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Creato da cloudonmyhead il 27/07/2009
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Mentre me ne sto qui, ripiegata su me stessa in ascolto della vita che cresce, c'è una vita vicino a me che lentamente si spegne. L'entusiasmo ha lasciato il corpo, la forza se ne va un pochino ogni giorno, il viso, trasfigurato, non ha più colori, persino gli occhi sono liquidi, lontani, persi in un altro mondo, in una nuova storia.
Questa volta, guardare l'esistenza che si spegne, è un dolore lontano. Sordo e attutito. La vita che ho dentro mi rende in qualche modo impermeabile. Ha esteso una corazza intorno al mio corpo e quasi nulla riesce a penetrarla e a incidermi la carne.
Amore mio. Vorrei poterti inglobare in questa corazza. Sollevarti da quel battere sordo che hai nelle tempie e dalle lacrime che ti crescono negli occhi e portarti qui, nel mio mondo di sole, dove il battito di un piccolo cuore ammutolisce ogni altro suono, dove la luce che non si vede offusca tutte le altre. Non sono capace di farlo e tu non mi lasci leccare abbastanza il tuo dolore per poterlo lenire.
Prima di avere un figlio, non c'è niente di più terribile che vedere un genitore lasciarci.
Siamo accomunati da uno strano destino noi due: tua madre sta morendo nel corpo e la mia, invece, muore nella mente. La nostra bambina non avrà nonne che la vizieranno quando non guarderemo, nessuno le comprerà un gelato prima di cena e la coccolerà quando si sbuccerà le ginocchia.
Avrà foto da guardare e fiori da posare per imparare a riconoscere le sue radici. Saremo noi a doverle innaffiare, perché non muoiano e lei non perda la sua storia.
Sarà un fuoco che toccherà a noi tenere vivo. E ci riusciremo.
Te lo prometto.
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Se oggi dovessi fare un bilancio della mia vita, mi scoprirei molto più donna e meno ragazza di un tempo. Più cinica e meno incline al perdono.
Di buono c'è che mi prendo meno sul serio, sorrido e rido di più, fottendomene delle rughe che così solcheranno il mio viso.
Certo non entro più nei miei pantaloni bianchi taglia 42 (e sospetto che non ci entrerò nemmeno dopo aver sfornato l'erede), non sopporto i tacchi alti e le lenti a contatto per 12 ore di fila e non prendo un aereo ogni tre giorni. Ma in compenso non sono costretta a sorridere a merde travestite da uomini di potere, non devo sentirmi chiamare velina e percepire i loro occhi sul culo mentre passo da una stanza all'altra.
Guadagno meno, me la godo di più. Vedo i miei genitori quasi tutti i giorni, seguo l'incedere dei loro anni guardando le loro schiene ingobbirsi impercettibilmente ancora un po’. Dedico più tempo agli amici, bevo molto meno e non piango più se sono brilla.
Amo la mia casa, che finalmente sento casa. Ho imparato a cucinare senza per forza dover scongelare un piatto già pronto. Esco dall'ufficio quando ancora c'è luce fuori e mi resta tempo per fare la spesa, qualche pulizia o anche solo per spiaggiarmi sul divano a limarmi le unghie.
Abbraccio mio marito con amore e non più solo con affetto, la sua spalla sotto la mia testa è casa e rifugio e profumo di pelle sbarbata e tabacco.
Non mi importa di fare carriera, mi interessa di più costruire rapporti che durino nel tempo, che vadano oltre una stretta di mano ed un caffè al tavolo di una sala riunioni. Rapporti fatti di panchine al sole, dehors estivi nel centro città, telefonate chilometriche, sguardi che parlano, mani che toccano cuori duri e feriti.
Lecco ancora le mie ferite e sto più attenta a non procurarmene altre, ché esiste un tempo per l’autolesionismo e non è questo il mio.
Faccio voli pindarici che mi sbattono a terra. Ma mi rialzo dopo ogni caduta, butto le spalle indietro, raddrizzo la schiena, mi asciugo le lacrime e ricomincio il cammino. Questo non è cambiato: sono ancora come Wile Coyote.
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Mi ero ripromessa di evitare melensi post sulla gravidanza e la maternità.
Non tanto perché sia qualcosa di intimo e personale (in questo blog si parla di emorroidi e aerofagia, quindi...), ma perché può ferire la sensibilità altrui: non tutti vogliono o possono essere genitori e io non amo infierire sui problemi degli altri.
Però... non ce la faccio. Una roba melensa ed emozionata la devo scrivere (quindi se ritenete troppo repentino lo sbalzo dall'horror allo spietatamente zuccheroso, siete autorizzati a saltare questo post e a passare direttamente alla prossima minchiata che mi verrà in mente).
