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Un blog creato da a_tiv il 28/10/2006

Il Libero Pensiero

Il blog di Vito Schepisi

 
 
 

10 DICEMBRE: GIORNATA MONDIALE DEI DIRITTI UMANI

Il 10 dicembre del 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Giornata Mondiale per i Diritti Umani

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

http://www.unhchr.ch/udhr/lang/itn.htm

 

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CONDANNA DEL COMUNISMO

immagineRisoluzione del Consiglio di Europa  n.1481 del 25 gennaio 2006 - Condanna del Comunismo

1. L'Assemblea parlamentare fa riferimento alla sua Risoluzione 1096 (1996) sulle misure per smantellare l'eredità dei sistemi totalitari comunisti. 

2. I regimi totalitari comunisti che governarono nell'Europa Centrale ed Orientale nel secolo passato, e che sono tuttora al potere in molti Paesi del mondo, sono stati, senza eccezioni, caratterizzati da massicce violazioni dei diritti umani. Le violazioni hanno differito in funzione della cultura, del Paese e del periodo storico e hanno incluso assassini ed esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture, lavoro in schiavitù e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religiosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, pensiero e parola, della libertà di stampa, e mancanza del pluralismo politico.

3. I crimini sono stati giustificati in nome della teoria della lotta di classe e del principio della dittatura del proletariato. L'interpretazione di entrambi i principi hanno legittimato la "eliminazione" di popoli considerati nocivi alla costruzione di una nuova società e, come tali, nemici dei regimi totalitari comunisti. Un vasto numero di vittime in ogni Paese coinvolto furono propri connazionali. Fu il caso particolarmente dei popoli dell'ex URSS che di gran lunga superarono altri popoli in termini di numero di vittime.

4.  L'Assemblea riconosce che, nonostante i crimini dei regimi totalitari comunisti, alcuni partiti comunisti europei hanno contribuito a conseguire la democrazia.

5. La caduta dei regimi totalitari comunisti nell'Europa Centrale ed Orientale non è stata seguita in tutti i casi da una inchiesta internazionale sui crimini da loro commessi. Inoltre, gli autori di questi crimini non sono stati portati in giudizio dalla comunità internazionale, come fu il caso dei crimini orribili commessi dal nazionalsocialismo.

6.Conseguentemente, la coscienza pubblica dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti è molto povera. I partiti comunisti sono legali e attivi in vari Paesi, anche se in molti casi non si sono distanziati dai crimini commessi nel passato dai regimi totalitari comunisti.

 continua nel box successivo

 

7. L'Assemblea è convinta che la coscienza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini nel futuro. Inoltre, la denuncia e la condanna morale dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell'educazione delle giovani generazioni. La chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere un riferimento per le sue azioni future.

8. Inoltre, l'Assemblea ritiene che quelle vittime dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti che sono ancora vive e le loro famiglie, meritino simpatia, comprensione e riconoscenza per le loro sofferenze.

9. I regimi totalitari comunisti sono tuttora attivi in vari Paesi del mondo ed i crimini continuano ad essere commessi. La percezione dell'interesse nazionale non dovrebbe prevenire i Paesi da una adeguata critica agli attuali regimi totalitari comunisti. L'Assemblea condanna con forza tutte quelle violazioni dei diritti umani.

10. I dibattiti e le condanne che hanno avuto luogo da tempo a livello nazionale in vari stati membri del Consiglio d'Europa non possono dispensare la comunità internazionale da prendere una chiara posizione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. C'è un obbligo morale a farlo senza ogni ulteriore ritardo.

11. Il Consiglio d'Europa è nella posizione per tale dibattito a livello internazionale. Tutti i Paesi europei ex comunisti, con l'eccezione della Bielorussia, sono oggi suoi membri e la protezione dei diritti umani e lo stato di diritto sono i valori fondamentali su cui si basano.

continua nel box successivo

 

12. Inoltre, l'Assemblea parlamentare condanna con forza le massicce violazioni dei diritti umani commesse dai regimi totalitari comunisti ed esprime simpatia, comprensione e riconoscenza alle vittime di tali crimini.

