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Un blog creato da a_tiv il 28/10/2006

Il Libero Pensiero

Il blog di Vito Schepisi

 
 
 

10 DICEMBRE: GIORNATA MONDIALE DEI DIRITTI UMANI

Il 10 dicembre del 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Giornata Mondiale per i Diritti Umani

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

http://www.unhchr.ch/udhr/lang/itn.htm

 

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CONDANNA DEL COMUNISMO

immagineRisoluzione del Consiglio di Europa  n.1481 del 25 gennaio 2006 - Condanna del Comunismo

1. L'Assemblea parlamentare fa riferimento alla sua Risoluzione 1096 (1996) sulle misure per smantellare l'eredità dei sistemi totalitari comunisti. 

2. I regimi totalitari comunisti che governarono nell'Europa Centrale ed Orientale nel secolo passato, e che sono tuttora al potere in molti Paesi del mondo, sono stati, senza eccezioni, caratterizzati da massicce violazioni dei diritti umani. Le violazioni hanno differito in funzione della cultura, del Paese e del periodo storico e hanno incluso assassini ed esecuzioni individuali e collettive, morti in campi di concentramento, fame, deportazioni, torture, lavoro in schiavitù e altre forme di terrore fisico di massa, persecuzioni su base religiosa o etnica, violazioni della libertà di coscienza, pensiero e parola, della libertà di stampa, e mancanza del pluralismo politico.

3. I crimini sono stati giustificati in nome della teoria della lotta di classe e del principio della dittatura del proletariato. L'interpretazione di entrambi i principi hanno legittimato la "eliminazione" di popoli considerati nocivi alla costruzione di una nuova società e, come tali, nemici dei regimi totalitari comunisti. Un vasto numero di vittime in ogni Paese coinvolto furono propri connazionali. Fu il caso particolarmente dei popoli dell'ex URSS che di gran lunga superarono altri popoli in termini di numero di vittime.

4.  L'Assemblea riconosce che, nonostante i crimini dei regimi totalitari comunisti, alcuni partiti comunisti europei hanno contribuito a conseguire la democrazia.

5. La caduta dei regimi totalitari comunisti nell'Europa Centrale ed Orientale non è stata seguita in tutti i casi da una inchiesta internazionale sui crimini da loro commessi. Inoltre, gli autori di questi crimini non sono stati portati in giudizio dalla comunità internazionale, come fu il caso dei crimini orribili commessi dal nazionalsocialismo.

6.Conseguentemente, la coscienza pubblica dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti è molto povera. I partiti comunisti sono legali e attivi in vari Paesi, anche se in molti casi non si sono distanziati dai crimini commessi nel passato dai regimi totalitari comunisti.

 continua nel box successivo

 

7. L'Assemblea è convinta che la coscienza della storia sia una delle precondizioni per evitare simili crimini nel futuro. Inoltre, la denuncia e la condanna morale dei crimini commessi svolge un importante ruolo nell'educazione delle giovani generazioni. La chiara posizione della comunità internazionale sul passato può essere un riferimento per le sue azioni future.

8. Inoltre, l'Assemblea ritiene che quelle vittime dei crimini commessi dai regimi totalitari comunisti che sono ancora vive e le loro famiglie, meritino simpatia, comprensione e riconoscenza per le loro sofferenze.

9. I regimi totalitari comunisti sono tuttora attivi in vari Paesi del mondo ed i crimini continuano ad essere commessi. La percezione dell'interesse nazionale non dovrebbe prevenire i Paesi da una adeguata critica agli attuali regimi totalitari comunisti. L'Assemblea condanna con forza tutte quelle violazioni dei diritti umani.

10. I dibattiti e le condanne che hanno avuto luogo da tempo a livello nazionale in vari stati membri del Consiglio d'Europa non possono dispensare la comunità internazionale da prendere una chiara posizione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. C'è un obbligo morale a farlo senza ogni ulteriore ritardo.

11. Il Consiglio d'Europa è nella posizione per tale dibattito a livello internazionale. Tutti i Paesi europei ex comunisti, con l'eccezione della Bielorussia, sono oggi suoi membri e la protezione dei diritti umani e lo stato di diritto sono i valori fondamentali su cui si basano.

continua nel box successivo

 

12. Inoltre, l'Assemblea parlamentare condanna con forza le massicce violazioni dei diritti umani commesse dai regimi totalitari comunisti ed esprime simpatia, comprensione e riconoscenza alle vittime di tali crimini.

