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Amleto in Naples

Post n°56 pubblicato il 08 Dicembre 2008 da magnum.3

            Improvvisamente, vengo posseduto da Amleto. Ed il mio amico William, mi fa dire nuovamente: “C’è del marcio….”. Solo che i tempi cambiano, ed oggi, nell’anno di grazia 2008, quel “marcio” non è più in Danimarca, bensì nella democraticissima – si fa per dire – Italia. Attualizzata, dunque, la mia amletica riflessione suona “C’è del marcio, in Campania!” Un marcio che degrada ogni giorno di più e che d’ora in ora, puzza sempre più insopportabilmente. E che, mi sa tanto, non risparmia, non risparmierà nessuno, ma proprio nessuno. Il che non vuol dire che ci sia una strage alle porte: da tutta questa storiaccia verrà fuori con ogni probabilità, invece, un colossale, universale inciucio, per evitare che lo tsunami coinvolga tutti, a tutti i livelli. Italian style, viene da dire.

            Vediamo cosa è successo.

            Aprile 2008: si celebrano le elezioni politiche. Vince il Centrodestra ed il Signor Berlusconi viene designato come Presidente del Consiglio dei Ministri. Nel corso della campagna elettorale, egli aveva indicato ai primi posti del suo programma per le immediate dopo-elezioni, la soluzione del problema dei rifiuti a Napoli e nel suo Circondario.

         Dell’immondezza napoletana e delle responsabilità che essa coinvolgeva a livello locale, si era già parlato, e non poco, già da un bel po’ di tempo. Il 7 Gennaio 2008, ad esempio, un quotidiano on line di evidente orientamento a destra, “l’Occidentale”, aveva pubblicato un “pezzo” titolato: “Che aspettano la Iervolino e Bassolino a dimettersi?”, i cui contenuti è facile immaginare. Ma non era stato il solo: un po’ tutta la Stampa italiana, di ogni e qualsiasi orientamento, aveva espresso forti perplessità per ciò che riguardava una serie di azioni (o di inazioni…) tecnico-politiche che avevano bloccato ogni possibilità di soluzione di quello che era diventato un caso internazionale, con gravi ripercussioni sui flussi turistici in Campania ed, addirittura, in maniera collaterale, perfino sulle vendite di quello che rimane forse il simbolo principale della sua agricoltura: la mozzarella di bufala. Chiaro, che mentre Quotidiani come “Libero” ed “Il Giornale” tendevano a chiedere esplicitamente l’allontanamento dei due dagli incarichi di governo che, se la memoria non mi inganna, ricoprivano da circa una quindicina d’anni, i loro omologhi orientati a sinistra – tutte le testate di maggior rilievo e tiratura che vengono pubblicate nel nostro Paese – apparivano molto più prudenti e tendevano a defilarsi od a ricercare, ma con scarsi sostegni, responsabilità alternative. E non va dimenticato che a completare un superterzetto, assieme al Sindaco di Napoli ed al Governatore della Campania, sul banco degli imputati compariva in maniera di particolare preminenza, il Ministro per l’Ambiente, Tale Pecorario-Scanio del quale, francamente, non si riesce a rammentare decisioni di particolare positività. E stiamo parlando di un “Verde”, non vorrei dire….

            Esaurita l’euforia conseguente alla vittoria, il Signor Berlusconi ed i suoi collaboratori si mettono all’opera e risolvono quasi del tutto l’annosa quaestio in un tempo, tutto sommato, assai breve.

A questo punto, in molti – compreso chi scrive, per quello che la sua opinione può contare agli alti livelli, e cioè, meno di nulla – cominciano a sorgere delle perplessità non da poco. Le responsabilità sono evidentemente, di profilo pesantissimo: quegli anni, quelli dell’invasione della “monnezza” sono costati all’Italia un sacco di quattrini. L’opinione pubblica internazionale riversa su Napoli caterve di ironia. Il numero degli arrivi di turisti in Campania si assottiglia in maniera disastrosa. Molti Medici di nome adombrano la possibilità di insorgenza di epidemie devastanti. I telegiornali riversano nelle case di tutti gli Italiani desolanti immagini di automobili che non riescono a transitare in strade occluse da cumuli incredibili di rifiuti di tutti i generi, mentre orde di topi ed altri animali scorrazzano indisturbati. I cassonetti cominciano a bruciare, mescolando, si deve supporre, grandi quantità di diossina, ad un aria già resa problematica per conto suo dallo smog che affligge l’atmosfera napoletana come quella della stragrande maggioranza del resto d’Italia e del resto d’Europa. San Gennaro stesso tenta di intervenire ma l’impresa risulta troppo difficile perfino per lui e per la legione di Santi che con lui collaborano. Tutti noi, miseri Umani, credo, riteniamo che l’evoluzione naturale delle cose debba andare nel senso delle dimissioni del Presidente della Regione e del Sindaco di Napoli. Alcuni lo pensano per solo senso di giustizia; altri per l’inesprimibile senso di sollievo che quelle dimissioni provocherebbero in alcuni Palazzi romani, peraltro della stessa Parte politica dei responsabili di cui trattasi. Ed invece, a questo punto, comincia il mistero. Buffo, direbbe Dario Fo. Inquietante, sarebbe meglio dire, per motivi dei più vari, dall’ampiezza dei coinvolgimenti che la situazione sembra implicare sino ad ipotesi sconvolgenti di correità che è lecito ipotizzare.

Poche domande, ma di non facile risposta.

 

  1. prima ed essenziale: perché il Signor Bassolino e la Signora Iervolino non hanno ritenuto dignitoso, nonché politicamente indispensabile, rassegnare le proprie dimissioni dai rispettivi incarichi? Per quanto potessero sentirsi ambedue scevri da colpe, il loro ritiro avrebbe potuto consentire un più completo e sereno giudizio sui maleodoranti, non per modo di dire, avvenimenti napoletani. D’altronde, non si capisce per quale motivo – dovrebbero spiegarlo i leaders del PD - dovrebbe dimettersi dal suo incarico Berlusconi, l’accertamento della cui colpevolezza, per un motivo o per l’altro, è ancora nella mente di Dio, mentre ugual dovere non dovrebbero sentirlo i “Due dell’Apocalisse”. Due, non tre: ma solo perché a dimettere da ogni e qualsiasi incarico il Signor Pecorario-Scanio aveva già provveduto pochi giorni prima il giudizio e la volontà del Popolo;

  2. seconda, ma non meno problematica: perché alla bisogna non provvide il loro Partito, anche con un’esplicita minaccia di espulsione, come peraltro il PD stesso non ha esitato a fare in un’occasione di rilievo assai minore, come quella che ha visto protagonista il Signor Villari? C’era di mezzo la credibilità ed una buona parte delle chances di ripresa del Partito in Campania e non solo: un provvedimento, anche disciplinare, molto deciso, non avrebbe procurato alcuna sorpresa ma, anzi, compiacimento negli iscritti e nella stessa Opinione Pubblica Italiana;

  3. terza, e sorprendente: come mai non ci fu (non c’è ancora adesso) alcun provvedimento sanzionatorio da parte del Governo di Centrodestra, nei confronti dei due rappresentanti del Potere locale? A parte che la loro cacciata sarebbe apparsa perfino logica, in un Sistema come quello politico nostrano nel quale le contrapposizioni tra Partiti non conoscono limiti né confini, l’eliminazione dalla scena di due personaggi di tal fatta avrebbe certamente incrementato il consenso nei confronti del PdL. Immagino che fosse del tutto plausibile perfino un intervento liquidatore emesso, nei confronti dei due, dal Ministro degli Interni: il padano, profeta di legalità amministrativa, Signor Maroni;

  4. last but not least: perché solo da qualche giorno sono emerse con sufficiente evidenza, per quanto ancora coperta da un doveroso silenzio, l’azione, le indagini della Magistratura su un episodio di tanto, bruttissimo peso?

 

Tutto strano, tutto troppo strano. Non è che l’attaccamento alle poltrone sia una cosa nuova, nella Storia dei Partiti italiani del dopoguerra, ad ogni livello. Né la Sinistra italiana è rimasta scevra da questa tendenza. In Sardegna, qualche anno fa, un Uomo politico di livello si procacciò il nomignolo di “Vinavil” per la pertinacia e la pervicacia che lo tennero appiccicato ad una poltrona presidenziale, malgrado, se non ricordo male, qualcosa come dodici crisi consecutive. Persona di indubbie qualità umane, si badi bene, ma dal vocabolario del quale era stata cancellata del tutto la parola “dimissioni”.

Qualcosa accadrà. Qualcosa deve, accadere: ne va della credibilità stessa del Paese e delle sue Istituzioni. Non può restare in piedi, una situazione che apre il campo – tutto il campo – ad ogni possibile sospetto, compresi i peggiori: odori di gentlemen’s (?!) agreement, del genere: “Io non dò un calcio a te, tu non ne dai uno a me…”; benefits trasversali e reciproci, destinati a restare nell’ombra delle pareti dei vari Palazzi, perché non confessabili né dall’una parte né dall’altra. Della serie dei ladri di Pisa che di giorno litigano e di notte vanno a rubare assieme.

Certo è che un primo sigillo del coperchio del Vaso di Pandora sembra essersi rotto, sotto i colpi di un suicidio del quale appare indispensabile comprendere le vere ragioni; e sotto quelli, meno cruenti ma di gravità politica assai simile, di un altro Assessore, quello Comunale al Bilancio - di aspetto, bisogna dire, un tantino lombrosiano - che si dimette dal suo importantissimo incarico per motivi tutt’ora ignoti, corredati peraltro dal suo abbandono, in toto, di ogni e qualsiasi attività politica.

Tutto strano, tutto terribilmente troppo strano, e non è un modo di dire. E tutti noi, ma proprio tutti tutti, abbiamo bisogno, per una volta almeno, di riuscire a capire quale sia, in questo “caso” degno del miglior George Simenon, la Verità vera, quella con la “V” maiuscola.

 
 
 

L' "Onda"

Post n°54 pubblicato il 03 Dicembre 2008 da magnum.3

Nella grande Sala, la riunione era al culmine. Si trattava di una delle manifestazioni più democratiche che un Popolo potesse immaginare ed attuare. Era rivolta, quella manifestazione, all’avvenire: si celebrava una grande ricorrenza che interessava molti, moltissimi Studenti. Gli Oratori si succedevano sul podio, i ragazzi seduti nell’anfiteatro seguivano attenti, alcuni favorevoli, altri contrari a ciò che stavano ascoltando, ma tutti in rigoroso silenzio, nel rispetto delle opinioni altrui.

Improvvisamente, le porte della Sala si apersero ed un gruppo di persone irruppe al suo interno. Quasi tutti erano mascherati con sciarpe e passamontagna. Era evidente il tentativo coraggiosissimo di non farsi riconoscere. Molti avevano in mano dei bastoni, e forse non solo.

Interruppero la riunione, impedirono agli Oratori di proseguire nelle loro relazioni. Minacciarono il Presidente, al punto da costringerlo ad allontanarsi, nel timore di una quasi certa aggressione fisica.

Quel gruppo non era molto numeroso, ma suppliva alla propria minoranza con armi più o meno improprie, con l’arroganza, con l’intimidazione sistematica, con la violenza.

            No, non era il 1925. Ed il gruppo non vestiva la camicia nera, né quella rossa, non ancora. Avevano bastoni ed altro, nelle mani. Probabilmente, se la loro violenza avesse prevalso, alla prossima occasione sarebbero comparse anche della bottiglie di un desueto, ormai, olio di ricino.

            Non era il ’25. E nemmeno il '52. E neppure era ancora iniziata, almeno ufficialmente, una “Lunga Marcia”. Era il 2008. Non ci si trovava a Berlino, e nemmeno a Mosca, e neppure a Pechino. Quella Sala era l’Aula Magna dell’Università “La Sapienza”, a Roma, ma nella Roma dei giorni nostri, che non dovrebbe essere, non più, quella degli Avanguardisti. Ed il gruppo era composto da gente – non “studenti”, che sono una cosa nobile: solo “gente”, particole impazzite della parte più negativa del nostro Popolo, fatta di violenti e di antidemocratici sotto false vesti – che, dipinta di rosso, era tuttavia nera, che più nera non si può. Appartenevano ad una cosa chiamata “Onda” (loro erano forse degli “ondini”?) e pretendevano di essere autonomi, indipendenti da qualsiasi Partito e, soprattutto, antifascisti. Tra i loro libri di testo, evidentemente, non figuravano quelli di Storia. Della Storia, tutto sommato abbastanza recente, di circa settantacinque anni orsono.

Allarme della Protezione Civile: attenti che l’ “Onda” non diventi uno tsunami, forza cieca, abietta, che tutto travolge, tutto distrugge, nulla, ma proprio nulla, costruisce. Se non violenza insensata. Se non abbrutimento della Società. Proprio come nel ’25, nel ’52,  nel ’66. Si è chiamata, in altri tempi, “fascismo”, “nazismo”, “bolscevismo” o “rivoluzione culturale”. Nomi diversi, opposti, almeno in teoria. Ma sempre la stessa cosa, sono. Una cosa che speravamo non esistesse più.

 

 
 
 

La morte e la pietà

Post n°53 pubblicato il 19 Novembre 2008 da magnum.3

Sono ben trentaquattro, a quanto leggo, le Associazioni che hanno ricorso a livello Europeo contro la decisione della Cassazione sulla vicenda tristissima di Eluana Englaro.

Avrei voluto ricorrere anch’io, contro quella sentenza. Ed avrei portato in giudizio, per estrema, totale crudeltà mentale e per delitti contro l’Umanità, anche tutti i rispettabili Membri di quelle rispettabili Associazioni. Assieme ad essi avrei voluto vedere sul banco degli imputati, anche Monsignor Fisichella e tutti i suoi méntori. Ed anche tutti gli Italiani senza palle, egoisti, indifferenti alle sofferenze altrui, pronti al compromesso che disseta ma non sfama le coscienze, come sempre nella loro storia secolare di Poeti ed Eroi. E di Vigliacchi senza cuore né cervello.

Per tanti versi credo nella metafisica. Ma quando si tratti di argomenti di importanza capitale per la vita ed il destino dell’Uomo, preferisco affidarmi alla fisica. Che è fallace, beninteso. Che quando sia mal usata può produrre danni spesso incalcolabili. Ma che è capace di fornirmi dei riscontri cartesiani assai vicini, nella norma, all’affidabilità più estrema.

Se la Scienza sperimentale, una volta portata la sua opera di indagine alle più estreme conseguenze, mi dice che una mente è morta definitivamente, irrecuperabilmente, non posso che crederle. In caso contrario, e nella fattispecie, salta per aria tutto il Sistema che consente, ad esempio, i trapianti d’organi e, legati ad essi, la salvezza di vite umane, di padri e di madri e di affetti, e di menti di altissimo livello.

Il Vaticano crede, alla Scienza. Perlomeno in linea di massima e purchè segua un certo fil rouge, quello con cui è intessuta la Fede. Mi sembrerebbe davvero strano il contrario, considerate alcune figuracce storiche come quella che ha visto protagonista tal Galileo Galilei nella veste di Controparte della Chiesa ufficiale. Ma quando Nostra Santa Madre trova il sia pur minimo appiglio per far rientrare in gioco la sullodata metafisica a gloria ed onore del suo impianto ideologico dottrinale e sfruttando la presenza di difficoltà di indagine totale, essa non si lascia sfuggire certo l’occasione.

Nel caso di Eluana è successo esattamente questo: la Scienza dice con assoluta sicurezza che la ragazza non c’è più. C’è un involucro, un mero strumento. Ma lei, l’Eluana che pensava, che amava, che soffriva, quell’Eluana non c’è più. E’ un po’ come quando si possiede un’automobile: sinchè ci stai dentro, puoi immaginare che la macchina più te alla guida, siate un’entità unica. Ma se scendi da quello strumento concepito per viaggiare, allora basta, finito. Tu riprendi tutta la tua identità di uomo-e-basta, la macchina finisce dallo sfasciacarrozze.

