Creato da vera732 il 03/02/2009

DOMANI SMETTO!!

Piccole riflessioni di una volgare EX-pendolare...

 

L'IMPORTANZA DEL PRESENTE

Post n°36 pubblicato il 19 Giugno 2014 da vera732

Una massima di Sant’Agostino recita così: “Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell'anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro.”.

In altre parole il presente non è altro che il futuro nel momento in cui si sta trasformando in passato: solo allora noi lo possiamo percepire come reale e, di conseguenza, ne possiamo disporre: lo possiamo modificare.

Tutto il resto è solo un’illusione.

Spesso accade che il nostro “presente” venga avvelenato dal ricordo di avvenimenti che sono avvenuti in precedenza e che quindi, proprio perché appartengono al passato, abbiamo detto che non esistono. Questo avviene sia che si tratti di un passato sgradito, il cui ricordo ci può causare rancore o senso di colpa, sia che si tratti di un passato piacevole il cui ricordo può generare rimpianto.

Allo stesso modo il futuro, ciò che non esiste perché ancora deve manifestarsi, può essere causa di dolore nel nostro presente. Esso può svilire il momento che stiamo vivendo in due modi opposti: come un’ombra minacciosa può oscurarlo, proiettando la nostra mente all’interno di eventuali situazioni future indesiderabili e causando quindi una sensazione disagevole nota con il nome di preoccupazione; al contrario può prospettarsi migliore del presente, anche in questo caso la sensazione che comporta è sgradevole: il futuro viene percepito come più appropriato di adesso, ciò significa che il presente viene considerato, all’interno del nostro immaginario, un momento di scarto, un momento di seconda scelta, viene quindi percepito come un ostacolo da superare il più velocemente possibile, generando così quello stato d’animo noto come ansia.

Considerato che il presente è tutto ciò di cui possiamo disporre, su cui possiamo “lavorare”, pare quindi assurdo che le persone si affannino nell’eterno tentativo di risolvere il futuro o, al contrario, di guarire il passato. Eppure è esattamente in questa direzione che ciascuno di noi opera costantemente: ci arrovelliamo per districare questioni che non si sono ancora verificate e che, per quanto ne sappiamo, potrebbero non verificarsi mai; oppure tentiamo disperatamente di migliorare situazioni che sono già accadute e che, come tali, hanno già avuto un esito qualunque esso sia.

In realtà non è per nostra personale iniziativa che ci comportiamo in questo modo: fin dalla più tenera età veniamo istruiti a preoccuparci del tempo.

Ci viene inculcato che una persona saggia deve essere pronta ad affrontare qualsiasi circostanza e questo è senz’altro un consiglio intelligente, quello che sfugge, a quanti elargiscono un tale consiglio, è che l’essere pronti ad affrontare le varie circostanze presuppone che la persona sia “presente” alla circostanza. Al contrario ci viene insegnato fin dai banchi di scuola ad “assentarci” in continuazione dalle circostanze presenti per risolverne mentalmente altre che ancora non si sono verificate; e in quale altro modo potremmo risolverle altrimenti?

Il fatto è semplicemente che, se noi siamo abituati a proiettarci con la mente in situazioni future, in realtà ci stiamo garantendo che, quando l’eventuale circostanza futura si presenterà, ossia diverrà presente, noi con la mente saremo, come siamo abituati a fare, nuovamente proiettati nel futuro e in qualche modo ce la perderemo, non saremo attenti agli avvenimenti perché ne staremo risolvendo mentalmente altri che abitano solamente il futuro cioè la nostra immaginazione, trascurando così ciò che sta avvenendo realmente. In una parola ci stiamo garantendo il fallimento.

Si potrebbe ragionevolmente obiettare che preoccuparsi per il futuro possa essere utile per non farsi cogliere “impreparati”, ma, considerando che il futuro non corrisponde mai esattamente alle nostre previsioni, questo ci fa rendere conto dell’assurdità di assentarsi continuamente dal presente, di cui possiamo conoscere l’esatta natura, per rincorrere un futuro che in qualche modo sarà comunque diverso da come noi lo avevamo prospettato.

Ragionamento analogo si può fare con le questioni passate: come è possibile risolvere una situazione che è già avvenuta?

