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Creato da pantouffle2011 il 28/09/2011

JAMBOREE

dove parlo, sparlo e soprattutto sproloquio

 

 

Ma tu come la vedi?

Post n°129 pubblicato il 26 Maggio 2012 da pantouffle2011
 

Mi si dice che sto diventando una lagna, che devo essere ottimista, perché saper vedere il lato positivo in ogni cosa é l’unica vera chiave della felicità.

Quindi, fatemi capire: io sarei stata qui a mugugnare per giorni e giorni fracassando i sentimenti anche al prossimo meno prossimo quando l’unica cosa da fare sarebbe stata vedere il bicchiere mezzo pieno? Perché se così fosse, avrei problemi di visuale e neanche lo sapevo, ma a cambiar tutto ci vorrebbe un attimo.

Per esempio, mia mamma é all’ospedale da un mese e mezzo: 2 reparti, 4 stanze diverse, una giostra di persone tra infermieri, dottori, pazienti e visitatori; ed effettivamente, a ben guardare, il lato positivo c’é: socializzi che é un piacere, incontri più gente lì che nella Crociera dell’Amor; per cui a volerti cimentare ci puoi anche trovar marito, farti due giri di bingo, tirar su dal niente un paio di cori gregoriani; o farti trascinare in stimolanti discussioni sulle mense ospedaliere, discutendo se la sera nel brodo siano più pesanti gli anellini o le stelline: però lì bisogna fare attenzione perché ti scontri inevitabilmente con scuole di pensiero opposte e data la delicatezza dell’argomento, il rischio che la cosa degeneri in rissa é sempre in agguato.

Certo, non bisogna star tanto lì a sottilizzare sull’atmosfera, che é un po’ da ritrovo delle vedove di fresco, ma spiegando loro la teoria dell’ottimismo, sai le risate... o le mazzate, adesso non so bene, il rischio é un po’ da valutare. Comunque merita.

Poi vediamo... mia mamma é talmente arrabbiata con me per quello che mi incolpa di averle fatto che a stento mi rivolge la parola. Il lato positivo é che vedendomi, per la prima volta da quando sono nata non mi dirà che sono troppo magra. O che lei mi ha fatta con i ricci e non con questi spaghetti che ho adesso in testa. Ditemi voi se non é fortuna questa.

Che altro ancora... ah sì. Mio papà é cardiopatico da anni e ha avuto un malore improvviso mentre era in visita a mia madre, per cui é stato ricoverato anche lui. Il ché é un vero colpo di culo, a dir poco: ho potuto andarli a trovare entrambi all’ospedale e non so dire quale conforto sia stato per me non dover bambanare mezz’ora per trovare parcheggio in centro per andare a casa dei miei. Senza contare che andare su e giù tra un piano e l’altro é sempre un gran divertimento. Che solo a pensarci mi trema ancora il perizoma per la gioia, voglio dire.

Infine, dopo un anno che avevo perso il lavoro ne avevo finalmente trovato un altro, ma ormai é ufficiale che il gruppo che mi ha assunto é stato venduto, e sono già in corso i primi licenziamenti da parte della nuova proprietà; se penso che non dovrò star qui a tormentarmi su un possibile rinnovo del contratto, (visto che stanno licenziando anche chi era lì da più di 20 anni), non riesco davvero a capacitarmi che tanta fortuna sia potuta capitare proprio a me. Mi hanno proprio tolto un pensiero, guarda.

Quindi, a conti fatti ho deciso di ringraziare come si deve tutti quelli che mi invitano ad essere ottimista, e per farlo ho scelto di augurare loro un cagotto totale, fulminante e sussultorio almeno per i prossimi 2 giorni. Cosa che a una prima lettura potrebbe sembrare sgarbata e cattiva, ma se ci pensi bene, il meteo ha previsto pioggia per sabato e domenica e in definitiva uno nei fine settimana piovosi non sa mai cosa fare. E allora cosa c’é di meglio che starsene al calduccio nel bagnetto di casa propria? Proprio niente, anzi: arriverà il lunedì che non se ne accorgeranno nemmeno, senza contare che saranno belli puliti e senz’altro più magri. Magari che si accertino di riuscire a raggiungere il bagno in tempo, ecco, ma nel caso, ricordino che anche i vasi di fiori possono andar bene. E mi raccomando, che sorridano alla vita, sempre! Perché l’ottimismo é la vera chiave della felicità. Non dimenticatelo mai. Ciao guys.


 
 
 

101.001, 100.002, 100.003.....

Post n°128 pubblicato il 20 Maggio 2012 da pantouffle2011
 

Da anni dormo poco, ultimamente 2 o 3 ore per notte. A volte meno, quasi mai di più. Mi alzo, vagolo per la casa, accendo la tv per non sentire il ronzio che c’é nella mia testa. Di notte in casa non ci sono svaghi ma anche in tv ci sono più culi che canali. Di solito cerco pace nelle pagine di un libro, ma a quell’ora si é troppo esposti, occorre fare attenzione nelle scelte. La mente é più lucida, i ricordi più nitidi e c’é troppo tempo per pensare. Bisogna quindi evitare letture che smuovano conflitti mai sopiti, che risveglino inquietudini mai risolte, perché non ci sono squilli di telefonini o le interruzioni diurne a venirti a salvare. A quell’ora la leggerezza acquista un fascino tutto suo e l’alienazione da sè diventa il più ambito dei traguardi.

Potessi, in quelle lunghe ore vorrei chiudere gli occhi ed ascoltare storie: magari quelle piccole, di tutti i giorni, che piacciono tanto a me. Vorrei conoscere la storia dello spazzino, del giardiniere, del portinaio. Vorrei sapere del figlio che non trova lavoro e cerca svago nei videopoker, raccontando a dei cinesi annoiati e un po’ distratti di quando all’oratorio era campione di ping pong; vorrei sapere della cognata belloccia che dopo 5 anni sta ancora a chiedersi se con il Luigi stiano davvero insieme oppure no. E se quando lui le dice “Non voglio vivere con te per non banalizzare la nostra unione” lei la accolga come la felice intuizione di un poeta o la banale presa per il culo di un postadolescente preinvecchiato e un po’ cialtrone.

Vorrei perdermi, crogiolarmi e rotolarmi nelle vite degli altri, di chiunque altro, per poter trovare finalmente conforto in una notte senza sogni ma fatta finalmente di nulla.

E invece, puntualmente, il suono della sveglia mi trova nel mio perenne stato di coma vigile e per rimettere insieme le forze non basterebbe nemmeno un manuale dell’Ikea.

E quando scendo le scale la mia vicina che a quell’ora ha già passato la cera ai mobili, cotto due torte,  rassettato la casa e potato le piante mi accoglie con uno squillante:

“Ma buongiooooorno!!!!! Non é una giornata troppo bella per dormire????”

E lì capisci che se non hai nemmeno la forza di mandarla fanculo, hai davvero toccato il fondo.


 
 
 

Il mondo senza audio

Post n°127 pubblicato il 17 Maggio 2012 da pantouffle2011
 
Tag: Pausa

Parenti e amici ce l’hanno con me perché a loro dire non faccio abbastanza: non li so consolare, non sento il bisogno di aggiornarli ogni momento, non mi arrabbio a sufficienza con i dottori, non riesco ad impedire che l’inevitabile si compia. Gli zii materni dicono “sta vicino a tua madre”; quelli paterni “sta vicino a tuo padre.” Gli amici dicono che dovrei uscire di più, c’é chi pensa che dovrei lavorare di meno. La mia amica ce l’ha con me perché non so più ascoltare e perché del mio dolore io non so parlare. Mio fratello ce l’ha con me perché ascolto tutti. Mio padre ce l’ha con me a prescindere.

Vorrei staccare la spina, vorrei mettere la mia vita in stand by e riprendere fiato.

Nell’impossibilità di farlo, ho tagliato quelli che sono i contatti che a questa vita mi tengono collegata e ho spento cellulare, fisso e pc. E come già sapevo, il mondo é andato avanti anche senza di me. Anzi, meglio che con me.

E penso che a questo mondo in pausa mi potrei anche abituare.

 
 
 

Quando il troppo stroppia

Post n°126 pubblicato il 11 Maggio 2012 da pantouffle2011
 

Collega 1 è bella. E’ anche simpatica. Ha un fisicone, si veste con 2 euro e ancora ti giri a guardarla. E’ anche competente, efficiente, puntuale e precisa; capace di individuare la macchiolina che hai sulla scarpa, di correggerti anche l’errore che hai solo pensato di fare. Una per cui non c’è problema che non possa essere sintetizzato in un foglio di Excel. Il sudore non la gualcisce, il vento non la spettina, l’umidità non la increspa, é sempre perfetta, inappuntabile, ineccepibile e irreprensibile. Una con cui il confronto di prima mattina ti fa venir la voglia di tornare a letto e di non alzarti mai più. O comunque non prima di esserti fatta una piega decente, duemila lampade,  un paio di interventini di chirurgia estetica e preso due master.

Ieri mattina leggevo un messaggio di un amico e nel farlo mi veniva da ridere.

“Leggi le barzellette?”, chiede lei con ironia.

“No – spiego – ho un amico spiritoso.”

