Community
 
longu
   
 
Creato da longu il 08/12/2007
luogo d'arrivo e di partenza
 

  
      l
uogo d’arrivo e/o di partenza
d’incontro e di scontro
luogo di fuga e/o di salvezza
d’approdo dopo l’esilio
spazio dedicato all’ozio
alla crescita interiore
alla critica
terra fertile del dissenso
di pacificazione
di ri/costruzione
suolo pubblico sottratto
al dominio dello Stato
attraversato da libere ed
autodeterminate individualità
che si ritrovano
in un agire collettivo
ultimo lembo di terra
che apre verso il mare
del possibile

 

 

Archivio messaggi

 
 << Febbraio 2010 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
 
 

Ultime visite al Blog

swala_simbalonguc19495criscasoDONNADISTRADAdaunfiorecindy943fata_diboscoandreadialbinearaba_ramasanifrafalco58dglsamarviautourDeMmeSwann
 
 
 

Area personale

 

Tag

 
Citazioni nei Blog Amici: 18
 

Cerca in questo Blog

  Trova
 

Ultimi commenti

....
Inviato da: swala_simba
il 06/02/2010 alle 11:06
 
La memoria … Sono andata nel web a riprendere il tuo...
Inviato da: swala_simba
il 06/02/2010 alle 09:27
 
Eccomi Guido!!! In ritardo ma arrivo*** Lo so che tu...
Inviato da: DONNADISTRADA
il 06/02/2010 alle 01:29
 
Buon inizio di viaggio, miei cari.. Sarà nella strada...
Inviato da: swala_simba
il 03/02/2010 alle 10:10
 
perchè a volte prima di scrivere conto solo fino ad...
Inviato da: swala_simba
il 01/02/2010 alle 22:17
 
 

Chi può scrivere sul blog

Tutti gli utenti registrati possono pubblicare messaggi e commenti in questo Blog.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

 

RUGBY

Post n°119 pubblicato il 06 Febbraio 2010 da longu
 

Spogliatoio grande. La partita d’allenamento è finita.
I miei ragazzi malconci hanno un aspetto inquietante.
Di fianco a me c’è seduto uno con i capelli arancio
e una cresta da tirannosauro che si ficca una spilla in un orecchio.
Di fronte mi sorride un giovanotto con i capelli rasati
e una scritta in greco antico sulla nuca.
Prima squadra. Linguaggio da caserma.
Giorgio, commercialista, età da partita a bocce,
si toglie la maglia strappata e ripone il paradenti.
Un altro come lui canta accarezzandosi le tacchettate.

Due si divertono in un angolo con un videogioco portatile.
Un altro ancora ha tirato fuori una chitarra e una birra.
Si, forse qualche domanda dovremmo farcela.
Perché degli studenti, un chitarrista, un tatuato,
un disoccupato, un vigile urbano che zoppicherà per qualche giorno,
alcuni pensionati, dirigenti, operai o liberi professionisti
passano tre sere della settimana a simulare l’ennesima battaglia?
Cosa li spinge ad abbandonare la tranquillità di un bar di periferia,
cosa li spinge ad abbandonare l’abbraccio di una donna calda e rotonda
per una doccia ghiacciata e la tibia acciaccata?
È il cromosoma R…
R come Rimbambimento,
R come Rave Party,
R come Rugby.

 

Branco di lupi, in inglese si dice pack of wolfes.
Pack.
Inseguire l'eterna preda sfuggente.
Uomini e lupi.
Uomini che corrono con i lupi, con la fame dentro.
Come un branco di lupi, tutti insieme,
azzannando gli avversari, togliendogli l’aria intorno e la terra sotto i piedi.
Otto, la mischia, a lottare su ogni pallone,
otto a chiudere ogni azione,
otto a costringere gli avversari al fallo,
otto a sudare per dar palla al mediano di apertura,
palla indietro al calciatore,
niente fronzoli.

