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Un blog creato da mia3v il 25/10/2005

I Fiori Del Male

Ossimori di Vita

 
 

 

Vaneggio di una notte di mezza primavera

Post n°165 pubblicato il 09 Maggio 2008 da mia3v

Ho bevuto una birra di troppo, questa notte.
In omaggio ai vecchi tempi, a tutte quelle sere trascorse senza scopo, senza riflessione, senza troppa di fare e di non fare. O forse solo di pensare.

Però adesso è diverso.

Adesso ho un lavoro, ho un fidanzato. Ho addirittura un cane.

Adesso penso al futuro e ad un mutuo eventuale.

Ad una villeta a schiera in contesto signorile con giardino privato e steccato in vernice.

Non cerco più di soddisfare l’istinto di una notte con il primo sconosciuto senza domani.

Ho un orgasmo ogni notte che vanifica l’aspettativa di tutte quelle passate, che vale cento volte anche solo quelli sperati. Non potrei chiedere altro.

Non rincorro più parole spante davanti all’ultimo bicchiere.
Ho di fianco qualcuno che soddisfa ogni mia esigenza di comunicazione.

Non vado più alla ricerca disarmata dell’imprevisto.
Ciò che è previsto mi ha regalato una sicurezza lenitiva e confortante.

Non cerco, non rincorro, non vado.
E la birra di troppo mi fa pensare all’impensato.

L’essere innamorati preclude la via della ricerca?
L’amore è un vallo in cui si affossano i desideri dell’ultim’ora?
L’innamoramento è una sorta di monade che esclude da sé tutto quello che non appartiene al modesto universo degli innamorati?

L’essere innamorata fa di me una donna finita?

E, soprattutto, cos’è che fa di me una donna sicura di essere innamorata?

Sono notti che sogno di tradire il mio uomo con personaggi appartenenti alla mia fantasia, alla mia memoria storica, al mio passato.
Da Ben Afflek ad Alcide De Gasperi, passando per il fedifrago incallito.

Sono notti che mi sveglio in balia dei sensi di colpa legati ad un pensiero irrazionale.

Non lo tradirei mai. Per onestà intellettuale, credo.

Anche perché con Alcide De Gasperi non ho mai avuto molto in comune.
Ben Affek, pettorali a parte, non è mai stato il mio prototipo ideale.
E il fedifrago non è un’esperienza che ripeterei.

Eppure la fedeltà s’insinua in me come un’infezione. Non voluta ma inevitabile.
E tuttavia, a differenza dell’infezione, non la posso combattere.
Mi sembrerebbe sleale.

Quindi la assorbo in assenza di antibiotici, sperando non uccida la mia fantasia.

Sono parole sconnesse, le mie.
Perché tra cinque ore devo andare a lavorare e invece di dormire mi interrogo sull’essenza della fedeltà.
Sapendo la risposta mi immergo nella doverosità sociale, e non so ancora dove saprà portarmi.

Sono innamorata, ma sono un’incostante di natura.
Sono fedele, e quindi una frustrata per partito preso.
Ho alle spalle vent’anni di sesso libero, e quindi un’esperta del nulla che ti porta in dono una scopata una tantum.
Sono confusa, e quindi una condannata alla domanda senza risposta.

Forse berrò un’altra birra.
Per fare sesso fedifrago scevro da sensi di colpa.
Magari con Batman. E Robin, pure.
Per soddisfare la mia esigenza di libertà e trasgressione in una mossa sola.

E domani chiederò scusa al mio amore perché la testa che ho incastrata in mezzo alle spalle segue percorsi che ancora non mi sono chiari.

 
 
 

Alla Signora Normale e al Signor Straordinario, con affetto.

Post n°164 pubblicato il 28 Giugno 2007 da mia3v

Sto preparando una torta a sei piani, tutta glassa e creme colorate.
La sto preparando io, con la mie mani fresche di franch costosissima, con le mie unghie tempestate di swarovsky e le mie dita inannelate.

La sto preparando io che non so nemmeno cucinare, io che butto l'acqua insieme alla pasta, io che brucio le cruditeé.
Io che credo che le uova si vendano sode al reparto surgelati.

La sto preparando io per festeggiare il compleanno di due miei nuovi amici: il Signor Straordinario e la Signora Normalità.

Due coniugi atipici, antitetici, perfettamente complementari.
Compiono gli anni lo stesso giorno e non si separano mai, nemmeno per pisiciare.

Li ho conosciuti in un giorno strano, quando ho deciso che le cose dovevano cambiare, i propositi del nuovo anno rispettati, le auto flagellazioni eliminate.

Li ho conosciuti il giorno in cui ho morsicato l'ego ipertrofico del mio  amante (e, chiaramente, non solo in senso figurato), il giorno in cui ho limonato con me stessa in segno di autostima, il giorno in cui ho detto "no" ed era esattamente quello che pensavo.

Non so quanti anni abbiano, da dove vengano.
So solo che camminano piano per la strada, tenendosi per mano.
Bevono l'aperitivo seduti in qualche piccolo bar del centro.
Ogni tanto ridono forte, altre volte parlano appena.
Sono eccentrici e conformati, sguaiati e pieni di aplombe.

So solo che hanno un figlio. E me lo hanno regalato.
Per quel morso, per il No, per l'auto-limone.

Mi hanno concesso un pezzo di loro figlio per ogni proposito rispettato, e all'integrale non manca ormai molto.  

Lui è Normale-Straordinario, un uomo come tanti, come tutti.

Me ne sono presa un arto alla volta, non sapendo bene l'effetto che mi avrebbe fatto il puzzle completato.
Ne ho studiato un pezzo alla volta, con la tentazione di attaccarli rovesci, nei posti sbagliati.
Con la tentazione di smarrirne qualcuno per non scoprire che completo mi sarebbe piaciuto.

Ma ho resistito all'impulso.
E adesso quello che ho mi piace. 

Normale-Straordinario sta con me, che sono Squilibrata-Complessa, e non capisco come faccia.

Non ha una moglie a casa, nè una fidanzata nel taschino.
Non mi picchia mentre facciamo sesso e nemmeno mentre non lo facciamo.
Non ha un pene despota nè un cervello sottomesso.
Non mi chiama puttana e nemmeno bambolina.

E' soppravvissuto alle mie nevrosi da risveglio, alle mie nevrosi da lavoro, alle mie nevrosi da studio.
Agli ex amanti, ai vestiti scollati, a mia sorella L'Aggressiva e a mio fratello L'Alcolico.

Mi ha regalato un antidepressivo, un tranquillante, un vibratore e una scorta di gas esilarante.

Mi ha vista scappare più di una volta.
Ma è un ottimo atleta.

Normale-Straordinario sta con Squilibrata-Complessa, e gli riesce benissimo.

E se la torta dovesse soccombere alla prova infornata inviterò i genitori a cena.

Perchè della Signora Normalità ho proprio bisogno.
E perchè ho scoperto, in fondo in fondo, che la compagnia del Signor Straordinario un po' me la merito anch'io.

 
 
 

Annus Terribilis

Post n°163 pubblicato il 01 Gennaio 2007 da mia3v
Foto di mia3v

Anche quest’anno mi conformo alla fitta schiera di fanatici del programma annuale, ai compilatori di tabelle di marcia, buoni propositi, dover fare, dover avere, dover assolutamente evitare.
Ha un che di rassicurante mettere la propria vita in fieri per iscritto.
Ti dà quell’ingenua convinzione di avere almeno un pezzo di carta sotto controllo.
E non starò certo a convincere nessuno, tantomeno la sottoscritta, della validità di ciò che segue.
Sono solo Buoni Propositi, l’essenza dell’inutilità e dell’autoreferenza sterile.
Destinati a naufragare il due gennaio davanti ad una pinta di birra e una frase sbagliata, riprendere vigore ad inizio primavera davanti a due pinte di birra e interi discorsi sbagliati, a morire infine  sconsolati i primi giorni d’estate davanti allo Sbagliato Cosmico Non Più Recuperabile.

Le mie Intenzioni Benefiche sono solo un modo come un altro per rompere il ghiaccio con il Signor Ultimo dell’Anno, quest’inquietante sconosciuto.

Ordunque:

1- Innamorarmi.
Un intento che m’inserisce tra le orde di fanatiche dell’innamoramento, quelle che si vive solo per un uomo, con un uomo, la metà della mela, dell’arancia, da sola mai, da sola mai più,              condivisione e felicità.
Lo so, con il passare degli anni la tendenza è al conformismo.
La sento, una strana forza calamitarmi verso l’omologazione alla donna incompleta.
E questo è davvero il mio primo buon proposito: abbandonare artigli, muri di gomma e barricate, deporre le armi, l’intero arsenale. Smettere di abbaiare e lasciarsi avvicinare.
E magari, prima o poi, non si sa mai.
Anche io, la donna che non deve chiedere mai, sperimenterò quelle minchia di farfalle nello stomaco.

 

2- Corollario della prima, Smettere di finire nei letti sbagliati.
Dove letto ha il valore metonimico della prossima relazione inutile che, già lo so, mi aspetta grondante bramosia all’angolo tra il primo e il due gennaio.
Smettere di “provare” con in tasca già la convinzione che nemmeno un fenomenale sesso tantrico saprà surrogare quello che sto cercando.
Quindi, in ordine temporale di disgrazia, basta uomini traditori sessualmente ambivalenti, uomini dall’innamoramento facile e claustrofobico, uomini bambini, uomini dall’erezione insicura come la loro autostima, uomini del surrealismo verbale, uomini stranieri, uomini impegnati, uomini delle caverne.
E se ne ho dimenticato qualcuno, che non se ne abbia a male.

 

3- Diretta conseguenza, dalla logica stringente, dei primi due punti: Uccidere l’Amante.
Quello che “sei la donna della mia vita” ma, sottotitolato, “andiamo a letto e facciamo in fretta che poi devo tornare a casa dalla mia dolce fidanzata”.
Quello che da tre anni è sempre lì, con costanza commovente.
(E io che pensavo che un pisello si stancasse molto prima).
Quello che t’infarcisce la testa di cazzate a sfondo sentimentale e che, con la perseveranza, riesce a farti cedere davvero.
Quello che ti manovra come un burattino, che ti crede un soprammobile adatto solo alle sue esigenze inguinali e che, cacciato, lapidato e insultato, torna sempre al suo posto di “amante definitivo”. Autoincoronatosi “L’Uomo Di Cui Non Puoi Fare A Meno”

 

4- Tenere a bada la propensione alcolica.
Non più tre spritz come aperitivo e per cena quattro comode pinte di birra.
Non più  fiumi di bombay tonic con il lime pestato in cui affogare raziocinio e lucidità, in cui dimenticare i metonimici letti sbagliati di cui sopra e l’illusione di un nuovo inizio di cui ancora più sopra.
Non più stordimento indotto e viso rotto della mattina successiva.
Voglio 365 mattine di mente sgombra, leggera, fisicità attiva.
Voglio 365 notti di sobrietà intelligente, per diffondere il mio verbo agli ignari senza sbiascicamenti e crisi di riso e pianto a tradimento.

 

5- Smettere di sognare di avere un pene per poter dimostrare all’umanità intera la mia attitudine al comando.

 

6- Abbandonare, talvolta, l’arroganza e la presunzione che mi portano a considerarmi una delle poche sopravvissute all’ Idiozia Massificata.
Abbandonare l’atteggiamento da sopracciglio alzato e sottotitolo luminoso “Tu sei un imbecille e non puoi capire”.
Cercare di rapportarmi con il genere umano partendo da base paritaria e non aggrappata modello koala ad un trono che fa di me la “regina dello snobbismo intellettivo”.

