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Orgoglio ed amarezza

Post n°33 pubblicato il 13 Aprile 2009 da threecharlie
 

Oggi ho conosciuto di persona, o forse meglio dire riconosciuto, un personaggio di cui mi ha parlato un collega ex lagunare, con un'accezione tra il mito e la macchietta (in senso buono). Mi diceva, porta con fierezza lo scudetto della X MAS sul bavero della giacca ed io, non conoscendolo, mi immaginavo un nostalgico immerso in un'epoca che non è questa, legato principii sbagliati perché questo è quello che ci hanno insegnato sui libri di scuola: tutto ciò che si avvicina al fascismo è male.

Non è certo mia intenzione farne una questione ideologica, né tantomeno politica, ma sono rimasto affascinato da questa persona (e non personaggio) che nei dieci minuti trascorsi in taxi per portarlo dalla stazione ferroviaria alla sua abitazione ha cominciato a farmi partecipe dei suoi crucci, delle sue amarezze. Solo dopo che è sceso dall'auto e mi sta per allungare una banconota da 50 euro, sulla quale ne restituisco 32, noto il distintivo e capisco che è lui. Finalmente conosco quell'uomo e comincio a parlarci, dicendo che mi interesso un po' della storia recente d'Italia e che scrivo di aeronautica omettendo di citargli wikipedia, mi dico, perché forse non capirebbe bene di cosa parlo.

Il mio esortarlo a parlare di alcuni episodi che riguardavano quel periodo storico italiano lo hanno aperto come un libro. Gli occhi di un verde chiaro erano illuminati e tristi nello stesso momento, lui rivivendo le immagini dei compagni morti a pochi passi ed io cercando di immaginare il più possibile con umiltà e la consapevolezza che io proprio non so cosa sia la guerra, tanto meno la guerra che mi stava raccontando lui. Una delle tante frasi che mi hanno colpito è stato quando salutando il preside della scuola in cui studiava da perito chimico, qui a Rovigo, lo stesso si rivolse a lui con un gesto paterno "mi raccomando Giovanni" e lui rispose "mi dispiace; non me ne vado perché non ho voglia di studiare ma dobbiamo andare a salvare l'onore di questa nostra Italia", sottolineando, sempre con quegli occhi fieri e tristi: "avevo 16 anni, sedici anni! E parlavo di onore!".

Non si può capire quel che provavano allora se non si parla con il Signor Giovanni A.; quel che sento è un documentario orale come nella tradizione di millenni fa, degno di essere immortalato come gesta eroiche se fossimo stati nella Grecia antica o cantate nella tradizione vichinga. L'orgoglio di appartenere, ad un gruppo si direbbe oggi, ad un'unità che aveva uno scopo, un'idea, una speranza, un onore. Non si può capire la storia se non si ascolta il Signor Giovanni; pur con le sue idee chiaramente legate al regime, queste non profumano di politica, non sono delle semplici idee astratte. Quel che ho ascoltato erano il suo mondo, la sua vita, qualcosa di molto, molto concreto.

Estrae dal portafoglio una foto del suo comandante: "Borghese", mi dice, "è stato per noi un padre; siamo arrivati a la Spezia portandoci da vestire da casa, perché, con rammarico, non aveva di che vestirci. Ci riuscì solo dopo sei mesi".

Dovete perdonarmi; questa mia non è un'intervista o una biografia, per cui le date ora mi sfuggono, così come i luoghi precisi, ed il filo conduttore del suo racconto tende a mescolarsi. Quel che mi affascinava più che la storia in se stessa era la sua passione nel raccontarla, forse la consapevolezza che stavo ad ascoltarlo con attenzione lo invitava ancora più a raccontarmi stralci della sua vita, della sua avversione certi personaggi storici e politici, nel definire "drogato" un noto imprenditore a livello nazionale e deprecare le sue connessioni con la politica italiana della parte, in teoria, avversa. Ne ha per tutti, snocciola epiteti a nomi noti della politica italiana di qualche decina di anni fa, ma non lo fa con la sufficienza della semplice "chiacchiera da bar", dove ancora oggi si incontrano decine di tecnici di calcio, di commissari tecnici della nazionale, di politici ed economisti al grido di "io farei così". No, il Signor Giovanni lo fa con competenza, anche se ripeto con la convinzione della sua appartenenza a quel gruppo già citato prima. Lo fa con chi ha vissuto certe cose sulla propria pelle, sul proprio orgoglio. Quando parla di vergogna che prova per la patria, la sua Italia, che non è la mia perché non la riconosco nei suoi racconti, lo fa con la stessa incisività di quando parlava di onore. Giovanni si emoziona, si arrabbia, gli occhi gli diventano piccoli ed umidi, quindi si ri-arrabbia. Parla brevemente della sua parentesi lavorativa del dopo guerra, della medaglia d'oro che gli hanno conferito che con orgoglio ogni tanto toglie dalla cassaforte per ammirarla, sono convinto per il valore simbolico e non per quello prettamente economico. I pensieri si accavallano, lo saluto più volte perché il lavoro mi attende, lui mi chiede come mi chiamo per dirmi, tra le altre cose, qualcosa che suona come: "Roberto, bisogna avere il coraggio di essere onesti con se stessi; se non si è onesti con se stessi come si fa ad esserlo con gli altri?"... mi commuovo...