13. Inoltre, richiama tutti i partiti comunisti o post-comunisti nei suoi Stati membri che non lo hanno già fatto di valutare di nuovo la storia del comunismo e del proprio passato, di prendere chiaramente le distanze dai crimini commessi dai regimi totalitari comunisti e di condannarli senza alcuna ambiguità.

14. L'Assemblea ritiene che questa chiara posizione della comunità internazionale aprirà la via alla riconciliazione. Inoltre, incoraggerà con fiducia gli storici di tutto il mondo a continuare le loro ricerche finalizzate a determinare ed a verificare oggettivamente quanto avvenuto.

( testo intitolato "Necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi comunisti totalitari" approvato il 25 gennaio 2006 dal Parlamento Europeo con 99 voti a favore e 42 voti contrari espressi dalla sinistra che si richiama al neo comunismo.)

 

 

La maggioranza confusa

Post n°360 pubblicato il 08 Settembre 2010 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

“Fini a Mirabello ha parlato come un rappresentante dell’Idv”. Questa è la sintesi delle dichiarazioni di Di Pietro a cui il Fini di Mirabello però è piaciuto solo a metà. Per il “Saint-Just” molisano, il Presidente della Camera poi trae conclusioni sbagliate. L’ex PM è andato in visibilio per la tenace retorica e l’aggressività dell’ex leader del Msi e per i suoi toni di neo antiberlusconismo,  ma è rimasto deluso per la sua scelta di voler restare nella maggioranza e di voler continuare a sostenere il Governo. Di Pietro, preoccupato dalla concorrenza, da “squadrista” a “squadrista” (come direbbe Giampaolo Pansa), ritiene incoerenti le conclusioni di Fini e nutre il naturale sospetto che il cofondatore pentito del Pdl sia un furbastro e che voglia mantenere due piedi in una staffa. E come dargli torto?

Ma il discorso di Fini piace invece al PD ed a Bersani. L’opposizione di sinistra rispolvera tutti gli arnesi del mestiere per impedire il ricorso alle elezioni anticipate: la Costituzione, le prerogative del Capo dello Stato, il Parlamento, il carattere rappresentativo della nostra democrazia e la mancanza di vincoli parlamentari. Il PD è tanto terrorizzato dal pericolo della fine prematura della legislatura che terrebbe in piedi il Governo anche con la bombola di ossigeno. Non può, però, sbracciarsi più di tanto e, per non darlo a vedere, preferirebbe che lo facessero altri. E se vede quindi in Fini la classica figura dell’utile idiota, nello stesso tempo Bersani è preoccupato che la corda si tenda fino al punto di potersi spezzare e di accelerare un processo che potrebbe portare alla fine anticipata della legislatura.

Un gioco di ambiguità a cui la sinistra ci ha abituati da tempo. Il PD prende le distanze dal governo e dalla maggioranza, non lesinando gli inviti a Berlusconi a dimettersi, ma strizza l’occhio a Fini che mantiene in vita il Governo e avanza proposte di maggioranze diverse ed ipotesi  di improponibili ed antistorici cartelli elettorali. Una scena grottesca che difficilmente ci si aspettava di dover osservare.

Bersani non può che vedere con soddisfazione una stagione di confusione parlamentare con il governo incapace d’esprimersi con compattezza ed operosità. Il cruccio che assilla il PD è, infatti, proprio l’operosità del Governo. Non paga criminalizzare ogni proposta e risoluzione. L’elettorato ha scoperto il gioco al ribasso e  lo considera come un tradimento al Paese. L’impatto con la realtà, come si è visto, finisce col dare ragione a Berlusconi, come con la gestione della crisi recessiva e con la recente manovra finanziaria. Gli italiani apprezzano i fatti e sempre meno sopportano le caciare, le polemiche ed i piagnistei.

L’opposizione finisce così con il dover sostenere, in silenzio, la strategia di Fini che mira ad indebolire progressivamente l’immagine che il popolo ha di Berlusconi di leader concreto e diretto. Il PD non potendo battere il Cavaliere con la proposta politica, non riuscendoci ad eliminarlo con la magistratura, ora confida nel vecchio nemico “fascista”. Da Rosy Bindi a Franceschini pensano di poter dissipare, attraverso il  logoramento finiano, l’immagine di una maggioranza che sa andare avanti come un treno.