 

7- Raggiungere un ‘autonomia, di almeno dieci minuti consecutivi, dall’idea fissa “devo dimagrire”.
Con conseguente perdita di tutti i corollari di chiaro stampo patologico: digiuni infiniti e mangiate indigeribili, corse forsennate e nervi accavvalati, duemila addominali e problemi respiratori, specchi coperti da tendoni pietosi e la convinzione che il grasso sia il mio primo problema relazionale.

 

8- Comprarmi un vibratore da viaggio, comodamente riponibile in borsetta, color rosa da femmina, semovibile e discreto.
Per sopperire a carenze di cervello che si tramutano, e gli ormoni miei inveiscono, in una necessaria astinenza dall’uomo a trecentosessanta gradi.

 

9- Pubblicare un libro intitolato “La Mia Opinione”.
Per informare il basso e ignorante popolino delle convinzioni maturate dalla sottoscritta in 24 funesti anni di permanenza in questo pianeta.
Dal perché le donne fingano l’orgasmo alla ragion d’essere della Seconda Repubblica.
Da Licio Gelli al lesso con la pearà.

 

10- Mangiarmi i nove propositi di cui sopra in un massimo di 24 ore nette.
E rendermene conto mentre stomaco e fegato disputano una delle più sanguinose lotte civili degli ultimi anni: John Smith contro New Castle,  Battaglia fino all’ultima pinta.
Mentre mi districo nel groviglio di lenzuola del letto sbagliato, con tutta probabilità quello dell’amante redivivo.
Mentre abbaio la mia superiore intelligenza e la mia chiara autonomia.
Mentre i piedi di qualcuno mi schiacciano il cranio e io fingo indifferenza.
Mentre il grasso si attanaglia al giro vita e il lesso con la pearà appare più sinistro di Villa Wanda.
Mentre il vibratore da viaggio l’ho lasciato sul treno per rendere felice una  casalinga vecchio stampo con marito fedifrago e pensione minima.

 

Mentre sono sempre io, e non esiste un Signor Primo dell’Anno capace di tenermi testa.

 
 
 

Troppo Spesso da Spessotto.

Post n°162 pubblicato il 22 Dicembre 2006 da mia3v

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Siamo dalla parte di Spessotto,
da appena nati dalla parte di sotto,
senza colletto, senza la scrima,
senza il riguardo delle bambine

Quelli che  a Natale si dimenticano di fare l’albero, che inavvertitamente si lasciano scivolare dalle mani il Gesù Bambino, Giuseppe e la Madonna di terracotta. Quelli che fanno l’albero il 24 e le luci in corto circuito, il presepe spoglio in versione fattoria: unici sopravvissuti il bue e l’asinello.

Quelli che a Natale si siedono sull’angolo, la gamba del tavolo in mezzo e nessun divertimento erotico incidentale,  le voci in sottofondo di tuanonna, tuazia, tuacugina che ricordano in tono monitorio che “non ti sposerai mai”, la trota con la cipolla che ricorda in tono consapevole “non mi digerirai mai”.

 

Dalla parte di Spessotto con la palla dentro il canotto,
col doppiofondo nella giacchetta,
col grembiule senza il fiocco.
Timorati del domani, timorati dello sbocco,
siamo dalla parte di Spessotto.

Quelli che alle cene di Natale bevono quattro pinte di birra e mezza bottiglia di amarone prima di proferire il primo verbo, quelli che dopo le quattro pinte di birra e la mezza bottiglia di amarone informano tutti di avere in testa e in mezzo alle gambe una svariata serie di armi di distruzione di massa. 

Quelli che sbagliano tempi, modi e tonalità vocali in ogni intervento linguistico.
Parli con la cugina puritana dello splendido pompino che hai fatto la sera prima, e che ti è valso una laurea in fellatio onoris causa, e Frank Sinatra ha smesso di cantare, tua nonna di recriminare, tua zia di spettegolare. E tu devi prendere con rapidità la via del terrazzo per una maratona non stop di nicotina in tempi brevi.

 

Dalla parte di Spessotto
e se non funziona vuol dire che è rotto,
dalla parte del porcavacca
e se nn lo capisci allora lo spacchi.

Quelli che a Natale lasciano l’uomo dalla frequenza non obbligatoria, quelli che a Natale troncano pure con l’amante pluriannuale. E sotto l’albero spento non trovano nemmeno una confezione di preservativi in simpatica confezione natalizia.

Quelli che ottengono un nuovo incarico lavorativo che li porterà –e la via del casuale appare infinita- ad una vicinanza obbligata con l’ex uomo dalla frequenza non obbligatoria e l’ex amante pluriannuale. 

Quelli che cercano conforto in uno spritz in solitaria e si trovano nel mezzo di un agguato congiunto. L’ex uomo e l’ex amante che ti aspettano, insieme, al varco.
E non certo per un informale augurio Natalizio.

 L'oscurità come un gendarme già
mi afferra l'anima,
attardàti qui in mezzo alla via,
non siamo per Davide, siamo per Golia.

Quelli che si preparano per la cena con i parenti sfoderando il look delle grandi occasioni: una via di mezzo tra una prostituta strafatta di crack e Loredana Bertè in versione pieni anni ottanta.
Per dirottare la conversazione sulla degenerazione dei costumi e mettere a tacere chi mi vorrebbe dolce metà di qualunque metà sana in circolazione. 

Quelli che finiranno aggrappati ad una bottiglia di vino per dimenticare il rendiconto di fine anno, il bilancio di entrate e uscite che richiederà il necessario avvio di una qualche procedura concorsuale.

Quelli che propenderanno per una dichiarazione di fallimento e si metteranno, ignudi, nelle mani dei creditori iracondi.

evasi dal compito, evasi dall'ordine,
imbrandati sotto a un trastino,
a giocarcela a nascondino
di soppiatto allo sguardo divino.

Quelli che non vedono l’ora che Natale sia finito, che hanno indetto la Grande Guerra Pro Cinismo, quelli che picchierebbero a sangue gli innamorati, i felici, i soddisfatti.

Quelli che provano disgusto per le folle umane in caccia al regalo, per le folle umane unite di rito, per le folle umane in gioiosa condivisione, per le folle umane pro avvento natalizio.
Quelli che provano disgusto per le folle umane e punto.

Quelli che, anche quest’anno, confermeranno la loro solida, stabile e inscalfibile relazione con la bottiglia di vino e l’allergia da sfogo epidermico per tutto il resto.

E il paradiso nostro è questo qua,
fuori dalla grazia, fuori dal giardino.
Va la notte che verrà non siamo più figli del ciel,
figli del ciel, figli del cielo,
ma di quei farabutti di Adamo e di Eva.

 
 
 

Homo (che cazzo) Faber.

Post n°161 pubblicato il 12 Dicembre 2006 da mia3v

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Dicembre è stato il mese dell'Uomo Scimmia.

L'Uomo con la U maiuscola e una produzione di testosterone formato famiglia, utile e bastevole anche per le generazioni future.
L'Uomo tutto muscoli, peli, frasi rudi e modi brutali.
Quello che non chiede, non abbisogna, non teme e, spesso, nemmeno pensa.
L'Uomo da cui farsi sottomettere per recuperare l'ancestrale versione del foeminis sexus.

Dicembre è stato il mese del "provo a fare la donna e magari scopro che pure mi piace".

Dopo aver scalato in ascesa e discesa ogni categoria di uomo esistente, dovrei aver capito che fare la donna proprio non mi riesce.
E stare con il fratello dell'Uomo delle Caverne ancora meno.

Ma l'esperienza non porta consiglio, saggezza tantomeno.
E sulla scia dell'Ormone Del Rude mi sono fatta fregare.

Cercando l'apoteosi del senso di protezione tra le braccia di un colosso di due metri per centoventi chili.
Scongiurando le divergenze linguistiche, convinzioni ataviche di congiunitvi che si trasformano in controindicazioni farmaceutiche e sintassi in una qualche rara malattia venerea.
Soprassedendo a inconciliabilità attitudinali e ideologiche di ogni sorta.
Per sfatare il mito che mi vuole una snob dell'intelletto e un'intransigente della collocazione politica.
Per una voglia irrazionale dell'innamoramento a sorpesa.
Che, inevitabilmente, si trasforma in una macumba ballata furiosamente sui tuoi stessi organi interni.  

Queste le violenze degli ultimi giorni.

1-"Leggere non fa per me, mai fatto. Ah sì, forse una volta. C'avevo un libro che parlava di un tipo che si chiamava non so come e che faceva delle cose. Così. Non è che mi ricordo tanto. E poi mi stufo".

E tu pensi: suvvia, non è che sia così importante.
Un'invasata del supporto cartaceo, all'interno di una coppia, è più che sufficiente.
E non è poi così grave se non conosce Moravia, se Bukowski crede sia un locale per transessuali e Benni il soprannome della mia amichetta svampita.
Non dissertermo di correnti letterarie e premi Strega.
E Alda Merini e Boudelaire li terrò chiusi in un cassetto per evitare che li confonda con le istruzioni in cirillico della nuova lavatrice.

2-"I Subsonica?E chi sono? Pearl Jam, Alice in Chains? Mai sentiti. Capossela, Guccini? Ma che razza di musica ascolti? Io sono andata solo una volta al concerto degli AC/DC e ho fatto a botte un sacco".

Ti senti male.
La profanazione del tuo olimpo delle sette note ha il sapore dell'eresia.
Ma spinta da non so quale forza ingoi la disperazioni.
E ti dici suvvia ancora una volta, non è importante. Ci saranno altri terreni di possibile condivisione.

3-"Ho il busto di Benito a casa. Eh sì, col fascismo si stava bene. Ma non è che dico che ha fatto bene ad ammazzare tutta quella gente, quello è stato un errore. Però vado sempre a mettere la firma nell'anniversario di quando è morto".

Adesso hai le bolle,l'ebola e la gastrite attaccata all'esofago come un koala.
Hai anche l'impressione di aver preso una malattia a trasmissione sessuale.
Al solo pensarci.
Ti senti svenire ma ancora non si può desistere.
Pensi suvvia per la terza volta, e lo ripeti una quarta e una quinta per sedimentare la convinzione, non parleremo nemmeno di questo.
Non è poi la coscienza politica che fonda un individuo (?).
Ci saranno altri splendidi aspetti nascosti che attendano di essere magicamente portati alla luce.

Poi si aggiungono altre uscite serali, inframezzate da dissertazioni (mie) sull'individualismo democratico, la partitocrazia del singolo e altri ossimori sociologici, e da mugugni (suoi) in italiano chiaramente rivisitato. E nondimeno violentato.

Poi si scopre un'appartenenza agli ultrà destroidi di qualche squadraccia dal dimenticato nome, una denuncia per rissa e un sessismo dissimulato, malissimo, dietro frasi dal sapore inquisitorio.

"Con quanti sei andata a letto?Come non me lo vuoi dire? Cosa c'entra la libertà? E adesso? Se stai con me vedi anche  altri? Cosa vuol dire che sei una monogama seriale? Ma come cazzo parli? Mi stai facendo sudare."

La convinzione che no, non ce la posso fare, matura in trenta secondi netti.
Mandando all'aria la mia voglia di condivisione, di amore e idillio e due.
"Non puoi andare via così", "certo che posso, lo sto facendo", "non è normale questo comportamento", "sono fatta così, mi dispiace", "non te lo permetto", "non ho chiesto permesso".

Mi vesto battendo il record mondiale  del numero di capi indossati per frazione di secondo e mi lancio verso la via di fuga sotto forma di portone di casa.

Fuori, sulla strada, mi sento una sopravvissuta.

Rinnuncio a bicipiti enormi, spalle da armadio quattro stagioni, fascino rude ed essenza di uomo al di fuori di diatribe sulla confusione sessuale.

