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Certi gendarmi della memoria...dalla memoria troppo corta.

Post n°72 pubblicato il 22 Aprile 2009 da lllll_June_lllll
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Recentemente dove abito è stato presentato un libercolo sulla resistenza nella nostra zona, scritto a tre mani da tre ignoranti.
E uso il termine ignorante nella sua accezione originaria, di colui che ignora.
Infatti questi tre non solo ignorano la lingua italiana, ma anche la storia italiana e soprattutto la storia locale.
A questi tre soggetti calza benissimo la definizione di Pansa sui "gendarmi della memoria", ossia di coloro che "imprigionano la verità sulla guerra civile!
Questi tre individui hanno deciso di scrivere un libero sulla Resistenza, a livello locale.
E che hanno fatto?
Hanno raccolto testimonianze dai vecchi del posto, che sono assai pochi e di quei pochi alcuni non li hanno nemmeno mai interpellati.
Quel che non hanno potuto apprendere dalle testimonianze dirette, lo hanno inventato, immaginato, supposto, fantasticato.
Infatti ne è uscito un libro pieno di "forse", "si pensa", "si dice"; cosa che rende oltraggio alla storia e alla verità storica.
Ultimata la loro fatica letteraria, i tre l’hanno presentata in una pubblica piazza, dove hanno regalato a tutti gli astanti una copia del loro libercolo, attendendo ad un tavolino che la gente andasse a farsi firmare gli autografi.
Quando mio mio padre -80 anni- atteso il suo turno, è arrivato al tavolino dei tre, ha aperto il libro in una pagina precisa (una delle pagine più dolorose della sua vita familiare) e invece di chiedere l'autografo si è rivolto ai tre così: “dovreste vergognarvi per esservi inventati questa pagina di storia”.
Allibiti, esterrefatti,  ma soprattutto imbarazzati,chiedevano a mio padre delucidazioni sulla sua affermazione che demoliva il loro lavoro di indefessi storici del "forse"..
Mio padre puntava il dito su una pagina dove si parla dell’uccisione di un prete da parte dei partigiani; un prete che i tre sedicenti scrittori dicono fosse "PROBABILMENTE" collaborazionista dei fascisti e lo dicono in questi termini : “se fosse veramente un confidente dei fascisti probabilmente non lo sapremo mai, ma molte persone pensavano che fosse così”.
Ecco la storia raccontata non attraverso i fatti, ma attraverso i forse!
Il libro non menziona minimamente la grande carità che questo prete faceva ai poveri (di cui tutti ancora oggi sono informati, ma che i tre scrittori hanno preferito tacere)e la sua grande bontà: mia madre mi ha sempre raccontato che quando quel prete, in bicicletta, vedeva un gruppo di ragazzi, specie poveri come lei, lanciava loro delle monetine per comprarsi qualcosa. In realtà qualche volte non erano solo monetine, ma monete di valore. E sempre mamma racconta che un giorno lei tornò a casa con una di queste monetine in tasca e la nonna trasalì, perché il prete le aveva donato più di quanto il nonno avesse guadagnato nei 15 giorni in cui era andato a tagliare il grano per conto di un fattore a decine di km di distanza.
Oltre alla sua grande bontà, questo sacerdote -su preghiera di madri apprensive, che celavano i figli cagionevoli perchè non fossero mandati in guerra- intercedeva presso le autorità pubbliche quando taluno di questi ragazzi veniva scoperto e arrestato.