Il bello è che proprio la Chiesa ha tra i suoi princìpi basilari quello per cui il corpo umano ha solo un significato, come dire, di servizio. Ma ciò che identifica l’Uomo come tale agli occhi di Dio, essa afferma, è il suo spirito, l’intelligenza. L’anima, appunto. Che è immortale. Che anche se privata del corpo, dell’esistenza sulla Terra, non scompare nel Nulla, ma si confonde con la Divinità.

Su cosa gioca, adesso, la Chiesa? Improvvisamente, l’elettroencefalogranmma piatto, quello strumento che è sempre stato considerato il detector fondamentale del sussistere di una qualsiasi attività cerebrale, agli occhi della Gerarchia perde del tutto il proprio significato, e la Scienza cade in errore, se gli affida il compito di stabilire un discrimine tra la vita e la morte. Viene sollevata, dai Monsignori di vario genere e classificazione, l’ipotesi secondo cui, in qualche modo, in qualche segreto recesso della massa cerebrale, malgrado appiattimento di quell’ecg, ancora sopravviva un fremito di coscienza, tale da far ritenere che quello spirito, quell’intelligenza, quell’anima non ha ancora abbandonato il corpo che l’ha ospitata per tanto o poco tempo. Non è facile conciliare queste tesi con l’accondiscendenza totale del Magistero nei confronti del trapianto di organi. Si tratta forse di un problema di relativismo, quella cosa oscena contro la quale non mancano di scagliarsi i Teologi? O forse si tratta di sano pragmatismo, tale da indurre l’accettazione di un prelievo che causa, in ogni caso, la morte anche fisica di una persona – intesa nel senso della fine anche dell’attività respiratoria – perchè quel sacrificio consente il salvataggio di un altro essere umano? Ma non si parlava (non parlavano…) un tempo della definizione senza compromessi di un impianto morale che non ammette deroghe? E dove è finito, tutto ciò?

Beh, a questo punto, constatiamo che per ciò che riguarda una grandissima quantità di persone, di cittadini, una scelta, ormai, è stata fatta. E sorge un altro problema, questo si, a mio parere, molto grave.

Per via di tutte quelle cose che ho scritto più sopra e che connotano l’Italiano medio - soprattutto per ciò che riguarda l’egoismo, il sostanziale disinteresse nei confronti di coloro che soffrono, la vigliaccheria - sta passando piuttosto sotto silenzio un fatto davvero tremendo: Eluana morirà d’inedia e di disidratazione. Il suo sistema nervoso, anche se non a livello di un’inesistente coscienza, reagirà. In qualche modo, soffrirà, e non poco. E su questa cosa orribile, la Chiesa assume un rilievo solo marginale. Perché chi agisce in tal modo non sono solo i Cattolici, ma anche e soprattutto tutti quei laici che chiacchierano con grande entusiasmo, ma che al momento di assumersi delle responsabilità importanti, come si dice a Cagliar “si passano”. Dunque, la ragazza o meglio, il suo involucro fisico morirà di fame e di sete. Un buon Cattolico obietterà di certo: “Ecco, questa è la dimostrazione che quel corpo deve essere nutrito, idratato, a qualsiasi costo. Qualsiasi.” Ma non è così: la sofferenza che deriva dal non volersi arrendere all’evidenza, anche se mediata, è sempre di un’atrocità senza pari. C’è un Padre che soffre, psicologicamente e fisicamente, da una quantità incredibile di anni. Sta soffrendo. Soffrirà ancora abbastanza a lungo da correre il rischio di perdere la ragione, malgrado tutto.

Ecco dov’è la vigliaccheria, ecco dove sta il compromesso privo di sentimenti. Le varie Corti di Giustizia hanno scelto di fare in modo da lavarsi le mani del sangue di quella Donna giusta. Ponzio Pilato docet. Non possiamo parlare di eutanasia apertamente, perché altrimenti si scatena un putiferio. Lasciamo, semplicemente, che Eluana muoia così, aspettando il momento nel quale il suo fisico collasserà definitivamente.

Non va bene, proprio no. Se il problema deve essere affrontato, non può esserci neppure un minimo di ipocrisia, alla base di un qualsiasi provvedimento in materia. Non stiamo parlando di Presidenze di questo o di quell’Ente: è l’Uomo stesso, nella sua più alta accezione, è il suo destino, ad essere in gioco, quel poco di vita positiva che è il suo diritto minimo. Non c’è bisogno, di sparare nel petto di una persona per farla morire dissanguata, se si ritiene che la sua vita debba considerarsi conclusa. E non c’è nulla di male - ciò premesso, s’intende – se la fine del viaggio trovi origine in una siringa piena, ad esempio, di morfina, che risolve il problema senza comportare sofferenze. Dopo un tempo assai piccolo, la morfina addormenta. Ed in dosi massicce, non ci sarà mai più un risveglio.

Certo, tutto ciò è difficile da accettare, perché si tratta di concetti che nel nostro mondo, quello cui siamo abituati, sono assolutamente desueti. Ma va affrontato il fatto, credo, che ci si trovi, nell’affrontare il problema, su di una linea di confine: devi scegliere da quale parte stare. Sostare in mezzo al guado significa solo continuare a generare sofferenza.

Ma in un senso o nell’altro, per risolvere questa cosa comunque tristissima una volta per tutte, non possono servire esitazioni o mezze misure.

 

 
 
 

Inganni...

Post n°52 pubblicato il 17 Novembre 2008 da magnum.3

Ah, si, scusate, sono diversi giorni, che non scrivo nel mio blog: ho avuto molto da fare, poi mi è venuta l'influenza e poi ho dovuto ritrovare la voglia di scrivere.
E' successo ieri: guardavo uno spot televisivo, in attesa del TG, quando improvvisamente, sotto l'impatto delle immagini che mi venivano propinate, la valvola si è sbloccata. Ed ecco che sono di nuovo qui. Contenti?
Dunque: le immagini che mi hanno ispirato sono state quelle di una specie di imbragatura costituita da alcune bretelle. La presentatrice spiegava che quell'attrezzo - perchè di un attrezzo si trattava - serviva per tenere su le chiappe, in modo che nessuno potesse accorgersi che la sua portatrice avesse - come dire, ehm!, bah!, insomma, - il culo basso per costituzione fisica o per rilassamento tessutale.
Al di là di quella che mi è parsa un'involontaria quanto intensa comicità dello spot nel suo complesso, devo dire che il messaggio non sembrava nemmeno troppo efficace, posto che il risultato della correzione era affiancato dal profilo della stessa porzione del corpo, prima dell'apposizione dell'argano. La sensazione è che, in quelle immagini, il sedere "naturale" sia molto più carino di quello "sostenuto" che a me ha ricordato irresistibilmente (sia detto sembra alcuna ombra di razzismo, che è il sentimento più lontano dal mio modo di essere che sia possibile immaginare) mi ha ricordato, dicevo, il posteriore fortemente prominente di alcune ragazze nigeriane che giudicai, nel vederlo per la prima volta, decisamente fuori misura, anche se adatto, probabilmente, alla professione.
Mentre rimuginavo sulla pregnanza sociale di quel messaggio pubblicitario, per associazione di idee mi vennero in testa tutti gli altri adattamenti di corpi, maschili o femminili, che fanno parte del modo d'essere generalizzato dei nostri strani tempi. Ci sono alcune cose che mi sembrano emblematiche del modo di sentire, della sofferenza di vivere,di troppe persone. Spesso degnissime sotto tantissimi aspetti, ma che soffrono, evidentemente, per qualche strano motivo, per un fisico, il loro, non adeguato ai modelli pubblicizzati.
E c'è
 almeno un altro spot, che mi provoca simili sensazioni: quello di una ragazza che in un empito di incontenibile, prorompente sincerità, si toglie dagli occhi le lenti a contatto verdi, per rivelare un comunissimo quanto piacevole marrone, edinfila poi una mano dentro lo scollo della camicetta, per estrarne due pezzi di gommapiuma, o altro simile materiale, che riducono la taglia delle sue tette ad una "seconda" o poco più, dalla "quarta" precedente.
Poi, di notte, se non ce la fai a dormire, puoi assistere, per curiosità o per puro divertimento (ma spesso per interesse specifico, temo) ad un programma su un canale Sky che tratta solo ed esclusivamente di chirurgia plastica. Ci sono alcuni medici americani, chiaramente così pieni di quattrini che nemmeno un uovo sodo, i quali si affannano a spiegare, con sorrisi a ventiquattro carati, come e qualmente si possano inserire sopra o sotto le tette femminili delle sacchette di plastica e silicone che ne aumentano notevolmente le dimensioni. Poi vai su un altro canale, sempre Sky, dove si può ammirare un notevole numero di fanciulle che sembrano gestire la pubblicità della chirurgia plastica, considerata l’evidenza di una generosa porzione dei loro corpi, tette in testa, evidentemente rifatta. Ciò che fa capire anche, detto per inciso, perché i medici di alcune righe sopra abbiano l’aspetto di gente priva, diciamo così, di alcuna preoccupazione economica. Bisogna tener conto, peraltro, che i risultati dei vari interventi correttivi evidenziati nel programma appaiono, nella stragrande maggioranza dei casi, assolutamente deludenti, se non per il conto in Banca degli Operatori.
E tuttavia, perlomeno, quelle protesi sono interne, e per ciò stesso non visibili, anche se palpabili. Quelle della ragazza dello spot di cui dicevo, invece, sono estremamente tangibili. E già questa cosa mi pone dei problemi: quel ragazzo che sta con lei, e che dopo l’esplosione di furia liberatrice della sua compagna, provvede anche lui a rivelare la sua vera natura di calvo convinto, quel ragazzo, dicevo, tanto evidentemente innamorato, una mano dentro quella camicetta, non ce l’ha mai infilata? Sarò anormale io, ma che mi ricordi, tra il primo bacio sulle labbra con conseguente stupenda invasione delle reciproche cavità orali, e l’esplorazione del seno della mia amata del momento, passavano al massimo trenta secondi, tempo indispensabile per prendere l’ opportuna confidenza. E lui? E loro? E’ solo è sempre l’osservazione di una rigida ortodossia morale cattolica, quella che evita che la mano del lui possa accorgersi della diversa consistenza al tatto, del seno di lei? Del diverso grado di calore? Dell’assenza di un capezzolo, per quanto embrionale? O forse il Papà, a quel “lui” non gli ha detto mai niente su come è fatta una donna?
Siccome non può essere, quello dello spot, un' illustrazione credibile e realistica dei rapporti tra i diversi sessi, quello spot è evidentemente ingannevole. Così come lo è quello del reggiculo, se mi è consentito il raffinato neologismo.
Ma non è questa, l’unica conclusione alla quale sono giunto, guardando quello spot che tanto mi ha impressionato.
Il modello ideale di bellezza tanto ambito, soprattutto dalle donne, del tutto ipotetico e spesso irraggiungibile, fa loro ambire a delle tettone, a dei labbroni, a dei culoni, ad una liposuzione che elimina si e no un quarto di ciò che sarebbe davvero necessario. Ma siccome ognuno di noi è fatto in un certo modo, derivante dal nostro patrimonio genetico, dalla gola, dall’intemperanza, quel modello, comunque, è difficilmente raggiungibile, al di là delle illusioni vendute dai mercanti di sogni. Per cui può succederti di toccare un seno e provare la stessa sensazione che ti produce un palloncino ripieno di elio, che tra l’altro costa un sacco di soldi meno di un palloncino simile ma ripieno di silicone. Ed anche può accaderti che, nell’impeto della passione, tu stringa tra i denti un po’ troppo forte un labbro procace per ritrovarti, un attimo dopo, non già una tenera, dolce, calda, vibrante lingua, e nemmeno un ansito di piacevole, dolore passeggero accompagnato magari da una piccola goccia di sangue, ma un piccolo delizioso spruzzo di una sostanza appiccicosa, normalmente nomata “silicone”.
E non è nemmeno questo, (o questi) il rischio più grosso: estendendo il senso del secondo spot del quale ho parlato, può accadere di trovarsi in una camera da letto, uno di fronte all’altro, e di cominciare a spogliarsi o ad essere spogliati; può accadere, se questa bellissima cosa si verifica, di vedere, tuttavia, seni falsi che volano, reggiculi che li seguono a ruota, fasce elastiche che, eliminate, rilasciano quantità di trippa da valanga; ed ancora, mentre assapori il sottile piacere di infilare le mani in una massa di capelli fluenti, di ritrovarti con una palla da biliardo di fronte agli occhi o di sentire una voce che i sussurra: “Scusa un attimo, amore mio, che se non mi tolgo le lenti azzurre poi mi si perdono e quando accendiamo la luce non ti piaccio più….”. Sempre che non ti capiti anche di ritrovarti con la necessità di azionare strane pompette, per ottenere una rigidità sufficiente, benchè ai nostri giorni, questo risultato, almeno in parecchi casi, si possa ottenere con interventi, come dire, chimici.
Perché, ditemi, perché, queste fiere della falsità? Perché giocare su inganni fondati su di un letto di sabbie mobili? Ma non l’abbiamo ancora capito, che si può accedere a notevolissimi vertici di piacere, senza aver bisogno di avere a disposizione un preziosissimo tavolo di squisita fattura chiamato Manuela Arcuri, ma sedendosi semplicemente ad un altro, di legno, sul quale, tuttavia, troneggino meravigliose pietanze, di quelle che ti procurano godimenti inenarrabili, fettine di prosciutto squisite tagliate al momento su di un tagliere rustico, anziché disposte artisticamente su di un piatto di Boemia apparentemente leggiadro quant'altri mai, ma solo apparentemente, appunto ? Ci sono donne, uomini non belli, ma forniti di una carica di sensualità tale da offrirti le meraviglie dei più raffinati giardini orientali. Ci sono donne (quasi tutte) che non trovano per forza il piacere in un membro maschile chilometrico, ma in uno normale - o forse anche un po’ di meno - ma usato e condito con sapienza, esperienza ed amore. Ci sono uomini ai quali di una quarta, quinta, od ottava di seno non importa assolutamente; uomini che, liberi dalle ricerche spasmodiche di improbabili seni materni, si estasiano di fronte alla delicatezza, alla tenerezza stupenda di due piccole montagnole di seconda, al massimo terza misura. Ci sono persone alle quali non piace l’illusione. La percepiscono come inganno. E quando se ne accorgono, l'amore si spegne irrimediabilmente. Ed il culo cade per terra.



 

 

 
 
 

In memoria di un caro estinto...

Post n°51 pubblicato il 10 Ottobre 2008 da magnum.3

Domenica scorsa, in Sardegna si è tenuto un Referendum su argomenti che qui da noi vengono ritenuti molto importanti e che vedevano contrapposte la maggioranza di Centro Sinistra e l’opposizione di parte opposta.

Non mi importa, in questo momento, discettare su chi avesse ragione e chi torto. Anche perché, tanto per non sbagliare, anche questo Referendum, l’ennesimo, è andato deserto. Sarebbe stato necessario che votasse il 50% più uno degli elettori aventi diritto, ma le urne hanno ricevuto il voto del 20 e spiccioli per cento. Del tutto per inciso, su circa 300.000 voti, le tesi della minoranza hanno ricevuto il consenso di 260.000 elettori. Ma questo risultato, che sostenesse o meno delle tesi fondate, è risultato del tutto inutile.

La mattina del lunedì successivo, tutta la maggioranza, come riportava “L’Unione Sarda” ha esultato. Ancora di più ha esultato il Presidente della Regione, quel Signor Renato Soru (nulla di ironico, in quel “Signor”: solo un tentativo di adeguamento alle consuetudini di tutto il resto del mondo, certamente meno sbragate di quelle italiane) che pur di ottenere una nuova candidatura alle prossime elezioni regionali, ha impiegato una fetta delle sue abbondanti sostanze tratte da “Tiscali” di cui risulta essere tuttora “magna pars”, per togliere dal fuoco del Signor Walter Veltroni una castagna così calda che di più non si può. Una castagna chiamata “L’Unità”, operazione che ha lasciato sul campo alcuni morti e feriti gravemente, come ad esempio il Signor Antonio Padellaro, ottimo giornalista con la schiena forse un po’ troppo rigida. Poco incline, per ciò stesso, ad inchinarsi agli ordini di scuderia. Ora, dunque, il Signor Soru esulta. Incurante del risultato per lui catastrofico, pur nella sua parzialità, riesce a trovare sufficiente bronzo con cui coprirsi la faccia, da affermare che “la stragrande maggioranza dei Sardi è tutta con me”.