Rinuncio a tutto.
Per parlare di correnti letterarie, premi Tenco e sistemi partitici allo sbaraglio.
Il tutto in italiano scandito da termini forbiti e desueti e da digressioni dall'esatta consecutio temporum.
Per parlare anche da sola, se del caso.

I pompini, raziocinio recuperato docet, li faccio solo alla mia enorme autostima.

 
 
 

Violentemente Mia.

Post n°160 pubblicato il 18 Novembre 2006 da mia3v

Ho riflettuto a lungo sulla mia vita, le sue declinazioni e le sue molte degenerazioni.
Ho fatto liste, tabulati, indici di gradimento.
Ho stilato classifiche sugli obiettivi ante trenta e post trenta.
Ho deciso cos’è che voglio e cosa aborro.
E ho preso, tout court, la mia risoluzione.
Adesso scrivo da una landa esotica e desolata, al mio fianco un jamaicano iperdotato che mi fa godere dell’essenza della passione transnazionale.
Fumo marijuana senza preoccuparmi di Fini, Giovanardi, Turco. Di restrizioni e di aperture.
Non leggo più giornali che m’insegnano a far innamorare un uomo, il trucco per catturarlo e quello per non farlo scappare, l’essenza dell’orgasmo maschile e l’invenzione suffragetta di quello femminile, i mille modi per alzare il culo e abbassare la pancia, la cucina macrobiotica e la blefaroplastica.
Non leggo più quotidiani, surreali storie di Governi in crisi per Finanziarie a strappo, diatribe su cessi unisex e papati in crisi per satira televisiva.
Non guardo più la televisione, quiz cerebrali per cerebrolesi e donne nude che invocano il rispetto per la loro intelligenza sommersa.
Non lavoro più al bar.Ho smesso di correre, scivolare e cadere tra i tavoli del bar dei seguaci del testosterone.
Ho messo a tacere la frase diplomazia dell'anno 2006 " Se fossi eterossessuale saresti la donna della mia vita”.
Non pulisco più  il bagno grande e il bagno piccolo tre volte al giorno, e non passo nemmeno più il battitappeto.
Me ne frego della pancia-alpina e delle calze contenitive.
Della ricrescita selvaggia del sopracciglio e delle doppie punte del capello stressato.
Adesso vivo al di sopra delle categorie di uomini inadatti e donne difficoltose. Di carriere in fieri e stipendi minimi.
Nessun problema di età pensionistica, tfr e cinque per mille.
Indulto, cellulite, globalizzazione, pillola abortiva, suv.
Li ho lasciati dall’altra parte del mare.
Adesso faccio sesso minimo cinque volte al giorno, con uomini e donne indistintamente. E senza  dover dichiarare, mezzo stampa, di essere innamorata.
Nessuno più mi domanda, petulante, “e il fidanzato?”.
Il rutto è libero, l’opinione pure.
Vivo nuda senza l’ossessione dei must dell’inverno,  dei must dell’estate, di quelli della primavera e della mezza stagione.
Senza bisogno della borsa delle dive, della scarpa dell’anno, del cappotto sciancrato.
Vivo una sorta di orgasmo continuo.
E non sono i chakra.
E’ solo l’aria.

 

La realtà, a onor del vero, è che sono fagocitata dal cielo bianco del nord est, dalla nebbia alle due del pomeriggio, e dai must have di riviste sessiste pensate appositamente per donne con tendenze all’autolesionismo.
Non faccio sesso. Troppo poco, quanto meno.
E nascondo l’orgasmo dietro le giustificazioni che, spero, mi abboneranno le fiamme dell’inferno dei lussuriosi.
Mi sono appena depilata le sopracciglia e medito sui duecento addominali prima di iniziare la maratona da bar del sabato sera.
Piaccio solo agli omosessuali e a me piacciono solo gli psicotici con propensione  al surrealismo verbale e il dono della scomparsa a tradimento.
Assorbirò un po’ di sostanze psicotrope, adesso.
Scongiurando il carcere, l’ossessione del fidanzato formato famiglia e del fashion gloss perfetto per ragazze glam.

 
 
 

Il telefono dell'assurdo.

Post n°159 pubblicato il 18 Ottobre 2006 da mia3v

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Il telefono non suona. Oppure suona ma non è per me.
Oppure suona ed è il commercialista, mia madre che inveisce contro l’attimo di distrazione che mi ha messa al mondo, un tizio di cui non ricordo il nome che maledice il giorno in cui mi ha messo la lingua in bocca.
Io sono alternativamente riversa sul divano, sul letto, sul tappeto.
Ho un occhio gonfio e mi fa male lo stomaco.
Fumo una media di trenta sigarette al giorno per farmi venire l’asma entro Natale e mi ammazzo di gambe-addominali-glutei per farmi trovare in perfetta forma dal neuropsichiatra quando mi ricovereranno per demenza senile ante tempo. 
Ho rifiutato tre uscite su tre per rimanere a piangere davanti ad un film da melodramma comico, una serie tv modellata sulla conformazione cranica di una casalinga alcolizzata in amenorrea isterica, una serie di spot televisivi senza oggetto ma pieni di tette, culi, botox e sorrisi estatici.
Il telefono non suona ma è perfettamente funzionante.
Ne sono sicura perché ho controllato a intervalli regolari di due minuti e mezzo per circa 60 giorni.
E non c’è nemmeno alcun problema di recezione. Me l’ha confermato anche il tizio dell’assistenza Vodafone.
Quindi, a rigor di logica, se non suona significa che nessuno lo fa suonare.
A parte, appunto, il commercialista, mia madre, e l’innominato tipo di cui sopra.
Ci pensavo l’altro giorno, appena un istante prima di ingerire una quantità smodata di gelato in barba alle mie smanie estetiche.
Deve esistere una sorta di meta-linguaggio di cui io non sono a conoscenza.
Un metodo comunicativo in cui i significati sono stravolti e che permette alla gente di comunicare per vie sotterranee.
Un linguaggio in cui “” vuol dire “no”, “voglio” significa “nemmeno ci penso” e “ti chiamo” è l’equivalente di “spegni il telefono che il risultato è lo stesso”.
La mia ignoranza in materia mi impedisce, stando agl’ultimi scorci di cronaca, d’instaurare relazioni umane basate sulla comprensione reciproca.
Quindi, nella mia ingenua propensione al significato letterale, se chicchessia mi si incolla modello ventosa ogni volta che ci si incrocia, mi chiede di uscire con costanza e insistenza e loda la mia testa e la sua appendice, inizio a pensare che un minimo interesse, in capo al medesimo, sussista.
E se il medesimo altro non è che il soggetto proibito di tutti i voli pindarici a sfondo sentimentale degli ultimi anni la faccenda si fà complessa. Anzi, la faccenda si fà drammatica.

E infatti eccomi qui, con orzaiolo psico somatico, gastrite nervosa, testa affollata da vaffanculo seriali e ipotetiche conversazioni telefoniche con l’uomo affetto da surrealismo verbale.

- “Pronto? Ah, ciao. Sei tu? Scusa, non ti avevo riconosciuto. Stasera? No, non posso, ho un altro appuntamento. Sono impegnata in una scorribanda con le mie 25 amiche ninfomani.Abbiamo in programma una cenetta tranquilla, a base di spermicida e preservativi ritardanti. Magari sarà per la prossima volta.”

Oppure

-“Pronto? Ciao tesoro, finalmente! Mi basta sentire la tua voce e sono già eccitata. Ho giusto programmato per noi due una seratina da oltraggio alla buon costume. Sesso fino al logoramento dell’apparto riproduttivo! Come? Oh, scusami. Pensavo fossi Andrea".

Oppure ancora:

-“Pronto? Ciao spregevole alimentatore di vane speranze. No, non sono affatto arrabbiata con te. Pensavo solo che con qui capelli ti ci strozzerei e che le tue scapole starebbero benissimo sul mio comodino a mo’ di paralume. No, non sono risentita per qualcosa di cui non ti capaciti. Sono solo convinta che nutri ancora qualche possibilità di sopravvivere al tuo organo genitale.”

La reincarnazione rivisitata e femminista di Ionesco, mi sembra di essere.
Ma scevra di contenuti apprezzabili e successo letterario.

Suona il telefono.

Con indifferenza mal simulata, correndo per il corridoio e urtando contro tutti gli spigoli, afferro il telefono e leggo trasudando bramosia il nome sul display.

Minchia, ancora mia madre.

-“No, non ho ancora finito di passare il battitappeto, fare la lavatrice, pulire cucina, bagno grande e bagno piccolo. No, non ho chiamato mio padre. Cosa? Il tuo vestito nero da sera con lo spacco audace e il pizzo nero? Figurati se ce l’ho io! No, non sto dicendo che ti vesti in modo ridicolo. Dico solo che abbiamo, come si dice, gusti diversi. Non ti ho affatto dato della stupida! Quando? E non sto usando nessun tono supponente! I miei fratelli? Non so dove siano. No, non posso andare in banca e dalla tua commercialista. Devo studiare e poi andare a lavorare. No! Adesso non riattaccare con la storia che ti dico sempre di no. Che cosa?  Quando vado fuori da casa? E cosa c’entra il fidanzato, adesso? Sì, va bene, hai ragione. Con il carattere di merda che mi ritrovo non troverò nessuno disposto a sopportarmi e rimarrò sempre tra i piedi. Torni per pranzo? Guarda che io oggi non cucino. Sì, lo so, se non imparo a far da mangiare non mi sposerò mai. Immagino che sia per questo che hai un divorzio alle spalle”.

Clic. 

Il telefono è meglio spegnerlo, adesso.
Buone nuove non sono in arrivo, a quanto pare.
Ho deciso.
M’iscriverò ad un corso di economia domestica, pagherò un analista disposto a farmi superare il complesso di Elettra e di Edipo e di tutta la loro progenie e chiamerò il tizio del surrealismo verbale dicendogli che sono disposta a farmi rinchiudere nella cucina del suo bilocale per cucinargli a pranzo e a cena sformati di patate e minestre di verdura. Un’ora d’aria giornaliera. Ma solo per andare a comprargli la birra. E mi farò picchiare in silenzio quando sarà troppo ubriaco per insultarmi verbalmente. In aggiunta gli laverò con regolarità la biancheria, compresa quella della sua amante di turno. In cambio chiederò solo una telefonata ogni tanto. Solo per sollevarmi dall’incombenza di andare a chiedere al commesso della Vodafone da quali patologie recettive è affetto il mio cellulare.

E adesso passiamo alla versione credibile.

M’iscriverò all’ennesimo corso di autodifesa, mi morderò la lingua una volta in meno prima di sparare la prossima eresia sarcastica e stasera uscirò a cena e mi riempirò di vino e brindisi all’autodeterminazione dello stato civile.
Cancellerò il numero del fedifrago-marrano, tornerò a letto con il mio ex sesso dipendente e cercherò la rivincita della mia autostima in qualche oscura palestra del nord est.
Carattere di merda e un altro fallimento all’attivo. Ma una perfetta forma fisica.

 
 
 

Pornoalimentare.

Post n°158 pubblicato il 10 Ottobre 2006 da mia3v
Foto di mia3v

 

Devo fare la spesa.
In frigo manca l’insalata, il tonno, quegli strani intrugli orientali che solo a pronunciare il nome mi accuserebbero di fondamentalismo, e soprattutto manca la birra.
Allora affronto il supermercato, quello vicino a casa con le cassiere in menopausa che mi violentano ancora le guance quando mi incontrano per strada, quelle che secondo te vanno in giro con il grembiule sponsorizzato pam anche alle serate di gala. Quelle che sono lì da quando hai l’uso della memoria e che non puoi far altro che considerare il prodotto ultimo della campagna “più a meno”.

