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Ci dammo appuntamento al solito posto. Io arrivai in anticipo, come sempre, e questo mi diede modo di riflettere su ciò che avevo deciso: volevo chiudere con lui. Con i suoi umori altalenanti, il suo farmi sentire spesso in “forse”, quel suo modo destabilizzante di farti sentire il suo centro del mondo, salvo poi cadere da un momento all’altro in un limbo senza fine.

Parcheggiai e attesi. La mattinata era fresca e nuvolosa, ogni tanto, in lontananza, si sentiva borbottare un tuono. Spensi la radio. Volevo sentire il fluire dei pensieri e sentirmi pronta per ciò che volevo (e dovevo affrontare). Vidi la sua macchina svoltare sul viale. Il cuore accellerò i battiti. Scesi dall’auto. Lui arrivò e parcheggiò di fianco. Scese. Era da tanto che non lo vedevo. La sua abbronzatura, frutto di una vacanza sul mar Egeo, veniva risaltata da una camicia bianca con le maniche arrotolate quasi fin sui gomiti.  Si appoggiò all’auto con le braccia conserte. Nessun braccio allungato nella mia direzione ad appoggiarsi sul fianco, nessun bacio sulle labbra. Solo un saluto, “ciao”, come ad un amico. Mi colpì come uno schiaffo la sua freddezza. Ma lui era così: o tutto o niente. Senza alcun preavviso. E io fui più convinta della mia decisione.

Iniziai a parlare.

“Ho riflettuto molto su te e me. In questi ultimi giorni non ti sei fatto sentire, e io ho avuto rispetto dei tuoi problemi. Ma, sinceramente, io sono stanca dei tuoi comportamenti. Stanca del tuo farmi sentire in “forse”, ogni qualvolta entri in crisi, stanca di aspettare che ti passi.”

Mi guardò. Imperturbabile.  Un altro tuono borbottò piu vicino. Poi prese a parlare.

“Capisco i tuoi dubbi, e capisco le tue sensazioni. Ma non posso assicurarti sempre la mia presenza, lo capisci? Quello tu cerchi, io non posso dartelo.”

Lo guardai sconcertata. Era lui quello che voleva la mia presenza costante, che mi mandava messaggi di continuo, che mi chiedeva se ero sola, perché voleva sentire la mia voce. 

“Credo tu non abbia capito, o non voglia capire cosa intendo. Te lo spiego per l’ultima volta: non pretendo una presenza fissa, quanto una coerenza di comportamenti. Non puoi salutarmi la sera prima ed essere contento, e il giorno dopo essere in crisi, salutarmi a malapena e sparire nel nulla. Non puoi pretendere che le persone ti capiscano.”

Scosse la testa. ” È stato bello conoscerti. Ti auguro buona vita.”

Lo guardai. Mi sembrò di non averlo mai realmente conosciuto. Un minuto prima ti dice “sei mia”, quello successivo diventi un’estranea. Avrei voluto dirgli tante cose, ma mi limitai ad essere coincisa. Tanto quanto lo era stato lui.

“Lo stesso vale per me. Buona vita anche a te.”

Salì in macchina e se ne andò. Io lo seguii con lo sguardo mentre le prime gocce di pioggia cominciavano ad annunciare che il temporale era sopra di noi. Non mi mossi. Le gocce divennero uno scroscio. Alzai la testa per accogliere la pioggia. I capelli erano zuppi, gli abiti iniziarono ad essere pesanti. Non importava. Aprii le braccia e sorrisi al cielo, alla pioggia. I tuoni facevano tremare il terreno sotto i piedi. 

E finalmente realizzai: ero troppo forte per scendere a compromessi. 

 

 

 

 

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