“Se trovo io un amico di quelli come dico io – osserva ridendo – lo chiudo in casa per un mese. Lo uso e ne abuso finché non lo vengono a salvare i pompieri, guarda.”

Alzo gli occhi stupita: ha tutta la mia attenzione.

E ci racconta, in un raro momento di confidenza, che non ha più avuto nessuna storia dalla separazione dal marito, avvenuta circa 8 anni prima.

“Se sei stata scottata una volta, poi hai paura anche dell’acqua fredda.” – sospira Collega 2.

“Ma che dici? – la zittisce quella – Non è che mi ferma la paura, anzi. E’ proprio che non trovo la materia prima.”

Boom! La sorpresa è enorme, l’incredulità immensa, lo sbalordimento é totale. E anche la soddisfazione, devo dire. Ma com’è possibile che una bella, brava, intelligente e stronza, sofisticata, non abbia sottocasa una fila di uomini disposti a battersi in duello per lei?  O anche solo che non trovi qualcuno disposto a fare 4 spensierate capriole in allegria, voglio dire. Non c’è logica, non c’è discernimento apparente.

E siccome in ufficio siamo tutti timidi, riservati e soprattutto estremamente rispettosi della privacy altrui che per carità, per noi viene anche prima del Papa e dell’amor di patria, parte immediatamente una discussione che vede coinvolto tutto il piano; perché si sa, un’analisi, per essere attendibile, deve avere un minimo di fondamento scientifico, quindi è ovvio che abbiamo dovuto chiedere un parere anche alla postina salita un momento per una firma al volo. E anche al pensionato che abita di fianco, che non c’entrava niente ed è un po’ sordo, ma era lì sul pianerottolo con le borse della spesa e non interpellarlo pareva brutto.

E così salta fuori che la Collega 1 è sì simpatica, bella e in formissima, ma mette ansia; perché devi sempre essere all’altezza, perché quell’aria un po’ severa evoca paure infantili mai sopite; che a rilassarsi ci si sente in colpa.

“Perché non c’hai sempre voglia di giocare per la Champions League. – spiega Mariolino - A lungo andare è più divertente fare la partitella scapoli-ammogliati.”

Ciumbia, che rivelazione. Quindi la perfezione non paga. Impegnarsi ad essere la casalinga perfetta, la donna perfetta, l’impiegata perfetta spaventa e non accontenta? Ma bene. Averlo saputo prima… avrei evitato di impegnarmi un rene per comprare l’ultima cremina miracolosa. Pazienza, la darò alle piante. In compenso però faccio ancora in tempo ad ignorare la pila alta un metro di roba da stirare; anzi, mi metto bella comoda sul divano, con la casa in disordine ma con un bel sorriso rilassato: perché che qualcuno mi venga a dire che gli metto ansia perché stiro troppo bene le camicie mi sembrerebbe davvero troppo. Eccheccavolo.

 
 
 

La vita é un tram

Post n°125 pubblicato il 07 Maggio 2012 da pantouffle2011
 

Negli ospedali il tempo ha un ritmo tutto suo, non passa: gocciola. Come le flebo. E come accade per il tempo, il valore di ogni cosa viene stravolto. E succede allora che si crei una sorta di universo parallelo, con regole a sé stanti, dove si instaura una specie di regno, con un sovrano assoluto che è il primario ed uno stuolo di cortigiani adoranti che sono i suoi collaboratori. Se poi i reparti sono chirurgia o cardiologia, dove davvero un medico può decidere della vita di un paziente, il fenomeno assurge a livelli da soap opera; ed il passaggio del medico con il camice aperto, l’abbronzatura in vista ed il codazzo dietro, ricorda fin troppo una sfilata della Regina Elisabetta o una brutta puntata di General Hospital: sicuramente non una visita in corsia.

E ti vengono in mente le parole che l’Antonio, il portinaio, ti diceva di nascosto quando eri piccola: “Ricordati sempre, la cacca non si può lucidare. Quella è e quella resta.” E ti sembra quasi che l’Antonio ti avesse detto quella cosa per prepararti esattamente a quest’occasione.

Ma poi succede che un bel giorno capiti ad un medico quello che prima o poi succede a tutti: che un familiare abbia bisogno di cure e che venga ricoverato. E allora vedi il superuomo spogliato dei suoi orpelli, che come un qualsiasi povero cristo se ne sta con gli occhi lucidi al capezzale di un congiunto. E normalmente rispetteresti la sua privacy e il suo dolore, ma siccome non hai dimenticato che solo due giorni prima ti ha fatto aspettare la bellezza di 6 ore prima di riceverti, dimostrandosi per giunta anche infastidito, entri dritta nella stanza, accendi la luce e già che ci sei, anche la tv.  E gli fai anche notare, con un sorrisone, che la sua abbronzatura sta sbiadendo.

E siccome sei stronza, ti metti comoda per gustarti appieno i suoi occhioni lucidi e smarriti. E pensi che sia giusto così.

 
 
 

E basta, Andrès...

Post n°124 pubblicato il 01 Maggio 2012 da pantouffle2011
 

Andrès è un dottorino quarantenne, alto, magro e un po’ ricurvo come una pianta di fagiolo. Non lo so se si possa definire bello, ma ha una sorta di ritrosia un po’ tenera e un po’ timida che mette in circolo l’ormone femminile. Piace quando sorride, piace quando non sorride. Sa di Spagna, sa di mare, sa di cose buone. E’ in Italia già da un po’, ma lavora qui da poco. Anche lui, come me, è “quello nuovo”. 

La mattina viene su a salutare, due baci a ogni ragazza “Da noi si usa cossì, non farlo sarebbe scortesse.”, spiega. E noi giù di sospiri di ammirazione per la cortesia spagnola, per quelle R e per quelle S. E anche per tutto il resto, naturalmente.

“Andrès, ti vedo strano”, dicono a volte le ragazze.

“Es la resaca”, sorride lui. E Collega 2, che di tutte è la più sentimentalona, se lo immagina vittima della nostalgia di casa, della mamma e del profumo del mare, finchè un giorno l’Oreste, che di Spagna ne sa, scoppiando a ridere con l’occhio furbetto non spiega, “Ma quale madre e padre… questo qua la notte gli dà giù di calimocho e vin tinto… ecco perché la mattina ha la resaca.” In effetti, che il suo essere regolarmente stralunato fosse da imputare ai sintomi di qualche bevuta si poteva anche intuire.

Ma sarà la nostalgia della paella, il ragazzo è da capire. E i sospiri femminili continuano, anche se accompagnati da qualche occasionale preoccupazione per il suo fegato.

Una mattina la sua aria malinconica sembra qualcosa di più di una tecnica da marpione. Ci racconta della fatica di ambientarsi, ammette le difficoltà con la lingua. Collega 2 se ne esce subito con un “Gli italiani sanno come accogliere gli stranieri, perché hanno provato cosa vuol dire avere il cuore altrove”, e si offre di fargli un breve ma intensivo corso per un mese, di appena 800 ore.

“Più che un corso, una convivenza.”, osservo, ma il calcio che mi arriva prontamente sugli stinchi mi convince all’istante che l’Italia sia davvero il paese ospitale per antonomasia. E di certo non chiedo come mai non più di un’ora prima proprio lei abbia messo in fuga un marocchino che vendeva scope, gridando, “Se non te ne vai subito mando giù il cane”.

“No entiendo i modi de dire… no entiendo le battute… - spiega lo sconsolato Andrès – quando chiedo explicaciones i colleghi mi dicono sempre ‘basta con ‘ste domande, va in mona ti e la Spagna!’ E allora io chiedo: ma dime, donde està esta mona? E invece di rispondere che fanno? Si mettono tutti a rridere… io no entiendo, realmente no entiendo.”

Anche noi ci metteremmo a ridere, se non fosse che il povero Andrès sembra davvero atapirato.

Da un’approfondita indagine che prevede la somministrazione di biscottini fatti con le amorevoli manine della Collega 2 (perché si sa, il ragazzo è fuori casa e chissà come mangia, poveretto), viene fuori come i colleghi più anziani abbiano l’abitudine di fare qualche battuta in veneto stretto che lui, ovviamente, non può capire. E che rispondano troppo spesso alle sue richieste di chiarimenti con uno sbrigativo e spazientito “Ma va in mona Andrès!”, dove per mona si intende l’organo genitale femminile. Modo di dire ovviamente volgarissimo, in disuso nelle nuove generazioni, ma ancora ampiamente usato in alcune fasce d’età. E così capita che il povero Andrès venga mandato in quel posto più volte al giorno, un po’ da tutti, tanto che alla fine la fregola di conoscere dove sia quel posto, gli viene. Ma siccome i colleghi sono sì veneti, ma soprattutto son bastardi, si guardano bene dal chiarire il fraintendimento, tanto più che il vedere Andrès che domanda in giro dove stia quel posto suscita l’ilarità generale.

Comprensibile quindi l’amarezza di questo poveretto nel sentirsi sempre preso in giro.

Senza spiegare il significato letterale del termine tentiamo di spiegargli che si tratta di un’espressione scherzosa, usata tra amici, che non vuole assolutamente essere offensiva e che anzi, è indice di grande confidenza. Alla fine sembra aver capito, se ne va sollevato e quasi contento. E noi siamo pervase dallo spirito di aver compiuto una buona azione.