Ore 12:54

Entro, schivando ragazza con passeggino e due borse della spesa, signora con cane e una borsa della spesa, signore con bastone e mezza borsa della spesa, donna con cane, passeggino, bastone e otto borse della spesa.

Sono salva. E come inizio non è da sottovalutare.
Dirittura carrello. Ma, lapalissiana, mi mancano i due euro.
Dopo la ricerca, nemmeno fosse il santo graal, agguanto il tesoro e m’immetto in corsia di sorpasso.
Non ci si crede ma basta un’indecisione tra indivia e lattuga e l’ingorgo è assicurato.
Dovrebbero dotare i carrelli di clacson a ultrasuoni. Schiacci un bottone e l’indeciso salta in aria.
Io, invece, sono rapidissima.
Insalata già pronta, kiwi già confezionati, il pane meglio evitare,  yoghurt dietetico e cous cous alla marocchina.
Tre pacchi di caffè, biscotti al caffè e caramelle al caffè.
L’unico istante d’indecisione nel reparto bibite. Meglio la Carlsberg in lattina o la New Castel in bottiglia?
Mentre pensieri massimali mi s’intrecciano nella corteccia cerebrale, ecco la Distrazione.
E Mina mi strilla nelle orecchie.

 

Ma chi è quello lì
Con le cosce come copertoni
Quello lì, quello lì
Vicino al banco dei peperoni


 

Dev’essere un nuovo acquisto.
Ha una certa classe nel dividere il thè deteinato da quello normale.
Due gran begl’occhi, davvero.
Però, anche visto dietro…
La spesa al supermercato diventerà il mio sport alternativo.
Finirò in miseria tra casse di thé, formaggi sintetici e pane preconfezionato. Già lo so.

 

Io lo devo conoscere assolutamente
O mi scoppia la mente
Poi non vivo più
Se mi invento qualcosa
Un idea brillante
Ce ne ho sempre tante
Che mi tirano su.

 

 

L’estasi viene bruscamente interrotta.
Una signora riposseduta dal demone dell’occasione mi investe con il suo carrello fuori serie.
Si regge a stento sulle gambe ma tra le corsie risulta invasiva quanto in tir in corsia di sorpasso.
Mi distrugge un piede pensando, probabilmente, al rincoglionimento dei giovani d’oggi, e si allontana inveendo in lingua senile.
Ritorno al commesso.
Il “più a meno” varrà anche per lui?
Uau! Un discount dell’approccio sessuale!
Immagino già l'amplesso tra i pelati, la farina e le olive ascolane.

 

Scusi…
Scusi lei…sì, lei
Mi consiglia i pomodori migliori?!
Sono stanca di andare in giro,
Quelli lì ?!
Quelli lì con l’etichetta a fiori?!
Ah.. un consiglio prezioso
Sa… vivo da sola
E sono molto golosa…

 

No, forse non è proprio una frase alla mia portata.
E i pomodori, tra l’altro, li ho già nel carrello.
Proverò con un avvicinamento più morbido.

-“Scusa, mi sapresti dire dove sono le uova? Non riesco proprio a trovarle”

E mi guardo in giro, tra gli scaffali, con aria spaesata.
Poi penso: merda, sono nel reparto detersivi.
Poi penso: merda, non crederà che le uova siano una sorta d’invito alla pornogastronomia?
Non penserà che gli stia chiedendo di fecondarmi?

- “Terza corsia, in fondo sulla sinistra”. E torna allo sballaggio dell’acqua minerale.

 

…e intanto lui se ne va
No!… e io continuo a parlare
E non mi ascolta più
E in tanto lui se ne va…
E intanto lui se ne va…no
E intanto lui se ne va…noo
E intanto lui se ne va…no noo

 

 

Vado a  Penso che forse avrei dovuto truccarmi un po’, che le mie scarpe con il tacco a spillo sarebbero state perfette, la fibbia in perfetto pendant con il carrello, che il vestito con le paillettes avrebbe reso di più dei jeans con la felpa di mio fratello.
Torno all’attacco. Con il neo acquisto a doppio senso, le uova maxi.
prendere le uova, per coerenza.

 

Ma chi è quello lì
Con le cosce come due tinozze
Quello lì, quello lì
Che sta passando vicino alle cozze

Io lo devo conoscere assolutamente
Vado lì…
Glielo dico e non ci penso più
Non sarà elegante
Anche se si offende
Non mi importa niente
Non resisto più 

Senti tu…
Mi fai un buco nel cuore…
Una roba… banale…
Ma mi piaci…così
Non andar via…
Resta qui…
Resta ancora…

 

Gli passo di fianco quattro volte. Reparto ortofrutta andata e ritorno.
Sorrido furtivamente e mi fingo impegnata in una dissertazione esisenziale sull’importanza della frutta di stagione in una dieta bilanciata.

-“Ciao, scusa, sono ancora io. Mi chiedevo: esiste una differenza sostanziale tra le arance e i mandaranci? Non l’ho mai capito”.

Penso: merda, a questo punto avrei potuto chiedergli se è vero che il kiwi ha benefici effetti sull’attività intestinale.

Se n’è andato
Non capisco perché
Non lo doveva fare
Ci ripenso, mentre scelgo il caffè
Ma poteva restare
Mah…la voglia mi passa
Mi avvicino alla cassa
Non ho niente più da fare qui
Sono molto delusa troppo
E mi sono anche rotta

 

Sarà omosessuale, per forza.

Sono le 13: 40.
Quasi un’ora per comprare quello che richiederebbe massimo dieci minuti del mio prezioso tempo. Cassa inclusa.
Quasi un’ora. E nel carrello ci ho messo pure l’immagine della paranoica alimentare poco avvezza ai supermercati.
Mi metto in coda, di fianco a me la recalcitrante dal carrello-turbo a pieno carico.
Tutti quelli davanti a me non trovano la moneta per avere il resto giusto, non trovano il portafogli, si fanno distrarre dal cellulare con suoneria dolby surround, si fanno innervosire dal pargolo in crisi isterica.

Esco, e respiro finalmente lo smog a pieni polmoni.
Sono le 14.
Arrivo a casa, carica di borse della spesa, posta vecchia di giorni, due vanity fair, corriere della sera e gazzetta.
Penso che la spesa non diventerà il mio sport alternativo, che non voglio un uomo che non sappia la differenza tra arance e mandaranci, che non sappia risolvere i miei dubbi esistenziali.
Penso che d’ora in avanti la frutta la comprerò solo dal mio fruttivendolo sessantenne.

 

E per pranzo uova all’occhio di bue.

 
 
 

Anni a Vapore.

Post n°157 pubblicato il 06 Ottobre 2006 da mia3v
Foto di mia3v

"Come i treni a vapore
come i treni a vapore
di stazione in stazione
e di porta in porta
e di pioggia in pioggia
e di dolore in dolore
il dolore passerà".

Come treni sono passati questi anni.
Alcuni in orario, altri in ritardo annunciato, altri ancora in ritardo imprevisto.
E c'era sempre qualcuno ad aspettarli oltre alla linea.
Qualcuno infastidito, qualcuno nervoso, qualcuno rassegnato.

Ma i treni non seguono le persone, le loro esigenze palesi e quelle nascoste.
I treni seguono l'orario dello Stato.
Parafrasando, l'orario del casuale.
Quell'orario che non si cura del ritardo sul lavoro, del ritardo sull'amore, del ritardo sulla vita.
Quell'orario che esiste solo per essere accettato oppure perduto.
Come una porta che si chiude e un fischio poco prima ad annunciarlo.

Come treni, questi anni.

Ci lasci sempre su qualcosa che mai avresti potuto dimenticare.
Li perdi sempre quando sarebbe stato fondamentale salirci in orario.
Non obliteri il biglietto quell'unica volta che il controllore aveva le mestruazioni.

E mi sembra di essere davanti al tabellone "treni in arrivo", adesso.
Destinazione non ricordo, ma orario sbagliato.
Un orario già passato. Forse da alcuni secondi, non di più.

Le ruote  hanno smosso la polvere, i vagoni l'aria, le aspettative il tempo.

Ma tu cercavi l'obliteratrice, i cinque centesimi per il cassiere, i settanta per il bagno, gli occhiali per leggere il numero del binario, l'accendino per l'ultima sigaretta di sveviana memoria.

Eil treno se n'è andato, la tua aspirazione con lui.

Aspirazione ad una puntualità lavorativa, una puntualità mentale, una puntualità di cuore.

Puoi rimanere oltre la linea, a pensare a quello che se n'è andato tra i vagoni di seconda classe e l'odore di sudore stagnante del passeggero strenuo viaggiatore, o pulizia fobico, che avresti avuto al tuo fianco.
Puoi rimanere lì a pensare alle stazioni di passaggio, al rumore delle pagine di un libro che, a ritmo storpio, si girano  una dopo l'altra.
Al pianto di un bambino, alla conversazione sovra dosata di un telefonista invasato, agli sguardi insistenti di un ragazzino diciottenne.
Puoi pensare alla stazione d'arrivo, alla folla di valigie umane che si arrampicano per le scale, alle cento sigarette che si accendono oltre la soglia della proibizione legale.

Puoi pensare ai mille viaggi che hai fatto e hanno avuto una destinazione, che magari ti hanno deluso, perchè il paese che cercavi era diverso da quallo cha hai trovato.
Che magari ti hanno stupito perchè oltre le scale del vagone puzzolente non aspettavi nient'altro che una sosta passeggera.

Ma quell'ultimo treno l'hai perso.
E quell'ora che viene dopo non ha più nessun sapore se non quello dell'immaginazione frustrata.

Come treni a vapore.

Perchè passano, lasciano dietro il fumo che non è nient'altro che un ricordo percorribile solo con l'olfatto, con la nostalgia, con la vana speranza.

Perchè se li perdi non saprai mai cos'avrai perso veramente.

"Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno perché voglio sognare
e nel sogno stringo i pugni
tengo fermo il respiro e sto ad ascoltare".


Il dolore passerà, tra stazione persa e stazione trovata. Forse.
Passerà tra quel biglietto ragionato e quello timbrato in un attimo di aporia razionale.

E io sogno, anche nella stanchezza di un paesaggio che tra i chilometri percorsi sembra non poter mai cambiare.  

Ascolto.
Quello che ho visto, quello che ho trovato, quello che ho immaginato.

Ma passa, ogni cosa.

Anche se il "panta rei" non è altro che una rassicurazione dell'uomo contro l'effimero.
Sia dolce o amaro che sia.

Voglio la prossima fermata, il prossimo paesaggio, il prossimo biglietto comprato anche se magari non ne vale la pena.

E ancora un dolore, una pioggia e una stazione. 

Un anno a vapore.

Inconsistente, insubordinato.
Senza forma e con troppo odore.

Una anno a vapore.

Per raccogliere sul mio vagone quello che incontro per ogni strada.


 
 
 

Domus Morphei.

Post n°156 pubblicato il 24 Settembre 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Ore 5 a.m.
Apro la porta di casa, scarpe in mano e trucco “non c’è ma –non si sa come- si vede pure troppo”.
Rovescio carne, ossa e vesciche in corridoio e arranco fino al miraggio post lavorativo, quello strano oggetto chiamato materasso.
Ortopedico, doghe in legno e sindrome da abbandono.
Inciampo, nell’ordine, in un casco da ciclista, in una palla da rugby, nello sgabello del pianoforte.
Provata da otto ore in teatro tra servi di Butterfly e personali difficoltà sentimentali, affaticata da sei ore di staffetta lavastoviglie-tavolo apparecchiabile/sparecchiabile, incazzata per una promessa non mantenuta, per un uomo non compreso, per un moijto fatto con il basilico con estrema convinzione, per giunta.
Alla fine, quattro dita dei piedi in meno, sono preparata all’approdo.
“Ecce Materasso!”.
E che con Morfeo sia deposizione delle armi, per questa notte almeno.

