Un blog creato da molinaro il 04/06/2007

Carlo Molinaro

Pensieri sparsi, poesie e qualsiasi cosa

 
 
 
 
 
 

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La bella estate

Post n°207 pubblicato il 30 Dicembre 2007 da molinaro
Foto di molinaro

La bella estate è il titolo di un non allegrissimo libro di Cesare Pavese. Ma qui c’entra poco. La bella estate è la mia. Con quattro storie d’amore. Nell’estate e un po’ in tutto l’anno. Questo 2007 che finisce. Che ha avuto tutte le sue altre cose: il lavoro (da schifo: tanta fatica e guadagni ridicoli), la famiglia (mi è nato il secondo nipotino), la letteratura (ho scritto tanto e ho fatto qualche bella lettura di poesie e altre cose), l’amicizia (approfondita con almeno due persone).

Ma se a tutt’oggi non perdo il pelo, figuriamoci il vizio, e se penso al 2007 penso a quattro storie d’amore. Simultanee, s’intende. E profondamente vere, più vere di prima (sarò un po’ maturato!).

Ora chiariamo subito una cosa. La definizione “quattro storie d’amore” è assolutamente, fortemente e consapevolmente egocentrica. Per me lo sono, profondamente, e quindi ho il diritto di chiamarle così, sottolineando, per correttezza, il per me.

Due di queste storie vengono chiamate storie d’amore anche dalle due donne protagoniste: storie d’amore ricambiato. Dove quindi accadono quelle cose che accadono in questi casi: i baci e fare l’amore e tutto. Sembrerebbero le due storie più normali. In realtà di normale hanno pochissimo, per fortuna. O così pare.

La terza è una storia dove secondo me è accaduto molto, anche intimamente, ma ho idea che secondo lei no: è la dimostrazione che parole, gesti, carezze, abbracci, vicinanze, effusioni, tenerezze e commozioni possono essere vissute in modo diverso: l’atto è il medesimo, ma uno lo vede come storia d’amore, l’altra come amicizia, magari affettuosa ma semplice amicizia. O così pare.

Nella quarta di fisico non è accaduto nulla: c’è stato un crescendo di confidenza di altro tipo. Emozioni forti che mi hanno fatto scrivere molte poesie. Ma anche questa lei non la chiamerebbe mai storia d’amore, forse non la chiamerebbe in nessun modo, forse ama un altro e forse no, con me ha qualcosa ma l’amore no. O così pare.

Io di mio mi permetto di chiamarle tutte e quattro storie d’amore perché loro sono quattro donne meravigliose e io le amo e dentro me c’è una storia in cui loro camminano. Penso di non far male a nessuno chiamandole così. Beh, dicevamo che due sono d’accordo anche loro. Ma pure alle altre due non faccio di certo male. Succede, nella vita, di essere protagonisti di una storia senza neanche saperlo.

Che un amore sia ricambiato è molto importante e dà molta felicità. Quindi le due storie ricambiate hanno una realtà di gioia in più rispetto alle due non ricambiate. Eppure, non so che farci, se guardo il 2007 ci vedo quattro storie d’amore.

Chi scorresse questo blog dall’inizio (già più di 200 messaggi, sono un vero grafomane) troverebbe facilmente le poesie per tutte e quattro. Non equamente ripartite, no, la poesia non ha giustizia distributiva, viene quando e come viene. Mica solo nell’amore per una donna, anche in tutto il resto. Quando nacque mia figlia Lucia scrissi poesie, quando nacque mio figlio Francesco no. Momenti diversi. Francesco non mi vuol male per questo, capisce benissimo. Non ho mai scritto una poesia per mia madre, e mia madre lo trova perfettamente normale. Eh insomma, non è mica come regalare fiori o cioccolatini, la poesia viene quando e come viene.

Cantare, ho cantato per tutte e quattro le “mie” ragazze di quest’anno. Non metaforicamente. Tutte e quattro mi hanno dato momenti di entusiasmo in cui ho cantato e ho anche ballato, magari da solo in un angolo. I salti di gioia li faccio davvero – cerco di non farmi vedere, ma mi viene: saltello, non riesco a star fermo quando sono contento.

E con loro e per loro ho limonato nelle calli, corso su e giù per i ponti, scritto sulle panchine, rivoltolato nei prati, macinato chilometri in treno e in auto, letto poesie nudi, sdraiati nei fiori, girati i sabati notte sentendo il liscio nella Panda, abbracciati nelle lenzuola, pomiciato in piazza grande, guardati i campanili, tuffato nel torrente, mangiata la porchetta cruda, trovati spazi, lette confidenze, corso da un lago a un mare, sfidato il tempo, i nemici, le avversità e persino il ridicolo. E sono stato in ansia, in speranza, in trepidazione, in attesa, e dopo un abbraccio mi sono sentito volare, e dopo una parola cattiva mi sono sentito morire, e se questo vuol dire non avere libertà di cuore, allora non ce l’ho, e va bene così. Abbasso la libertà.

Quello che so è che se si potesse, per assurdo, mettere l’orologio indietro di un anno, mi ci ricaccerei, in queste storie, in tutte e quattro. Poi sono un ottimista malinconico, godo delle storie ricambiate e spero sempre che quelle non ricambiate lo diventino. Quando stasera a cena ho raccontato a mio figlio che cosa spererei per la notte di Capodanno, lui ha sorriso e mi ha detto: «Papà, io sono due o tre anni che ho smesso di sperare cose così assurde; ma se tu le speri ancora fai bene». Mio figlio ha vent’anni giusti. A Capodanno loro, mio figlio e amici, vanno al mare in dodici, assortiti benissimo, sei ragazzi e sei ragazze, e non prestabiliti in coppia. Quelle belle feste dove può succedere di tutto, e glielo auguro di cuore.

Io mi sa che dovrò contentarmi di brindare col mio solito succo di frutta guardando amori d’altri, non ci sarà nessuna delle quattro né una possibile quinta, ma se c’è un po’ di allegria, sarà buon anno, come dice il venditore d’almanacchi. Salvo imprevisti festeggerò a Genova, e lì c’è sempre il mare, quel mare luccicante che è insieme vicinanza e distanza, avventura e nostalgia, viaggio e ritorno, saluto e attesa, e onde, onde, onde su onde: è il mare. Che ha dentro un po’ tutti gli amori.

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[nell'immagine, la brina stamattina in Lomellina]

 
 
 
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