Ciascuno di noi non fa che ripetere: “Sono infelice perché in passato ho fatto questo o perché mi hanno fatto quest’altro.” .

Il punto è sempre lo stesso: noi non siamo infelici nel passato o nel futuro: noi siamo infelici ADESSO. Ed, essendo l’adesso l’unica materia prima su cui possiamo operare, vale la pena concentrarsi esattamente su questo. E’ perfettamente inutile tentare in qualche modo di rimediare il passato, non è possibile in quanto, come tale, ha già visto la propria conclusione, né aggiustare il futuro in quanto ancora non esiste.

Possiamo però adoperarci per migliorare il presente che, essendo reale, è plasmabile e modificabile e tutto ciò che dobbiamo fare per dare inizio a questa trasformazione è accettare ciò che comunque non è trasformabile, in altre parole perdonare il passato e il futuro. Il passato perché essendo tale non è più suscettibile di cambiamento e il futuro in quanto, non essendo totalmente prevedibile, è al di fuori del nostro controllo.

Il passo successivo è quello di smettere di arrovellarci: non possiamo avere la certezza che la nostra sofferenza di oggi sia causata da questo o da quell’avvenimento, avvenuti nel passato, l’unica certezza che abbiamo è appunto la nostra sofferenza di oggi. Il dolore non è altro che un messaggero che ci sta comunicando che qualcosa non va dentro di noi; ma si tratta di qualcosa che non va adesso, non di qualcosa che non andava prima o che non andrà più tardi. La scelta più saggia da fare quando ci si trova di fronte ad un messaggero è di ascoltarlo; solo allora, una volta che avrà portato a termine il suo compito, se ne potrà andare.

Se noi continuiamo a giudicare ed etichettare il suo messaggio, pretendendo di spiegarlo con avvenimenti passati o futuri, in realtà stiamo continuando a coprirlo con la voce dei nostri pensieri, pensieri che non corrispondono mai alla realtà dei fatti. Chi può sapere con certezza matematica le cause reali del nostro dolore di oggi? Nessuno. Si può ipotizzare che sia dovuto a questo o quell’avvenimento in particolare, avvenuti in passato, ma nessuno può garantirci che non si tratti di un’ipotesi errata.

In realtà quello che stiamo facendo è coprire un messaggio dell’anima che non è fatto si pensieri o di parole, ma di emozione, e che potrebbe essere vitale per noi e per la nostra evoluzione, con le “inutili chiacchiere” della nostra mente.

Solo ascoltando il nostro dolore di oggi possiamo star meglio, ma solo ascoltandolo senza che la nostra mente continui a “parlare” possiamo davvero sentirlo.

Questa è l’unica via per poter essere in grado di affrontare e di cambiare il presente: ascoltandolo.

Una volta che ci accorgiamo di essere perfettamente in grado di modificare il nostro presente, a mano a mano che si affaccia nelle nostre vite, siamo in grado sempre di più anche di “vedere” passato e futuro per quello che sono in realtà: una semplice banca dati di informazioni.

Solo allora essi non hanno più alcun potere di influenzare la nostra vita quotidiana, una persona in pace con se stessa non prova nessun sentimento negativo se il passato si è svolto in un certo modo o il futuro potrebbe svolgersi in un altro.

Passato e futuro allora assumono per la prima volta la loro vera identità: sono un bagaglio di informazioni, utilissimo in varie circostanze, ma per lo più asettico.

L’unica emozione veramente reale è quella che stiamo provando esattamente qui e in questo momento.

 
 
 

LA GRATITUDINE

Post n°35 pubblicato il 19 Giugno 2014 da vera732

 

Ogni mattina, quando si alza dal letto, ognuno di noi per prima cosa non può fare a meno di utilizzare il bagno. Adopera i sanitari, l’acqua corrente, il sapone, l’asciugamano.

Ognuna di queste cose l’abbiamo sicuramente acquistata con il nostro denaro, guadagnato con il nostro lavoro; ma non l’abbiamo costruita con le nostre mani: qualcun altro l’ha fatto al posto nostro.

Dopo aver usato la stanza da bagno, ci rechiamo in cucina, utilizziamo i fornelli per prepararci la colazione, prendiamo le ciotole dal mobile, i piatti dal ripiano, il pane, il latte e così via: anche in questo caso, pur essendoci procurati con il nostro lavoro ognuno di questi oggetti, nessuno di essi proviene direttamente dalle nostre mani; qualcun altro li ha realizzati per noi e per quanti come noi ne fanno un uso quotidiano.