Fu così che il sonno prese il sopravvento sulla coscienza e mi si delineò nella mente, con nitidezza incontroversa, il significato ultimo e primo de “ il sonno della ragione genera mostri”
E che non mi vengano a parlare dell’inquietudine dell’Urlo munchiano.
I sostenitori del mal di vivere devono, quantomeno, essere coscienti del pericolo espresso nell’adagio onirico.
E infatti, tutti quei mostri erano lì.
Annidati nel rilassamento dei sensi, nell’arrendevolezza della lucidità.
Pronti a sferrare l’attacco e a giudicare risibile, se non addirittura ingenuo, il mio estremo bisogno di rilassamento.
L’Utopia, quella vera, è l’encefalogramma piatto in costanza di vita.

Comunque, dicevo, fu così che il sonno prese il sopravvento sulla coscienza.
E il risultato  fu il seguente.

Aula di tribunale.
Giudice, giuria, accusatore.
Imputato avvocato di sé stesso.
Pubblico in delirio, in sindrome da linciaggio non richiesto. Giornalisti e fotografi in tensione agonistica.
Giurerei di aver intravisto anche  qualche bandierina americana sventolare
Jhon Grisham, mi sembra chiaro, non deve avermi lasciato contributi sottovalutabili.
Il verdetto: colpevolezza.
La pena: 36 anni di pena detentiva senza condizionale.
L’imputato, che nella fattispecie era impersonato dalla sottoscritta, invocava la legittima difesa.
Negata.
L’uomo che avevo ucciso con un colpo di arma da fuoco, una pistola a tamburo di cui non ricordo altri dettagli, non mi avrebbe mai sparato.
- “Non è possibile basare la condanna su una mera ipotesi d’intenzione”, asserivo nell’inutile tentativo di frenare la disperazione di una condanna già pronunciata.
- “Portatela via”.
Le ultime parole prima della galera.

E poi una brandina, io seduta sopra in lacrime che pensavo che 24 più 36 fa 60, che 36 anni non sono un metro temporale alla mia portata, che non sarei sopravvissuta, che mi sarei certo uccisa prima.
Una telefonata, l’ultima, a mio padre. Mio padre che un po’ mi condannava e un po’ mi assolveva.
Che accettava la mia idea di un suicidio come surrogato dell’omicidio penitenziario legalizzato.

A quel punto, mentre i minuti diventavano giorni e il pianto sembrava non avere un indicatore finale, la coscienza mai doma si è inserita nel sogno.
“Smettila di angosciarti, è un incubo. Non sei in un carcere e non hai ucciso nessuno. Cambia sogno e cerca, se non di vivere, almeno di dormire serena”.

Detto fatto. Un sospiro di sollievo e lo scenario cambia.

Sono a Torino e devo preparare un esame, l’ultimo, entro l’11. Di che mese non è dato sapere.
Ma ci sono troppi ostacoli.
Parlo con chi non so e gli spiego: “ Io devo anche lavorare. Ho il giornale che non posso abbandonare, il teatro a cui non mi posso sottrarre, il bar a cui non posso rinunciare. Non riesco a studiare tutta questa roba entro così poco tempo”.
E partono le orde barbariche di giustificazioni volte a procrastinare la laurea.
Le solite. Sempre le stesse anche nella domus morphei.
Ma poi arriva una telefonata.
Quella che salverà il mio senso d’incompiutezza a scapito dell’esistenza del mondo intero.
Al telefono è un qualche rinomato scienziato, o geologo o chi per esso.
Qualcuno, comunque, che conosce bene i processi evolutivi della terra. Dal buco dell’ozono a tutto quello che ci sta intorno.
- “Prendi una bottiglia d’acqua e riempila fino a un quarto”, mi dice.
Io eseguo.
-
Adesso aspetta due ore, poi ti richiamo”.
Aspetto due ore. Il livello dell’acqua cresce visibilmente, allo scadere delle due ore la bottiglia è piena. Due ore e un minuto dopo la bottiglia esplode. Acqua bollente e pezzi di vetro ovunque.
Il luminare mi richiama.
-
“Questo è quanto sta succedendo alla terra. Un processo di surriscaldamento che la porterà all’esplosione. Nel giro di pochi giorni di noi e del mondo non rimarrà più niente”.
Armaggeddon, penso.
Dannati americani, penso ancora.
Tra libri e film hanno portato a compimento il già ben avviato processo della mia distruzione psicologica.

Stelle e strisce a parte, il richiamo della famiglia fà tutto il resto.
Abbandono Torino, dove  per altro la mia presenza non era in alcun modo giustificata.
Torno a Verona.

Lo scenario cambia di nuovo.

Sto attraversando il Ponte della Vittoria per arrivare verso casa.
Ma intorno è solo silenzio. Nessun suono, nessuna macchina.
Nessuna signora a passeggio con il cane, nessuna donna a passeggio con il bambino, nessun signore a passeggio con la bicicletta e il giornale nel cestino.
La strada, i semafori, il fiume.E’ tutto in bianco e nero. Anzi, seppiato credo di poter dire.
Giro l’angolo della Via Delle Banche e incrocio lo sguardo del giornalaio.
E’ stranamente giovane, trent’anni in meno degl’effettivi. A spanne.
E sta piangendo.
Io non so ma, in quel momento, inizio a capire.
Siamo andati alla guerra.
E nella Via Delle Banche, da un momento all’altro, si materializzano migliaia di soldati, tute mimetiche e fucile.
Sono schierati di fronte al Bar, Rapid foto e l’Autoscuola. Sparano a raffica. Contro mulini a vento.
Non distinguo aggrediti da aggressori, alleati da nemici.
Il piombo e ovunque, dall’alto e dal basso, dalla strada e dal fiume.
Non esistono più angoli dietro cui nascondersi, portoni dentro cui infilarsi, strade da imboccare per allontanarsi da quel rumore che non sa di uomo né di macchina. Che non sa di niente. Solo di rumore.
Mi butto per terra, vicino al giornalaio giovane che piange ancora con la sua faccia seppiata e ad una ragazza con la coda di cavallo che aspetta un autobus che, lo sa anche lei, non arriverà mai.

Poi mi sveglio.
Sono ancora nel mio letto, nella stessa posizione che avevo cinque ore prima. Pancia in giù  e testa sotto il cuscino. Mani sotto la pancia e coperta sopra il cuscino.
Apro gli occhi e penso: “Grazie al mio dio ateo, sono viva anche stamattina”.

E che si lasci il responso del mio delirio notturno alla psicologia spicciola, quella da manuale in volumi scomponibili che vende anche il giornalaio settantenne che lavora all’angolo tra il Ponte della Vittoria e la Via delle Banche.

Queste le possibili, o plausibili, interpretazioni:

- Mi sento ingabbiata in questa vita e i miei errori li giustifico alla luce della legittima difesa.
Sbaglio per sopravvivere, perché a vivere davvero non ho imparato ancora.

- Odio gli americani e il loro spirito pseudo artistico omnicomprensivo e ipertrofico.

- L’università, a rigor di logica, mi angustia. Il lavoro pure.
E il mondo che esplode potrebbe essere una giustificazione valida al disertare un esame ancora.
Al dire ancora mi laureerò domani-chissà.

Oppure.
- Legge trenta, riforma Moratti. Precarietà, flessibilità, dilatazione dei tempi, stipendi minimi, carenza di guarentigie.
Un’ esplosione che dal formale allunga i suoi tentacoli al sostanziale.
Dall’implosione della società all’esplosione dell’emisfero terrestre.

In ultimo.
- La Via delle Banche non porta verso casa.
E si torna indietro mascherando il regresso con il millantato progresso.
Guerra Mondiale e Guerra Fredda prima.
Guerra adesso, in Medio Oriente e ovunque un microfono, una macchina fotografica o una penna non si diano la pena di arrivare.
E Guerra Silenziosa adesso, qui da noi.
In quella strada che ti porta verso casa e che la casa non te la fa trovare.
Dove non sai chi sia contro e chi con te, non capisci il Nemico immaginario contro cui i fucili sono rivolti.
Ma il pericolo non hai bisogno che qualcuno te lo spieghi.
Lo senti come se una pallottola ti avesse già raggiunta, magari senza nemmeno ucciderti o ferirti.
E ti butti per terra. Senza angoli o portoni o barriere.

Puoi solo sperare che tutto finisca, come un sogno mal riuscito.
E ringraziare quel tuo dio,comunque tu lo definisca, che si chiama vita una mattina ancora.

 
 
 

Un Cassonetto Blu.

Post n°155 pubblicato il 13 Settembre 2006 da mia3v
Foto di mia3v

 

Sono due settimane che il mio materasso invoca -urlante- un po' di compagnia.
Sono due settimane che la caffeina fà da dispotica padrona del mio sistema nervoso.
Sono due settimane che concetti filosofico-economici esautorano il mio emisfero cerebrale dalla capacità di percepire la realtà sensibile.
Sono due settimane che la parola “alcol” mi provoca ribrezzo e istantanea ubriachezza indotta.
Sono due settimane che vivo l’alienazione del mio corpo e della mia testa dal genere umano con mesta rassegnazione.

Lettera morta, la normalità della mia vita.
Ambizione ultramondana, l’equilibrio degli istinti e delle esigenze.

Dall’ edonismo all’ascetismo.
Dalla follia sfrenata alla segregazione completa.
Dall’agire al pensare, dall’urlare al sussurrare muto.

E spengo un altro giorno, un altro fagotto di ore che ho rubato dal cassonetto della raccolta differenziata.

Normo dotati in quello verde, diversamente dotati in quello blu.

E da quello blu  -ve lo spiegherà il Prof. De La Palisse- ho attinto con acritica esuberanza.

Vado a consolare il mio materasso, adesso.

A riversargli addosso un po’ di caffè, un’altra sigaretta, e qualche storto pensiero sparso.

Domani la sveglia, un cassonetto blu, e un po’ di quell’ “imprevisto” che accarezzo in ogni azione.

 

  

 
 
 

La Fine di Un Amore Mai Nato.

Post n°154 pubblicato il 30 Agosto 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Il mio cactus è morto.
Credo si sia suicidato.

L'ho trovato sull'asfalto con tutte le sei teste mozzate.

Un volo di tre piani per fuggire da un amore che creava dipendenza e non forniva certezza di compensazione.

Lui era costretto ad amarmi, perchè aveva bisogno di me.
Io avevo la sua spinosa vita nelle mani e nessuna costrizione di sorta.

Lui si sentiva trascurato.
Io non me ne sono nemmeno accorta.

Lui chiedeva acqua e sole e io sentivo solo la mia sete e il mio bisogno di calore.
Lui, infine straziato da richieste sempre frustrate, ha preferito il giardino urbano al mio balcone.

Ora i suoi aculei spezzati e inoffensivi li calpesterà qualcun altro.
Senza accorgersene.
Come inascoltata è defluita la sua richiesta d'amore.

E io continuerò ad andare, mai doma, alla ricerca di quella spina che mi sappia ferire per davvero.

 
 
 

Del Delirio Areniano, la parte conclusiva.

