalata sembra non fermarsi, dal momento che per lui si stanno aprendo le porte della nazionale maggiore, bicampione d'europa e campione del mondo in carica. Attaccante, seconda punta che ama svariare però su tutto il fronte d'attacco, uno che dà del tu al pallone e ama giocare la palla sempre, forse fin troppo, ma quando c'è da scaricarla comunque non esita affatto. Capace di fare sempre la giocata giusta, si fa sempre trovare tra le linee, ma anche a destra e a sinistra, per giocare più palloni possibili. E come li gioca! Tecnica sublime, abbinata ad una discreta velocità, un po' nelle movenze ricorda David Silva, uno che, guarda caso, appena ieri è uscito da avversario al Bernabeu con una standing ovation di tutto lo stadio (gli unici che ricordo abbiano avuto tale onore fino ad ora sono stati Messi e Del Piero, non due qualunque). Formidabile nell'assist, nel passaggio filtrante, ma soprattutto nel dribbling. Ne hanno avute abbastanza di dimostrazioni i giocatori dello Zenit di Spalletti ieri, non si sa se più abbagliati o frustrati dal vedere il suo talento. E non chiedetegli di calciare in porta, perchè il suo destro, potente e preciso, è uno dei più interessanti di tutto il panorama europeo, e le sue traiettorie sono spesso imprendibili. Ma credo che non solo per il tiro, ma per tutto il suo repertorio tecnico, oggi Isco sia considerato uno dei talenti emergenti del calcio internazionale, e soprattutto, uno dei più concreti, che sicuramente, indipendentemente dal palcoscenico in cui si trovano di fronte, non stenteranno a crescere e migliorare ancora di più, fino a diventare uno dei giocatori più forti al mondo e raccogliere l'eredità di campioni come Iniesta, Villa e, per l'appunto, Silva. Le big europee, approfittando appunto della crisi finanziaria del Malaga, stanno già alle porte. Ma per il momento difficilmente interromperanno la bellissima favola, sua e della sua squadra, capaci di sorprendere sempre di più partita dopo partita. 

 
 
 

NON MOLLA NESSUNO

Post n°18 pubblicato il 17 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Tre, uno. Non è un conto alla rovescia interrotto, ma sono i due numeri che caratterizzano per ora questo campionato, o che hanno almeno caratterizzato quest'ultima giornata. 3, come le partite finora giocate da tutte le squadre, 1, come il primo posto, occupato appunto da 3 squadre, Juve, Lazio e Napoli. 1, come la prima volta che ben 3 squadre, dopo 3 giornate, sono prime a punteggio pieno. 1, come la prima volta in generale che Napoli e Lazio, negli ultimi anni, vincono 3 partite di fila. 3 a 1, come il risultato con cui tutte e 3 questi club ieri hanno annientato, chi in un modo, chi in un altro, i loro rispettivi avversari. Chi non ha mollato finora, dunque ancora non molla, a differenza di chi già aveva dato segni di cedimento nelle prime due giornate, e che continua ad avere rendimento altanelante. La Juve, con un'ennesima prova di forza, si riconferma squadra da battere. E quale miglior conferma può essere dei punti in classifica? 9, il massimo conquistabile. E, se con Parma e Udinese si era vista una squadra capace di vincere con facilità pur con il minimo sforzo, ieri si è vista una squadra che ha dimostrato di saper vincere anche soffrendo. I ritmi alti, l'intensità, il gioco, pilastri della scorsa stagione, per adesso possono anche aspettare, sostituiti da altri pilastri, quali l'ordine in campo, la grinta, la consapevolezza di essere i più forti, e soprattutto, che un top player in casa la Juve lo ha, e si chiama Mirko Vucinic (3 gol in quattro partite in stagione, per non parlare degli assist). Dopo un primo tempo giocato malissimo, il peggiore della Juve gestione Conte (e anche Carrera), con un Genoa in vantaggio per 1-0 (e sarebbe potuto essere molto di più), e un secondo senza strafare, la Juve supera in un colpo solo, con 3 gol in un tempo le paure legate a un campo maledetto (è la seconda vittoria negli ultimi 20 anni a Genova), all'impegno imminente di Champions e al turn over (quest'ultima, però resta, perchè, a differenza di Giaccherini, le "riserve" De Ceglie, Matri e Caceres non hanno convinto, e solo con l'ingresso di Vucinic e Asamoah la partita è cambiata). Tanta roba. Se la Juve del primo tempo è sembrata quella scabrosa del periodo Ferrara-Zaccheroni-Del Neri, quella della ripresa, per concretezza e facilità di raggiungere i risultati, è sembrata quella del periodo d'oro Lippi-Capello, chissà che invece, non sia semplicemente quella di Conte, che per adesso stravince, e presto potrebbe di nuovo straconvincere. L'attesa per capire che