13. Inoltre, richiama tutti i partiti comunisti o post-comunisti nei suoi Stati membri che non lo hanno già fatto di valutare di nuovo la storia del comunismo e del proprio passato, di prendere chiaramente le distanze dai crimini commessi dai regimi totalitari comunisti e di condannarli senza alcuna ambiguità.

14. L'Assemblea ritiene che questa chiara posizione della comunità internazionale aprirà la via alla riconciliazione. Inoltre, incoraggerà con fiducia gli storici di tutto il mondo a continuare le loro ricerche finalizzate a determinare ed a verificare oggettivamente quanto avvenuto.

( testo intitolato "Necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi comunisti totalitari" approvato il 25 gennaio 2006 dal Parlamento Europeo con 99 voti a favore e 42 voti contrari espressi dalla sinistra che si richiama al neo comunismo.)

 

 

Berlusconi e Fini: li divide il successo

Post n°300 pubblicato il 20 Novembre 2009 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

Si dice che il successo di Silvio Berlusconi sia nella sua grande capacità di comunicare. Sarà anche così, ma se non si ha niente da dire, si può comunicare quanto si vuole, la gente non ti segue. Anche Gianfranco Fini è un abile comunicatore, ma non sembra che di questi tempi abbia molto di interessante da dire. Sarà questa la ragione della mancanza di un grande seguito.

Da qualche tempo, tutto ciò che Fini dice non incontra favori, e chi è disposto a seguirlo ha interessi politici differenti. E’ seguito ed incoraggiato, infatti, solo da chi ha lo scopo di metterlo in contrasto a Berlusconi e da chi si serve di lui per raggiungere obiettivi diversi dal suo stesso interesse. Non c’è una logica, né una precisa ragione politica in tutto questo. E’ come un percorso che si fa insieme quando si ha un nemico comune: cosa diversa dall’avere le stesse idee e le stesse motivazioni. Nel caso di Fini si ha l’impressione che assuma la parte del classico “utile idiota”. Il riferimento, naturalmente, è alla figura storica citata da Lenin, usata per indicare alcuni tipici - inconsapevoli o meno - comportamenti degli uomini.

Le posizioni che si assumono in politica hanno sempre una doppia valenza: possono essere per l’utilità di una proposta, oppure possono essere funzionali ad uno scopo. Ce ne sarebbe una terza, ma entreremmo nel campo dell’uso improprio della parola, come quando la si usa per dire sciocchezze. Non è questo, però, il caso di Fini. Le posizioni che assume l’ex AN sono più vicine a quelle della funzionalità per uno scopo.

Ritornando a parlare del successo, è bene subito sgombrare il campo da alcuni luoghi comuni. Un fattore del successo è senza dubbio la notorietà. C’è chi sostiene che sia meglio che se ne parli, anche male, di un aspirante al successo, ma l’importante è che se ne parli. Questo è vero fino ad un certo punto. Per limitarci alla politica, ci sono stati uomini come Prodi, Di Pietro, Veltroni,  D’Alema, solo per citarne alcuni, che sono stati al vertice della popolarità. Personaggi di cui in vari momenti si è parlato anche più di quanto valesse la pena farlo. Ma sono stati uomini che non hanno mai avuto grandi idee da proporre, o non hanno mai dato questa sensazione. Sono stati uomini percepiti contro qualcosa, più che portatori di soluzioni politiche. Non sono riusciti e non riescono a proporsi come personaggi vincenti. Non hanno un’immagine di successo, non hanno un carisma personale. Sono uomini non immediatamente identificabili in un profilo politico complessivo. Non si è mai percepita una loro capacità né di proporre modelli nuovi, né di offrire risposte concrete ai problemi di ogni giorno.

Se il popolo, ad esempio, chiede emozioni, se chiede sensazioni, se è alla ricerca di evasione, va al teatro, al cinema, ai concerti, va in discoteca, si legge un libro: non va a sentire Veltroni che parla di Martin Luther King o cita Dickens. Dalla politica la gente si aspetta soluzioni non bei ricordi e belle parole.