Post n°153 pubblicato il 26 Agosto 2006 da mia3v

Sta per finire anche questa stagione areniana. 
Una stagione fatta di parrucche e trucchi surreali, di tragedie liriche consumate su un palco all'aperto, di costumi da preti, toreri e guardie egizie.
Sta per finire e io rimetto le parrucche dei soldati nelle scatole da spedire.
Le calotte degl'eunuchi, i copricapi dei portatori di Radames, i cappelli degli schiavi.
La polvere areniana mi si è attaccata addosso come ogni anno, nella testa ancora l'ultima chiamata all'interfono.
Anche stasera, il solito copione.
Il direttore di scena, la voce che riempie i corridoi, gli arcovoli, camerini e cameroni.
"Manca mezz'ora all'inizio dello spettcolo. In bocca al lupo a tutti".
E ancora: primo segnale, secondo segnale, terzo segnale.
Le luci della sala che si abbassano progressivamente fino al completo spegnimento, il vibrato del gong, il segui persona che accompagna, illuminando il percorso, il direttore d'orchestra al podio per la penultima sera.
E lo spettacolo inizia.
Nel camerino baldi giovani figuranti e meno baldi e meno giovani coristi si alterneranno per il trucco all'orientale e i capelli pettinati secondo modalità opinabili.
Ci saranno le solite voci, la solita euforia da bar sport, il solito alternarsi di complimenti e recriminazioni.
La comparsa che sbaglia l'uscita, che si dimentica la portantina in attrezzeria causa ennessima birra annacquata del bar 37.
Il corista grasso e ripugnante che entra in camerino cantando e raggiunge con rapidità l'effeto sfollamento. Che sia kebab o puro sudore non è dato sapere.
E ancora una sarta che intreccia un turbante, un aiuto regia che sussurra oscenità via radio all'annunciatrice all'interfono.
Macchinisti che trasportano pezzi di un mondo distante attraverso i corridoi affollati di gente in abito da scena, gente in abito da sera, gente in divisa da lavoro.
E mentre Madama Butterfly andrà incontro alla sua personale tragedia, dietro le quinte l'atmosfera sarà quella di un'ennesima chiusura.
Feste nei cameroni, sui gradini degl'arcovoli, spritz bevuti davanti al bar di servizio, seduti sull'ulivo secolare di cavalleria rusticana, sul caretto di pagliacci, su un pezzo di scenografia non ben identificata.
Macchinisti con avvitatori, attrezzisti con tenaglia, truccatrici con pennelli, sarte con aghi, elettricisti con la cuffia, registi con la radio.
E ancora i porta strumenti vestiti di blu che spingono un'arpa passando per l'arco centrale, siparisti che dormono in attesa del cambio d'atto, comparse che giocano a carte truccate da servitori orientali.
E' un meta spettacolo, quello dei corridoi areniani.
Un villaggio che vive per tre mesi all'anno negl'arcovoli di un monumento romano.
L'umanità è varia, molto spesso eventuale.
L'aria che si tocca con le dita è quella di una festa che non si ferma nemmeno quando le luci si alzano e gli artisti vengono chiamati sul palcoscenico per gli applausi.


L'Arena è come un tasso alcolico mantenuto costante per un'estate intera.
E' viscerale, omnicomprensiva.


Sono sei anni che respiro quest'ossigeno modificato.
Da quando, intimorita, camminavo tra gli arcovoli a testa bassa ed evitavo di passare davanti ai cameroni degl'uomini per paura del testosterone.
Da quando truccavo e arrossivo per la vicinanza estrema con un ennesimo sconosciuto dall'inclinazione artistica.
Adesso non arrossisco, la testa è alta, la battuta sempre tra i denti in attesa della prossima strategia difensiva.
Adesso sono cresciuta, ma il delirio areniano mi scorre un po' come se non l'avessi mai assaggiato prima.
E quando anche l'ultima parrucca sarà stata imballata, l'ultimo pennello pulito nella trielina, ripenserò già con nostaligia a questi tre mesi da addetta ai lavori di un mondo surreale.
Mi mancherà il disgustoso spritz bevuto sul carretto dei macchinisti, le feste nei cameroni dove di lirico non entra mai nulla, solo rum e battute da stadio, il trucco sbagliato ancora una volta, una parrucca che mille forcine non riescono a fissare.
Mentre servirò il prossimo cliente al bar penserò a quella promiscuità di ruoli e attitudini che ti apre la visuale su dimensioni che difficilmente conoscerei al di fuori.
Penserò alle guardie blu di Aida, ai toreri di Carmen, ai vescovi volanti e agl'abatini di Tosca.
Penserò a quel pagliaccio a cui non sono mai riuscita a disegnare la bocca dritta, a quel soldato della fucilazione a cui avrei messo la parrucca anche venti volte in una sera.
E ci sarà spazio anche per tutti quelli che ogni sera sono entrati nel mio camerino.
Spesso con qualche ridicola pretesa, molto più spesso per un po' di compagnia.
Un migliaio di persone, di cui ormai conosco il nome.
Ogni tanto anche la storia, qualche volta le aspirazioni.
Staranno chiusi in una scatola imballata, per tutto l'inverno.
Insieme alle barbe e ai baffi finti.
Alle parrucche stile settecento e alle calotte di lattice.
Spero di tirarle fuori, un'altra estate ancora.

E adesso vado, ad aprire la porta del mio camerino per la penultima serata di lirica stonata.

 

 
 
 

Ars Amandi

Post n°152 pubblicato il 24 Agosto 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Situazione topica.
Attori: tu e lui.
Locus comissi delicti: una casa nella migliore delle ipotesi. Una Smart nella peggiore.
Un divano, un letto.
Agenti esterni: magari qualche bicchiere di vino o qualche sostanza psicotropa disinibente.
Minimo comune denominatore: l’attrazione sessuale.
Circostanza aggravante (dell’attrazione sessuale): lui è da mesi che tenta la strategia più appropriata per circuiriti. Non perde occasione per infilare, tra una parola,un caffè o un incontro fortuito, vari tentativi di approccio.
E tu alla fine hai ceduto.
Sei nella sua tana per un motivo che conosci senza possibilità di fraintendimenti.
E dopo mesi che pesi e soppesi l’evenienza, il grado di voglia si è assestato su livelli da richiedere legittimamente lo stato di necessità.
Il copione si svolge senza intoppi o deviazioni sostanziali dall’iter ordinario.

Fino ad un certo punto.

Modus operandi: sopraggiunge, inaspettata (da te) o temuta (da lui), la mannaia dell’eros.
La cilecca con tutte le "c" maiuscole.

Le possibili reazioni a tua disposizione sono le seguenti:
- tenti imperterrita di riportare l’eros nel binario dell’evoluzione, metti in pratica quanto sai e anche quanto solo immagini. Se fallisci ti sentirai uno schifo, se invece dovessi aver ragione del crollo crederai di essere la reincarnazione “a gratis” di Moana Pozzi.
- prendi la via della rassicurazione materna. Percepisci l’inconveniente come un problema esculsivamente testosteronico, come uno spiacevole arresto della tua personale gratificazione.
Dici “non ti preoccupare, sono cose che capitano, magari sei stanco, forse hai bevuto troppo, sarà per la prossima volta, tra un po’ ci si riprova”.
- precipiti nel panico da inadeguatezza. Inizi a pensare di essere sensuale come il suo comodino disadorno, di avere la capacità evolutiva di una scopa di saggina, di avergli ucciso la voglia forse per colpa di quei maledetti chili di troppo che ti hanno agguantata modello koala.
A quel punto puoi solo rivestirti, finire birra, vino ed eventuali, fumare mezzo pacchetto di sigarette e andare a cercare in edicola un manuale di sesso tantrico in vhs.

L’uomo, in qualità di detentore del corpo del reato, addurrà attenuanti standard sperando in una riduzione della pena o in un atto di clemenza.
Tra i più ricercati, senza dubbio, l’amnistia.
Pena e reato cancellati da un sorriso comprensivo.
Cosa pensi davvero in quei momenti di impaccio carnale non è dato sapere.

Ipotesi:
- Cazzo. Forse tutto quello jagermeister non avrei dovuto berlo.
- Da qualche parte sarà rimasto quell’aiutino farmacologico di cui fa uso forsennato il mio coinquilino?
- Questa qui farebbe passare la libido anche ad un galeotto appena graziato dall’indulto. Adesso come me ne libero?

E queste sono solo voci che si srotolano sui binari paralleli delle menti degl’interpreti.
Voci che non prenderanno mai suono concreto per mettere a tacere gli animi agitati degl’amanti frustrati.
Tu fumerai una sigaretta, lui accenderà la televisione.
Il tutto facendo finta che il chakra abbia avuto il suo silenzioso corso.

Se non sei una donna di ferro della gioventù hitleriana passerai giorni a flagellarti, a condannarti per aver rifiutato le lezioni di sesso gratuitamente impartite dal tuo amico gay, a considerarti l’evoluzione storpia di una monaca di clausura.
Se lui è un uomo standard non crederà di doverti rendre partecipe del problema.
Misoginia sessuale: l’ormone è mio e me lo gestisco io.
E starà ad accudire il suo fratello dispettoso senza pensare alla tua autostima in caduta libera sulle ceneri dell’eros.

 

 
 
 

800 Uomini.

Post n°151 pubblicato il 17 Agosto 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Gliel’ho detto che non sono un oggetto, io.
Lui ha detto che lo sa.
Che non si permetterebbe mai di pensarlo.
Gli ho chiesto cosa vuole.
Lui mi ha chiesto cosa voglio.
Ci siamo baciati e le risposte sono appassite nel silenzio di una passione che, forse, nemmeno esiste.
Gli ho detto di lasciarmi stare.
Non l’ho più sentito.

 

E allora ho ripreso la ricerca estenuante del marito quindicinale.
Quello che mi deve salvare da un altro anno di acidità zitellesca assicurato.
(Lavorare in un bar gay, lapalissiana, non è un contributo all’incontro salvifico).

Lo so, il marito d’agosto non dev’essere un’ottima soluzione.
Nemmeno in quel testosterone dai contorni di pietra storica che è l’Arena di Verona.
Anche perché, fino ad ora, nemmeno l’anfiteatro romano è riuscito ad esaudire le mie esigenze sentimentali e ormonali.

C’è un tale proliferare di Maschi che le mie attenzioni vengono continuamente dirottate.

C’è il macchinista, simbolo di forza e prestanza, incarnazione dell’Uomo che fa, agisce, non chiede, non necessita.
Un invito all’estasi sessuale che attraversa canottiere,  pantaloncini corti e scarpe antinfortunistica.
Ma chiede talmente poco che spesso non ricorda la tua esistenza 24 su 24.
Poco lusinghiero.

C’è il tecnico luci con la passione per la filosofia e l’introspezione.
Metafisica e elettricità.
L’uomo giusto al momento giusto.
Sa sempre quello di cui hai bisogno. E lui, fatalità, ce l’ha sempre a portata di mano.
Dal fazzoletto al collirio. Dalla felpa in più all’impermeabile. Passando per il calzino antiscivolo e lo stuzzicadenti da sottaceto.
Ma ha tutto, troppo, l’odore del preconfezionato, già stabilito, calcolato.
E qui ci piace improvvisare.

C’è il regista avvocato con la predisposizione per le parole difficili e la tendenza alla prevaricazione.
Lusinghiero come pochi altri, quando ti guarda sarebbe capace di mettere in imbarazzo anche la tua versione Messalina style.
E’ il tipo da mazzo di fiori e cena ricercata.
E’ il tipo che al terzo rifiuto se ne gioca altri dieci.
Il tutto senza dare l’impressione di sentirsi respinto.
Ma ti fa sentire solo l’oggetto delle Sue preziose attenzioni.
Non sembra intravedere in te un qualcosa che non sia una proiezione delle Sue fantasie, delle Sue voglie, delle Sue preferenze.
E io pretendo la visione a 360.