I tre scrittori questo lo hanno detto! 
Ma in modo osceno e vile: hanno scritto che questo suo intercedere in favore delle persone in difficoltà "fosse dovuto ai suoi presumibilmente poco chiari rapporti col fascismo".
Ovviamente il "presumibilmente" non manca mai nel libro.
Il racconto prosegue poi fino ad arrivare all’uccisione del prete, riferita così: "un partigiano sparò alla testa del prete 25 colpi, dopo avergli fatto scavare la propria fossa".
Credo che i tre scrittori abbiano fatto una fatica immane a dire che fu un partigiano a sparare al prete, ma visto che questa è una verità ormai appurata, negarla sarebbe stato come dire che cappuccetto rosso abbia sparato alla nonna essendo complice del lupo.
Non si menziona mai nel libro il nome del partigiano che uccise il prete, un partigiano noto per le sue scorribande, che hanno spesso messo a repentaglio la vita dei cittadini, e per le sue scorrerie nei locali pubblici, dove arrivava a tarda sera e, col mitra spianato, si faceva dare il portafogli da tutti e qualcuno, anziano e spaventato, se la faceva sotto (e non in senso figurato) per la paura.
Non capisco il motivo per cui non si faccia nel libro il nome e cognome del partigiano che uccise il prete, visto che anche i sassi lo sanno e che fu proprio questo partigiano a spargere la voce del proprio capolavoro di morte, a monito contro eventuali collaborazionisti.
Gli scriventi forse vogliono preservare la memoria del loro compagno partigiano e preferiscono dire che il prete fu ucciso da un anonimo partigiano.
Nella narrazione dell’evento dell’uccisione del prete, probabilmente collaborazionista, i tre scrittori riferiscono poi che un contadino di una frazione fu chiamato per il trasporto del cadavere verso il cimitero.
Ecco, questo è il punto del libro che ha fatto uscire dai gangheri mio padre e lo ha fatto gridare pubblicamente, sulla piazza, a quei tre, di bruciare quel libro pieno di ricostruzioni immaginarie ed inventate.
Il contadino chiamato a trasportare il cadavere del prete, di cui questi non fanno nome, era infatti il mio nonno paterno.
E mio nonno paterno non fu “chiamato” a trasportare il cadavere del prete.
A mio nonno questa incombenza fu imposta, e col mitra puntato alla testa.
Mio nonno paterno una sera, tarda sera, si vide arrivare in casa un gruppo di partigiani (comandati da quello che si vantò di aver sparato 25 colpi al prete probabile collaborazionista) che coi mitra spianati verso mio nonno, mia nonna e i loro figli, dissero a mio nonno di coprirsi pesante, di prendere i due buoi migliori che aveva nella stalla e di seguirlo perché dovevano fargli portare via con urgenza un "pacco".
I motivi per cui scelsero mio nonno furono due: aveva una stalla ben fornita di animali (anche se ormai ridotta al minimo, perché saccheggiata da fascisti un giorno e dai partigiani il giorno dopo). E poi perchè, siccome due dei suoi figli erano partiti volontari anni prima per la guerra d’Africa, il fatto di essere partiti volontari deponeva a favore del fatto che credessero nella guerra e dunque fossero fascisti.