 

L’ovale è un oggetto mistico e metafisico.
I giocatori ne subiscono i capricci dei rimbalzi,
ma loro, i giocatori, sono comuni mortali,
non fanno parte del mondo soprannaturale che l’ovale rappresenta,
non sono padroni del destino.
Allora per entrare in paradiso
devono piantare i piedi per terra
e spingere,
correre,
placcare,
sopravvivere.
Quell’apparente disordine, quel caos,
altro non è che ordine dinamico, ordine in divenire.
Quando giochi a rugby resti un rugbysta per sempre,
giovinezza e antiche amicizie.

 

Poi ci sono palle che attraversano la storia.

Noi siamo forti, disse il mister,
ma il Pesaro è veloce con le ali e con le terze linee.
Bisogna placcare,
placcare duro,
placcare sempre.

Terzo tempo.
Salame, birra e piadina.
Come ti chiami, dissi al ragazzo che mi aveva fatto impazzire.
Francesco,
Francesco Lorusso.

 

 

 

 

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 1
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

IL VIAGGIO DI ANGELA

Post n°118 pubblicato il 03 Febbraio 2010 da longu
 

IL VIAGGIO DI ANGELA

Angela si è lasciata sfuggire che vorrebbe vedere il Sudamerica.
Ne ho subito approfittato per propormi come guida virtuale,
visto che laggiù ci sono stato molte volte (l’ultima nel 2002)
e vi ho anche preso moglie.
Poi il viaggio serve anche a me per mettere in ordine
frasi, pensieri, ricordi, vecchie fotografie, ma soprattutto sensi e perché.
Non sono mai stato in Colombia, in Equador, né in Perù,
e il Brasile è troppo grande per conoscerlo tutto.
C’è da dire anche che il Sudamerica
non è più quello che conobbi io la prima volta nel 1970.
Allora il piano Condor non era ancora tragicamente operativo
e certi luoghi e certi viaggi ti facevano toccare il mondo a venire.
Mamma Amalia, Vincenzo, Cecilia, Manuel, Lella,
personaggi impagabili da cui ho imparato mille cose,
non ci sono più e non tutti sono morti di morte naturale.
Altra cosa fondamentale per chi va laggiù è la velocità del viaggio.
Solo la lentezza ti permette di vedere
una quantità impressionante di cose in più.
L’andatura lenta, regolare e costante diventa ritmo,
fa nascere in testa immagini, metafore, memorie.
Ti immerge nelle cose che accadono
e diventa una grande miscelatrice di sensazioni
creando una narrazione ritmica, una metrica musicale
e formando inaudite risonanze con paesaggi e persone,
dentro cui fioriscono nuovi rapporti umani.
Bisogna arrendersi al viaggio.
Il viaggio partorisce il racconto. 

 

 

 

 

Voglio dormire

 

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
erbose mani, tu, nutrice lieve,
tienimi pronte le lenzuola di terra
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, o mia nutrice, cullami
Ponimi una lucerna al capezzale
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; smorzala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli...
un piede celeste ti culla dall'alto
e un passero ti traccia uno spartito

perché dimentichi... Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, sono andata...

                                       alfonsina storni 

    I viaggi sono pieni di sorprese, già alla partenza producono eventi

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 2
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

BIANCHE EVASIONI

Post n°117 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da longu
 

nevica

 

Aria di neve

Sopra le nuvole c'è il sereno
ma il nostro amore non appartiene al cielo
noi siamo qui tra le cose di tutti i giorni
di giorni e giorni grigi
Aria di neve sul tuo viso
le mie parole sono parole amare
senza motivo, prima o poi, tra le nostre mani, più niente....resterà
E' una vita impossibile, questa vita insieme a te
tu non ridi, non piangi, non parli più e non sai dirmi...perché.
Lungo la strada del nostro amore,
ho già inventato mille canzoni nuove
per i tuoi occhi, più di mille canzoni nuove,
che tu....non canti mai

