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La daga insanguinata (5 capitolo)

Post n°2965 pubblicato il 12 Settembre 2022 da paperino61to

Riassunto: il commissario Berardi sta indagando su una serie di delitti che avvengono nella sua città, le vittime sono tutte prostitute. Ad afffiancare il commissario c'è anche il maresciallo Rimaudo, suo vecchio amico. Quest'ultimo indaga anche lui sulle uccisioni di prostitute avvenute a Savona e intorni, la sua pista l'ha portato a Torino.

Berardi va a parlare con il questore e il prefetto del rischio che è assassino sta circolando nelle strade della città. Il prefetto risponde picato dicendo che a nessuno interessa delle morti di queste prostitute e che il commissario deve lasciare stare le indagini e concentrarsi su evenutali attentati ai danni degli alleati tedeschi. Il questore parlando in privato al suo sottoposto lo esorta ad andare avanti. Berardi pur a malincuore domanda aiuto a due sfruttatori: Ferrari e Bosio, chiedendo loro di controllare le ragazze che lavorano per loro e di osservare eventuali clienti sospetti. 

 

I due uomini non erano convinti che fosse la cosa migliore per tutelare i loro “investimenti” ma alla fine dovettero cedere.

“Va bene commissario, vogliamo fidarci di lei. Metteremo dei nostri amici ad osservare i clienti, la descrizione quindi riguarda un uomo alto con cappello e cappotto nero se non abbiamo capito male”.

“Esatto, la descrizione arrivata a noi è questa, meglio sarebbe se i vostri uomini si trovassero sullo stesso piano delle ragazze o al massimo a quello di sopra in modo da intervenire al primo grido di aiuto, inoltre l’assassino sembra che usi un auto di color scuro”.

“Non sarà facile passare inosservati su un pianerottolo, ma tenteremo. Se dobbiamo intervenire lo facciamo e poi vi chiamiamo giusto?”

“Si! Chiamateci, altrimenti dovremmo appiopparvi un’accusa di omicidio al vostro lungo curriculum!”.

I due escono dall’ufficio, io chiamo Maria al negozio per dirle se le va di andare a pranzo da mamma Gina.

“Perino, vieni con me”.

Nel frattempo uscendo dalla questura incontro Ettore.

“Ciao Marco, dove vai a quest’ora?”.

“Vieni con me andiamo a rifarci gli occhi”.

“In che senso scusa?”.

“Adesso non dirmi che da quando sei sposato non guardi più le donne! Non ci credo e per questo ti porto a fare un giro nei bordelli”.

“Commissario, ma conviene mettere sull’avviso le tenutarie?”.

“Non diciamo nulla Perino, siamo lì solo per un controllo, la solita routine”.

Il primo bordello è quello di via Calendra, due stabili adibiti al piacere dei clienti.

La tenutaria è una nostra vecchia conoscenza: Rita Merino.

“Chi si vede…il commissario Berardi…non mi presenta ai suoi amici?”. La donna sfodera un sorriso da consumata maliarda.

“Ciao Rita, lascia perdere i miei amici. Siamo qui per un controllo!”.

“Peccato…questo bel giovanotto mi sembra in gamba”, e indica Ettore.

“Venga le faccio vedere i registri, vedrà che è tutto in ordine, lo sa che non sgarro, non voglio noie con voi”.

Domando quante ragazze ci sono.

“Una decina e tutte di ottima bellezza, le vuole vedere?”.

“Non disturbarti, dimmi soltanto una cosa: avete avuto problemi con qualche cliente?”.

“Nulla di che, commissario. Ogni tanto viene qualche furbetto a farsi gli occhi senza voler spendere, ma lo faccio correre via a gambe levate”.

Dal colloquio non abbiamo rilevato nulla di anomalo, stessa cosa si ripete negli altri bordelli di via Principe Amedeo, di corso Raffaello e via Massena.

“Commissario, andiamo in quello di via Cellini ora?”.

“Si, sperando che il questore non venga a saperlo”.

Ettore mi domanda come mai.

“Devi sapere che quel bordello è la crema di Torino, ci vanno i pezzi grossi della società torinese e del partito fascista”.

“Non stai correndo un rischio ad andare?”.

“I controlli si devono fare ogni tanto non trovi? Tu comunque mi aspetti in macchina, non voglio coinvolgerti in questa cosa”.

La casa di piacere è tenuta da Madame Giselle, meglio conosciuta come Alfonsina Neri, amante preferita del vecchio prefetto e da voci indiscrete anche da quello attuale.

“Commissario Berardi quale onore, si accomodi…non credo che siate qui per le ragazze vero?”.

“Esatto Alfonsina, è un controllo di routine”.

Pongo alcune domande, quasi come fossero fatte a casaccio, ma anche qui nulla di interessante.

“Qui i clienti non vengono per fare casino o fare i furbi, lo sa anche lei chi frequenta questa casa”.

Risaliamo in auto e torniamo in questura, racconto a Ettore di come è andata la nostra visita.

“Ho come impressione che il nostro amico sappia muoversi bene nella tua città”.

“Già…stai pensando che abbia un complice?”.

“Si, credo proprio di sì!”.

Tornato in questura un signore di mezza età si presenta nel mio ufficio, si chiama Egidio Melo, abita in via Cardinal Massaia.

“Stavo tornando dal lavoro quando vicino a una pianta ho visto questo quaderno. Ho pensato che fosse stato perso da un bambino che va a scuola nell’istituto delle suore, mi sono fermato per raccoglierlo in modo da poterlo sporgere alle suore. Ma mi sono subito accorto che non era un quaderno scolastico, c’erano scritti dei nomi, e alcune pagine erano strappate…”.

“Cosa le ha fatto decidere di venire da noi?”.

“Commissario, se nota bene il quaderno è macchiato di rosso, ho subito pensato che fosse sangue. Sono andato dai suoi colleghi di zona e mi hanno indirizzato a lei, hanno detto che forse riguarda la donna uccisa in via Sospello”.

“Ha fatto benissimo, la ringrazio di cuore, potrebbe essere un indizio molto importante. Una raccomandazione, non parli con nessuno di questo ritrovamento”.

L’uomo esce dall’ufficio, inizio a sfogliare le pagine del quaderno, ci sono dei nomi, sicuramente sono i clienti della Bernini. Alcune pagine sono state strappate e credo che vi fosse stato riportato il nome dell’assassino.

“Tirdi portalo alla scientifica, anche se credo che il nostro amico non abbia lasciato impronte”.

“Vado subito commissario!”.

“Che ne dici Ettore di questa scoperta?”.

Mi guarda e solleva le spalle come a dire che serve a ben poco: “Bisognerebbe trovare i fogli mancanti e credo che l’assassino se le sia portati dietro o buttati chissà dove”.

“Lo penso anche io, e poi a che serve scrivere i nomi dei clienti? Per ricattarli? Non credo, piuttosto per vedere se il cliente è uno fisso o occasionale, è l’unica spiegazione che posso dare”.

Dalla scientifica le uniche impronte rilevate sono quelle della vittima, quello che mi lascia perplesso è come l’assassino fosse a conoscenza di questo quaderno. L’alloggio non era sottosopra, posso ipotizzare che era in bella vista sul tavolo o comodino oppure la donna nella speranza di salvarsi le abbia proposto uno scambio, il quaderno in cambio della vita.

Torno a casa da Maria mentre Ettore va alla pensione dove alloggia, in zona Porta Nuova. Entrambi siamo immersi nei propri pensieri.

(Continua)

 

 
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