Torniamo al principio di questa tristissima storia.

Come è ormai di regola, in questo scalcagnatissimo Paese, quello che dovrebbe essere il momento di massima esaltazione di una Democrazia autentica e compiuta viene costantemente vanificato da una serie di espedienti che consentono alla parte che si sente pregiudizialmente perdente, di impedirne la corretta attuazione. Nella fattispecie, la Regione Autonoma, si fa per dire, della Sardegna, ha l’obbligo, in caso di Referendum, di pubblicizzare al massimo l’evento, per indurre tutti gli elettori che possono fisicamente, di recarsi a votare. Ma in questo caso, la Regione era parte in causa. E sapeva perfettamente che i quesiti referendari avrebbero sancito una sua gravissima messa in mora. Ed allora (chi controlla i controllori?) semplicemente e protervamente (della serie: “Tanto, che mi fai?”) non ha pronunciato mezza parola per ossequiare al suo obbligo.

Quando ho visto cosa era successo - un fallimento peraltro largamente annunciato – mi sono tornate alla mente le parole pronunciate dal Signor Veltroni solo pochi giorni orsono: l’Italia è in uno stato di Democrazia sospesa, ha detto sostanzialmente il nostro. Ma il Signor Soru non è assolutamente Berlusconiano. Se lo fosse, avrebbe comprato, magari, “Il Tempo”, ma certo non “L’Unità”. Il Signor Soru è certamente di area Veltroniana: chiacchiera benissimo e razzola proporzionalmente male.

D’altra parte, come ci si può meravigliare di segni di degrado tanto marcati, se è vero, come è vero che anche Parti e Persone di ben altra dimensione, rispetto a quella del Signor Soru, si comportano costantemente secondo i suoi stessi, medesimi parametri? Non voglio nemmeno accennare ai politici, di ogni colore e Parte: tanto, salvo Tremonti e pochissimi altri, mi sembra che ormai, per tutti loro, la morale rappresenti non più che un’ enunciazione di principio. Non posso però fare a meno di ricordare come, nemmeno molto tempo fa, un altro Signore, uno vestito della Porpora cardinalizia, si comportò esattamente nello stesso modo, lui che sostiene senza un attimo di pausa, che la Chiesa non vuole assolutamente interferire con gli affari interni Italiani: in occasione del Referendum sulla fecondazione assistita, quel Signore portò avanti una strenua battaglia, alla luce del sole, per indurre quegli strani cittadini italioti solo mezzi tricolori, l’altra metà dipinta di bianco e di giallo, a disertare le urne. Il Cardinal Ruini e tutto ciò che è compreso all’interno delle Mura Leonine, riuscì nel suo intento. Lui, portatore della bandiera dell’Etica più assoluta, non riuscì a vergognarsi del vulnus profondo e profondamente amorale che aveva procurato alla Democrazia del nostro Paese. Anzi, se ne mostrò soddisfatto come un riccio che avesse appena adempiuto ai suoi doveri coniugali.

Gente, se c’è un momento nel quale il Popolo può attingere al massimo livello della Democrazia partecipativa, quello è il momento referendario. In quell’attimo fuggente ma determinante, cessa la delega alla propria rappresentanza concessa fiduciariamente a coloro che siedono in Parlamento, sostituita dall’espressione diretta ed indubitabile della opinione dell’autentica maggioranza della Nazione. Quando un referendum va deserto - cioè ormai sempre, per ciò che riguarda l’Italia – nessuno, ma proprio nessuno ha diritto di lamentarsi per le cose che vanno a rotoli, se non producendo preventivamente la propria scheda elettorale con il visto del Seggio di sua appartenenza. Vi do una notizia: chi vi dice che l’astensione è un modo per esprimere la propria volontà, vi sta fregando vergognosamente. Una canzone, nemmeno troppo recente, scritta da un tale che si chiamava Giorgio Gaber, recitava: “Libertà è partecipazione”. Non “astensione”, che è come ficcarsi dentro un buco nero, rassegnati a non essere più uomini liberi.

Ed intanto, Referendum fallito dopo Referendum fallito, la Democrazia Italiana continua a precipitare lungo una china lungo la quale i decreti legge del Signor Berlusconi e le proteste virtuose del PD (ma “D” che cosa?) fanno da Cireneo sulla strada dolorosissima che porta alla crocifissione.

 

P.S.: Non sarebbe nemmeno troppo difficile, la rivalutazione dell’idea stessa del Referendum: basterebbe stabilire che esso è valido QUALE CHE SIA IL NUMERO DEI PARTECIPANTI. Vedreste, allora, i vari Capipopolo, a qualsiasi genìa appartenenti, affannarsi per andare a raccattare anche l’ultima vecchietta centocinquantenne, ormai ad un passo dall’ “articulo mortis”….

 

 
 
 

Mimì e Cocò nel Texas

Post n°50 pubblicato il 02 Ottobre 2008 da magnum.3

Non gli era andata poi molto bene, con la storia dell'Alitalia. Avevano provato a fare un giochino, di quelli un po' così, una specie di: "Il poliziotto buono e quello cattivo". Era partito il Guglielmo, mettendosi di traverso nell'accordo tra mondo sindacale e CAI. Ad un certo punto, quando ormai tutta la trattativa sembrava fallita - e con lei anche l'Alitalia - era intervenuto Walterman, con addosso il suo mantello, che non si riesce a capire più di che colore sia, se rosso, azzurro, rosa od a scacchi, e, tatan!, ecco il “pard” Epifani tirarsi indietro, buttarsi dentro una vasca profumata dove ripulirsi da tutte le pallate di materiali organici che tre quarti del resto dei Sindacati gli avevano scaricato addosso, ed il grande Sciamano del PD ad appannarsi della qualità di Salvatore Della Patria, dopo aver mutato repentinamente di costume, con il nuovo tutto fatto di bellissime penne di pavone.
Il teatrino non era andato molto bene. Ad applaudire, in platea, solo alcuni ex trinariciuti riciclati e poi riciclati e poi ancora riciclati, ma pur sempre formati ed informati ad una Scuola antica, passata di moda irrimediabilmente, pallido fantasma, ormai, di tempi che non possono più tornare, per fortuna. Eppure ricordata ancora con uno struggente senso di inestinguibile nostalgia.
Ma siccome le sconfitte evidenti, quelle che fanno perdere la faccia, non piacciono mai, a nessun uomo politico, e figuriamoci se piacciono agli uomini del Sindacato, solo un paio di giorni dopo, ecco che i due amiconi ci riprovano. C'è la trattativa con la Confindustria. La Signora Marcegaglia è, certo, donna dagli attributi d'acciaio temperato, ma forse più disposta all'incontro. Ed ecco che con lo stesso, identico procedimento, mentre CISL, UIL ed UDL sono ormai ad un passo dall'accordo, la CGIL sale sull'Aventino  e sostiene che si tratta solo sulla base delle proprie proposte. La Presidente dice, naturalmente, che non ci sta e, tatan!, ecco ricomparire Walterman che le chiede un colloquio e si mette a fare da paciere. Dove sta la sua Superforza? Beh, sta tutta dentro uno dei telefonini che si porta dietro: un numero riservato - e guai a chi si permette di intercettarlo - Guglielmo che gli risponde dall'altra parte, il tempo che serve per darsi una strizzata d'occhio reciproca, ed il gioco è fatto.
Ed io, Veltroni, sinchè continua a fare così, non lo voto. Tanto il suo budget minimo elettorale lo raggiunge lo stesso, sopratutto adesso, dopo che le sue Grandi Mediazioni  Che Hanno Risolto I Problemi Dell'Italia, gli stanno facendo credere di aver definitivamente  ricacciato nella sua dimensione effettiva il suo piccolo, grande Golem Di Pietro.
Chissà cosa si è pensato, Walter- Tex Willer, per quando dovrà dimostrare la sua grande dimensione d'Uomo Politico senza il conforto della vicinanza costruttiva di Gully the Kit, il suo fedele partner?
  

 

 

 
 
 

Oh, Valentino

Post n°49 pubblicato il 01 Ottobre 2008 da magnum.3

L’altro ieri era domenica. Avevo pensato di parlare, qui nel mio Blog, di uno degli argomenti che mi solleticano costantemente. Potevo esprimere alcuni pensieri sull’eterna lotta tra il Bene ed il Male, a volte rappresentati, il primo da Veltroni e gli Allegri compagni della Parrocchietta, il secondo da Berlusconi and his Band; altre volte secondo una polarizzazione diametralmente opposta. Tanto, mi pare proprio che secondo una consolidata legge matematica, il prodotto non cambi, invertendo l’ordine dei fattori. Avevo anche, nella tastiera, la voglia di aprire se possibile una discussione su alcuni misteri buffi del grande, non del tutto trascurabile, problema della produzione di energia elettrica da fonti alternative.

Poi, però, mi erano giunti alle orecchie clamori assordanti, fescennini tribali: la TV mi mostrava le scene delle acclamazioni di un Popolo festante ed esultante per la vittoria, nel Gran Premio e nel Campionato del mondo, di Valentino Rossi, “The Doctor”, per gli amici. Ed il mio cervello malsano, invece di unirsi al coro, era andato a finire su tutt’altra strada: quella della totale incomprensibilità di esultanze tanto grandi, per una vittoria che non è di tutti, ma di un solo uomo, di un’unica Azienda motociclistica, checché se ne voglia dire quando si sia in possesso di un attacco ricorrente di foia patriottarda. E’ davvero strano, ho pensato in quel momento, lo svilupparsi di un transfert psichico assolutamente ingiustificato e del tutto acritico, che serve tuttavia a compensare l’inaccettabilità di una terribile legge della vita: quella per cui essa è assai più prodiga, per la stragrande maggioranza degli Uomini, di fallimenti, piuttosto che di successi, di sconfitte anziché di vittorie. E si tratta di una necessità di gratificazioni che non ammette limiti. A volte l’identificazione con il vincitore appare comprensibile ed anche positiva, in qualche modo. Un figlio che ottiene un voto di valore, ad esempio, mi rende legittimamente felice ed orgoglioso: in quel momento mi pare di aver superato l’esame assieme a lui.

In altri casi, invece, il rapporto di compartecipazione non pare altrettanto limpido. Il desiderio da soddisfare riguarda allora l’ambizione di prevalere sul modo che ti circonda e che sino al momento in cui tu senti di aver finalmente vinto, sia pure per procura, ti ha sottoposto ad umiliazioni anche cocenti, disillusioni che lasciano piaghe aperte. Pur di ottenere questo tipo di appagamento, molti sono disposti a qualsiasi sacrificio, anche del proprio orgoglio.

Ed infatti, coloro che applaudivano Valentino, piazzati sotto il palco o di fronte ad un televisore, non percepivano di essere soggetti, in quel momento, ad una sorta di “Sindrome di Stoccolma”. Colui al quale rivolgevano i loro parossistici applausi e dentro la cui tuta si infilavano, per sentirsi in qualche modo “lui”, era la stessa persona, il Signor Rossi – non “Valentino”, non “The Doctor” - che solo pochi mesi orsono ha tentato di fregar a tutti noi circa centoventimilioni di Euros, in tasse non pagate. E che, comunque, grazie ad una delle tante leggi dissennate che vigono nel nostro Paese, è riuscito comunque a tenersene circa novanta, in maniera non più perseguibile civilmente né penalmente, ma quanto mai devastante sotto l’aspetto etico. Perché se io le tasse – l’IRPEF, per esempio - le pago sino all’ultimo centesimo ogni mese, ciò che mi procura un sensibile impoverimento di un reddito che già per conto suo è tutt’altro che ricco, giustizia vorrebbe che il Signor Rossi facesse lo stesso, esattamente lo stesso, considerato che quando pure egli avesse pagato quei tributi per intero, gli sarebbe rimasta pur sempre in tasca, una cifra enormemente superiore a quella che una qualsiasi persona tra coloro che lo applaudivano, riesce a mettere insieme nel corso della sua intera vita.

Ora, io non mi scaglierò mai, come certi beceri senza cervello, contro coloro che i soldi ce li hanno, perlomeno sinchè io non abbia in mano le prove provate di un guadagno illecito. Hanno avuto, coloro, più capacità e più fortuna di me, e buon per loro. Però le regole di convivenza vanno rispettate da tutti. Sino all’ultimo centesimo. E non me la sento, non me la sento proprio di plaudire a chi, invece, pur di non pagare ciò che deve, ricorre ai peggiori trucchi del gioco delle tre carte.

Qualcuno tenta di trovare delle giustificazioni al comportamento del Signor Rossi: “Lui non lo sapeva; pensa solo ad allenarsi ed a correre, ed i trucchi li fanno i suoi Consulenti Finanziari.” Non funziona. Non è possibile che una persona di normale intelligenza sia talmente incapace di gestirsi, da non chiedersi in alcun momento della propria vita perché nessuno gli sottoponga mai, per la firma, un modulo per la Dichiarazione dei Redditi, od un altro per il pagamento delle tasse. Così come non può essere, che non insorgano dubbi, se quei moduli prevedono dei pagamenti di pochi spiccioli a fronte di introiti di centinaia e centinaia di milioni.

Si, l’altra sera guardavo quel Popolo festante, fesso e felice, e mi invadeva una tristezza senza nome.

 

*   *   *

 

Ma siccome, da giorno della Passione in poi, è destino che ognuno di noi beva l’amaro calice sino in fondo, proprio ieri sera mi è capitato di vedere un altro programma televisivo. In esso, una rossa molto bella ed altrettanto brava, conduceva un programma evidentemente destinato alla promozione delle attività dei vari Corpi di Polizia di Stato. Il canovaccio era probabilmente un tantino al di sopra delle righe, forse un tantino troppo demagogico ed eccessivo. Tuttavia, le Forze dell’Ordine sono certamente una delle cose migliori che questo Paese possa annoverare ai nostri tristi giorni, malgrado carenze  di ogni genere, alle quali tutti i loro Membri, ma proprio tutti, fanno fronte con un impegno e delle capacità di sacrificio, anche umano, difficilmente superabili.

C’erano, tra una profusione di galloni e medaglie, anche le divise di due ragazzi, due che da poco hanno ottenuto grandi successi sportivi. Essi parlavano di impegno, applicazione, coraggio. Tutte cose compensate  con qualche elogio ed, a volte con altrettanti spiccioli. Incomparabilmente meno importanti di quelli che vengono riversati nelle tasche del Signor Rossi. Ma dalle labbra di quei due giovani sentivo uscire parole convintissime che parlavano di attaccamento, non ad un concetto di Patria astratto, bensì alla Nazione, al Popolo che avevano rappresentato alle Olimpiadi. Finite le quali, non sono andati a riposarsi alle Maldive, o perlomeno a Londra, paradiso fiscale del medesimo Signor Rossi: sono tornati al lavoro, alla fatica quotidiana, al rischio continuo di lasciarci la pelle, per quattro Euros di stipendio, affinché io, voi, il Signor Rossi possiamo vivere almeno un poco più sicuri. I due ragazzi parlavano di bandiera, di Inno Nazionale, dell’orgoglio di aver fatto si che l’Italia - non un pezzo di stoffa, ma l’Italia – facesse per qualche momento bella mostra di se su tutto il resto del Mondo. Che questo nostro Paese facesse finalmente parlare bene di se,anche se solo per qualche attimo fuggente.