Ci sono persone che ti conquistano; il Signor Giovanni è una di queste...

Questo vuole essere un omaggio a Giovanni ed a tutti i ragazzi di Borghese, quelli che credevano in dei valori, magari diversi dai miei, ma a cui è innegabilmente doveroso portare rispetto. Grazie per la lezione di storia, di umanità, di coraggio, di passione, di vita.

 

 
 
 

Storie brevi; una ragazza in stazione dei treni

Post n°32 pubblicato il 23 Marzo 2009 da threecharlie
 

Alle volte usiamo le persone come specchi anche se loro non ne sono consapevoli; ci sono casi dove riconosciamo alcuni dei nostri comportamenti passati negli atteggiamenti di chi ci passa davanti, magari distrattamente, e che da modo di raccontare la sua storia con un occhio di riguardo verso la nostra o, se vogliamo, la nostra storia riuscendo ad esorcizzarla vergognandoci on po' meno della debolezza di turno. Io raramente mi vergogno, mai se le mie azioni non sono votate a far del male ad una persona.

Non so come si chiamasse e non ha importanza, era davanti a me, davanti alla postazione dei taxi dove passo una buona parte della mia vita ad osservare il mondo al di là del lunotto. Era una bella ragazza, non troppo giovane, forse sui 25 anni, capelli neri e lunghi, carnagione bianca con le guance rosse, dita affusolate, alta più di un buon metro e settanta, stivaletti, pochi tacchi e... piangeva. Non stava singhiozzando, non sembrava disperata, affranta, provata, anzi ad un'occhiata distratta non si poteva dire nemmeno se piangesse o meno nella luce artificiale della pensilina esterna. Appoggiata al muro piangeva delle lacrime che non voleva asciugare, le la sciava scorrere sulla faccia comunque con l'espressione di chi sa che è stato un prezzo da pagare. Forse un addio subìto o un addio imposto, o un altro tipo di distacco, un genitore, un parente, un amico che se n'era andato per sempre, il tutto con quelle lacrime di chi sa di essere nel giusto, con una dignità invidiabile. Ricordo bene quella sensazione per averla provata sulla mia pelle, per averla anche ostentata perché in quelle condizioni suscitavo curiosità in coloro che stavano condividendo il mio spazio. Ed io, con arroganza mista alla curiosità di vedere se avevano il coraggio di sostenere il mio sguardo, ricambiavo puntando a mia volta dritto nel loro sguardo che, tutte le volte, si abbassava, si distoglieva, scappava, forse per  evitare di essere giudicati voyeur di sentimenti altrui.

Anche lei lo fece, dritta negli occhi come un giavellotto, ma io sostenni quello sguardo a lungo accennando un sorriso che lei ricambiò solo per pochi istanti ma facendomi partecipe del fatto che aveva compreso.

 
 
 

Riflessioni ascoltando la radio

Post n°31 pubblicato il 13 Marzo 2009 da threecharlie
 

Non è la prima volta che parlo delle trasmissioni che ascolto alla radio; nel mio lavoro è una presenza costante come sottofondo delle mie attività, alle volte sostituita da uno specifico autore, album (o se preferite CD). Io sono affezionato a RAI2 ai suoi conduttori che sono diventati un po' di casa e che non è strano mi abbiano strappato sorrisi e sonore risate, che mi abbiano fatto crescere culturalmente, mi abbiano dato modo di vedere un fatto di cronaca, un problema sociale, una pagina storica in una prospettiva diversa. Alcuni programmi sono di intrattenimento, certo, ma sempre con un risvolto intelligente: uno degli ultimi arrivati è un'evoluzione di quel che negli anni passati si chiamava radiodramma, una storia da raccontare, il cinema alla radio, il teatro alla radio, il fumetto alla radio... Mi viene in mente una passaggio di Novecento di Alessandro Baricco quando il narratore, l'amico trombettista Tim Tooney, raccontava che Novecento gli confidò che "non sei fregato veramente fino a che hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla", concludendo che <<lui l'aveva... una buona storia, che lui "era" la sua buona storia>>. In questi caso la storia è fin troppo immediata nella sua semplicità. Si tratta di una persona, Matteo Caccia, che dopo aver lavorato già in radio rimane vittima di un'amnesia totale, in termini informatici di un crash di sistema con conseguente perdita dei dati, una persona che non ricorda assolutamente nulla di quel che gli era successo fino al momento del suo risveglio, della sua rinascita.

