Creato da fittavolo il 03/12/2007
I MIEI RACCONTI, LE MIE FANTASIE, LE MIE ESPERIENZE.

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mammmmma....ma quanto c'è da leggere in questo blog!!!...
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UNA SERA D'OTTOBRE

Post n°129 pubblicato il 10 Dicembre 2013 da fittavolo

Quella sera c’era la stessa aria frizzantina di tanti anni prima, la respiravo e mi sembrava di tornare indietro nel tempo, a quando bastano due paia di mani per marcare la mia età. Nonostante l’autunno inoltrato, la temperatura era mite, proprio come allora. Anche il cielo stellato era lo stesso, anche se il luogo era diverso. Da poco avevo parcheggiato ma non sono sceso; sono rimasto lì seduto in automobile col finestrino tutto giù e con gli occhi chiusi a ricordare e rivivere attimi che credevo di aver perso per sempre. Eppure è bastato poco a far riaffiorare tutto…Bergamo Alta una sera in compagnia di pochi amici…serata trascorsa sorseggiando una media scura…sarebbe stata una serata come tante se non fossi uscito da quel locale che cominciava a starmi stretto. C’era un punto dove era possibile ammirare la città bassa in una sola volta. Lì mi fermai a fumare. Già fumare, ecco un’altra cosa che non faccio più da tempo. Le luci delle case unite a quelle delle strade evidenziavano la veduta, facendola rassomigliare a un gigantesco presepe…la sua voce, al principio, mi giunse come un fastidio, assorto com’ero nei miei pensieri “hai d’accendere?”. Le diedi l’accendino senza quasi voltarmi “è bello qui, io ci vengo sempre in questo periodo, mi aiuta a rilassarmi”. Quella frase sapeva d’invito, mi voltai e mi sedetti sul muretto che faceva da cinta. “Ciao” disse e sorrise. “Ciao” dissi e basta. Si sedette anche lei sul muretto a pochi centimetri da me. “Stasera ho voglia di parlare con qualcuno, un qualcuno qualsiasi: ti va di ascoltarmi?” disse, come se fosse una cosa normale parlare con uno sconosciuto. La guardai perplesso, avevo il sospetto che mi stesse prendendo in giro. Poi pensai che non ci avrei rimesso niente ad ascoltarla, dopotutto era il mio destino ascoltare gli altri. Cominciò a parlare prima ancora della mia risposta…Alla fine delle sue parole, l’accarezzai e le dissi “fissa una stella e…”. La rividi ancora tante volte, sino a quando un giorno scomparve e non ne seppi più nulla. Ci sono persone che ti sfiorano il cuore e ti toccano l’anima per come son fatte e per quello che ti danno, e ti restano dentro per sempre e basta un niente per farle tornare.

 
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CREDIMI

Post n°128 pubblicato il 24 Ottobre 2012 da fittavolo

La stazione della metropolitana di Cassina De Pecchi è stata costruita sospesa sul naviglio della Martesana. Ogni volta che un convoglio ci passa su, tutta la struttura trema, ma questo non ha mai preoccupato le centinaia di persone che ogni giorno usano questo mezzo per raggiungere Milano o le altre località. Sono anni che anch’io ne faccio uso, è molto comodo ed è un mezzo di trasporto veloce e piacevole. L’altro giorno mentre aspettavo l’arrivo della metropolitana, guardavo dall’alto il parcheggio sottostante. Lo faccio spesso, è un modo per ingannare il tempo e non spazientirsi quando la metro è in ritardo. Il parcheggio non era pieno, aveva molti spazi liberi sia nella zona per la sosta dei residenti, sia in quella per la sosta libera. In questa ultima c’erano due persone, un uomo e una donna. Al principio non mi hanno incuriosito, era una scena vista tante volte, ma quando la donna si è avvicinata all’uomo e l’ha abbracciato, il mio sguardo si è posato su di loro e non li ha più abbandonati. La donna stringeva a sé l’uomo ma questi non ricambiava il gesto affettuoso: continuava a tenere le mani in tasca immobile, anche quando un bacio raggiunse le sue labbra. La donna fece un passo indietro, era davanti a lui, gli diceva qualcosa, qualcosa che non ero in grado di sentire. Lui le rispose, ma non mutò la sua posizione. È stato facile ricostruire il sonoro.

“Sono mesi che andiamo avanti così, non ce la faccio più, credimi ci sto provando con tutte le mie forze, ma non riesco a sostenere oltre questa situazione”
“Perché? Per me non è cambiato nulla, sono quella di ieri, quella di un mese fa, quella del primo bacio, io non ho smesso di amarti”

“L’amore non è in discussione, anch’io ti amo”

“E allora cosa? Cosa?”
Gli prese il viso tra le mani, lo strinse forte e lo guardò dritto negli occhi. Rimasero così per qualche istante, sospesi in questa posizione penetrandosi con lo sguardo. Le labbra si unirono. Il bacio diede una scossa all’uomo che attirò a sé la donna. La stringeva forte mentre i secondi passavano sui loro corpi.
“Basta ti prego basta – le sussurrò all’orecchio – ti prego basta, non possiamo continuare a far finta di niente e passarci sopra ancora”
“Perché no? Cos’è cambiato? Se io tiamo e tu mi ami cosa ci può impedire di andare avanti?”
“Possibile che non riesci a comprendere, possibile che per te è tutto così normale?”
“Non lo è, ma quando sono con te dimentico tutto, esistiamo solo noi”
“E quando non sei con me?”
La donna allentò l’abbraccio, divenne pensierosa. I suoi occhi andarono oltre il viso dell’uomo, puntarono casa sua.
“Sapevi la mia situazione, la conoscevi perfettamente, e, l’hai accettata, l’hai condivisa, non puoi tirarti indietro ora”
“Non mi sto tirando indietro, ma credimi, è difficile seguitare ad accettarla”
“È difficile anche per me, ma non voglio perderti”
“Non mi perdi, ti amo troppo per rinunciare a te”
Lo abbracciò di nuovo, lo baciò e con un filo di voce gli disse all’orecchio.
“Non dire più niente, non consumiamo altro tempo, ne abbiamo così poco per sprecarlo con questi discorsi”
L’uomo le prese le braccia e l’allontanò, sembrava deluso.
“Quanto spazio c’è per me nel tuo cuore, quanto spazio per lui – disse scrollandola – quando sei con lui, io non esisto più. Questa è la verità”
“Non è vero”
“Quando lo baci, quando ci fai l’amore, dove mi metti?”

La donna si liberò e senza dir nulla andò verso la sua automobile. Aprì la portiera e ci entrò. Mise le mani sul volante e ci poggiò su la testa.

Speravo che la metro non arrivasse, non volevo perdere il finale della storia. Ho guardato l’orologio, era in ritardo di parecchi minuti. Una voce dall’altoparlante annunciò che per un incidente avvenuto nella stazione di Cimiano le corse della linea verde subivano forti rallentamenti. Bene pensai e rivolsi lo sguardo ai due amanti. L’uomo si era avvicinato all’auto di lei, era appoggiato al tettuccio e le parlava attraverso il finestrino.
“Non fuggire, non ho detto niente di offensivo, voglio solo sapere quando spazio ho nel tuo cuore”
La donna stava per rispondere ma squillò il cellulare.
“Pronto”
Rimase in ascolto qualche secondo.
“Va bene arrivo subito”

Poi guardò l’uomo e accennò un sorriso amaro.

“Il mio cuore è tutto tuo. Credimi solo tuo”

Avrebbe voluto spiegargli, parlargli di questa sua certezza, ma l’amore è anche dare fiducia e se questa manca crolla tutto.
Mise in moto e andò via. L’uomo rimase lì a guardarla fuggire, il suo pensiero all’ultima frase – credimi solo tuo –.
Credere. I fatti erano chiari. Poi, questo suo scappare dopo la telefonata non lasciava ombra di dubbio: era lui che le intimava di tornare – pensava l’uomo – ma perché? Avrà capito tutto, l’avrà saputo da qualcuno che ci ha visto insieme, e lei cos’ha fatto? È corsa da lui, senza pensarci un attimo, altro che credere.
Una forte delusione assalì l’uomo. L’ho visto barcollare, come se stesse per perdere i sensi. L’ho visto appoggiarsi ad un auto parcheggiata e rimanere lì fermo.

Un rumore di ferraglia mi fece distogliere l’attenzione. La metropolitana stava arrivando, con venti minuti diritardo. Prima di entrare in stazione fischiò due volte. Rivolsi di nuovo lo sguardo giù verso il parcheggio, a quell’uomo distrutto dall’amara delusione. Però non lo vidi e mi posizionai al bordo della banchina.
“SI FERMI, DEVE PAGARE IL BIGLIETTO”
Qualcuno gridò. Vidi un uomo entrare di corsa e saltare verso il convoglio che stava entrando in stazione. Mi parve l’uomo del parcheggio. Tornai a guardare il parcheggio, non c’era. La metropolitana arrestò la sua corsa a pochi metri da me. Il parabrezza rotto testimoniava l’avvenuto impatto. L’unica traccia del suicida un pezzo di maglietta impigliata nel tergivetro. Il colore corrispondeva.

Il giorno dopo comprai il giornale. L’articolo era in quarta pagina nella cronica di Milano, poche righe.
Due suicidi in metropolitana: a distanza di pochi minuti due uomini si sono tolti la vita gettandosi sotto la metropolitana, nella stazione di Cimiano e Cassina De Pecchi. Nessun apparente collegamento tra i due casi. Nel primo la testimonianza della moglie, chiamata al cellulare dalla polizia poco dopo l’incidente, esclude che il suicida soffrisse di qualche forma di depressione. Nel secondo deve essere ancora accertata l’identità dell’uomo.

 
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IL SOFFIO

Post n°127 pubblicato il 19 Settembre 2012 da fittavolo

Il soffio del vento sembra una litania. Una di quelle che si sentono in chiesa e rendono mistiche anche le azioni più semplici. Incanta col suo ripetersi costante e d’un tratto mi conquista. Ripenso a pochi istanti fa, a quello che è successo, alla spiegazione che mi sono dato.

