Un blog creato da molinaro il 04/06/2007

Carlo Molinaro

Pensieri sparsi, poesie e qualsiasi cosa

 
 
 
 
 
 

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Anni, fiocchetti, uffici, giovinezze e altro ancora

Post n°221 pubblicato il 11 Gennaio 2008 da molinaro
Foto di molinaro

Restiamo su cose scritte un po’ di tempo fa. Il mio amico Guido Catalano ha dedicato una poesia ai fiocchetti delle mutandine delle ragazze (Fiocchetti, in I cani hanno sempre ragione, Edizioni SEEd, Torino 20073, pag. 33; la prima edizione è del 2000). Ventisei anni fa, l’11 gennaio 1982, io dedicai una poesia alle persone che lavoravano con me in ufficio, nell’ufficio che era la redazione del Grande Dizionario della Lingua Italiana della UTET. Alle persone, ma soprattutto al loro abbigliamento. O, se vogliamo, alle persone attraverso il loro abbigliamento. Nel primo libro in cui fu stampata la poesia c’era anche la data, per confermare che era proprio precisamente il ritratto dell’ufficio in quel giorno lì, l’11 gennaio 1982, e non in un altro giorno. Il titolo della poesia è il numero telefonico interno dell’ufficio, all’epoca. E l’ultimo verso constata con malinconia che erano già cinque anni che lavoravo lì dentro. Fiocchetti ne vedevo pochi. Avrei voluto vederne molti di più. Ne ho poi visti, in certi periodi. Talvolta ne vedo ancora. Sono meravigliosi i fiocchetti delle mutandine (e anche dei reggiseni, via) delle ragazze, Guido ha ragione. Sono meravigliose le ragazze. Poi il tempo passa e bisognerebbe adeguarsi. Non è facile. Quando scrissi questa poesia, quando lavoravo già da cinque anni dentro l’austero palazzone della UTET (che è «morto», detto per inciso, pochi giorni fa, sotto Natale: la UTET – quel che ne resta – l’hanno trasferita in un mostro di periferia, secondo i dettami della new economy, tenere i lavoratori lontano dal centro, che non ne rovinino l’estetica, metterli vicino alle discariche, tanto è tutta roba che si butta), delle due ragazze a cui ho dedicato più poesie adesso, nel 2007, una aveva quattro mesi e l’altra non era ancora nemmeno stata concepita. La seconda qualche fiocchetto me l’ha mostrato, ma solo così; la prima niente. Poi ci sono altre storie, altre cose, altra vita, altri fiocchetti. Sono contento di storie con donne più grandicelle, certo che lo sono. Lo sono pure molto. Ma non a caso Guido Catalano i fiocchetti li mette alle mutandine delle ragazze, non delle donne. I fiocchetti sono la giovinezza, della quale disamorarsi è impossibile. Giustamente. Il che non impedisce d’innamorarsi anche d’altro. E d’altre.


INTERNO 282
                                              
Letizia ha un maglioncino giallo chiaro,
con una catenina che sorregge
non so che pietra, un qualchecosa rosso,
e una gonna marrone e gli stivali:
si vede un pezzettino delle gambe
con calze chiare. Giusi è in rossogrigio:
completino di maglia grigio topo
con l’orlo rosso sopra, sotto e ai polsi.
Silvia ha la maglia rossa e i pantaloni
verdi infilati negli stivaletti;
Liana la camicetta rosso vivo,
gonna scozzese sulle calze rosse,
e le scarpette nere. Nero è pure
il golf di Gabriella: con la gonna
marrone scuro, l’esito è un po’ cupo.
Invece Donatella è tutta in bianco,
con un discreto moderato spacco
sulle calze brunite senza riga.
Rosa ha un vestito a fiori trapuntato
e calze bianche da crocerossina;
Laura una catenina con un ciondolo
sul vestito bordó; Tiziana i gìn
e la camicia bianca sbottonata
sul petto dove pende una crocetta
di legno. Un’ulteriore osservazione
rivela gli orecchini a Donatella:
cerchietti d’oro di discreto gusto.
E Liana ha un braccialetto con dei cosi
verdastri, che somiglia alla collana
di Gabriella. Niente di speciale,
insomma, oggi in campo femminile:
è spettinata Laura, e poi dovrebbe
farsi uno sciampo. Pioviggina, fuori,
e la collina è coperta di grigio.
Grigie sono le giacche dei colleghi,
tranne Ulisse con un maglione blu
e Luca che ce l’ha d’un verde chiaro.
La giacca di Cravero è quasi uguale
a quella mia, e questo dà fastidio
(mica succede soltanto alle donne).
Sui davanzali le piante nei vasi
hanno un aspetto desolato e mogio.
Il fumo dà bruciore agli occhi e al naso,
e poi ho anche sonno: questa notte
non è che ho dormito tanto bene.
Guardo i capelli a Liana: si può dire
che sono, infine, l’oggetto migliore,
biondicci lunghi morbidi ondulati.
L’occhiata al giornale l’ho data: l’Asti
è sempre primo con la Pro Vercelli
che ha vinto ad Alba; la Polonia poi
prende un piega poco promettente;
detenuto ferito a San Vittore,
la Susanna Ronconi latitante
che in ogni modo è un bel pezzo di tosa;
e poi c’è il piano per l’economia.
Adesso cerco di capire il senso
d’una frase di Varchi, Benedetto,
che mi serve per far la voce otto:
«più tristo che non è un famiglio d’otto».
Dovrò schiaffarla fra le locuzioni,
guardo se c’è qualcosa sulla Crusca.
E dopo otto dovrò fare ottobre,
ottocentista, ottocoralli, ottone;
e intanto il tempo passa e se ne va,
e sono cinque anni che sto qua.

                                       11 gennaio 1982

(da Il chiostro di agorà, Genesi Editrice, Torino 1982, pp. 31-33; poi ripubblicata in La parola rinvenuta, Genesi Editrice, Torino 2006, pp. 65-66)

 
 
 
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