valore reale abbia la Juventus non è lunga, basta aspettare l'impegno di dopodomani nella tana dei campioni d'europa. Chi, come i bianconeri, non ha dato per adesso alcun segno di cedimento, sono ancora una volta Lazio e Napoli. Nessuno si sarebbe immaginato la loro vittoria in questo turno. Sorprendono entrambe per concretezza, i biancocelesti grazie agli inserimenti di campioni come Hernanes e Klose, i partenopei ad un contropiede fulmineo orchestrato dai soliti tenori (primo gol in A di Insigne). Tra queste 3 squadre, per adesso, sembra davvero una gara di nervi, e ora il dubbio sorge: chi resisterà di più? Diciamo 3 squadre, ma non fosse per un misero punto di penalità, dovremmo collocare nell'attuale Olimpo del campionato anche la matricola blucerchiata targata Ferrara, anch'essa capace di confermarsi ancora, vincendo in un campo ostico come quello del giovanissimo Pescara, ancora a 0 punti, eppure con tanti talenti (occhio a Caprari). Come per la Lazio, io ho dubbi sul mantenimento di questi ritmi della squadra di Genova, anche perchè Ferrara ha abituato a partenze fulminee (chi non si ricorda i 15 punti nelle prime 5 partite con la Juve di Diego, e i 40 nelle restanti 33 partite?). Fatto sta che questi sono comunque punti fondamentali già per la salvezza, e se conquistati in campi come Pescara e Milano, per i Ferrara boys valgono anche doppio. Per il resto, la serie A è un gioco di cedimenti: ha ceduto il Toro, che ieri sera, pur mostrando grande gioco e un Salvatore Masiello terzino in versione super, ha perso la prima partita e preso i primi due gol del campionato, da un Inter, che aveva già ceduto la settimana scorsa, ma che in trasferta si conferma tutt'altro che una provinciale (così non facciamo arrabbiare Stramaccioni) e, anche se il gioco spettacolo delle prime partite non si è rivisto, le giocate di talenti come Cassano e Milito (non Snejider) non sono mancate, così come finalmente si è vista una certa solidità difensiva, grazie a due giovani che comporranno la coppia futura dell'Inter (e anche quella presente): Juan Jesus e Ranocchia. Se per il secondo si tratta di un recupero, per il primo possiamo parlare di un vero e proprio crack: fisico, velocità, posizione, tempismo negli anticipi ed eleganza, uno che sta meritando di poter essere confermato al fianco di Thiago Silva non solo nella nazionale olimpica. La Roma di Zeman, che una settimana fa era diventata la squadra da battere improvvisamente, ora è sorprendemente di nuovo una squadra normale. Sì, fare calcio spettacolo nei primi 45 minuti, subire 3 gol in casa nei successivi 45 e perdere 2-3 con il Bologna di Diamanti è da Zeman, ma forse nessuno, nè prima della partita, nè tantomeno all'intervallo, se lo sarebbe aspettato, tranne me, sempre convinto che la Roma quest'anno costruirà le basi per una stagione prossima ad altissimo livello, ma che quest'anno farà solo divertire, quando i suoi tifosi, quando quelli delle altre squadre, e non vincerà ancora niente. Come molto probabilmente il Milan, che però, a differenza della Roma, gioca un calcio non divertente, ma deprimente, un po' per colpa dell'allenatore (ridimensionato dopo le partenze di Ibra e Thiago), molto per colpa di chi ha allestito una squadra in cui l'unico giocatore che non è da metà classifica o bollito è Boateng, per niente dei giocatori, che, sinceramente, sono quelli, e non possono cacciare la scienza ogni domenica, come aveva fatto Pazzini due settimane fa. Il vero Milan, quest'anno sarà quello di sabato sera, con al massimo un miglioramento del gioco, ma senza neanche troppi margini di progresso, a meno che non si interviene in maniera forte sul mercato (ma poi sorgerebbe un altro problema: chi mette i soldi?). Chiudiamo con alcune storie: quella di Immobile, che segna e gioca una grande partita contro quella che poteva essere la sua squadra futura, ma forse ora non più dopo quella esagerata esultanza. Quella di Gilardino, che sta vivendo, come Baggio e Di Vaio, una brillante seconda carriera (per lui anzi è la terza). Quella di Toni, che ritorna nella sua Firenze (anche lei, sorprendente, grazie a super JoJo) e ritorna anche al "suo" gol, a 36 anni suonati. Quella di Sannino: venerdì Zamparini aveva dichiarato:"può perdere anche altre 6 partite che non lo caccio", invece lui fino al 90esimo stava portando a casa i 3 punti, alla fine ne ha portato uno contro un Cagliari per il quale era anche una partita già di vita o morte. Risultato, quello più prevedibile: l'esonero. Purtroppo Sannino ha una rosa di ugual valore di quella del Pescara, ma non ha il suo presidente. 