Non c’era buio nella mia camera da letto, la luce dei lampione attraverso le fessure la lasciava in penombra. Ero supino e fissavo il soffitto. Fantasticavo con le immagini che i miei occhi dilatati vedevano nel chiaroscuro. Nel ronzio del silenzio sentivo Laura respirare, dormiva e sognava, riposava dopo una giornata estenuante di lavoro. Io non riuscivo a prendere sonno, era già una buona oretta che ci provavo senza alcun risultato. Dapprima mi ero messo su di un fianco, sembrava funzionare, ma poi mi ritrovavo inspiegabilmente con gli occhi aperti a guardare la scura parete di fronte. Allora avevo deciso di aspettare Morfeo, così fissando il soffitto senza alcuna fretta.
È strano come i sensi si sensibilizzano in questa condizione, aumentando la loro capacità percettiva in modo esagerato. I rumori dei piani più alti parevano concentrarsi tutti nella stanza, così da confondersi con quelli localmente prodotti dal vivere naturale delle cose. Scricchiolii continui attivano la mia attenzione e non conciliavano il mio sonno. Stremato mi sono rimesso su di un fianco e ho chiuso gli occhi.
Non era un respiro che si sovrapponeva a quello di Laura, era qualcosa che somigliava a un soffio. Un leggerissimo soffio, uno sbuffo d’aria che investiva il mio volto.
La sua immagine non era molto chiara, ne distinguevo i contorni e qualche tratto degli indumenti che indossava. Era seduto sulla sedia con le gambe accavallate e si appoggiava al muro con la spalla destra. Aveva in mano un bastone con un pomello su cui sovrapponeva le due mani. Il cappello sul capo, investito da una luce più viva, era la cosa che più distinguevo. Non mi ha spaventato la sua presenza, come se l’avessi già visto da qualche parte, già conosciuto. Piuttosto mi ha sorpreso il vederlo lì, tranquillo che mi scrutava. Quando si è rizzato il suo volto mi è apparso e ho visto che sorrideva, come se fosse felice.
– Che fai qui? – gli ho chiesto semplicemente, come si fa con una persona nota.
Lui non è parso sorpreso dalla domanda e neppure dalla mia calma. Anzi, ho avuto l’impressione che se lo attendesse.
– Aspetto – mi ha detto con disinvoltura senza smorzare il sorriso.
Mi ha incuriosito la sua risposta e gli ho chiesto – cosa aspetti? -.
Lui ha allargato ancora di più il sorriso ed ha alzato le sopracciglia.
– Aspetto che muori – ha risposto sottovoce scandendo bene la parola m_u_o_r_i.
– Aspetta tu… – ho detto d’impulso e ho chiuso gli occhi.
La notte lentamente è scivolata via. L’aurora è penetrata nella stanza destandomi. Laura dormiva beata e la sedia era vuota. Che sogno strano. Ma era un sogno? Cos’altro poteva essere?
Mi sono alzato e sono andato in cucina. Ho chiuso dietro di me la porta per lasciare tranquillità nel resto della casa. Ho bevuto un bicchiere colmo d’acqua tutto d’un sorso e sono andato sul balcone.

 

Il soffio del vento sembra una litania. Una di quelle che si sentono in chiesa e rendono mistiche anche le azioni più semplici. Incanta col suo ripetersi costante e d’un tratto mi conquista. Ripenso a pochi istanti fa, a quello che è successo, alla spiegazione che mi sono dato. Sembrava così vero. Metto le mani sul ringhiera, una accanto all’altra, e ci appoggio su la testa. Mi duole terribilmente. Lentamente scivolo al suolo, mentre il soffio freddo della morte sbatte contro il mio viso.

 
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LACRIME

Post n°126 pubblicato il 10 Novembre 2011 da fittavolo

Ho accettato il suo invito solo per chiarire la mia posizione, pensavo che fosse stato meglio così: guardarlo negli occhi ed esprimergli tutta la mia simpatia, null’altro. Invece mi ritrovo ad affrontare una situazione completamente diversa, perché credevo che le sue coccole, le sue attenzioni e le sue manifestazione d’affetto fossero solo uno scherzo. Un modo burlesco di portare avanti il nostro rapporto. Rapporto? Se così si possa chiamare una relazione nata nel mondo del web.
Trema mentre mi tiene la mano. Sento le sue vibrazioni scuotermi il braccio e perdersi lungo il corpo. Sa che fra qualche minuto ognuno sarà sulla propria strada, immerso nella propria vita, con solo un ricordo in più: quest’ora trascorsa insieme. Questa certezza mi fa sbandare, in fondo sono stata bene con lui. Mi trattiene ancora la mano nelle sue, non la molla, come se tutte le parole spese non avessero più nessun valore. Capisco che il momento del distacco è quello più brutto, più doloroso, soprattutto se il rivedersi è appeso a un filo sottile. A una promessa senza scadenza. M’imbarazza un po’ esser qui davanti a lui, in questo parcheggio a un passo dalla mia vita, con il suo sguardo triste e supplichevole che mi sfiora.
Alcune persone passano incuranti della nostra presenza.
Bisogna che vada, ho la piccola da prendere a scuola. Ma non voglio lasciarlo così, non voglio che mi guardi andar via. Tento di tirar via la mano per farglielo capire, ma è inutile, lui l’ha imprigionata tra le sue e non la molla. Sorrido. Non è un sorriso di piacere, è un contrarsi delle labbra per un disappunto coercitivo. Non voglio andare via, ma devo. È strano come a volte il tempo riesce ad espandersi, questi pochi minuti sembrano interminabili, mentre l’ora scorsa, è passata in un attimo. Continuiamo a guardarci senza dir nulla, aspettando che succeda qualcosa. Vorrei rassicurarlo con un abbraccio, un bacio sulla guancia, fargli capire che io ci sono, nonostante la mia vita ci sono. Però ho paura che fraintenda, un cuore innamorato non ragiona: spera sempre.
“Ciao” dice, ma non mi libera.
“Ciao” dico sfilando via la mano.
Le sue braccia cadono lungo il corpo, sembrano inerti, private dalla linfa vitale.
“Posso…” accenna a dire.
“Cosa?…” chiedo.
“Posso darti un bacio?” lo dice tutto d’un botto, come se questa ingenua richiesta gli fosse esplosa dentro dopo anni di prigionia.
Sospiro.
“Un bacio sulla guancia, certo che puoi darmelo” rispondo.
Come un bambino timido mi si avvicina lentamente e mi chiude in un forte abbraccio. Sento le sue labbra sul collo. Mi tiro indietro e tutto quello che riesco a fare è muovere la testa. Lui scivola velocemente sul mio collo e approda sulle mie labbra. Il tepore che provo mi blocca e non riesco a dir nulla. Comprendo che è l’unica reazione permessomi. Il mio corpo non vuole reagire è completamente soggiogato da una forte emozione. Qualcosa di primordiale riaffiora da chissà dove e mi fa fremere. Lui lo capisce, la sua sensibilità è straordinaria, allora cerca di farsi spazio tra le mie labbra. L’umido della sua lingua mi desta, mi fa sentire non pronta a questa intimità. Tiro indietro la testa e gli prendo il suo viso tra le mani. Glielo dico ancora.
“No Ale', non posso”
Abbassa lo sguardo come se si vergognasse del gesto e mi libera dall’abbraccio.
“Scusami”
Ripenso a qualche momento fa, a quando eravamo seduti al bar a bere un caffè uno di fronte all’altra, all’emozione di sentirmi corteggiata, al modo che aveva di farlo, al modo in cui ho bruciato le sue parole pensando che scherzasse, alla consapevolezza sopravvenuta e ai silenzi successivi.
Comprendo la sconforto di quest’uomo, la sua disperazione per essere arrivato in ritardo nella mia vita, insieme alla certezza che sarebbe stato accettato e me ne rattristo. Cerco di trattenere le lacrime, non devo piangere, non è colpa mia. Giro la testa per guardare altrove, per distarmi. La sua carezza sul mio viso è irresistibile, non riesco più a contenermi. Allora abbasso la testa perché lui non noti. Ma siamo troppo vicini e troppo immersi nelle stesse emozioni per poter nascondere le lacrime che affiorano dai miei occhi. Mi tira su la testa e mi bacia sulla fronte, sulla bocca e sulla guancia.
“Non piangere” mi supplica e appoggia la sua fronte sulla mia.
“Mi basta restare amici, anche se…non riesco più…ho un vuoto dentro che mi uccide” dice contro la mia faccia.
“Restiamo amici, non preoccuparti, non rinuncio a questo” dico e penso a quel che è successo pochi istanti fa.
Credo nell’amicizia tra un uomo e una donna, ma se uno dei due è innamorato, ho qualche dubbio che possa funzionare. Tuttavia voglio lo stesso provare, gli ho detto che non rinuncio a questo, ma e quello che voglio veramente o mi sono fatta coinvolgere più del necessario? Il mio timore è un altro: ho paura d’innamorarmi. Questa esperienza sta facendo vacillare alcune certezze che ho. Non parlo dei sentimenti verso Enzo, quelli sono saldi altrimenti prima, mi sarei lasciata andare, parlo dell’amore in senso assoluto. Penso che nella vita l’amore t’incontri e ti faccia delle proposte, ti spinga a fare una scelta, che innamorarsi sia indipendente dalla nostra volontà e che accada con il classico colpo di fulmine. Incontri e conosci una persona e ne sei già innamorata prima ancora di rendertene conto. È stato così con Enzo, è stato così anche per mia sorella, pure per mia cugina e anche per Elisa una mia amica. L’amore ti propone una persona e t’invita a sceglierla. Questa è una mia convinzione che sta per crollare, infatti Ale' l’ho conosciuto tre anni fa, mi è stato presentato da degli amici. Allora mi risultava del tutto indifferente, e anche tutte le altre volte che l’ho rivisto, per lo più in occasioni straordinarie e casuali. Avevamo ballato e scambiato qualche parola, ma niente di più. Forse non ha mai osato andare oltre perché con me c’era sempre Enzo. Ma pochi mesi fa l’ho visto chiedermi l’amicizia in uno dei tanti social network e dal quel clic fatto con il mouse sul tasto accetta, è cominciato il nostro vero rapporto. Dapprima molto distante, poi via via che si usava la chat sempre più confidenziale, fino a scambiarci i numeri di cellulare per sentirci anche durante il giorno. Le prime volte che mi ha scritto che ero bella e gli piacevo, ho riso, ho riso sul serio, facevo addirittura fatica a rispondergli per il troppo ghignare. I suoi tentativi di corteggiamento venivano puntualmente scherniti. Però una cosa è leggerlo e un’altra e sentirselo dire “sei bella”. Quante volte me la avrà detto, un milione di volte, forse più. L’ultima volta questo pomeriggio, poco fa, e non è stata la stessa cosa. Sentirselo dire guardandosi negli occhi, è diverso e anche quello che mi ha lasciato è diverso. Per un attimo mi sono sentita libera, era come se me lo sentissi dire per la prima volta nella mia vita. Una strana sensazione che ha aperto un piccolo varco nel mio cuore e mi ha permesso di sentire Ale' più vicino e sincero. Ero lusingata quando aggiunse che gli piacevo, e a dirla tutta ne ero felice. Quella stessa felicità che provai quando me lo disse Enzo. È bello sapere che qualcuno prova qualcosa per me. Quando mi ha preso la mano e l’ha stretta, mi sono spaventata e questo mi ha riportato alla realtà: il varco nel cuore si è richiuso lasciando Enzo come unico inquilino. Però per un attimo Ale' c’è stato dentro, e a me, è piaciuto. Ora sono qui che piango e non sono più certa che è solo per il suo dispiacere. Sono confusa e voglio andare via, anzi devo andare assolutamente, la scuola sta per terminare e la piccola per uscire.
“Al prossimo caffè allora!” dico aprendo la portiera dell’auto.
“Al prossimo caffè” dice scostandosi per farmi salire.
Metto in moto e scappo via, come se fossi una criminale inseguita dalla polizia. Prima di svoltare verso la provinciale guardo lo specchietto retrovisore. Lui è ancora lì, fermo con le mani nelle tasche e guarda verso di me. Quando sente accelerare tira fuori una mano e la sventola nell’aria, poi svolto e si perde nel bordo dello specchietto, scacciato dal rettilineo che prende il suo posto. Accendo la radio, una canzone si diffonde nell’abitacolo, ma non la sento la mia testa è piena di pensieri. Un’altra certezza sta per andare a farsi fottere. Si può amare due uomini? Si può provare gli stessi sentimenti per due maschi diversi? Fino a pochi minuti fa, avrei avuto una risposta certa e indiscutibile e avrei considerato un folle chiunque l’avesse messa in dubbio. Ora sono io la folle che sto a pensarci. Amo Enzo, lo adoro. Ma Ale' si sta accendendo in me prepotentemente e non scaccia Enzo, è lì al suo fianco. Com’è possibile tutto ciò? Non mi capacito. Allora non basta fare una scelta, portarla avanti, difenderla dagli attacchi della noia, non basta tenerla sempre viva, perché l’abitudine agli odori, ai colori e alle parole di un rapporto, cancella l’emozione della prima volta. L’assuefazione alle cose non ha rimedio. La novità accende il sistema ricettivo e fa esplodere le emozioni. È questo quello che è successo?
Il suono del cellulare mi annuncia che è arrivato un sms. Fermo al lato della la strada l’auto, mentre tiro il freno a mano sento di nuovo la musica, un altro sms. Il primo arrivato è quello di Ale': è stato bellissimo trascorrere un’ora con te, fantastico parlare con te, stupendo rubarti un bacio. Ora so che sapore hai e non sarà facile rinunciarci. A presto frutto proibito. Ale'.
Resto immobile con il cellulare in mano, fissando l’ultima pagina di quel sms. Poi sorrido e a stento trattengo le lacrime. Un’automobile sfreccia veloce, la mia viene scossa al suo passaggio. Vedo una macchia rossa sfuocata allontanarsi, appoggio il capo al poggiatesta e mi asciugo le lacrime.
Il secondo sms è di Enzo: Ciao Gabri sto tornando a casa, ti desidero alla follia: stasera voglio portarti fuori a mangiare e stanotte morire di piacere fra le tue braccia. Ti amo. Enzo.
“Non vedo l’ora, amore” dico a me stessa, mentre cancello il messaggio di Ale'.