Sergio Endrigo

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 3
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

IL TRIANGOLO ROSA

Post n°116 pubblicato il 28 Gennaio 2010 da longu
 

Il potere si muove sempre secondo le stesse regole repressive. Sterilizzano i ricordi, riconducendoli a puri fatti personali, sradicandoli dalla memoria e trasformando la memoria, che da senso alle tante storie della Storia, in pseudostoria, in ideologia, in falsa coscienza.
Salvare i vinti dalla Storia scritta dai vincitori è anche un modo per di sottrarci alla nostra condanna a essere ciò che non avremmo mai voluto essere.

 

Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio.

Una coppia di omosessuali, Rudy e Max, viene catturata dalle SS e trasportata in treno a Dachau. Durante il viaggio fa la comparsa un ufficiale che guarda i prigionieri uno per uno. Si ferma su Rudy.
Uff. - Occhiali, dammi i tuoi occhiali!.., montatura di corno, ...intelligentsia. in piedi. Pesta i tuoi occhiali. Pestali. Prendetelo!
N. Rudy guarda Max e lo chiama. La guardia porta via Rudy ed inizia a picchiarlo. Max sente le urla del suo compagno e s i irrigidisce. Fa per muoversi, ma un uomo dal triangolo rosa, Horst, lo ferma.
Horst – Non farlo. Non ti muovere. Non puoi aiutarlo
Max - Tutto questo non sta succedendo.
Horst - Sta succedendo.
Max - Dove ci portano?
Horst - Dachau.
Max - Come lo sai?
Horst - L’ho già fatto questo viaggio. Mi hanno portato a Colonia per girare un film di propaganda: “Triangolo rosa in ottima salute”. E ora di nuovo a Dachau.
Max - Triangolo rosa? Che significa?
Horst - Frocio. Se sei frocio devi portare questo. Se sei ebreo una stella gialla. Politico un triangolo rosso. Per i delinquenti comuni è verde. Il rosa è il peggiore.
(Da “Bent”, dramma di Martin Sherman)

«L’Unità», organo del Partito Comunista Italiano, accompagna la notizia dell’espulsione dal Partito con un commento di Ferdinando Mautino della Federazione di Udine: «Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e filosofiche dei vari Gide, Sartre, di altrettanti decadenti poeti e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese».

L’aria frizzante ti accarezzava il viso, quel primo giorno di scuola di Settembre.
Cielo limpido, luce pura che non lascia ombre.
Luce d’estate, ma senza più il caldo.
Una giornata che da l’illusione di poter far tutto, di essere padrone del tempo
e di poterlo fermare in qualsiasi momento.
Quando di corsa giunsi alla piazzetta delle case popolari,
Silvano era là al quinto piano in piedi sul parapetto del terrazzino.
Non diceva niente, guardava fisso verso il mare, verso l’infinito
come l’avevo visto in cima ai burroni del Pelmo e del Civetta.
Stronzo di un frocio, scendi di lì, urlava il padre.
Poi il tonfo e quel sangue nero sull’asfalto.
L’isolamento e la solitudine spiegano i suicidi.
L’inabissarsi dell’anima nel dolore per l’incapacità di essere ciò che si è.

 

 

 

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 7
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

ROSARNO

Post n°115 pubblicato il 15 Gennaio 2010 da longu
 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 4
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

IL PERO DI MIO NONNO: CONCLUSIONE

Post n°114 pubblicato il 08 Gennaio 2010 da longu

Ultimamente non ho avuto tempo di seguire il blog. L’alzheimer di mia moglie me lo ruba tutto. Né me la sento di lasciarla con qualche anonima badante. Non se lo merita. La sera, così, mi prende una spossatezza che mi succhia, come un vampiro, ogni residua forza. Poi c’è la mia guerra con la nera signora che continua a vendicarsi del fatto che continuo a prenderla in giro portandosi via i miei amici. Teresa e Monty mi hanno abbandonato.
Adesso, dal nuovo anno, ho più tempo. Riprendo così il racconto delle mie sgangherate ferie.