Lo stesso discorso si può applicare ad ogni attimo della nostra vita quotidiana: ogni volta che tocchiamo ogni singolo oggetto, stiamo in realtà toccando le mani di colui che l’ha fabbricato e la mente di colui che l’ha ideato ancora prima.

Proviamo ad immaginare ora come potrebbe essere la nostra esistenza se tutta la popolazione mondiale dovesse improvvisamente scomparire: non ci mancherebbero né cibo né acqua, non ci mancherebbe l’aria che respiriamo, non ci mancherebbero le materie prime; tutto ciò di cui saremmo privi sarebbero l’ingegno e l’opera di quanti ci circondano. Dal punto di vista sociale ed affettivo, poi, diventa molto più semplice immaginare come si trasformerebbe la nostra esistenza.

Date le premesse precedenti, si può dunque affermare con certezza che ciascuno di noi ha bisogno degli altri: ognuno di noi è dipendente dagli altri. Viviamo tutti quanti in una perenne condizione di interdipendenza con il nostro ecosistema e con le altre persone: abbiamo bisogno del loro operato, proprio come loro hanno bisogno del nostro. Nessuno è indispensabile, ma nessuno è superfluo.

Mi sorge spontaneo domandarmi, quindi, su quali basi possano alcune persone definire se stesse indipendenti. Se ciascuno di noi, trovandosi a vivere improvvisamente da solo in un ambiente deserto, dovrebbe modificare radicalmente il proprio stile di vita, diventa ovvio dedurre che nessuno può realmente credere ad una simile affermazione.

Le persone possono essere autonome, non indipendenti.

Per persona autonoma s’intende qualcuno che riesce a gestire correttamente la sua condizione di interdipendenza con gli altri. E’ sicuramente possibile riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra la nostra persona e le situazioni esterne; e quanto più si riesce a mantenere un buon equilibrio in contingenze variabili, tanto più si può parlare di autonomia personale.

La gratitudine è un elemento fondamentale di tale autonomia.

Vedere l’ormai famosissimo bicchiere mezzo pieno, e non mezzo vuoto, non è solamente una tipologia di pensiero: è una filosofia di vita vincente.

Allenarsi a pensare in questo modo, comunque si volgano le circostanze esterne, è una linea di condotta efficace per trovare le soluzioni più fruttuose, quand’anche le situazioni si dimostrino avverse. Le forme di pensiero, infatti, hanno sempre la tendenza a collegarsi con i propri simili: una visione ottimistica delle circostanze, oltre a rendere più piacevole ogni esperienza, renderà più evidenti all’occhio della mente tutti quegli accorgimenti che possono risolvere al meglio le varie problematiche che si presentano alla nostra porta ogni giorno.

Abituarsi a vedere quotidianamente il dono in ogni cosa, non solo aiuta ad assaporare nel modo migliore ogni traguardo raggiunto, ma è la chiave indispensabile per rendere possibile il raggiungimento di destinazioni sempre più elevate.

E quale strumento migliore ci può essere se non un ringraziamento quotidiano per ciò che si possiede già?

Ognuno di noi, per quanto defraudato, se osserva con attenzione può trovare, in ogni momento della sua vita, sempre più dettagli di cui essere grato. Osservarli ogni volta e prenderne nota è un metodo ineguagliabile con cui si impara a godere di ogni singola esperienza, di ogni singola azione, di ogni singolo attimo.

Nemmeno tutte le ricchezze del mondo possono rendere felice un ingrato; chiunque non senta gratitudine non può provare piacere per quanto gli accade: la sua mente sarà sempre focalizzata su quanto gli manca e mai su ciò che possiede. In più, ogni volta che davanti gli si presenteranno delle condizioni sfavorevoli, la sua attitudine a focalizzarsi sulle manchevolezze gli farà perdere di vista la maggior parte dei possibili rimedi che, come molto spesso succede, si trovano comodamente a portata di mano.

Al contrario, addestrarsi ad iniziare ogni nuova giornata con un sentito grazie nell’animo, renderà il nostro occhio più sensibile a tutte le occasioni che la vita ci prospetta, per poter migliorare sempre di più le nostre condizioni attuali.

