Creato da quelluomo il 19/03/2007
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« IL GIORNO DEL MIO DIVORZIOEGO SMISURATO E QUELLA C... »

UNA LUNGA STORIA AL BAR

Post n°685 pubblicato il 22 Settembre 2009 da quelluomo

Era stato tirato in mezzo a una di quelle cose che fanno più o meno così:

- Quanti ne hai bevuti?

Ero al quarto e glielo dissi.

- Ma perchè bevi?

- Le solite cose.

- Devi trovare dentro di te la forza di smettere.

- Sì, il fegato nasconde ma non ruba.

- Eppure non dovresti essere infelice: hai tutto quello che serve per non esserlo.

- Già, è proprio così.

Poi la conversazione si spostò quasi impercettibilmente, ma era sempre la solita solfa. Il vecchio, benevolo e astemio e con una brutta mitomania con cui confrontarsi ogni volta che lo incontravi mi fece una domanda. Gli risposi che mi faceva rabbia, che se leggi da qualche parte che un ricco si è fatto il giro della Polinesia - questo -  ti sta bene, ma se dico che lo voglio fare io, tu mi prendi per pazzo.

- Lo sai che significa?

Il vecchio fece di no con la testa.

- Che siamo cittadini di serie Z.

Proseguii sulle ali del Pernod.

- La mia idea è che uno deve viaggiare, non deve lavorare, deve fare figli, deve piantare mille alberi...

- E poi?

- E poi se ne sta lì a godersi i frutti.

- Degli alberi?

- Sì, degli alberi.

Uscii fuori sull'uscio riparato dalla pioggia per fumare e quando tornai dentro avevano cambiato discorso. Ora c'era un mucchio di gente e si parlava dell'ultimo amore del barman. Aveva tutto l'aspetto della storia seria e qualcuno diceva che quella era la volta buona che ci rimaneva fregato. Il barman era un tipo a posto ma timido e a sentir parlare di sè in quella maniera si confuse e la faccia gli divenne tutta rossa.

Intervenni io.

Balbettai sull'amore che qualcuno non sa neppure che esiste veramente e poi sulla differenza fra l'amore per le persone e l'amore per i luoghi. Non ci capivo più niente e la testa mi girava e di fronte avevo il quinto bicchiere. Tardo pomeriggio, comunque non mi imbrogliai, anzi credo che fui piuttosto convincente soprattutto su certe divagazioni che io ora non vi riporto, e prima che un altro prendesse la parola al posto mio, seppi guadagnarmi l'approvazione collettiva. Erano tutti ubriaconi come me, a parte il vecchio e il barman.

Il grande Hemingway aveva le parole giuste per questa gente. Io mi limitai a riferirle. Omisi soltanto questo, alla fine. E che cioè non erano mie.

 

 
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