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Post N° 8
Post n°8 pubblicato il 28 Febbraio 2006 da quattroBinunN
Il villaggio conta poche anime. Le capanne, realizzate in fango, sono ricoperte di foglie secche ma nonostante tutto il calore al loro interno è opprimente. Sono disposte in circolo, come tipico dei villaggi di un po’ tutto il centro Africa ed, in realtà, come è sempre stato sia nelle civiltà primitive che, con modalità diverse, anche nelle città moderne; cos’altro è la Piazza se non il luogo di aggregazione, il punto attorno al quale ruota la vita delle nostre comunità; cos’è in fondo l’uomo se non un “animale sociale”. Al centro dello slargo, fa bella mostra di sé un piccolo pozzo in pietra che scende nelle viscere della terra per raccogliere quel po’ d’acqua che garantisce la sopravvivenza della gente del posto, che fa di questo luogo un posto nel quale è possibile sopravvivere, Tutto attorno è il deserto, ma questa volta nel senso stretto del termine, niente di figurato, di metafisico, di astratto; una sconfinata distesa di sabbia che si estende a perdita d’occhio; un mare di minuscoli granelli di sabbia bianca, finissima; un oceano in continuo divenire, soggetta ai capricci del vento che ne plasma le forme, sinuose ed affascinanti, quasi fossero una bella donna che, sdraiata per terra, si muove, mostrando ora una sua parte, ora un’altra. Il vento soffia di rado da queste parti, ma quando lo fa, Eolo deve prelevarlo direttamente dalla fiamme dell’inferno; un vento forte, teso, caldo che sembra debba seccarti per poi strapparti via la pelle incartapecorita. Non è di certo questo il “buon vento” che mi ha portato da queste parti. Sono qui da alcune settimane oramai e, superate le prime, logiche diffidenze della popolazione, che raramente vede uomini bianchi in questi luoghi, mi sento quasi come un componente del villaggio. Cammino lentamente, seguendo i miei pensieri che vagano distratti e mi ritrovo, come quasi tutti i giorni davanti la sua capanna. Kantourè ha circa trentacinque, quaranta anni, non sa nemmeno lui di preciso quanti; qui, quando nasci, nessuno si preoccupa di registrarti, la burocrazia non è ancora, e forse per fortuna, mai arrivata. Non ha mai conosciuto la sua famiglia, la madre è morta dandolo alla luce, il padre non si è mai fatto avanti, potrebbe essere chiunque, qui del villaggio o, chissà, anche un uomo di un villaggio vicino. Lui è stato allevato da una coppia del luogo che si è occupata di lui come fosse un loro figlio, quel figlio che loro non erano mai riusciti ad avere. Ed è venuto su bene Kantourè; alto quasi due metri, con un fisico che un bianco in nessuna palestra potrebbe mai riuscire a plasmare; del resto se un popolo riesce a sopravvivere da millenni in queste proibitive condizioni ambientali, deve avere un qualcosa di speciale, forse è proprio vero che esiste una razza geneticamente superiore. Lavora il legno Kantourè; lo ha imparato presto, dal suo patrigno; ha imparato tutto quello che il vecchio poteva insegnarli. Conosce tutti i segreti del legno, ne sa sfruttare a pieno le caratteristiche, ne capisce a prima vista, al primo contatto i difetti, le venature, riesce, solo accarezzandolo, a carpirne i segreti. Lo osservo spesso quando lavora. Lo ammiro, quasi estasiato, quando con quelle enormi mani, inaspettatamente sensibili, inizia il lavoro scegliendo con cura il pezzo di legno che si appresta a lavorare; lo tocca, lo accarezza, sembra quasi sfiorarlo, rigirandolo da una parte all’altra, con una delicatezza tale che sembra stia sfiorando una bella donna, prima di prenderne possesso, prima di entrare nel suo “io” più profondo. Quindi inizia a toglier via i pezzi, prima più grossi, poi sempre più piccoli; le sue dita sembrano quasi danzare su quel pezzo di legno che, lentamente, quasi magicamente, sembra prendere forma, sembra prender vita; gli ultimi tocchi sembrano quasi una carezza, che leviga la superficie rendendola liscia e, addirittura dandole una sembianza di morbidezza. Occorrono diversi giorni prima che il lavoro sia concluso come Kantourè vuole; e anche quando sembra che il tutto sia finito e perfetto, lui, incontentabile, continua a rigirare l’opera, a levigarla dolcemente fin quando vede quello che lui solo riesce e vedere, a raggiungere quella perfezione che solo lui conosce. Il vecchio fuori strada arriva nel villaggio una volta al mese circa. Ne scende il solito uomo, nel suo abito di lino bianco; avrà cinquant’anni circa e viene da molto lontano, nessuno sa bene da dove, i confini e le distanze hanno valori relativi, ed in questo sperduto lembo d’Africa lo sono ancora di più. Non saluta nessuno, non guarda nessuno, non si ferma con nessuno ma si infila deciso nella tenda di Kantourè e ne esce con tutti gli oggetti che vi trova. Kantourè è felice, anche questa volta è riuscito a spuntare il prezzo che voleva; l’uomo bianco cerca sempre di fregarlo, dice lui, di offrire cifre troppo basse, ma oramai lui ha imparato che può tirare sul prezzo, ricevere anche il doppio di quello che gli viene offerto di primo acchito; è felice perché con i soldi che ha guadagnato potrà vivere tranquillamente per un altro mese, senza eccessivi patemi d’animo, avendo più di chiunque altro nel villaggio possa solo sognare di possedere nel frattempo produrrà altri oggetti per la prossima volta. Dicono esista un negozio, nel cuore di New York; dicono che venda oggetti artigianali, etnici, in legno, prodotti a mano da un artista in un lontano Paese del centro Africa; dicono che quegli oggetti siano quasi sempre acquistati dagli stessi collezionisti, amatori di quel genere di oggettistica; dicono che quegli oggetti vengano venduti a cifre esorbitanti, e che il loro prezzo è destinato a salire ancora; dicono che il venditore, nonché scopritore di questo meraviglioso artista si sia arricchito con questo commercio; si dicono tante cose in giro… gulliver
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