 
 
 

ADAMA TRAORE' - UN MISSILE A DESTRA

Post n°17 pubblicato il 14 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Inutile dirlo, inutile ripeterlo, inutile ricordarlo, ma, oggigiorno, non esiste vivaio più promettente, più prospero e ricco di talenti, dai piccoli amici sino alla primavera, di quello catalano, e non esiste "cantera" più promettente di quella del Barcellona. Il segreto? più che un segreto è un modo di fare, di agire, di comportarsi che dovrebbe essere d'esempio e comune a tutte le squadre d'europa, specialmente quelle di un certo prestigio, per puntare maggiormente sui giovani, un po' per dovere (sono loro il futuro di ogni società, loro sono la garanzia del calcio), un po', visti i tempi che corrono, per necessità, dato che la crisi economica è giunta da un po' anche nel mondo del calcio, e mentre sono sempre meno i magnati o gli sceicchi disposti a spendere di tasca propria ed investire sui più forti (e più costosi) talenti del mondo, sono sempre più le società che sono obbligate (anche per entrare nei parametri imposti dal fair-play finanziario platiniano) ad attuare una politica meno costosa, ma più lungimirante e produttiva: quella dell'investimento sui giovani. Perseguire il metodo "cantera" è piuttosto semplice: scovare sin dai bambini di 7-8 anni i talenti più puri del calcio, ed immedesimarli subito in uno stile di vita, fatto di scuola calcio come scuola di vita, intesa come scuola e calcio, farli godere dei diritti, ma anche farli rispondere ai doveri del calciatore sin da bambini, fargli vivere la passione come lavoro (e il lavoro come passione), e soprattutto, darle un'impronta tattica ben definita, quella del 4-3-3, del possesso palla, del "tikitaka". Ed è così che ogni anno si vedono emergere una marea di talenti, che la stagione successivi sono portati in prima squadra, dove hanno molte occasioni di giocare, inseriti in uno schema tattico già ben definito e che loro, tral'altro, dopo anni di accademica scuola calcio, hanno ormai imparato a memoria, creando difatti un circolo virtuoso. E mi sono accorto del ritardo del sistema giovanile italiano (non dei talenti, ma del sistema) rispetto a quello europeo osservando le partite della cosidetta Champions League under-19, la NextGenSeries, dove il Totthenam, che appena una stagione fa aveva battuto l'Inter di Stramaccioni (poi diventata campione d'Italia Primavera), ha perso ieri in casa, in un White-Hart-Lane delle grandi occasioni, 2-0 proprio contro i Blaugrana. Ma la partita è sembrata tutt'altro che di squadre under 19: tante ottime (e dico ottime) individualità, tanta intensità, tanto gioco, che sembrava una partita di Champions, quella vera. Tra le ottime individualità, una di quelle che mi ha stupito di più (e dopo spiego che intendo per "stupire", non il giocatore più forte) è Adama Traorè, un missile tutto forza e accelerazione alto 178 cm, blindato dal Barca fino al 2015, pilastro della sua nazionale spagnola di categoria. E' un giocatore che presenta ancora notevoli margini di miglioramento, che per adesso si esprimono come "limiti": si esenta spesso dal gioco, e, soprattutto, non ha ancora trovato valide alternative al suo gioco, ottimo ma prevedibile. il bello è che, Adama Traorè, pur essendo prevedibile, nel puntare il terzino avversario sul fondo a destra, saltarlo secco sempre dalla destra e mettere il pallone basso in mezzo dopo una percussione in area, è allo stesso tempo, per ora, imprendibile: il suo scatto, la sua accelerazione, è talmente bruciante, che i terzini avversari, pur predisponendosi per la fase difensiva, consci della sua giocata, vengono sempre, puntualmente bruciati dallo scatto di questa vera e propria forza della natura. Un po' ricorda Krasic (nella speranza che non faccia la sua stessa fine), perchè Traorè è davvero la classica ala destra, abbinata alla forza fisica e alla resistenza necessaria per il calcio moderno. Nella partita di ieri, il terzino sinistro inglese Stewart, anch'egli un buon prospetto, e dotato di un'ottima velocità e falcata, sembrava un bradipo in confronto allo spagnolo, che puntualmente lo umiliava sulla destra. Dicevo che è il giocatore che mi ha stupito di più. Ieri, vedendo quella partita, c'erano anche altri giovani prospetti, che per tecnica, classe e talento erano addirittura superiori ad Adama, ma lo spagnolo mi ha stupito letterarmente più degli altri, per due motivi: il primo è che Traorè, pur conoscendo a memoria il gioco del barca, mi è sembrato un giocatore allo stesso tempo non dipendente dallo stesso gioco catalano. Mi spiego meglio: molti giocatori di Zeman, imparando a memoria i suoi letali movimenti d'attacco, hanno ricevuto il picchio della loro carriera, indipendentemente dall'età, proprio allenati dal tecnico boemo: Vucinic è un talento, ma con Zeman aveva anche continuità; Insigne, Immobile, Verratti, Crescenzi, sono all'improvviso esplosi con lui; Florenzi, Tachstidis, Marquinho, Lamela, lo stanno facendo, avendo avuto anche loro nel giro di poche settimane una crescita esponenziale. La stessa cosa accade con il gioco del Barca: fuori dalla loro casa, questi talenti non sempre sono riusciti ad esprimersi, oppure si sono affermati in maniera minore: è il caso di Bojan e Giovani Dos Santos, e anche di allenatori, basti pensare a Luis Enrique e Guardiola, che fuori dal guscio blaugrana non si sono ancora ripetuti. Anche Messi nell'Argentina, che forse ha pure più campione del Barca, sembra suo fratello non gemello. Ebbene, tornando a Traorè, sembra che questo calciatore, per le sue caratteristiche, che non sono solo fraseggio corto, tagli e tikitaka, ma anche una forza fisica imponente nonostante la non elevatissima altezza, tanta resistenza, e soprattutto una sorprendente grinta e personalità, di cui spesso molti talenti blaugrani, fuori dal Barca, sono deficitari, sia pronto per qualsiasi squadra, e non rischi di bruciarsi come suoi colleghi illustri. La seconda ragione sta nella nazionale in cui Traorè è protagonista, che è sì quell Spagnola di categoria, ma addirittura under 16: vedere un giocatore del 96 fare la differenza contro altri di 2-3 anni più grandi (e, credetemi, anche un anno di differenza, in queste categorie, per esperienza e crescita fisica e tecnica, vuol dire moltissimo) non è da giocatori di tutti i giorni. Ecco perchè, se un giorno il Barca se lo lasciasse scappare, nessuno dovrebbe farsi sfuggire questo affare, questo calciatore che vederlo ora sembra il Krasic che la prima stagione incantava alla Juve, con la differenza di avere "appena" 12 anni in meno del pur giovane 27enne serbo.

 
 
 