Di per se la storia si dipana verosimile, con quell'abilità tipica dell'attore consumato che vivendo appieno quella parte riesce a coinvolgere e coinvolgersi talmente tanto da far apparire il suo racconto reale, vero e vivo. Ora non starò a chiedermi e chiedervi, una volta ascoltata la trasmissione (interamente scaricabile in podcast, una delle ottime iniziative della RAI) se è vero o se è tutta una finzione, e se l'introduzione da qualche giorno di un nuovo personaggio, quella che Caccia chiama la sua psicosignorina, sia effettivamente un'analista psicologa come sembra, se l'analisi la faccia al personaggio o all'uomo (sempre sia una storia vera). Per ora mi vorrei focalizzare sugli strumenti di elaborazione e crescita che forniscono i suoi interventi, e nello specifico uno: il concetto della verità e della percezione della verità.

Provo a spiegarmi: in altri mie precedenti thread vi ho forse fatto partecipi di come alcune persone siano in grado di "leggere" particolari e sfumature che altri non colgono per incapacità, immaturità o superficialità. Nel primo caso sono persone dai principi semplicissimi, vicini ai bisogni primari e che sono ciechi a qualsiasi sfumatura esista tra il bianco ed il nero; nel secondo esiste la percezione della gamma dei grigi ma per pigrizia o per impostazione mentale dovuta alla cultura ed all'insegnamento impartiti quella persona non reputa importante quella gamma di grigi, anzi la rifiuta perché destabilizzante perché crea una inutile fatica tipica di chi non è allenato allo sforzo di comprendere, di capire; se la cosa è immediata e palese bene se no si evita o si classifica, nell'ultimo caso, velocemente come bianca o nera in modo che non diventi un problema.

La verità... cos'è? Io vedo una mela, percepisco una mela con la sua forma, la sua gamma di colori, il suo profumo, la sua sensazione tattile e, addentandola, con il suo gusto e con il rumore che fa mentre la addento. Ma queste sono sensazioni mie, e si fa presto a pensare che queste siano sensazioni universali, capaci di essere colte da chiunque vi si voglia soffermare. La verità di quella mela è quella che percepisco io, quella è "la mela" nel senso più completo che io possa comprendere e percepire, quella che un pittore riproduce in una natura morta con il suo sistema di percepirla. E fin qui può anche andare tutto bene ma se questo esercizio lo si fa rivolto a qualcosa che possa essere un rapporto interpersonale le cose si complicano in maniera esponenziale più il rapporto si fa intenso; la gamma tra il nero (inesistenza della luce riflessa metafora dell'inesistenza di qualsiasi rapporto) ed il bianco (fonte emozionale assoluta come assoluta è la gamma di colori percepibile dal nostro occhio tanto che si fondono in un unico colore/non colore) è costellata da una innumerevole serie di sfumature di grigio che vanno dal rapporto superficiale, alla buona conoscenza, alla simpatia, all'amicizia, all'empatia, all'affetto all'amore. Eppure quel che per me potrebbe essere un dovere, una regola morale, un sentimento può non essere recepito nella stessa maniera da un'altra persona. Pensiamo all'amore; siete sicuri che la persona amata vi ricambi con lo stesso sentimento? No, magari l'intensità sarà la stessa, il fine lo stesso, ma l'essenza di quel sentimento è un'illusione che sia esattamente lo stesso; la percezione della realtà è così diversa, e si scende a compromessi per far si che, ritornando all'esempio originale, quell'oggetto che noi identifichiamo con una forma, un colore, un profumo sia universalmente una mela per me, per te per tutti, ma è solo un'approssimazione della verità personale, dell'interpretazione che s da di quella mela.

Ed ora buon Aulin a tutti.

 

 
 
 

Riflessione; amicizia e amore?