E non ho potuto evitare di farmi venire in mente le immagini di una specie di eterno folletto, di un Peter Pan senza età, che ascoltava quello stesso Inno, guardava quella stessa bandiera con un’aria di apparente distacco, propria di uno che aspetta solo che quella festicciola quasi incomprensibile finisca, per correre a cercare di farsi spiegare i misteri della vita dai suoi Consulenti Finanziari.

 
 
 

Ahi, ahi, Walter

Post n°48 pubblicato il 26 Settembre 2008 da magnum.3

Avevo ascoltato,  su Skai 24 Ore, un resoconto di due giorni orsono sulla vicenda “Alitalia”. Poi, sperando che il contenuto di quel servizio non fosse del tutto fedele, ho assistito a “Porta a Porta” Ora sono veramente indignato. Su questa terribile vicenda, Walter Veltroni ha messo in piedi l’operazione di sciacallaggio più squaquera che si possa immaginare. Chiunque abbia seguito passo per passo l’intera vicenda non può che riconoscere, purchè non sia in malafede marchiana, che questo episodio da “Teatro dell’Assurdo” è stato condotto in porto e risolto – in maniera tutt’altro che facile, ma risolto – dal Governo e dal suo attuale leader. No, non sono un parente di Berlusconi, e nemmeno un suo amico, perlomeno non in senso deteriore: sono solo uno che guarda con attenzione dalla finestra, e che si picca di saper produrre un giudizio il più possibile obiettivo sugli avvenimenti cui assiste. Mi sono notevolmente schifato, quando ho visto questo Governo affaticarsi oltre misura sul provvedimento relativo alla salvaguardia delle quattro Cariche più prestigiose dello Stato, mentre battevano alle porte alcuni problemi di ben altra importanza per la collettività nazionale. E come ho detto in altre occasioni, una delle mie massime aspirazioni è quella di votare per una Sinistra onesta e democratica. Ciò che, purtroppo, appare sinora esattamente agli antipodi dei suoi schemi comportamentali.

Forse Veltroni conta molto sul fatto che pochissimi, sono gli Italiani che leggono i giornali di carta e guardano i telegiornali. La nostra meravigliosa gente preferisce  intercalare il tempo che passa tra un mugugno ed un “piove Governo ladro!” con visioni da film dell’orrore: quelle i cui protagonisti sono mummie ridestate dal sonno secolare, oppure dei “famosi” non meglio qualificati in preda a raptus isolani, sino ad un’overdose di culi esposti in libertà su palcoscenici chiaramente soggetti, tra l’altro, a delle combine delle più squallide. E quindi, visto il disinteresse imperante per le cose serie - quelle che condizionano implacabilmente la nostra vita, ma che richiedono un’attività di pensiero che va ben oltre le capacità medie di una Popolazione il cui livello culturale, la cui capacità di impegno sociale, appaiono assolutamente infime – qualsiasi nequizia comunicativa diviene possibile e praticabile.

Ergo, Veltroni può permettersi di dire una insigne quantità di bugie, nascondendo con cura, tra l’altro, alcune delle fregnacce delle più straordinarie che lui stesso ha combinato in questa occasione. Non so quanti, tra coloro che mi leggeranno, abbiano letto la famosa lettera che il Nostro ha indirizzato alcuni giorni fa al Premier sulla crisi dell’ “Alitalia”. Essa rappresenta uno straordinario esercizio di protervia, un compendio di atteggiamenti boriosi e per niente collaborativi che – contrariamente a ciò che ha scritto nei giorni successivi una Stampa chiaramente indotta ad evitare la pubblicazione delle notizie in forma tale da incentivare l’inasprimento di rapporti già abbastanza tesi – sfociava non già in un’offerta serena di collaborazione super partes, bensì in una serie di diktat incomprensibili ed irricevibili per virulenza, per spocchia, per sciocca scontatezza.

Il reale ruolo di Veltroni nella tristissima vicenda è apparso invece di una chiarezza perfino lapalissiana: la CGIL ha posto in essere, con grandi rischi anche personali per il suo leader progressivamente sempre più isolato nel contesto sindacale, un blocco insensato ed ingessatissimo delle trattative, sino ad un passo dal baratro. Quando ormai la crisi appariva talmente irreversibile da poter essere sanata solo con l’intervento di un Salvatore della Patria, ecco che Veltroni manda quella lettera obbrobriosa al suo avversario Berlusconi. Dopodichè, a distanza di poche ore, Epifani, recatosi in gita in Siria, si becca una delle solite insolazioni sulla famosissima Via di Damasco e sente una voce proveniente dal suo telefonino cellulare che gli dice di tornare indietro, ed anche velocemente, cercando, per quanto possibile, di far di tutto per non perdere la faccia. Ciò che, peraltro, Bonanni ed anche Angeletti, sancendo incidentalmente anche uno stop epocale nel processo verso l’unità sindacale, non hanno mancato di sbattergli clamorosamente e dolorosamente sul dolce visino.

A questo punto, atto terzo dello psicodramma, “The voice” - quella di Veltroni, la stessa che Epifani aveva sentito là,  in quel deserto nel quale stava avventurandosi per esclusivo amor di Partito – si manifesta all’intero Popolo, per affermare - udite, udite -  di aver risolto lui, la vertenza. Senza pudore, né vergogna. Benché, a ben pensarci, non si può nemmeno affermare che – ma solo sul piano puramente tecnico – lui abbia raccontato solo balle. Perché con Epifani, Veltroni ha certamente parlato, per dargli il segnale della ritirata. A meno che non sia stato Epifani, cosa plausibilissima, a chiamare Veltroni, per dirgli, magari: “Walter, che faccio? Qui la puzza sta rendendo l’aria sempre più irrespirabile. Meglio innestare la retromarcia…”

Con Colaninno, chissà se Veltroni ha parlato. Ma forse si. Si tratta di vedere cosa gli ha detto. E cosa gli ha risposto il Rappresentante della CAI. Perché è assai dubbio, che la nuova Compagnia, che aveva assunto una linea di totale intransigenza e che negli ultimi giorni viveva più a Palazzo Chigi che a casa sua, abbia contemplato con reverenza la comparsa dell’Arcangelo Walter circonfuso di luce ed abbia accettato di farsene ingravidare per intervento divino.

A Veltroni ed ai suoi compagnucci di merendine - il livoroso Bersani in testa. Non deve avere ancora inghiottito, magari con l’aiuto di un sorso di sana democrazia, il dispetto di non essere più Ministro - deve cominciare a mancare la memoria. Di ciò che è avvenuto dalle elezioni in poi, a riguardo dell’ “Alitalia”, non gli va bene niente. E non ricordano proprio che non più tardi di otto-nove mesi orsono, il Governo Prodi sostenuto direttamente od indirettamente da loro assieme a Di Pietro, alleato di ferro, aveva tentato in tutti i modi di liberarsi dalla patata bollente, semplicemente donandola con tanto affetto ai vampiri di Oltralpe. Gli stessi che, stavolta, avranno, se l’avranno, non più che una partecipazione minoritaria.

Se questi sono i sistemi che Veltroni ritiene di applicare alla gestione del PD per riguadagnare il consenso della maggioranza del Paese, beh, credo che il Signor Berlusconi dovrà temere, per ciò che riguarda la durata del suo premierato, solo le decisioni del Padreterno.

*   *   *

Dimenticavo: subito dopo Veltroni, Skay ha intervistato, sulla vicenda il Signor Di Pietro. Il quale, in poche ma significative parole – ma ce ne eravamo già accorti dalle sue schiamazzate megafoniche fiumicinensi nel corso della crisi, svolte nel solco del sindacalismo più becero e barricadero degli anni cinquanta – ha riconfermato, al di là di ogni possibile dubbio, il senso della sua partecipazione propositiva all’Opposizione e, più genericamente, alla gestione del Paese. Che si può sintetizzare in un lapidario: “Tanto peggio, tanto meglio, purchè io riesca a mettere le manette ai polsi di Berlusconi. Niente più di questo, niente più..." come diceva un grande cantante. Ma lui non è proprio un  cantante. Non grande, e nemmeno mediocre. Da lui, dal Signor Di Pietro, semplicemente, non è lecito aspettarsi di più.

 

 

 

 
 
 

Fine di una storia

Post n°45 pubblicato il 17 Settembre 2008 da magnum.3

Andrea cominciò a vivere davvero. Aveva una bella stanza, spaziosa e luminosa, nella quale dormiva con la sorellina più grande. Cioè, con Alessandra, la figlia più grande di Corrado e Manu. Aveva una quantità di giocattoli, decisamente troppi. Ma come fai a negare un giocattolo in più ad un bambino che ha passato cose come quelle che costituivano l'esperienza di vita di Andrea? L'educazione sarebbe venuta dopo, ma per ora, pensavano i due adulti, lasciamo che per lui, la vacanza duri ancora un po': alcune regole di base, questo si, ma senza pressioni eccessive.
Il piccolo si inserì magnificamente e con grande velocità. Incoraggiato dalle tre bambine, giunse nel giro di un paio di settimane a considerarle vere e proprie sorelle. Ed i due grandi erano per lui - lo dimostrava col modo di comportarsi - esattamente un padre ed una madre.
Era intelligente e furbo. La vita precedente gli aveva insegnato tutti i segreti dell'arte di arrangiarsi e di rendersi gradito. Per quanto si sforzasse di resistere, Corrado non riusciva a reggere più di un paio di minuti allo sguardo di quegli occhi dal colore del mare, a quel sorriso che illuminava la faccina deliziosa di quella pulcetta, quando Andrea gli chiedeva qualcosa. Gli amici, a cominciare dalla Dottoressa Sabini, lo prendevano gentilmente in giro. Si rendevano conto di come Corrado e Manuela fossero caduti in una irresistibile trappola d'amore. Pochi, tra coloro che ignoravano la storia, sarebbero riusciti a capire che quel puffetto biondo non fosse nato dal ventre di Manu e dai lombi di Corrado.
Proprio per via di questo piccolo, tangibile miracolo, la coppia non riuscì a vedere, per qualche tempo, altro che un mondo interamente dipinto di rosa. Poi, un bruco cominciò ad insinuarsi in quella dolcissima mela: improvvisamente ambedue si resero conto della provvisorietà di quella bellissima fiaba. Andrea era stato dichiarato adottabile. E quindi l'affidamento non sarebbe durato altro che qualche mese. Ne parlarono tra loro, mentre erano soli, Manu e Corrado. E fecero ogni possibile sforzo per convincersi reciprocamente che quell'inevitabile prosieguo della loro vicenda rientrava in una norma poco gradevole ma necessaria, per una corretta crescita del bambino. Eppure, ogni giorno che passava il laccio si stringeva un po' di più. E se Manuela riusciva in qualche modo a controllare meglio le emozioni, Corrado cedeva progressivamente ad una strana miscela di felicità e di disperazione nella quale egli tentava - con pessimi risultati, bisogna dire - di trovare logiche di razionalizzazione. Ma per riuscirci, egli avrebbe dovuto ricorrere alla durezza d'animo. E Corrado, purtroppo, tutto era, meno che duro.
Poi, un giorno, accadde una cosa destinata, comunque, a lasciare un segno, nella vita di quella famiglia. Susanna, la Dottoressa Sabini, chiese ai due coniugi di recarsi nel suo studio.
Qualche giorno fa” disse, “ho consegnato la mia relazione periodica ad F. (il Presidente del Tribunale Minorile, n.d.r.) su tutti i bambini dati in custodia all’Istituto, ivi compreso Andrea. Quando ne abbiamo discusso, ci siamo trovati d’accordo nel giudicare questo caso come il più positivo da molti, molti anni a questa parte. Ed allora, F. mi ha detto che vorrebbe parlarvi.”
La cosa non sembrò particolarmente strana ai due. Essi immaginarono che il Magistrato volesse sentire dalla loro voce il racconto di quella esperienza. Tra l’altro, F. era un parente alla lontana (“d’entratura”, si direbbe a Cagliari) di Manuela. E quindi essi acconsentirono immediatamente alla richiesta.
Quando si trovarono in quello Studio, di primo impatto le cose andarono proprio come loro le avevano previste. Ma dopo una ventina di minuti di scambi di impressioni e di convenevoli, F. se ne uscì con una proposta stupefacente: “Sentite, noi ci conosciamo da una vita. Quando Susanna mi ha illustrato il caso di Andrea, ipotizzando di mandarlo da voi, ne sono stato veramente felice. Devo dire, ora, a cose fatte, che non avevo sbagliato: l’esperimento è riuscito benissimo. Tanto bene, che vorrei farvi una proposta: perché non lo adottate voi? Se mi dite di si, bypassiamo tutta la procedura consueta. Posso farlo, se ce ne sono le condizioni, ed in questo caso, esse ci sono tutte. Vi lascio qualche giorno per pensarci. Spero proprio che mi diciate di si.”
Se F. avesse saputo quale effetto devastante avrebbe avuto quella sua proposta sui due sposi, non l’avrebbe proprio fatta. O perlomeno sarebbe stato più prudente e diplomatico. Mentre tornavano a casa, silenziosi come non mai, Manuela e Corrado  scavavano in profondità dentro se stessi. Amavano le proprie figlie quanto è possibile amare. E tuttavia, ambedue avevano desiderato moltissimo un maschio. Ora l’avevano, letteralmente, a portata di mano.
Ma la vita, purtroppo, non è mai così semplice come è possibile vederla nei telefilm ottimistici di oltre Atlantico. Sapete, quelli che finiscono sistematicamente con una bella risata. O dove se fai una cosa positiva vieni regolarmente ripagato, dagli uomini o da Dio. Quei telefilm nei quali se desideri una cosa, soprattutto se è importante, la ottieni sempre.
Nel caso di Manu e Corrado, c’era un grande, gigantesco problema: assieme a loro viveva un fratello di Manuela, terribilmente minorato sin dalla nascita, sia nel fisico che nella psiche. Ed assieme a lui, in quella casa c’era anche sua Madre ed un’altra Persona, ambedue anziane, ambedue addette ad accudire l’invalido senza un attimo di interruzione, di giorno e di notte, ma sempre sotto la supervisione di Manuela e di Corrado. Ci pensarono molto, i due sposi. Ma poi dovettero arrendersi, col cuore spezzato, ad un’amarissima realtà: adottare Andrea avrebbe significato accollarsi un ulteriore impegno, già difficilmente affrontabile anche in condizioni normali, ma al limite dell’impossibile se legato ad un piccolino che certamente avrebbe dovuto percorrere ancora una strada tutt’altro che facile. E che sarebbe stata non proprio priva di spine lo dicevano alcuni fatti derivati dall’esperienza che il bimbo aveva maturato nella casa un po’ fuori della norma nella quale aveva vissuto per i cinque-sei anni precedenti. Il fatto che Andrea quasi ogni notte si infilasse nel letto della bambina con la quale divideva la stanza e le proponesse cose come “Se mi dai un bacio sulla bocca ti regalo una delle mie macchinine” non spaventava né Manu, né Corrado, e nemmeno Alessandra, la loro figlia oggetto delle profferte, i cui soli dieci anni di normalissime esperienze ben supportate dai suoi genitori, non cedevano di fronte ad una realtà tanto lontana dalla sua. E tuttavia, episodi come quello – non unico né isolato -  non davano chiaramente il senso delle difficoltà che loro, tutti insieme avrebbero dovuto affrontare.
Le somme furono tratte. Dolorosamente, ma furono tratte. E così, Corrado, raccogliendo tutta la forza che riusciva a trovare, (Manu confessò a se stessa ed al marito di non averne neanche un briciolino, di quella stessa forza) Corrado, dicevo, andò da F. per dirgli che per quanto desiderassero quel bambino, erano costretti a rifiutare la chance che era stata loro offerta. Il Magistrato, che conosceva molto bene la situazione familiare dei due pur non valutandola, forse, in tutta la sua pesantezza, comprese e diede il via alla parte finale della pratica di adozione.
Passarono ancora un paio di mesi. Poi il Tribunale comunicò che Andrea era stato assegnato ad una coppia che appariva ineccepibile, dalle relazioni degli Assistenti Sociali. Lui, un Funzionario di grado elevato, lei un’insegnante. Manuela e Corrado, col cuore a pezzi, cominciarono a preparare Andrea al nuovo giri di valzer che lo attendeva. E così, quando vennero avvisati che un certo giorno avrebbero ricevuto la visita dei nuovi genitori adottivi, Andrea appariva addolorato, preoccupato, ma in grado di affrontare la nuova rottura col passato.
Suonarono alla porta. Corrado e Manuela si videro davanti il nuovo padre di Andrea, sorridente, chiaramente desideroso di rendersi gradito, forse anche per la presenza di un’Incaricata del Tribunale. La moglie, invece, aveva un atteggiamento di cortesia puramente formale e ridotto al limite. Bastarono pochi minuti perché emergesse in tutta la sua evidenza un quid che poteva tradursi nella sicurezza che ormai quel bimbo era “suo” e che nulla e nessuno avrebbero potuto mutare questo dato di fatto. E gli sguardi che rivolse a Manuela e Corrado, la sua fretta per ridurre al minimo i convenevoli, per andarsene con Andrea nel più breve tempo possibile, la diceva lunga sul fatto che non intendeva, non avrebbe mai inteso continuare ad avere dei rapporti, neanche sul piano dello scambio di informazioni, con la famiglia che aveva ospitato con infinito amore quella creatura. Sembrava anzi che la donna nutrisse un incomprensibile senso di rancore nei confronti di quelle altre due persone che pure l’avevano accolta in modo assolutamente amichevole.
Se ne andarono, quasi senza salutare, consentendo al bambino non più che un piccolo, sfuggevole bacio.
Manu trovò la forza, nel suo bagaglio di buona educazione, di accompagnare Andrea fino alla porta.
Corrado dovette sedersi sui gradini di una grande scala  interna, tentando, senza riuscirci, di trattenere un pianto convulso.
Sono passati molti anni, da quel giorno. Ma ogni volta che penso a quel piccolo che si allontanava definitivamente, irrimediabilmente da me, il mio cuore stilla ancora lacrime di sangue.