MATTEO MONTORSI - PRONTO PER LA A

Post n°16 pubblicato il 12 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

E' incredibile come, a volte, l'informazione, i giornali, i media, siano davvero strani, anche e soprattutto nel mondo del calcio e del talent scouting. Esistono giocatori che, pur giocando in categorie minori, per un gol, una giocata, un qualsiasi motivo, iniziano a godere di un certo appeal, di una certa fama e notorietà, iniziano ad essere considerati talenti, stelle del futuro. L'effetto mediatico attorno a loro è talmente devastante che subito passano sotto l'osservazione, o meglio l'attenzione, di tutti, e vedono all'improvviso cambiare la loro carriera. Sono molti i giovani che hanno avuto questa fortuna, che spesso è addirittura maggiore del loro vero valore. E infatti sono tanti quelli che, dopo un avvio di carriera dirompente, ora sono smarriti, o quantomeno in via di smarrimento. Non me ne voglia Santon, è il secondo post consecutivo che lo cito come esempio non proprio brillante, ma è il primo che mi viene in mente: è bastata una prestazione buona in Coppa Italia contro la Roma 5 anni fa, che tutti hanno cominciato a parlare di talento strepitoso: subito titolare con l'Inter e convocato in nazionale. Ora, invece, a 23 anni scalda la panchina nel Newcastle. Stessa cosa si può dire per Paloschi: esordisce col Milan gli ultimi minuti di una partita già chiusa e ha la fortuna di segnare. Tante speranzosi vedevano in lui il nuovo Inzaghi, ora invece è quasi un "desaparecidos". E, per par condicio, citiamo anche un bianconero: Frederik Sorensen, uno che la Juve 3 anni fa non sapeva neanche che esistesse alla Play Station: Del Neri per esigenze lo schiera titolare, in una delle più brutte stagioni di sempre bianconere, lui le prime due partite sorprende per la forza fisica, poi pian piano si spegne, e ora è un esubero anche a Bologna. In effetti non che avesse particolari dote tecniche lui, ma è un esempio per spiegarvi come non sempre la fortuna aiuta gli audaci, o, se gli aiuta, non sempre comunque aiuta i più forti. Perchè poi, se si osserva nei campionati primavera, si trovano giocatori sconosciuti, di cui appena i telecronisti si ricordano il nome. Giocatori che, però, veramente ti sorprendono, e che addirittura potrebbero essere già pronti pure per diventare professionisti. Per curiosità, poi indaghi su Wikipedia, su Youtube, ma non trovi nulla a riguardo, forse solo perchè non fanno parte del vivaio del Barcellona, o perchè non hanno ancora fatto un gol da centrocampo. E invece, questi sì, sono talenti puri, in attesa di essere notati, sponsorizzati. Ora ci provo io a sponsorizzarne uno attraverso questo articolo, nella speranza per lui che qualcuno, alla lettura del blog, possa essere spinto dalla curiosità e decidere di guardare qualche partita del Bologna primavera (che tral'altro 3 giorni fa ha schiantato il Milan 3-0), così che possa essere anch'egli sorpreso da questo futuro campione, e possa iniziarlo a farlo conoscere, magari mettendo qualche video su youtube, dato che io non sono esperto. Tanto (questa non è una speranza ma una certezza) la stoffa, il talento di questo calciatore si può notare anche vedendolo per appena 10 minuti. Il giocatore in questione è tale Matteo Montorsi, classe 1994, uno che ha fatto tutta la trafila giovanile del Bologna, e che quest'anno è leader indiscusso della sua squadra. Alto sull'1,75 m, è un trequartista puro, uno la cui classe si può vedere anche dal più semplice controllo palla. E, sinceramente, di giocatori che, alla sua età (e non solo) accarezzano il pallone come lui, ne ho visti davvero pochi. E' uno che col sinistro (ma dispone anche di un ottimo destro), fa praticamente ciò che vuole. Non velocissimo, ma quando accellera, o comunque nasconde la palla agli avversari, sono guai per tutti. Tecnica sublime, ricorda un po' Del Piero, un po' Baggio, anche se, per non azzardare subito paragoni, mi limito a considerarlo per ora come un nuovo Pastore. Velocità di esecuzione agghiacciante, si prende e si libera del pallone senza essere praticamente mai fermato, e quando lo si cerca di  fare, si ricorre sovente al fallo. Bravo anche spalle alla porta, a difendere il pallone e a girarsi con un controllo a seguire riuscendo a liberarsi anche dell'attaccante che prova a marcarlo stretto. Ottimo pure nella visione di gioco, letale in attacco, uomo in più a centrocampo, uno che dà davvero del tu al pallone. Ma, oltre alla tecnica, davvero comune a pochi, sono 3 le altre caratteristiche di questo giocatore che mi hanno sorpreso tanto da poter esser certo del suo brillante futuro. La prima è la sua continuità: molti giocatori, in queste categorie, fanno intravedere grandiosi sprazzi di talento, ma con il deficit dell'incostanza, nell'arco dei 90 minuti, nell'arco di un campionato. In lui, invece, è sorprendente la continuità di palloni giocati in una partita, e vederlo sbagliare un passaggio, o perdere un pallone, è evento davvero raro. La seconda è la maturità dimostrata, la personalità, la grinta di questo giocatore. In campo sembra essere un veterano, sia nelle movenze del corpo, come se non bastasse la tecnica, sempre a protezione del pallone, nonostante non sia un armadio, sia per la grinta nel giocare ogni pallone, grinta che ha ma che riesce addirittura a non lasciar trapelare con la sua tecnica, che gli permette di fare tutto molto facilmente. La terza è l'umiltà, di chi è consapevole ogni partita di mettere in mostra un talento ad altri per ora ignoto, di chi non eccede mai nella giocata fine a se stessa o all'umiliazione dell'avversario, ma solo fine al bene della squadra. Caratteristiche rare addirittura a molti presunti campioni, figurarsi a giovani acerbi della Primavera. C'è una cosa per cui potrebbe Matteo Montorsi essere già famoso: è omonimo del famoso calciatore, tra le altre squadre della Juve, degli anni '80 Roberto Montorsi, protagonista di un calcio senza Twitter, Youtube e talkshow, in cui diventavi qualcuno solo se valevi, e non se ti affermavi grazie ad altri strumenti. Rievocando i bei tempi passati...

 
 
 

MATTIA DESTRO - PRESENTE O FUTURO?