Perché sentire questa cosetta che si muove nella pancia, non ha davvero prezzo. Vorrei rinascere donna altre diecimila volte solo per avere la possibilità di provare questa sensazione, di stupirmi ogni volta che la consapevolezza di avere una vita dentro mi colpisce come una mazza ferrata sulle ginocchia. Che infatti un po' si piegano e, posso giurarlo, visto il peso che sto corpicino (seee, lallero!) ha messo su, raddrizzarle non è impresa facile.
Così mi ritrovo a sorridere come una deficiente alla mattina appena sveglia, nonostante la vescica gonfia come un otre, la sciatica che urla pietà e altri due o tre fastidietti che non vi elenco solo per decenza.
Tutto mi scivola di dosso come se fossi cosparsa di olio caldo, il cuore in una nuvola di zucchero filato, la testa immersa nell'odore di latte e biscotti, le mani tremanti a prendere la misura di questo batuffolo ancora da scoprire. Mi perdo in mille "come sarà" e un milione di "chissà se".
In macchina invece di inveire contro il traffico tutto e qualche automobilista in particolare, le racconto storie e pezzi della mia storia, che non si sa mai sedimentino nel suo inconscio e le evitino inutili sofferenze.
Guardo questo mio corpo che non riconosco a tratti affascinata e a tratti terrorizzata.
E so per certo che la mia vita non sarà mai più la stessa.

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164 chili
Ho finito l’arrosto. Ho finito tutto.
Ho leccato dal piatto il sughetto che quella carne inaspettatamente dolce ha rilasciato dopo la cottura, la lingua piatta, ben schiacciata contro la ceramica a raccogliere quanto più gusto possibile. Il piatto era sporco di mille altre pietanze, alcune vecchie abbastanza da non staccarsi più.
Ho anche mangiato uno scarafaggio che cercava di scappare tra i piatti sporchi. Era duro e sapeva di immondizia. E' stato difficile prenderlo. L'ho visto lì, tra un piatto e una casseruola, muoveva quelle stupide antenne cercando chissà cosa, ho abbattuto una delle mie enormi mani e l'ho bloccato. Sentire quell'essere muoversi sotto il mio palmo mi ha dato una sensazione di gioia selvaggia. Ancora di più sentirlo muovere in bocca, prima che i miei denti provocassero un irreparabile crack. L'ho masticato a lungo anche se non era buono. E poi ho leccato via dai denti ogni più piccolo residuo.
Anka non risponde nemmeno ai miei messaggi, non tornerà più. Quella piccola stronza rumena mi ha lasciata qui a morire di fame. Peccato, se riuscissi ad attirarla in qualche modo potrei nutrirmi per un paio di giorni. Ma non ho più credito nel telefono.
Mi aggiro tra i resti della cucina e i resti della mia vita.
Non mi resta più nulla.
Non resto che io.
Inizierò dai piedi.
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147 chili
Stamattina è stato più difficile alzarsi. La sindone qui, non voleva lasciarmi andare. Le lenzuola sono sul letto da così tanto tempo che non trattengono solo più la mia forma impressa, ma anche un po' della mia anima spremuta nella loro trama lisa. Alzarsi è diventata un'impresa.
Dalla stanza di là non arriva nessun rumore, il bambino non piange più. Ad un certo punto stanotte ha smesso, così di botto. Deve essersi addormentato. Dopo colazione andrò a vedere.
Si è addormentato. Ma per sempre. Chissà perché ora che non frigna più e che il suo corpo non è più così caldo, riesco anche a tirarlo su dal lettino. Non ha un buon odore, ma ho mangiato cibo peggiore ultimamente. Non è morto nemmeno da tanto tempo, è più fresco di alcuni tagli di carne che mi portava Anka dal macellaio, ho sempre saputo che faceva la cresta sulla spesa e che mi rifilava merda di quarta scelta. Ma la fame ha sempre avuto il sopravvento.
Lesso? Spezzatino? Arrosto. Devo stare calma. Pensarci bene, non posso rovinare tutto. Ci sono molti modi di rovinare un arrosto, diceva sempre mia madre. Ma la carne arrosto trattiene meglio i liquidi, è più morbida, sazia di più. La fame mi offusca, lo mangerei anche crudo.
Devo stare calma, concentrarmi, scegliere per il meglio. Potrebbe essere l'ultimo pasto decente che faccio. Sorrido: a qualcosa di buono servirà e alla fine tutto quel latte che mi ha rubato non sarà andato perso.
Sì arrosto. Tiro fuori la teglia. Peccato non avere patate per contorno.
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il 25/05/2012 alle 17:45
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