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Post n°158 pubblicato il 14 Settembre 2020 da umbredemuri

In fondo mi piaccio così come sono e mi piaccio un bel po'.
Così riflettevo compiaciuto mentre salivo con cautela e pochi altri sulla scala di ferro.
Giunto al gradino indicato come l'ultimo privo di pericoli, ho preso fiato con circospezione ed un pizzico di intraprendenza. Alla mia età il senso del pericolo mi supplicava di scendere, ma quando mi sarebbe capitata ancora una magnifica escursione?
Nel tentare il passo successivo una delle ciabatte ha trovato il modo di liberarsi della mia fastidiosa presenza, il freddo del piolo mi ha fatto rabbrividire quanto basta, le oscillazioni della scala hanno fatto sciogliere la cintura dell'accappatoio, un gesto maldestro ha liberato anche gli occhiali. Ero orgoglioso di me!
7 metri di dislivello su un piancito indignato per la mia presenza, sono una prova di tutto rispetto. Senza occhiali purtroppo l'ascesa era divenuta completamente inutile, una debole brezza giocava con una pioggerellina sfiziosa. Avrei voluto urlare il coraggio che mi possedeva, ma non trovai le parole adatte. Lentamente ogni cosa cadeva dalla scala compassatamente come le foglie in autunno, il pennello, il barattolo del bianco, il telefono, un rotolo di carta, l'altra ciabatta, qualche moderata imprecazione.
Uno spettacolo.
Avevo numerose possibilità: gettarmi con enfasi sulle rose, planare dispiegando l'accappatoio quasi zuppo, zompare sulla rete elettrica.
Scelsi di scendere come un esperto funambolo: piedi e mani ai lati della scala e poi giù con il beneficio della gravità. L'unica a collaborare fu la gravità, alla quale devo grande riconoscenza. Le escoriazioni a mani e piedi erano dovute e sarebbero state simbolo di grande intraprendenza. Fortuna volle che, per volontà del fato, la stessa si aprisse per baciare il terreno con premurosa intensità. Ciò che più mi disturbò fu il fragore del metallo insensibile alla pace del luogo. Così steso acciaccato e umiliato, guardai il bordo che avrei dovuto dipingere, mi accorsi che avrei dovuto portar su il verde.
Gli eventi mi hanno evitato un lavoro inutile.

 
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Post n°157 pubblicato il 16 Dicembre 2019 da umbredemuri

Mi guardo sparire. 
Una leggera soffiata di naso tanto per avere un po' di compagnia, perchè sparire si sa è operazione da compiersi in solitudo.
Eppoi mi convinco ad iniziare la procedura, depongo una grande tristezza ai piedi e osservo le fatidiche conseguenze agire.
Se ne vanno le caviglie avvolte nella nebbia invernale mentre il freddo intorpidisce via via tutto ciò che trova salendo. Le ginocchia sono andate, le braccia annaspano. Il respiro si fa affannoso, rivedo tante cose, poche sono importanti, l'ultima immagine sono i tuoi occhi che non mi cercano più e lì giunge l'ultimo sospiro, poi

zot

 
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Post n°156 pubblicato il 05 Novembre 2019 da umbredemuri

Torniamo nello scomparto mano nella mano. Nel frattempo una coppia datata si è accomodata con il prete, discutono serenamente di investimenti su fondi comuni distinti e personali, parlano di tassi come un etologo a Gibuti, di tan e taeg come un complesso di percussioni di Tuareg. Io mi nutro degli occhi di Donatella la quale mi guarda disturbata da tanto interesse al punto di leggermi a bassa voce alcune pagine del mio sanantonio.
Nessuno me lo aveva mai letto prima, mi scompiscio dapprima moderatamente poi via via in modo modertamente sguaiato come se non lo avessi mai letto.
Ha una voce deliziosa un po' rauca e sensuale. Me ne innamoro e la convinco a leggermi il de-bello gallico in sumero che conservo nello zaino per ogni evenienza. Lo scorre con attenzione silente dal che arguisco che non ne afferra alcun simbolo poi incalzata si lancia in una traduzione salace quanto originale condita di metonimie aristofaniche che lascerebbero di stucco qualsiasi riparatore di finestre. Lo enuncia come traducesse la fattoria degli animali, ne deduco che ha una considerevole esperienza bucolica ma è un po' debole in lettere antiche. Sono cotto, bollito, invischiato, pelato, condito, nastrato, non me ne voglio separare mai più. Siamo a Domodossola un paese impossibile escluso a turisti e conduttori di taxi, ricordo di aver letto di un congresso in questo fine settimana per autonomisti di gruppo su qualche manifesto, decido di mandare deserto la riunione di lavoro a Lione e la invito a partecipare a quel simposio. Lei accetta e voliamo via dal treno facendo cadere la paletta del capotreno, vede un autobus con le porte aperte e mi trascina in questa nuova destinazione.
Io odio gli autobus.