Certo, Andrès adesso saluta tutti con un caloroso e sorridente “Ciao tìo… e va in mona!”, ma dottori e pazienti sembrano più sorpresi che offesi. E anche il postino non sembra aversene a male, così come il tecnico della manutenzione mensile, i 5 fisiatri e gli 8 fisioterapisti. Al massimo qualche vecchietto ricambia con un “Anca ti caro.”

Ma può capitare che esageri, come oggi, quando dalla porta dell’ambulatorio mi ha regalato un bel “Ciao Michi… e me rrraccomando… in mona siempre!” alzando pure i pollici.

A questo punto potrei maledire i piccoli paesi, i veneti e i loro modi di dire (potevo mica nascere a Parigi?), ma so che è soltanto una fase, gli passerà. E comunque la faccia sbigottita e scandalizzata delle signore presenti mi ha già ripagato ampiamente di ogni cosa.

Quindi… ma va in mona Andrès!


 
 
 

Scusi, ma com’era questa cosa del limite?

Post n°123 pubblicato il 28 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Nella strada che percorro tutte le mattine è tutto un divieto. In un tratto il limite di velocità è 70, in un altro 50, in un altro ancora 30 (gli venisse la diarrea spasmica a chi l’ha messo e anche a chi l’ha pensato), poi ancora 70, poi ancora 50 e così via. E naturalmente c’è il furgoncino delle immondizie che si ferma ogni 2x3, la corriera che fa fermate ad ogni albero, come i cani, poi l’ape car, l’ape cross, il gruppo immancabile di pirloni in bici da corsa e magari anche il vecchietto con il girello. Quindi non proprio un correre spensierati con il vento tra i capelli, ecco.

Ora, considerato l’orario infame, cioè le 8 di mattina, dopo che hai pensato a cosa metterti, che hai combattuto (e perso) una battaglia di 20 minuti buoni con le lenti a contatto, abbinato le scarpe (entrambe, dico) a tutto il resto, sceso di corsa 3 piani di scale, ripassato velocemente le parolacce conosciute perché il vicino ti ha lasciato 1 cm scarso per uscire dal cancello, che hai risalito di corsa 3 piani di scale (le chiavi!), che sei scesa nuovamente (altra strofinata sul cancello dove ti sporchi anche i vestiti e ripassi nuovamente le parolacce, inventandone stavolta anche qualcuna di nuova), quando sali finalmente in macchina e ti metti in strada, qualcuno ti può anche chiedere di guardare i segnali stradali? No. Certo che no. Tanto più che essendo i limiti così numerosi, alla fine uno li prende come una raccomandazione generica: un vai piano, sii prudente, toh. Non credo venga proprio richiesto il rispetto preciso del limite. E applico questa mia filosofia coadiuvata dagli automobilisti che vengono in senso contrario: alcuni li conosco, mi fanno i fari per salutarmi, ma altri non li conosco e mi sfanalano lo stesso per avvisare di eventuali poliziotti/carabinieri/vigili urbani/lavoro in corso vari. E così se incontro qualcuno che mi sfanala, io rallento. E poi faccio ciao ciao con la mano, che non si sa mai sia uno che conosco. E così è tutto uno sfanalare, un rallentare e un fare ciao. C’è gente che si stressa con molto meno, ma almeno evito le multe.

Stamattina però, la strada era deserta, si vede che erano tutti in week end lungo: c’ero solo io, e anche contando le borse sotto gli occhi per il sonno, si arriva a 3 anime. Aggiungiamoci pure le balle piene, arriviamo al massimo a 5. Ma nonostante ciò, chi lavora intrepido e ligio al dovere? La polizia, che mi si staglia davanti su un lungo tratto di rettilineo. Immediato, il panico: il limite sarà 70 o 50? Sarà mica 30?! Nell’incertezza, mi tengo sotto i 40, quasi mi si spegne il motore.

Ovviamente scatta la paletta. E vorrei vedere, ci sono solo io.

“Ma come mai va così piano?” – chiede il solerte e non stupido poliziotto.

Capisco che non c’è il limite dei 30 e mi rilasso. “Mah… mi godo questa bella giornata di sole.” Sorrido alzando le spalle. Lo sguardo che si scambia con il collega mi fa sospettare di non aver dato la risposta giusta.

“Se ne va a spasso di mattina presto?” mi chiede ironico.

“No, le pare… sto andando al lavoro.”

“Sentiamo, e a che ora comincia per prendersela così comoda?” indaga.

“9 – 9 e mezza” azzardo. Ecchecaspita, non è che mi puoi anche chiedere di fare i conti lì, su due piedi, di quanto tempo impiega una povera crista ad arrivare al lavoro andando a 38 km l’ora e di inventare anche un orario di entrata credibile. Che poi non sono mai stata brava in matematica.

“Dunque, ricapitolando – polemico d’un poliziotto! – lei stamattina ha visto questo bel sole – e si gira verso il collega per averne l’approvazione – si è alzata presto e ha detto, ma che bello, adesso mi faccio una bella trottata di 25 km ai 30 all’ora, mi godo un po’ la vista delle fabbriche, mi respiro un po’ di smog – e fa pure il gesto di respirare a fondo – poi con calma, senza fretta, me ne vado al lavoro. Giusto? Signorina, ma chi crede di prendere in giro? Crede che siamo fessi?”

Certo che no, ma non mi sembra il caso di spiegargli la mia filosofia sui segnali e nemmeno di confessare di avere un’idea piuttosto generica di quale possa essere il limite di velocità su quel tratto, quindi azzardo un “Be’, se non ho commesso nessuna infrazione, posso andare? Sa, non vorrei mai fare tardi…” A momenti gli parte un embolo.

“Favorisca patente e libretto, per cortesia.”, sibila.

E io favorisco. E poi è la volta del controllo delle gomme. E poi dei fanali. Poi tocca al bagagliaio, poi di nuovo al libretto e poi ancora alla patente. Niente, alla fine è costretto a lasciarmi andare.

“Vada, vada pure, ma non intralci il traffico andando così piano. Ha capito??”

Sì che ho capito e glielo dimostro ripartendo con una sgommata. Sullo specchietto lo vedo in una nuvola di polvere che mi urla qualcosa: così a occhio e croce penso mi abbia detto, “Buon lavoro e sii prudente”. E poi dicono che la polizia non è gentile…

 
 
 

Tanti auguri e cin cin

Fare regali graditi non è mai semplice, trovare idee originali per persone che si conoscono da sempre non è cosa da poco, ricordare cosa si è già regalato e a chi, è impresa da titani. A volte. A volte invece alcuni regali restano talmente impressi nella memoria che diventa quasi impossibile dimenticarsene, anche quando magari si desidererebbe tanto poterlo fare. Soprattutto quando regalare qualcosa a qualcuno può sembrare un accanimento crudele. Come al nostro amico Massimino, per esempio.

C’é stato un tempo in cui nessuno tra gli amici voleva occuparsi di comprare i regali, preferendo delegare la scelta a me: che se darmi dei soldi e sperare che io li spenda in doni utili è di un’ingenuità pazzesca, mettere del denaro in mano a me, Gianlu e Simo è come consegnare una bomba a dei bambini.

Per cui, negli anni, trovandoci noi refrattari all’idea del solito maglione, essendo in disaccordo sulla scelta del colore del set dell’alpinista esperto, Massimino ha avuto la gioia di ricevere:

un mini corso di nuoto con personal trainer (carinissima peraltro), durante il quale già al primo tuffo ha avuto la sventura di perdere il costume che gli avevamo regalato, purtroppo di una taglia in più; ancora oggi si ostina ad incolpare noi della figuraccia, l’ingrato;

un abbonamento di massaggi in un Centro in cui ha fatto irruzione la polizia (capisco che dare spiegazioni mentre si è in mutande non sia piacevole, però nella foto sul giornale è venuto proprio bene, l’ha detto anche la sua mamma; e poi tutto fa esperienza: adesso sappiamo che se un posto è frequentato unicamente da uomini il motivo non può essere solo il prezzo conveniente;)

una minicrociera che prometteva 3 scali da sogno, purtroppo rimasti tali a causa del maltempo; d’altra parte, lo stesso viaggio in alta stagione sarebbe costato troppo, così come una cabina lontana dai motori della nave; e poi quante storie per un po’ di rumore… e comunque il rapporto tra le esalazioni di gasolio e il ricovero in infermeria non è mai stato dimostrato;

una bambola gonfiabile, chiamata Venerina; perché diciamolo, Massimino adesso fa tanto il figo, sta mettendo su casa con una sventolona bionda con 2 lauree, ma c’è stato un momento, mille anni fa, in cui come dire, non batteva chiodo; e siccome era abbastanza intelligente da prendersi in giro su questa cosa, noi 3 geni avevamo pensato di fare gli spiritosissimi comprandogli un regalo in un sexy shop, salvo poi ridacchiare imbarazzati come educande una volta entrati. E lì, tra un’occhiata a titoli misteriosi come Belle o Brutte se le Famo Tutte, Da Tronista a Trombista, tra un vagare divertito fra lingerie commestibili, manette, frustini e catene, non ti avevamo scoperto la Venerina. E fu subito amore: nel giro di pochi minuti la signorina aveva letteralmente preso forma sotto i nostri occhi, gonfiata da un distinto ed elegante commesso che ne aveva illustrato tutte le caratteristiche con professionalità e precisione, sforzandosi signorilmente nel contempo di ignorare Gianlu e Simone che alle sue spalle stavano dando sfoggio di grande maturità rincorrendosi l’un l’altro con degli enormi cosi in mano. Poi, sempre con invidiabile competenza ed aplomb, il tipo aveva evidenziato usi e vantaggi di una serie di altri optionals devo dire niente affatto noiosi, ma a quel punto Gianlu stava facendo l’imbecille con un estintore ed avevo dovuto tagliar corto.