Berlusconi, invece, ha successo perché riesce a parlare alla gente: a quella delle partite Iva, a chi è alla ricerca di un’occupazione, ai pensionati, agli agricoltori, ai giovani che sognano di formarsi una loro famiglia e che guardano al futuro. Parla e si fa capire da coloro che non hanno una casa e vorrebbero averla, da quelli che hanno un mutuo da pagare e sono rimasti senza lavoro, da chi non vorrebbe essere lasciato indietro. Il premier si fa capire dagli italiani che si sono vergognati della spazzatura di Napoli, da quelli che hanno sofferto e soffrono per il terremoto. Berlusconi riesce a paralare a chi s’aspetta  modernizzazione, efficienza, giustizia e più orgoglio. Il premier parla e propone soluzioni a chi si preoccupa dell’immigrazione, a chi si preoccupa per la sicurezza. Berlusconi parla alle donne che chiedono parità e dignità. Parla a chi lamenta l’eccessiva pressione fiscale.

Berlusconi insomma ha successo  perché rappresenta una speranza, perché è visto come un cambiamento rispetto a coloro che per anni si sono riempiti la bocca di tutele ora di questo, ora di quello, senza mai tutelare niente e nessuno, se non il proprio vivere agiato alle spalle dei tutelabili. Berlusconi è percepito come il leader che ha un’idea diversa della democrazia, rispetto a  chi si arroga la presunzione di rappresentarla controllando lo zoccolo duro delle minoranze militanti ed usando metodi di controllo capillare. Il Cavaliere rappresenta per molti la speranza di liberarsi da coloro che , dietro ai comitati, le assemblee, le lotte, hanno formato le caste dei privilegi e le oasi dei fannulloni  e degli abusi.

Con queste premesse ci sarebbe ora da chiedersi se Fini potrà mai avere successo se, in un’Italia preoccupata dal diffondersi dell’islamismo, parla ad esempio di voto dopo 5 anni agli immigrati?

Vito Schepisi

 
 
 

Il pluralismo dell'informazione passa dal pluralismo rappresentativo

Post n°299 pubblicato il 19 Novembre 2009 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

E’ emersa di recente al centro dell’attenzione la questione della libertà di stampa in Italia. A bocce ferme, è ora opportuno trarne delle conclusioni. Non si vogliono vincitori o vinti, perché è proprio quella libertà che si richiama al pluralismo delle voci e delle opinioni che non li prevede. Sarebbe invece utile comprendere in cosa consista la libertà dell’informazione e cosa effettivamente sia un paese libero e pluralista.

Le riflessioni sulla libertà di stampa possono essere un giusto misuratore di questo stato.

Smorzato il megafono delle iniziative di parte, con gli animi già sufficientemente sbolliti, sarebbe infatti opportuno fermarsi a riflettere. E ne ricaviamo che la questione sollevata non può esaurirsi nelle manifestazioni di piazza. Tra gli slogan non si ricerca mai una ragione condivisa, ma solo un modo di volersela attribuire. Con il folklore e l’animosità delle manifestazioni si dà una parvenza di forza, ma non si risolve niente. Chi ostenta spesso è solo chi ha interesse a dare di se una visione sovraesposta. E non è, infine, possibile regolare l’orologio della democrazia su chi è più forte e vince a braccio di ferro. C’erano e ci sono delle contraddizioni che vanno chiarite. Ne va della nostra reputazione di Paese libero e democratico. Sono in ballo le opzioni pluraliste sancite dalla nostra Carta fondamentale (art.21 della Costituzione).

Non si dovrebbe più indugiare: la questione libertà di stampa oramai è stata sollevata. Ed è certamente bene che sia così! Bisogna ora capirla approfondirla e risolverla.

Il mondo dell’informazione cambia. Esistono nuovi strumenti di diffusione delle notizie e nuovi strumenti di comunicazione politica. Deve esistere anche un nuovo strumento plurale di rappresentare tutto questo. Il giusto equilibrio tra senso di responsabilità, cultura e coscienza democratica servirebbe anche ad isolare il reiterarsi di quei riflessi di bieco provincialismo, come quelli emersi con inserzioni a pagamento in Inghilterra, paese dove è facile trovare una stampa pronta a denigrare l’Italia ed a rappresentarla come luogo delle peggiori nefandezze. C’è stato in Europa anche un tentativo di delegittimare la democrazia italiana, per odio verso il Governo, con un’iniziativa politica che ha diviso il Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi su di un mortificante giudizio sulla democrazia e sulla libertà in Italia. Un episodio stomachevole!