Post n°30 pubblicato il 03 Marzo 2009 da threecharlie
 

tristezzaLa mia esperienza wikipediana lontana dal cosidetto "copyviol" (violazione del dioritto di copyright) mi lascia restio a citare integralmente un'opera di cui non siano stati concessi i diritti, ma questa volta faccio un'eccezione sperando che la Sergio Bonelli Editore non mi voglia citare, tanto più che ho intenzione di scrivere chi è stato così sensibile da proporlo in un fumetto. Si tratta di una serie di battute tratte da "Il segreto dei mutati", Agenzia Alfa Nr.10, pag 79-82; soggetto e sceneggiatura di Stefano Vietti.

Ambiente: Una chiesa. Personaggi: Janine Spengler, Padre Jason Gould.

J:Ho tradito un mio amico, padre... ed ora ne sto sopportando delle conseguenze atroci... soprattutto per quello che ho scoperto su di lui
P:Se vi va di parlarne, io vi ascolto
...

J:Padre Gould... voi pensate che tutti, nella vita, vogliano essere aiutati? Voglio dire... forse qualcuno preferisce starsene da solo... soprattutto nei momenti difficili...
P:Nessuno vuole stare solo Janine. Se vi state chiedendo se abbiate o meno il diritto di violare la solitudine del vostro amico per tentare di aiutarlo, anche suo malgrado, beh... vi dico che non solo avete quel diritto, ma che è anche un vostro dovere...
J:Potrei perderlo per sempre...
P:Lo amate?
J:No, ma siamo entrambi così soli... e per le persone sole è facile confondere amore con amicizia... ma non credo sia questo il punto...
P:No, non credo, ma ve lo ripeto, Janine... aiutate il vostro amico in ogni caso... e non lo perderete... non lo perderete affatto!
J:Voi non lo conoscete, è così forte di carattere... e debole allo stesso tempo... io penso che abbia passato la vita a cercare qualcosa, senza trovarla... e per questo è diventato così freddo e cinico.
P:Però, tutto ciò non gli ha impedito di avere accanto dei buoni amici come voi...
J:É strano padre... non pensavo di essergli così amica... non pensavo di aver provato per lui qualcosa fino a che non ho scoperto il suo segreto. E allora... beh...
P:Allora avete paura che vogliate aiutarlo per voi stessa, vero? Quasi per sentirvi utile e dare un senso alla vostra vita... magari per pietà nei suoi confronti...
J:Sì, è così, per pietà e per egoismo...
P:Pietà ed egoismo... sono due grandi motori della vita, sapete? Molta gente ama per essere amata... e molta gente dedica la propria esistenza ad alleviale la sofferenza degli altri per pietà verso di loro.

J:Non è sbagliato tutto ciò?
P:Certo che no! L'amore ha molte facce e la pietà e l'egoismo spesso sono tra esse!
J:Ho letto un referto medico di questo amico... gli ho giurato di non averlo fatto, ma ho mentito... ed il referto mi ha sconvolta, Padre...
P:Il vostro amico sta soffrendo, non è così?
J:Sì, e sarà sempre peggio...

La storia continua, non vi sto a dire di più perché il contesto potrebbe essere qualunque, la malattia essere una malattia dell'anima e tutto questo dialogo, come io penso, una grande piccola metafora. Non credo ci sia per ora molto da aggiungere, lo farò agli eventuali commenti che lascerete, però sappiate che leggendo questo ho spolverato un paio di miei ricordi e li ho resi belli e vividi come nel momento in cui li ho vissuti. Questo dialogo lo dedico ad annina e a tutte quelle persone che hanno dedicato alle volte in maniera assoluta e sbagliando, seppur in buona fede, parte della propria vita per una pulsione passiva, quella di perdonare se stessi attraverso l'espiazione verso l'assoluta dedica ad un'altra persona, sia questo padre, madre, figlio, figlia, amico, amante, amore...