Ma visto che è passato tanto tempo e che siamo in argomento, tengo a precisare che non è stata colpa nostra se tornato a casa un po’ provato dalla serata, Massimino ha abbandonato la Venerina in cucina. Certo, capisco il suo sconcerto la mattina dopo nel trovarsela davanti completamente vestita, ma non potevamo immaginare che sua madre fosse talmente pudica da volerne per forza coprire le vergogne e così ospitale da sederla al tavolo della colazione. Certo comprendo anche che un bambolotto gonfiabile con indosso la camicetta a pois e la gonna svasata della madre sia una visione perversa e inquietante, difficile da cancellare, così come non deve essere stato affatto facile affrontare lo sguardo esterrefatto del padre che bevendo il caffelatte si chiedeva silenziosamente dove avesse sbagliato con quel figlio. Ma ripeto, non è colpa nostra. Così come non possiamo essere incolpati del fatto che il nipote abbia scritto nel tema, “Mio zio ha un bambolotto gonfiabile, lo tiene nell’armadio.” Che poi mi rendo conto dell’imbarazzo provato dai genitori per essere stati convocati a scuola, ma la domanda se la vicinanza di un tale zio fosse da ritenere opportuna per il bimbo mi è sembrata un filino esagerata.

Così, detto tra noi, come mi sembra un tantino sproporzionata anche la reazione di Massimino, che quest’anno rifiuta categoricamente di festeggiare il suo compleanno ed ha anzi diffuso un sms preventivo che dice “niente regali grazie, preferisco vivere”. Ma paradossalmente é stato proprio così che ci ha fornito l’idea: un corso di agricoltura teorica e pratica. Aria aperta, movimento fisico, un po’ di cultura… ditemi voi se non è vivere questo; e non è nemmeno un regalo, perché noi copriamo solo una parte delle spese, il resto se lo deve pagare lui. Adesso ci manca solo il completino del perfetto zappatore.

Ma chissà come sarà contento Massimino… non vedo l’ora di dirgli che a fine corso potrà tenere la piantina di prezzemolo (certo, se la paga, ovviamente).


 
 
 

Ma dov'é la telecamera?!

Post n°121 pubblicato il 21 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Dopo attenta riflessione, sono arrivata alla conclusione che le possibilità siano sostanzialmente due: o vivo nel magico mondo dei Puffi e me ne devo fare una ragione, oppure sono su Candid Camera e da un momento all’altro mi ritroverò su YouTube. Altre spiegazioni più sensate non me ne vengono in mente.

Ieri mattina scendo a bere il caffè con le colleghe: a due metri da noi, una signora sta consegnando alla signorina dell’accettazione l’impegnativa per un esame.

“E’ tutta bagnata – sorride Alice dallo sportello, prendendo il pezzo di carta con le sue unghie da competizione  – ha già cominciato a piovere? Eh… anche in tivù avevan messo brutto tutta la settimana… e io che speravo di  fare un giro in moto con mio moroso…”

“No, non sta piovendo – la rassicura la cliente – è bagnata  perché mi si è rovesciato il campione delle urine dentro la borsa….”

“ARGHHHHH %%%&&&&& porc****stro***’azz***vaff***xx!!!!!!!” e l’Alice molla schifata l’impegnativa scrutandosi le mani per controllare che qualche acido non le abbia improvvisamente corroso le dita o, Dio non voglia, le abbia sbeccato lo smalto. Nel frattempo continua a sacramentare gridando come una matta.

“Ma no signorina, non serve che si arrabbi così, il campione non si è rovesciato del tutto, vedrà che le analisi riescono a farle lo stesso.”

Devo dire che in quel momento gli occhi fuori dalle orbite della ragazza mi hanno seriamente preoccupato, per l’incolumità sia sua che di quella della signora, ma per fortuna l’intervento di Mariolino ha risolto come sempre la situazione.

Qualche minuto dopo, calmatisi gli animi e allontanata la pazza la cliente, commentiamo l’accaduto con la povera Alice, che continua agitatissima a strofinarsi con foga le mani; non manchiamo anche di complimentarci per le sue unghie, per la tenuta dello smalto e soprattutto per la vasta e profonda conoscenza di vocaboli come dire, alternativi. In quel mentre si avvicina un signore anziano, con la faccia distorta dal dolore.

“Scusate, son due ore che giro a vuoto… sapete mica dirmi dov’è il bagno?” chiede tenendosi la pancia.

“Certo, è proprio là in fondo a destra, guardi.”

“Come dice? Ma destra dove…?!?! Ah là…Porc…cazz…Ecco…ME LA SONO FATTA ADDOSSO!!!!!”

Se il suo borbottio poteva lasciare qualche dubbio sul significato delle parole, si può dire che l’odore nell’aria ha fatto sicuramente chiarezza.

Conclusione della giornata:

1)      Alice adesso usa il computer con i guanti in lattice; siccome sono neri, già in 2 le hanno chiesto se ha perso entrambe le mani e se quelle siano le protesi; nel caso, se l’intervento sia stato eseguito lì dentro, perché è davvero un bel lavoro, bravi: sembrano mani vere. Entrambi hanno assicurato che avrebbero fatto pubblicità al Centro;

2)      Alice diffida di chiunque debba consegnare campioni di urina, fino a rasentare l’isteria quando qualche malcapitato dice incautamente “sono venuto per l’esame delle feci”;

3)      Sono state messe segnalazioni dei bagni ovunque, per cui quando entri la prima cosa che vedi non è l’indicazione dei vari ambulatori, ma 3 gigantesche frecce con la scritta TOILETTE;

4)      La Direzione ha diffuso una circolare vietando l’uso dello smalto per unghie durante le ore lavorative. E con perfetta logica, ha sconsigliato anche l’uso dei jeans.

Vi prego, ditemi voi se questo è un mondo normale.


 

 
 
 

Tutta colpa del parcheggio

Post n°120 pubblicato il 18 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Siccome per andare al lavoro impiego circa mezz’ora, ma poi per trovare un parcheggio ci metto 35 minuti, stamattina ho deciso di utilizzare i mezzi pubblici. Tra gli altri accanto a me alla fermata, un piccoletto attacca subito bottone: pochi capelli, età indefinibile, all’apparenza uno che con la raccomandazione del Papa potrebbe trovare lavoro come lavavetri ai semafori, nella migliore delle ipotesi. Infilo gli occhialoni da sole, anche se quasi piove, e tiro su il bavero, tanto per far capire che la mattina presto sono simpatica come la sabbia nelle mutande. Lui mi squadra e continua a parlare, forse non coglie, o forse vuole chiacchierare e basta e non gliene frega niente che io ne abbia voglia o no. Quando saliamo, mi si piazza a fianco. Non rispondo, nemmeno a monosillabi, tanto lui fa un monologo.

Da come descrive sé stesso, povero ma bello, innamorato della mamma e della famiglia, mi sembra di essere in un film del dopoguerra: mi aspetto solo che tiri fuori da un momento all’altro la storia del nostalgico emigrante rimasto intrappolato nella miniera.

“No, perché io non disdegno di fare niente… se un giorno mi chiedono di fare il muratore faccio il muratore, se un giorno mi chiedono di piantar chiodi pianto chiodi, se il giorno dopo mi chiedono di mungere una vacca, mungo la vacca..” Mi verrebbe da chiedergli chi siano i personaggi strani che gli fanno tutte queste richieste diverse ogni giorno, o anche solo dove trovi la mucca da mungere in pieno centro cittadino, ma non voglio sembrare curiosa e mi trattengo.

“Sai, io ai miei tempi andavo forte…- continua - quando facevo il bagnino io, delle straniere non si salvava nessuna.. indovina qual era il mio metodo.” Le faceva ubriacare, penso, anche se non escludo che in un paio di casi sia dovuto ricorrere a una botta in testa.

“Io preferisco le straniere perché cercano di essere sempre belle per il loro uomo, non vanno in giro con le ciabatte di quando Anita aspettava Garibaldi e i capelli bisunti (mi chiedo chi frequenti). E poi le italiane ti valutano solo dai soldi che hai (anche dalla pulizia, vorrei dirgli, ma non voglio passare per quella troppo sofisticata). E poi state sempre a parlare di lucidalabbra, del Grande Fratello e di chi c’era all’aperitivo… “

Sento che sto per perdere la mia poca pazienza, ma per fortuna sono quasi arrivata; mi alzo e mi posiziono vicino alla porta, pronta a scendere.

“Tu mi sembri diversa – continua, alzandosi anche lui – quasi araba nell’atteggiamento (sarà perché non ho detto nemmeno una parola?). Che ne dici se una di queste sere si mangia qualcosa insieme?”