 

Soriano: l'abazia dei quattro papi   

Non impareremo mai la legge generale dell'obbedienza al corso delle cose

Son passato per la Calabria, al mio ritorno dalla Sicilia. È merito di Francesca che me l’ha fatta riemergere da qualche angolo della memoria. Si vede che ingannare la memoria è ancora necessità mia. La vita del resto mi ha insegnato a viaggiare sempre col solo biglietto di andata e che la meta è solo un pretesto per andare.
Ho portato così mia figlia, Daniele e il mio angelo custode all’aeroporto di Trapani li ho abbracciati e ho detto loro che ci saremmo rivisti a casa tra una settimana. Io vado a Soriano a trovare Cosmo. 


Prima di partire, ho fatto delle iniezioni di zolfo al pero per tentare di bloccarne l’infezione là dove più viva scorre la linfa. Forse si riprende. Magari si secca qualche ramo, ma forse guarisce.
Bettu, se ciò non dovesse accadere, non lo bruciare. Porta il legno a qualche bravo falegname.
Il pero è legno nobile, è usato per fare memorabili strumenti musicali.
Il clarino basso di Johann Sebastian Bach era di legno di pero.
Bettu, conoscendo la mia intenzione di partire per la Calabria, ha sorriso e scuotendo la testa, guardandomi di traverso, mi ha detto che inseguendo le ombre, il tempo invecchia più in fretta.
Gli ho stretto forte la mano, poi l’ho abbracciato e gli ho anche promesso che tornerò a trovarlo.

Andando, volevo fermarmi a visitare Messina, città vissuta sempre di passaggio, che non conosco affatto, ma ha prevalso la voglia di rivedere quella terra di là dal mare troppo lunga e troppo lontana dai palazzi del potere di Napoli e Palermo. In fondo sono quasi vent’anni che manco.
Lo sbarco a Villa San Giovanni è drammatico.
Anarchia edilizia che supera il concetto di brutto per sfociare nell’osceno.
Tutta una ferita. Dio non esiste qui, è un concetto troppo astratto.
La rabbia calabrese è cosa antica, alimentata dalla rapina dei boschi, dal brigantaggio, dalle guerre, dalle repressioni, dalle terre bloccate dal baronato infame. Poi frane, alluvioni, terremoti, paesi distrutti, rovine, crolli, incendi. E la malavita ci campa e la gente scappa. Così le mafie comprano i paesi vecchi e costruiscono orrendi paesi nuovi a valle sul mare. Succedeva già con i Borboni, ma adesso è peggio.
Orrore del non finito, mattoni nudi, ferri e cemento. È l’edilizia di chi non pensa più al domani.
A Vibo Valentia lascio la Salerno-Reggio Calabria e m’infilo in salite e discese senza fine, verso l’altopiano di Serre, verso Soriano.

Dietro monti di fuoco alla fine Soriano spunta con le sue terribili cicatrici, incupito da selvagge montagne e funebri chiese barocche. Le "magnifiche rovine" cantate dai poeti qui non sono un parco a tema. I parchi, a volte, possono fare peggio dei terremoti, se cercano di agghindare secoli di disperazione con lampioncini, piastrelle e targhette. Qui no. Qui tutto è brado, visibile e ammonitorio. Putti, colonne, angeli, santi e beati sembrano appena franati dalle mura. Le contorsioni barocche delle statue sembrano convulsioni d'agonia, tutto sembra impartire una tremenda lezione, quasi che la  Memoria riemerga come fondamento della prevenzione. 