Post n°15 pubblicato il 10 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Se il buongiorno si vede sempre dal mattino, allora quando Massimo Moratti, in uno dei suoi tanti affari Preziosi, nell'estate 2010 per il doppio colpo Milito-Thiago Motta dal Genoa tra i tanti giovani della Primavera che inserì nella trattativa mise anche all'epoca l'attuale bomber della Primavera nerazzurra Mattia Destro, doveva essere stata per lui davvero una mattinata piovosa e scusa. Perchè in realtà, per Mattia Destro (Ascoli Piceno, 20 Marzo 1991) il mattino della sua carriera era stato davvero splendente e soleggiato: a 18 anni era il capocannoniere del campionato Primavera, ben 18 gol con la maglia dell'Inter, e pilastro di quella squadra che tra i tanti talenti vedeva anche Joel Obi, Davide Santon, Luca Caldrlola. Ma, ironia della sorte, il primo dei tanti paradossi che ha vissuto la sua giovane carriera, fu l'unico tra questi a non aver mai esordito in prima squadra. Dava l'idea, Mattia Destro, di uno di quei tanti calciatori che giocano da fenomeni nei campionati giovanili per strapotere fisico rispetto agli altri pari età, ma che poi subiscono un rallentamento nella loro crescita tecnico-tattica e tardano ad affermarsi nel calcio che conta. O meglio, era questa l'impressione che Moratti, Branca e Ausilio avevano del giocatore, e trasmettevano ai media. Mentre Santon esordiva e brillava in prima squadra, Destro era dimenticato tra le riserve del Genoa. Ma, secondo paradosso, ben presto l'Inter si accorse di aver sbagliato. Il Genoa (che aveva una metà del giocatore e diritto di riscatto dell'altra ancora appartenente all'Inter), è una squadra dove tutto passa molto velocemente, e in cui ogni stagione è un'autentica rivoluzione, e quindi ogni partita un test per tutti quei giocatori per cui si è speso molto di dimostrare di valere tutti quei soldi e meritarsi il rebus della riconferma. Per questo, per un ragazzo acquisito quasi gratis come Destro, furono riservate davvero poche chances, 2 per l'esattezza: 15 minuti in un Chievo-Genoa, con risultato 3-1 per il Genoa, e 90 minuti in una partita di Coppa Italia. Il risultato fu di 2 gol in altrettante partite, ma Genoa eliminato in coppa e quindi per lui occasioni terminate. Ma Preziosi, più perspicace rispetto a Moratti, lo riscatta del tutto nell'affare Ranocchia, e lo manda in comproprietà al Siena per dargli la possibilità di giocarsi le sue carte in una squadra di A con meno concorrenza e frettolosità del Genoa. Il tutto mentre Santon è passato dalla gloria al dimenticatoio, e ora è una riserva qualunque del Newcastle. E al Siena, guarda un po', Mattia segna 12 gol, mette in mostra la sua forza fisica, la sua tecnica, la sua rapidità, il suo colpo di testa, il suo dribbling, il suo senso del gol, il suo tiro, la sua capacità di sapersi muovere su tutto il fronte d'attacco, saper ricoprire tutti i ruoli d'attacco, e di essere spietato sia in area che in contropiede, e gioca un ruolo primario nell'ennesima salvezza del Siena. Ed è qui che sorge ancora un altro paradosso. L'estate appena conclusa Destro diventa l'oggetto del desiderio praticamente di tutte le squadre più forti della nostra serie A, dalla Juve alla ricerca del top player che mai è arrivato, al Milan, senza Ibra, al Napoli, senza Lavezzi. Perfino l'Inter, conscio dell'ennesimo errore di mercato, e alla ricerca del vice Milito, fa di tutto per riaverlo, consapevole del fatto che spesso i treni nella vita passano una sola volta. Come se non bastasse, il Siena (che della seconda metà di Destro aveva solo il prestito) capisce che quello poteva essere il giro giusto in cui inserirsi, e riscatta la metà del giocatore. Per acquistarlo, quindi, bisognava instaurare due trattative, una vera e propria bagarre, in cui ognuno badava solo al primo vigneto. Destro è praticamente diventato il vero oggetto del desiderio di tutte le squadre più forti di A (e non solo) e il vero colpo di mercato per chi l'avesse acquistato. Ma anche qua, alla base di tutto, c'è un malinteso: Destro è sì il desiderio di ogni team, ma in un primo momento lo doveva essere non per quello che è ora, ma per quello che sarebbe dovuto essere, e non perchè il più forte, ma perchè, cercando tutte un attaccante, le squadre italiane vedevano in lui il giocatore più conveniente in base al rapporto qualità-prezzo-età. Alla fine è finito alla Roma di Zeman che (guarda un po') era la squadra che ne necessutava di meno, in quanto aveva già un Destro in casa, Pablo Osvaldo. E così Destro è diventato, per Juve, Milan e Inter, che volevano lui ma sognavano Van Persie, Kaka e Lucas, da seconda scelta a grande rimpianto estivo, in quanto alla fine è arrivato Bendtner, e Cassano e Pazzini si sono solo scambiati il rosso col blu. Per la Roma, in virtù dei 12 mln del suo cartellino (pochi ma tanti), è diventato dal giocatore col miglior rapporto qualità-prezzo-età il giocatore più pagato. E da scommessa del nuovo corso di Prandelli, si è trasformato in stella della nazionale. Tutti questi cambiamenti in un'estate che Destro ha passato non sul campo, ma (giustamente) in meritata vacanza. Così, ora che ha deluso alla prima con la Roma, è stato in panchina in nazionale entrando solo gli ultimi minuti e combinando poco, e gli è stata rubata la scena da Osvaldo con entrambe le maglie, per molti Destro sta diventando un po' la delusione di questo inizio di stagione, perchè tutti credono che possa da solo essere l'arma in grado di cambiare la faccia della Roma e della Nazionale. Non per meriti-demeriti suoi, Destro è vittima di un altro, ennesimo paradosso della sua carriera, ancora giovanissima. E' stato trasformato dai media da ottimo giovane a campione, il tutto nel corso di un'estate in cui non ha mai giocato, e ora rischia (come Santon) di vedere non ripagate da lui le speranze di tutti e trasformarsi di nuovo in giovane inespresso, come lo era per Moratti 3 anni fa. Morale della favola: spesso a decretare il valore di un giocatore, e a fargli fare il salto di qualità non è il campo, ma la tv, i media, e le tante pressioni che inevitabilmente cadono su un giocatore e rischiano di farlo bruciare. Mattia Destro è uno straordinario attaccante, ha un futuro davvero roseo davanti a sè, ma solo se gli si toglie tutta la pressione che sta avendo in questo momento. Destro per molti è il top player, è il grande colpo estivo, è il presente; Destro invece è anche il presente, ma è soprattutto un attaccante che ha alle spalle finora una sola stagione di A, con 12 gol, tanti, per essere la prima, ma neanche 30. La cosa più importante per il calcio italiano è che Mattia Destro debba essere il futuro, e questo non può accadere con tutta la pressione che lui ha addosso. Nella speranza che domani, con la nazionale, segni il suo primo gol in azzurro, e che il giorno dopo non tutti lo riacclamino come il nuovo Van Basten, per poi rimanere delusi se la partita successiva di campionato non fa neanche un gol. Parlare meno dei giovani, e farli giocare, questa è l'arma vincente.