Questa era la logica dei partigiani che costrinsero mio nonno a seguirlo col mitra puntato al collo: la nostra famiglia era giudicata come una famiglia fascista perché aveva due figli volontari partiti in guerra. E poco importava se erano partiti volontari perchè tanto sapevano che prima o poi li avrebbero comunque chiamati; e poco importa se uno morì in quel di Tunisi a soli 20 anni; e poco importa se l'altro tornò dall'Afica malato e morì poco dopo; e poco importa se un terzo fratello era disperso sul fronte greco, dove rimase prigioniero per 8 anni.
Queste cose importavano poco ai partigiani che vennero a chiedere a mio nonno di mettere il giogo ai buoi e andare a portare via un "pacco".
Due figli partiti volontari per la guerra erano indice di una condivisione agli ideali del fascismo. E fargli portare via un prete morto (in nonno ancora non sapeva cosa fosse questo "pacco") era un avvertimento a chi, come lui, era additato come fascista...pur non essendolo.
La notte in cui mio nonno paterno giunse sul luogo indicato (dove era il cadavere del prete, ma lui non lo sapeva), era ormai notte fonda, i buoi ebbero un sussulto fortissimo, e si rifiutavano di procedere, perché vedevano qualcosa di scuro (il grande mantello del prete).
I partigiani, puntando i mitra al collo di mio nonno, gli intimarono di ammansire i buoi e sbrigarsi.
Mio nonno lo fece e nel tentativo di calmare i buoi, che non ne volevano sapere di avanzare verso quel fagotto nero (cosa che dimostra che gli animali sono spesso migliori degli uomini!), cadde e venne travolto allo stomaco dai calci ripetuti dei due animali e un ematoma procuratosi quella notte, e non curato, fu dopo poco tempo la causa della sua morte, a soli 68 anni.
I partigiani fecero rialzare mio nonno anche se stava male e lo costrinsero a caricare il fagotto nero: solo allora si accorse che era un prete...quel bravo prete!
Poi sempre col mitra alla testa lo dovette portare nel luogo che i partigiani gli avevano indicato di lasciarlo
Nei giorni e nei mesi che seguirono, mio nonno cominciò a stare sempre più male per quei calci subiti e per quanto subito quella notte.
Era cattolico fervente, e quell'episodio fu per lui peggiore perfino dell'ematoma che riportò quella notte.
A ciò si aggiungeva il fatto che ogni volta che quel partigiano (l’uccisore del prete) passava dal paese di mio nonno e lo vedeva seduto a parlare con alcuni uomini, lo sfotteva dicendo con felicità:”vi ricordate, Carlo, di quella notte meravigliosa in cui abbiamo portato via il prete che ho ammazzato?”
Il libro (meglio tornare a quello o viene a me il magone) non menziona che poi questo partigiano divenne un famoso dirigente  di un ufficio pubblico nel dopoguerra.
Non menziona nemmeno che quest'uomo, colpito da cancro alla gola  ancora in giovane età, prima di morire chiese con insistenza di poter parlare con un prete.
Mio padre ha sbattuto il libro sul tavolo dei tre scrittori,rifiutandolo ed invitandoli a scrivere verità e non inventarsi la storia.
Il 25 aprile quel grande partigiano che confessò di aver sparato 25 colpi in testa ad un prete amato da tutti, sicuramente in qualche cerimonietta locale verrà ricordato come eroe da imitare.
E non sarà l'unico.
La sinistra oggi rimprovera a Berlusconi di non aver mai commemorato il 25 aprile.
Ma sarebbe ora che anche la sinistra smettesse di fare il gendarme della memoria e ammettesse che anche tra i partigiani c'erano persone ignobili che la guerra civile l'hanno lordata e che la Liberazione non è patrimonio esclusivo dei comunisti.