 

 
 
 

VOLONTA' E INTELLETTO

Post n°28 pubblicato il 23 Marzo 2010 da vera732

«Quando l'intelletto presenta un semplice oggetto dell'intuizione alla Volontà, questa comunica subito se tale oggetto le è gradito o sgradito; la stessa cosa accade dopo che l'intelletto ha penosamente almanaccato e soppesato numerosissimi dati per ricavare infine da essi, mediante difficili combinazioni, il risultato che più di ogni altro sembra adeguarsi agli interessi della Volontà; quest'ultima, che nel frattempo si è tranquillamente riposata, ora che il risultato è stato ottenuto, fa la sua comparsa come il sultano nel diwan, per comunicare, ancora una volta, soltanto il suo monotono giudizio di gradimento o non gradimento[...]».

Artur Schopenhauer - "Il mondo come volontà e rappresentazione"

 
 
 

LA FOTOGRAFIA

Post n°26 pubblicato il 06 Febbraio 2010 da vera732

"Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente. In essa, l'avvenimento non si trasforma mai in altra cosa: essa riconduce sempre il corpus di cui ho bisogno al corpo che io vedo; è il Particolare assoluto, la Contingenza sovrana, spenta e come ottusa, il Tale, in breve la Tyché, l'Occasione, l'Incontro, il Reale nella sua espressione infaticabile."

Roland Barthes - "La camera chiara"

 
 
 

APPUNTAMENTO A SAMARCANDA

Post n°24 pubblicato il 27 Dicembre 2009 da vera732

 "Come racconta una famosa leggenda, c'era una volta un uomo che non voleva morire.
Era di Isfahan e una sera, rientrando, egli vide la Morte che lo aspettava seduta suglla soglia di casa.
'Cosa vuoi da me?' gridò.
E la Morte: 'Sono venuta a...'
Lui non le lasciò completare la frase, saltò su un cavallo veloce e, a briglia sciolta, fuggì in direzione di Samarcanda.
Qui, sicuro che la Morte avesse perso le sue tracce, scese da cavallo e si mise in cerca di un alloggio.
Ma, quando entrò in camera, trovò la Morte che lo aspettava seduta sul letto.
La Morte si alzò, gli andò incontro e gli disse:
'Sono felice che tu sia arrivato in tempo, temevo che ci perdessimo, che tu andassi da un'altra parte e arrivassi in ritardo.
A Isfahan non mi lasciasti parlare. Ero venuta per avvisarti che ti davo appuntamento oggi nella camera di questo albergo, qui a Samarcanda'."



Liberamente tratto da "Mario Bolognari, Appuntamento a Samarcanda, Abramo editore"

 
 
 

ERRORE O SBAGLIO

Post n°21 pubblicato il 14 Aprile 2009 da vera732

 

Vi è una sostanziale differenza tra il commettere un errore o l’incorrere in uno sbaglio.
Infatti i presupposti di queste due realtà sono diametralmente opposti. Noi commettiamo un errore quando deliberatamente ci allontaniamo (ossia erriamo, da cui l’etimologia del termine errore) dalla verità, da ciò che ci può far raggiungere i nostri obiettivi. Incorriamo in uno sbaglio invece quando, mentre ci dirigiamo nella giusta direzione alla volta di ciò che desideriamo raggiungere, semplicemente prendiamo un abbaglio o pecchiamo di sbadataggine (l’etimologia del vocabolo infatti viene contesa tra abbaglio, dall’evidente significato, e disbadaglio, ossia sbadataggine).
E’ molto importante per migliorare la propria esistenza prestare molta attenzione alla diversità delle implicazioni che comporta il trovarsi in una situazione di errore o di sbaglio. Se, per raggiungere la luna, ci dirigiamo verso il pozzo in cui si riflette noi, consapevolmente o meno, stiamo errando, cioè ci allontaniamo dal nostro obiettivo e per rimediare potremo solo desistere, cambiare tattica o dirigerci nell’opposta direzione. Se invece, con il medesimo scopo, viaggiamo sopra una navicella spaziale deviata di qualche grado dal punto in cui si trova la nostra meta, allora stiamo semplicemente sbagliando, i presupposti della nostra azione sono validi, basterà solo correggere i nostri calcoli, aggiustare la rotta e proseguire sicuri sul nostro cammino e poco importa se ci vorranno molti tentativi, siamo sulla strada giusta e perseverando non potremo che portare a felice conclusione il nostro operato.