 
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L'INTUIZIONE

Post n°125 pubblicato il 05 Ottobre 2011 da fittavolo

L’autobus era giunto a una fermata. Era una delle tante lungo il percorso verso la metropolitana. La frenata era stata più brusca del solito, Francesco distolse l’attenzione dal libro che stava leggendo e guardò davanti sé. Un’automobile aveva frenato bruscamente dinanzi al bus, scese una ragazza che si confuse tra le molte persone in attesa alla fermata. “I soliti ritardatari” pensò, mentre cercava di ritrovare il segno della lettura.
– È libero? – disse qualcuno.
Francesco preferiva occupare il sedile interno per evitare il soffio diretto del condizionatore. A quella richiesta alzò gli occhi e vide che era la ragazza scesa dall’auto, indicava il sedile libero.
– Sì, prego – rispose e si scansò per favorire il passaggio alla nuova compagna di viaggio.
La ragazza si sedette e prese dalla borsetta un paio di auricolari, li collegò al cellulare e schiacciò il tasto play. La musica, un insieme di suoni smorzati, si unì al bisbigliare delle persone e al rumore del motore. Francesco era abituato ad avere questo sottofondo alle sue letture, col tempo, era riuscito a ignorarlo quasi del tutto. C’era voluta molta pazienza e forza di volontà. Le prime letture erano state un tormento, non tanto per il continuo chiacchierio della gente, ma per il fastidioso tintinnare musicale proveniente dalle cuffiette acustiche conficcate nelle orecchie dei vicini di viaggio.
Una musichetta partì dal cellulare della ragazza.
– Pronto – disse portandosi il microfono alla bocca.
– Sono sull’autobus – continuò.
– Perché? – domandò.
Sbuffò.
– Non mi và – disse seccata.
Era difficile rimanere indifferente a quella conversazione fatta a pochi centimetri dal suo orecchio. Francesco continuò a fissare la pagina aperta davanti a sé, ma seguiva il discorrere della sua vicina di posto. A tratti gli risultavano comprensibili anche le parole provenienti dal piccolo auricolare piantato nell’orecchio della ragazza.
– Non lo accetto, è una cosa che non ho mai condiviso, e tu lo sai perché te l’avevo già detto tante volte – puntualizzò la ragazza – non puoi ogni volta ritornare su questo argomento, sperando di convincermi ad aiutarti.
– Non posso fare a meno di chiedertelo, cerca di capire, ha bisogno di aiuto e lo ha chiesto a me – disse la voce.
– Non posso farci nulla – rispose la ragazza.
– Allora non mi vuoi bene – disse la voce.
– Carlo di bene te voglio, non immagini quanto, e da sempre condivido le scelte fatte, però su questa non sarò mai d'accordo  – disse la ragazza.
– Allora non mi aiuti. Io devo farlo  – disse la voce.
La ragazza non rispose subito, sembrava che riflettesse sulle parole da dire fissando il cellulare che aveva in mano. Anche dopo il sollecito della voce che chiedeva se fosse ancora lì, lei rispose solo un sì appena percettibile. Francesco, con la coda dell’occhio guardava la ragazza cercando di cogliere l’espressione del suo viso. Ma era fuori visuale per riuscirci. Fece finta di interrompere la lettura, chiuse il libro mettendo in mezzo un dito per non perdere il segno, strizzò gli occhi e la parte superiore del naso con l’altra mano e si voltò a guardare fuori dal finestrino come se volesse rilassarsi un attimo. La ragazza non si accorse di niente, continuava a fissare il cellulare, la sua espressione era di delusione. Dall’auricolare giungevano parole incomprensibili per il troppo brusio, quattro ragazzi avevano aumentato il tono della loro voce, stavano discutendo di calcio. La ragazza alzò gli occhi, si voltò verso Francesco. Egli per un attimo rimase impassibile, continuò a far finta di scrutare il panorama che scorreva al di là del vetro, poi incrociò il suo sguardo. I loro occhi rimasero incollati in uno sguardo perplesso, curioso. Sembrava che stessero per dirsi qualcosa, ma non fu così, Francesco riaprì il libro e lei girò la testa verso il finestrino. Ora l’aveva notato.
– Va bene fa come vuoi – furono le sue parole, dette di botto, tanto velocemente che dovette ripeterle per renderle comprensibili al suo interlocutore.
Spense il cellulare, chiuse lentamente il portellino come se fosse il sipario di uno spettacolo giunto alla fine. Non sopportava averlo detto, ma non aveva altra scelta. Questa era la prima volta che cedeva su una cosa importante, una cosa che le faceva male, che le procurava sofferenza. Stringeva il cellulare nella mano e lo sbatteva sulla gamba, come per sfogare la rabbia che stava montando dopo quelle parole. Nella sua testa solo una frase rimbalzava da una parte all’altra del cranio “non è possibile” “non è possibile” “non è possibile”. Diede un colpo più forte sulla gamba. Il cellulare schizzò via dalla mano e precipitò verso il basso tra la sua gamba e quella di Francesco.
Il cozzare delle teste produsse un rumore secco, poco percettibile ma molto doloroso. Le mani portate nel punto dolente fu l’epilogo dell’incidente. Non si dissero nulla, si guardarono ognuno facendo una smorfia di dolore, poi scoppiarono a ridere. Più in basso il cellulare dondolava appeso al filo dell’auricolare, il suo movimento disegnava un enorme sorriso nell’aria. Francesco allungò un braccio per recuperarlo, ma lo fece anche la ragazza. Cozzarono ancora la testa, ma in un punto diverso. Questa volta la risata scoppiò subito.
– Ferma lì – le impose Francesco mentre lentamente tirava su il telefonino attaccato al filo – per fortuna non si è sganciato – disse porgendolo alla ragazza.
– Grazie. Ti fa male? – disse la ragazza.
– Un po’, comunque niente di grave. Te invece? – chiese Francesco.
– Uguale. Io sono Fabiola, tu? – chiese la ragazza.
– Io Francesco, un  Francesco qualsiasi – rispose.
Fabiola aggrottò la fronte, lo guardava incuriosita.
– Come qualsiasi? – chiese.
– Niente, è un mio modo di dire, nel senso che…vabbé! Troppo lungo da spiegare – concluse Francesco.
La ragazza si incuriosì di più e insistette perché glielo spiegasse. Francesco abilmente ci girò intorno, fece crescere l’interesse di Fabiola prima di dare una completa spiegazione.
– Quindi tu ritieni di essere uno qualunque della massa. Allora anch’io sono una Fabiola qualsiasi – disse la ragazza.
Francesco sorrise.
– Non proprio – disse.
Fabiola non capì e chiese spiegazioni.
– Tutti facciamo parte della massa e ci confondiamo in essa, fino a quando succede che…– la ragazza aveva gli occhi sbarrati e le sopracciglia alzate lo guardava attentissima – succede che qualcuno, un altro qualcuno qualsiasi ti tira fuori dalla massa. E a te è successo – disse Francesco.
– Un altro qualcuno qualsiasi – ripeté la ragazza ridacchiando come se volesse mettere in evidenzia che da due persone mediocri non viene fuori una eccelsa – chi sarebbe colui che mi ha tirato fuori dalla massa? – chiese.
– La persona con cui stavi parlando al cellulare, il tuo ragazzo. Scusami ma non ho potuto fare a meno di ascoltare la tua conversazione di prima – disse Francesco.
Fabiola divenne pensierosa e fissò Francesco con sospetto, dopo scoppiò a ridere. Francesco non sapeva come interpretare la risata di Fabiola, rimase serio dinanzi al suo gioire.
– Hai pensato veramente che Carlo… ah ah ah ...che Carlo…ah ah ah...fosse il mio ragazzo? Che intuito da volpino! ah ah ah – disse Fabiola continuando a sghignazzare – Carlo è solo un amico che non riesce a liberarsi dalla sua ex…incredibile! Non posso crederci che tu…ah ah ah ...mi infurio sempre quando lei, solo per opportunismo, lo cerca e lui crede che…incredibile! Da non credere – .
“Che gaffe terribile” pensò Francesco, paonazzo e imbarazzatissimo.
L’autobus era giunto al capolinea. Le porte si aprirono e un fiume di gente si riversò sul marciapiede verso la metropolitana. Scesero anche Francesco e Fabiola. Ormai la frenesia per il malinteso si era dissipata.
– Prendi anche tu la metro’? – chiese Fabiola.
– No. Prendo quello – disse indicando l’autobus fermo al capolinea della 405. Fabiola prese dalla borsetta una penna e un piccolo blocchetto di carta e ci scrisse qualcosa.
– Allora ciao – disse porgendogli il piccolo foglio di carta staccato dal blocco.
Francesco prese il foglio e lo mise in tasca, immaginò che fosse il suo numero di telefono.
– Grazie. Ciao Fabiola – disse con voce roca.
Sul bus 405 occupò il primo posto, quello sulla ruota anteriore che non ha sedili adiacenti, non voleva nessuno vicino. Ripensava a quella ragazza mentre sfogliava il libro che non aveva più voglia di leggere. Solo dopo la partenza tirò fuori dalla tasca dei jeans il bigliettino che gli diede. Solo parole, nessun numero di telefono.
“Anche questa volta ti sei sbagliato”.