 
 
 

Raccomandazioni

Post n°29 pubblicato il 27 Febbraio 2009 da threecharlie
 

ice glaze _n a tree in Kasas during the 2007 Ice Storm

Non vorrei che si pensasse che “copio” gli argomenti da un altro blog; forse sono stato semplicemente invitato a fare una visita alle centinaia di sms ancora presenti nel cellulare che, strapieno, urla “cancella questi dannati esseemmeesse, mi rubano spazio, mi rallentano, è un casino e poi è storia capisci? S T O R I A !”. Nessuna donna nero-equivalente; le mie conoscenze (quelle buone), le amicizie, gli affetti, le passioni, gli amori… tutte meravigliosamente bianche, anche quelle che mi hanno fatto soffrire come un cane o, per essere precisi, quelle che semplicemente non provavano quello che provavo io, o forse non nello stesso momento… non puoi certo fa loro una colpa, non avrebbe senso. Però, come faccio per altri ricordi che potranno risultare anche banali ad una mente meno romantica, li espongo in una bacheca immaginaria, tutti a guardarmi e pronti ad essere guardati tutte piccole e grandi parti di me. A guardarli, come fossero soprammobili, rivedo me stesso e capisco quel che sono ora grazie a quei ricordi. Alle volte la nostalgia ha il sopravvento ed una lacrima asciutta scorre invisibile sulle guance, molto più spesso sorrido ricordando il momento felice (anche una piccola felicità è pur sempre una felicità) ai quali sono abbinati. Ma arriviamo alla riflessione: mi hai scritto (tu lo sai che mi riferisco a te) “Ti si deve scegliere affinché non ti butti via? Non mi sembra debba essere così.” Ok, bisognerebbe leggere il contesto per capire meglio il messaggio ma ora mi piace analizzare l’essenza di quel che hai scritto. Sono scappato da una situazione in cui mi sono accorto che, essendo scelto più che avendo scelto, mi sono accorto che non mi bastava e non era coretto farlo pesare, con il timore concreto che sarebbe potuto succedere un nonnulla per far traballare un rapporto, o meglio il mio ruolo in quel rapporto. Meglio allora “buttarsi via” o meglio diventare ogni giorno più orso, più refrattario al sentimento profondo? Se non mi innamorerò forse eviterò di soffrire e far soffrire… non funziona, capita che si innamorino anche senza che tu lo voglia e dispensare dolore è inevitabile. Che fare allora? Aprire il cuore all’imprevisto? Non è qualcosa che puoi decidere razionalmente, è istinto, e l’istinto si controlla a fatica; il meglio che puoi fare è anestetizzarlo fin che dura e, come nel suo analogo fisico, prima o poi l’assuefazione te ne fa prendere sempre più e ti ammali di orsite acuta. Hai ragione, non mi si deve scegliere e non mi butterò via, non per qualcun’altra; se l’ho fatto, se lo farò in futuro sarà solo per me, mi butterò via, magari con classe, oppure non lo farò, ma sempre con un esagerato egoismo, lo stesso che mi ha fatto innamorare. Non avete ben compreso quel che volevo trasmettere? Pazienza, questa non è una rubrica di un rotocalco e non scrivo sempre con un occhio attento a chi mi leggerà, questa la scrivo soprattutto perché ho voglia di scrivere (con il sottofondo di Allegri che estrae note, poesia, immagini e sentimenti dai tasti bianchi e neri di un pianoforte).

 

 
 
 