“Grazie ma no.” rispondo con un sorriso, mentre le porte si aprono.

“Allora mi sbagliavo… sei una delle solite stronze. Tutte così voi: o stronze o zoccole.”

“Ma stronzo sarai tu, deficiente!” gli rispondo mentre sono già sulla strada e sottolineo il concetto con il ditino alzato.

Mi giro per entrare, infastidita, e chi mi trovo faccia a faccia? Il mio capufficio che mi guarda allibito e prosegue senza dire una parola. Più tardi racconterà alle colleghe di avermi sentito offendere il conducente, forse reo di avermi fatto scendere dopo avermi beccata senza biglietto.

Ma bene. La considerazione che ha di me mi commuove. La sua capacità di capire le situazioni invece mi preoccupa.

E le colleghe è tutta la mattina che mi prendono in giro, le stronze.

 
 
 

Signorina, mi fa una fotocopia?

Post n°119 pubblicato il 13 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Normalmente quando arrivo in ufficio le ragazze sono tutte seriose e indaffarate. Stamattina te le trovo con gli occhi che sbrillucciccano, le guance rosate e la faccia furbetta. Capisco che è successo qualcosa, ma sono nuova e non conosco le dinamiche dell’ufficio.

“Michi già che sei lì, mi fai questa fotocopia?” mi chiede la Collega 1 nascondendo a stento la ridarella.

Penso a uno scherzo, penso sia ubriaca, ma sono appena arrivata, non so cosa sia più probabile. Mi avvio incerta alla fotocopiatrice e distrattamente mi cade l’occhio sul foglio che mi ha appena allungato, dove c’è scritto: “Guarda nel cestino della carta.”

Scruto attenta e cosa ti vedo nel bidone, bella distesa e inequivocabile? La fotocopia di quello che a una prima occhiata potrebbe sembrare un fondoschiena. Mi piego per osservare meglio, sono incredula. Osservo scrupolosamente, ma l’immagine è chiara, nitida, impossibile dubitare: è un culo. Al di là di ogni incertezza o di ogni possibile interpretazione. Alzo gli occhi, intorno a me solo persone che ridono, seminascoste dai pc.

Inutile dire che nel giro di mezz’ora é già partito il toto-culo per capire chi sia il soggetto della copia; un veloce giro di mail scatena un movimento che non ti dico, mai vista tanta gente passare per l’ufficio. Chi entra dà uno sguardo al cestino, scuote la testa sbigottito, si gratta il mento, la testa, magari le orecchie e poi butta lì un nome.

La Collega 2, precisina com’è, prende subito nota senza però mancare di dire la sua: “No, non può essere, quello c’ha la chiappetta moscia” “No, ma che dici, quell’altro c’ha il culo  a virgola”, tanto che ho capito che non si intende solo di partita doppia.

Poi verso le 11.00, la svolta: Mariolino, il radiologo, prende la fotocopia con aria professionale, la osserva un momento e poi fa un nome: niente tentennamenti, zero dubbi, sicurezza a mille. Gli altri tacciono, riflettono un momento e poi, finalmente, la proclamazione: il toto-culo è finito e Mariolino è il vincitore indiscusso; come premio può tenere la fotocopia. Grandi paccate sulla spalla, congratulazioni al trionfatore, frasi di rito come “Sì, l’avevo capito subito anch’io, volevo dirlo ma poi…” e alla fine Mariolino, orgogliosissimo, se ne va con il suo trofeo.

Sembrava finita lì e poi invece… riecco la Collega 2, quella che sta sempre a guardare il pelo e che se ne esce con un, “No è che mi chiedo… ma come avrà fatto Mariolino a riconoscerlo così, a colpo d’occhio?”

Neanche a dirlo: tempo 10 minuti e ti riparte un altro toto-perché, che poi uno si chiede come si possa trovare anche il tempo di lavorare. Tra le spiegazioni più gettonate:

-          Mariolino faceva le capriole sulla fotocopiatrice con il soggetto della copia;

-          Mariolino non ha bisogno di apparecchi per fare le radiografie perché usa quegli occhiali che ti fanno vedere le persone senza vestiti;

-          Mariolino ha solo tirato a indovinare e ci ha presi tutti per il culo.

Mentre ci accapigliamo per difendere le nostre teorie, tirando in ballo anche i fenomeni paranormali e i tessuti che non sono più quelli di una volta e sotto una certa luce diventano trasparenti (facendo anche le prove controluce), entra il capufficio, ovvero l’ormai smascherato soggetto della fotocopia; porge un plico alla Collega 1 e chiede: “Mi fotocopi tutto, per cortesia?”

Quando si dice che uno se le va a cercare. E’ stato come togliere il detonatore a una bomba. Immediato e fragoroso lo scoppio di risa, contagioso più delle piattole, irrefrenabile come una cascata.

Mentre siamo ancora piegati in due dalle risate, entra il capo dei capi, un po’ spettinato e vistosamente infastidito e fa: “E alòra, siam mica al mercato qui… essù che c’è gente che c’ha da dormire…” e se ne torna disgustato nel suo ufficio.

Che dire… é sempre bello vedere che la professionalità è ancora un valore.

 
 
 

Piccole Bugie Tra Amici

Post n°118 pubblicato il 09 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Allora. A me la cinematografia francese piace: mi affascina quella capacità di parlare di cose “piccole” in una maniera che però piccola non è, con tutto quello charme e quella capacità di tirar su una storia dove qualcun altro ci vedrebbe solo la banalità della vita quotidiana. Mi piace quel modo di suscitare emozioni senza scadere nella commedia e nel sentimentalismo, quel riuscire a trovare parole diverse per cose viste riviste e straviste come amore e amicizia. Sarà l’atmosfera, saranno quelle ambientazioni così affascinanti, che da sole mi fanno tornare in mente mille ricordi de la France… non lo so.  Fatto sta che con queste basi anche un film come Quasi Amici, tanto per fare un esempio, diventa immediatamente uno dei più interessanti di questa stagione, pur parlando di un’amicizia nata tra un disabile e il suo badante. Che se fosse stato fatto, che so, in Italia e uno si soffermasse un momento a leggere la trama, gli verrebbe da fumarsi immediatamente i biglietti del cinema. Per dire l’appeal. E invece no, è un bel film, così com’è bello questo, Piccole Bugie Tra Amici.

Perché ti ci ritrovi immediatamente, dal momento che ci sono i componenti classici di un qualsiasi gruppo di amici: il pippone che se la tira a gara ostentando case sul mare, barche sui cui ci potresti mettere in secca una balena, generoso e ospitale sì, ma che ogni minuto ti ricorda chi paga i conti; il bellone sempreverde e sempre a caccia ma con la morosa che lo aspetta, il tenero e sensibile che soffre per amore e stressa la razza umana con la centralità del suo patimento, classico esempio di egoista che per farsi due uova non esita a mandarti a fuoco la casa, come si suol dire. O la single che la dà via come il pane, del quale conserva però freschezza e genuinità. E così via.

Ambientazione a parte (una Cap Ferret che poco ricorda la provincia di Rovigo, ad essere sinceri), la storia potrebbe essere ambientata ovunque. Anche se in effetti le corse in barca donano alla storia un certo non so che, cosa che una corsa con la corriera di linea non sarebbe forse riuscita a dare.

Il titolo è Piccole Bugie Tra Amici, ma in realtà più che di bugie si tratta di segreti, di cose non dette: di essere incinta, di avere pulsioni omosessuali, di fumare di nascosto, di essere stato lasciato. Ognuno ha il suo, diverso dagli altri e che dagli altri difende.

E penso che anche nella vita di tutti i giorni sia effettivamente così, perché per quanto ce la raccontiamo con io-sono-quello-che-vedi, alla fine completamente trasparenti non lo siamo mai e una parte di noi, magari minuscola, sicuramente nascosta, resta irraggiungibile anche dalle persone che sentiamo più vicine.

Non parlo di bugie, parlo proprio di cose che spesso non riusciamo ad esprimere per pudore, per non far star male chi abbiamo accanto o semplicemente perché per alcuni dolori non si possono trovare le parole per raccontarli. Ma che poi alla fin fine, tanto segreti non sono, perché a chi ci vuole bene le parole non servono.

Quindi, non so se s’è capito, ma il film m’è piaciuto. Tutto, anche il finale: triste, ingiusto e inaspettato. Proprio come la vita.

Jean Dujardin ha vinto il premio Oscar come miglior attore protagonista per The Artist magari qualcuno gli dovrebbe dire che se continua a fare film con il viso coperto dal cerone o tumefatto, come in questo caso, nessuno lo riconoscerà mai.

 
 
 

Prego si accomodi

Post n°117 pubblicato il 06 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Non mi sembra nemmeno vero. Ancora non ci credo. Undici mesi spesi ad inviare curriculum che nessuno ha letto mai, a chiamare persone che non volevano essere chiamate, a rispondere ad annunci di qualsiasi tipo e poi, quando ormai cominci a rassegnarti al fatto che niente potrà mai cambiare e anche l’idea di candidarti come fresatore meccanico non ti fa più così schifo (anche se la tuta un po’ ti mortifica), ecco che arriva l’imprevedibile. Finalmente l’opportunità di un colloquio, l’unico in quasi un anno. Dove ti presenti comprensibilmente un filino agitata. Anzi, molto agitata. Diciamo pure una pazza isterica.