June

 
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Franceschini e l’anti berlusconismo ossigeno della Sinistra.






Le elezioni svoltesi la scorsa settimana in Sardegna –che hanno registrato non solo la sconfitta del Governatore Soru, ma anche una pesante sconfitta per il Partito democratico- hanno indotto quello che era il segretario del Pd, Veltroni, a rassegnare le proprie dimissioni.
Veltroni prima di abdicare ha detto chiaramente che qualcuno all’interno del suo partito gli ha remato contro.
Finalmente se n’è accorto! Anche se con un anno di ritardo e tanta disillusione.
Dopo aver ripetuto per un anno intero che il Pd era la prima vera forza riformista del paese, dopo aver detto per mesi che finalmente il vento stava cambiando,Veltroni  si è alla fine rassegnato all’idea che quel vento che cambiava altri non era che il turbinio delle correnti che animano e lacerano il partito da lui assemblato.
Adesso il Pd ha un nuovo leader: Dario Franceschini.
Non un leader scelto con le primarie, che la Sinistra diceva essere fondamentali per un partito veramente democratico, ma un leader di elezione oligarchica.
Lo abbiamo visto nei giorni scorsi su una piazza di Ferrara (dove teneva il suo primo comizio) mentre giurava su una vecchia copia della Costituzione, in una cerimonia ricca di pathos e infarcita di demagogia e di propaganda.
Eh sì, perché che bisogno c’era di giurare pubblicamente sulla Costituzione quando i cittadini sanno bene che i parlamentari, al momento di assumere l'esercizio delle loro funzioni, prestano giuramento di fedeltà alla Costituzione repubblicana e di coscienzioso adempimento dei propri doveri?
Oltretutto, a pensarci bene, ha giurato su una copia della Costituzione che è pure in taluni punti diversa dall’attuale e se non erro fu proprio la Sinistra che sette anni fa modificò l'articolo 117 della carta costituzionale.
Non solo! Ma se guardiamo alle proposte di modifica della Costituzione che sono agli atti del Parlamento, ci accorgeremmo con somma meraviglia, che molte di esse portano la firma di parlamentari e politici di Sinistra. Quegli stessi che quando parlano dai pulpiti dicono che la Costituzione non si deve toccare.
E poi che fa Franceschini a Ferrara, davanti al cippo degli Estensi?
Ti aspetteresti che il nuovo leader del Partito democratico facesse politica, proponesse idee, indicasse soluzioni.
E invece no.
Franceschini inizia a fare propaganda al Pd fondandola non su progetti o idee, ma sulla negazione di Silvio Berlusconi: il primo discorso pubblico che Franceschini fa ha come leit motiv l’anti berlusconismo.
Nessun pensiero al popolo ed alla gente, nessuna proposta seria e concreta (economia, lavoro, crisi finanziaria, giustizia, etc), ma solo pensieri contro Berlusconi.
Franceschini, seguendo il disco rotto di una sinistra incapace di fare opposizione concreta e propositiva, si limita a dirci che Berlusconi è il cattivo e il nemico della Costituzione.
Un Berlusconi che però ha una legittimazione generale che gli deriva dalle elezioni; e che queste si sono svolte secondo le procedure previste da quella Costituzione su cui Franceschini ha giurato; una Carta che, oltretutto, vede il popolo come sovrano nella scelta dei propri rappresentanti politici.
E l’offesa al premier è altresì una offesa a coloro che lo hanno eletto.
Il Franceschini visto a Ferrara mi ha trasmesso l’immagine di un  piccolo Di Pietro, un demagogo da piazza, che sale sui palchi solo per berciare contro Berlusconi e per recitare orazioni “pro domo sua”, evitando però di fare in quella stessa casa un po’ di pulizia “etica”.
Franceschini ha dimostrato di essere a pieno titolo l'emblema di una Sinistra senza idee e progetti, che sa solo profondere odio verso Berlusconi.
Una Sinistra dalle mille anime che non solo non riescono a convivere unite, ma che dietro le quinte del teatrino politico si scornano pure tra loro, e per le quali l’unico ossigeno è l’antiberlusconismo.
E nonostante questo ossigeno la Sinistra è sempre più asfittica.
A Franceschini –ex democristiano alla guida di un partito di sinistra che è sempre stato mangiapreti- rivolgo comunque i miei auguri di riuscire a dare vita a quell’Opposizione che in Italia manca e che sarebbe necessaria e di farla con progetti e proposte concrete, e non con populismo parolaio o infangando l’avversario.
Ma, da quel che vedo finora, Franceschini mi sembra un pollo che si è messo le penne del pavone.

June

 
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Elezioni in Sardegna....Il vero vincitore è Berlusconi