 
 
 

AZIONE E REAZIONE

Post n°20 pubblicato il 13 Aprile 2009 da vera732

 

Il III principio della dinamica afferma che “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” ossia una reazione di pari intensità che viaggia in direzione opposta all’azione.
Anche nella nostra esperienza quotidiana sembra che funzioni esattamente in questo modo; le altre persone ci influenzano in ogni momento con i loro atteggiamenti, i loro stati d’animo, le loro parole e noi ci comportiamo di conseguenza: ci lasciamo condizionare, ci adeguiamo ai loro standards e ci uniformiamo ad uno stile di vita collettivo oppure resistiamo nella misura in cui essi ci forzano, facciamo valere i nostri diritti, mettiamo in atto il nostro libero arbitrio.
Quello di cui spesso non ci rendiamo conto è che il libero arbitrio presuppone sempre ad un’azione. Resistere non può essere considerata un’azione: la resistenza è una mera reazione. L’azione pura e semplice è svincolata da qualsiasi altra precedente: è indipendente. Agire liberamente significa assumere un atteggiamento che si distacchi completamente  da qualsiasi stimolo proveniente dall’esterno. La libera azione è una scelta dettata da un’esigenza interiore scevra da qualsiasi suggestione estranea.
Ma dove si trova allora nella nostra vita l’azione a cui corrisponde la suddetta reazione?
Possiamo provare a rispondere che siamo liberi di agire ogni volta in cui siamo noi per primi a provocare una reazione da parte degli altri: ogni volta in cui poniamo al centro la nostra personalità e facciamo partire da essa ogni nostra ispirazione comportamentale.  Il problema è che anche in questo modo ci inganneremmo di gran lunga; la personalità non si trova assolutamente nel centro, infatti si tratta di quella parte di noi che per tutta la nostra esistenza è stata condizionata giorno dopo giorno dalla realtà esterna, è il nostro lato educato e addomesticato, il nostro ego.
Purtroppo la nostra esperienza personale è composta nella stragrande maggioranza dei casi di reazioni e non di azioni: sia che provengano direttamente dagli altri, come quando ci limitiamo a reagire ad un atteggiamento altrui, sia che ne provengano indirettamente, come quando crediamo di agire in prima persona ascoltando i richiami del nostro io manipolato dall’esterno. La verità è che sono pochissimi gli individui che possono affermare di avere veramente agito nel corso della loro esistenza e si tratta di coloro che hanno dimestichezza con il concetto di sé.
Il potere d’azione implica la capacità di staccarsi completamente dal proprio ego ed immergersi nel proprio sé, ossia quella parte di noi che vive nel quieora, ciò che se ne infischia di quel che è stato e di quel che sarà, ciò a cui non importa un accidenti non solo di quel che pensano le altre persone, ma nemmeno di quello che pensiamo noi stessi: in una parola la nonmente.
A volte usiamo nel nostro linguaggio un’espressione che può esprimere questa realtà in maniera molto precisa: “agire con la pancia”. Il fatto è che troppo spesso questo concetto viene frainteso; agire con la pancia non significa dar retta ai nostri istinti animali, l’azione spontanea non ha nulla a che vedere nemmeno con l’istinto poiché l’istinto è parte della mente, la parte più primitiva, più naturale, meno influenzabile, ma proviene sempre dalla mente e la mente, come tale, non può essere libera dal condizionamento esterno, l’istinto per sua natura reagisce, non agisce. Non si tratta nemmeno di seguire i dettami del cuore; pur essendo il cuore un grande maestro, il centro delle nostre emozioni genuine, neppure il cuore può veramente agire, anch’esso può solamente reagire agli stimoli esterni, pur facendolo in maniera più elevata della mente, disinteressatamente, senza secondi fini, purtroppo anche il cuore, quando si tratta di libertà d’azione, è prigioniero di quello che proviene dall’esterno. Ma esiste una parte di noi che è veramente indipendente da tutto ciò che la circonda: la nonmente, questo è il nostro vero sé, il nostro autentico centro.
Testa e cuore sono due ottimi strumenti che ci aiutano e ci guidano nel nostro percorso di vita e nelle nostre relazioni con gli altri, è necessario sviluppare entrambi quanto più ci è possibile affinché ci possano servire nel migliore dei modi a districarci in questo groviglio che è il nostro cammino alla ricerca della verità. Ma quando decideremo di salire un ulteriore gradino, quando decideremo di smettere di limitarci a reagire e provare finalmente ad agire, dobbiamo essere consapevoli che l’unica parte di noi che è veramente in grado di fare questo è l’essere che osserva distaccato i pensieri che scorrono nella nostra mente senza prendervi assolutamente parte, tutto il resto è solo illusione di azione, tutto il resto è semplice reazione. 