 

 

 
 
 

Ti affidiamo un bambino

Post n°44 pubblicato il 14 Settembre 2008 da magnum.3
 
Tag: bambini

Ve lo avevo detto, che ne avrei parlato. Il quadro che ruota attorno alle adozioni non sarebbe completo, se non comprendesse anche l' "affidamento". Da quando ho cominciato ad interessarmi del problema nel suo complesso, ho pensato per molto tempo, che questa pratica fosse da considerare tra le più nobili e belle. E tutto sommato, lo penso ancora. Ammiro molto, chi riesce a portarla avanti. Dopo aver visto almeno un episodio da vicino, io non riuscirei a fare una cosa così.
I due miei amici di cui voglio raccontarvi l'esperienza, li chiameremo Manuela e Corrado.

*   *   *

Tutto cominciò un sabato pomeriggio. Come accadeva ogni week end, i due se ne erano andati nella loro casa di campagna. Erano molto affezionati, a quel posto: una piccola, deliziosa casetta, con un po' di giardino intorno che Corrado aveva costruito letteralmente da solo, quando aveva capito che se avesse aspettato di avere abbastanza denaro per farsela fare secondo la prassi consueta, quella dell'impiego di un'Impresa, probabilmente non sarebbe mai riuscito ad averla. Ed allora aveva deciso di rinunciare per un po' di tempo - un bel po' di tempo, bisogna dire, parecchio al di là delle sue previsioni - a vacanze, ferie e fine settimana al mare, per andare a scavare, realizzare fondamenta e cominciare poi a tirar su le mura.
Miope, distratto e fumatore di pipa com'era, perse occhiali ed oggetti da fumo in grande quantità, dentro i fori dei blocchetti, a beneficio degli archeologi futuri, che avrebbero certamente provveduto (provvederanno) ad estendere grossi tomi sui ritualismi sacrificali dei costruttori dell'ormai remoto ventesimo secolo. Poi, venne il giorno che la casa fu finita. E fu subito amore, di quelli che non finiscono più. Tutta la famiglia era felicissima di andarsene lassù, dopo una settimana di scuola e di lavoro. Tra l'altro, a due passi di distanza c'era la casa di amici fraterni, con i quali Corrado, Manuela e le loro figlie avevano una consuetudine di vita quotidiana.
La parte femminile dell'altra coppia, Medico Pediatra, ricopriva la carica di Direttrice della "Casa della Madre e del Fanciullo". Fu proprio lei che raccontò ai miei due amici di un bambino, Andrea, che il Tribunale dei Minori aveva ricoverato presso l'Istituto da alcuni mesi, dopo una vicenda davvero terribile. Andrea era figlio di una prostituta e di un suo ignoto cliente. I loro incontri avvenivano nella casa della donna, sotto l'occhio vigile del suo protettore che nel frattempo si applicava coscienziosamente all'esame dei programmi televisivi ed alla degustazione di vari liquori, mentre lei procacciva il pane a quello squallido simulacro di famiglia, col sudore della sua...fronte. Ma il suo meraviglioso compagno di vita non poteva veder limitata la sua libertà. Ed allora Andrea, da bravo bambino, stava seduto ai piedi del letto della madre, zitto, per non disturbare la concentrazione degli occasionali clienti. Solo nelle pause di lavoro della madre gli veniva permesso di giocare con le sue macchinine, sempre rigorosamente dentro le quattro mura di quella olezzante camera da letto. Ditelo, ai vostri figli, che ci sono al mondo dei bambini, e nemmeno così pochi, che vivono come Andrea.
Questo andazzo durò sin quando il bambino  compì i cinque anni. A quel punto non riusciva piùa stare fermo, come gli era stato imposto sino a quel momento, un po' con le buone, un po' con le cattive. Provava l'irresistibile bisogno di muoversi, Andrea, di correre, ed anche di fare chiasso. Queste sue necessità - strano, per un bambino di quell'età, vero? - portarono velocemente l'uomo di sua madre oltre un giustificatissimo limite di sopportazione. Per cui, questo fior di galantuomo prese un giorno Andrea per mano dicendogli che andavano a prendere delle caramelle. Invece lo portò al Tribunale Minorile. Spiegò ad un Assistente Sociale, che la sua donna, ma anche lui, non si sentivano più di accudire ad un bambino tanto colpevolmente irrequieto. L'Assistente tentò di convincerlo a rinunciare all'abbandono, anche con promesse di aiuto finanziario e blandizie. Ma il gentiluomo appariva irremovibile. I soldi, grazie alla sua donna erano l'ultima delle sue preoccupazioni. E per ciò che riguardava le blandizie, spiegò cortesemente alla Signora che gli stava davanti - peraltro, mi dicono, assai carina - quale sarebbe stata l'unica che avrebbe potuto convincerlo. Allora, l' A.S.  si arrese e portò l'uomo, assieme ad Andrea nello Studio del Presidente del Tribunale. Il bambino piangeva già disperato: non aveva mai conosciuto alcunchè di diverso dalla vita che gli era stata imposta sino a quel momento. E quindi pensava che quella fosse la vita, per definizione. E si chiedeva, stravolto, perchè le due persone alle quali aveva fatto riferimento sin dalla nascita, volessero abbandonarlo.
Il Presidente, per quanto col cuore piccolo come una nocciolina, tentò in tutti i modi che la sua esperienza gli suggeriva, di rimediare in qualche modo ad una situazione così terribile. Ma l'uomo non volle sentire ragioni. E ad un certo momento, semplicemente si alzò, dirigendosi verso la porta. Il Magistrato raccontò poi di un piccolino urlante, col visino coperto di lacrime, attaccato al pantalone destro di quella bestia che l'aveva portato sin lì, che continuava a camminare trascinandolo sul pavimento, dietro di sè.
Ci volle del bello e del buono per calmare Andrea, i cui occhi, tuttavia, restarono colmi di paura e di una tristezza infinita.
Il Tribunale decretò lo stato di adozione. Nell'attesa che le pratiche necessarie facessero il loro lunghissimo corso, il piccolo venne inviato all'Istituto, una sorta di orfanotrofio vero e proprio.
La Direttrice, fornita di un animo da Mamma meraviglioso, assieme alle sue Collaboratrici, fecero di tutto, per confortare Andrea. Ma il trauma era stato troppo violento: Andrea non familiarizzava, nè con gli adulti, nè con i piccoli. Trascorreva le sue giornate in uno stato di apatia totale, costantemente seduto in terra, in un angolo, senza comunicare minimamente. Sopratutto, rifiutava sistematicamente il cibo, per cui la Dottoressa Sabini (altro nome fittizio, naturalmente) cominciava ad essere seriamente preoccupata, dopo solo alcune settimane, per la  sopravvivenza stessa del piccolo.
Decise allora di ricorrere ad un tentativo non del tutto consueto. Previo il consenso del Magistrato, pensò di provare ad affidare Andrea ad una Famiglia già formata, per il tempo necessario per giungere all'adozione.
Quando fece la proposta a Manuela e Corrado, raccontando l'intera vicenda, i due reagirono d'istinto, senza neppure riflettere un solo momento: la loro risposta fu immediatamente affermativa. Per i due giorni successivi, prepararono adeguatamente le loro figlie, la più grande delle quali aveva undici anni. Concordarono con la loro amica che il piccolo sarebbe entrato nella loro famiglia il sabato, quando si fossero trovati tutti là, in campagna. Si auguravano tutti che un ambiente caldo, intimo, servisse per aiutare Andrea a sciogliere le proprie paure.
Il piccolo, sulle prime, reagì come di consueto: era abituato ad obbedire agli ordini che gli venivano impartiti in Istituto, per cui seguì Corrado, Manu e le bambine senza fare resistenza. Ma i suoi occhi erano opachi, terribilmente rassegnati e pieni, come sempre, di  quella infinita tristezza che aveva colpito chiunque avesse avuto contatti con lui, sin dal giorno di quella terribile scena in Tribunale. Le bambine provarono a riempirlo di coccole, ma senza alcun risultato. A volte Andrea sembrava cedere alle lacrime ma poi, in qualche modo, le ricacciava indietro, ciò che appariva, se possibile, ancora più tremendo.
Si era fatta l'ora di pranzo. La Famiglia si sedette attorno al tavolo rotondo, nella stanza che somigliava a quella di una baita, straordinariamente calda e confortevole. Manu riempì i piatti di tutti, con malloreddus dal profumo squisito. Andrea non toccò il cucchiaio. A turno, i cinque tentarono di convincerlo a mangiare, ma senza successo.
A quel punto avvenne una cosa straordinaria, simile quasi ad una favola. Corrado, Manu e le loro figlie si scambiarono un'occhiata ed, attraverso canali sconosciuti, concordarono una cosa, senza aprir bocca: da quel momento in poi Andrea venne ignorato, almeno apparentemente. Gli altri chiaccheravano, ridevano, si comportavano come una normalissima famiglia fa, se voglia dirsi tale, durante un week end. Naturalmente, cinque code dell'occhio tenevano sotto controllo il piccolo ospite. Per qualche minuto non accadde nulla. Andrea guardava gli altri di sottecchio, ma senza alcuna traccia di partecipazione. Poi scattò il pulsante magico: una manina afferrò il cucchiaio, lo immerse nel piatto e si portò la pasta alla bocca, prima timidamente, poi con crescente voracità. Lo guardarono tutti apertamente, sorridendo. Ed Andrea rispose al sorriso.
Quando il pranzo finì, tutta la famiglia andò a casa della Dottoressa Sabini a prendere il caffè, come di consueto. Per la verità, in quei fine settimana le due famiglie pranzavano sempre insieme. Ma per quel giorno era stato concordato che ognuna delle due lo facesse separatamente, ciascuna in casa propria, per porre le migliori premesse all'incontro.
La Dottoressa non poteva credere ai propri occhi. Malgrado tutta la sua esperienza, non aveva mai assistito ad una metamorfosi tanto repentina. Evidentemente Andrea aveva solo coperto se stesso sotto la paura, in attesa inconscia di un raggio di luce che intaccasse l'oscurità nella quale si sentiva immerso. Ed alla fine, quel raggio era arrivato sotto la coltre. E la speranza era rinata in lui.

(continua)




 
 
 

Maghi....

Post n°43 pubblicato il 10 Settembre 2008 da magnum.3

Quando ho letto dell'esperimento di oggi, a Ginevra, mi è venuto irresistibilmente in mente, a scalare, Walt Disney, "Fantasia", e Topolino nei panni dell' "Apprenti Sorcier".
Gli scienziati ginevrini sono certamente capaci di comportamenti etici. Ma se si addormentassero per un attimo, se le loro scoperte finissero nelle mani di chi Mago non è, ma vorrebbe tanto esserlo, quali garanzie avremmo, di non finire davvero nel paventato "Buco Nero"?

 
 
 

Bambini, ancora 

Post n°42 pubblicato il 09 Settembre 2008 da magnum.3
 
Tag: bambini

Attenzione, non sempre un'adozione ha un esito tanto piacevole. In certi casi, non pochi, le difficoltà possono risultare assai pesanti. Dipende da tante cose. L'età del bambino, anzitutto: quelli più grandi, dagli undici anni in su hanno, quasi sempre, più difficoltà di inserimento nelle nuove realtà familiari. La loro psiche si è adattata al modo di vivere di un Istituto come quello dove hanno vissuto, per molto, moltissimo tempo.  Perfino sin dalla nascita. In esso, il bambino si è dovuto abituare, per necessità di sopravvivenza, ad una disciplina che tra le sue componenti non ha pressocchè nulla di ciò che ci si attende dal seno di una Famiglia. A meno che abbia trovato un'Assistente particolarmente attratta da lui/lei, il meccanismo fondamentale che ha conosciuto non lascia molto spazio ad alternative che non siano due: "faccio da cattivo, vengo punito; faccio da bravo, la vita procede normalmente." Non ci sono terze logiche, come quelle del premio, in quegli ambienti.
Poi, c'è la competizione giornaliera con gli altri piccoli ospiti, suoi compagni. Paolo, che cito in un commento che ho vergato poco fa, per alcuni mesi dopo che era stato adottato quando aveva appena quattro anni, rifiutò la vicinanza, anche solo la vicinanza, di altri bambini, sopratutto se di un paio d'anni più grandi. Là dove era, il bullismo esercitato dalle piccole generazioni ai danni delle generazioni minuscole, era la prassi. E che dire di Davide, adottato quando era undicenne e che non riusciva ad adattarsi alla sua nuova vita fatta di scuola e di una vita normale, secondo gli schemi considerati tali nel nostro contesto societario? Ci volle molto tempo, prima che i genitori riuscissero a capire che la sua costante, violenta ribellione era dovuta alla paura di perdere il Paradiso nel quale era capitato in modo tanto imprevedibile. Ecco, questa è una delle doti che i genitori adottivi debbono possedere in abbondanza, nutrita di enorme amore e senso della maternità o paternità: quella di un'attenzione costante a qualsiasi reazione "strana" del bambino adottato, quasi sempre radicata nel suo recente passato. Così come quella di Angela, nata da una ragazza tossicodipendente e sieropositiva, che "la dava via" in cambio del denaro che le serviva per pagarsi le dosi. Il padre era doverosamente scomparso quasi subito ed i suoi riferimenti familiari erano composti dalla madre e da un'unica nonna. Fortunato e Luisa (quelli che sto usando, è ovvio, sono tutti nomi di fantasia) l'avevanpo accolta a braccia spalancate, non solo aperte. E così aveva fatto anche la loro unica figlia sedicenne. Angela dovette essere disintossicata, "solo" disintossicata, perchè per sua fortuna (ma dimmi tu se si devono usare certi termini, in casi come questo!) l'HIV non aveva fatto in tempo ad attaccarla. Ma chiunque sa cosa significhi per un adulto liberarsi dal mostro, può capire a quali insopportabili torture - sia pure senza che lui ne abbia coscienza - deve essere sottoposto, allo stesso fine, un corpicino tanto piccolo; quali siano le strade dell'Inferno che quell'esserino è costretto a pecorrere prima di arrivare ad una sponda un po' più sicura.
Per un paio d'anni Angela - biondina, occhi azurri, lineamenti deliziosi - fu solo un uccellino cinguettante, legatissima alla sua nuova Famiglia, malgrado che una legge assurda, che assurdamente privilegia il legame del sangue per quanto corrotto, su quello dell'amore, pretendesse che la piccola dovesse stare una certa quantità di tempo in una casa, quella della madre, nella quale altro non v'era se non disperazione, indifferenza nei suoi confronti ed un orrendo odore di morte che aumentava progressivamente.
Angela assorbì tutti i traumi ricorrenti e di diverso tipo cui veniva sottoposta, compreso quello della morte di una madre che mai lo era stata davvero per lei, se esserlo può significare dare amore, solo amore a piene mani.
Poi, circa sei mesi orsono, Angela cominciò a cambiare. Crisi violente, colpi alla madre adottiva, ribellioni contro il nuovo padre che apparivano del tutto incomprensibili. La situazione si era talmente deteriorata da indurre Fortunato, ormai al limite della disperazione, a convincersi che fosse il caso di riportarte la bambina alla Casa Famiglia dove lei era stata sino al momento dell'adozione. Furono Luisa e Paoletta, la figlia più grande, a convincere il marito e padre a desistere. Ma Fortunato non era in colpa: sembrava davvero che la situazione non fosse più recuperabile 
In questo caso, la chiave d'interpretazione corretta venne trovata da una psicologa pediatrica che riuscì, non senza fatica, a scoprire come fosse stata la nonna - con la quale Angela continuava ad essere costretta a stare almeno due volte alla settimana, "perchè non perdesse il contatto col suo nucleo  genetico fondamentale" (si, è così, non strabuzzate gli occhi...) - ad instillare nella sua minuscola, indifesa, inesperta psiche, l'idea che coloro che l'avevano accolta avessero fatto morire la madre che l'aveva partorita, per potersi impossessare di lei.