 
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PIZZA EXPRESS

Post n°124 pubblicato il 26 Settembre 2011 da fittavolo

Ci sono due categorie di persone che ordinano la pizza a domicilio: quelle che danno del tu e quelle che danno del lei. La differenza non sta solo nel uso del pronome, questo sarebbe il minimo, ma in un qualcosa di più significativo, almeno per me che porto le pizze fin dietro le loro porte, lo è; quelle che danno del tu allungano la mancia. Faccio questo mestiere da poco più di un anno, lo faccio per racimolare qualche euro, per le mie piccole spese e non pesare sul bilancio famigliare. I miei genitori fanno già tanti sacrifici permettendomi di studiare e poi a vent’anni mi vergogno un po’ di chiedergli la mancia settimanale. È una cosa da bambini, massimo da adolescenti, alla mia età essere indipendenti è una questione d’orgoglio.
Così insieme ad un amico ci presentammo al signor Giulio, il titolare della pizzeria “Pizzaexpress”, per chiedergli se avesse bisogno di due aiutanti. Era un tipo di poche parole, lo è ancora adesso, col suo occhio indagatore, ci scansionò dalla testa ai piedi e poi dai piedi alla testa. Lo fece un paio di volte, tenendo il sopraciglio sinistro alzato come se avesse voluto evidenziare quale dei due occhi ci stava radiografando. Poche parole dicevo – tu in cucina e chiedi di Fabio – disse indicando il mio amico – tu nel retro e aspettami lì – disse indicando una porticina in fondo al locale. Con che criterio valutò la nostra buona volontà non lo sapemmo mai, però ci azzeccò: siamo ancora con lui. Un po’ siamo stati fortunati: la settimana precedente era stato abbandonato senza preavviso dal ragazzo addetto alle consegne domiciliari e Fabio da tempo si lamentava di aver bisogno di un aiuto in cucina. Ai più, un anno può sembrare un lasso di tempo breve per poter affermare di aver acquisito una buona esperienza per capire il comportamento umano, ma questi, non immaginano minimamente quanta conoscenza si apprende consegnando la pizza a domicilio. C’è in giro un sacco di gente strana, mentalmente instabile, che dietro un’apparente vita normale nasconde tanti di quei problemi che non hai idea. Alcuni hanno emotività da vendere e hanno la capacità di rovesciartela addosso coinvolgendoti in situazioni di cui ne faresti volentieri a meno. Questi sono i peggiori e di solito esordiscono con una domanda che comincia sempre con “è vero che…” e così chiedendoti un parere ti tirano dentro a questioni tra loro e i loro figli o le loro mogli o i loro mariti. Quei pochi minuti che passano tra la consegna e il pagamento si dilatano diventano cinque, a volte dieci, col piede destro che tenta di portarti via e quello sinistra che ti blocca. Continui a fare avanti e indietro in quel mezzo metro che ti separa dalla porta, con la voglia di voler dare una risposta e la necessità di consegnare le altre pizze ancora fumanti. I primi tempi ci cascavo sempre, era facile coinvolgermi, molto spesso ero in ritardo e il signor Giulio me lo diceva sempre – dove cacchio sei stato, ricordati che alla prima lamentela di pizza fredda, hai chiuso con me – me lo diceva mentre mettevo lo scooter sul cavalletto e lui era già pronto con un altro carico da consegnare.
Nessuno mai si lamentò.
Poi ho imparato, e mi feci coinvolgere più di rado, fino a quella maledetta volta che smisi completamente.
Era una bella serata di luglio, faceva caldo e andare in scooter era una delizia. Come al solito ‘ulio mi diede la lista delle prenotazioni per studiare i percorsi, ma dopo otto mesi che lavoravo lì conoscevo a memoria le strade del paese. I clienti erano quasi sempre gli stessi, ogni tanto se ne aggiungeva qualcuno nuovo. Quella sera ce n’erano due, in due vie diverse dalle solite. Uno voleva la consegna alle 21.30 in punto, due pizze arcobaleno. Le 21.30 era un buon orario, era quando la calma cominciava a prendere il posto della frenesia e ‘ulio si rilassava.
Ero in anticipo di qualche minuto quando suonai al 43 di Via Giovane Italia. Pigiai il tasto del campanello, non mi aprì nessuno. Lo pigiai un’altra volta. Stavo per andar via e rinunciare alla consegna. Lo scatto della serratura mi sorprese mentre guardavo le finestre e i balconi sulla facciata del palazzo, già a cavallo dello scooter. Una voce disse quarto piano. “Sì quarto piano, era ora!” pensai.
La porta d’ingresso era socchiusa, un filo di luce si evidenziò quando la scalinata divenne buia. Bussai e chiesi permesso. Una voce, la stessa del citofono, mi disse di entrare. Era una voce femminile. Spinsi la porta ed entrai. Nell’ingresso c’era un grosso armadio con le ante a specchio, mi vedevo riflesso con la borsa termica. Istintivamente mi misi a posto i capelli, scompigliati dal continuo leva e metti del casco.
– Arrivo subito – disse la voce.
Io risposi che non c’era problema. Si far per dire, quella era l’ultima consegna e al rientro dovevo dare una mano a Fabio a riassettare la cucina, prima di andarmene. Passarono pochi minuti e dalla porta che avevo di fronte uscì una donna in vestaglia. Non era volgare, solo che, quel suo muoversi in fretta le scopriva le gambe mentre camminava. Aveva in testa dei piccoli cilindri di plastica su cui aveva avvolto ciocche di capelli e li aveva bloccati con delle pinzette con il becco lungo.
Mi ricordava mia zia Maria. Quando ero piccolo mia madre mi portava da lei e aveva sempre la testa inghirlandata così.
Forse aveva quarant’anni, comunque era molto piacente e si presentava molto disinvolta.
– Scusami, ero in bagno a sistemarmi i capelli, avevo il phon acceso e non ti ho sentito. Hai aspettato molto giù? – disse venendo verso di me.
– No signora, solo pochi minuti. No problem – dissi sfoggiando il mio inglese scolastico.
Tirai fuori le pizze dalla borsa termica. – Ecco qua, due belle arcobaleno per lei – dissi allegramente.
Le prese e le portò in cucina. Quel suo modo di muoversi faceva ondeggiare la vestaglia, scoprendo ciclicamente le gambe. Non ebbi l’impressione che lo facesse apposta, piuttosto, era estremamente naturale nell’atteggiarsi.
– Quanto ti devo? – la sentii chiedere – ma non essere timido vieni –.
Feci qualche passo avanti per affacciarmi in cucina, non entrai. La vidi che rovistava in una borsa appoggiata sul tavolo. La curvatura del suo corpo rilassava l’indumento dal petto e lasciava intravedere un seno bianco che puntava verso il basso. Deglutii e a fatica riuscii a nascondere l’imbarazzo. Accusai un vuoto allo stomaco, come quando d’improvviso precipiti. Mi succedeva sempre alla vista di qualcosa normalmente nascosto e che all’improvviso sbucava fuori, e per caso, si trovava sulla mia stessa visuale. La naturalezza di questa donna mi stupiva. Possibile che non si accorgesse della finestra aperta sul suo seno. Eppure continuava a rastrellare nella borsa con estrema disinvoltura.
– Devo decidermi a riordinare questa borsa, quando cerco qualcosa non la trovo mai! – esclamò abbattuta – a ecco, finalmente! Allora quanto ti devo?.
Si tirò su e la finestra si chiuse. Aveva in mano un borsellino e sul viso un bel sorriso.
– Qui n di ci eu ro – dissi sillabando e porgendole lentamente lo scontrino. E lo dissi in uno stano modo, che io stesso mi sorpresi. Lei aggrottò la fronte tirando indietro leggermente la testa, era stupita. Mi sentii come paralizzato, incapace di dire o fare qualcosa. Fu lei a risolvere.
– Vabbè! Qui n di ci eu ro e due eu ro di man cia – disse quasi ridendo.
Io avevo il volto in fiamme mentre pensavo al confermarsi della regola del “tu”.
– Mi scusi, non volevo prenderla in giro, e solo che…– dissi ficcandomi in un vicolo cieco.
– E solo che cosa? – chiese incuriosita, inclinando la testa.
Avrei dovuto mordermi la lingua per impedirmi di dire altre fesserie, ma lei aspettava una risposta; era rimasta immobile con un sorriso di circostanza e mi fissava. Deve aver capito che ho sbirciato e adesso vuole pareggiare il conto mettendomi in difficoltà.
– Lei mi ricorda mia zia, usava anche lei i cilindri per i capelli, mi ero incantato a guardarli – dissi mentendo spudoratamente, era l’unica via di scampo che trovai.
– I bigodini! Sicuro sicuro? – disse, aveva mangiato la foglia, non mi credeva – non è che per caso ti eri incantato su qualcos’altro? –  mise la mano sui fianchi e la vestaglia si aprì lasciando intravedere oltre all’attaccatura una buona parte dei seni.
Non sapevo cosa fare, era evidente che stava giocando con me. Forse l’aveva fatto sin dal principio, altro che disinvoltura!
– Cosa succede qui? – disse qualcuno alle mie spalle.
Era un uomo in canottiera e pantaloncino, ai piedi aveva delle pantofole. Era entrato senza chiedere permesso dalla porte socchiusa, era il marito.
– Allora? Si può sapere? – disse alzando la voce e avvicinandosi con fare minaccioso.
Mi spostai verso l’uscita, per rientrare entro i miei naturali confini. L’uomo giunto sulla porta della cucina vide la moglie, la sua postura non era cambiata, i suoi seni sfidavano la sua rabbia.
– Non posso lasciarti sola un minuto che subito mostri al primo venuto quello che sei – disse l’uomo risoluto.
– E cosa sarei, eh, cosa sarei, sentiamo – disse la donna.
L’uomo stringeva i pugni, rabbioso, non gli pareva vero di essere affrontato anche quando aveva ragione.
– Zitta, zitta, non parlare, non peggiorare la situazione – disse l’uomo.
– Ma che situazione, peggiorare cosa? – disse la donna sfidando il marito.
– Possibile che non ti rendi conto del tuo comportamento, guardati, con la vestaglia aperta davanti a un estraneo, sei proprio una…– precisò l’uomo.
– Dillo dai dillo cosa sono, ormai non ti controlli più, non controlli più la tua gelosia – disse la donna – non ho fatto nulla di male, la vestaglia si è aperta accidentalmente, non l’ho aperta io e poi voglio vivere, sentirmi libera di muovermi senza restrizioni, hai capito? –.
“Un po’ apposta l’hai fatto” pensai maliziosamente.
– La mia gelosia è fondata, se fossi un’altra persona, se ti comportassi come si deve, non avrebbe ragione di esistere – disse l’uomo cercando di giustificarsi.
La donna uscì dalla cucina, passò davanti al marito e si fermò a due passi da me.
– Ecco, così almeno hai un motivo valido per esserlo – disse la donna scoprendosi completamente i seni.
Poi prese la mia mano destra e ci mise dentro diciassette euro, puoi andare, disse. Il marito diede un pugno al muro i suoi occhi erano rossi d’ira.
– Tu non vai da nessuna parte, tu sei testimone di ciò che sono costretto a fare – disse indicando me.
– Scappa – disse la donna interponendosi tra me e il marito.
Ero paralizzato dalla paura. La donna mi spinse fuori dalla porta, ma suo marito le era già addosso, le diede uno spintone e afferro un mio braccio. Feci blocco con un piede contro il muro, tiravo con forza il mio braccio, mentre cercavo di chiudere la porta. Lentamente scivolavo via dalle grinfie di quell’uomo, grazie anche al sudore che aveva preso a scendere copioso. L’ultimo strattone fu decisivo e il mio braccio si liberò, però persi l’equilibrio e mi aggrappai alla maniglia della porta per non cadere. La porta venne avanti tirata dal mio corpo. Non ci fu il classico rumore secco deciso di una porta che sbatte, ma un urlo straziante. Vidi delle dita ritirarsi verso l’interno, mentre mi rialzavo per scappare via. Non dissi niente a ‘ulio, e lui, non avendo più ricevuto ordinazioni, non notò il ritardo.   