C’è l’attrezzista che fa l’uomo innamorato.
Frasi svenevoli, occhiate lungimiranti e dichiarazioni estemporanee.
Ma poi, sfortuna sua, ti manda un messaggio in realtà rivolto ad altri.
E scopre così un vasto sistema sotterraneo di toto scommesse sulla durata della tua integrità fisica.
Tu non lo sapevi eppure, dietro lo quinte, si gioca a soldi sulle tue mutande.

C’è il corista bello e simpatico.
Disponibile e divertente.
Ironico e intelligente.
Ma, chissà come mai, qualcosa manca.
Lui s’innamora e tu credi di uscirne adducendo alla presenza di una fidanzata oltre i confini teatrali.
Lui la lascia dopo tre anni di convivenza e tu pensi sia giunto il momento di sparire dalla circolazione.

E ce ne sono ancora tanti altri.
Facendo un conto approssimativo dovrebbero essere circa 800 gli uomini disponibili in quel dell’Arena.
Eppure qualcosa non torna.
Chi troppo ha nulla stringe. Indubbio.

Forse ha ragione il mio amico che dice che stare con me non è possibile.
Perché stare con me significherebbe mettersi in mezzo ad una situazione troppo affollata.
Tra inviti a cena, scommesse intime e occhiate invasive.

E allora, onore alla coerenza, per non smentire l’assioma continuo a rincorrere quello che mi tratta come un soprammobile senza dignità.

Perché, almeno con lui, non corro il rischio di trovare ciò che voglio.

 
 
 

De Perfetione

Post n°150 pubblicato il 12 Agosto 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Un perizoma leopardato con una scritta di paillettes rosa fucsia: “Perfect Moment”.
L’ho avvistato, afferrato, portato alla cassa.
Il tutto in un millesimo di secondo di trance estatica.
E al momento di pagare, lo ammetto, un po’ mi sono vergognata.
Ma, d’altra parte, il trash è il mio mestiere. E la mia innata predisposizione.
Adesso però mi trovo con un luccicante Momento Perfetto appoggiato sul letto.
E non so cosa farmene.
Di momenti perfetti da condividere con una controparte maschile non ce ne sono, di momenti perfetti in sé nemmeno.
E abbagliata dal kitch intimo non posso far altro che ripercorrere l’idea di perfezione sedimentata nella mia breve memoria storica.
O, per lo meno,di qualcosa che a quella possa assomigliare.

Un esempio perfetto di “Perfetto”?

L'amore terreno (pure troppo, aggiungerei).
Era agosto.
La cornice un prato buio, un fuoco, qualche jambe in sottofondo.
-“Voglio stare con te”.
-“Anch’io”.
Ed ecco l’idillio che prende quota, uno sfavillare grafico nella testa, proliferazione di cuori bi e tridimensionali.
La passione estiva che sedimenta per trasformarsi in dignitosa relazione invernale.
Poi è finita, pochi mesi dopo.
Me ne sono andata come alce antropomorfa.
I segni delle corna pesano ancora, ad un anno di distanza.
Quindi no, non rientra in categoria.

 Fatemi pensare.

 Ah, sì.

L’avvio della carriera di reporter da strada.
E’ metà febbraio, sono appena rientrata dall’Argentina.
Suona il telefono. E’ la redazione del giornale a cui ho mandato otto curriculum usando tutti i formati e i colori possibili di Word.
Mi vogliono vedere.
Ci si vede.
Vogliono che faccia un periodo di prova.
Faccio un periodo di prova.
Mi prendono come free lance.
Bevo tre bottiglie di vino per festeggiare l’ingresso nel mondo del giornalismo assennato.
Adesso faccio la free lance, scrivo tutti i giorni.
Gli assessori comunali iniziano a conoscermi.
Gli assessori comunali iniziano a ricordarsi il mio nome e a non volerlo vedere in coda ad una loro intervista.
Ma, ripeto, faccio la free lance.
Parafrasando, faccio la schiava di penna.
Un articolo vale meno di un pacchetto di Chesterfield light.
No, senza nemmeno l’usufrutto del sussidio non posso annoverare la mia professione all’interno dell’insieme “Perfetto”.

Allora, pensiamo meglio.

Forse il giorno del mio primo esame.
Diritto privato. Studiato in solitaria in tre settimane.
Di cui due senza capire il significato giuridico del verbo “alienare”.
Ero ferma, in modo commovente, all’accezione filosofica.
Ma portai a casa un rispettabile 26. E uno spettacolare 41.
Un paio di stivali di Giancarlo Paoli.
Le tasse universitarie, al confronto, una semplice marca da bollo.
Di 41 adesso ne ho abbastanza, ma non tutti.
Mancano ancora quei quattro che mi dividono dalla “scarpa dell’anno”.
Ma il giornalismo da strada e l’abbietta necessità di denaro mi allontanano dall’obiettivo.
Quindi depenno anche l’ateneo. Almeno per rispetto dell’incompiuto.

Ecco, adesso ci sono.

La scoperta del “fantastico mondo dell’accoppiamento carnale”.
Ma, riflettendo, anche quello è durato poco.
Dopo la prima entusiastica accoglienza del nuovo si è cominciato a parlare di aids, di malattie trasmissibili di ogni sorta e denominazione, di cavoli, cicogne, reputazione.
E la trance sessuale si è arrestata a metà via tra un banco di ortaggi fantasma e il fantasma dei facili costumi.
Adesso va tutto fatto con ponderazione, meditazione e morigeratezza.
O, quanto meno, stretta riservatezza.
Quindi no. L’inquisizione non apre la strada della perfezione.
E non mi sono mai augurata di finire i miei impavidi giorni sul rogo del perbenismo.
Cancellato.

Detto questo, non saprei.

Anzi, ho trovato.
E non uno, bensì due emblemi del niente di meglio.

Verona-Juventus, 24 maggio 1992. Girone di ritorno. Tre pari. A segno Kohler al 92’ del secondo tempo.
E subito dopo, aggrappata alla mano del mio papi, tutta di bianco e nera vestita, negli spogliatoi juventini.
La mia sudata icona infantile mi aspettava. Roberto Baggio e il suo codino.
Il mio momento perfetto. Sine Dubio.

Juventus-Udinese, 8 novembre 1992. Girone di andata. 5 – 1. Quattro reti del Mio Roberto Personale.
Il suo momento perfetto. E un po’ anche il mio.
La mia coscienza innamorata mi spiegò che almeno una mi era stata dedicata.

Ah, bell’annata il 92.

Adesso Baggio non gioca e  la Juventus è in discesa ponderale.
Io, coerentemente, al seguito.
Mi restano i segni delle corna passate e l’aspettativa di quelle future.
Mi restano 4 paia di scarpe da comperare e, a spanne, dodici mila articoli da scrivere per uscire dalla fascia di reddito minimo.
Restano i cavoli, i preservativi e la persecuzione del moralmente scorretto.
E mi resta un perizoma sul letto.

La perfezione non esisterà, forse, ma le mie mutande dicono il contrario.

 
 
 

La triste vita di una bomboniera porta pastiglie.

Post n°149 pubblicato il 07 Agosto 2006 da mia3v
Foto di mia3v

Credo che qualcuno pensi che io sia un soprammobile.
E non uno di quei soprammobili dotati di dignità intrinseca, che di per sé fanno arredamento, stile e lungimiranza.
Non uno di quei simpatici e all’apparenza inoffensivi ammennicoli che in realtà rivelano studio del dettaglio e attenzione al significato.
Credo che qualcuno pensi che io sia un soprammobile “casuale”.
Uno di quegl’oggetti di cui ogni casa è provvista, abbandonati su uno scaffale, nascosti dalla polvere e dimenticati dal tempo.
Inutili, di dubbia estetica, capitati entro le quattro mura per una distrazione del destino o per una momentanea voglia di superfluo.
Mi rendo conto che le  apologie della mia intelligenza non devono aver raggiunto il loro scopo.
Mi sono dilungata in nient’altro che dietrologie sulla necessarietà del rispetto, il carattere fondamentale della mutua comprensione.
Ho favoleggiato su riconoscimenti reciproci, aure incontestabili, idilli ultraterreni.
E la fanfara oratoria si è scontrata bruscamente contro il calcio in faccia dell’ Uomo Non Vedo – Non Sento –Non Capisco – Ogni Cosa Io Faccia è Puramente Casuale.

Cazzo, penso.
Cazzo, lo dico pure.

Sarà mai possibile che la sindrome del lanternino spento mi perseguiti con questa opinabile persistenza?
Non credendo negl’accanimenti del destino infausto, propendendo per una esaltazione del mio Io che mi porta a ritenermi produttore diretto della mia vita e delle sue esternazioni, penso fermamente nel "ad ogni azione una reazione".
Nessuna sfortuna, nessun disegno pregresso ed avverso, nessuna convergenza planetaria disdicevole.
Solo io, con le mie gambe e i miei occhi miopi, alla ricerca della Persona Sbagliata nel Posto Sbagliato.
E con ottime probabilità di andare a segno ancora una volta.
Adesso mi chiedo: dò forse l’idea di un porta pastiglie – bomboniera, di un orrendo gatto di cristallo Swarosky, di un vaso di fiori sbeccato troppo piccolo anche per un fiore di campo?
Nella mia ingenua supponenza mi sarei paragonata ad una chaise longue di design d’avanguardia, ad un porta lettere d’ebano del 19esimo secolo, ad una poltrona stile Proust di Mendini.
E invece devo essermi sbagliata.
E sono qui, gettata sul divano di fianco ad un portacenere colmo e ad una soddisfazione nulla.
Fumo un’altra sigaretta e inveisco contro la mia idiozia, la sua e pure la tua.
Contro l’idiozia di chi crede ancora che ci sia un’altra via oltre la rassegnazione.
Penso che approderò senza rumore sulla via degl’asessuati.
Forse esiste anche un’induzione medica alla frigidità.
Mi toglierebbe molti problemi legati alla Volontà. Aspetto che, per inciso, in me fa decisamente difetto.

Cazzo, lo ripeto.

Merito altro. Lo so. Ne sono convinta. E non lo trovo.
E non trovarlo non sarebbe poi così drammatico se l’intermezzo della ricerca non fosse costituito da bastonate con mazza chiodata alla stima che dovrei nutrire per me stessa (Dovrei. Almeno per istinto di sopravvivenza).
Qui lo scrivo, con il Suo sangue e quello dei Suoi simili: non ho 14 anni, non ho voglia di perdere tempo con umori instabili, non ho interesse per l’indefinito e per  relazioni precarie come  erezioni.
Voglio il sì. Oppure il no.
Le sfumature, in questo caso, non sono segno di grande levatura morale ma solo di enorme bassezza cerebrale.

C’è gente che mi bacia la mano, gente che la mia mano la vorrebbe solo nei pantaloni.
C’è gente che mi manda fiori e biglietti anonimi, gente che vorrebbe spegnermi l’interruttore in base alla voglia sessuale. In modo che non ci sia una parola post coito di troppo.
C’è gente che dovrei inseguire, gente per cui un “vaffanculo” sarebbe ancora troppo poco. E in fondo del tutto inutile.
Cambio strada, viro verso la negazione dell’autodistruzione che sembra gratificarmi così subdolamente.
E, nel frattempo, immersa nell’esaltazione del “potere al mio Io, alla parola, all’idea dell’amore, del rispetto e dei suoi fratelli” ho fatto shopping. Compulsivo, quanto meno.
Per compensare la perdita di autostima delle ultime 48 ore e finendo per perdere anche lo stipendio degl’ultimi due mesi.
Però, se bomboniera porta antidepressivi devo essere, che almeno lo sia con classe.

 

 

(Grazie, a te che mi hai  regalato non un solo un sorriso ma qualcuno di più. 12 oserei dire. A te che potresti essere ovunque e chiunque -dove, chi?- e che hai fatto qualcosa che per me non ha mai fatto nessuno).