 
 
 

DESIDERIO DELL'EGO E DESIDERIO DEL SE'

Post n°17 pubblicato il 01 Aprile 2009 da vera732

Vi sono due tipi di desiderio; entrambi si avverano in proporzione alla loro forza: alcuni in maniera diretta, altri inversa.
Sono due i consigli che siamo soliti dare e ricevere riguardo ai desideri: il primo recita che volere è potere, l’altro che l’eccesso di aspettativa è il peggior freno al realizzarsi delle nostre aspirazioni.
Ma come avviene questo e come è possibile che entrambe le affermazioni siano vere? Eppure la nostra esperienza diretta ci insegna che il fenomeno si verifica esattamente in questo modo: alcune volte le nostre speranze vengono esaudite quanto più le alimentiamo, altre volte dobbiamo allentare la presa del desiderio per poterle vedere appagate.
Ma ci sarà pure una regola che ci può indurre a comprendere quale delle due massime è opportuno mettere in pratica!
I desideri che rispondono direttamente alla potenza della nostra aspettativa sono i desideri che provengono dal sé, mentre gli altri, quelli che per realizzarsi necessitano di una certa dose di distacco da parte nostra, sono i figli dell’ego.
Intendiamo per sé il cuore: lo spirito, la parte libera e selvaggia che vive in ciascuno di noi, la nostra vera essenza, IL CENTRO; mentre parlando di ego intendiamo la testa: la mente, quella parte di noi che è frutto della metamorfosi occorsa in anni di educazione, di formazione, di strutturazione artificiale, di “programmazione”, LA PERIFERIA.
I desideri del cuore sono ciò a cui realmente il nostro spirito anela, a cui siamo davvero chiamati per poter realizzare il nostro destino, per poter trovare la strada, per riuscire a vedere le bricioline di pane; mentre quelli della testa sono ciò che la nostra mente reputa valido per l’idea che il mondo ci ha rifilato di noi stessi, che ci è stato inculcato: dai genitori, dagli insegnanti, dagli amici, dal partner, dalla morale corrente, dal costume, dalla tendenza, dai mass media, dalle nostre paure e dalle nostre sconfitte.
In altre parole i desideri del sé sono quel che realmente agogniamo, i desideri dell’ego sono quello che altri ci hanno fatto credere di dover desiderare.
Appartenenti alla prima categoria sono le speranze genuine che provocano piacere al semplice pensiero, che non provocano frustrazione per esserne mancanti o carenti, ma gratitudine per aver compreso di averne bisogno e che, una volta soddisfatte, procurano una gradevole sensazione di compimento che scalda il cuore; della seconda sono invece quelle aspirazioni cui tendiamo con ansia e paura, che provocano senso di incompletezza e di inadeguatezza e che, una volta appagate, non soddisfano mai pienamente la nostra aspettativa, ma al contrario tendono a lasciare intatta la nostra sensazione iniziale di disagio, rivelando al nostro istinto primevo tutta la loro vacuità ed inutilità.
I desideri del sé provengono dal centro di noi stessi e dunque rispondono pienamente alla potenza della nostra aspettativa: più ravviviamo la fiamma della passione e quindi portiamo la nostra attenzione verso il centro, più la loro realizzazione sarà attratta da tale fiamma; i desideri dell’ego invece necessiteranno di un certo disinteresse affinché il loro coronamento sia avvicinabile, infatti si tratta di transazioni spirituali che avvengono alla periferia del nostro essere, l’unico modo per appressarci alla periferia è appunto il distacco dal centro e quindi emotivo, solo allora questo tipo di realizzazione sarà reso possibile.
Tutto sommato però, tenendo conto delle premesse precedenti, sembra che questo tipo di percorso non ci porti a concludere un affare poi così vantaggioso; il distacco emotivo, oltre ad essere piuttosto faticoso, riduce notevolmente l’impatto favorevole della vittoria sulla nostra psiche, il rischio che corriamo ogni volta, con le probabilità al 99%, è quello di avere sperimentato un cammino durissimo e pagato un prezzo molto elevato, solo per ritrovarci poi tra le mani un bel pugno di mosche.
Una soluzione molto più fruttuosa potrebbe essere quella di spostare il punto di origine del desiderio stesso.
Possiamo prendere come esempio il desiderio classico della prosperità che ognuno di noi ha espresso almeno una volta nel corso della propria vita. La ricchezza, al contrario di quello di cui è convinta la maggior parte della gente (che in cuor suo tra l’altro non riesce a smettere di desiderarla), non possiede in sé alcuna connotazione negativa, si tratta di una condizione completamente neutra. Negativo può essere il punto di partenza di una tale aspirazione, in altre parole la sua motivazione. Desiderare di impinguare le proprie finanze come palliativo ad un  vuoto esistenziale o come possibile veicolo di fuga dalle quotidiane difficoltà, è un classico desiderio periferico; aspirare a delle risorse finanziarie come strumento per poter raggiungere i propri obiettivi vitali può essere invece un’aspirazione proveniente dal centro.