In questo ordito politico di una parte dell’opposizione, la federazione unica della stampa italiana, la FNSI, invece di rappresentare la pluralità dei giornalisti e del mondo dell’informazione, con percezioni più articolate sulla questione, schierandosi con una fazione ha finito col rappresentare solo una parte politica.

Ma non è stato un caso isolato! Nel recente passato la Fnsi, attraverso un suo rappresentante, Paolo Serventi Longhi, già per molti anni segretario della stessa Fnsi, ha sostenuto la fronda antisionista, per l’espulsione della rappresentanza israeliana dalla federazione internazionale dei giornalisti. In quella occasione è bastato il pretesto della contestazione israeliana sulla misura della quota associativa, per mascherare quello che invece è stato un chiaro intento antisemita. La Fnsi ha aderito ad una prevaricazione “vergognosa e inaccettabile dalla società civile”, come lo scorso luglio è stato contestato alla Federazione  in una lettera su cui giornalisti, blogger e lettori hanno raccolto intorno ad uno slogan “NON IN MIO NOME” 3750 adesioni in un gruppo su Facebook.

Anche in questa deprecabile leggerezza, in questa mortificante manifestazione contro la stampa israeliana, il rappresentante del sindacato unico ha coinvolto l’intera stampa italiana. Ed è stato solo lo sdegno e la presa di distanza di giornalisti, blogger e lettori, come si è detto, che ha consentito nei giorni scorsi di ricomporre la questione con la riammissione della stampa israeliana nella IFJ.

Ma è possibile che in nome della libertà di stampa non ci sia, in Italia, nessuna garanzia di effettivo pluralismo? Com’è possibile che il sindacato unico dei giornalisti, che per definizione dovrebbe essere interessato all’agibilità dei protagonisti dell’informazione - ma anche al rispetto delle regole, della deontologia e delle leggi sui diritti dei cittadini dall’invadenza prevaricatrice di un’informazione scorretta - si allinei sempre sulle posizioni politiche dei grossi gruppi di pressione finanziario-ecomico-industriale-editoriale?  Come mai la Fnsi è diventata,come sostiene l’associazione Lettera 22, un pullman dove i giornalisti siano “intruppa bili” per dirigersi a Piazza del Popolo nell’intento di rovesciare i governi sgraditi?

Perché la Fnsi dà sempre più l’idea di un carro merci aggregato ai vagoni dei pregiudizi della Cgil?

Vito Schepisi

 
 
 

Gli Italiani hanno già dato

Post n°298 pubblicato il 12 Novembre 2009 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

Non se ne avvertiva alcun bisogno, eppure è nato ancora un nuovo partito. Per iniziativa di un migrante politico naturale, a cui si sono aggiunti altri migranti di professione, è nata Alleanza per l’Italia per “un’Italia democratica, liberale, popolare e riformatrice”, come sostiene il suo leader.

C’è gente che non si accontenta di aver ricevuto già tanto dalla vita, e solo perché di professione ha fatto soltanto il politico. E sono soprattutto coloro che per esperienze pregresse hanno mostrato di saper fare ben poco di veramente utile e nuovo!  Il politico di professione ci ha abituati a constatare che meno ha da proporre e più tempo ha per andare alla ricerca di spazi politici e ruoli da svolgere.

E’ il caso di Rutelli, ad esempio, il “bello guaglione” con cui Prodi, bontà sua, volle attribuirgli un bell’aspetto, ma in evidente contrapposizione al suo spessore specifico. Al suo esatto contrario, posto che per l’aspetto il Professore rispecchiava, invece, ed anche con molta fedeltà, sia l’inconsistenza concreta delle soluzioni avanzate, che la sgradevolezza operativa della sua proposta politica.