 
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QUAD

Post n°123 pubblicato il 15 Settembre 2011 da fittavolo

È  mattino presto e da poco mi sono alzato. Fa già caldo, purtroppo la notte non è riuscita a dissipare il calore del giorno prima. Appoggiato alla balaustra del balcone guardo il piccolo parcheggio sottostante. È vuoto. Di fronte gli alberi sono fermi e puntano i rami dritti al cielo, come se lo supplicassero di far cadere qualche goccia d’acqua. Manca mezz’ora all’arrivo degli altri. L’appuntamento è alle 7.30 e alle 8.00 è prevista la partenza. Ho ancora un po’ di tempo prima di preparami, ma Patty mette fuori la testa e mi sollecita. La puntualità è sempre stato un suo cruccio. Faccio un cenno con la mano, come per dirle calma, rientra borbottando. Possibile che anche quando siamo in ferie dobbiamo correre? Non possiamo per qualche giorno buttare in un angolo la tuta d’atleta indossata tutto l’anno e affrontare la vita con la calma più assoluta? Possibile? Possibile no, per lei certi principi non vanno mai in vacanza. Eccola che sbuca di nuovo dalla portafinestra, mi guarda in malo modo senza dire niente, sbuffa e torna dentro. Comincia a innervosirsi, devo muovermi prima che sbotti, oggi non ho proprio voglia di litigare.
Gli altri arrivano con mezz’ora di ritardo, c’è appena il tempo di salutarci, l’ora della partenza non può essere spostata: a detta di Gino bisogna arrivare presto altrimenti i posti migliori vengono occupati. Le quattro macchine si avviano, formando una piccola colonna una dietro l’altra. La velocità è modesta fino alla statale 16, poi chi è in testa comincia ad accelerare, e gli altri a ruota. So dove stiamo andando, però il posto specifico non lo conosco. Mi hanno detto che c’è una pineta, fresco, dei tavoli da picnic ricavati con dei tronchi d’albero, dove è possibile mangiare comodamente. Vicino al mare fa sempre caldo, anche in pineta, mi sa che oggi sarà una di quelle giornate indimenticabili, per il forte disagio che dovrò subire. Lasciamo la statale 16 e ci immettiamo su una provinciale con il fondo stradale a tratti dissestato, moderiamo la velocità. Siamo ancora distanti ma in fondo alla strada si vede Marina di Lesina. Da lontano, la lunga fila di case bianche, la fanno sembrare una grande caserma, un paese con le mura di cinta. Adesso mancano meno di due chilometri e non vedo sbocchi alternativi alla pineta che fronteggia Lido Rosa. Il mio peggior incubo si sta materializzando: passare un’intera giornata in pineta, a due passi dal mare, con il falso fresco che mi fa sudare e l’odore della salsedine che stimola il ricordo di quando al mare ci andavo dalla mattina alla sera. Inaspettatamente vedo accendersi la freccia destra di chi mi precede. Giriamo su una stradina secondaria, non tanto larga, però sufficiente per il passaggio di due automobili. La velocità è moderata, riesco a guidare e guardare le case coloniche che compaiono alternativamente a destra e a sinistra. In alcune i segni dell’abbandono sono evidenti, le finestre sono aperte e sconnesse e la vegetazione si è allargata fin sotto i porticati. Il pallore delle facciate mette addosso tanta tristezza. Finisce l’asfalto, la strada diventa sterrata, terra battuta. Una nuvola di polvere si solleva e investe la colonna d’auto. Sono costretto a chiudere il finestrino. Man mano che proseguiamo c’è a malapena lo spazio necessario per far passare un’automobile. Se dovessimo incontrare qualcuno per proseguire dovremo buttarci nella sterpaglia. L’ambiente circostante è solo natura. È quello che più desideravo, forse la giornata è salva. Attraversiamo un cordone di alberi, faccio fatica a distinguere la via, svoltiamo a destra e finalmente vedo le auto parcheggiare. Il cordone di pini appena passato prosegue costeggiando la strada. È la pineta. Non scendo subito, spengo il motore e aspetto che la polvere si depositi, guardo il cofano, ne ha su due dita. Gino non perde tempo, sta già scaricando la roba, lo vedo tutto indaffarato a portarla verso l’unica panchina di legno ancora integra. Guardo in giro, c’è solo una famigliola più in fondo, a un centinaia di metri da noi. La tanta temuta ressa per occupare il posto migliore è in ritardo e forse non accadrà mai. Scendo dall’auto e una leggera brezza mi rincuora. Non soffrirò il caldo. Aiuto a sistemare il barbecue. Il ragazzo di Lella fa pulizia degli agli di pino, si è inventato una rudimentale scopa e con essa li raccoglie ai margini dell’area da noi occupata. In meno di un quarto d’ora è tutto pronto, bisogna solo aspettare l’orario, accendere il fuoco e mettere a cuocere la carne. Ma sono appena le 9.30, che si fa fino ad allora? Patty tira fuori le carte, in un attimo si radunano intorno ai due tavolini da picnic messi uno adiacente l’altro, io resto distante, giocare a carte è l’ultima cosa che voglio fare. Qui c’è un luogo da esplorare, da capire. La striscia di pineta che ci ospita e larga una ventina di metri e lunga circa trecento. Ai lati solo bassa vegetazione bruciata dal sole. Un tempo la pineta doveva occupare tutta la superficie. Dai resti di pini bruciacchiati intuisco cosa sia successo. Forse è stato un incendio, come quelli visti in tv, soprattutto d’estate. Anche i pini che ci fanno ombra, hanno subito dei lievi danni. La loro corteccia, nella zona più bassa del troco, è a tratti tutta annerita. Però al suolo non c’è alcuna traccia di cenere o di altri resti. Probabilmente è un danno subito tempo fa e il cambio degli aghi ne ha favorito la scomparsa al suolo. Sono dei pini molto alti, chissà quanti anni hanno, comunque non meno di quelli carbonizzati. Mi allontano e vado verso un rudere, situato su di un dosso. Della costruzione originaria restano solo le mura perimetrali, all’interno qualche escremento dove non c’è la vegetazione. Questo vecchio rudere la cui storia nessuno conosce, è diventato il cesso pubblico di questo posto. Guardo verso ponente e scorgo un luccichio in lontananza. È il Lago di Lesina. Allora mi volto e intravedo tra le canne di bambù, al di là della pineta, il mare. Nonostante la brezza a favore, non riesco a sentire il rumore delle onde. La distanza e la vegetazione fanno da ostacolo. Il sole comincia a picchiare forte, torno tutto sudato sotto la pineta. Preso dalle mie osservazioni, non mi ero accorto dell’arrivo di altre macchine. Altre famiglie più o meno numerose, hanno preso possesso di altri metri quadrati di pineta. L’organizzazione è la stessa, tavolini e sedie da picnic, frigo portatili e l’immancabile barbecue. Alcuni bambini prendono un pallone e corrono a giocare inseguiti dalle solite raccomandazioni dei genitori. Percorro il tratto di pineta verso il mio accampamento costeggiando questa realtà. In fondo allo sterrato altre macchine che arrivano, parcheggiano alla meglio occupando gli ultimi posti rimasti. Gino aveva ragione a metterci fretta, se fossimo arrivati adesso saremmo rimasti sotto il sole. Un bel bicchiere di acqua fresca è proprio quello che ci vuole per spegnere la calura. Dal frigo prendo una bottiglia d’acqua e chiedo un bicchiere. Patty me lo dà con aria interrogativa – dove sei stato? – mi chiede.
– In giro – non aggiungo altro. So che a lei dà fastidio quando la lascio sola o quando mi isolo, ma non mi importa: un posto del genere non può essere solo usato come luogo per fare una scampagnata, e poi m’annoia giocare a carte. Gino ritira le carte e le passa al ragazzo di Lella, poi comincia a preparare la carbonella. Lungo la striscia ombreggiata tutti sembrano fare la stessa cosa. Si alzano qua e là piccole colonne di fumo, e come in un rituale imparato alla stessa scuola, gli uomini si occupano di arrostire la carne e le donne preparano al meglio la tavola. La brezza è diventata un venticello vivace che alterna folate di aria calda e fresca, se non ci fosse si creperebbe dal caldo, nonostante l’ombra. Così nel giro di dieci minuti i primi spiedini e alcuni pezzi di salsiccia sono messi sulla griglia. La cottura è veloce, non l’avrei mai detto. La salsiccia è gustosa, ne mangio quattro tocchi. Poi bevo un bel bicchiere di vino. Il pomeriggio comincia con la fine del pranzo, qualunque ora sia. Questa regola non scritta ma sentita da tanti, non viene meno anche oggi. Gino si accomoda in macchina e allunga il sedile, lo stesso fa sua moglie. Piero pare indeciso, ma sbadiglia. Non passa molto tempo prima di cedere alla stanchezza e sdraiarsi in auto. Gli altri dopo aver ripulito e riposto ogni cosa decidono di riprendere a giocare a carte, però la brezza trasformatosi in venticello, spazza via quelle appoggiate sul tavolino. Fanno un paio di tentativi, dopo rinunciano. Pensare di passare un pomeriggio seduto all’ombra dei pini, a parlare del più e del meno, non fa per me. Prendo la macchina fotografica e chiedo a Patty se vuole venire a fare una passeggiata.
– Dove? – è stata la sua risposta.
– Andiamo a vedere dove sbuca questa strada – le propongo. Mi guarda con aria annoiata, come se sapesse già. Fa qualche smorfia di disappunto e mi risponde no. Non ci contavo, so che quando è con i suoi parenti difficilmente li lascia soli per seguire le mie manie d’avventura. Mi avvio da solo, da qualche parte questa strada dovrà portare. Alla fine del cordone di pini, il fondo stradale diventa sabbioso, e dopo un po’ si confonde con l’area circostante. Se non fosse per qualche sterpaglia presente qua e là a evidenziarne il percorso, affermerei che la via è finita. Ora sembra di essere in spiaggia, cammino piano sollevando bene i piedi per evitare di far entrare la sabbia nei sandali. In fondo, a un centinaio di metri, comincia una pineta. Sono pini bassi e molto fitti. Mi fermo e faccio qualche foto. Il passaggio dalla luce al buio è drastico. Sembra di essere entrato in una caverna dove al sole è impedito l’ingresso. Il fondo è molto scivoloso per via degli aghi, ce n’è uno strato abbastanza alto. Proseguo con molta attenzione. Resti di lattine e bottiglie vuote testimoniano che il non rispetto dell’ambiente non conosce ostacoli. La strada che seguivo si dissolve in questa pineta. Raccatto un ramo e lo ripulisco ottenendo un discreto bastone. Lo uso per sostenermi e per sondare il terreno. Alla mia destra c’è un masso enorme, ideale per sedersi e riposarsi un po’. Ci batto su il bastone per far scappare eventuali serpi, poi mi siedo. L’aria qui sotto è veramente fresca e secca. In pochi minuti mi asciuga il sudore e mi dà un sollievo enorme. Ci resterei tutto il pomeriggio se non fosse per gli altri lasciati in pineta. Inutile scattare foto, verrebbero scure e senza alcun interesse. Fermo e concentrato sulla frescura percepisco dei rumori provenire dalla profondità del boschetto. Al principio non gli do peso, poteva essere il sibilare di qualche folata di vento, ma quando distinguo chiaramente dei lamenti mi inquieto. È difficile capirne la provenienza. Provo a tendere l’orecchio, sembrano cessati. Un'altra traccia, questa volta più evidente: è un mugolio intenso. Vado verso quello strano verso armato di bastone. Non molto distante da dove mi ero fermato, il bosco diventa più rado, qualche raggio di sole riesce a penetrarlo. La luce più intensa mi permette di vedere in profondità. C’è come una piccola oasi più avanti, un’area priva di alberi all’interno della pineta. Distinguo un ombrellone conficcato nel suolo sabbioso, due corpi sdraiati e avvinghiati nella sua ombra. A fianco a pochi metri di distanza c’è parcheggiato un quad. È la prima volta che vedo due far l’amore e sono un poco in difficoltà. Resto immobile, pietrificato, come se all’improvviso il sudore che è ripreso a colarmi addosso si congelasse, trasformando il mio corpo in un enorme ghiacciolo. I due si staccano, è evidente l’eccitazione di lui. Sono imbarazzatissimo e anche maldestro, perché mi abbasso per evitare che mi vedano, schiacciando dei rametti di pino. Il frinire delle cicale cessa. La ragazza si mette seduta coprendo i seni con un braccio, guarda nella mia direzione. Quello che vede è un goffo tentativo di mimetizzazione con la sabbia.
– Là c’è qualcuno – grida spaventata indicando nella mia direzione.
Il ragazzo si volta
a guardarmi, poi si alza. Il suo coso è ancora in tiro.
– Guardone di merda vieni qua che ti faccio un culo così – grida mettendo le mani a parentesi tonda – pure le foto volevi fare, brutto maiale ti spacco la spina dorsale –.
Mi ricordo della macchina fotografica appesa al collo.
– Non è come credete – dico prendendo la macchina fotografica – sono qui per caso, sto facendo un giro, delle foto alla natur… – cacchio un lampo di luce parte dalla mia mano, ho schiacciato il tasto delle foto. La ragazza grida terrorizzata, vedo il ragazzo indossare il costume, è incazzato da far paura. Devo scappare mi dico, finché sono in tempo devo scappare, la mia posizione è difficilmente spiegabile, non ho alibi. Scappo. Comincio a correre come un forsennato tornando dentro l’oscurità del boschetto. Pochi istanti e sento un motore partire. Il suo rombo è minaccioso. Mi infilo in mezzo agli alberi più fitti e scivolo via come una biscia. Da lontano sento la ragazza gridare al ragazzo di non lasciarla da sola. Lui le intima di far presto. Una forte accelerata mi fa rabbrividire, aumento la velocità. Il boschetto finisce e mi ritrovo sulla spiaggia  a una cinquantina di metri dal mare. Sono allo scoperto, di peggio non può capitarmi. Mi volto e li vedo sbucare seguiti da una scia di polvere. Accelero più che posso, ma ormai sono sfiancato, l’unica salvezza è tornare nel boschetto. Troppo tardi, non posso più farlo. Allora risalgo il precipizio confinante con la pineta, in realtà è una duna gigantesca. Il mio intento è di tornare sotto gli alberi, dal lato dove il quad ha difficoltà a passare. Sono in cima alla duna. Loro sono ai piedi. Affannato e completamente sudato li vedo allontanarsi per prendere la rincorsa. Riprendo a correre, mentre sento una forte accelerata trapanarmi le orecchie. Con la coda dell’occhio intravedo una nuvola di sabbia schizzare verso l’alto, come una geyser. Una forte accelerata anomala mi blocca. La sabbia lanciata verso il cielo dalle ruote aumenta a dismisura, poi di colpo più niente. La polvere sabbiosa lentamente torna giù. Quei due col quad sembrano inghiottiti dalla sabbia. Una debole voce, è quella della ragazza, chiede aiuto. Mi avvicino cautamente al margine della duna. Il quad è a gambe all’aria, dei due nessuna traccia. La voce proviene da lì. Comincio a scendere. Vedo un braccio uscire da sotto la carrozzeria. Prima di spegnersi il quad ha coperto i due con la sabbia. Comincio a scavare, prima un lato poi l’altro. Libero in parte la ragazza è cosciente, invece il ragazzo non reagisce, forse è svenuto. Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Sfilo da sotto il quad la ragazza, sembra non avere nulla di rotto, solo qualche livido e un piccolo taglio sulla gamba destra. Piange. Insieme cerchiamo di liberare il ragazzo. Lo tiriamo da parte, qualche metro al di là del quad. Ha un grande livido sulla fronte, anche lui sembra tutto intero. La ragazza lo chiama, io gli do qualche schiaffetto sulla faccia. Pian piano si riprende, riconosce la ragazza e la tira a sé. Riconosce me e mi molla un cazzotto in pieno viso.
– Ma che cacchio fai? Sei impazzito – gli grido addosso.
– È per colpa tua se è successo tutto questo – dice  con voce sofferente, ma non arrendevole.
– Lo vuoi capire che non sono un guardone, che vi ho incontrato per puro caso – dico con fermezza. Lui si lascia andare giù, facendo una smorfia di dolore.
– Non muoverti, se hai una costola rotta, puoi solo peggiorare la situazione – dico.
Si tasta lentamente il petto, per costatarne l’integrità, per lo meno adesso mi ascolta.
– Non sperare di cavartela così, consegnaci le foto che hai fatto, dai qua la macchina – dice allungando la mano.
– Va bene così la facciamo finita – dico.
Prendo la macchina fotografica, è piena di sabbia, spero fortemente che non si sia rotta. L’accendo. Il rumore dell’obbiettivo che avanza, mi dà un senso di sicurezza. Vado nella modalità di play. Appare l’ultima foto fatta, quella scattata per sbaglio, per paura. Il quad mostra integralmente la sua potenza, anche nella foto è a gambe all’aria. Poi mostro le altre foto, la pineta bassa, la strada sabbiosa, il cordone di pini con le auto parcheggiate, il rudere trasformato in cesso pubblico, il Lago di Lesina visto in lontananza, la corteccia dei pini bruciacchiata, Patty che sorride, Gino che accende la carbonella, io che bevo un bicchiere d’acqua. Fine delle foto.

