ONE MAN TELENOVELA

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Dor
Post n°471 pubblicato il 02 Novembre 2008 da molinaro
Ieri sono andato all’Ikea con un’amica, lei comprava scatole e cose simili, io guardavo in giro e ho visto un letto matrimoniale di legno simile al mio che comprai otto anni fa proprio lì all’Ikea. Quando A. lo vide per la prima volta montato in camera disse: «Mi piace il tuo letto di legno». Lo disse con un tono molto dolce e accorato. Facemmo l’amore su quel letto come l’avevamo fatto su altri e come poi lo facemmo ancora per qualche anno – e dopo non più. Letto di legno, mi fece sentire come Ulisse, come se lo avessi costruito io da un albero, e non solo montato da uno scatolone Ikea. E ieri m’è venuta malinconia e nostalgia e ho preso il cellulare e lì dall’Ikea ho fatto il numero di A. per dirglielo, che pensavo al letto di legno e a noi. Ma lei non c’era o non ha risposto. Lunga storia, quella con A., lunga e bella, vissuta in concomitanza leale con altri amori belli. Dodici anni e lei è rimasta misteriosa e forse non ci siamo mai capiti fino in fondo. Ieri ho avuto una punta quasi di rimorso: forse A. sarebbe voluta essere la sola a fare l’amore con me su quel letto di legno. Anche se questo non era mai stato detto né sottinteso né lasciato intendere – la sincerità era totale. E lei quel giorno disse «il tuo letto di legno», non disse «il nostro letto di legno». Era tutto chiaro, senza inganno. Infatti pochi giorni dopo feci l’amore su quel letto con V., la piccola bibliotecaria lacustre. E poi con altre. Ma forse A. non mi diceva tutto quello che le passava per la testa. Se anni dopo abbiamo smesso di fare l’amore non credo, però, che sia stato per le altre che c’erano, quelle c’erano sempre state; sarà cambiato qualcosa nel cuore, nel tempo, nei giorni. D’altronde, sì, d’altronde ognuno è come è. Ora che ne ho scritto, mi è venuta nostalgia anche della piccola bibliotecaria lacustre che per prima lodò esplicitamente una cosa che so fare con la lingua (la cosa che schifava il gesuita Segneri). E stamattina nostalgia di F. per via di una canzone ascoltata, dei Mercanti di liquore, che le piaceva e la emozionava, Lombardia, che diceva «questa l’hanno scritta per me». E poi inquietudine per R. che si sente lontana, separata da me da una linea gialla presa da una poesia che ho scritto per un’altra, messa qui due messaggi fa. E desiderio di rivedere presto la donna della linea gialla, e di viaggiare, viaggiare verso, essere quello che le cammina verso (criptocitazione di una poesia dell’amico Guido Catalano). E andare, e trovare, sì trovare, lei e tutte quelle che cerco. Non credo di essere uno sciupafemmine. Qualche volta di sicuro ho fatto soffrire, ma a chi non succede? E ho complicato la vita a me stesso, ma potevo fare diversamente? Il mio viaggio è questo. C’è una parola in Romania, sul versante orientale dell’Europa neolatina, dor, che si può tradurre in italiano sia con «desiderio» sia con «nostalgia». Dipende dai casi. Forse dipende persino dall’umore del traduttore, perché in romeno è la stessa parola: mi-e dor de tine, «ho dor di te», lo dicono sia a uno che vedono e vedranno sia a uno che non vedono e non vedranno più. Mi è congeniale questa parola. Sull’altro versante dell’Europa neolatina, a Occidente, in Portogallo, dor significa «dolore». E io sono qui, in mezzo a questo Mediterraneo malinconico e meraviglioso, fra Lisbona e Bucarest, e lo so che nessuna delle due è sul Mediterraneo, ma ne sono i confini: e il confine, si sa, è dentro ed è fuori nello stesso tempo. E così voglio viaggiare verso Est entro dieci giorni e lo farò, e ho dor di chi incontrerò in quella città che sono riuscito a strappare al turismo e a mettere nel mio taschino – e il taschino mi fa venire in mente E., che diceva che le piaceva immaginare di essere sempre con me nel mio taschino (però adesso non mi fa più amico neppure su Facebook, perché le stagioni passano, dovrò ammetterlo prima o poi che passano). Si è rimesso a piovere su Torino in questo pomeriggio del giorno dei morti. E va bene, è così. Se ho fatto soffrire chiedo perdono, e se la mia vita è complicata, è come è, che diversamente non può essere, con il mio viaggio ingarbugliato e il mio dor di tutte le città, quelle da cui sono uscito come quelle in cui non sono mai entrato, Roma Pesaro Venezia Cadibona Savona Oleggio Parma Valdagno Reus Vigevano Praga Vicenza Lille Alassio Napoli Sori Lisbona Villastellone, per dire solo le prime che mi vengono in mente, mi vengono in mente e rimangono lì. Da cent’anni fa o da domani. Buona serata.
[Nell’immagine, particolare del letto di legno.] |
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