“Il PD si è spostato a sinistra”: è il leitmotiv di questa nuova aggregazione. E chi fa il salto, e passa dal PD al  nuovo soggetto politico, si affretta a denunciare il fallimento dell’idea originaria del PD, s’accorge oggi che non è più ciò che sostenevano allora i promotori. Non è più ciò che diceva Veltroni al Lingotto. Per costoro il PD ha perso la caratteristica di forza aggregatrice di culture ed esperienze diverse, per diventare solo l’ennesima trasformazione di un ben individuato partito di sinistra, erede di un ben preciso riferimento politico che ha una storia travagliata e contraddittoria fatta di furbizie, meschinità, viltà, bugie e tradimenti.

Il PD per Rutelli e compagni è ora un’idea fallita. Con l’esito delle primarie e con l’elezione alla segreteria di Bersani si è concretizzata una sostanziale frattura con l’idea iniziale.

In verità, la rottura con un partito diverso e pluralista di centrosinistra si era già delineata prima delle primarie, con l’adesione in Europa al gruppo socialista. Gli artifizi verbali nella dizione del gruppo europeo non cambiano assolutamente la sostanza della convergenza in quel gruppo. Ora restano solo Franceschini, Fioroni, Letta e la Bindi che fingono di non accorgersi d’essere diventati dirigenti socialisti, anzi d’essere addirittura in un sottogruppo nazionale che lo è diventato dopo essere stato orgogliosamente comunista.

I sostenitori dell’Alleanza per l’Italia denunciano la deriva del partito di Bersani verso un’identità  politica che va alla ricerca della sua vecchia connotazione. Quella naturalmente degli ex DS. Un addebito  pesante, se lo si avanza per richiamare la colpa, attribuita al nuovo corso del PD, del ritorno all’identità post comunista, quella che era dei democratici di sinistra, quella che è l’identità di riferimento di Bersani. Quella che è anche l’identità originale degli eredi diretti del vecchio Pci.

I sostenitori dell’Alleanza, nonostante i toni smorzati, rivelano il loro disagio nel restare nel PD, denunciano l’errore della mancanza  di confronto con la maggioranza, contestano il giustizialismo ed il pregiudizio di una parte dell’opposizione e prendono le distanze da quello che considerano un vero processo involutivo del partito di Bersani e D’Alema.

Si separano, a loro dire, dalla trasformazione del PD in un soggetto privo di un’anima riformista, che non ha fantasia politica e manca di innovazione, che indugia nel privilegiare il suo rapporto di tipo classista col sindacato di riferimento, come accadeva con il partito dei post comunisti.

Il nuovo corso del PD di Bersani, per Rutelli, oltre alla rinuncia alla spinta riformista, alla base della sua fondazione, è privo di appeal verso nuove fasce di elettori provenienti da aree diverse. Il nuovo partito di Rutelli vorrebbe invece essere di riferimento per coloro che hanno una visione moderna e progressista, per coloro che vogliono mantenere un dialogo aperto con la sinistra, ma che provengono da esperienze politiche diverse, quali la popolare, la laico-liberale e quella del riformismo socialista.

Tutto in una frase di Rutelli: "non sono d’accordo con un Pd che va a sinistra, ma lo rispetto".

Ma in Italia c’è già un partito di matrice popolare, laico-liberale, riformista e progressista, ed è il Pdl di Berlusconi. C’è già un grosso partito che ha voluto superare i vecchi schemi più o meno classisti ed essere di riferimento per un elettorato moderno. Un partito più credibile per numeri e per la complessità dei suoi contenuti. Un partito che ha dimostrato sul campo di essere un riferimento importante per la trasformazione e la modernizzazione del Paese, e che ha saputo risolvere questioni di crisi di grosso spessore. Un partito a cui la sinistra non ha saputo fornire né risposte politiche e né un’opposizione coerente.

Ma Rutelli, allora, dove vuole andare? Sappiamo che guarda a Casini che è contro il bipolarismo, proprio quello che, invece, consente di superare l’immobilismo corporativo. Ritorna la tentazione alla frammentazione, anticamera della partitocrazia. E’ cosa preoccupante perché nella confusione dei ruoli e delle azioni, come per il gioco delle tre carte, il popolo ci perde sempre.

Rutelli, come Casini, vorrebbe carpire voti al Pdl per portarli a sinistra? Ma quali scenari politici ci riserva il futuro? In tutta questa confusione, però, è bene ricordarlo, gli italiani hanno già dato.