 
 
 

SANI EMMANUEL - UN GIOIELLO SOTTOVALUTATO

Post n°14 pubblicato il 08 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Sarà che è già stato in prova nel corso della sua ancora brevissima carriera in squadre come come Chelsea, Totthenam e Panathinaikos (dalle quali è stato tutte e 3 le volte scartato), sarà che ogni tanto davanti alla porta vive attimi di follia e sbaglia cose impossibili, sarà che in Italia i precedenti di folletti africani tutto scatto come lui non hanno avuto molta gloria (basti pensare ad ObaOba Martins), che alla Lazio al momento del tesseramento di questo giovanissimo ragazzo del 23 dicembre 1993 molti erano scettici, nonostante con 5 gol fosse stata l'autentica rivelazione, nonchè miglior giocatore del Mondiale under 17 nel 2009, tanto che sono subito sorti i paragoni, e si è iniziato a definirlo come il nuovo Makinwa. Invece, questa volta Claudio Lotito, acquistando la scorsa stagione Sani Emmanuel dall'FC Bodens, dopo che fu tenuto in prova da diverse squadre, sembrava davvero aver scovato un autentico gioiellino. Purtroppo per lui però, e per la Lazio che non sembra ancora aver deciso di puntare sui giovani come altre società in Serie A (non a caso in questa stagione è una delle squadre più "vecchie" come età media), quest'anno ha pensato bene di venderlo in comproprietà alla Salernitana, in Lega Pro seconda divisione, la vecchia c2 per capirci. Ma come può uno dei migliori prospetti del calcio giovanile, miglior giocatore ai mondiali under 17, dove nelle edizioni passate furono scoperti giovani come Fabregas e Anderson, assoluto protagonista la scorsa stagione nella Lazio arrivata in finale del Campionato Primavera, ora giocare in una squadra che una stagione fa faceva la serie D? Di sicuro, avendolo visto giocare più volte, posso assicurarvi che questo giocatore è tutt'altro che un bidone, e che anzi, nell'ultima stagione è addirittura migliorato moltissimo in termini di intensità e velocità rispetto a quel campionato del Mondo dove lui e la Nigeria stupirono tutti arrivando in finale di quel Mondiale. E' un po' la sua caratteristica fino ad ora, questa: arrivare ad un passo alla vittoria di un mondiale e perdere in finale, arrivare ad un passo della vittoria dello scudetto primavera e perdere in finale, arrivare ad un passo dall'esordio in Serie A e finire in Lega Pro. Eppure, Sani Emmanuel è un gioiellino davvero, per adesso sottovalutato o incompreso. Può svolgere tutti i ruoli d'attacco. Ad inizio carriera giocava da punta, centravannti atipico, di grande movimento, facendo valere la sua tecnica, la sua agilità e la sua atleticità, nonostante il metro e 70 per 70 kg. Spesso si allarga a destra, per favorire inserimenti centrali e poter usufruire anche lui della sua potenza e velocità. Sani Emmanuel i movimenti del centravanti li conosce alla perfezione, sa quando deve aggredire per prendersi i palloni vaganti o le seconde palle in area, o quando deve temporeggiare per liberarsi con una finta di corpo dell'avversario, oppure anticiparlo grazie alla sua dinamicità e bravura negli stop a seguire. Ma una delle sue caratteristiche più importanti è quella di fare sempre movimenti in profondità e dettare il lancio: in quel caso, con i suoi tagli, è un costante problema per le difese, avversarie, anche perchè poi, nonostanti alcuni (ma pochi) clamorosi e sporadici abbagli, sottoporta è molto freddo, avendo la tecnica, la coordinazione e la potenza di tiro necessaria per esserlo. E non chiedetegli di saltare anche il portiere, altrimenti, ogni qualvolta ve ne fosse la possibilità, lo farebbe subito. Ambidestro, è portato a fare sempre un grande movimento, spalle alla porta ma anche tentando il dribbling con la sua velocità, e, quando gli capita di voler esagerare e perde palla, Sani non esita a tentare a recuperarlo: questo è Emmanuel, fumoso e concreto, veloce e arcigno. Nell'ultima stagione alla Lazio, però, è esploso (11 gol, mica pochi) giocando come attaccanti sinistro, dove, riesce davvero a fare quello che vuole: sfrutta maggiormente le sue doti strabilianti nell'uno contro uno, grazie ad una agilità di gambe paurosa nello stretto con la quale riesce sempre a nascondere e far comparire quando vuole il pallone agli avversari, ma anche alla sua velocità e accelerazione nell'allungo; riesce ad inventare assist e giocate per i compagni, e con i suoi tagli in area di rigore è spesso letale anche in termini di gol. Essendo ambidestro, inoltre, da quella posizione può indistintamente o cercare il fondo per cross quasi sempre precisi oppure accentrarsi verso il centro del campo, dove spesso dialogava con il suo compagno Barreto, con il quale si divideva anche i compiti di calciare dal dischetto. Si divideva, perchè adesso, nella Salernitana, a calciarli molto probabilmente sarà lui, nella speranza che non confermi la sua fama di eterno secondo, e non tentenni a esplodere definitivamente. Il rischio di perdersi nell'anonimato, in un campionato di quarta divisione, c'è eccome, e per far sì che ciò non accada molto dipenderà da lui, che dovrà dimostrare ancora di più di quello che ha fatto finora, che evidentemente è stato tanto ma non è bastato, ma dipenderà anche da altre squadre di Serie B o A, chè non si lascino sfuggire l'occasione di strappare questo gioiello sottovalutato a Lotito, incapace di valorizzarlo.