 

 
 
 

DIO E IL DIAVOLO

Post n°16 pubblicato il 19 Marzo 2009 da vera732

 

Esistono il bianco e il nero, la luce e il buio, il più e il meno… quindi sarebbe logico dedurre da questo che esistono pure il bene e il male! Beh, non fa una piega, non c’è che dire…
Ma proviamo a rifletterci un po’ sopra; cos’è il bianco e cos’è il nero?  Bene! A scuola tutti noi abbiamo studiato che il bianco è la somma di tutti i colori, mentre il nero altro non è che l’assenza di colore.
Che dire allora della luce e del buio? Stesso discorso, la luce è una forma di energia mentre il buio è l’assenza di luce.
Il più e il meno? O meglio, il positivo e il negativo? Il positivo rappresenta l’essenza, mentre il negativo l’assenza.
Eppure nella nostra esperienza sensoriale la percezione che abbiamo di tali fenomeni è assai diversa dalla realtà che ci insegnano sui banchi di scuola. Provate ad osservare la strada in cui abitate alla luce del sole; il paesaggio sembra del tutto naturale, difficilmente vi verrà in mente di soffermarvi ad osservare la luce poiché la sua presenza appare del tutto inesistente, la luce è trasparente e l’impressione che ne si ha a livello sensoriale è proprio che “non esista”. Provate poi ad osservare la stessa strada di notte, al buio.  Concorderete con me sul fatto che il buio si vede, eccome! Il buio infatti sembra una presenza reale… palpabile. Ma come è possibile allora visto e considerato che la luce è un fenomeno reale, mentre il buio è solo la mancanza di tale fenomeno?
Provate a pensare ora alla differenza tra benessere e dolore. Il benessere pare inesistente, al punto che Leopardi ha definito la gioia “assenza di dolore”, senza nemmeno rendersi conto del paradosso in cui stava incorrendo. I pranoterapeuti sanno bene che il dolore è una mancanza di energia che colpisce alcune parti del corpo. E un qualsiasi medico potrà descrivervi il dolore come un allarme dell’organismo che serve a segnalare uno squilibrio, cioè un’assenza di equilibrio. Quindi il dolore altro non è che il segnale di una mancanza di equilibrio energetico presente in una determinata zona del corpo o dello spirito. Eppure, mentre il benessere appare anch’esso inesistente, il dolore appare al contrario molto reale.
Pensate ora al caldo e al freddo;  il caldo è il movimento delle molecole di un corpo sia esso allo stato solido, liquido o gassoso, non fa differenza, più le sue molecole si muovono più la sua temperatura sarà elevata. Al contrario, venendo a diminuire il movimento, si avrà un abbassamento della temperatura. Ma non appare il freddo reale altrettanto del dolore o del buio?
Potremmo continuare all’infinito. La povertà, ad esempio, non è altro che la mancanza di ricchezze, la morte assenza di vita e via discorrendo.
Potremmo fare un ragionamento analogo per tutti i fenomeni esistenti in natura e per i loro contrapposti.
Ma come risolviamo dunque il paradosso dato dal fatto che alla nostra percezione le mancanze appaiono più reali dei fenomeni stessi di cui sono mancanti? Beh, non dice forse il proverbio che non ci accorgiamo mai di quello che possediamo finché non ne sentiamo la mancanza?
La natura tende all’essenza, mai all’assenza.
Come l’energia elettrica allo stato naturale “corre” sempre in direzione del polo positivo e mai del negativo, così  l’istinto innato ci spinge sempre verso il fenomeno e mai verso la sua assenza, cioè verso il benessere, verso la luce, verso la ricchezza, verso il calore, verso la vita.
La domanda che mi sorge spontanea in base a questo ragionamento è: esiste dunque il male come entità? O si tratta semplicemente dell’assenza del bene? Che dire poi della personificazione del male: il diavolo?
Nemmeno la dottrina cristiana ha mai personificato il male come un dio, ma lo ha dipinto come un semplice angelo (creatura di Dio) allontanatosi da Dio, un angelo carente di Dio.
Esattamente come un buco nero che non è altro che il vuoto lasciato dalla stella che lo colmava prima del suo spegnimento.
Questo semplicemente perché il male come fenomeno reale NON ESISTE. 
Come il freddo, il dolore, il negativo, la povertà, il buio, il nero… il male non è altro che assenza di bene.