Vito Schepisi

 
 
 

Ero a Berlino Est il 12 ed il 13 agosto 1971 - 20 anni fa, il 9 novembre 1989 il muro, veniva travolto dal grido di libertà.

Post n°297 pubblicato il 09 Novembre 2009 da a_tiv
 

Durante la sua visita a Berlino del 26 giugno 1963,

il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy

pronunciò un discorso che è passato alla storia.

Un discorso che sarebbe diventato

una pietra miliare della “guerra fredda”

per la libertà.

 

 Kennedy a Berlino il

Ci sono molte persone al mondo che non comprendono,

o non sanno, quale sia il grande problema

tra il mondo libero e il mondo comunista.

Lasciateli venire a Berlino!

Ci sono alcuni che dicono che

il comunismo è l'onda del futuro.

Lasciateli venire a Berlino!

Ci sono alcuni che dicono che,

in Europa e da altre parti,

possiamo lavorare con i comunisti.

Lasciateli venire a Berlino!

E ci sono anche quei pochi che dicono

che è vero che il comunismo

è un sistema maligno,

ma ci permette di fare

progressi economici.

Lasst sie nach Berlin kommen!

Lasciateli venire a Berlino! [...]

Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano,

sono cittadini di Berlino,

e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire:

Ich bin ein Berliner! (Sono un Berlinese!)

Honeker e Breznev

Sono stato a Berlino nell'agosto del 1971.

Dopo 10 anni dal giorno della costruzione del "muro",

nella notte tra il 12 ed il 13 agosto del 1961.

Ed il 12 ed il 13 agosto del 1971 sono stato a Berlino Est.

Ho varcato il confine ad est della Città il giorno 12,

con un permesso che mi scadeva a mezzanotte.

Ho anche rischiato, per il rientro a Berlino Ovest,

la chiusura del varco per una sfilata militare

che m'impediva l'accesso alla Friederich Strasse,

unico passaggio ad Ovest per visitatori stranieri.

Il 13 agosto la Berlino comunista,

come se fosse stata una festa,

celebrava i 10 anni della separazione della città

con una parata militare.

La Berlino comunista celebrava il muro.

Ero là, curioso e attonito, anche il 13 agosto mattina

ad assistere ai festeggiamenti.

Honeker era su un palco nella Under Der Linden

ed arringava la folla.

La sua voce era severa, dura, autoritaria, tagliente.

Non avevo mai visto ed avvertito niente di simile dal vero.

Non capivo le parole in tedesco,

ma non potevo fare a meno di interpretarne la violenza.

Quel giorno, come Kennedy qualche anno prima,

mi sono sentito berlinese anch'io.

la caduta del muro

Sono 20 anni da quando il 9 novembre 1989

il muro veniva travolto da ....

un unico grido di libertà del popolo tedesco.

Vito Schepisi

 
 
 

Nel PD tutto cambia, perchè nulla cambi

Foto di a_tiv

Tutto si va a chiudere com’era previsto. Dopo le primarie nel PD, i capogruppo alla Camera ed al Senato hanno rassegnato le dimissioni per consentire al nuovo segretario di organizzare la sua squadra politica. E’ giusto che sia così: è il segretario che deve proporre ai gruppi le ipotesi di cambiamento. Meno giusto ci sembra che alla Presidenza del gruppo parlamentare alla Camera sia chiamato il suo più agguerrito concorrente alla segreteria del partito. Non so se sia mai accaduto nella storia politica italiana che il leader della mozione opposta assuma la direzione del gruppo parlamentare. Il sospetto di una nuova finzione, o di una mera lotta di potere con un accordo di spartizione, induce a chiedere se ci siano state reali diversità nelle proposte politiche dei concorrenti alla segreteria PD, o se sia stata la solita commedia a cui questo partito, per quanto nuovo, ripetutamente ricorre. Fingere anziché fungere.

A parte il programma del chirurgo Ignazio Marino, che più che un articolato percorso di attività e scelte programmatiche del complesso partito che ha ereditato esperienze politiche e civili molto diverse, è stato generalmente percepito come una volontà monotematica di trasformare il PD in un movimento di lotta su ben precise scelte etiche, a parte Marino, quindi, non c’è stata una diversità che sia stata percepita netta tra i due principali concorrenti.