Non posso evitare di parlarvi per un momento di Roberto.
Quando Francesca e Maurizio andarono a prendere trepidanti il bambino atteso per circa quattro anni, la Direttrice dell'Istituto presentò loro, con mille esitazioni e remore, un bambino privo di un braccio, figlio di una madre incolpevole e del talidomide. Era figlio, Roberto, di una prostituta che aveva anche tentato di abortire e che comunque si era rifiutata senza appello di tenersi un figlio con un handicap. Messi davanti ad una decisione tanto difficile, i due esitarono alquanto. poi si fecero vincere dal senso materno e paterno, ed accettarono.
Roberto aveva sei anni ed era stato in quell'Istituto sin dal giorno successivo a quello della sua nascita. Andava assistito quasi del tutto, perchè il braccio mancante era il destro. Ed anche se era stato obbligato ad imparare a servirsi solo del sinistro, la difficoltà si vedeva, eccome. La sua menomazione gli era costata, tra l'altro, il continuo dileggio degli altri ragazzini, che misuravano le proprie disgrazie su quelle del compagno ancora meno fortunato, ed il disprezzo malcelato, da parte dei cosiddetti educatori.
Quello di questo bambino era uno dei casi più evidenti di condizionamento ambientale. Il suo rapporto "comportamento-punizione" era di quelli al limite. Il trattamento che gli veniva riservato nella sua nuova casa gli risultava, come si direbbe ai nostri giorni (la vicenda risale a parecchi anni fa) del tutto irricevibile. Gli risultava incomprensibile, che ad una sua "cattiveria" non conseguisse, come reazione, uno schiaffo o la relegazione in un angolo buio, o la privazione del cibo (gente, guardate che non sto copiando da un libro di Dickens: queste sono tutte storie reali...), bensì una carezza ed un blando, dolce rimprovero. Allora decise di riportare, a qualsiasi costo, le cose agli schemi che per lui rappresentavano la norma. Il suo primo tentativo di provocare una reazione dura fu quello di prendere una pila di piatti, portarli di fronte alla madre e lasciarli andare per terra, per poi mettersi nella posizione - braccio alzato, testina rivolta a terra -  di chi si attende una botta improvvisa. Visto che nemmeno una mancanza del genere aveva sortito il risultato che lui si aspettava, si spinse sempre più in là, con azioni di volta in volta sempre più gravi, rimaste tutte, è ovvio, senza conseguenze gravi. Sino al giorno in cui Luisa, la cui casa era situata al quinto piano di un palazzo, non venne richiamata dalla voce di Roberto. Arrivò così ad un terrazzino e vide il bambino fuori dal balcone, che si teneva con la manina sinistra ad una delle sbarre di ferro, mentre un piede puntato contro il bordo garantiva, per così dire, un equilibrio terribilmente precario. Roberto non cadde. E Luisa riuscì a superare la crisi senza che le venisse un infarto. Ma solo per caso. Oppure perchè, forse, esistono davvero gli Angeli custodi.
Perchè vi ho fatto queste descrizioni, molto vicine al "Grand Guignol"? Beh, rileggendo ciò che avevo scritto nella prima puntata, mi sono accorto di aver raccontato una storia certamente bella, sicuramente commovente, ma eccessivamente idilliaca e tale, forse, da indurre qualcuno ad andare troppo emotivamente sulla strada di un'adozione che, di solito, molto idilliaca non è proprio. Non rifiutate l'ipotesi, ci mancherebbe. Solo, consideratela molto bene, in ogni sua sfaccettatura. E sopratutto, prima di bussare a quella porta, guardate bene, ma molto bene, dentro di voi.

La prossima, ed ultima, volta, vi parlerò un po' di quella cosa chiamata "affidamento" che io considero per alcuni versi, ancora più diffcile delle adozioni. A presto.


 
 
 

Bambini

Post n°41 pubblicato il 04 Settembre 2008 da magnum.3
 
Tag: bambini

Un paio di giorni fa, stavo parlando con un mio Amico - ed uso la maiuscola per ottimi motivi -, un Amico che non potendo avere dei figli decise alcuni anni fa, assieme, è ovvio, a sua Moglie,  di chiederne uno in adozione.
Dal giorno che si mise in contatto con una delle Associazioni che si interessano di adozioni internazionali, passarono tre anni (si, tre anni: e non è il periodo di massima attesa) prima che lui e la Moglie potessero andare in Russia per portarsi a casa Mikhail, ora Michele, ma pur sempre noto con il diminutivo di Mika. Una bella creatura che sembra urlare momento per momento la propria felicità al cielo.
Michele, tuttavia, non è arrivato da solo, a casa dei suoi nuovi genitori. Con lui è giunta anche una bambina di un paio d'anni più piccola. Volete sapere perchè?

Non è stata una storia facile, quella vissuta dal mio Amico - che chiamerò Mario, per rispettare il suo pudore umano, ancorchè, secondo me, del tutto ingiustificato - ma degna di essere vissuta sino in fondo. Perchè la storia di Mario, di sua moglie Susanna, di Michele e di Tamara è una di quelle che ti riconciliano con la vita.
Come vi ho detto, si è trattato di una lunga vicenda: Mario e Susanna si accorsero di non poter avere figli circa sette anni orsono. Aspettarono che ne arrivasse almeno uno, per un paio d'anni, e nel frattempo maturarono la saggia decisione di adottare un bambino rimasto solo. Ci furono poi lunghi momenti di pausa, durante i quali i due sposi si misero in cerca di informazioni di ogni genere, trovando spesso degli ostacoli sulla loro strada, anche di carattere familiare.
Finalmente, circa tre anni e mezzo fa riuscirono a dare inizio alla loro lunga marcia verso un luogo sconosciuto dove, per quanto inconsapevole, un piccolino li stava aspettando.
Non fu facile, arrivare alla meta. Gli Organi competenti dilazionavano di continuo, adducendo motivazioni tecniche o burocratiche troppo spesso incomprensibili. Le visite degli Assistenti Sociali erano più rare di quelle di George Bush a Pompu, provincia di Oristano. Malgrado che i miei Amici fossero decisamente benestanti ed avessero arredato splendidamente una stanza da quattro metri per quattro nella loro bella casa quasi in riva al mare - quella che avrebbe accolto Michele - , una delle Assistenti-Ispettrici, decretò, con aria di sufficienza, che "quella camera era inidonea perchè troppo piccola".
Poi, finalmente, il buon senso e l'animo aperto, dei Giudici del Tribunale dei Minori di Cagliari, presero il sopravvento e cominciò la parte finale dell'iter definitivo. Occorsero ben tre viaggi fino in Russia. Mario e Susanna conobbero Mikhail, familiarizzarono con lui. Il tratto gentile di Mario, l'espressione già materna di Susanna conquistarono il bambino. E tuttavia, i due prossimi genitori percepivano che qualcosa non andava per il verso giusto. Mikhail era chiaramente contento, nè avrebbe potuto essere diversamente: l'Istituto nel quale viveva fin dalla nascita era del tutto simile ad un lager. I bambini mangiavano poco e male: patate, pane nero e poco più. Mario e Susanna si accorsero che non solo quello che ormai consideravano come il loro bambino, ma anche tutti gli altri, erano immersi nella sporcizia, privi di supporti che qui da noi sono considerati come roba di ordinarissima amministrazione. Andarono, allora, a comprare quello che sembrò loro una delle cose più indispensabili: dei pannolini igienici. Andarono a cercarli in un Supermarket, copia sbiadita dei nostri, i cui scaffali apparivano desolantemente vuoti. Quando chiesero dieci confezioni di pannolini, le commesse e le cassiere li guardarono chiaramente stravolte. Ci volle un po' per riuscire a capire che il motivo di tanto stupore stava nel fatto che quel negozio, così come la generalità dei suoi confratelli, era abituato a vendere i pannolini uno alla volta.
In effetti, la situazione difficilissima dell'Istituto nel quale viveva Mikhail, così come tutte o quasi le Strutture consimili Russe (ma anche Ucraine, Bielorusse e via dicendo) non dipendeva tanto da una bieca volontà degli Assistenti, quanto da un'assoluta mancanza dei fondi necessari. In effetti, per una grande quantità di motivi comprensibili, per quanto non giustificabili, i nuovi ricchi dell'ex Unione Sovietica, non hanno un grande udito, quando si tratta di voci provenienti dalla parte diseredata della loro Nazione. E di quella più piccola di età, in particolare. Mosca vive su due livelli: uno è quello di superficie, difficile ma non impossibile; l'altro è la Mosca ipogea, quella delle fogne e degli anfratti. Là vivono frotte di bambini soli. Qualcuno, tra coloro che mi leggono, lo sapeva già. Altri no. Sino a qualche frase fa. Adesso lo sanno.
Come dicevo prima di cominciare a divagare - ma si tratta di divagazioni che mi sono sembrate opportune - Mikhail non sembrava del tutto a suo agio, nel corso dei due primi contatti con quelli che di lì a poco sarebbero stati i suoi genitori. Mario e Susanna, sulla via del ritorno, e durante le loro giornate qui, ci pensavano e ripensavano, ma senza riuscire tuttavia a capire il motivo del disagio del bambino. E ciò che è peggio, percepivano dei sensi di colpa tutt'altro che indifferenti. Pensavano di essere loro, a non riuscire a porgersi a Mikhail in maniera corretta. Dopo tutto, pensavano, le loro esperienze di bambini erano limitate a quelle fatte con i loro nipotini e con i figli di amici. Ma non è la stessa cosa, si dicevano. E supposero perfino di non essere adatti al ruolo che stavano per assumere.
Poi tutto si chiarì nel corso dell'ultima, definitiva visita, quella che preludeva al viaggio di Mikhail verso un posto ignoto, chiamato Cagliari, del quale sapeva solo ciò che gli era stato raccontato da quelle due persone che sembravano carine, ma che, insomma, lui aveva conosciuto da non molto tempo, dopo tutto. Questa cosa, la sua partenza, sarebbe avvenuta irrevocabilmente dopo circa dieci giorni.
Mario e Susanna percepirono ancora una volta il disagio psicologico del bambino. Erano arrivati, tutti e tre, al momento delle decisioni irreversibili, quelle che avrebbero condizionato profondamente, in un modo od in un altro, la loro vita futura. Non potevano, si dissero i miei Amici, lasciare che quell'ombra potesse continuare ad incombere su di loro. Ed allora, evidentemente ispirati, scelsero la strada giusta: misero Mikhail alle strette. Malgrado i suoi timidi dinieghi, continuarono ad insistere con quelle poche, essenziali domande: "Perchè? Perchè sei triste? Hai paura di qualcosa?". Naturalmente non gli dissero delle frasi così scarne: quelle domande furono condite con enormi dosi di amore. Sinchè Mikhail cedette e sempre con quel suo fare timido e malinconico, mise una mano sotto il cuscino del suo lettino e tirò fuori una fotografia. Vi era ritratta una bambina un po' più piccola di lui. Aveva le lacrime agli occhi, Mika, quando trovò il coraggio di spiegare che si trattava di Tamara, la sua sorellina, che viveva in un altro Istituto, in una Città a circa duecento chilometri dal luogo dove sorgeva il suo. Desiderava moltissimo, di andare via da quel posto. Ma era disperato all'idea che non avrebbe mai più rivisto quella piccolina che aveva costituito sino a quel momento, malgrado la lontananza, il suo unico, residuo riferimento familiare.
Mario e Susanna, raccontano, si guardarono in faccia solo un attimo. Parlarono velocemente con i responsabili locali, e dopo aver avuto il loro assenso, andarono a conoscere Tamara. L'amore che era sbocciato in loro per Mikhail, si consolidò pochi attimi dopo aver visto il visino spaurito di Tamara. Fu il fratello maggiore, che le parlò, a suo modo, nella sua lingua. E su quel faccino magro sbocciò un primo, timidissimo sorriso.
Mentre Susanna continuava a presidiare il campo, Mario si fiondò a Cagliari e poi, immediatamente, si fece ricevere dal Giudice che lo aveva assistito nel corso dell'iter di adozione. Costui non si fece pregare più di tanto. E Mario potè ritornare in Russia, sventolando trionfante il documento che gli consentiva di avere, da quel momento in poi, non uno ma due figli.

Ho visto Michele e Tamara qualche sera fa. Sono due bambini felici, comunicativi, già inseriti perfettamente nell'ambiente. Le due Famiglie dei genitori li hanno accolti a braccia spalancate. Una storia, mi pare, bellissima, finita stupendamente bene. Non sempre, va così: accade spesso che i piccoli adottati manifestino, una volta inseriti nel nuovo nucleo familiare, problemi enormi a dismisura. Non è MAI, colpa loro. E nemmeno dei genitori adottivi. E' colpa di un Sistema che sostiene di difendere gli interessi dell'infanzia, ciò che invece risulta sommerso troppo spesso, dall'indifferenza burocratica, da un assurdo malintendimento del ruolo del genitore adottivo e, sopratutto, di quello naturale. E da tante altre cose, piccole o meno piccole. E' per questo, che tornerò sull'argomento.
Nel frattempo meditate su questo dato: tra pratiche italiane, viaggi, pratiche russe ed in buona misura, mazzette russe - olio indispensbile per far funzionare ingranaggi terribilmente arrugginiti in maniera artificiosa - l'adozione di Michele e Tamara è costata ai loro nuovi genitori qualcosa come ventunomila Euros.
Non potevano portarsi via tutti i piccoli compagni di Mika, che li guardavano con una silenziosa speranza negli occhi. Mika e Tamara, baciati dalla fortuna. Loro, no.

