
RIFLESSIONE PRIMA DELLE ALBICOCCHE
Tu mi dici che penso sempre a lei. Ma non è vero. È che lei non c'è
e me la devo solo immaginare, immaginare partendo dal pochissimo
che lei mi ha concesso di sapere e condividere: pochissimo
su cui sono costretto a costruire le fantasticherie.
Fantasticherie, fantasmi, cose che non esistono
ma proprio per questo hanno il (triste) privilegio di poter esistere
(nella loro inesistenza) in un momento qualsiasi.
L'amore con te è - soprattutto - quando tu ci sei, quando
l'amore lo facciamo o facciamo tutte le altre cose
insieme: e quando non ci sei penso a te (penso a te spesso,
più di quel che tu creda) ma è un pensiero d'attesa,
un pensiero in prospettiva, un pensiero che elabora
il tuo esserci, prevede il tuo esserci presto, talvolta prepara
qualcosa per te, per quando poi ci sei.
L'amore con lei invece non c'è, è fantasia, è solamente pallida
fantasia perché lei non c'è mai, perché lei non mi vuole:
dunque con lei posso fare, non facendo, l'amore
mentre al supermercato guardo la scadenza del latte,
mentre timbro il biglietto sul bus, mentre guido la macchina,
mentre mangio uno yogurt: posso vivere, non vivendo,
vite con lei in momenti qualunque, in ritagli di tempo
in qualsiasi luogo. Magra consolazione, ma
in questo senso è vero che l'inesistente è onnipresente,
è un po' come dio: al catechismo spiegano
che dio è onnipresente ed evitano di specificare
(anche se - secondo me - lo sanno benissimo)
che è onnipresente proprio perché non esiste.
Ma poi i bambini crescono e cercano cose esistenti
e non onnipresenti, perché l'onnipresenza dell'inesistente
è una presenza un po' scarsa per vivere.
Quindi non è vero che penso sempre a lei:
è vero solo che lei, non essendoci, può (non) esserci
in qualsiasi istante, tipo: se cammino a mezzogiorno
nell'afa di un marciapiede sotto il sole
non è che mi piaccia molto, fa un caldo boia,
e allora mi viene automatico togliermi di lì,
lasciare a camminare il mio corpo, le mie gambe,
e io spostarmi a (non) chiacchierare con lei,
a (non) abbracciare lei, a (non) fare un po' d'amore con lei:
che tanto è quello l'unico modo in cui (non) avviene,
e allora perché non approfittare
del tempo in cui il mio corpo cammina e suda
per andare, io, a (non) fare qualcosa di più piacevole?
Certo, tu dirai, potrei farlo anche con te
quando tu non ci sei, e infatti certe volte lo faccio,
però più di rado, perché tu esisti nella mia vita davvero,
e allora è diverso, però certe volte lo faccio
anche con te, ma secondo me, per come ti conosco,
a te non fa mica piacere se lo faccio: perché
quando ho queste mie fantasticherie, per esempio
una chiacchierata fantasticata, io dico quel che dico
ma dico anche quel che dice lei, per forza: insomma,
per usare un vecchio modo di dire un po' volgare,
«me la canto e me la suono da solo»
e secondo me a te non piace pensare che io faccia questo con te,
perché nella conversazione la tua parte la vuoi fare tu,
non ti va affatto di essere un'invenzione mia.
Giustamente!
Infatti poi mi dici anche che non conosco lei
ma non conosco neppure te perché il mio sguardo
guarda sempre solo dentro la mia testa.
E devo riflettere su questo perché mi rendo conto
che è un po' vero. Non che io non veda la realtà,
le persone, le cose, le vedo, però sì, è vero
che le vedo come in uno specchio che ho in testa.
Francamente ho sempre pensato che fosse normale:
un sinonimo di pensare è appunto riflettere,
e riflettere è l'azione dello specchio, e le filosofie guardano
nello speculum, la speculazione filosofica:
si può conoscere un qualcosa senza specchiarlo nella propria testa?
Forse lo sguardo e il pensiero fanno come la bocca e lo stomaco:
la tua bocca prende il cibo, ma perché il cibo diventi cosa tua
bisogna che lo stomaco lo trasformi in tutt'altro
attraverso complesse reazioni biochimiche:
solo così quel cibo ti fa vivere. Analogamente
(forse: è un'ipotesi) il tuo sguardo prende le cose reali
(dico lo sguardo in senso ampio, anche quello dell'anima,
anche quello dell'amore) ma perché le cose reali
diventino cose tue, perché ti facciano vivere,
bisogna che il pensiero le trasformi in tutt'altro
attraverso complesse reazioni dello spirito.
Ciò nulla toglie alla bellezza e alla bontà
del cibo: ho appena comprato due chili di albicocche
qui in via San Donato e sono belle e profumate:
anche se fra poco il mio stomaco le trasformerà
in una poltiglia informe - ma utile al mio vivere,
ciò non toglie che siano belle e profumate e indispensabili,
perché senza cibo si muore in pochi giorni.
Non so, boh, forse sto scrivendo grandissime cazzate,
in verità non so come funziona,
forse è soltanto una questione di dosaggi
fra realtà e fantasticherie, fra guardarsi in testa e guardare fuori,
fra tutte queste cose complicate e misteriose:
anche in questo momento, scrivendo queste righe,
alle undici e dieci del mattino del diciassette luglio,
il mio sguardo probabilmente guarda dentro la mia testa
ma anche no, ma ci sei anche tu, e c'è lei, che pure,
di suo, esiste, esiste un po' anche per me, e ci sono le albicocche
sul tavolo in cucina, verissime e profumate,
credo che siano proprio buone, un'occasione,
due chili due euro e cinquanta, in quel negozio
a volte hanno occasioni quasi come al mercato
ed è comodo perché è qui vicino a casa,
adesso smetto di scrivere cazzate
e vado di là a mangiare le albicocche.
Inviato da: anita_19
il 02/07/2020 alle 09:15
Inviato da: lumachina85
il 22/03/2019 alle 09:19
Inviato da: molinaro
il 06/06/2017 alle 11:31
Inviato da: molinaro
il 06/06/2017 alle 11:26
Inviato da: molinaro
il 09/08/2016 alle 11:41