Marino è stato anche l’unico che ha saputo accendere i riflettori dell’attenzione su di un’area esterna al PD, allargando la base di un consenso che, più che per uno schieramento politico, è apparso di precise finalità laiche. Il medico, infatti, ha saputo coinvolgere anche porzioni di area radical-liberale nei suoi richiami alle scelte di vita e soprattutto nel suo approccio filosofico al voler dare una ragione (di vita) alla morte.

Tra Bersani e Franceschini cosa c’era invece di così radicalmente diverso?  E’ arcinoto che il primo proviene dalle fila dell’ortodossia comunista, in cui prevaleva la ragione di partito sull’intelligenza e sull’originalità del pensiero, e che il secondo proviene invece dalle sacrestie democristiane - che tanto hanno influenzato anche Veltroni - cultrici del principio che tutto si possa fare: anche mettere sulla tavola del diavolo un boccale di acquasanta, perché lo beva assieme al sangue dei suoi oppressi.

Dopo un Congresso, di regola, chi prevale imposta la sua squadra e lo fa sui suoi progetti. E cosa c’è di programmaticamente più pregnante e simbolicamente più squisitamente politico che l’attività parlamentare? Come farebbe un oppositore, teoricamente portatore di una diversa idea di gestione e di contenuti, a poter così fungere da capogruppo parlamentare? Le strategie operative di un  partito si concretizzano proprio in Parlamento che è il luogo in cui si formano le leggi e da cui si anima la discussione sulle iniziative politiche per il governo del Paese. Franceschini, se diverrà capogruppo del PD alla Camera, che farà? Interpreterà Bersani? O sarà quest’ultimo che andrà in coda alle scelte ed alle iniziative di Franceschini?

Se tutto questo può apparire di poca importanza in realtà non lo è. Il PD in due anni ha già cambiato tre segretari. I precedenti sono partiti con diversi e virtuosi propositi ma sia l’uno che l’altro hanno finito per fare le sole cose che gli sono state consentite: esasperare i rapporti con la maggioranza; esaltare l’informazione faziosa; assecondare l’invadenza della magistratura.

L’unica apparente diversità è stata invece solo una finzione. Veltroni voleva attestare il PD in un’area di sinistra moderata autosufficiente, svincolata dai piccoli partiti della sinistra alternativa. Subito, però, si è smentito da solo ed ha imbarcato Di Pietro. E la sua è apparsa più un’operazione di cannibalismo parlamentare, verso i piccoli gruppi neo comunisti, che una vera scelta bipolare. Franceschini da segretario si era attestato sulla linea di Veltroni e blandiva e condannava l’alleato Di Pietro a giorni alterni. Diversa sembra ora la posizione di Bersani. Il neo segretario vuole aprire alle alleanze e lo fa richiamando il principio del centralismo democratico,  arcinoto ai suoi possibili futuri alleati, tutti di estrazione comunista,  per informarli di volerne adottare lo spirito, per evitare la confusione di voci mostrata ai tempi di Prodi.

Ma alleanze per cosa? Il problema è tutto lì. Con il gossip, con la giustizia, con gli insulti, con le delegittimazioni, con la disinformazione, con le minacce ed anche con l’omicidio, se fosse possibile, tutto a sinistra è indirizzato solo a spodestare Berlusconi, anche contro la volontà popolare.

La questione in sostanza resta sempre negli stessi termini, come descritto da Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo, solo un grande cambiamento che permetta di lasciare tutto come prima, perché nulla cambi.

Vito Schepisi

 
 
 
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UNDICI SETTEMBRE

Crono 911: tutto su l'11 set 2001  a  N.Y.

Storia, Documenti e perizie ufficiali

su

http://nuke.crono911.org/

 

LA GIORNATA DEL RICORDO

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Il ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo dei 350.000 italiani, giuliani, istriani e dalmati

 

GIORNATA DELLA MEMORIA

27 gennaio 2007 Il giorno della memoria

Per non dimenticare

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Dove eravamo?

Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, anime tragiche, tragici volti stupiti, adunati come gregge sperduto, chiuso tra cani pastori con sembianze d'uomo.
Latrati incomprensibili davano tremito nascosto alle loro membra, al loro il cuore; la loro anima immobile di terrore, i loro pensieri mortificati da abusi su corpi e anime.
 

Era sempre inverno in quegli anni, anche in primavera e in autunno e in estate.
Dov'eravamo noi, allora?
 

Conducevamo quei treni, tragici forzieri d'umano carico, o li aspettavamo tra la neve, quei convogli? 

Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, e un attimo eterno di disperazione mi ha investita.
Disarmata e impotente ho sparso inutili lacrime nel guardarli, e ho chiesto un inutile perdono alla vita, per me e per tutti coloro che, allora, calpestarono esistenze innocenti con gli occhi dell'anima bendati.

Ringrazio sentitamente una mia cara e sensibile amica, autrice delle parole. Parole che ho condiviso e chiesto di rendermele disponibili.

 

GRIDO DI LIBERTÀ

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"Signor Presidente, lei si vanta di aver dato al nostro paese una libertà della quale non ha mai goduto, mentre l'unica libertà che ancora non ci è stata tolta è quella di respirare e camminare, per il resto non abbiamo mai vissuto in una situazione peggiore per quanto concerne le libertà individuali e collettive.

Probabilmente non condividiamo il significato della parola libertà.

In una società libera gli studenti non sono cacciati dalle università in quanto dissidenti, non sono pestati regolarmente dai suoi sostenitori perché contrari al suo governo, non si vedono negare il diritto a organizzarsi in associazioni o a pubblicare riviste.

Lei ci ha accusato di essere agenti di potenze straniere, se riuscirà a dimostrare questa sua accusa ci autoimpiccheremo per aver tradito il nostro paese.

Quelle grida che lei ha ascoltato lunedì, non erano voci individuali, era la voce di un popolo che chiede libertà, democrazia e giustizia.

Impari ad ascoltarla."

Lettera scritta dagli studenti dell'Università di Teheran al Presidente Ahmanidenejad  - Teheran dicembre 2006

 

ICH BIN EIN BERLINER! (J. F. KENNEDY 26.6.1963)

Durante la sua visita a Berlino del 26 giugno 1963, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso toccante. Il suo discorso sarebbe divenuto simbolo della Guerra Fredda:


«Ci sono molte persone al mondo
che non comprendono, o non sanno,
quale sia il grande problema tra
il mondo libero e il mondo comunista.
Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono alcuni che dicono che
il comunismo è l'onda del futuro.
Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono alcuni che dicono che,
in Europa e da altre parti,
possiamo lavorare con i comunisti.
Lasciateli venire a Berlino!
E ci sono anche quei pochi che
dicono che è vero che
il comunismo è un sistema maligno,
ma ci permette di fare progressi economici.
Lasst sie nach Berlin kommen!
Lasciateli venire a Berlino! [...]
Tutti gli uomini liberi,
ovunque essi vivano,
sono cittadini di Berlino,
e quindi, come uomo libero,
sono orgoglioso di dire,
Ich bin ein Berliner! (sono un Berlinese).»

* * *

A berlino ci sono andato nell'agosto del 1971.

Dopo 10 anni dalla realizzazione del "muro" nella notte tra il 12 ed il 13 agosto del 1961.

Il 12 ed il 13 agosto del 1971 ero a Berlino.

Mi sono recato nella parte est della città il giorno 12, con un permesso che mi scadeva a mezzanotte, ho rischiato la chiusura del varco per una sfilata militare che m'impediva l'accesso alla Friederich strasse, unico passaggio per turisti e stranieri.

Il 13 agosto la Berlino comunista celebrava la separazione della città con una parata militare oceanica: celebrava il muro.

Ero là anche il 13 agosto mattina ad assistere.

Honeker sul palco nella Under Der Linden che arringava la folla.

La sua voce severa, dura, autoritaria.

Non avevo mai visto e sentito niente di simile dal vero.

Non capivo le parole ma ne interpretavo la violenza.

Mi sono sentito berlinese anch'io.


Vito Schepisi
 

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