 
 
 

PEDRO OBIANG - TUTTOFARE BLUCERCHIATO

Post n°13 pubblicato il 06 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Apparentemente non ha nulla nel suo curriculum per far sì che possa essere considerato solo oggi una sorpresa: dal 2010 che è alla Sampdoria, dal 2008 che è in Italia (per lui anche due stagioni nella primavera blucerchiata, quella più ricca di talento in quegli anni), ha vissuto la scorsa stagione da titolare in B nella squadra che ha dominato il campionato. Apparentemente non ha nulla per essere definito un "duro": soprannominato "El perico", il pappagallo, per un naso non proprio lineare e un paio di occhialoni larghi, osservandolo fuori dal campo sembra uno di quei "nerd" (traduzione: secchioni, per chi non lo sapesse) americani derisi nei college e a scuola. Timido, molto, anche quando parla, quando si muove. E poi spagnolo, razza latina, che di certo non è ricordata per essere fortemente "maschia". E invece, guardando le partite della Sampdoria di questo inizio di stagione, ti verrebbe subito da dire: ma chi è quel giocatore nero (non in senso razzista) che corre come un pazzo?" "Obiang" "Ah". Neanche il nome crea stupore. Forse molti se lo ricordano le scorse stagioni, giovanissimo, con meno grinta, tecnica e personalità. E invece è proprio lui, Pedro Mba Obiang, che dopo due stagioni quasi di anonimato in Italia, quest'anno sta stupendo tutti, e peccato che abbia "già" 20 anni. Vuol dire che sin da quando ne aveva 16 e la Samp, prendendolo dalla cantera dell'Atletico Madrid, decise di puntare su di lui, ci aveva visto molto bene, più di quanto possa fare Obiang senza occhiali, ma in campo per fortuna usa le lentine. Fisicità non proprio massiccia (185x75), ma atleticità imponente, il suo ruolo preferito è quello di "volante" (per dirlo alla spagnola) davanti alla difesa, ma gioca tranquillamente anche da interno di centrocampo, ed anzi è in quel ruolo che quest'anno con Ferrara si sta mettendo in mostra. E' uno degli artefici del meraviglioso centrocampo sampdoriano, che ha ricevuto valanghe di applausi contro il Milan, e si è confermato contro il Siena. Migliore in campo in queste due partite? sempre Obiang. Non sarà un caso, infatti, che il mister napoletano (che con i giovani ci sa fare), nonostante l'arrivo di Maresca, abbia preferito tenere in panchina giocatori del calibro di Tissone e Munari, dando fiducia, per adesso completamente ripagata, al giovane spagnolo adottato dall'Italia. Non avrà la tecnica dei suoi compaesani, ma con i piedi ci sa comunque fare. Non è neanche un fulmine di guerra, ma è comunque un giocatore che a centrocampo non ti lascia tregua, ma lo trovi sempre a pressare e a ringhiare, interprete perfetto per un centrocampo che vuole anzitutto annientare quello avversario per poi imporre il proprio gioco, come quello sampdoriano. Obiang lo trovi a destra e un attimo dopo a sinistra, lo trovi a spazzare un pallone o a lottare in un corpo a corpo nella sua area e un attimo dopo a proporsi al limite dell'area avversaria. Uno che quando si tratta di combattere, di non avere paura, non si tira mai indietro. E neanche quando si tratta di giocare a calcio: dialoga ottimamente con i suoi compagni di reparto, è uno che ama portare palla in avanti a centrocampo per iniziare la manovra offensiva, spesso salta l'uomo, e dopo un dai e vai lo trovi già ad inserirsi in area di rigore. Non è il massimo di eleganza, ma di dinamicità e concretezza sì. Da affinare un po' la tecnica, anche se Obiang non è il classico giocatore spezzagambe di centrocampo, ma le basi tecniche ci sono eccome. Spesso e volentieri arriva anche al tiro in porta, ed è sempre un pericolo per le difese avversarie quando centra la porta: la potenza non si discute, la precisione un po' meno, ma anche qui ci sono moltissimi margini di miglioramento. Tuttavia, ciò che sorprende maggiormente di questo giocatore nell'attuale stagione è la grande maturità, di uno che corre come un 20enne (dopo tutto ha sempre il sangue africano, la sua prima vera nazionalità, Papua Nuova Guinea) e ragiona come un 40enne, e soprattutto la personalità: ha tutto per poter diventare un leader futuro del centrocampo della nazionale spagnola (dove ha già debuttato in under 17 e 19, e occhio che le sue origini anche italiane non facciano sì che possa diventare un giocatore comodo anche per l'azzurro dell'Italia), che ha preferito a quella della sua terra d'origine, perchè ha fiducia in se stesso e crede di poter sfondare anche là, e di qualche squadra ancora più forte della Sampdoria. Anche se un leader della Samp lo è già, e (se conferma queste prestazioni), è un calciatore già pronto a essere il vice Vidal o il vice Guarin, e che avrebbe fatto davvero molto comodo al Milan, in cerca di freschezza a centrocampo e di un giocatore con queste caratteristiche, viste la non tenera età di Ambrosini, l'addio di Gattuso, la non affidabilità di Traorè e le prestazioni non convincenti di Nocerino in questo avvio di stagione. Per adesso, Obiang si è divertito a far stancare, a stupire e a battere i giocatori milanisti. Un suo punto debole sta forse nella gestione delle risorse. Obiang oltre ad avere tutte le caratteristiche di cui abbiamo parlato, è un giocatore molto generoso, che in campo non si risparmia mai e dà sempre il 100 x 100. E ora nel carburante ha appena fatto il pieno. Un po' di difficoltà emergeranno quando la condizione fisica calerà. E' successo anche l'anno scorso alla Sampdoria, quando, dopo aver avuto un calo nella prima parte di stagione, è definitivamente emerso a Gennaio, ha preso per mano il centrocampo e ha contribuito pesantemente alla promozione. Quando dimostrerà di saper gestire maggiormente le sue forze nell'arco di un campionato, e crescierà ulteriormente anche da un punto di vista tattico (anchre se per questo la scuola italiana non potrà che fargli bene), potremo parlare davvero di un grandissimo giocatore. In Spagna già molti lo avevano etichettato come il nuovo Xabi Alonso, ma a mio modesto parere ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo Davids. Per adesso ha già stupito tutti, e d'ora in poi, quando vedranno un giocatore vestito di blu dominare in mezzo al campo, e alla domanda chi fosse riceveranno come risposta "Pedro Obiang", più nessuno farà la faccia come per dire: "Chi è codesto Carneade?"

