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C'era una volta...

Post n°513 pubblicato il 15 Novembre 2017 da lab79
 

Corricchiavo dietro a mio figlio che fa le sue prime pedalate con la bicicletta, nel freddo tramonto di ieri. Le nuvole in alto si facevano arancioni, poi rosse, infine quasi rosa, poco prima di tornare ad un grigio pallido, e sparire nel buio. Corricchiavo, dicevo. Con le mani in tasca e l'animo sfilacciato, in un misto di rabbia e delusione. Il perché, qui non ha importanza. Intorno a noi, nel miniquartiere in cui abita mio suocero, la gente faceva ritorno a casa. Le luci si accendevano nelle cucine, le macchine parcheggiavano stanche a bordo strada. Alcuni bimbi si salutavano, prima di rientrare a casa. Lentamente ho smesso di correre, e mio figlio ridacchiando mi ha lasciato indietro. Piano piano si è allontanato, fino al fondo della strada. E il mio cuore si è come gelato, mentre sul volto percepivo un sorriso stanco prendere forma.  Mi sono fermato e ho visto il solco della sua bicicletta proseguire e mi sono chiesto fino a quando potrò seguirlo ancora. Quali saranno gli ostacoli che verranno frapposti tra me e lui, e se per allora avrò saputo insegnargli qualcosa.

E' ritornato qualche secondo dopo.

-"Sei stanco, papà?"

Gli ho sorriso e ho battuto piano le nocche sul suo casco. Ho alzato lo sguardo al cielo e ho tirato un sospiro. Mi sapevo osservato, quindi non ho indugiato più di tanto.

-"Fa freddo. Andiamo a casa?"

-"NO!. Ancora un giro, per favore!"

-"Solo fino alla macchina."

-"Ok, allora due giri..."

-"Non fare il furbo!" lo rimprovero, ma con talmente poca convinzione nella voce che alla fine della frase ha già frapposto un paio di metri fra me e lui. Sento distintamente sulla schiena lo sguardo che mi rimprovera di essere poco severo, di "dargliele tutte vinte" e altre sciocchezze del genere. Non lo coccolo più di tanto, in verità. Solo cerco di evitare di imporre i miei capricci ai suoi, e di costringerlo a fare le cose solo se necessarie. Sul resto, ha libertà di scelta. Almeno nei limiti delle opzioni che gli propongo.  E pur essendo un discreto chiacchierone per i suoi quattro anni, la verità è che spesso ci intendiamo tra i silenzi, come quando a tavola siamo soli e con pochi gesti gli faccio capire che non è il caso di giocare prima di aver finito la cena.

Non so in verità se sto facendo la cosa giusta. Ma in fondo, chi lo sa. Mi guardo intorno e vedo un paese intero che non fa che lamentarsi di se stesso, ma incapace di fare autocritica, di ammettere che forse è anche colpa sua. Incapace di mettersi di nuovo in discussione. Di cercare soluzioni. No, alla fine conta solo indignarsi, protestare sui marciapiedi, in questa piazza sconcia e sporca che è internet, per poi dimenticarsene il giorno dopo.

Cammino fino alla macchina dove lui mi aspetta, senza essere sceso dalla biciletta. Intanto che cerco le chiavi gira un paio di volte intorno all'auto con l'aria di chi non vuole salire. Lo chiamo un paio di volte, senza guardarlo. Infine lo convinco a salire, pur se tra qualche protesta. E tra una promessa e una conversazione lasciata a metà, ci immergiamo nella sera buia, verso casa. Troverà il sonno a fatica fra qualche ora, ed io mi acquatterò nell'angolo più buio di casa, in attesa che l'orologio segni l'inizio del mio giorno, nel punto più profondo della notte.

 
 
 
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