Ma non sono qui per l’abazia dei quattro papi e di Tommaso Campanella. Sono qui per Cosmo. Anche lui, come me, vecchio pirata “sudamericano”. Un tempo era di Lotta Continua e faceva il bibliotecario comunale. Se non è andato in pensione, lo troverò certamente in Comune. Ma è sabato e il comune è chiuso. Mi armo allora di filosofia greca, pazienza buddista e fatalismo islamico e comincio la mia ricerca domandando a chiunque incontro di Cosmo. Mi perdo in vicoli sconnessi, budelli affollati, stretti tra farmacie, bar, negozi alimentari, studi commerciali, bancarelle e auto parcheggiate di traverso. Praticamente, Calcutta. Due donne vestite di nero mi guardano dall'ombra come civette sul comò e mi indicano una casa dopo la fine del paese, su in salita verso Sorianello. 

Cosmo è come avesse visto un’ombra venuta dall’al di là. Mi guarda dall’alto della scala di pietra senza dir niente. Gli si sono ingrigiti i capelli. Più grasso, più vecchio e con la barba grigia, ma lo sguardo è sempre quello del bandito d’Aspromonte. Impettisce come i vecchi cavalli a riposo quando sentivano suonare il trombettiere, almeno così raccontava mio nonno, che aveva fatto il soldato in cavalleria.
E così, nell'ora più rovente della giornata, tra le note di un vecchio giradischi, in mezzo ad antichi libri che per la giusta lettura vorrebbero il lume di candela, si finisce come si deve finire in casi del genere: mangiando e filosofando. 

In attesa del declinar del sole, tra una bruschetta, una fetta di ‘nduja e una di caciotta, si beve finché il tempo rallenta e gli orologi si fermano in uno smottamento verso l'invivibile.
Non se ne può più! Quanta amarezza civile, quanta stanchezza psichica quotidiana ci portiamo addosso per questa nauseante classe politica. Vino.
La speranza di un cambiamento politico in Italia è talmente piccola che a molti viene voglia di agire da disperati. E  a quel limite siamo sempre più vicini. Vino.
Noi siamo fatti di tempo. Di questo tempo. Siamo fatti di un tempo che non ci appartiene e che non determiniamo.
Questo tempo in cui viviamo non ci è amico. Questo tempo non è nostro. Ancora vino.
Questo è un tempo di despoti ciechi e folli, che vivono di insulti e predazione, di simboli triti e bottini. Vino.
Doveva essere migliore degli altri il nostro ventesimo secolo, ma sono successe troppe cose che non dovevano succedere. Ciò che doveva essere abolito continua, e la nostra usura con esso, e quel che doveva arrivare, non e’ arrivato. Tanto vino.
Siamo nostalgici? Forse. Ma la nostalgia non è altro che la proiezione dei nostri desideri nel futuro quando la strada del presente perde illusioni e possibilità. Ancora tanto vino.

 

Tra un bicchiere e l’altro, ci siamo messi a raccontare storie di lotte, di battaglie e di tragedie, storie d' amore, d' amicizia e di speranza, anche quelle che non avevamo mai confessato.
Storie di uomini che guardano al proprio passato con l' orgoglio di essere appartenuti ad una generazione che ha cercato di cambiare tutti i mondi che ha attraversato, sapendo che alto sarebbe stato il  prezzo pagato.
La nostra è la storia di un gruppo di sconfitti. Perdenti, che però hanno fatto di tutto per conservare se non l’allegria, almeno l’ironia. Sempre vino.
La meglio gioventù adesso è l’ombra di quella che fu, ma per proiettare l'ombra è necessaria sempre una luce. E la luce è la determinazione di cambiare quello che giusto non è. Una luce che non si spegne mai.