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Nello scorso fine settimana si sono svolte in Sardegna le elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale e del presidente della Regione Sardegna, dopo che il Governatore della regione, Renato Soru, si era dimesso il 25 novembre 2008, a seguito della mancata integrale approvazione della legge urbanistica regionale, per poi ricandidarsi alla guida della regione.
Le elezioni sarde (non ancora definitive) stanno decretando la netta vittoria del candidato proposto dal centro destra, Ugo Cappellacci, con più del 51, 87% dei voti, e la sconfitta del governatore uscente, Reanto Soru, candidato naturale del centro sinistra, fermo al 42,93% dei voti.
E lo scarto di voti tra le due coalizioni è ancora più rilevante che quello tra i due candidati.
Si è trattato di una consultazione locale e quindi non possiamo prenderla ad esempio per farne una proiezione nazionale.
Lo ha detto anche Veltroni, che però, quando si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio provinciale di Trento, e si era riconfermato il candidato di centro sinistra, dichiarava per ogni dove che il vento stava cambiando.
Le elezioni sarde non sono dunque un test nazionale.
Tuttavia le consultazioni svoltesi in Sardegna hanno alcune peculiarità che non si possono sottovalutare.
In Trentino il Governatore uscente, del Pd, ha visto riconfermato il proprio mandato –seppure con meno voti di quelli ottenuti nelle precedenti amministrative- soprattutto per la buona amministrazione che aveva posto in essere.
Anche Soru in Sardegna era un governatore uscente, ma ha perso in modo schiacciante perché la sua amministrazione è stata chiaramente bocciata dai cittadini, che hanno preferito votare per un candidato perfettamente sconosciuto, Cappellacci, piuttosto che per chi li aveva amministrati per anni.
Un dato che dovrebbe far riflettere il candidato silurato e farlo a lungo meditare su questo esisto elettorale, dovuto prevalentemente a malcontento della gente sarda per la gestione Soru.
Una gestione che ha visto, tra le tante cose, una tassa sul lusso, che altro non ha fatto che penalizzare molti sardi che vivono fuori regione ed hanno in Sardegna una seconda casa.. Una gestione che ha predisposto una legge salva coste, che però grazie al sistema della intese era interpretabile a piacere a seconda delle circostanze (villa Soru non docet!)
Se, come dicono in molti a sinistra, Berlusconi ha imposto in Sardegna Cappellacci, non è che il Pd abbia fatto operazione molto diversa: Soru, riconfermato da Veltroni, seppure contro buona parte del Pd sardo,  ha preteso di ricandidare se stesso, evitando le primarie, che lo avrebbero sicuramente visto perdente e credendosi già il futuro leader del centrosinistra anche a livello nazionale.
Soru, salvo minime epurazioni, ha ricandidato gli stessi consiglieri che aveva scelto in precedenza, e che in questi 4 anni non hanno saputo, come lui, ascoltare e fare proprie le esigenze dei cittadini ed hanno dimostrato che le loro ambizioni non sono sicuramente gli interessi dei sardi.
Alla faccia del “nuovo che avanza”! Slogan tanto caro alla sinistra, quando si tratta di guardare in casa d’altri.
La campagna elettorale di Soru non è stata una campagna pro Sardegna, ma è stata unicamente una campagna contro Berlusconi. Soru aveva addirittura paragonato Berlusconi a Caligola, capace di far eleggere anche il proprio cavallo. Se questi sono i termini del confronto politico usati da Soru potremmo tranquillamente convenire che allora la gente sarda ha dimostrato di preferire i cavalli agli asini.
Oggi il segretario del Pd, Veltroni, dopo l’esito delle elezioni sarde, è solo capace di dire: “qualcuno di noi ha remato contro”.
Finalmente ha scoperto l’acqua calda, anche se tutto sommato può tirare un respiro di sollievo per essersi levato di torno un personaggio come Soru che gli avrebbe voluto contendere la leaderschip politica (ora dubito che dopo la debacle sarda abbia ancora il carisma per farlo).
Tuttavia la sconfitta locale di Soru dovrebbe però fare riflettere non poco la Sinistra, che si è aggrappata a Soru solo in versione anti Berlusconi ed ora assiste al crollo netto del Pd anche in sardegna; come se non bastassero le diatribe intestine.
E la vittoria di Cappellacci, fortemente voluto da Berlusconi, è oggi anche la vittoria di Berlusconi, che ha giocato la campagna elettorale in prima persona.
E se c'è un vero vincitore in Sardegna, questo è proprio Berlusconi.
Che la cosa piaccia o meno...

June


 
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10 Febbraio

"Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale"


Cársici báratri profondi e scuri
Custodi involontari
Di abominevoli vergogne
E di voluti silenzi decennali
Di rei conoscitor d' infamie
Da cancellar da la memoria
Or luce e' fatta
Sui martiri negati
Vittime di ínfíma sorta
Colpevoli innocenti
Negletti dalla storia
Come immondizia gettati
A morir vivi
In fondo al pozzo ammucchiati
Da ideali puzzolenti
Come lor carne putrefatta ,
Qual è la differenza , deh !
Se mai sapete ,
Tra un pozzo…e un forno ?!
 

(Armando Bettozzi, Febbraio 2005)



@))---->>----



Da certa sinistra chi ricorda gli infoibati viene bollato come mistificatore  e revisionista.
Ma se i loro padri sono questi….cosa ci si può attendere dai pargoli?

Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel modo più assoluto”.
Manifesto a firma di Palmiro Togliatti, fatto affiggere nel capoluogo giuliano il 30 aprile 1945, quando i partigiani titini erano alle porte di Trieste.

"Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall'alito di libertà che precedeva o coincideva con l'avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi".
L’Unità, 3 novembre 1946
 
Perchè lasciare Pola?
Una città intera che fa fagotto e abbandona le proprie case pur di salvare la propria identità

Palmiro Togliatti, L’Unità, 2 febbraio 1947

Questo provvedimento  (Istituzione della Giornata della Memoria)… ha un valore simbolico gravissimo…. Per noi questo è un cattivo giorno, un bruttissimo giorno”.
Franco Giordano (Rifondazione Comunista) alla Camera dei deputati, 6 Marzo 2001, in occasione dell'istituzione della Giornata della Memoria.


Le foibe erano un luogo scivoloso"
Venaria Reale (To), Liceo Gobetti,  un esponente di Rifondazione agli studenti.(06/10/'03).


Le Foibe sono cavità carsiche dove i nazisti, durante il conflitto, gettarono i partigiani titini...
Libro di testo delle scuole Superiori

Non passa giorno senza che qualche fascista sdoganato o qualche ex comunista passato a Berlusconi non si riempia la bocca con i gulag e le foibe
Sandro Curzi

“Tra via Togliatti e via delle Foibe, lei quale strada sceglierebbe?"
"Via Palmiro Togliatti"

Armando Cossutta al Corsera, 10 febbraio 2004

Un eroe del nostro tempo, un grande combattente per la libertà, per la verità e per i diritti umani".
Sito dei giovani comunisti, scritta apposta davanti alla foto di Tito.

Nelle foibe solo fascisti e spie! I nostri ricordi li riserviamo alle loro vittime".
Sito dei giovani comunisti, vignetta sulle foibe in occasione del Giorno del Ricordo delel vittime delle foibe, febbraio 2006

We Want More Foibe”  (Vogliamo più Foibe)
“la destra fiorentina, come ogni anno, scende (o almeno tenta di scendere) in piazza, per ricordare una FARSA, quella delle FOIBE”… “FACCIAMO SENTIRE QUESTI 3 STRONZI INDESIDERATI NELLA NOSTRA CITTA, LORO SONO I VERI EXTRACOMUNITARI A FIRENZE”

Pagina creata su Facebook e Indymedia per annunciare un presidio indetto con lo scopo di impedire la “Fiaccolata del Ricordo” organizzata a Firenze da Alleanza Nazionale e Azione Giovani per celebrare appunto la “Giornata del Ricordo” dei martiri delle Foibe e dell’esodo dei 350.000 giuliano-dalmati e istriani.
Febbraio 2009

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Da questa sinistra non accetto lezioni di etica, di tolleranza, di antirazzismo e, soprattutto, di storia.



June

 
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Di Pietro e la demagogia da piazza.