Guido piano

Post n°28 pubblicato il 18 Settembre 2008 da threecharlie
 

Il titolo è un omaggio ad un brano simbolo di Fabio Concato, autore che ho sempre trovato affine e che ha accompagnato alcune fasi della mia vita facendomi conoscere un gruppo di persone, lo zoccolo duro dei partecipanti del forum ufficiale (ma questa è un’altra storia). I miei amici e conoscenti, virtuali o meno, sanno che lavoro faccio, per i lettori occasionali ricordo che faccio il taxista per cui capita, anche se non spesso, il viaggio fortunato,
che per alcuni miei colleghi non significa molto di più che un bel guadagno. Io non sono così alieno da non riconoscere che l’aspetto economico non sia importante ma questa settimana ho avuto la fortuna di fare due viaggi, un po’ stancanti fisicamente magari, ma ne valeva la pena. Domenica sono andato con dei clienti a Follonica; avevano fatto un incidente stradale che era costato loro la macchina (da buttare) ma sostanzialmente se l’erano cavata con poco dal punto di vista fisico. Non avendo voglia, perché esausti, di aspettare treni e coincidenze hanno deciso di spendere molto di più ma di raggiungere prima possibile casa. Al momento di mettermi sulla strada del ritorno mi sono detto “ma sì chi se ne frega (di tornare velocemente), ora vado a ca… (torno a caso)”, e così ho fatto. Guidavo “a vista”, niente cartine, solo istinto, dirigendomi dove mi sembrava ci fosse qualcosa che appagasse la mia curiosità, trovandomi inizialmente in uno sterminato (vabbeh, non era sterminato ma grande sì, quello sì) “Getsemani”. Ulivi ovunque, e girandomi verso il Tirreno, una gran vista su quel che penso fosse l’Isola d’Elba (se poi non lo era poco male, era bello pensarlo), e poi via, all’incrocio giro a destra o a sinistra? Non è importante, quanto è bello guidare ad istinto. Sapevo solo, o forse è più corretto dire volevo solo, che era giusto avvicinarsi a Firenze, all’entrata dell’autostrada che mi avrebbe riportato verso casa, a Rovigo. L’unica concessione del viaggio al soddisfare un paio di curiosità precise era il passare a Larderello (i soffioni boraciferi mi affascinavano da quando li ho letti sul sussidiario scolastico, anni settanta) e una puntatine a Pontedera, giusto per inveire verso il museo Piaggio, reo di non aver mai risposto ad una mia mail in cui chiedevo informazioni da riversare in wikipedia. Tra le colline attorno a Larderello non ho trovato i soffioni, me li immaginavo come piccoli geyser sparsi, non sfruttabili commercialmente, o forse non ho solo saputo trovarli, In compenso ci sono tubi dappertutto, in acciaio inox, che scintillavano nel sole che ogni tanto faceva capolino tra le nuvole. L’immagine mi ricordava un LP degli Alan Parsons Project, Ammonia Evenue, che razionalmente non si avvicina alla realtà di quel che stavo vedendo, ma le associazioni sono belle e libere anche per quello, e il bambino che era in me si comportava come in un negozio di giocattoli. Con Pontedera è andata inizialmente male. Alla delusione dell’aver scoperto il museo più “modesto” di quanto mi aspettassi (solo una opinione basata sull’aspetto dell’edificio, tutt’altro che qualcosa di autorevole) si è contrapposta la meraviglia, quella del bimbo che è in me, nello scoprire invece la presenza delle centrali eoliche, dei gran ventilatori che “funzionano al contrario” e che invece di consumare energia elettrica per muovere l’aria delle giornate afose la generano muovendo le tre pale nel vento, evoluzione tecnologica dei mulini. Altro
scaffale di giochi ed altri sorrisi “ebeti” nel guardare all’insù commentando la scoperta con l’amica Paola (chachechichochu) al cellulare oltre alla sensazione di comunismo radicato per una serie di manifesti affissi per un non ricordo quale avvenimento legato a Mao Tse Tung (mah, sono perplesso). Ok, questa la finisco qui che probabilmente non vedete l’ora (se non l’avete già fatto) che sta cosa finisca (3C o non scrive mai o vi assassina la pazienza), tanto, ora apro un altro thread tiè.

 
 
 

Un anno da wikipedista

Post n°27 pubblicato il 07 Settembre 2008 da threecharlie
 

Dopo aver così tanto a lungo trascurato il mio blog pensavo fosse carino scrivere qualcosa che potesse stare tra la descrizione della mia partecipazione e dare nel contempo una serie di info per meglio capire i pregi del progetto ed analizzare eventuali sue pecche, il tutto però senza alcuna polemica ma solo come una delle numerose esperienze che ho fatto sul web finalizzate a far qualcosa di più che semplicemente far passare il tempo. necessità caratteriale di rendermi utile? Ripercussioni psicologiche che scivolano nella necessità di trovare uno scopo "per farmi accettare dalla società" (ricordo una discussione su questo)? Magari è qualcosa che solletica il mio ego diventando più narcisistico che patriottico? Magari anche no, semplicemente mi diverto nel senso più infantile del termine  .
Sì, direi che è un buon modo per raccontare cosa faccio, chi incontro, quali sono le cose che girano intorno al fenomeno così da rendervi conto (penso) come me che tutto il mondo è paese, anche quello virtuale.

 
 
 

Il premio Laurentum, concorso di poesia.

