
Questa domenica sono andato a Vercelli un po’ prima, perché forse vedevo un’amica, una complessa e ingarbugliata amica che conosco da sedici anni, Laura; poi lei era impegnata con un uomo imprevisto, cosa che può succedere, e allora mi sono trovato del tempo libero, ho gironzolato e sono capitato al Salone Dugentesco dove c’era la mostra della XV Biennale Internazionale di Caricatura. È una manifestazione che si tiene a Vercelli dal 1975 ed è di buon livello. La mostra ve la consiglio, è aperta fino al 23 novembre, dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, tranne il lunedì (il Salone Dugentesco è all’inizio di via Galileo Ferraris, a duecento metri dalla stazione ferroviaria). Sono disegni satirici di artisti di molte parti del mondo. I più graffianti mi sono sembrati quelli dell’area balcanica. Tematiche svariate, con una prevalenza della politica e dell’ecologia.
La manifestazione è anche un concorso. A dire il vero, il disegno che ha vinto il primo premio, di Andrea Bersani, non l’ho capito. Forse è troppo raffinato per me. Raffigura (lo vedete nell’immagine in alto a destra) un «libro della legge» che ha infilati fra le pagine alcuni segnalibri, una cosa abbastanza normale. Non so, non trovo la chiave di lettura. Forse quel segnalibro più grande che potrebbe assomigliare vagamente alla lingua di un serpente? Ma è un segnale debole e poco chiaro. Probabilmente non è quello il senso. Anche altri visitatori si soffermavano a guardare, è nata una piccola discussione, e nessuno ha trovato una chiave di lettura. Forse le giurie sono troppo raffinate, troppo intellettuali. A me sono piaciuti di più altri disegni a tema sociale ed ecologico, come quello del polacco Pawel Kuczynski, un imbianchino su una scala che disegna un sole su una nuvola di smog, o quello dell’ucraino Yuriy Kosobukin, un cuoco che tenta di duplicare una pagnotta con una fotocopiatrice, davanti a un gruppo di gente povera e affamata. E diversi altri. Il disegno vincitore non l’ho capito, e non mi vergogno a dirlo. Se qualcuno invece lo capisce al volo, me lo può spiegare anche qui nel blog, mettendo un commento. Gliene sarò sinceramente grato (non lo dico in tono polemico, gliene sarò grato davvero).
Poi ho gironzolato ancora per Vercelli e davanti a un bar ho sentito chiamare: «Ehi, signor V.!». Dove V. è l’iniziale del cognome di un mio compagno delle elementari. Poi la stessa voce ha chiamato ancora: «Enrico!». E allora sono stato certo che era il mio compagno delle elementari, perché insomma, un Enrico V. che dimostra all’incirca la mia età, a Vercelli non può non essere lui. L’ho guardato e qualcosa nel viso ho ravvisato (sapendolo, s’intende: non l’avrei mai riconosciuto incrociandolo anonimamente per strada). Lui era in un gruppo, ha guardato un attimo nella mia direzione ma non ha dato alcun segno di aver percepito qualcosa. Per un momento ho pensato di palesarmi: di solito lo trovo un bel gioco rivedere una persona dopo tanti anni (non ci sono stati contatti dopo le elementari, quindi l’ultimo incontro precedente era del 1964, direi, quinta elementare). Ma poi no. A che serve? Davanti a me c’era un uomo adulto e lontano, un estraneo. Non è che fossimo amici speciali neppure da piccoli, eravamo semplicemente insieme in una classe di quarantacinque maschietti (c’era il boom demografico, le scuole traboccavano di bambini). E allora ho tirato via. Ho pensato che, uffa, per esempio non riesco a ritrovare Federica C. dopo un paio d’anni che s’è dissolta, e desidererei tanto trovarla e ci penso; e invece ritrovo per caso Enrico V. dopo oltre quarantaquattro anni in cui non ci ho praticamente mai pensato. Mi ha urtato il manifestarsi dello squilibrio fra ciò che desidero e ciò che accade, mi ha infastidito. E allora vaffanculo, amen.
E ho gironzolato ancora un po’ per Vercelli. Se dovessi fare una caricatura di Vercelli, dipingerei il foglio di grigio. Poi sul grigio disegnerei qualche pallino nero: alcuni pallini neri di varie dimensioni. Poi disegnerei un unico pallino rosso, non grande. E poi sul pallino rosso passerei un’altra mano di grigio. Che vuol dire? Non ne ho la minima idea. Posso fare anch’io caricature di cui non si capisce un cazzo. Magari vinco.
Sul treno andando verso Vercelli ho scritto la poesia sottostante, che non c’entra nulla con Vercelli: è stata ispirata da un sms arrivato da un paese più lontano. Buona notte!
LAVANDERIA A GETTONE
Quando lei mi manda un sms
dalla lavanderia a gettone
mi viene voglia di farci l’amore.
Non so perché.
Ho una specie di fantasia
che lei si spoglia e mette tutti i vestiti
nella grande lavatrice da 7 kg
insieme con altra roba da lavare che ha portato,
mette il gettone nell’apposita fessura
e si siede – nuda – ad aspettare.
Entrano altre persone a lavare delle cose,
prevalentemente uomini e prevalentemente neri
(di fatto a Torino sovente è così,
al suo paese non so)
e la guardano e sorridono contenti.
Quando la roba è lavata
lei l’asciuga in un’asciugatrice
(non so se c’è, non so nemmeno
se esiste, ma l’immagino lo stesso)
e si riveste e i vestiti profumano
di pulito e di buono e di ragazza buona
e qui finisce la mia fantasia
e mi resta la voglia di fare l’amore.
Inviato da: anita_19
il 02/07/2020 alle 09:15
Inviato da: lumachina85
il 22/03/2019 alle 09:19
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il 06/06/2017 alle 11:31
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il 06/06/2017 alle 11:26
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il 09/08/2016 alle 11:41