ONE MAN TELENOVELA

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Stavo parlando poco fa al parlamento cinese...
Post n°813 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da molinaro
Poco fa mangiavo i fusilli conditi con un sugo già pronto in barattolo, credo alla bolognese ma non sono sicuro, non ci ho fatto caso, e intanto ascoltavo la radio, e davano la notizia che la Cina si oppone alla totale libertà della rete informatica, polemizzando con la posizione statunitense. Un ministro (credo fosse un ministro) cinese diceva che la pretesa libertà che gli Stati Uniti vogliono imporre al mondo è in realtà una colonizzazione culturale, e che non tutte le società hanno le stesse regole, e che ci sono società che non sono in grado di sopportare un'informazione del tutto incontrollata, che genera disordine sociale. E che l'81 per cento dei cinesi è favorevole a che la rete sia controllata e censurata. Allora mi è venuta in mente la mia professoressa di italiano che in prima media una volta in classe aveva parlato proprio di questo, della pluralità di giornali (allora erano quasi esclusivamente giornali: radio e tivù erano statali e ovviamente non esisteva internet: era il 1965...), dei giornali che potevano liberamente scrivere ogni cosa, e quindi anche il falso. La professoressa ci domandò: «Cosa ne pensate? La diffusione di notizie false può essere un problema. Voi come lo risolvereste?». Tutti noi, undicenni, me compreso, rispondemmo che ci sarebbe voluto qualcuno a controllare, una commissione che verificasse, una cosa del genere. Una risposta da undicenni. La professoressa se l'aspettava, aveva fatto la domanda in modo che noi rispondessimo così, e il suo scopo era spiegarci, come ci spiegò, che una commissione che controllasse la stampa era una pessima idea, perché chi avrebbe controllato la commissione? Si rischiava di diventare schiavi di una censura a senso unico (il fascismo era finito "solo"da vent'anni): il rimedio era peggiore del male. Ci spiegò che la soluzione migliore era lasciare che ogni giornale scrivesse quello che voleva, anche il falso, e bisognava che noi ragazzini sviluppassimo il senso critico, la capacità di confronto, di valutazione; che leggessimo molto, che attingessimo a fonti diverse, e che poi ragionassimo con la nostra testa. Era una brava professoressa. Così mangiavo i fusilli e pensavo che forse i cinesi sono ragazzini undicenni, se è vero (ovviamente non è detto che sia vero: sono sondaggi di governo) che l'81% di loro vuole la censura. E così, senza accorgermene, ho cominciato a raccontare, un po' in inglese, l'aneddoto della mia professoressa, e mi è sembrato di farlo in una seduta del parlamento cinese, dove ero stato invitato non si sa perché, e pian piano mi infervoravo, ero proprio lì, guardavo i deputati cinesi, facevo con il viso espressioni suadenti, gesticolavo: «You see: my teacher, when I was eleven years old...» e vedevo che qualcuno di loro assentiva, altri scuotevano il capo. Era una sala ampia, ariosa, con una buona acustica, fuori c'era il sole, i deputati erano molto attenti e io molto impegnato a spiegare. Poi nel piatto non c'erano più fusilli, è probabile che io li abbia finiti, anche se non ne ho alcuna coscienza, perché ero in Cina a spiegare ai cinesi che, forse, loro sono undicenni. Perché racconto questo? Perché mi sono accorto che in una mia giornata, soprattutto se la passo da solo, di questi trip, di queste immaginate, ce ne sono sempre, e più d'una. E dire che non bevo e non fumo: non ne ho bisogno, evidentemente. Talvolta sono al parlamento cinese, o al congresso del PD, o in un'osteria di Trastevere; più spesso sono in questioni d'amore. Vabbè, la faccenda di per sé non è un problema: ho un'esuberante fantasia, in fondo sono pure una specie di poeta, sono fatto così, amen. Il problema però è ricordarmi di distinguere: ricordarmi che non è vero che i deputati cinesi mi hanno ascoltato con attenzione e interesse, e che non è vero che quella ragazza mi ha guardato con occhi innamorati. I cinesi manco sanno che esisto, e la ragazza mi ha guardato con fastidio, questa è la realtà. Ogni tanto me ne dimentico. Ma dev'essere proprio un mio modo di vivere e pensare, irrimediabile, perché anche in questo momento, me ne accorgo distintamente, io non sto scrivendo: io vi sto parlando, voi siete davanti a me, vedo qualcuno che sorride, qualcuno che si prepara a criticarmi, qualcuno che scuote il capo, qualcuno che alza gli occhi al cielo. Sento la vostra presenza e vedo tutte le vostre reazioni. Solo che invece voi non ci siete e le vostre reazioni non sono le vostre, sono quelle che immagino io. Forse devo farmi visitare da uno bravo. Forse. |
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