Post n°26 pubblicato il 03 Novembre 2007 da threecharlie
 
Foto di threecharlie

E così alla fine mi sono deciso; dopo tutte le volte che mi hanno detto di tentare, di buttarmi, ho deciso di partecipare ad un concorso nazionale di poesia indetto dal Centro Culturale Laurentum, Spinaceto (Roma). Devo dire la verità, quello che stavolta mi ha fatto decidere è stato l’importo destinato al vincitore, ben 5.000 bei eurini; magari non sarà una nobile causa, ma la mia situazione economica costantemente sull’orlo della dignitosa sopravvivenza ha prevalso su motivazioni più intellettuali. Dite che sono piuttosto arrogante da pensarmi alla portata di quel primo premio? Sì, avete ragione, ma dato che ho deciso di giocare perché non sperare nella possibilità di portare a casa tutto il piatto? Comunque, ritornando alla essenza culturale dell’evento, mi piace pensare che qualcosa che ho scritto io abbia la possibilità di finire sotto gli occhi di più persone interessate e magari che abbia la possibilità di aprirmi una porticina editoriale futura, legata più ad altri ambiti che non quello poetico.
Ma vediamo di farvi partecipi delle decisioni inerenti al concorso; entro il 30 ottobre bisognava presentare da una a tre poesie, ma quali tra le oltre quaranta che ho scritto in questi anni? Ci sono delle idee ricorrenti in quello che scrivo, e tra le poesie si possono trovare alcuni “filoni”. Il primo tra queste sono quelle che sono state definite dei dipinti con le parole, in cui descrivo un paesaggio, un’emozione, una situazione di vita arricchendola di particolari per fare in modo che venga visualizzata il più vicino possibile a come l’ho pensata o vista io. Alcune sono in realtà a doppia lettura, ovvero si ha la possibilità di leggerne solo il contenuto visivo ma anche una metafora filosofica o interiore che integra quella principale. Il secondo è esclusivamente introspettiva, in cui sono raccontate le mie inquietudini, le mie ricerche, i miei dolori, ma anche le mie sottili felicità i maniera più netta e senza ricorrere ad alcuna metafora se non per arricchire il concetto espresso. Un altro, ma forse è scontato, è quello in cui parlo dell’amore e solo di quello, delle sensazioni positive e negative che mi ha procurato. Le tre che ho scelto, per chi è in possesso di copia delle mie poesie, sono: “La battaglia dell’uragano”, “E qualcuno la chiama solamente…” e “Il borseggiatore di emozioni”. Sinceramente dopo averle scelte ho pensato di cambiarle, ho pensato che ce ne fossero di più intense, di più rappresentative, di meno banali, di più divertenti, di più mature, di più attente alla tecnica, etc. etc. e alla fine va bene così. Mi ero ripromesso di evitare il rischio di diventarci matti e quindi scegliere di getto senza pensarci, vada come vada. Chissà che non mi tocchi scendere a Roma in dicembre per ritirare anche solo una targa di riconoscimento o di un’attestazione di partecipazione. Semmai succederà vedrò di farvene partecipe qui, come sto facendo ora con questp thread. A rileggerci; vostro threecharlie



 
 
 

Wikipedia; i miei contributi

Post n°25 pubblicato il 27 Ottobre 2007 da threecharlie
 

Accidenti al mio cattivo approccio con questa finestra; avevo scritto un bell'articolo su wikipedia, per chi ancora non conosceva esattamente cosa fosse, e sui miei contributi giusto per leggere qualcosa scritto da me che sia diverso da quello che leggete qui. Ora non so se sarò altrettanto bravo ma vorrei riprovarci, magari essendo anche più sintetico. Wikipedia è stata fondata anni fa negli USA per cercare di dare un servizio enciclopedico on line che non fosse viziato dalle innumerevoli interpretazioni ch eogni utente che scrive sul web ha il diritto di scrivere per affermare la propria unicità di individuo e di conseguenza delle proprie idee.
Se questo è ammirevole dal punto di vista artistico non lo è affatto dal punto di vista enciclopedico, perché cisi potrebbe inventare di scrivere che la terra è piatta argomentandolo con sofisticate teorie, tutte versosimili ma sicuramente false. Un'enciclopedia non può essere in balia di interpretazioni, ma solo di dati certi su cui basare una ricerca storica, culturale, tecnica. Per cui negli anni sono state introdotte tutte una serie di regole ferree a cui attenersi, per scrivere qualcosa che sia pertinente e documentabile, tutto questo controllato dauna struttura piramidale di moderatori ed amministratori che hanno le stesse funzioni in realtà di coloro che sono qui in chat, ovvero di fare in modo che ci sia un fruizione di quel "servizio" in maniera democratica e fruibile per tutti. negli anni sono nate numerose traduzioni di quelle pagine originariamente in inglese e recentemente la versione italiana ha festeggiato le 380.000 voci inserite, grazie a tante persone che, senza alcun scopo di lucro ma semplicemente per passione, hanno scritto tutte quelle voci creandole ex novo o traducendole dai cugini esteri.  Purtroppo, visto la necessaria rigidità nel perseguire gli obbiettivi di quella comunità, ho visto sparire contributori importanti per i loro atteggiamenti considerati troppo rivoluzionari e che andavano in costante contrasto con i moderatori. Spero che fossero realmente per tutelare le regole del progetto perché qui come là, ci sono sempre delle persone con il loro carattere e che in base a questo carattere rischiano di compiere più delle battaglie personali che per il bene della comunità intera. Ma arrivo al punto che mi riguarda; mi sono permesso di iserire a lato, dove ci sono i link alle miepagine esterne preferite anche il mio profilo messo su wikipedia, questo perché avendo una pagina libera non sottostà ad un template schematico come quello che c'è qui in libero; in praticami sono sentito più libero di scrivere quello che mi sento di essere, almeno in quell'ambito, per cui se avete la curiosità di andarci a dare un'occhiata troverete piùdati su di me che sulle voci che ho deciso di modificare o creare nel tempo libero. In realtà quell'attività credo mi dia la possibilità di scrivere senza dover per forza ricorrere all'ispirazione, dato che ne è l'antitesi, e quindi in fondo la ritengo un modo rilassante di scrittura. A tutti vorrei dire che c'è sempre bisogno di una mano ma che se vi avvicinate a questo progetto dovete rimanervene abbastanza distaccati da pensare a quel'è lo scopo principale, ovvero creare o modificare voci enciclopediche, non affermare il vostro punto di vista su un dato argomento, o almeno non in maniera che posa distorcere un avvenimento storico o una assodata verità sceintifica.
Al prossimo contributo; ciao a tutti.