E se la discussione sulla parte tecnica va così così (e vorrei vedere voi con il cuore a mille e il cervello in pappa), il colloquio con il direttore del personale la compensa ampiamente.

“Un’esperienza invidiabile la sua - commenta serio con il tuo c.v. in mano – denota molta versatilità.”

Ma siccome sei scema, quando ti chiede quale sarebbe il tuo lavoro ideale rispondi che ti piacerebbe scrivere soap opera oppure tenere una rubrica del cuore (per la quale avresti già un titolo, tra l’altro), al chè lui si piega in due dal ridere convinto che tu stia scherzando: solo più avanti scoprirà che non è così. Ma è talmente spiazzato e incuriosito dalla cosa, che ti chiede di fargli un esempio lì per lì e per fortuna che la fantasia non ti ha abbandonato come quella poco seria della tua lucidità e ti inventi una storia dove lui è ovviamente il protagonista assoluto, bello bellissimo, potente ma osteggiato, che incontra un’orfana brava e bisognosa di aiuto che assomiglia stranamente a te (ma pensa la coincidenza alle volte) e trovi il modo di inserire tra i personaggi anche quella signorina con il tailleur costoso come uno scooter che ti ha fatto accomodare. Tanto l’hai visto che l’ha sbirciata da sotto gli occhiali. Lui ride, tu ridi, poi si torna seri e ti dice che purtroppo non hai l’esperienza di cui hanno bisogno. Che son tempi duri, non c’è tempo per la formazione: hanno bisogno di persone esperte. Però sembra dispiaciuto, ti accompagna giù e all’ultimo ti offre un caffè. Dove spari altre cazzate, perché quello sai fare.

“Le faremo sapere mercoledì”, è l’ovvia conclusione. E tu cominci ad aspettare. Aspetti. E aspetti. E aspetti ancora. Le ore sembrano non passare mai e scatti a molla ad ogni squillo.

Alla fine arriva la telefonata tanto attesa, un ultimo colloquio con un capo (dove, tanto per cambiare sei ancora talmente agitata da non capire nemmeno che capo sia) e finalmente le magiche parole: “Bene, quando può cominciare?” Ma quelle parole sì che le capisci, eccome. Butteresti le braccia al collo a entrambi, al direttore del personale e a quell’altro, se solo sapessi chi è, ma pensi che forse, e dico forse, potrebbe sembrare magari poco professionale e allora ti trattieni. Come se dopo la storia delle soap opera avessi ancora qualcosa da perdere.

Prima di andare però hai un’ultima curiosità: “Scusi, tanto per sapere, ma se volevate una persona con un’esperienza specifica, perché alla fine avete scelto me?”

“Perché chi ha un’immaginazione senza paletti, come la sua, riesce ad avere una visione diversa dei problemi e quindi delle soluzioni. La tecnica si può sempre migliorare.”

Ciumbia! E io che mi pensavo una persona concretissima e terra terra.

Vediamo se la penserà ancora così quando non riuscirò a trovare la bacchetta magica che mi faccia imparare l’ostico mondo della prima nota.

 
 
 

Lui c'ha il SUV

Post n°116 pubblicato il 03 Aprile 2012 da pantouffle2011
 

Ho un vicino possessore di SUV. Se ne sia anche proprietario non lo so, ma non mi meraviglierei se avesse pagato solo le prime 3 rate sulle 102 totali. Di sicuro si comporta come se lo fosse, anzi, come se il guidare 3000 chili di macchina gli conferisse anche il titolo di Re dell’Asfalto o di Re dei Pirla, non lo so. Lo parcheggia ovunque e quell’ovunque, nella stradina minuscola di casa mia, include anche il tappetino del pianerottolo ma esclude categoricamente il garage di casa sua.

“Mi sento sicuro”, spiega. Va già bene allora che non s’è preso un carro armato, vien da dire.

“Ci sta di tutto”, si giustifica. E in effetti i sacchetti della spesa al discount ci stanno belli larghi.

Da quando si è comprato quell’auto, nella vietta ci divertiamo un sacco, siamo diventati una zona di burloni: possiamo giocare a chi trova il modo più originale per uscire di casa senza scavalcare per forza la recinzione quando lui ha parcheggiato a un millimetro scarso dalla tua porta, oppure a nascondino: una mattina ero convinta mi avessero rubato la 206, poi ho scoperto che era solo completamente nascosta dalla sua: può succedere, quando un’auto è talmente grande da avere il paraurti davanti in una strada e quello dietro in un’altra. E son sicura che l’altro vicino, quando esce la mattina alle 5.00 per andare al lavoro e si trova la strada bloccata dal SUV, non mancherà di ripassare le filastrocche di una volta, tipo: Maccondirondirondello, chi t’ammazzo col martello? Maccondirondirondello, posso farti i buchi col trivello? Perché alla fine si torna tutti un po’ bambini e ci si diverte davvero un sacco.

A volte però la vita riserva delle sorprese e abitare in una piccola cittadina può anche offrire dei vantaggi: per esempio, il mondo è piccolo e gira e rigira ti ritrovi sempre.  E stamattina andando in banca, cosa non ti vedo parcheggiato per metà sulle strisce pedonali, per metà quasi a ridosso di un bar e per intero in mezzo alle balle?

Ma il SUV, naturalmente, in tutto il suo splendore: nero, lucido e imponente; noto però che sfoggia un accessorio in più: una bella vigilessa che sta estraendo il suo per una volta utile libretto, con in faccia la chiarissima intenzione di usarlo. E finalmente in una mattinata un po’ concitata quanto inconcludente, mi ritrovo a sorridere pensando che alla fine, forse, la giornata non sia proprio da buttare.

Girato l’angolo incappo nel mio vicino, un po’ trafelato. “Ciao bella, scappo che son di corsa.. ho la macchina con le doppie frecce e non vorrei mai che qualche cretino mi mettesse la multa…”

Immediatamente, l’illuminazione. “Ma nooooo – cinguetto - non ti preoccupare, vengo proprio da lì e non c’è nessun vigile in giro. Te lo assicuro io. Senti ma… ti andrebbe un caffè?”

E lo allontano dalla zona, dalla vigilessa e soprattutto dalla possibilità di farsi togliere il multone all’ultimo minuto.

Morale: la mattina resta inconcludente, il mio vicino resta un idiota, ma ho avuto l’impressione di pagare le tasse per qualcosa. E mi son goduta 5 minuti buoni di armonia cosmica, felice come una giuggiola.

Naturalmente fino a quando il mio vicino non scoprirà del blog.

 

 
 
 

Anche te però…

Post n°115 pubblicato il 30 Marzo 2012 da pantouffle2011
 

Alzi la mano chi di voi pensa che fare shopping con una donna sia più faticoso di una giornata in miniera. Tutti? Bene. Tutti quelli che hanno alzato la mano non hanno evidentemente mai provato a fare spese con due amici maschi.

Se poi lo scopo della missione è quello di comprare un vestito da cerimonia per uno dei due, pensateci su e ditemi se non preferireste andare a raccogliere pomodori per tutto il week end. Ci andreste, eccome se ci andreste. E pure gratis.

Allora, succede che Simone (vedi post 94), viene invitato a far da testimone di nozze. Allora noi, suoi solerti amici, cioè Gianluca (vedi post 95 e 110) e io (vedi post da 1 a 115), ci si offre prontamente di accompagnarlo.

Dall’uscita “Dài che bello, ti accompagniamo noi a prendere il vestito”, si doveva già aver capito che proprio una volpe non sono. Dal calcio mollatomi sotto il tavolo da Gianlu si doveva invece capire che ho proprio avuto un’idea del caspita.

Allora, tanto per esser chiari: Gianluca è uno che si rimira in tutte le superfici riflettenti, che ti sa dire la stagione esatta in cui Dolce&Gabbana ha anche solo pensato di creare quel pantalone nero con la pieghina un po’ così, uno nel cui vocabolario figurano parole come gessati cardati, cinture di pelle di cavallino e scarpe di suède. E’ l’unico che conosco che abbia più camicie di me, che le conservi in ordine di nuance e che riesca a pronunciare senza ridere termini come “pelle di vacchetta”.

Simone invece è uno convinto di essere vestito bene quando ha tutti e due i calzini dello stesso colore, l’idea che si possano anche eventualmente abbinare a tutto il resto non lo sfiora nemmeno.  Il suo concetto di eleganza si basa su punti cardine come:

-          la cintura non deve essere mai più bassa di 4-5 cm perché altrimenti non contiene la pancia;

-          la giacca opaca fa miseria, quella lucida fa eleganza; meglio se con disegnini tono su tono.

Da qui si può comprendere come dopo nemmeno 20 minuti nel negozio, lui e Gianlu stessero quasi per arrivare alle mani.

Inutili i miei tentativi di calmare gli animi: sembrava di stare ai combattimenti tra galli. Senza contare che avevo anch’io i miei bravi problemi: siccome io associo giacche e cravatte ad aitanti giovanotti e la sola vista delle button down mi provoca pensieri come dire, poco quaresimali, provate ad immaginarvi come potevo sentirmi in mezzo a 150 metri quadrati di lana di Tasmania, cotone chambray e pashmine di seta: ogni volta che il commesso tirava fuori un nuovo completino toccava uscire a prendere un po’ d’aria. Che se mi prende la tachicardia con questi primi caldi c’è mica tanto da stare allegri.