 

 
 
 

Il Potere e la Follia

Post n°40 pubblicato il 02 Settembre 2008 da magnum.3

Avevo pensato di scriverlo in rosso,questo post, visto che volevo (voglio!) parlare di un Compagno (a proposito, si usa ancora, questo termine, od ormai "in illo loco"  sono diventati tutti "amici"?) della Sinistra Italiana. Poi ho optato per questo colore, che è quasi un rosa sbiadito. Proprio come lui.
Sbiadito, ma sopratutto confuso. Mi chiedo - e non credo di essere il solo - se non passi buona parte delle sue tristi giornate a pensare quant'era bello, quando sedeva in Campidoglio. E la parte residua della sua vita non certo allegra, la trascorre probabilmente a tirare moccoli contro chi lo ha indotto a tentare la scalata ad un'altra, più importante poltrona. 
Certo che Valter, da quando ha iniziato la sua lunga - ma mica tanto - marcia verso Palazzo Chigi, non ne ha azzeccato praticamente una che è una. Ha cominciato la campagna elettorale col tessere lodi sperticate nei confronti del Signor Romano Prodi e del Signor Tomaso Padoa Schioppa - quest'ultimo, tra l'altro, decisamente desaparecido: ma che fine ha fatto? Sperava così tanto, di diventare qualcuno, in Europa... - senza rendersi conto, senza che gli sfiorasse le meningi l'idea, che gli Italiani ormai avessero, a ragione od a torto, "the plenty baskets" sia di Mimì che di Coco: due che avevano fatto di tutto per metter loro sistematicamente in tasca il becco di un aspirapolvere.
E così, quando ha bussato a quel prestigioso Palazzo, ha scoperto che qualcun'altro, ben più dritto e scafato di lui, aveva già effettuato l'occupazione senza lasciargli nemmeno un posto nelle scuderie.
Visto che ormai il Grande Nemico aveva messo inestirpabili radici, il Nostro, allora, decide di prepararsi un Sendero Luminoso verso il Sol dell'Avvenir ed un "domani" di gloria sicura.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un Partito, si fa per dire, peno di mille anime diverse tra loro, ciascuna alla ricerca di uno spicchio di spazio da occupare. Le Federazioni sfasciate, il giornale storico in mano ad un parvenu che ne ha fatto oggetto di scambio: io tengo in vita l' "Unità" per te, tu mi assicuri una candidatura per me. E così il Nostro si trova pure ad essere impaniato in una serie di debiti (forse solo di riconoscenza, ma pur sempre debiti) dei quali quello che ho citato è solo un esempio, che ne condizionano in modo devastante la possibilità di agire.
Dove stia andando la barca di Valter Veltroni è un mistero che sarebbe sempre più buffo, se non fosse tragico. E' perfino riuscito, il Comandante, a farsi mettere in mezzo da quello che, se non fosse stato per lui e per la sua dabbenaggine presuntuosa, avrebbe preso, alle elezioni, non più di uno zero virgola, ciò che gli avrebbe auspicabilmente precluso ogni possibilità di esporre al Popolo ed al Paese, da un Seggio di Montecitorio, il suo illuminato programma politico Che si risolve in un solo assunto, ed uno solo, ancorchè in tre punti, tutti estremamente qualificanti: 1) Berlusconi è cattivo; 2) Berlusconi è da mettere in prigione, anche se nessuno ci ha ancora detto chiaramente perchè; 3) Berlusconi non ne fa una giusta. Altro, da quella illuminata mente non sorte. E probabilmente non può sortire, per una certa vicenda di vuoti pneumatici che ti si formano nella scatola cranica quando, all'insegna del "volli, sempre volli, fortissimamente volli", compi sforzi immani di volontà per riuscire a studiare ed a capire qualcosa che non si chiami "manette", senza averne gli strumenti. Valter, facendo tutto sommato una valutazione esatta, dette spazi ad un personaggio di tal fatta, senza considerare tuttavia che l'Italia è da sempre il paese del Cittadino-che-protesta di guareschiana memoria, se mal non m'appongo. E così, l'elefante si è trovato a subire una pulce. Non è un'operazione da poco, bisogna dire.
Ma Valter ha un suo motto irrinunciabile: "Nunquam me paenitet quae adveniam", che, tradotto, significa "Non sono mai soddisfatto di ciò che riesco a fare", per quanto, devo riconoscere, la traduzione risulti un po'maccheronica. E così passa le sue giornate a pensarne una, e poi una, e poi una. L'ultima, è stata quella di rivolgersi al Presidente della Camera, coleader, badate bene, dell'opposizione, per chiedergli - udite, udite - di far passare in fretta una legge che consenta agli immigrati (non si sa se solo quelli regolari, od anche i clandestini) di votare per lo meno per le Amministrative. In altre parole, considerate le posizioni della Lega, che una, ehm, piccola ma significativa posizione di controllo detiene, nella maggioranza, Fini avrebbe dovuto, secondo Valter, tentare di regalargli un bel pacchetto di voti chiaramente indipendenti, a costo di sfasciare del tutto l'organico governativo e la maggioranza, appunto, che lo sostiene.
Ma  questa scemenza non è isolata. L'ultima, gravissima, l'ha fatta stamattina, quando ha accusato il Governo di aver messo in libertà cinque ultras napoletani, cinque delinquenti accusati di aver distrutto mezza Roma facendo finta di essere dei tifosi. Non può essere, che Valter non sapesse che è stata la Magistratura, a revocare l'arresto dei cinque, a ciò costretta da una legge che impone la scarcerazione di responabili di reati punibili con non più di tre anni di reclusione.
Ma non sarà che qualcuno gli ha messo vicino una persona, ehm, di fiducia,  col preciso incarico di ammazzarlo politicamente a forza di consigli fuori dalla realtà?
"Dio" afferma un altro antico detto, "insinua la pazzia nella mente di chi vuol dannare". Forse il PD dovrebbe tentare di darsi velocemente un'alternativa di guida,  avant le déluge. Prima, cioè, che di un Partito che in tutte le sue Componenti è tanto ricco di tradizioni, alcune perfino nobili, non rimanga pietra su pietra.
Peccato, era un Sindaco così bravo....

 


 

 
 
 

Il valore di un Campione

Post n°39 pubblicato il 02 Settembre 2008 da magnum.3

Guardavo, un paio di giorni orsono, il Gran premio di motociclismo. Ho visto, quindi, le grandi prodezze di Valentino Rossi, ho ammirato la sua capacità di guida, mi sono stupito di fronte alla differenza galattica che si manifesta tra lui ed i suoi concorrenti, sulla pista. Al di là del mezzo e delle capacità tecniche della Squadra della quale fa parte, è evidente che Rossi ha la tempra di un autentico Campione, uno dei pochi. Il Creatore gli ha regalato un insieme di doti fisiche e psichiche tali da consentirgli di scavare regolarmente un vallo tra la coda della sua moto e gli inseguitori. Alcuni dei quali - Stoner, primo fra tutti - certamente bravissimi, certamente supportati da grandi Squadre, ma con in meno, rispetto a lui, un quid di volontà, di quel friccico di compiutezza del senso dell'equilibrio, di perfezione dei canali auricolari, che fanno la differenza.
Poi l'ho visto, Valentino Rossi, di fronte ad un pubblico adorante ed acclamante. Ed il mio cervello, che non riesce a non pensare, nemmeno nei momenti di relax, ha provato una palpabile sensazione di malessere. Perchè colui che appariva come un grandissimo campione sulla pista, precipitava molto al di sotto della media nella vita privata. Nella quale, egli diventa semplicemente il "Signor Rossi", un quisque de populo come la stragrande maggioranza di noi, titolare degli stessi diritti e tenuto ad osservare i medesimi doveri nei confronti della Collettività Nazionale alla quale appartiene. Coloro che urlavano il suo nome in preda ad un raptus, i soliti patriottardi degli Stadi
 usi a sentirsi Italiani solo quando un uomo, una moto, un'automobile salgono sul gradino più alto del podio, tutti costoro dimenticavano, felici di sentirsi vendicati nei confronti della vita amara, che appena il Valentino Rossi campione, "The Doctor" per sua stessa autoinvestitura, scende da quei gradini, egli ridiventa nè più, nè meno, uno di loro.  Un Signor Rossi senza nemmeno le virgolette, che dovrebbe pagare le tasse cxome ognuno è tenuto a fare, e non lo fa. Che per di più, quando dimentica di versare alla Cassa comune di tutti gli Italiani il proprio contributo, non sta sottraendo due o trecento Euro, bensì, dicono le cronache, cinquanta o sessantamila. Cinquanta o sessanta mensilità medie di retribuzione di coloro che stavano là, beceri ma felici, ad osannarlo. Quattro anni o cinque di stipendio o salario.
Dice: "ma poi ha pagato!". Balle. Grazie ad un meccanismo che può risultare giusto solo quando è applicato a chi non ha pagato le tasse non per dolo ma per impossibilità materiale, si precipita velocemente verso l'aberrazione se esso concede la "conciliazione" a chi di quattrini ne ha da strafottere, in rapporto alla gens communis. Io non ho mai contestato la ricchezza, io che ricco proprio non sono: se una persona, per capacità (comunque la si voglia intendere) o perchè in possesso di merci o qualità del tutto fuori dal comune, guadagna una gran quantità di denaro, non sarò certamente io, solo per questo, a reputarlo un delinquente od a dannarmi d'invidia nei suoi confronti. Però deve pagare come pago io, sino all'ultimo centesimo, ciascuno di noi due in rapporto ai propri introiti. Ma se invece io e la mia Famiglia dobbiamo sentire gravarci addosso ogni minima frazione di Euro che pago di tasse o di imposte, e nello stesso tempo sono costretto ad assistere al triste, squallido spettacolo di chi non paga, solo per accrescere un capitale che già al netto delle imposizioni di legge, non riuscirebbe a far fuori nel corso dell'intera sua esistenza prossima ventura, beh, allora qualche problema me lo creo.
Q
uando il Signor Rossi è andato all'Ufficio delle Tasse a"conciliare", sempre a quanto dicono le cronache, ha potuto trovare il modo di pagare non più che la metà di quello che avrebbe dovuto. Cioè, invece di sessantamila Euros ne ha pagato solamente trentamila. E quindi, delle somme che avrebbe dovuto versare e che non ha versato - disonestamente, lasciatemelo dire: se qualcuno non fosse andato a guardargli le bucce, col cavolo che si sarebbe redento... - , gliene sono avanzate in tasca, pensate, quantità pari solamente ad altri trentamila Euros. Solamente. Poveretto. Non le sessanta mensilità medie di retribuzione dei beceri plaudenti, ma solo trenta. Non cinque anni, ma solo due e mezzo. Ma siccome, quando si calcola l'importo globale delle tasse necessarie per mandare avanti il Paese, la cifra deve risultare dal concorso di tutti noi, se uno non paga, necessariamente devono pagare gli altri. Io. Tu. Tutti i beceri plaudenti e felici sotto il palco.
Provate a mettere insieme tutte le tasse conciliate dai vari Signori Rossi, Verdi, tutti i colori dell'arcobaleno - perchè "noi" evasori siamo tutti fratelli - e poi fatevi un po' di conti, per vedere quanto ciascuno di noi, degli "altri", paga al posto loro. E ditemi, alla fine, se avete ancora voglia di plaudire.

 
 
 

Il senso dello Stato

Post n°38 pubblicato il 25 Agosto 2008 da magnum.3

Circa un quarto d'ora fa, ascoltando il TG1, ho sentito un'intervista al Signor Questore di Roma, a proposito della vicenda di Ponte Galeria.
Il Signor Questore si è detto molto contento (e vorrei pure vedere!) per il fatto che i due delinquenti schifosi fossero stati assicurati velocemente alla Giustizia. Tuttavia, egli si è anche dimostrato molto rammaricato perchè l'operazione è stata portata a termine dai Carabinieri, perchè, ha detto, "avrei preferito che essa fosse stata eseguita da noi". Devo supporre che quel "noi" non si riferisse a lui ed ad un suo compagno di terza elementare, bensì ad Agenti di Polizia. Benchè virgolettata, non posso garantire che l'uso dei termini sia avvenuto proprio nell'ordine che io ho evidenziato, ma il significato era, credo, esattamente quello. Chi non ne è convinto, chi non può crederci - e lo capirei... - può andare a guardarsi la registrazione del Telegiornale delle ore 13,30 di oggi 25 Agosto 2008. Non si trattava di un atteggiamento scherzoso, proprio no: l'espressione del Signor Questore era assolutamente seria ed  inequivoca, per ciò che riguardava il suo essere molto seccato di questa cosa.
Il Signor Questore ha sbarellato di brutto, ed a meno che qualcuno gli chieda di rettificare questa assurda dichiarazione, e che lui lo faccia, la cosa non può restare sotto silenzio. Egli, per via del suo ruolo, deve -  non "può""deve" - possedere un marcatissimo senso dello Stato. Qualcuno dovrebbe spiegargli che il fatto di ricoprire una carica di tanto prestigio, fa di lui il principale riferimento delle Forze dell'Ordine Pubblico nel Territorio affidato alle sue cure.  In questo momento, lui non è un qualsiasi Poliziotto di fresca nomina di una Questura di terza categoria, ammesso che si possano fare delle simili graduatorie. E non è nemmeno un "joke-maker", un fabbricante di barzellette, di quelli che si sbizzarriscono ad immaginare risibili situazioni di contrasto tra la Polizia e l'Arma dei Carabinieri. Al contrario, è proprio a Cariche come la sua od a quelle omologhe delle altre Forze di Polizia, che deve intendersi affidato, tra gli altri, il compito di appianare i corporativismi mai sopiti.
Il Signor Questore di Roma, si diceva nel contesto del servizio, ha ottenuto quell'incarico appena pochi giorni fa. Come ci sia arrivato, non lo so e non lo voglio sapere, anche se qualche ipotesi posso farla. E se certamente non posso sperare che il Ministro degli Interni o qualche suo Collaboratore, arrivi sia pure per caso a leggere questo mio Blog, se ciò dovesse mai succedere lo pregherei vivamente di fare in modo che quel Signor Questore facesse rapidamente, ma molto rapidamente, le valigie.
No, non sono un Carabiniere, ma rispetto enormemente l'Arma. Così come non sono un Poliziotto, appartenente ad un Corpo che merita ugualmente il massimo riguardo. Sono solo, si fa per dire, un qualsiasi Cittadino. Fornito però di quel senso dello Stato e delle Istituzioni che manca evidentemente a qualche Signor Questore. 