ps. la può leggere solo lei

 
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Post n°155 pubblicato il 28 Ottobre 2019 da umbredemuri

Tornavo a casa con lo spirito di chi torna a casa, anche perchè non ne conosco altro, sereno e pacato. Come diceva mio padre mangiando l'anguria "nutre e diverte e lascia come trova" Ricordo anche uno zio per parte di mia madre sostenere che mangiare l'anguria fosse come "tornare a casa come se niente fosse". Così con il placido consenso di tutta la cerchia mi dirigevo a casa. Procedevo a piedi e pioveva fitto; a piedi perchè il mio GS Vespa 125 di un bel grigio sfiducia aveva cessato ogni rumore ed essendo in leggera salita l'avevo abbandonato con sussiego e un pizzico di rancore a lato. Sappiamo tutti quanto un moto-vespista, anche in pieno inverno, sia capace di lasciare su una seggiola in ingresso la mantellina e l'imbarazzo che gli può creare portare seco un ombrello. Così la pioggia fitta era l'unica compagna in quei 3km deserti come una lezione di dislessia anoressica recitata in trimetro giambico.
Qualcuno sostiene che occorre positivismo, non avendo altro da fare decisi di fischiettare un vecchio brano dei procolarum, così vecchio che nemmeno lo rammentavo più, il mio sconforto si tramutò in tragedia quando mi ricordai che non  sapevo fischiettare.
Per mia fortuna la pioggia in quanto evento ambiantale non tiene conto delle emozioni umane così si limitava ad esser fitta senza infierire oltre.
Dovevo ammazzare il tempo, iniziai a pensare in quanti modi si può cucinare un pecari, come tritare le albicocche, quanto sale occorre per un trito di calendula, come si cura salicite apatica, mi facevo delle domande alle quali facevo finta di non rispondere imbarazzato, poi decisi che gli occhiali pur antigraffio antipolvere antiriflesso ormai fossero anche in antitesi con la pioggia, li levai.
Non vedendo più un accidente, tutto mi sembro più bello, per la verità molto umdo, ma bello, luminoso e scintillante la poca luce dei lampioni diventava romantica rifrangendosi nelle gocce con simpatia. Avrei potuto anche comporre qualche brano straordinaruamente poetico, proprio mentre mi accingevo a cavalcare questa parte inespressa della mia natura virgola inciampai.
Tastai con prudenza, rimisi gli occhiali utili come un pomodoro quando devi incerare il pavimento e realizzai dopo considerevoli sforzi che si trattava di uno zainetto, il mio zainetto, ne fui certo quando vidi il parabrezza del mio GS riconoscibile per la coreografica venatura trasversale.
Forse avrei dovuto fare un inventario prima di muovermi.

 
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Post n°154 pubblicato il 04 Giugno 2017 da umbredemuri

L'incontro avvenne una sera qualunque, divenne l'incontro di una vita. Un incontro estemporaneo. non poteva essere altrimenti. Un incontro come mille, nato sull'equivoco, lei pensava fossi un altro, io giocavo ad esserlo. Poi lentamente parola dopo parola nota dopo nota abbiamo imparato ad odiarci, con rispetto, con enfasi, con simbiosi, serenamente, quotidianamente, ossimoricamente. Un odio sottile, un rancore sottile, un gioco sottile, anacronistico, nel rispetto di regole mai scritte. Nella speranza di nessuna speranza, a contemplare il risultato di  quell'empatica minestra letteraria. Una splendida accozzaglia pseudo-teatrale maledettamente divertente.
Spesso pareva di parlare con l'inconscio perchè quando le linee coincidono, il pensiero diventa uno e non importa da dove provengono le parole, possono solo seguire quell'unica via.
E senza mai incontrarsi, per non distruggere quella radiosa polla, ci siamo rincorsi per anni.
Una contraddizione ancestrale, una commistione frombolica, un estasi musicale, un insieme di sensazioni diversamente irraggiungibili.
Il motto era 'scribo ergo sum'.
Ora non è più vero, scrivere è divenuto intransitivo, mi sto scrivendo addosso.
Quando scrivere diventa intransitivo serve la parola fine, ma poi ripenso a te e mi cerco disperatamente la parola perfetta, quella che tu hai sognato, quella che, come il pigreco nei numeri, contiene tutte le parole dette e scritte, pur così breve che nessuno la rammenta, così determinante che la si può solo sognare.
Forse quella parola sei tu, tre sillabe che, per chi le sa pronunciare, racchiudono tutti i più bei sentimenti.

 
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