Il PD, con l’aiuto di Fini, pensa di ribaltare il consenso popolare verso il premier, stringendolo proprio su quegli argomenti per i quali Berlusconi mostra  più fastidio come, ad esempio, l’attuale sistema di confronto parlamentare tra maggioranza ed opposizione. Il Parlamento è diventato solo un sistema di barricate che si innalzano dinanzi ad ogni provvedimento. Le proposte alternative  non esistono e l’opposizione si limita a fare ostruzionismo ed ad impedire che il Parlamento legiferi.

Le insidie parlamentari con una maggioranza incerta finirebbero così per frenare le riforme e per provocare il fastidio degli italiani verso un Governo ed una maggioranza non più capaci di esprimersi con determinazione e senza inciuci. Berlusconi senza una maggioranza capace di legiferare perderebbe il suo carisma e la sua presa sugli elettori. Un leader moderno non può, infatti, ridursi nel gestire un perverso sistema di burocrazia legislativa. Se si riducesse a farlo, crollerebbe nell’immaginario collettivo la sua immagine di uomo concreto. Con un Parlamento incapace di adottare, con determinazione e rapidità, provvedimenti ritenuti urgenti ed importanti finirebbe il belusconismo. Del Cavaliere gli elettori apprezzano, infatti, il decisionismo ed il fastidio per tutti gli arcaici riti dei professionisti della politica. E si sentirebbero traditi dal Berlusconi che non si mostrasse capace di mantenere le promesse elettorali o che si disponga all’inciucio, alla mediazione, alla concertazione, al compromesso ed a tutti quegli strumenti utili a snaturare i provvedimenti e che sono considerati come i vecchi arnesi della vecchia politica.

Vito Schepisi

 
 
 

Aspettando Godot

Post n°359 pubblicato il 02 Settembre 2010 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della vita si risolve sempre in quei pochi episodi che marcano l’esistenza di un uomo. La nascita e la morte, principalmente, e poi un’attesa più o meno lunga di un qualcosa che mai, in nessun momento, nei tempi e per le emozioni, sarà mai possibile stabilire con certezza.

Aspettando Godot nel pensiero dell’autore doveva essere una rappresentazione teatrale noiosa, perché non può che essere noiosa una storia che non interessa nessuno, e noiosa è anche la sensazione di attesa di un qualche episodio che non si sa quale sia e che si lascia far credere, invece, che possa dar significato a qualcosa. Come l’attesa per il discorso di Fini. In definitiva anche questa  attesa è inutile e noiosa. Come per un discorso che appare scontato e che non risolverà niente, né allo stato dei fatti potrà risolvere niente. Ci sarebbe solo da prendere atto che si è rotto un rapporto di fiducia. Manca ora solo la lealtà di trarne le conseguenze e di arrivare alle conclusioni. L’opera di Beckett è di quelle che appartengono al cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Noi aspettiamo Fini, ed in verità ci annoiamo. E se non è anche questo assurdo?

Dopo giorni di silenzio e d’attesa, come quella di Vladimiro e di Estragone, Fini non si è presentato agli appuntamenti estivi già presi, ed ancora tutti sono nell’attesa che arrivi. Anche perché c’è più di uno che qualche domanda da fargli ce l’ha.

Sulla scena Didi e Gogo aspettano Godot. Per la ripresa della vita politica italiana, tutti aspettano Fini. Tutti ne parlano. S’aprono discussioni su ogni ipotesi, alcune senza senso, altre oziose, muscolose ed inconcludenti. Tutti che discutono e che litigano, e si formulano le congetture più strane. C’è chi difende e chi attacca. Chi richiama al rispetto. Di che? Di cosa? Di chi? E poi c’è chi grida e c’è chi molla, chi minaccia e  chi sorride, chi s’indigna e chi si lamenta. C’è anche l’immagine di “Pozzo” che arriva tenendo al guinzaglio il suo “Lucky”: ha le sembianze di un grande vecchio che governa le briglia delle sue bestie. Toh! Queste bestie perché hanno anche i lineamenti di chi dirige le caste!