 
 
 

La legge Levi-Prodi; un'ombra del governo sui blog

Post n°24 pubblicato il 24 Ottobre 2007 da threecharlie
 
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A tutti i visitatori distratti, agli afecionados, ai curiosi che passano per di qui vorrei cercare di scrivere due parole; mi è giunta voce in chat di partecipare ad una petizione per una legge che giudico iniqua e vergognosa, una legge che è stata pensata da politici di sinistra e che con l'idea di libertà tante volte sentita ripetere da quella parte politica ha poco o nulla che fare. Si tratta della necessità, se la legge andasse in vigore, di iscriversi ad una istituzione chiamata ROC (Registro dell'Autorità delle Comunicazioni).

Non sto qui a stancarvi con tutte le interpretazioni della legge, paragrafi e comme di conseguenza, in questo ci sono centinaia di bloggers che stanno creando post su questo, non avete che da andare a leggerli, ma vorrei comunque farvi riflettere sul fatto che, se andasse in vigore tale legge, sarebbe quantomeno seccante doverpagare per poter scrivere i propri pensieri in un blog o in un sito personale. Mi domando allora per quale motivo si sia messo in moto un simile meccanismo; per salvaguardare i giornalisti che vengono "attaccati" da freelance senza averne il diritto? Per poter controllare i liberi pensatori che scrivono qualcosa di contrario alla pubblica opinione? E se sì, chi decide quanto sia corretto tutto questo? Mi viene da pensare che non mancano certo i fondi ad un politico di turno per poter mantenere un blog di questo genere, semmai alla mamma che vuole donare le fiabe inventate per i propri bimbi a tutti quelli che hanno vopglia di leggerle, o di chi ha una storia piccola da raccontare, o di chi ha voglia di dare una diversa lettura, o più approfondita e competente a fatti di cronaca, ma sempre nell'ambito della socialità fine a se stessa non certo finalizzata ad una sovversione politica. Qualcuno ha scritto che sarebbe un pretesto alla chiusura di tutti quei siti o blog che vanno contro la morale, contro la religioneo contro la società, ma io dico che questo già lo dovrebbero fare i proprietari dei siti, i provider che hanno sicuramente dei dirigenti che dovrebbero fare anche questo, nei limiti delle disposizioni create per non ritrovarsi, ad esempio, un sito pedopornografico tra i propri. Ma sono ancora più estremista; alla fine credo che sia più facile che resti in piedi un blog del genere che non quello della mamma sopracitata, perché un pedofilo è ben disposto a pagare per le sue perversioni, una mamma non è detto abbia la possibilità di farlo. Beh ora la smetto ma non posso fare a meno di lasciarvi il link dove poter mandare una petizione on line per protestare contro questa legge (clicca qui)
Abbiate IL coraggio di scrivere anche voi qualcosa, magari solo un "Disapprovo", ma se siamo in tanti avrà almeno un peso questa iniziativa, non trovate?
Grazie per la pazienza.

PS: Per un approfondimento, pur non essendo in linea a tutte le iniziative promosse dal blog di Beppe Grillo, vi rimando appunto al suo  ---->blog<----.

 
 
 
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