Foto di lllll_June_lllll







C’è una frase nell’ultimo libro di Zafon, “Il gioco dell’angelo”, che mi piace particolarmente: “E' la vecchia storia del dimmi di cosa ti vanti e ti dirò di cosa sei privo. Pane quotidiano. L'incompetente si presenta sempre come esperto, il crudele come misericordioso, il peccatore come baciapile, l'usuraio come benefattore, il meschino come patriota, l'arrogante come umile, il volgare come elegante e lo stupido come intellettuale...
Di Pietro, leader dell’Idv, trovo che incarni alla perfezione il prototipo del dimmi di cosa ti vanti e ti dirò di cosa sei privo, per il suo presentarsi, a parole, come il politico dei valori (come se li avesse solo lui!), il salvatore della patria, il moralizzatore della politica, e tuttavia nei fatti dimostrare di essere unicamente un demagogo, peraltro sempre più volgare ed eversivo, allettato dall’idea di realizzare quell’ascesa gloriosa che non gli è riuscita quando era magistrato.
A Di Pietro, oggi funambolo  della politica con l’hobby della moralizzazione in casa d’altri, piace parlare e predicare da pubblici pulpiti, un po’ come tutti coloro che credono che sia più facile convertire a parole piuttosto che coi fatti. E quando parla alla folla dalle piazze recita con il corpo, esalta le sue movenze e pose,  un po’ come faceva Mussolini quando, grazie ad una abilità oratoria che a Di Pietro difetta, arringava alle piazze con l’intento di prospettare il suo Verbo come l’unica verità.
Del resto Mussolini sapeva bene, come sa bene Di Pietro, che per costruire un immaginario collettivo, il "racconto" dell'evento è spesso più importante dell'evento stesso; che la folla è come una “femmina”, che va conquistata e posseduta.
Senza andare troppo indietro nel tempo e limitandoci a ricordare il Di Pietro ministro delle Infrastrutture dell’ultimo Governo Prodi, tutti avranno presente che due giorni dopo essere investito della carica di Ministro, scese in piazza coi megafoni per urlare contro quello stesso Governo di cui faceva parte, del quale non condivideva alcune scelte, ma che ben si guardava dal dimettersi per timore di perdere la poltrona. Minacciava dimissioni un giorni sì a l’altro anche, ma mai ha avuto il coraggio e la coerenza di allineare i propri comportamenti ai propri declamati “valori”.
La vittoria del Pdl alle elezioni politiche del 2008 è stata per Di Pietro un duro colpo, che lo ha trasformato in un kamikaze politico, pronto a colpire Berlusconi e i suoi alleati, ma in realtà colpendo ovunque non fosse consono alla propria stantia idea di valori.
La smania pruriginosa di fare udire la propria eloquenza secca nelle pubbliche piazze ha preso il sopravvento su una opposizione fattiva e propositiva. Non sono mancati, dai palchi dell’Idv, attacchi al Governo, e perfino al Capo dello Stato, spesso e volentieri usato come bersaglio e trascinato nelle polemiche politiche.
Ma ieri Di Pietro, un po’ ciarlatano e un po’ divo,  ha toccato il fondo della demagogia, rasentando l’eversione, per i suoi attacchi a Napolitano. Attacchi che stavolta, differentemente da altri attacchi levatisi dai suoi pulpiti, provengono dallo stesso Di Pietro.
L’Idv aveva organizzato ieri a Roma una manifestazione per protestare contro la riforma della giustizia. Una manifestazione cui hanno partecipato anche altri moralizzatori dell’entourage di Di Pietro: Beppe Grillo e Marco Travaglio.
Dal pulpito dipietrista, allestito in Piazza Farnese, tutti hanno potuto assistere alle farneticazioni del forcaiolo Di Pietro, che ieri ha accusato, infangato ed offeso apertamente ed in più occasioni il Capo dello Stato, con frasi indegne di un politico che a parole si presenta come paladino del rispetto per le Istituzioni:
In una civile piazza c'è il diritto a manifestare. Presidente Napolitano, possiamo permetterci di accogliere in questa piazza chi non è d'accordo con alcuni suoi silenzi?" (Frase con cui ha commentato uno striscione con la dicitura: “Napolitano dorme, l’Italia insorge”, poi rimosso dagli agenti di polizia, e per Di Pietro rimosso su ordine del Colle).
"Lei dovrebbe essere l'arbitro, a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzi. Possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro? Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso. Dica che i mercanti devono andare fuori dal tempio, dal Parlamento e noi lo approveremo".
Dopo questo soliloquio, vaniloquio, turpiloquio; dopo essersi sentito fischiare da parte di quella stessa piazza in cui parlava, da quella donna (per dirla alla Mussolini) che non è riuscito a conquistare; e dopo le dichiarazioni di suoi alleati politici del Pd, che hanno immediatamente preso le distanze dai suoi sproloqui,  ecco il trattorista molisano fare retromarcia e prospettarci la sua excusatio non petita, dimostrandoci che non è abile nemmeno nell'arte del rammendo oratorio.
La dialettica politica, che comprende anche la critica severa ed aspra all’avversario, è lecita, come sacra è la libera manifestazione di pensiero e la libertà di espressione.
Ma quando queste libertà diventano un alibi per sconfinare nell'ingiuria e nell'insulto a rappresentanti delle Istituzioni, quale appunto il Capo dello Stato -accusato di firmare leggi che non dovrebbe firmare e dunque di violare la Costituzione- la libertà di espressione viene svilita nella sua essenza e portata e la democrazia viene mortificata.
Un politico, ed in particolare un rappresentante di spicco del panorama parlamentare, che non comprende ciò è solo un demagogo, un tribuno populista, oltremodo pericoloso, perchè mostra assai poco rispetto (oltre che poca conoscenza) della Costituzione e dei valori che essa rappresenta e tutela.

June

 
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