Tutti sono così in attesa del niente, tutti sono come i personaggi di Didi e Gogo che aspettano che arrivi il signor Godot, senza sapere perché l’aspettano, né cosa si devono aspettare da lui. Ma non per questo rinunciano all’attesa.

Ed il nostro Godot arriverà a Mirabello. Sempre che venga! Non si sa mai! Beckett il suo Godot non l’ha fatto mai arrivare. Il commediografo ha solo acceso la nostra curiosità, facendocelo immaginare sotto più possibili sembianze: buono, severo, giusto, diverso, anche un po’diabolico.

Anche Fini mostra più facce a seconda delle sue ambizioni. Chissà se verrà!

Se Vladimiro ed Estragone , nella commedia, aspettano e discutono tra loro per la durata dei due atti, quasi per tutto uguali, sempre noiosi, mai rivelatori di nulla, sempre ansiosi di andare senza mai dire e sapere dove, l’onere, invece, di dover dar contenuto all’attesa, Beckett lo ha affidato al pubblico che ascolta. C’è stato così chi ha pensato che i personaggi sulla scena aspettassero il Signore, chi la morte, chi una vita migliore. Di certo non c’è chi ha pensato che aspettassero Fini. E non solo perché il Presidente della Camera al tempo, subito dopo l’ultima guerra, non era ancora nato, ma perché questi in qualcosa si dovrà pur materializzare. Non è il personaggio immaginario di una commedia. O che lo sia? Ma si materializzerà lo stesso!

 E’ difficile, infatti, che l’ex leader di AN lasci tutto solo nell’immaginario. E’più facile, invece, che scenda nel pratico e che materializzi un progetto, uno scopo, un fine, una conclusione, un’ipotesi. Si pensa anche alla materializzazione di una esplicita richiesta. Il Presidente della Camera non sembra, infatti,  uomo dai grossi tormenti esistenziali, alla Beckett. Lo si immagina, al contrario, piuttosto impegnato, con curiosità non solo subacquea, ad aspetti più materiali, alcuni anche un po’ troppo materiali. E se nella commedia Godot rappresenta un avvenimento che sembra urgente e non procrastinabile, ma che resta lontano e che non  arriva mai fino alla fine, ci auguriamo che la commedia che,  come italiani, ci interessa più da vicino abbia invece finalmente una fine.

 Vito Schepisi

 
 
 

Gheddafi ed è subito polemica

Post n°358 pubblicato il 31 Agosto 2010 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i loro cerimoniali, ma ciascuno uomo di stato è libero nel paese ospitante di tenere conferenze e di usare, nella parte privata della sua visita, il protocollo che vuole. L’ospite straniero è libero di esprimersi, di auspicare scelte religiose e di vita, di far riferimento a questioni interne alla propria nazione, di presentarsi in abiti tradizionali, di portarsi un seguito di uomini e donne che gli facciano da scudo umano, di assoldare anche mille hostess a far da coreografia alla propria presenza ed anche di far sfilare una mandria di cavalli berberi.

Fossero questi i problemi!

Ciò che un capo di stato o di governo non può fare in uno paese straniero è offendere il popolo che lo ospita o usare un linguaggio minaccioso o violare le leggi dello stato ospitante. E ciò che invece non può fare un governo di un paese libero e democratico è impedire che il suo ospite si mostri, che parli, che abbia insomma la libertà di manifestare le proprie idee, la propria cultura, le proprie tradizioni e le proprie scelte politiche e religiose. E’ semplicemente ridicolo pensare che il Governo italiano avesse potuto impedire al Colonnello libico di organizzare liberamente le manifestazioni private previste per la sua visita.

Gheddafi è un megalomane, è un dittatore un po’ esaltato ed anche un po’ rozzo, ma è il leader di uno Stato che si affaccia sul Mediterraneo, non molto distante dall’Italia. La diplomazia italiana non lo ha isolato quando ispirava e finanziava il terrorismo internazionale, non si capirebbe perché ora che ha moderato la sua aggressività avrebbe dovuto invece isolarlo. C’è molta ipocrisia in Italia. C’è un modo tutto italiano di strumentalizzare, ed è ridicolo che accada anche per iniziativa dei sostenitori di Fini, aggiuntisi all’indecente cagnara, quando avrebbero altro di più serio da pensare ed alcune spiegazioni imbarazzanti da dare.