Metti insieme tutto e capisci perché alle 11.00 fosse assolutamente necessario prendersi una pausa.

“Magari un caffè veloce”, proponi.

“Magari un cappuccio”, rilancia Simone.

“Magari un po’ di frutta”, propone Gianluca.

E tanto per cercare di mettere d’accordo tutti, finisce che li porti nel baretto storico dove sai che un panino caldo con la mortadella in passato ha già risolto conflitti ben peggiori. Ma il clima è un po’ da ritrovo delle vedove e i due se ne stanno lì a mugugnare ognuno girato dalla sua parte. Allora ti giochi il jolly e ordini anche la birra. Niente. Due zitelle rancorose.

Con la scusa di andare a scegliere i tramezzini perdi due minuti al banco a chiacchierare con il cameriere, che è sì un po’ ruspante, ma in quel momento il fatto che non conosca la differenza tra un collo alla francese e uno da prete di campagna ti sembra quanto mai affascinante.

E quando torni, miracolo dei miracoli, i due disgraziati hanno fatto finalmente pace: anzi, son presissimi in una discussione su quali siano le reali colpe del Milan, per poi passare a Pato, Cassano e Ibra per la mezz’ora successiva. E quando tu obietti, scusate ma non si potrebbe cambiare argomento, ti senti rispondere: “Eh ma a voi donne non va mai bene niente però… t’abbiamo anche portato a fare shopping..”

E tu improvvisamente decidi di ringraziarli della bella giornata facendo loro un simpatico regalo: un bel paio di boxer ciascuno. Di una misura più piccola però, insistendo perché li indossino subito. Così, per il gusto di vederli grattarsi il c… tutta la sera.

 
 
 

Se solo ne avessi il tempo…

Post n°114 pubblicato il 27 Marzo 2012 da pantouffle2011
 
Tag: tempo

“Quando lavoravi dicevi sempre di non avere mai tempo; adesso che sei a casa la tua risposta è la stessa.” L’accusa è chiara, pesante e se mi viene rivolta da una persona che stimo, vale la pena rifletterci un momento.

In effetti la scusa più abusata, più banale, quella che ti viene in mente senza nemmeno bisogno di pensarci e che si adatta a tutte le occasioni, è proprio questa: non ho tempo. Anche ho mal di testa, ma quella si presta già ad altre considerazioni.

Non vuoi fermarti a parlare con il compagno di università che ti saccagna il buonumore con i litigi con la morosa? Scusa ma son di corsa, non ho tempo. Non vuoi fare il lavoro che la collega tenta di rifilarti? Mi dispiaaaace, ma sono presisssssima, non ne ho proprio il tempo. E così via. Alzi la mano chi, almeno una volta al giorno, non ricorre a questa bugia. Magari anche in buonafede.

In realtà di tempo ne abbiamo. Tutti, senza eccezione, solo che lo riserviamo alle cose che vogliamo fare. Che probabilmente non sono nemmeno le più importanti, ma semplicemente quelle che ci gratificano di più o che ci stressano di meno.

Pensiamo solo alle ore che trascorriamo sui blog, su FaceBook, o a navigare su Internet. Per non parlare di quante volte al giorno controlliamo la casella di posta. Perfino io, fino a poco tempo fa assolutamente refrattaria alla tecnologia e profondamente allergica ai social network, mi ritrovo a lasciare il pc acceso sempre: magari nel frattempo faccio altro, ma quando sono a casa non manco mai di controllare i messaggi ogni 20 minuti. A fine giornata è un sacco di tempo. A fine mese è una quantità incredibile. A fine anno è una montagna.

Ma quando la mia amica mi ha fatto notare la cosa, sono caduta dalle nuvole. La mia prima reazione è stata ma-come-ti-viene-in-mente-proprio-io-che-non-ho-nemmeno-il-tempo-di-dire-amen-e-tu-lo-sai. Poi però, passata la sorpresa, mi son fatta un serio esame di coscienza e ripensando a quello che avevo fatto nell’arco della giornata che non fosse strettamente legato al dovere, ho scoperto sgomenta che:

  1. Ho perso più di ¾  d’ora in un negozio per trovare un completino carino con il reggiseno perfetto che contenga e sostenga ma senza strizzare, che mi dia un’aria maliziosa ma raffinata, semplice ma elegante, che non sia nero ma nemmeno bianco e non colorato per carità che farà sì primavera, ma anche un po’ shampista alla fiera del 3x2… che sia possibilmente blu scuro, che è un po’ la mia passione, ma un blu diverso dagli altri 23 che ho nel cassetto, che ricordi un po’ una notte di tempesta, ma non di quelle proprio buie, di quelle in cui si vede il cielo a sprazzi e magari anche l’Orsa Maggiore… capito come? Ecco voi sì, la commessa no. E per colpa di una che non guarda il cielo nelle notti di burrasca ci ho perso quasi un’ora.
  2. Ho fatto il normale controllo settimanale per assicurarmi di non avere la cellulite. Lo spiego per chi non lo sapesse: ti devi strizzare una gamba e/o i glutei con le due mani, ma proprio forte forte, mi raccomando, sennò l’esame non è scientifico. Mai fatto? Io lo faccio sempre. (A proposito, qualcuna mi sa dire come eliminare il blu dei lividi?) Se non compare la buccia d’arancia sei salva per un’altra settimana, se invece vedi qualcosa vuol dire che è ora che cominci a dire che quest’anno il bikini t’ha un po’ stufato e che ti dedichi alla ricerca di un bel catalogo online di parei… oppure di burka, a seconda del caso. Oppure ancora te ne freghi, che è anche meglio.
  3. Ho impiegato una quantità imprecisata di tempo nel tentativo di scegliere il vestitino giusto. Perché son sicura che la prima volta che vado al super con la tuta e le sneakers ti incontro Antonio Banderas che mi chiede quale sia la corsia del latte e poi lo sanno tutti come sono questi spagnoli… capace di pensare, ma guarda te queste venete che zulù. E non sta bene, dài, anche per una questione di orgoglio nazionale.
  4. Il tempo che ho perso a dire al mio vicino che non mi deve murare in casa parcheggiandomi il SUV davanti alla porta non lo conto nemmeno perché sono una signora.

Quindi, calcolatrice alla mano, se badassi meno a quello che indosso potrei risparmiare un quarto d’ora al giorno. Rinunciando alla mia personale guerra preventiva contro rughe e occhiaie potrei riappropriarmi di altri 5 minuti, mentre un altro quarto d’ora buono lo potrei recuperare dalla cura dei capelli. Riducendo a 3 le volte che mi lavo i denti, invece delle solite 5 o 6 e prendendo le chiavi della macchina la PRIMA volta che scendo 3 piani di scale, evitando quindi di tornare su ancora e ancora, arriviamo a un’ora tonda tonda. Mica cotiche. Voglio dire, c’è gente che, volendo, ti inventa un vaccino contro tutti i problemi del mondo in meno tempo.

Certo però che... No dico, io il vaccino non lo so inventare. Non solo quello che ti risolve tutti i problemi del mondo, ma nemmeno quello contro le cuticole infiammate. Senza contare che quando cerchi lavoro la presenza conta, eccome se conta e quindi il tempo che dedichi alla cura di te stessa è una sorta di investimento. E quindi… quindi adesso mi ritrovo con i capelli in disordine e un’ora che mi avanza.

Morale: la prossima volta che non vorrò fare qualcosa dirò che mi fanno male le gengive. O che mi fanno prurito le cuticole. E voglio proprio vedere se qualcuno ha il coraggio di dire che uso sempre la stessa scusa.


 
 
 

Va bene tutto, però....

Post n°113 pubblicato il 22 Marzo 2012 da pantouffle2011
 

Caro Ingegnere, (vedi post 109), mi dispiace che tua madre, la signora Ileana, sia mancata. Dico davvero: era simpatica, dolce e sono sicura che come mi hai ripetuto ogni giorno, abbia voluto bene a te, suo unico figlio, come nessuna madre in nessun mondo esistente avrebbe potuto fare. Capisco che perdere la mamma a 50 anni sia un dramma incommensurabile perché avresti ancora bisogno dei suoi consigli e della sua costante guida, né ho difficoltà a comprendere che tu ti senta smarrito, inconsolabile e abbandonato a te stesso in questa valle di lacrime. Per non parlare dei passatelli in brodo che non potrai mai più mangiare perché come te li faceva lei nessun altro al mondo potrà mai farli uguali.

Ammetto anche di averti forse concesso troppa confidenza: non avrei dovuto tenerti la mano mentre eri sconfortato e piangente, non avrei dovuto sussurrarti frasi di incoraggiamento e men che meno stare ad ascoltarti annuendo comprensivamente con la testa mentre mi raccontavi di quanto quell’arpia di tua moglie non capisca la tua legittimissima e condivisibilissima passione per i videogiochi; e forse avrei dovuto mostrarmi meno entusiasta nei confronti del tuo impegno nel difendere la galassia e nel conquistare gli imperi e più solidale con tua moglie che continuava invece ad interromperti per ricordarti di portar fuori l’umido appena arrivato a casa.