 
 
 

ALEX DEL PIERO - AUSTRALIAN TOP PLAYER

Post n°12 pubblicato il 05 Settembre 2012 da Pinturicchio94
 

Vi presento un attaccante davvero molto, molto forte. E' una seconda punta, che nella sua carriera ha fatto anche il centravanti, la mezzapunta, l'ala. E' abilissimo nell'uno contro uno, nel dribbling, è ambidestro e ama concludere sempre a giro sul secondo palo. Tecnica sopraffina, segna e manda in porta i compagni con giocate spettacolari, come le sue punizioni. Leader sul campo, leader anche nella vita. Attualmente molto più forte di Bendtner, Quagliarella, Matri, sarebbe il top player ideale per la Juve. Già, perchè se non avete capito di chi sto parlando (uno sconosciuto 38enne, Alex Del Piero), sarebbe stato utilissimo ancora sul campo alla Juventus, più di qualsiasi altro top player, sarebbe stato utilissimo e basta, più di qualsiasi altro. Ma è inutile provare malinconia per un giocatore che quest'anno avrebbe giocato la sua ventesima stagione in bianconero, con la possibilità di vincere il suo nono scudetto, la seconda coppa italia, la seconda Champions, con la possibilità di migliorare ancora tutti i suoi record. Ha dato tutto alla Juve, a dato tutto al calcio italiano, ha dato tutto a tutti noi. Ed ha ricevuto tutto dalla Juve, dal calcio italiano, da tutti noi, comprese le critiche dei detrattori, che lo hanno reso sempre più forte, invecchiando, un po' come il vino. E Del Piero è un po' come il vino, capace di farti piacere, di farti piangere, di inebriarti, di ubriacarti, così come fa in campo. Ma Del Piero non è solo un top player, non è solo una bandiera, un fenomeno, Del Piero è qualcosa di più, Del Piero ormai è diventato un marchio, Del Piero è una personalità, Del Piero è stile, un uomo che ha costruito un modello attorno la sua figura, la sua professionalità, il suo carisma, il suo modo di vivere. Del Piero è Del Piero. Del Piero è anche rimpianti, quelli dei tifosi bianconeri. "Mia mamma oggi ha smesso di tifare Juventus. Io non ci riesco, ma comunque la stimo" dice un tifoso bianconero su Twitter, ripreso da Sky. Oggi tutti i tifosi delpieristi, juventini, del calcio in generale, erano davanti alla tv, per seguire un pezzo di storia, quella che oggi Alex ha definitivamente concluso col calcio italiano, e ha iniziato in Australia. Mai una polemica e una parola fuori posto, come sempre, solo emozione (tanta), pacatezza, entusiasmo. Quello che doveva dire sul passato Del Piero lo ha già detto, e non lo cambia perchè a lui interessa solo il futuro, da vivere, conquistare da vincere. Molti si sono chiesti: perchè a Sidney? un campionato di modesto livello, un continente in cui il calcio quasi non esiste? Non è proprio così. Del Piero ha rifiutato l'Italia perchè ama troppo la Juve, ha rifiutato l'Europa perchè ama troppo l'Italia, e perchè, tutto quello che si poteva fare, si poteva vincere, in questo continente (e anche oltre) l'ha vinto, l'ha fatto. E Del Piero è uno che ama la sfida, il confronto, superarsi, migliorare, godere per successi che non ha ancora avuto, divertirsi. E il progetto australiano, è la dimostrazione di come ancora una volta Del Piero abbia stupito, e si sia superato. La terra più lontana dall'Europa, e al contempo diversa e bellissima, tutta da scoprire. Una terra di emigrati italiani, che più sentono la mancanza, più sentono l'amore verso l'Italia. La passione verso quegli sport come il Rugby, che più vanno in Oceania. Un progetto che prevede lanciare definitivamente il calcio australiano, con Del Piero assoluto protagonista, uomo immagine, "ambasciatore", un po' com'è Beckham in USA (ecco perchè forse non è voluto andare negli USA). E' questa la sfida affascinante, più di tutte, che ha colpito ADP, oltre al fatto che là non dovrà giocarsi il posto da titolare con nessuno, perchè il più forte di tutti, ma allo stesso tempo deve lottare, dare il massimo per portare la sua squadra, FC Sidney a vincere il suo terzo titolo in otto anni. Cosa quest'ultima forse prioritaria, perchè in Del Piero ciò che freme, spinge più di tutto, è ancora la voglia di giocare, di stupire, di vincere, non a caso si è allenato tutta l'estate e sarà pronto per la prima di campionato. Avesse potuto sarebbe stato ancore il top player della Juve. Fosse stato per soldi, sarebbe andato in America o in Thailandia, fosse andato solo per divertirsi e cambiare, sarebbe andato in Svizzera, fosse andato per togliersi qualche sassolino dalla scarpa sarebbe andato al Liverpool o al Palermo, fosse andato per essere considerato una star 24 ore su 24, sarebbe andato in Giappone. Invece è andato in Australia, perchè, in fondo, si chiama Alessandro Del Piero, lui sì, vero top player, in assoluto, un uomo che si spiega da queste parole:

"Un giorno a mio figlio potrò raccontare di aver giocato con Alex Del Piero...Good luck capitano!!" (Leonardo Bonucci, tweet di pochi munuti fa)

 
 
 
Successivi »
 
Get the Ultime notizie sportive - La Gazzetta dello Sport widget and many other great free widgets at Widgetbox! Not seeing a widget? (More info)
 

 

 

 

 

BlogItalia - La directory italiana dei blog

 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom