Creato da longu il 08/12/2007
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QUELLI DI GENOVA

Post n°251 pubblicato il 17 Luglio 2014 da longu
 

 

Dare un senso alla propria esistenza

è il dovere che ci spetta,

che ci costa e ci è costato fin dalla nascita.

È la cosa più complessa che ci sia.

Durante il nostro viaggio

gli obiettivi spesso cambiano

e le certezze diventano polvere.

E' quello il momento

in cui la forza degli altri diventa nutrimento,

la fonte vitale che ci abbevera.

 

 
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MIMMO

Post n°250 pubblicato il 19 Giugno 2014 da longu
 

nisciun t’scuord fra’!

 

continuare il tuo impegno
è l’unica immortalità di cui disponiamo

 
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ELEZIONI

Post n°249 pubblicato il 23 Maggio 2014 da longu
 

NONOSTANTE

nonostante una volta eravamo realisti ed esigevamo l’impossibile,

nonostante ora siamo sempre realisti, ma ci basta sopravvivere,

nonostante la radicalità della crisi ci espone quotidianamente a situazioni confuse,

nonostante qualsiasi opzione a sinistra è bollata di minoritarismo,

nonostante sia forte la tentazione di lasciarli marcire nel recinto,

nonostante i tic e le pulsioni sadomasochiste di molti compagni,

nonostante Vendola e le sue risate con l’uomo dell’Ilva,

nonostante il culo sulla barca,

nonostante le incoerenze del passato e del presente,

nonostante gli errori del passato (da Bertinotti a Ingroia),

nonostante ci sia chi è pronto ad entrare nel Pd magari con quel deficiente di Civati,

nonostante il fare le cose male e all’ultimo minuto e con l’acqua alla gola,

nonostante l’immagine pubblica da reduci degli anni ’70,

nonostante lo scoramento e la disillusione,

nonostante impongano di scegliere tra Renzi, Berlusconi e Grillo,

nonostante un possibile e probabile insuccesso,

Nonostante  che con tutto il pragmatismo che ci iniettano nelle vene

ci siamo dimenticati dei sentimenti, perché è da lì, dai sentimenti, che l’uomo trae la forza per cambiare,

voterò Tsipras.

Perché non si rinnega il proprio mondo e la propria storia.

Perché non si rinnegano i compagni e gli amici di una vita.

 

 

 

 
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ACQUE

Post n°248 pubblicato il 13 Maggio 2014 da longu

 

PIOVE  GOVERNO  LADRO…..

 

MA  ANCHE  IL  COMUNE   NON  SHERZA ….. 

 

 
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IL MIO 25 APRILE

A volte, nelle giornate terse,

guardo verso sud-ovest la linea blu degli Appennini che degrada sull'orizzonte.

Penso alle battaglie della Trentaseiesima Brigata.

Penso a mio padre zoppo e senza un occhio, partigiano sui Sibillini.

Penso ai cinque continenti, sterminate distese di terra, moltitudini di uomini e donne in marcia.

Ricordo, come se li avessi vissuti tutti, tutti i secoli di lotte e sangue.

Mi sento parte di una comunità universale che supera i confini e congiunge le epoche,

la comunità di coloro che prendono d'assalto il cielo.

E penso al vecchio Bob, che non poté diventare vecchio.

Un giorno qualcuno s'impadronirà di quel futuro che i miei eroi non poterono conquistare.

Si! penso a Bob, al comandante Bob che urla:

«All'attacco, Garibaldi, avanti, dio boia!»

E mi ritrovo a mormorare tra me e me: «Si! dio boia, avanti».

 
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COSTA RICA

Post n°246 pubblicato il 21 Marzo 2014 da longu
 

Ero abituato a fare e considerarmi un viaggiatore,

però anche il turista non è male,

basta un'aragosta, un buon sigaro e una bottiglia di rum.

 

 
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TREMILAMETRI

LA VALLE DEGLI ORTI

Quanto è difficile questo mondo, quanto sono contronatura i suoi valori.

Quanta fatica, per stare in mezzo al vortice in cui tutto è in vendita, in cui tutto è merce.

Ho un buco nello stomaco  e non so come colmarlo: non so nemmeno se devo colmarlo.

C’è qualcosa che non va, qualcosa che mi sta stretto, qualcosa che non capisco o forse capisco troppo bene.

So che non gira, so che sono diverso, so che non so dove sto andando e qualcosa non funziona.

Ho voglia di smettere di pensare e forse anche di smettere di sognare.

Sono stufo di lottare, è una vita che combatto e mi trovo sempre al punto di partenza.

Ho voglia di novità, ho voglia di libertà, ho voglia di andare senza tornare indietro.

Vorrei smettere di rincorrere il desiderio di rendere eterne cose che non durano.

Il senso del mondo ci è stato tolto e il senso della realtà si è smarrito per strada.  

Tutto ritorna a silenzio come una fiaba piegata all’ordine antico di leggende inventate.

Con questi pensieri mi avvio ad affrontare la strada del Camposanto Vecchio

che porta dal parcheggio dell’ospedale al convento della Madonna delle Grazie.

I dottori dicono che la mia gamba è a posto adesso, che mi manca solo un po’ di forza

e che allungando kilometraggio e fatica e calando ancora qualche kilo tornerò quasi nuovo.

E allora salita. Due kilometri di salita. Non ricordiamo in questi giorni la morte di Pantani?

La strada sale in una valletta esposta a sud con le colline che la riparano dal vento freddo del nord.

La primavera qua è già avanzata gli alberi, gli orti e i giardini sono pieni di vita.

A volte mi domando che fine abbiano fatto i sogni di ragazzo, in quale buco siano finiti.

Ma, come affermano alcuni che si credono poeti del Web

con Nickname che non userei nemmeno per una penticana,

se tutto ciò che conta comincia dai sogni, metafisica in precario equilibrio sull’orlo del dirupo,

allora io sogno un Orto.

Un Orto che dà asilo alle ore cadute dall'orologio.

Dà asilo a tutti quelli che scappano da un mondo dove vincono sempre le trappole

e dove la realtà fa solo prigionieri.

Un Orto dove si può trovare ciò che non si sapeva di cercare.

Un Orto dove tutto è fermo, ma tutto è in perenne movimento:

dove si dimentica il mondo sposando un ascetico distacco;

dove si subisce l'incanto di una natura trionfante;

dove vengono eternamente prolungati gli istanti della beatitudine;

dove si realizza la ricreazione di un mondo lontano dal reale

e dove la rappresentazione di quel mondo si configura come l'unica verità.

Un Orto che è il perdurare del mistero, in ciò che del reale si percepisce.

Un Orto totale ossimoro. Frammento di una totalità frammentata, una insensatezza sensata.

Si! Ho sognato un Orto che ci fa tutti uguali, tutti bambini.

Un Orto che ruba al tempo e ci fa vedere come potevamo essere nella nostra ora migliore.

 

 

 

 
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per te

Post n°244 pubblicato il 01 Marzo 2014 da swala_simba

 

 

mi piace donarti questo fiore :

è questa l’immagine che ho ricordato mentre leggevo il tuo post dell’altro giorno

 

Auguri col cuore e di cuore, fratello


 
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TREMILAMETRI

Post n°242 pubblicato il 26 Febbraio 2014 da longu
 

TREKKING URBANO

 

Oggi si cambia. Si cambia itinerario.

Da casa mia al centro città più o meno tremilametri, forse più.

Andrò dal Turco ultimo re della porchetta, ultimo cibo di strada delle nostre parti.

Vado al mercato e torno in autobus.

Percorro in centro le vie dello struscio fino alla piazza principale.

Da piazza Roma al Foro Annonario del Vanvitelli, guardo le insegne dei negozi.

Sono tutte uguali a quelle di altre città grandi o piccole che siano. L’omologazione è molto avanti.

Ovunque, al nord come al sud o nel centro Italia, gli stessi negozi.

Le stesse catene di biancheria intima, jeans, vestiti, scarpe

intervallate da un buon numero di sportelli bancari.

Marche e marchi multinazionali, con i loro loghi sempre uguali,

con lo stesso design ripetuto all’infinito che fa sparire tutto quanto c’è intorno:

monumenti, arte, architettura, umanità, buon gusto.

Qui come a Milano, a Roma come a Napoli, a Catanzaro come a Vercelli, a New York come a Copenaghen,

le nostre strade si sono trasformate in centri commerciali. 

Un paesaggio che in tutto il mondo genera le stesse sensazioni deprimenti.

È così anche in Sudamerica, anche in Oriente, persino in Africa.

Omologazione questo è il fenomeno che sta colonizzando i nostri luoghi del vivere.

Un fenomeno che riguarda l’intero tessuto urbano e di conseguenza anche quello sociale.

Poi il cibo, la più vivace forma di umanità e di condivisione,

e le piccole attività ad esso legati, è il settore più colpito.

I nuovi negozi che si aggiungono ai vari centri commerciali,

outlet e ipermercati che proliferano in periferia e lungo le tangenziali

hanno estromesso quasi tutto il cibo dalle nostre strade e dalle vetrine delle nostre città.

Lo hanno sostituito con cose che non si mangiano,

con cose che creano deserti di socialità, di cultura e di piacere.

Deserti dove al posto della sabbia siamo circondati da mutande e scarpe firmate,

tutti uguali come ogni granello di ogni arida distesa di questo pianeta.

Da questi panorami urbani, cui purtroppo siamo ormai assuefatti,

sono sparite le drogherie, le latterie, le molte gastronomie, le pasticcerie, le macellerie.

Non esistono più quelli che una volta si chiamavano gli “alimentari”.

Ma anche i calzolai, le mercerie e tanti piccoli esercizi commerciali

sono stati soppiantati da modelli di consumo frenetici e artificiosi

molto meno umani di quelli cui eravamo abituati.

Gli affitti salgono e solo le grandi catene o i locali notturni della movida possono permettersi di pagarli.

Il modello del fast food o del supermercato, del grande luogo in cui comprare,

ha sostituito con la sua serialità ciò che era sempre diverso, ma rassicurante e pieno di umanità:

la faccia del droghiere, la chiacchiera del panettiere, la perizia del fruttarolo, la simpatia del macellaio.

L’unica soluzione è cominciare a premiare con i nostri acquisti chi resiste come il Turco

e le piccole economie agricole del territorio.

Bisognerebbe impegnarsi nel moltiplicare queste piccole economie anche su larga scala:

una specie di franchising, in cui la catena è fatta di luoghi semplici nel cuore del tessuto urbano.

Luoghi minimi, ma partecipati, che si approvvigionano in zona e che esaltano le diversità.

Tutti simili, ma profondamente differenti gli uni dagli altri, uniti in rete

e diffusi per dare nuova linfa positiva alle nostre città.

Attività gratificanti che uniscono le persone, invece di sparpagliarle in un deserto consumistico

in cui si stenta a trovare qualcosa di buono, qualcosa di bello.

Turco fammi un panino e un bicchiere di Lacrima. Mangio e bevo qui, di nascosto.

I dottori non vogliono, dicono che mi fa male, ma che ne sanno.

Forse sanno curare le arterie non certo l’anima. Gli sciamani sono migliori.

Brindo a te, compagno Turco, sei il capo della Resistenza.

Ma se ho sempre votato per Berlusconi che non mi faceva pagare le tasse.

Non fa niente compagno Turco, sei ugualmente il capo della Resistenza.

Passa Francesco, il segretario di SEL, anche lui fa la spesa.

Mi fa: con Renzi la sinistra ha toccato davvero il fondo.

Eh no, caro, non hai il diritto di lamentarti. Quella sinistra l’hai voluta e sostenuta,

governi questo comune con loro contro di noi,

hai persino votato Civati alle primarie, perciò non hai il diritto di lamentarti.

Domani, continua, formiamo il comitato per sostenere Tsipras alle europee,

tu staresti bene nel gruppo che lo dirigerà.

No, non verrò. La nostra occasione l’abbiamo avuta e l’abbiamo sprecata.

Orta tocca ai nuovi, a tuo figlio e a mia figlia e ai giovani del Centro Sociale.

Se venissi e vedessi certe facce non saprei trattenermi.

Poi dal 2008 ho giurato di non obbedire più a chi capisce meno di me.

 

 
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