Un blog creato da molinaro il 04/06/2007

Carlo Molinaro

Pensieri sparsi, poesie e qualsiasi cosa

 
 
 
 
 
 

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Pensieri sparsi e una poesia del 2002

Post n°614 pubblicato il 21 Maggio 2009 da molinaro
Foto di molinaro

C'è un io fuori di me che mi osserva continuamente. E io devo fare in modo che lui si diverta, perché quando lui non si diverte, quando lui si annoia, mi prendono le crisi d'angoscia, gli attacchi di panico. Non posso fregarmene, perché lui è pur sempre io.

Guardo la copertina di Alias, il numero che i non abbonati al Manifesto potranno comprare solo fra due giorni, sabato ventitré maggio. C'è un viso che riceve un pugno e ha anche un qualcosa dietro o a fianco, non capisco che cosa, per cui si deforma e si rompe e si tumefà e schizza sangue. Mi viene a un tratto da pensare che buonismo e cattivismo sono due facce della stessa medaglia: due facce: facce: facce che nascondono quel che c'è dentro la medaglia.

Ho scoperto che il chebabaro turco qui all'angolo ha l'ayran. Mi piace tanto l'ayran e la prossima volta lo prendo. È rinfrescante, acidino, mi piace. Ma in verità non so se mi piace perché mi piace o perché la prima volta che l'ho bevuto era un pomeriggio a Genova in cui ero molto, molto felice, e l'ho messo in una poesia, dove l'ho chiamato cagliata perché amo trovare parole italiane per le cose.

È tutto un gioco e nello stesso tempo non lo è. A volte mi sento un uomo fondamentalmente felice e a volte penso che morire sarebbe un'idea, che tutto è fatto e nulla ha senso. Le due cose magari nello stesso minuto: sono poco serio. Mi vengono in mente le ultime pagine del diario di Pavese ma non ho quell'intenzione.

Qui sotto, la poesia dell'ayran. Ero molto, molto felice, indipendentemente dal fatto che lei lo considerasse o no un grande amore (a posteriori parrebbe di no, non tanto). Mi bastava che ci fosse e che mi ricambiasse a suo modo. Forse è questa la cosa che mi distingue da Pavese ed è la cosa per cui non mi suicido. L'ayran comunque lo trovo buono, a prescindere.



PIAZZA ACQUAVERDE

La sera esita. Ora t'ho lasciata
sulla porta del bus 35.
Anche la porta - mi sembra - ha esitato
a chiudersi.
                       Il bus lentamente
ha preso su verso Genova alta.

Nelle partenze c'è spesso un rimorso
per le cose non dette.
                                    Qui no.
                                                Le parole
sono un colore nel vento, distese
come in Tibet le lodi sui fili.
Vibrano tutte.
                         La chiave è il ronzio
che m'accompagna mentre scendo a Prè
a bere una cagliata bianca e fresca
nella bottega turca.
                                 La cautela
è un delicato riguardo, è la veste
buona alle nozze.
                              Ma non servirà.
Lo sai perché ha esitato la sera?
Ci stava guardando.
                                Ci ha visti.
                                                   Lo sa.


(settembre 2002; da Sospeso sogno, e poi da La parola rinvenuta, pag. 479)

 
 
 
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