È notte fonda ormai. Stelle. Grilli. Mia moglie è andata a dormire sorridendo e bisbigliando qualcosa dal suo mondo. Cosmo torna con una vecchia bottiglia di rum: ron de Nicaragua. Matagalpa, San Juan, Barrio Riguero, El Morrito, Solentiname. L’atmosfera di certi luoghi ci faceva sentire i poteri a venire.
Lo riconosci l’inferno, se l’hai vissuto. Ne riconosci l’odore nauseabondo e impari a capire il perché della miseria della vita. Il fuoco arde e distrugge mille parole vane. Urla nel vuoto chiamano ad alta voce. Potente è il loro comando. Vedo visi ritornare fango. Hanno rubato l’universo in pochi istanti. Hanno sconvolto le nostre strade.
Quando è il tempo del fare, fai. Ma quando non è più il tempo del fare, ricorda.
Ho voglia, come sempre quando sono ubriaco, di sentire “C’era una volta il  west” di Ennio Morricone. È una musica dolce, nostalgica, una musica che narra una fine, che chiude una storia.

Alle quattro i galli cominciano a chiamarsi tra le montagne. La testa fa male, ma sento che un sorriso si sta dipingendo sul mio volto. E’ tempo di provare a dormire.

 

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 3
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

TERESA

Post n°113 pubblicato il 02 Settembre 2009 da longu

ciao Teresa

Teresa Sarti
28 marzo 1946 - 1 settembre 2009

dopo avere insieme condiviso per quindici anni il tempo dell'amicizia, del rispetto per la vita e per la sofferenza di tutti, dopo il lungo tempo di affetto, di speranze, di timore per la sua sorte personale, Emergency annuncia la morte della sua presidente Teresa Sarti Strada.
Con la stessa apertura e con la stessa semplicità che aveva voluto per la vita di Emergency, Teresa ha accettato anche in questi suoi ultimi giorni la vicinanza di tutti coloro che hanno voluto esserle accanto. La serenità consapevole con la quale è andata incontro alla conclusione del suo tempo ha espresso il coraggio e la determinazione che rappresentano la verità della nostra azione in un'attività che ha dato senso alla sua e alla nostra esistenza. La dolcezza del ricordo coincide per noi con il rinnovo dello nostro impegno per la pace e per la solidarietà.

EMERGENCY

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 3
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

IL PERO DI MIO NONNO n. 2

Post n°112 pubblicato il 13 Agosto 2009 da longu

Gli anni iniziati non trovano posto

 

No! Al mare non ci vengo! Mi sono svegliato incazzato stamattina. Forse è il gran caldo o forse, più probabilmente, è segno di impotenza. Mi ritengo colto, intelligente, uno che sa come va la vita. So tutto e so fare quasi tutto, eppure risultati zero. Così  l’incazzatura e lo strazio aumentano. Forse ha ragione “la maestra”: sei un fallito, sei un fallito anche in politica; molti dei tuoi amici più ignoranti di te sono o sono stati in parlamento e guadagnano un sacco di soldi!

No! Al mare non ci vengo. Andateci voi. Non ho voglia di vedere e sentire il clima vacanziero che impazza sulla costa nella torva allegria di un divertimentificio aperto ventiquattr’ore al giorno col sottofondo orribile di qualcosa che definiscono musica. Un fragoroso deserto fatto di pizzerie, spiedinerie, spaghetterie, diavolerie, cafonerie e rompicazzerie varie. Se ne vanno così senza di me. Mia figlia, il suo ragazzo, mia moglie e il mio angelo custode.

Caldo turco da codice rosso. Il ventilatore che gira in cucina, oltre all’aria, fa vorticare mille domande. Forse è meglio uscire nel patio sotto il grande leccio ombroso circondato da un muretto perimetrale con annessa panca e una vecchia fontana d'acqua montana in ferro battuto, che certamente sarebbe piaciuta a mio nonno fabbro. Pattuglie acrobatiche di rondini sparano trilli metallici sotto un cielo incandescente.

Ci si muove lento come una chiatta sul Rio Negro. Qui il tempo ha un' altra dimensione, un' altra idea del vivere e del morire che modifica anche lo spazio. Albe, tramonti, silenzi e vita semplice, in bianco e nero.