 
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FERIE

Post n°122 pubblicato il 26 Agosto 2011 da fittavolo

Da poco sono tornato dalle ferie. Quest’anno per mia scelta sono state cortissime. Avevo voglia di visitare i vecchi luoghi di sempre, ma senza trattenermi a lungo. Ciò che in realtà avrei voluto fare, era proprio una veloce capatina, però non ho potuto: ci sono sempre degli “obblighi” parentali ai quali e impossibile venir meno, per cui ho ristretto il periodo di permanenza al minimo sindacale. Questa volta non ho ceduto alle insistenze, avevo solo voglia di tornare casa e riposarmi a modo mio: trascorrere qualche giorno completamente immerso coi pensieri e il corpo nel lavorare la terra. Eppure un mese fa non la pensavo così, avevo in testa un programma di visite e di escursioni che avrebbero riempito le mie vacanze fino all’ultimo giorno. Però qualcosa è cambiato ancor prima di partire. Provavo un’emozione strana, un senso di condanna. Mi vedevo inabissato nel mio girovagare nel tavoliere e mi sentivo soffocare. Non era repulsione per i luoghi, e neppure per le persone, era spossatezza per la ripetitività delle situazioni. Vedevo scorrere nella testa un film già visto tante volte, ragionamenti affrontati già in passato e riproposti come nuovi solo perché era cambiata la data. Vedevo parcheggiata la mia macchina dal balcone della cucina, gli alberi che le davano ombra ondeggiare sotto le sferzate del vento. Vedevo il bicchiere col dito d’amaro pugliese appoggiato sulla balaustra, sentivo in bocca il suo sapore, mentre arrancato all’estremo sinistro del ballatoio sfruttavo l’ultimo metro d’ombra prima dell’arrivo del sole.
Io so di appartenere a quei luoghi, ma quei luoghi sanno che io li appartengo? Credo che il mio senso di appartenenza sia solo illusorio. Un pensiero che si è insediato nella testa qualche anno fa e che ho forzatamente alimentato fino ad ora. Ho ricercato nei luoghi, nelle persone, ciò che ero, ciò che ricordo, ciò che vorrei tornasse. Ma le cose cambiano, modificano il proprio aspetto, lasciando a volte la parvenza di immutabilità. I cambiamenti ci sono sempre, è solo la mia perseveranza al passato a renderli nulli. Poi accade qualcosa e tutto precipita. La cataratta si dissolve e vedo la realtà per quel che è: una sconosciuta costretta a indossare un travestimento cucito dalla mia ostinazione. Trentacinque anni sono tanti.

 
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UN AMORE VALE L'ALTRO (PRIMA PARTE)

Post n°121 pubblicato il 08 Luglio 2011 da fittavolo
 

La barca giunge in porto, sono da poco passate le 15.00. Procede lentamente a passo d’uomo tra due file di barche ormeggiate. Sembra ferma tanto che è lenta. Le manovre di avvicinamento al molo sono eseguite con scrupolo, come se a bordo ci fosse un carico delicato. Un uomo da bordo lancia una fune. Il cappio della cima è inserito nella bitta. Il motore è spento e una rudimentale passerella è pronta per essere allungata verso la terraferma. Da sottocoperta escono un uomo e una donna, vestiti come l’equipaggio. Sono magri e dall’aspetto provato, come se avessero avuto un’esperienza fatta di privazioni, un lungo periodo di digiuno. Sul molo un uomo e una donna in prima fila scrutano con ansia la barca, ed esultano quando vedono comparire i due da sottocoperta. Dietro di loro qualche curioso commenta. Sulla barca i due si guardano, ed è uno sguardo triste, malinconico. Poi volgono gli occhi verso le persone sul molo e alzano un braccio per salutarle. Pochi attimi ancora e la loro avventura finirà e lascerà il posto alla vita di sempre, anche se non sarà più la stessa vita.

La nave salpò puntuale. Un mare di fazzoletti si agitava dai ponti, era il saluto dei passeggeri. Qualcuno si era già avviato verso la propria cabina. La crociera ebbe così inizio. Saranno due settimane movimentate, fatte di escursioni sulla terraferma nei vari porti dove approderanno, e di nottate passate sulla nave a ballare fino all’alba durante i tragitti in mare da un luogo all’altro.
Floriana era con suo marito Silvio. Erano sposati da poco più di un anno e questo era il loro viaggio di nozze, posticipato per i tanti impegni di lavoro sopraggiunti dopo essersi sposati. Finalmente avevano tutto il tempo per loro. I loro cellulari erano stati spenti subito dopo la partenza ed erano stati messi in valigia. Nessuno potrà turbare quei giorni tanto attesi.
Massimo era un altro passeggero della nave, viaggiava con un paio di amici. Erano in crociera per puro divertimento. Avevano fatto una scommessa e chi avesse vinto avrebbe beneficiato un anno intero dell’appartamento che condividevano, in modo incondizionato e ogni volta che ne avrebbe avuto bisogno. La nave era piena di prede da sedurre, e la caccia ebbe inizio dopo il terzo fischio, quando loro erano ancora sul quarto ponte a sventolare il fazzoletto.
I primi tre giorni li passarono a sondare il terreno, ognuno fece una mappa di ogni ponte, segnando con un punto rosso le possibili vittime delle loro attenzioni. Era un lavoro attento e minuzioso, bisognava evitare d’intralciarsi a vicenda. Massimo era l’unico ad avere un solo puntino rosso sulla sua mappa. Al quinto giorno di crociera, decisero di cambiare approccio. Era troppo severo cercare di conoscere qualcuna scegliendola tra la massa, era più semplice affidarsi al caso e lasciar giocare la sorte, rischiando di essere anche concorrenti, e perché no, sarebbe stato più avvincente. La verità era che nessuno dei tre voleva ammettere di aver ricevuto dei sonori due di picche, e il far gruppo avrebbe dato meno nell’occhio all’ignara vittima abbordata.
Le giornate di Floriana e Silvio trascorrevano serene, era tutto perfetto, proprio come le avevano sognate. Una mattina mentre erano abbracciati, Floriana pensò che le sarebbe piaciuto avere un ricordo indelebile di quel viaggio, un regalo grande quanto il loro amore. Ma non lo disse a Silvio, non voleva alterare la magia che stavano vivendo con quella sua bizzarra idea, lo strinse forte tra le sue gambe e sperò con tutto il cuore.
L’ultimo approdo previsto dal programma era alle isole Canarie. Un giorno intero passato a navigare intorno a quel paradiso di isole, per poi approdare a Santa Cruz de Tenerife e passare lì la notte. Uno stupendo finale. Ormai non rimaneva che il viaggio di ritorno. Il giorno dopo il cielo era inaspettatamente nuvoloso. Il mare era moderatamente agitato. Nulla di preoccupante per il comandante, niente che una nave di quella stazza non potesse facilmente affrontare. Mancavano pochi chilometri allo stretto di Gibilterra, dal terzo ponte verso poppa Floriana guardava la scia bianca lasciata dalla nave sulle acque del Pacifico. Le onde la cancellavano immediatamente, dando un segnale inequivocabile di supremazia. La potenza della natura era nel mare e si infrangeva sulle pareti della nave facendola vacillare.
“Lei non può stare qui, è molto pericoloso” le disse un marinaio.
“È molto bello guardare il mare da quassù, la prego solo un attimo ancora” lo implorò Floriana.
“Solo un attimo! Ma si metta questo” disse passandole un salvagente “e stia lontana dalla balaustra”.
Floriana lo vide allontanarsi e allora tornò vicino al parapetto. Al coperto, da dietro i vetri, Massimo guardava una donna con un salvagente, si chiedeva chi era e cosa ci facesse lì con quel tempaccio. La sirena suonò, avvisaglie di pericoli imminenti. Floriana distratta dal suono della sirena si voltò lasciando la presa che aveva alla balaustra. La nave oscillò, due onde gigantesche l’avevano colpita. Floriana cadde a terra, cercò un appiglio e si tirò su, ma la nave altalenò, scaraventandola fuori bordo. Ora era appesa alla balaustra del terzo ponte, sentiva le forze venirle meno e quella debole tenuta rompersi. Massimo vide la donna con il salvagente svanire al di là del parapetto, scorgeva appena le sue dita attorno al tubo metallico. Si precipitò in suo soccorso, ma non fece in tempo, vide la donna precipitare verso le acque agitate dell’oceano e sparire. Scrutava verso il basso, gridava aiuto. Poi prese un salvagente, lo indossò e saltò. L’acqua era fredda. Vide la donna agitarsi in preda al panico, cercò di raggiungerla, però le onde erano molto alte e lo spingevano nella direzione contraria. Floriana lo vide e cercò di andargli incontro. Era spaventata e ogni sforzo sembrava inutile, la distanza tra i due era incolmabile. In lontananza il suono della sirena avvertiva che qualcuno era caduto in mare. La nave fu fermata e furono calate due scialuppe di salvataggio. Qualcuno con un megafono gridava qualcosa di incomprensibile. Qualcosa che si allontanava onda dopo onda.