 
 
 

Dio ed il PD

Post n°37 pubblicato il 25 Agosto 2008 da magnum.3

Un vecchio proverbio recita: "Dio manda la follia a coloro che vuol dannare". Vecchia saggezza degli Antichi! Se mai c'è stata una situazione che dimostri la verità di quel detto, in questo momento ci siamo dentro completamente.
L'altro ieri, due Romeni, che definire balordi è poco, hanno rapinato, ma sopratutto usato violenza a due turisti Olandesi. Si tratta, come certamente sapete, di una coppia che è stata pestata a sangue. La donna, poi, è stata anche violentata. I due pastori, autori del bellissimo, edificante gesto hanno dichiarato, come se si trattasse della cosa più normale del mondo, che il loro scopo principale non era tanto la rapina quanto lo stupro. Ora, qui da noi, nell'Isola del Sole, non è che i turisti non corrano questo tipo d rischi, così come a Ponte Galeria od in qualsiasi altro angolo del Bel Paese: le cronache, purtroppo, ci dicono che episodi del genere sono fin troppo frequenti. Però, di solito, i nostri pastori, se proprio non hanno nulla di meglio - ciò che ormai accade molto di rado -, fruiscono delle prestazioni della più graziosa pecora del loro gregge e così appagano le proprie voglie (sto scherzando, sto scherzando! Sto scherzando?) senza prendersela con le turiste di passaggio. Salvo, naturalmente, che non siano le turiste di passaggio, a prendersela con loro...
Divagazioni sul tema? Si, certo. Ma ho parlato di quell'episodio, cercando di riderci sopra malgrado la sua gravità, o forse proprio per questo, perchè esso mi dà lo spunto per notazioni di tutt'altro tipo.
Cinque minuti dopo che  quella bruttissima storia era venuta fuori, un paio di fieri, valorosi uomini della Sinistra hanno trovato il modo di attaccare il Sindaco di Roma, per aver preso impegni non mantenuti in materia di sicurezza. "Ecco, vedi, " hanno strillato, "non puoi girarti un attimo, senza che due pastori trovino il sistema di saltare addosso ad una turista, per violentarla! Queste sono le vergogne della Destra falsa e mendace!"
A me sembra che la loro sia stata una reazione di rara idiozia. E' di evidenza palmare, come sia impossibile organizzare - tra l'altro in non più di un centinaio di giorni - un Sistema di vigilanza efficace su tutto un Territorio vasto quanto quello di Roma e del suo hinterland. Non ci sarebbe riuscito nessuno al mondo, men che meno Prodi ed il suo staff, come hanno dimostrato le vicende dei suoi due anni scarsi di Governo. Allora, le accuse di quei Bej Signori (ma quanti ce ne sono, in questa nostra Italia...) non poteva avere altro che un carattere estremamente strumentale.
Ma a chi erano indirizzate le loro notazioni? A giudicare dai contenuti, gli unici possibili destinatari potevano essere solo i Membri della "Premiata Associazione degli Scemi del Villaggio". Perchè nessuna persona di intelligenza appena media potrebbe pensare seriamente che Alemanno possa risolvere tanto velocemente e del tutto il problema della sicurezza in una zona di aperta campagna come quella, attorno a Ponte Galeria, dove è avvenuto l'episodio. Se lo stupro si fosse verificato al Tritone od in un posteggio vicino a Campo dei Fiori, od anche in una delle tante zone periferiche degradate della Capitale, forse avrei potuto comprendere le critiche. Ma se si tentasse di creare una rete di sicurezza basata sull'impiego di Poliziotti, Carabinieri e Soldati, capace di coprire l'intero territorio Romano in modo tale da escludere del tutto la possibilità del verificarsi di episodi schifosi di quel genere, ed anche di altri altrettanto gravi, non basterebbero gli interi Organici dei tre Corpi.
E tutto il resto del Paese, come potrebbe essere tutelato, anche ammesso che si arrivasse ad improbabilissime soluzioni di quel genere? Ho fatto una quindicina di giorni di campeggio in una delle località di mare più belle della Sardegna, anche se non celebrata quanto la Costa Smeralda. Tra la zona d'insediamento del camping ed il mare, c'erano circa cento metri di una splendida spiaggia lunga circa cinque chilometri. Di notte, quella specie di zona franca rimane al buio. E quindi diventa il luogo prediletto per tutti i campeggiatori tra i quindici anni, (ma forse anche qualcosa di meno) ed i venti-ventidue (ma forse anche molto di più...) che lo eleggono a palestra ideale per le loro personali Olimpiadi di Giochi del Sesso. La spiaggia è talmente vasta da consentire l'appartarsi di molte coppie che possono sdraiarsi a distanza tale da non rompersi, ehm, l'anima a vicenda. A meno che - ma quanto mi piacciono, le digressioni! - non si formino più o meno casualmente dei gruppi di lavoro.
Ecco, se due persone che vogliono star da sole vanno a piazzarsi un po' troppo lontano dalle zone più frequentate, come si può impediere del tutto il rischio che qualche malintenzionato di qualsiasi colore e nazionalità, italiani compresi, gli zompi addosso per partecipare alla festa? Mi piacerebbe, mi piacerebbe davvero, che quei Bej Signori di una Sinistra sciocca e becera, potessero indicare, illuminandoci, delle soluzioni concrete e, sopratutto realizzabili. Perchè a criticare si fa presto. E' quando si tratta di "fare", che cominciano a venir fuori le difficoltà. Solo che così non si fa certo l'interesse della propria Parte. Perchè chiunque sia fornito di un minimo di senso comune, non può che indignarsi, con conseguente rifiuto concettuale, nei confronti di personaggi che si propongono in questo modo, come possibili gestori del Potere.

Poi, domani ve ne dico un'altra che mi è venuta in testa cammin scrivendo, sempre sullo stesso tema.

 
 
 

Santa Politica

Post n°36 pubblicato il 24 Agosto 2008 da magnum.3

Beh, perlomeno, adesso la situazione è più chiara: in queste stesse ore, il Cardinal Bagnasco, Portavoce Ufficiale (e forse qualcosa di più…) del Vaticano, parlando al meeting di “Comunione e Liberazione”, a Rimini, l’ha detto chiaro e, per una volta, fuori da ogni possibile equivoco od interpretazione: la Chiesa (Cattolica, s’intende) vuole fare politica; la Chiesa, sempre quella, sente il diritto-dovere di impegnarsi direttamente nella gestione della Cosa Pubblica. Italiana. Non di quella tedesca, e nemmeno Inglese. Anche perché quei popoli, semplicemente, non glielo consentirebbero. La Chiesa vuole impegnarsi nella gestione della Cosa pubblica del nostro Paese.

Qualcuno di noi, qualche sospetto, per la verità l’aveva avuto, se comprendete la sottile ironia: larga parte della politica è in mano, già da molto tempo, a Strutture che fanno capo al Vaticano molto più che a Palazzo Montecitorio od a Palazzo Madama, ma i cui membri siedono, pressocchè incontrastati, all’interno di queste ultime due Sedi. Che sono - o meglio dovrebbero essere - quelle nelle quali si gestisce il Governo del Popolo. Di tutto il Popolo, compreso quello che biancogiallo non si sente. Parlo della stessa “CL”, ma anche del “Movimento Neocatecumenale”. Parlo, soprattutto, della Guardia d’Onore marcatamente Mazzariniana: quell’ “Opus Dei” presente da molti anni nel tessuto del potere occulto italiano e non solo, omologato recentemente per grazia ricevuta dalla massima Autorità Vaticana attraverso l’elevazione agli Altari del suo fondatore Josemaria Escrivà, giunta dopo una ricerca affannosa sulle rive dell’Ebro di un qualche straccio di miracolo che gli potesse essere attribuito e senza del quale lo Spirito Santo non avrebbe potuto, per Regolamento, dare il proprio Nulla Osta.

Si tratta, complessivamente, di una quantità di Persone, la maggior parte delle quali di grande qualità, fuori da ogni dubbio, che gestiscono larghissima parte del potere profano italiano. In parte alla luce del sole; in misura più abbondante, underground, sottoterra, cercando di non farsene accorgere, ed a volte riuscendoci anche molto bene.

Ora, però, il Cardinal Bagnasco ci comunica in via ufficiale che non più solo i singoli Cattolici, bensì la stessa Chiesa in quanto Istituzione, intende far politica. E la cosa non può che preoccupare. Perché se il Vaticano è giunto ad una simile sortita di evidenza solare, ciò significa che sente ormai di essere radicato nella nostra realtà tanto da non avere più nulla da temere da parte di nessuno. E non potrebbe essere diversamente se è vero, come è vero, che non solo una parte della Destra, ma un’altra, altrettanto numerosa, della Sinistra – a cominciare da Veltroni – appare ormai prona ai piedi di Sua Santità e delle sue decisioni. Di Napolitano non so, ma francamente qualche dubbio comincia a venirmi, anche per quanto lo riguarda. Sapete, l’età avanzata, l’incombere della morte, corna facendo…

La cosa in se stessa potrebbe essere considerata addirittura utile e proficua, data l’indubbia qualità dell’esercito d’occupazione. Potrebbe esserlo se….

C’è alla radice di tutto ciò un quid quanto mai inquietante: quello della base etica dalla quale le truppe muovono alla conquista del nostro Stato. La conosciamo bene, quella morale. La condividiamo per molti, moltissimi aspetti. Non possiamo accettarla, laidamente parlando, quando essa pretende, ad esempio, di infilarsi nei letti altrui; quando tenta in tutti i modi di evitare che due persone, già felicemente sposate, si lascino prima di ammazzarsi vicendevolmente, o perlomeno di trascorrere ancora decenni di vita in un costante stato di guerra armata di fronte agli incolpevoli occhi dei figli; quando cerca di impedire l’affermarsi della parte delle ricerca scientifica più utile all’Uomo, quand’anche essa non passi per le vie della violenza e del cinismo; quando essa, quella morale, dice no all’accettazione della morte cerebrale - definitiva, inconfutabile, a meno di voler forzare l’interpretazione con cavilli solo sofistici – ma dice si alla stessa morte di fatto quando si tratti di trapianti d’organi; quando accetta la perpetuazione di una parte abominevole di una quantità enorme di suoi Colonnelli, compensandone gli orrori pedofili non più che con mere dichiarazioni di principio mai seguite da fatti concreti.

Ecco, questa è solo una parte dei problemi che si concretizzeranno quando la Chiesa assumerà la connotazione sostanziale di un Partito Politico, per di più trasversale rispetto a quelli legittimati dalla volontà popolare. La maggior parte dei quali si ancorano oggi, lo faranno domani, oso sperare, sulle sponde di un laicismo che non voglia essere antireligioso, ma che omaggi tuttavia anzitutto la libertà, l’indipendenza di pensiero. I Cattolici che verranno eletti d’ora in poi al Parlamento italiano, dopo il pronunciamento del Cardinale, si comporteranno da Italiani o da Vaticani? Attenzione, perché, come dicevano i Latini, nella fattispecie “Tertium non datur”, a meno di scadere nel compromesso più deteriore. Non c’è bisogno, infatti di opporsi alla guerra, per decidere di essere da una parte o dall’altra: questa cosa è dentro la coscienza di ognuno di noi, con tutto il peso della italianità di ciascuno. Ma quando si tratterà di decidere, ad esempio, su un’eventuale modifica o, peggio, abolizione della Legge sull’aborto, quei Deputati, quei Senatori, prenderanno disposizioni dalle Segreterie dei rispettivi Partiti, o dalle Segreterie Curiali?

Mai Dio voglia – speriamo, almeno – che non raggiungano mai la maggioranza, in un modo o nell’altro: potremmo rischiare di vedere un grande referendum per la ricollocazione del vessillo biancogiallo dal pennone che sovrasta Castel Sant’Angelo a quello posto sopra il Quirinale. Sono 138 anni, che coloro che vivono all’interno delle Mura Leonine non riescono ad inghiottire Porta Pia. Non vorrei che ora sentissero giunto il momento di un fruttuoso tentativo di restaurazione. E dell’elezione di un nuovo Pio IX, un prossimo Papa Re.

 

 
 
 

Le mille truffe quotidiane

Post n°35 pubblicato il 23 Agosto 2008 da magnum.3

Usate sempre l' "Olio extravergine d'Oliva", come consigliano virtuosamente Dietisti, Gastronomi e Cardiologi? E come ve lo procurate? Sono sicuro che la stragrande maggioranza di voi si approvvigiona del prezioso liquido presso i negozi di cibarie od, ancora più frequentemente, prelevandolo dai banconi dei vostri Supermercati di fiducia.

Beh, vi fregano tutti. Non è che i Rivenditori vogliano farlo. O meglio, non sempre: quando si trova scritto sulla bottiglia o sull'etichetta: "Prodotto da X, per conto di Y", mi vien difficile credere che Y non sia al corrente del trucco. Perchè di vero e proprio trucco legalizzato si tratta. Gli altri, i piccoli negozi sotto casa, probabilmente non ne sanno niente davvero. Anche se, per la verità, dovrebbero, per via dell'abilitazione alla professione che viene data ai Gestori e che comprende, tra le materie di studio, anche la merceologia.

Allora, il trucco è questo: la Legge che stabilisce le caatteristiche  dell'Olio d'Oliva nelle sue varie caratterizzazioni, non - ripeto NON - stabilisce che quel che è riportato sulle etichette debba per forza di cose corrispondere alle qualità del contenuto. Per di più, la legislazione Comunitaria in materia di supporti alla produzione stabilisce un contributo al quale i Produttori hanno diritto per ogni litro d'olio che esce fuori dagli Oleifici. Si tratta di una cifra abbastanza consistente, anche se gli Oleari si lamentano (ma chi non si lamenta, nel nostro beneamato Paese?) della sua incongruità rispetto alle effettive spese di produzione. Solo che essa è identica, sia che venga erogata a supporto di un litro d'olio extravergine, sia che si tratti di quello che viene classificato solo come "olio d'oliva". Od addirittura del cosiddetto "olio lampante", la frazione di minor pregio in assoluto, tra quelle ottenute nel corso dell'estrazione.
Considerato che l'extravergine ha un valore molto alto, non foss'altro che per la  piccola quantità  che si ottiene per colatura dalla primissima spremitura od addirittura dalla macinazione iniziale ( è così, che si produce l'extra), mentre invece le altre frazioni, quelle che si ottengono successivamente a forza di presse e di solventi, rappresentano grosso modo il 95% della produzione, posto che la legge, come ho già detto, non impone loro nulla di particolare in materia, i Titolari di molti Oleifici, che fanno? Quei Bej Signori ti rifilano delle bottiglie dentro le quali c'è una consistente base di olio di seconda, terza o quarta categoria, con l'aggiunta di un 5, 10, al massimo 30% di quell' "Olio extravergine d'Oliva" che tuttavia è l'unico a far bella mostra di se sull'etichetta. Tecnicamente non vi stanno imbrogliando: voi, quando prelevate la bottiglia dallo scaffale state acquistando davvero ciò che è riportato sull'etichetta. Peccato che nella migliore delle ipotesi stiate comprando un terzo di quell'olio e due terzi di un prodotto diverso e di qualità spaventosamente inferiore. Nella peggiore, invece, prendete un prodotto le cui indegne caratteristiche, peraltro, si possono rilevare semplicemente assaggiando - spesso anche solo annusando - l'olio che state per usare.
Sapete come me ne sono reso conto? Mi dicevo: 'Ma com'è possibile, che l'olio extravergine che compro al mercato mi costi non più di quattro-cinque Euros, mentre pochi giorni orsono ha sentito un mio amico toscano che diceva che sarebbe andato, la domenica successiva, a comprarsi olio extravergine sulle colline attorno a Firenze, al costo di tredici, quattordici od addirittuta sedici o diciassette Euros?' Eppure, continuavo a rimuginare, i miei ricordi di quando studiavo Oleificio all'Agraria, mi suggeriscono che non esistono, per fare l'extravergine, diversi sistemi da quelli che consistono, come vi ho già raccontato, nel tritare le olive e raccogliere l'olio che ne cola spontaneamente od al massimo dopo una leggerissima spremitura.
Allora mi son messo a cercare, ed ho trovato tutte 'ste cose incredibili. Si, incredibili, lo dico e lo sostengo.

Posso darvi un consiglio? Se vedete in esposizione dell'olio extravergine a cifre dell'ordine dei due o tre Euros o poco più e se dovete risparmiare, non lo comprate. Tanto vale che vi rivolgiate a del semplice olio d'oliva, che probabilmente vi costa anche di meno. A meno che nella sua composizione qualcuno non abbia fatto rientrare una buona, buonissima percentuale di olio di sansa o di olio lampante. Che, credetemi, non offre nessun effetto positivo ai vostri stomaci od a quelli dei vostri figli. In alcuni casi, anzi, ne produce di spaventosi. Se poi proprio non potete fare a meno di una insalata dal buonissimo sapore, perchè arricchito da quello, splendido, dell'oliva, pieno zeppo di stupendi profumi, rassegnatevi a pagarlo quanto vale, a meno che non riusciate a farvelo regalare da un produttore. E cercate in tutti i modi quel prodotto che sottoposto ad un'analisi di un qualsiasi Laboratorio,  sia capace di cerificare in tal modo la sua grandissima, esclusiva qualità.
Ah, se per caso trovate qualcuno di quegli Oleari tanto in apparente regola, quanto Maestri di truffa, non potendolo denunciare, per lo meno sputategli in un occhio, anche da parte mia.
Ultimissima cosa. Ho in giardino un solo olivo: i frutti che produce, pochi chili, li uso per confettarli con prezzemolo ed aglio, o con aceto. E la maggior parte la regalo, anche. Questo, tanto per evitare di farvi venire brutti pensieri...

 
 
 

Uova strapazzate agli asparagi

Post n°34 pubblicato il 22 Agosto 2008 da magnum.3

 
 
 
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