Posso pensare. Posso guardare tutto quello che è accaduto e dargli un altro valore, così anche il presente ha un altro sapore. Il tempo è circolare, contiene in ogni istante ciò che è avvenuto e ciò che deve ancora avvenire. Infinite strade possono percorrersi, basta evitare di prendere vicoli ciechi, altrimenti rischiamo di diventare vuoti e inutili come una lattina di Cocacola.

Profumo di campagna vera, erba e letame. Bettu è nell’orto, ha un bel da fare per cercare di attutire gli effetti di questo caldo da vipere innaffiando e irrigando le sue piante, alcune delle quali mostrano i segni dell’eccessiva insolazione. Non so come faccia a lavorare in questa caldara di vulcano, però decido di aiutarlo. Non riesco a pensare se non faccio qualcosa con le mani. Nel mio DNA ci deve essere per forza il gene dell’antico artigiano, dei fabbri giganti che piegavano e incidevano il ferro con le proprie mani. Ma l’immagine che mi rimane impressa è quella dei passeri che, noncuranti della nostra presenza, approfittano dell’acqua che ci gocciola intorno e si avvicinano per bere. Bettu! non spaventiamo neanche i passeri!

È tardi. Sono esausto. Il cervello è un uovo alla cocque, le mattonelle del patio uno specchio ustorio, tutta la natura è in apnea. Nemmeno l’ombra del grande leccio riesce ormai ad abbassare il caldo.

Bettu, ci vorrebbe un chinotto, ma dove lo troviamo un bar quassù; adesso ti preparo un long drink. Che? Acqua, ghiaccio, vino bianco, limone, e foglie di menta e erba luigia. Disseta, fidati.

Perché un signore come voi è venuto quassù a Cammarata, in questo posto dimenticato da Dio.

Ero venuto a trovare un fantasma e sua madre. Ma qui non si ricordano più. Di loro non c’è traccia, nemmeno al cimitero. È proprio vero ci sono morti che pesano come montagne ed altre morti leggere come piume.

Sotto il rasoio, al barbiere di via Morandi ho domandato a bruciapelo: vi ricordate di Mario Lupo? dove posso trovarlo? O qualcuno della sua famiglia? chiudo gli occhi aspettando la risposta, ma oltre la tendina scacciamosche sento solo silenzio. Ripeto la domanda. Mario Lupo e sua madre Ausilia erano di Cammarata, vivevano al nord, ma erano di Cammarata, dove posso trovarli? Non lo saccio, non li conosco. Siamo strana gente, Bettu. Con la nostra storia abbiamo un atteggiamento ambiguo. Ci accostiamo ad essa furbescamente, autoassolvendoci o giocando con le dimenticanze e revisioni di comodo, dimenticandoci che senza giustizia non ci sarà mai pace.

Bettu, ho scoperto qual’è la malattia del pero! Che n’è? Sei tu Alberto. La malattia del pero sei tu. L’hai potato troppo e male. L’hai potato per fare legna. Anche voi contadini avete perso la memoria. Ma io non ero un contadino. Io facevo l’operaio a Dusseldorf!  comunque s’è presa un’infezione da funghi, che se non la curiamo lo porterà alla morte. Morte….ancora morte….è da ieri che penso a Silvano e ai gay come lui. L’isolamento e la solitudine spiegano i suicidi. L’inabissarsi dell’anima nel dolore, per l’incapacità di essere ciò che si è.

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 14
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

IL PERO DI MIO NONNO

Post n°111 pubblicato il 11 Agosto 2009 da longu

Vento grande e gagliardo,

un mix di scirocco e libeccio

tale da scuotere non solo la foresta di lecci e pini d'Aleppo,

ma anche le montagne e le pietre.

Bettu, occhi celesti da normanno, fuma spettinato.

Pioggia pesante, raffiche, lampi e fulmini color ciclamino.