 
 
 

Post N° 148

Post n°148 pubblicato il 03 Agosto 2006 da mia3v
 

Per dare sfogo all'ansia da dimostrazione, al tentativo di generalizzata comprensione, alla voglia di chiarificazione.
Così sono, se vi pare. A me, personalmente, pare.
"E a culo tutto il resto".


Soprannome?  Ho un nome, e quello basta.
Anno di nascita? 1982
Professione? Studentessa in ritardo, pseudo giornalista, finta truccatrice, disastrosa cameriera.
Interessi? L'umanità varia ed eventuale.
Statura? 1,72
Peso? Piuttosto di dirlo m'immolerei sull'altare di Priapo.
Colore degli occhi? Blu, o azzurro scuro.
Colore dei capelli? Castano scuro.
La parte migliore del tuo corpo? Occhi e gambe.
Quella peggiore? Tutte o nessuna. Dipende dal livello umorale.
Film preferito? Pulp fiction.
Genere musicale? Dagl'Alice in chains a Vinicio Capossela, passando per i Pearl Jam e Francesco Guccini.
Vai in discoteca? Dopo averci lavorato tre anni sono pronta a rinneggarla a vita.
Tre aggettivi per definirti:
 aggressiva, instabile, combattiva.
Qual è il tuo punto debole? Il vano tentativo di perfezione. E lo stupido orgoglio di non volerci rinunciare.

Se vincessi 10 milioni di euro cosa faresti per prima cosa? Lascerei ogni cosa, per un paio d'anni almeno. Zaino in spalla e biglietti di sola andata per ogni angolo del mondo. 
La prima cosa che fai la mattina: preparo il caffè inveendo contro il genere umano.
Come ti vesti di solito? In modo "visibile", direi.
Cosa ti dicono più spesso? Me ne dicono talmente tante di cose che ricordarle tutte sarebbe premeditazione di un suicidio.
 
Il giorno più bello? Lo sto ancora aspettando. Con ansia e finta indifferenza.
Il giorno più brutto? Dovrei stilare una classifica, temo. Per semplicità dirò che spero non ce ne siano di peggiori.
Cosa ti rende felice? Ottenere ciò che voglio. Anche se spesso ciò che voglio non è altro che un espediente per sfidare me stessa.
Sei felice? Per niente.
 
Sei fidanzata/convivente/sposata? Mai stata più lontana anche solo dal poterlo pensare.
Storia più lunga che hai avuto? Se dicessi quattro mesi qualcuno si metterebbe a ridere?
Sei mai stata innamorata? Mai.
E adesso? Nemmeno.
Ti potresti innamorare di una persona che non ti piace fisicamente? No. Ma potrebbe iniziare a piacermi fisicamente una persona di cui prima mi sono innamorata.
Sei fedele? Non credo nella fedeltà, non rientra negl'attributi umani. Se c'è non è altro che auto imposizione.
Hai mai tradito? Sì.
Sei stata tradita? Sì.
Sai perdonare? No. Preferisco non sapere.
Le tre cose che guardi in un uomo: occhi, sorriso, braccia.
Il tuo sogno ricorrente: Eviterò di rendere pubblici i miei disagi psichici.
 
Hai dei figli? No.
Vorresti averne? Spero di non essere costretta a rinunciarvi.
Sei religiosa? Del tutto atea.
Bevi alcolici? (Troppo) Spesso.
Ti sei mai ubriacata? E' una domanda retorica?
Fumi? Sì.
Hai mai fumato una canna? Un'altra domanda retorica?
Quando l'ultima? Ieri sera prima di andare a letto.
Fai uso di droghe? Dipende dai punti di vista.
In politica destra o sinistra? Fisiologicamente, sinistra.
Favorevole all'eutanasia? Sì. Sulla base del diritto alla vita.
Alla pena di morte? No. Partendo dallo stesso presupposto.
Ai matrimoni gay? Sì. Imprescindibili in una società che si fregi dell'appellativo "civile".
All'aborto?
Sì.
Sei mai rimasta incinta? No.
Hai mai abortito? No.
Hai mai usato la pillola del giorno dopo? Sì. 
A che età il I° bacio? 11 anni.
A che età la I° volta? 16 anni.
Con chi? Con un personaggio dai contorni sfuocati.
Per fare sesso, te lo devono far capire? Quando ho voglia di fare sesso non ho problemi a farlo capire.
Te lo devono dire? Mi sembrerebbe un utilizzo inutile delle corde vocali.
Di solito prendi l’iniziativa? Spesso.
Preliminari o subito al sodo? Dipende dalla situazione.
Cosa ne pensi del sesso orale? E' parte integrante del sesso in senso ampio.
L' hai già sperimentato? Sarebbe patologico il contrario.
La posizione preferita? Non ne esiste una in assoluto. Varia a seconda del "con chi, come e dove".
Hai visto un film porno? Sì, ma temo non rientri nelle mie predisposizioni.
Con quanti sei stata a letto? Con qualcuno.
Quando l’ultima?
Tre settimane fà.
Sei mai stata con una persona del tuo stesso sesso? Ho avuto qualche dubbio, tempo addietro, sulle mie inclinazioni sessuali. E ho voluto verificare. 
Hai mai fatto sesso con due uomini contemporaneamente? No.
Sei mai stata con uno che ha fatto cilecca? Sì.
Che cosa hai fatto? Mi sono accesa una sigaretta...(dopo aver dato fondo alla mia arte consolatoria e dopo essermi chiesta a ripetizione se potesse essere colpa mia).
Ti masturbi? L'unico orgasmo assicurato.
Sei mai stata in un sexy-shop? No.
Hai acquistato qualche cosa? No.
Hai visto un uomo nudo? Sì. E in alcuni casi è stato pure divertente.
Una donna nuda? Sì. E in alcuni casi è stato pure consolante.
Hai finto un orgasmo? Alcune volte rischiando pure lo svenimento da iperventilazione. E pensare che sarebbe bastato sempre molto meno.
Hai fatto un'orgia? Tendo ad essere possesiva, non credo potrei mai.
L’ hai fatto sull'erba? Sì. Maledicendo gli insetti d'estate e il gelo d'inverno.
L’ hai fatto in macchina? Sì. Il mio vanto è la Smart.
L’ hai fatto in acqua? Sì. Piscina e mare. E propendo per l'acqua salata in quando favorisce il galleggiamento.
L’ hai fatto nel letto dei tuoi/suoi?  Sì.
Una figura di merda che hai fatto: Una? 
Perizoma o mutande? Entrambi (ma non uno sopra l'altro).
Collant o autoreggente? Autoreggente.
L'uomo coi boxer o gli slip? Boxer. Slip solo in presenza della perfezione assoluta.
Parolaccia che dici più spesso? Cazzo.
Quella che ti dicono più spesso? Stronza.
Un tuo pregio? Onestà.
Un tuo difetto? Orgoglio.
Un errore che ti riconosci: la paura di essere
Che animale vorresti essere? Un leone.
Invidi qualcuno? Costa troppa fatica, l'invidia. Preferisco utilizzare quelle energie per suscitare l'invidia altrui.
Hai mai odiato qualcuno? Sì. Ma ho sempre scoperto che non era altro che amore in difficoltà.
 
Dove vorresti essere ora? Lontana.
Il tuo sogno? Il miraggio della soddisfazione.
Cosa bisogna avere nella vita? Coraggio, determinazione, fortuna. E la faccia come il culo.
Quanto contano per te:
 -Soldi:
9
 -Amici: 10
 -Amore: 10
 -Look: 8
Come ti immagini tra dieci anni? Preferisco non avventurarmi nel pronostico.
Ti hanno imbarazzato queste domande? Una sì.
Quanto sei stata sincera da 1 a 10? 9.

 

 
 
 

Would (?)(Ovvero io in catene)

Post n°147 pubblicato il 02 Agosto 2006 da mia3v
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Gioco con il suo corpo nello specchio.
Immaginato e riflesso.
Evanescenza e concretezza in un solo respiro contratto.

-“Vorrei averti qui”, dico con il sorriso del “faccio finta non sia vero”.

-“Vorrei essere con te”, risponde con la voce del “dico così perché mi hai preso in contropiede”.

Arrotolo i capelli intorno al dito e accendo un’altra sigaretta.

Lei non lo sa ma lo vuole davvero.
Lui lo sa e non sa se sia il caso di volerlo davvero.
Sanno cose diverse e giocano con la vita doppiandola in differita.
Lei davanti allo specchio, lui sul divano.
La distanza non colmata dalle domande non poste.
La distanza non colmata dalle domande che non conoscono risposte.

-“E’ ora di andare a nanna”, dico con stanchezza.
-“Buonanotte”,  risponde con pigrizia.

E vado a letto, tu da un’altra parte.

E se ne vanno, in due giacigli distinti e con addosso lo stesso odore.

-“Ho bisogno di te”, direi se non conoscessi pudore.

Direbbe che ne è innamorata, irrazionalmente, se non le facesse così paura.

E la luce si spegne. Su un comodino e una scrivania.
Un sogno, un’altra notte.
Diverso e in realtà sempre lo stesso.

L’unico orgasmo concesso a chi non sa osare.

 
 
 

Post N° 146

Post n°146 pubblicato il 26 Luglio 2006 da mia3v
 
Foto di mia3v

Per il mio compleanno mia madre mi ha regalato una terapia dimagrante in un centro di diagnosi e cura dell'obesità.

Ho accettato, perplessa, onde evitare recriminazioni di sorta sul "non ti va mai bene niente".

Volevo perdere un paio di chili eliminando l'alcol in eccesso e mi trovo ingabbiata in un'associazione a delinquere legittimata da una laurea in medicina.

Dieta senza cibo, pastiglie dall'aspetto sospetto di cui ho ignorato l'esistenza e tre sedute settimanali con saune da arresto cardiaco e  pesa dei manzi dotata di pubblico pagante.

L'altro giorno mi sono trascinata fino al centro, quasi quaranta gradi sul cranio, per infilarmi a quota novanta insieme ad una ragazza che aveva tutto l'aspetto di una balena spiaggiata e ad una signora di settant'anni con evidenti problemi di deambulazione.

Credo facessero, insieme, all'incirca trecento chili.

Dopo 45 minuti mi sudavano anche le pupille.

Sono uscita strisciando sul muro e imprecando contro la vita, mia madre, il grasso e il masochismo alimentare.

La secca maledetta mi ha messa sulla bilancia.

-"E' disgustoso! hai perso solo due chili!"
-"Penso sia ritenzione di liquidi. Temo di aver ritenuto una bottiglia di prosecco, ieri sera".

Lei se ne va, pensando a come si faccia a non uccidersi per aver perso solo due chili in quattro giorni.

Io me ne vado, pensando a come si faccia a non ucciderla e a cibarsi delle sue ossa e del suo sangue dopo aver digiunato per quattro giorni interi.

Torno a casa e mi auguro che la generosità di mia madre sia annuale.
Non sopporterei un altro regalo.

Ma la dolorosa inflizione estetica, a quanto pare, non era sufficiente.
Mancava l'aspetto introspettivo.

Infatti.

Per il mio compleanno i miei colleghi mi hanno regalato una pianta grassa.
Un enorme cactus a sei palle.

"Non hai un uomo e nemmeno un cane. Una pianta grassa è molto facile da gestire,  magari ci riesci pure tu".

No, non ci riesco. Di piante grasse ne ho già fatte morire tre.
E come regalo non è affatto divertente.

Mi consola unicamente la somiglianza.
Tra portatori di spine ci s'intende.

Comunque devo rimediare. Credo mi comprerò un cane.

Penso che da questo momento smetterò di compiere gli anni.
Per farsi del male si trova sempre un modo alternativo.

 
 
 
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