Gheddafi esagera nelle sue manifestazioni ? Ma sono fatti suoi! Se si rende ridicolo è un problema suo. Se lo facesse Berlusconi in  Libia gli italiani avrebbero mille ragioni per lamentarsi e prenderne le distanze, ma a noi italiani che ci importa di Gheddafi e dei suoi modi di apparire? Forse che l’invito all’Europa di islamizzarsi sortirà esiti in tal senso? Forse che le hostess invitate ad ascoltare le sue prediche sulla libertà delle donne musulmane si sottometteranno alla cultura maschilista dei paesi arabi?

L’Italia è un Paese democratico, il nostro Paese ha uno stile diverso e più sobrio, non c’è culto della personalità, esiste più responsabilità verso il popolo, c’è maggiore consapevolezza della nostra cultura, dei nostri valori ed i nostri gusti sono soprattutto meno sguaiati. Dover rispondere anche delle megalomanie degli altri è piuttosto pretestuoso e ridicolo!

Ma è anche divertente constatare quanto la nostra politica ed i media siano così privi di decenza e di tolleranza. Appare, infatti, come un desolante sintomo di carenza di sobria ironia, se invece di sorridere ci si strappa le vesti, come se l’Italia avesse perduto la sua dignità. Come se Frattini fosse andato a Beirut a passeggio sotto braccio  con i miliziani di Hezbollah o avesse definito esagerata la reazione di Israele ai missili lanciati sul suo territorio dai soldati del Partito di Dio di Hassan Nasrallah. Solo che in quelle occasioni per D’Alema, allora ministro degli esteri di Prodi, tutta questa cagnara non c’è stata, pur trattandosi di incontri con gruppi terroristici e di valutazioni inopportune e faziose di episodi drammatici.

Nelle mani di Hamas, a Gaza, è prigioniero Gilat Shalit un soldato israeliano catturato nel maggio del 2006, all’età di 20 anni, in tempo di pace ed in territorio israeliano. La sua unica colpa è quella d’essere stato un soldato di leva dell’esercito israeliano. La stampa e la politica italiana avrebbe tempo e modi di mostrare la loro indignazione contro la barbarie. Una marcia? Un  appello? Una raccolta di firme? Una campagna di sensibilizzazione? Niente! Niente di niente! Una banda di ipocriti! Sono solo una cricca di ipocriti, come quelli che parlano di libertà di stampa e che tacciono sulle richieste risarcitorie per pretestuose diffamazioni di alcuni magistrati alle testate minori ed indipendenti.

L’idea è che la cagnara abbia per obiettivo Berlusconi più che Gheddafi. L’idea è che sia la solita sceneggiata di chi non ha il pudore di ricordare l’assordante silenzio, sempre della stampa - se non per l’eco del caso Telecom-Rovati che animò la circostanza - che si ebbe per la spedizione dei mille al seguito di Prodi in Cina, solo che quella del novello Marco Polo in oriente non era per riunire l’Italia, come quella di Garibaldi in Sicilia, ma per chiedere l’elemosina al gigante cinese, facendosi piccoli piccoli, sebbene in mille e tra i cinesi che sono di bassa statura, senza profferire parola contro il genocidio e le dure repressioni del regime cinese nel Tibet.

Basta invece un solo pretesto, anche il più stupido ed insignificante, per accendere la miccia dell’ennesima  manifestazione di antiberlusconismo. Non va giù il pragmatismo e la sostanza dell’uomo di Arcore. L’incapace ha sempre timore di chi invece si mostra capace. L’invidia si trasforma ben presto in odio e rancore. Lo si nota verso questo Governo che, pur tra mille difficoltà, mostra concretezza ed un sentire diverso rispetto al passato, quando per riparare i guasti si usava il debito pubblico per tamponarli.  

Eppure con Gheddafi sono stati portati avanti accordi commerciali che interessano molte imprese italiane. Sono in cantiere lavori in Libia per alcune decine di miliardi di Euro. Ci sono accordi per la fornitura di gas per soddisfare buona parte del fabbisogno italiano e soprattutto per non renderlo dipendente solo dalle forniture russe, con le turbolenze esistenti tra la Russia ed i paesi di passaggio del gasdotto. Con la Libia è stato possibile invertire l’uso, e forse l’abuso, di far partire i barconi di immigrati clandestini diretti verso le isole minori della Sicilia. Quegli stessi barconi che avevano creato non pochi problemi alla vocazione turistica delle isole interessate, generando episodi e proteste subito strumentalizzate dai soliti campioni italiani della doppia morale, come Santoro e Gad Lerner.