Cammarata,

Sicilia,

un pezzo di mondo dove Dio ha voluto che

Bello e Terribile

s'intrecciassero più stretti che altrove.

Qui ribollono tutte insieme infinite cose:

estati roventi e nevicate fuori stagione,

incursioni saracene, naufragi, guerre, invasioni, fortunali,

malaffare, costruttori disonesti, fuoco che cova,

processioni e paure da fine del mondo, storie di coppole e lupare,

sguardi in cerca di rissa, ex voto e sensi di colpa,

presagi e scongiuri, litanie e filastrocche,

cimiteri dove il confine tra vivi e morti è meno sicuro che altrove.

Bettu sa che vengo da Cinisi,

su per Partinico, Montelepre, San Giuseppe Jato e Portella, Corleone.

“Bravo, tenete coraggio. Ma che volete fare...

La gente se ne fotte... Preferirà sempre un telefonino nuovo”.

Di questi tempi ha ragione lui, lo so bene,

ma che importa, la sfida è sempre magnifica.

Del resto questi posti li odi o li ami perdutamente.

Mentre parlo con Bettu ho la sensazione costante di un sentirsi a casa,

di qualcosa che mi appartiene.

Ma non è un ragionamento.

E' una sensazione fisica,

come quella provata la prima volta che attraversai il mare grande.

Poi nella luce del lampo

il pero,

vecchio e minuto come quello di mio nonno.

“fa poche enormi pere ad anni alterni?”,domando.

“Si! Ma è malato e lo voglio abbattere, buona legna per il fuoco”.

“affittami una parte di casa e proverò a curarlo”.

Niente è più instabile della memoria.

Fa nascere in testa immagini e metafore completamente nuove

e forse anche false o vive solo nella tua testa.

Una sorta di prolungamento dei limiti del corpo,

uno spaesamento che diventa subito malattia.

Ormai ho capito:

ho davanti a me non un viaggio nello spazio, ma nel tempo.

Ho sempre annotato colori, rumori, sapori, odori, profumi,

volti, pensieri e riflessioni.

Andando e fermandomi.

Il narrare, in fondo, nasce dall' andare.

Cammarata (AG) luglio 2009

 

Sono ancora in Sicilia.

In alta campagna sui monti di Cammarata in provincia di Agrigento.

Dovevo tornare a fine giugno, invece tornerò a fine agosto.

Non ho TV, né Internet e il giornale solo quando scendo in paese.

Adesso però è arrivata mia figlia con il suo portatile,

quindi per qualche giorno comunicherò con il resto del mondo.

Un saluto a tutti.

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 2
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 

UNA VECCHIA CANZONE

Post n°110 pubblicato il 29 Maggio 2009 da longu

Pino Daniele

Io voglio di più

Io che ho visto la terra bruciare
E la gente che mi entrava in casa
Io che ho visto tutto
Oggi sono vero
Io che ho visto un uomo e una campana
Stare insieme e gridare per ore
Ieri che ho visto il mare
Oggi sono stanco
Ma voglio di più
Di quello che vedi
Voglio di più
Di questi anni amari
Sai che non striscerò
Per farmi valere
Vivrò  così  cercando un senso anche per te
ed ho visto prestare le mani
Solo in cambio di un po’ di rumore
Mentre a sud il caldo t’ammazza
E hai voglia di cambiare
Ed ho visto morire bambini
Nati sotto un accento sbagliato
Ieri mi sono incazzato
Ed oggi sono vero
Ma voglio di più
Di quello che vedi
Voglio di più
Di questi anni amari
Sai che stillerò
Per darti colore
Sarò così sempre pronto a dire no
Ma voglio di più
Di quello che vedi
Voglio di più
Di questi anni amari
Sai che non striscerò
Per farmi valere
Vivrò  così  cercando un senso anche per te

 

 

 

 

 
Trackback: 0 - Scrivi Commento - Commenti: 4
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink
 
 
« Precedenti Successivi »