In altre parole dobbiamo renderci conto che la personificazione del diavolo è un ridicolo paradosso.

Il diavolo in realtà non è altro che l’assenza di Dio.

 
 
 

I paracadute

Post n°7 pubblicato il 05 Febbraio 2009 da vera732
Foto di vera732

A bordo di un piccolo aereo da turismo stanno viaggiando i tre uomini più importanti della terra: Papa Giovanni Paolo II, il presidente George Bush…e Silvio Berlusconi.

Assieme a loro sta viaggiando un boyscout.

Il velivolo è dotato anche di tre paracadute per i passeggeri.

Ad un certo punto un’avaria ai motori costringe i piloti ad abbandonare l’aereo, lasciando i quattro passeggeri al loro destino con i tre paracadute.

Il presidente Bush afferra prontamente il primo, affermando: “Io sono l’uomo più potente del mondo, quindi il primo paracadute spetta sicuramente a me.”

Detto questo, si butta nel vuoto.

Berlusconi, prendendo il secondo paracadute, dice: “Io sono l’uomo più intelligente del mondo, quindi il secondo paracadute è sicuramente mio!”

Pure lui si getta di sotto.

Il Papa guarda il boyscout dicendogli: “Essendo io l’uomo più buono del mondo, devo per forza cedere a te l'ultimo paracadute.”

“Ma Santità…” Fa per interromperlo il ragazzo.

“Non discutere figliolo, insisto!”

“Santità… ma non si preoccupi!  I paracadute ci sono…

Perché l’uomo più intelligente del mondo si è buttato di sotto con addosso il mio zaino!!"

 
 
 

I PIRATI!!

Post n°3 pubblicato il 03 Febbraio 2009 da vera732

 

 

Per terrorizzare i cittadini ingrati,

“Aiuto, aiuto!”  arrivano i pirati.

Passano i gatti neri, è arrivato il galeone

“Si salvi chi può!” gridan tutte le persone.

 

Sono Franco, Dino, Egidio, così pure Barbanera

S’intendono e dilettan di pirateria vera.

Son barbuti e bendati, sdentati e spaventosi

Di sopra alle sartie si profilan orgogliosi!

 

Incubo dei gendarmi, dell’esercito e i pompieri

Non scherzan mica: son criminali veri!

Ogni volta che la nave in un nuovo porto arriva

Carica di tesori, ne ha stracolma la stiva

 

Per la gente del villaggio di sicuro son dolori:

Come per magia, spariscon loro i tesori,

Dei tesori della gente, con gran zelo, fan man bassa…

Così che la stiva carica ancor più s’ingrassa!

 

 

 

 
 
 

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