Se c’è invece una morale oggettiva da trarre , è che questo nervosismo sia un sintomo di preoccupazione. Ma se sono preoccupati i servi delle caste, vorrà dire che come italiani liberi ci possono essere buoni motivi per esserlo un po’ meno.

Vito Schepisi

 
 
 

Difendiamo la democrazia liberale

Post n°357 pubblicato il 25 Agosto 2010 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

C’era una volta in Italia un sistema dei partiti che replicava quotidianamente, dagli anni 60 in poi, la stessa commedia. Una finzione che voleva trasformare ed asservire le idee al proprio bisogno e la logica al mestiere. La democrazia si era ridotta al posizionamento dei partiti ed al gioco delle parti. Alla bisogna si partorivano le espressioni più vaghe per stabilire chi poteva o meno partecipare al gioco. Ed il principio  non era mai  estensivo, ma solo esclusivo. Arco costituzionale, pregiudiziale antifascista, preambolo democratico, costituivano i contenitori dei luoghi comuni o la sottigliezza lessicale per stabilire che, in base agli accordi stipulati fuori dal Parlamento e nelle sedi più disparate, le formule erano irreversibili, i ruoli stabiliti e le compensazioni prefissate. Si giocava questa partita per spartirsi di tutto, dalla Rai all’assunzione dell’ultimo commesso della Camera dei Deputati. Una sorta di “Conventio ad excludendum” che garantiva ai due maggiori partiti ed ai loro “corollari” la secolarizzazione autoritaria del potere. C’era persino il famoso manuale Cencelli che stabiliva il peso e le pretese delle correnti democristiane, perché anche il dissenso interno era organizzato e parcellizzato. Naturalmente a pagare le spese di questa orgia di demagogia populista è stato il popolo italiano, mentre le nuove generazioni sono state caricate di debiti, di carenze, di abusi e di servizi inefficienti.

Oggi viene Don Sciortino su Famiglia Cristiana ad accusare, di “distruzione di chi dissente”, colui che ha quanto meno il merito di aver smosso le acque melmose della partitocrazia italiana. Il Direttore del giornale cattolico muove le sue critiche partendo da considerazioni che riteniamo completamente sbagliate. Questi osserva, con eccessiva faziosità antiberlusconiana, che in Italia, a differenza degli altri paesi democratici, non vi sarebbero equilibri nell’esercizio del potere. Naturalmente questa carenza sarebbe dovuta alla esclusiva responsabilità di Berlusconi, colpevole d’aver vinto le elezioni. E la responsabilità democratica di chi chiede d’esser messo nelle condizioni di dar esito al suo programma, rispettando il mandato elettorale, sarebbe per Don Sciortino già un arbitrio: il solo chiedere il rispetto del voto sembra che sia un atto arrogante. Berlusconi così non rispetterebbe la Costituzione. Ma se il rispetto della Carta Costitutiva della nostra Repubblica è un dovere di tutti, anche l’opinione che sia obsoleta, inadatta ai tempi, incrostata di retorica populista è pure un diritto legittimo. Anche questa è democrazia! Ma Don Sciortino, forse, lo ignora.

C’è la parte seconda della Costituzione, quella sull’Ordinamento della Repubblica, che può essere più snella e che può equilibrare più efficacemente i poteri. A che servono, ad esempio, due rami gemelli del Parlamento?  L’Idea di un Senato trasformato in una Assemblea della autonomie è una opzione percorribile ed anche abbastanza condivisa. Ma dirlo non è mancare di rispetto ai principi democratici della Costituzione. Ciò che importa, più di un feticcio da idolatrare, è il complessivo rispetto democratico delle scelte popolari. Ma per rispettare le scelte degli elettori, devono essere cautelate e focalizzate le prerogative degli ordinamenti della Repubblica.