Ho sbagliato, lo so, ma mi sei parso triste e vulnerabile. E solo, immensamente solo.

E devo dire che niente in te mi ha mai ricordato che fossi un uomo e non semplicemente una persona, e di sicuro se dovessi pensare a te che fai sesso mi verrebbero subito in mente gli alieni e pianeti lontani. O al massimo ti vedrei armeggiare tra api e fiori, ecco. Mi ha rassicurato il tuo essere costantemente sopra le righe, il tuo essere ingegnere anche nella vita. Avevo appurato che non fossi un ingegnere aereonautico, perché si sa, quelli sono di tutt’altra pasta e son convinti che una conformazione, per essere veramente aerodinamica, non possa avere una taglia inferiore alla terza di reggiseno. Ma mi hai detto di essere un ingegnere civile, che costruivi strade e ponti. E io mi sono sentita rassicurata.

Per questo, quando ieri mattina sono venuta al funerale di tua mamma e ti ho abbracciato battendoti una mano sulla spalla non ho capito come ti sia venuto in mente di ricambiare battendomi la mano sul culo. Cosa pensavi, di accarezzarmi la testa?

E ti è andata ancora bene che mi hai colto di sorpresa, perché in qualsiasi altro momento quello che era il funerale-della-tua-amata-mamma sarebbe stato ricordato come quella-volta-che-ho-preso-una-saccagnata-che-ancora-mi-fanno-male-i-denti. E invece ti ha detto bene, perché quando ho visto tua moglie che ci guardava ho preferito allontanarmi velocemente prima che il “Che carina che sei stata a venire, grazie per essere stata vicina a mio marito in queste settimane” si trasformasse in un “Ti cavo gli occhi, stronza!”.

E quindi, caro Ingegnere… mavaffanchiulo te, i tuoi mostri e anche Star Trek. Sono sicura che lo scriverebbe anche la signora Ileana, se avesse un blog.

 
 
 

La tregua

Post n°112 pubblicato il 19 Marzo 2012 da pantouffle2011
 

Oggi non ho voglia di scrivere.

Passata la buriana delle stanze d’ospedale mi sento spossata e vuota. Avrei voglia di mettermi sul divano e di chiacchierare, semplicemente, come si fa tra amici. Quando dici le cose come ti vengono in mente, senza un filo logico e senza preoccuparti troppo. Quando le libere associazioni sono veramente libere e dal dire guarda mi si è smagliata la calza ti ritrovi a spettegolare su tuo cugino che sta facendo soldi a pacchi con un’agenzia tuttofare che per 2 euro ti libera la cantina e se serve ti porta via anche un morto. Per passare poi a chiedersi per quanto tempo sia possibile pattinare sul ghiaccio con i mocassini prima di rompersi almeno un femore. Cose così. Poco senso, zero impegno, tanta libertà.

Vorrei un giorno di tregua, vorrei un giorno normale. Vorrei un giorno in cui poter avere la testa vuota e persone intorno con cui condividerlo. E anche un caffè.

Che c’entra il caffè? Non lo so, mi sono persa. E di ritrovarmi non ci penso nemmeno.

 
 
 

La sai quella che fa...

Post n°111 pubblicato il 14 Marzo 2012 da pantouffle2011
 

E’ quando pensi che le cose non possano peggiorare che ti arriva la mazzata.

“Ma signora non deve buttarsi giù così… cosa faceva a casa per passare il tempo?” chiede l’infermiera alla mamma dell’Ingegnere (vedi post 109).

“Niente… magari ogni tanto, quando ero sola, cantavo qualcosina.”

“Bene, allora canti. Canti su dai, che la voglio vedere allegra.”

E succede quindi che la mamma dell’Ingegnere dopo essersi fatta pregare un po’, getta finalmente la timidezza alle ortiche e si mette a canticchiare “L’unico frutto dell’amor… è la banana… è la banana…”. Prima piano piano, quasi un sussurro e poi via sempre con più forza, guardandosi intorno in cerca di approvazione.

E sorridete sollevate, tu, tua mamma, la signora e l’infermiera, che battezzi all’istante Raggio di Sole in Corsia. E la signora Ileana continua a cantare.

Pazienza, pensi dopo la prima mezz’ora, quando torno a casa butterò via l’MP3 della macarena.

Ma dopo un’ora buona di “è la banana del mio cuor” cominci ad essere un filino agitata.

“Oh, adesso sì che mi piace. Brava Ileana.” Mette dentro la testa l’infermiera, che per l’occasione ribattezzi Ti Facessi Mai Gli Affari Tuoi.

“Mica le dispiace se canto, vero?” ti chiede la Nilla Pizzi di Rovigo.

“Ma le pare… anzi, simpatica questa canzone, no no canti pure, non mi innervosisce neanche un po’, sa?” Menti, falsa come Giuda, mentre batti il piede ritmicamente, non riesci a star ferma sulla sedia e speri solo che qualcuno ti dica ciao per avere la scusa di attaccarlo alla giugulare e sfogare così il nervoso.

E torna anche l’infermiera, ribattezzata Ti Potessero Rinchiudere A Vita Nel Coro delle Piccole Oche Canterine e fa: “Ma che brava la Ileana, dai che cantiamo insieme. L’unico frutto dell’amor… è la banana, è la banana… l’unico frutto dell’amor è la banana del mio cuor… Dai di nuovo, tutti in coro.”

Non sai nemmeno tu come ma riesci a sopravvivere fino all’ora di cena e quando torna l’Ingegnere pensi ingenuamente che la tua pena avrà finalmente fine. Ma ancora una volta, lui riesce a sorprenderti perché dice: “Ciao mamma, ti ho portato l’i-pod, così puoi cantare tutti i successi dei Righeira, che ti piacciono tanto.”

E tu ti chiedi se esista un modo per creare un corto circuito generale con l’i-pod. O se il filo sia sufficientemente lungo per soffocare l’Ingegnere, l’infermiera e anche la banana del suo cuor.

 
 
 

Questa la devi proprio conoscere

Post n°110 pubblicato il 12 Marzo 2012 da pantouffle2011
 

Vi ho già parlato di Gianlu (vedi post 95). In tanti anni che lo conosco le uscite classiche sono: o in posti con la musica che fa tapum tapum tapum dove lui si anima come funzionasse a decibel, oppure in posti tranquilli dove lui si tormenta su problemi esistenziali chiedendosi il perché della vita mentre io mi chiedo sostanzialmente perché caspita sono lì con lui.

Lo conosco da sempre, conosco ogni sua mania: ha una memoria incredibile, una predisposizione per i numeri ai limiti dell’autismo e una simpatia innata e un po’ ingenua che gli permette di essere sempre perdonato. Semplicemente, per timidezza, per pigrizia, per sfiducia nel prossimo o non so cosa, tende a mostrare solo la parte più superficiale di sé. E questo crea spesso fraintendimenti, dà di lui un’idea sbagliata.

Gianlu è innamorato delle donne. Di tutte le donne. Pensa che non ne esistano di brutte, solo donne la cui bellezza è da scoprire. Per questo parla con tutte, così come fa con gli uomini, del resto. E’ spinto più dalla curiosità che dal sesso.

“Ho conosciuto una persona – mi dice ieri – la devi assolutamente conoscere”. Tanto per non smentirsi mai mi porta in uno di quei localini sciccosissimi che “non puoi non averne mai sentito parlare, ci vanno tutti”, dove io, naturalmente, di quei “tutti” non ne conosco nemmeno mezzo.

Il posto sciccosissimo si rivela essere un bar al primo piano all’interno di un cortile; praticamente se non ti porta qualcuno pensi di entrare in casa altrui. Mi verrebbe da chiedere “permesso”, se non fosse che il posto mi ricorda tanto la casa di mia zia, comunque ci sediamo e prendiamo un caffè. Per inciso, mia zia lo fa più buono e ti porta anche i biscottini. Lei però si beve un bicchierino di marsala. “Per la pressione”, dice.

Con solo mezz’ora di ritardo arriva la tipa, bellissima, mi sballa con il suo profumo. Dopo le presentazioni la conversazione scorre via veloce. E’ una che ha fatto di Gucci e degli aperitivi la sua religione, che ha trovato il suo scopo nella vita nell’incarnare il modello che qualche creativo del marketing ha creato per lei. Più leggera di una piuma, inconsistente come un’ombra, ma mi sforzo di essere gentile per il mio amico. Ridiamo molto, ci scambiamo i numeri di cellulare e ci ripromettiamo di vederci presto: praticamente amicone. All’uscita Gianlu non accenna nemmeno a riaccompagnarla.

La guardiamo allontanarsi e poi dico “E’ simpatica.”

Scoppia a ridere: “Non ci provare nemmeno. – poi mi prende sottobraccio e dice: - Dai, andiamo da Tony a mangiarci una piadina, che tutto questo chiacchierare di rimedi olistici e di alimentazione biologica m’ha fatto venire la fame nervosa.”

Io rido e penso che le persone che stimi servano proprio a questo: a vedere il mondo attraverso i loro occhi. Senza parole, senza prediche, solo con il loro sguardo.

E ogni cosa torna a posto.

 
 
 
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