 
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PAPA' TULLIO

Post n°120 pubblicato il 21 Giugno 2011 da fittavolo

La prima volta lo incontrai, era stato all’ingresso dell’hotel dove lavorò per tanti anni. Stava lavorando e staccò solo per fare la mia conoscenza. Aveva i capelli tirati indietro e luccicavano sotto i deboli raggi luminosi del primo mattino; era per la brillantina che usava. Indossava un grembiule con i segni evidenti della fatica. Quando arrivammo, chiedemmo al portiere di chiamarcelo. Aspettammo meno di un minuto poi lo vedemmo uscire e appoggiasi alla balaustra del piccolo balconcino che fa da ingresso alla struttura alberghiera. Aveva appena acceso una sigaretta e un rivolo di fumo bianco gli usciva tra le dita, mentre Vincenzo, il mio futuro cognato, mi presentava. Una presentazione semplice, esenziale, senza tante parole disse che ero quello che voleva sua figlia. Vincenzo non ha mai speso tante parole per esprimere ciò che aveva nella testa, però col suo linguaggio sfaccettato dal dialetto, ha sempre saputo farsi capire. Strinsi la mano all’uomo che sarebbe diventato mio suocero con un po’ di timore. Mi avevano istruito a dovere sul come comportarmi, sulla prassi da seguire in questi casi, ciò nonostante avevo apprensione. Mi guardò e mi scrutò per pochi secondi. Era un momento importante, probabilmente in quella occhiata che mi diede, si chiese se sapessi veramente ciò che stavo facendo, se fossi serio. Poi disse “adesso andate a casa, ne parliamo stasera”. Mi tolse dall’imbarazzo e così facendo mi aveva già accettato, rientravo nei suoi canoni. Era un uomo tutto d’un pezzo papà Tullio, legato alle sacre e antiche tradizioni della sua amata terra. Tradizioni che nella sua vita non hanno mai perso di significato, sono state sempre attuali. L’onore innanzitutto. Ci teneva tanto alla sua onorabilità, a quella dei suoi figli, al rispetto delle sue figlie. Il discorso che dopo qualche giorno mi fece, era un’abitudine usata con tutti quelli che si apprestavano a frequentare casa sua. Mi spaventò, non che non fossi sicuro delle mie azioni, delle mie intenzioni, ma così mi vincolava in modo incondizionato a un rapporto che era ancora tutto da sperimentare. Prendere o lasciare. Bisognava deciderlo subito, anzi se si era lì al suo cospetto, la scelta era stata già fatta. Quindi lui doveva solo suggellare con la sua benedizione la promessa di matrimonio. Si fidava delle sue sensazioni, del suo istinto, e aveva capito che di me si poteva fidare. Mi aveva dato fiducia accogliendomi in casa senza conoscermi, quel suo invito “adesso andate a casa” sintetizzava la sentenza del processo fattomi in quei pochi attimi trascorsi insieme, dove la sua esperienza d’uomo maturo gli aveva fatto subito intuire le mie buone intenzioni. Non si sbagliò papà Tullio, due anni dopo sposai sua figlia e con lei vivo ancor oggi.

Quando scoprirono il suo male era inverno, ma era già dall’autunno che l’aveva. Un male forte e insidioso che in poco tempo l’ha potato via. I medici parlarono con la moglie e le figlie, lasciando a loro l’iniziativa d’informarlo. Era una decisione difficile. Lo è sempre, quando si tratta della felicità o del destino di un proprio caro. Era stata una notizia sconvolgente per tutti, anche se qualcuno lo sospettò dapprima e non lo disse per scaramanzia. Ricordo il confronto che ebbi con Imperia e con Gina sulla questione. Il bene verso un padre era fuori discussione, ma secondo un principio naturale che ci rende padroni della nostra vita e ci lascia liberi di poterne disporre come meglio crediamo, io sostenni che papà Tullio doveva sapere, affinché scegliesse il proprio futuro. Anche se fosse stato un futuro breve, come prevedevano i medici. La conoscenza delle condizioni in cui versava la sua salute e soprattutto le reali possibilità che aveva di farcela, era il presupposto primario per poter decidere se sottoporsi a un intervento chirurgico, oppure no, e questo poteva stabilirlo solo lui. Il silenzio aveva dei nobili motivi, dava serenità, ma come trascorrere gli ultimi giorni della propria esistenza spettava solo e soltanto a papà. Oltretutto non era per niente facile nascondere una simile cosa, non bastava non parlargliene, perché il male gli provocava continui dolori che aumentavano d’intensità e frequenza man mano che progrediva. Al punto che dovette incrementare l’assunzione di antidolorifici per calmare gli spasmi al petto. Non gli ci volle molto per comprendere che qualcosa di diverso da quello che gli raccontavamo, stava succedendo. Infatti, al momento della rivelazione disse che già sapeva; probabilmente lo aveva sempre saputo e non lo dava a vedere per lasciarci quell’illusione di serenità che solo chi non sa può avere. Era l’estremo preservare a quei figli il dolore per la sua grave malattia. Un po’ come se si sentisse responsabile degli eventi, come una colpa. E già una colpa, ma che colpa aveva papà Tullio per meritarsi di morire di cancro? Aveva fumato tanto, ma aveva anche smesso. Per questo aveva già pagato, perché qualche anni prima, quasi ci rimetteva la vita e aveva avuto come conseguenza una grave malattia cardiaca. Aveva perso di colpo quella freschezza che lo aveva sempre distinto da altri uomini della sua età. Aveva smesso di andare in motorino, si stancava facilmente facendo piccole passeggiate, stava attento a cosa mangiava seguendo una dieta rigida, aveva eliminato del tutto il vino ai pasti, insomma aveva dato un giro di vite alle sue abitudini e stava rigando diritto. Perché fargli capitare una cosa così brutta? Non aveva trovato risposta questa domanda e non la trova neppure adesso, che è passato qualche anno dalla sua scomparsa. Però a distanza di tempo e pensando a quei momenti tanto tristi, emerge con vigore la sua capacità di accettare il terribile destino. Sereno fino alla fine, non ha fatto mai pesare la sua sofferenza sulle persone che gli stavano attorno, sui suoi figli, su sua moglie. Ed è stato così anche negli ultimi istanti di vita. Ricoverato d’urgenza, era entrato all’ospedale come se avesse dovuto fare solo degli esami e dopo tornare a casa. Sempre lucido fino alla fine, mostrando attenzione a particolari come affidare il portafoglio alla moglie per non lasciarlo in balia di malintenzionati. Tanto sarebbe tornato, solo un po’ d’ossigeno e sarebbe stato di nuovo in piedi, come le altre volte. Non ha mai pensato che quella fosse l’ultima volta. Un modo eccezionale di affrontare la morte. Ricordo, e mi immedesimo e mi sento vigliacco. Io non avrei avuto il suo coraggio, non sarei stato capace di salvaguardare i miei figli e mia moglie, dal dolore per un caro che soffre. Avrei pensato a me, non in senso egoistico, ma nel mettere a fuoco la mia reale condizione. Insomma bisogna avere tanta forza d’animo per restare freddi e distaccati quando si sa di dover morire da un momento all’altro. Questa forza mi manca. Papà Tullio l’aveva.
Di questo avrei voluto parlare con lui e un paio di occasioni le avevo avute, ma non seppi sfruttarle. Ero impacciato e imbarazzato, ogni volta che aprivo bocca le parole non uscivano, restavano incastrate tra i denti, facendomi sentire sempre più un perfetto idiota incapace di spiccicare una frase di senso compiuto. Ricordo che solo una volta sono riuscito a chiedergli come stesse. Era una delle rare volte che eravamo da soli, a parte i bambini. Stavamo facendo un giro in automobile e senza una meta precisa andavamo verso Apricena. Allora glielo chiesi. La sua risposta chiuse ogni argomentazione “sto bene” disse, e aveva sul viso l’espressione interrogativa di chi si chiede il perché della domanda. Era sereno.

 
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