Dopo oltre 60 anni di esperienza repubblicana ci sarebbero da fare verifiche sulle autonomie ed i loro limiti, sugli ambiti, i controlli e le garanzie. Se ci lamentiamo di un’Italia che non funziona a dovere, ci sarà pure una ragione da individuare nella sua organizzazione. Ma per tornare a Don Sciortino, vorremmo che comprendesse, per essere al comando di un osservatorio che avrebbe il dovere d’essere neutrale, come quello di una rivista che si richiama alla fede cristiana, che, in democrazia, il Capo del Governo è l’espressione della maggioranza del Paese. Se questo principio è inconfutabile, dovrebbe dedurre che dar attuazione, con responsabilità, al programma di governo, per tutta la durata del suo mandato, sia un dovere del Premier verso la Nazione. Il giudizio dell’elettorato si forma, infatti, su queste capacità e sul gradimento o meno della complessiva azione di governo. Non certo sulla simpatia o meno attribuita da Don Sciortino a Berlusconi.

Avviene così in tutte le democrazie liberali: dall’Inghilterra, alla Germania, alla Spagna. Ed avviene anche negli Usa ed in Francia, sebbene vi sia una figura politico-istituzionale, come quella del Presidente, che stabilisce l’indirizzo del Governo. Nei paesi in cui prevale il sistema presidenziale, inoltre, il Capo dello Stato è una figura rilevante e determinante: il suo potere, infatti, è legittimato dall’elezione diretta da parte del popolo. Lo si vorrebbe anche in Italia per evitare che le elezioni siano solo una formalità scritta nella Costituzione e per attribuire finalmente ai cittadini il diritto di scegliere. Ma chiedere questo non è certo bestemmiare, e non sarebbe neanche irrilevante osservare che questa caratteristica ridurrebbe drasticamente il fenomeno della partitocrazia. Potrebbe invece essere un modo per limitare il potere maneggione dei partiti e per sopire la fauna delle tante fameliche “bestie politiche” che li circondano.

I tempi sono cambiati dal 1948, le ideologie forti sono crollate, le comunicazioni e gli interventi richiedono tempi veloci e le trasformazioni sono spesso più rapide del pensiero. Non a caso il Costituente, con l’art. 138, aveva previsto la possibilità delle revisioni della Carta, prevedendone così l’ adeguamento nel tempo. Non esiste democrazia che non preveda verifiche, che non consenta aggiornamenti e che non si attivi per offrire maggiore efficienza. Arroccarsi sull’intangibilità delle norme costituzionali puzza di pretestuosità e certamente è esercizio retorico di pseudo-moralismo. Un po’alla Scalfaro, o alla Don Sciortino, per intenderci!

Vito Schepisi

 
 
 

Quando viene meno la fiducia, dimettersi è un atto di dignità

Post n°356 pubblicato il 22 Agosto 2010 da a_tiv
 
Foto di a_tiv

Le vicende recenti che hanno coinvolto il Presidente della Camera richiederebbero una consapevole responsabilità che, invece, il Presidente Fini tarda a manifestare.

Questi ha dapprima svilito l'istituzione parlamentare, spendendo il ruolo di arbitro e di garante a tutto vantaggio del suo nuovo profilo di giocatore attivo e falloso e poi, come se tutto questo non fosse già sufficiente, lo si è trovato coinvolto in più vicende di cui ancora non si comprende appieno la portata complessiva.  

Dai lavori in Rai di una famiglia molto intraprendente, ai metodi censurabili per lealtà e trasparenza verso i militanti del suo ex partito della destra missina; da case monegasche nella misteriosa disponibilità del cognato, ad improvvise fortune economico-finanziarie dell'intera famiglia della sua nuova compagna.

Penso che le dimissioni di Fini siano, a questo punto, un atto dovuto e penso che debba essere nostro dovere di uomini liberi e liberali sollecitarne l'inoltro.

Vito Schepisi

 
 
 
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UNDICI SETTEMBRE

Crono 911: tutto su l'11 set 2001  a  N.Y.

Storia, Documenti e perizie ufficiali

su

http://nuke.crono911.org/

 

LA GIORNATA DEL RICORDO

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Il ricordo dei martiri delle foibe e dell’esodo dei 350.000 italiani, giuliani, istriani e dalmati

 

GIORNATA DELLA MEMORIA

27 gennaio 2007 Il giorno della memoria

Per non dimenticare

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Dove eravamo?

Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, anime tragiche, tragici volti stupiti, adunati come gregge sperduto, chiuso tra cani pastori con sembianze d'uomo.
Latrati incomprensibili davano tremito nascosto alle loro membra, al loro il cuore; la loro anima immobile di terrore, i loro pensieri mortificati da abusi su corpi e anime.
 

Era sempre inverno in quegli anni, anche in primavera e in autunno e in estate.
Dov'eravamo noi, allora?
 

Conducevamo quei treni, tragici forzieri d'umano carico, o li aspettavamo tra la neve, quei convogli? 

Li ho rivisti ieri sera, in bianco e nero, e un attimo eterno di disperazione mi ha investita.
Disarmata e impotente ho sparso inutili lacrime nel guardarli, e ho chiesto un inutile perdono alla vita, per me e per tutti coloro che, allora, calpestarono esistenze innocenti con gli occhi dell'anima bendati.

Ringrazio sentitamente una mia cara e sensibile amica, autrice delle parole. Parole che ho condiviso e chiesto di rendermele disponibili.

 

GRIDO DI LIBERTÀ

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"Signor Presidente, lei si vanta di aver dato al nostro paese una libertà della quale non ha mai goduto, mentre l'unica libertà che ancora non ci è stata tolta è quella di respirare e camminare, per il resto non abbiamo mai vissuto in una situazione peggiore per quanto concerne le libertà individuali e collettive.

Probabilmente non condividiamo il significato della parola libertà.

In una società libera gli studenti non sono cacciati dalle università in quanto dissidenti, non sono pestati regolarmente dai suoi sostenitori perché contrari al suo governo, non si vedono negare il diritto a organizzarsi in associazioni o a pubblicare riviste.

Lei ci ha accusato di essere agenti di potenze straniere, se riuscirà a dimostrare questa sua accusa ci autoimpiccheremo per aver tradito il nostro paese.

Quelle grida che lei ha ascoltato lunedì, non erano voci individuali, era la voce di un popolo che chiede libertà, democrazia e giustizia.

Impari ad ascoltarla."

Lettera scritta dagli studenti dell'Università di Teheran al Presidente Ahmanidenejad  - Teheran dicembre 2006

 

ICH BIN EIN BERLINER! (J. F. KENNEDY 26.6.1963)

Durante la sua visita a Berlino del 26 giugno 1963, il presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy pronunciò un discorso toccante. Il suo discorso sarebbe divenuto simbolo della Guerra Fredda:


«Ci sono molte persone al mondo
che non comprendono, o non sanno,
quale sia il grande problema tra
il mondo libero e il mondo comunista.
Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono alcuni che dicono che
il comunismo è l'onda del futuro.
Lasciateli venire a Berlino!
Ci sono alcuni che dicono che,
in Europa e da altre parti,
possiamo lavorare con i comunisti.
Lasciateli venire a Berlino!
E ci sono anche quei pochi che
dicono che è vero che
il comunismo è un sistema maligno,
ma ci permette di fare progressi economici.
Lasst sie nach Berlin kommen!
Lasciateli venire a Berlino! [...]
Tutti gli uomini liberi,
ovunque essi vivano,
sono cittadini di Berlino,
e quindi, come uomo libero,
sono orgoglioso di dire,
Ich bin ein Berliner! (sono un Berlinese).»

* * *

A berlino ci sono andato nell'agosto del 1971.

Dopo 10 anni dalla realizzazione del "muro" nella notte tra il 12 ed il 13 agosto del 1961.

Il 12 ed il 13 agosto del 1971 ero a Berlino.

Mi sono recato nella parte est della città il giorno 12, con un permesso che mi scadeva a mezzanotte, ho rischiato la chiusura del varco per una sfilata militare che m'impediva l'accesso alla Friederich strasse, unico passaggio per turisti e stranieri.

Il 13 agosto la Berlino comunista celebrava la separazione della città con una parata militare oceanica: celebrava il muro.

Ero là anche il 13 agosto mattina ad assistere.

Honeker sul palco nella Under Der Linden che arringava la folla.

La sua voce severa, dura, autoritaria.

Non avevo mai visto e sentito niente di simile dal vero.

Non capivo le parole ma ne interpretavo la violenza.

Mi sono sentito berlinese anch'io.


Vito Schepisi
 

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