**TEST**
Creato da WalterSantoSubito il 08/05/2008
 

ComunistiGoHome!!!

Ringrazio il popolo italiano... è stato magnifico...

 

 

Chi è l’esperto di diritti umani che accusa Israele e colleziona cimeli nazisti

Post n°22 pubblicato il 31 Marzo 2010 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Inviato di human rights watch si firmava “Heil Hitler”Chi è l’esperto di diritti umani che accusa Israele e colleziona cimeli nazisti

Tira una brutta aria nel quartier generale di Human rights watch (Hrw) a Manhattan, che contende ad Amnesty International il primato e i finanziamenti nella battaglia per i diritti umani. E l’imbarazzo della celebre Ong ha un nome di origine italiana: Marc Garlasco. E’ stato per anni il principale esperto militare dell’organizzazione, inviato in tutti i teatri di guerra, dall’Afghanistan a Gaza. Di giorno, Garlasco rispondeva ai giornalisti, accusando americani e israeliani delle peggiori nefandezze. Di notte, l’esperto si trasformava in “Flak88”, il suo nickname nei forum nazistoidi. Garlasco era un accanito collezionista di cimeli hitleriani.

E’ stato un blogger a notare come l’esperto militare scrivesse su Amazon recensioni entusiastiche di libri sul Terzo Reich. Come simbolo in rete, Garlasco aveva adottato una svastica. Flak88 è un nome in codice per un’arma tedesca e il corrispondente numerico di “Heil Hitler”. Assidue erano le sue frequentazioni nei siti internet che inneggiano alla Wehrmacht (suo nonno aveva vestito la divisa della Luftwaffe). Il governo israeliano di Netanyahu aveva accusato più volte Hrw di parzialità.

Se all’inizio l’organizzazione aveva offerto sostegno a Garlasco, evocando perfino una “cospirazione” contro l’organizzazione, adesso è come se l’esperto militare non avesse mai lavorato per il Nobel per la pace. Lo scorso 5 marzo, scrive il quotidiano Times, il nome di Garlasco è scomparso dal sito di Hrw. Era stato lui a denunciare come “crimine di guerra” il lancio a Gaza di proiettili traccianti al fosforo, usato da tutti gli eserciti per illuminare il campo di battaglia. Ma Garlasco era in preda a una vera e propria febbre per i cimeli nazisti. E’ il secondo incidente per la lobby dei diritti umani, dopo la denuncia del giro propagandistico alla ricerca di finanziamenti in un paese come l’Arabia Saudita. Il caso Garlasco non avrebbe attirato tanta attenzione se Hrw non avesse sposato una chiara linea antisraeliana. In poche settimane, l’organizzazione ha dedicato cinque rapporti a Israele. E per fare un raffronto, in vent’anni appena quattro memo sul conflitto in Kashmir, costato la vita a 80mila persone. E sulle repressioni in Iran, Hrw non ha scritto nulla.

Dalla imbarazzante cacciata di Garlasco, altre ombre emergono al vertice dell’organizzazione. Joe Stork, vicedirettore del dipartimento mediorientale, elogiò il massacro di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. E partecipò a una conferenza contro Israele promossa da Saddam Hussein. Darryl Li è l’uomo del Palestinian center for human rights, che definisce “atti di resistenza” gli attacchi contro i civili israeliani e che nel suo grossolano elenco delle vittime civili a Gaza enumera anche Nizzar Rayyan, il capo di Hamas che ha mandato uno dei figli a compiere un attentato suicida. Reed Brody è l’uomo che tentò di far processare in Belgio il premier israeliano Ariel Sharon e oggi dirige l’ufficio europeo di Hrw. Ci sono anche Charles Shamas, consulente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e Gary Sick, che ha invitato Ahmadinejad alla Columbia University.

Ad accusare Human rights watch di bancarotta è stato perfino il suo leggendario fondatore, Robert Bernstein, per il quale Hrw “ha perso la prospettiva critica su un conflitto che ha visto Israele ripetutamente aggredito da Hamas e Hezbollah, due organizzazioni che si accaniscono contro i cittadini israeliani e usano la propria stessa gente come scudi umani”. Il massimo esperto mondiale di uniformi hitleriane era anche quello che doveva giudicare la condotta degli israeliani in guerra. Troppo persino per un’organizzazione antipatizzante verso Israele come Human rights watch. Un’organizzazione che era nata con altri intenti in un piccolo appartamento nel cuore di Mosca, dove quarant’anni fa si riunivano i dissidenti sovietici assieme all’americano Bernstein. Fra di loro c’era anche Nathan Sharansky.

di Giulio Meotti

 
 
 

... ma non erano quelli del NO B DAY???? :-)))

Post n°21 pubblicato il 31 Marzo 2010 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Le due sconfitte di Bersani e Di Pietro

Due piccole sconfitte esemplari che dovrebbero far riflettere due leader che per varie ragioni escono malconci dalle elezioni. Il primo è Antonio Di Pietro (che ora ha trovato uno che urla più forte di lui e che gli ruba pure voti: Beppe Grillo). Il secondo è Pier Luigi Bersani (che può anche dire di non aver totalmente perso ma non può certo dire di aver certamente vinto). Ecco. A Montenero di Bisaccia, paesino dove è nato Tonino, ha vinto il centrodestra. A Bettola, paesino emiliano in cui è nato Bersani, la Lega è diventato il primo partito con il 36,9 per cento.

di Claudio Cerasa 30 marzo 2010 - ore 10:27

 
 
 

YEAH.

Post n°20 pubblicato il 30 Marzo 2010 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Clamoroso nel Lazio di Claudio Cerasa

Non si sa come, ma il Pd è riuscito a compiere l'ultimo miracolo: perdere nel Lazio. La Polverini viaggia spedita verso la vittoria e il centrosinistra, dopo aver perso due anni fa Roma, continua a trovare buone strategie per stupire i suoi elettori riproponendo, appena due anni dopo aver offerto Roma ad Alemanno, l’efficace tecnica del suicidio politico. Stavolta perdere sembrava impossibile, ma il centrosinistra ha avuto la forza e il coraggio di stupirci ancora una volta.

© - FOGLIO QUOTIDIANO  29 marzo 2009

 
 
 

IL CARCERE PER CHI SVENTOLA BANDIERE ROSSE

Post n°19 pubblicato il 28 Novembre 2009 da WalterSantoSubito

la nuova norma, se approvata, dovrebbe entrare in vigore a partire dal prossimo anno

Polonia: presentata una legge per mettere al bando tutti i simboli del comunismo

Chiunque li utilizza o ne è in possesso potrebbe rischiare fino a 2 anni di carcere

   

MILANO - Vent'anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, decisero di buttare giù le statue di Lenin e di Marx e di seguire le democrazie occidentali. Adesso i politici polacchi hanno presentato un breve emendamento che mette al bando qualsiasi simbolo comunista dal paese dell'Est europeo. Il Senato ha infatti approvato una modifica all'articolo 256 del codice penale che dichiara illegali tutti i simboli comunisti. Chiunque li utilizza o ne è in possesso rischia fino a due anni di carcere per aver commesso il reato di «glorificazione del comunismo». Il Presidente della Repubblica Leck Kaczynski lunedì prossimo dovrebbe firmare la legge che probabilmente entrerà in vigore dal prossimo anno. A questo punto anche indossare t-shirt con l'immagine di Che Guevara o solamente canticchiare l'Internazionale nelle strade di Varsavia sarà considerato un crimine in Polonia.

EMENDAMENTO – La nuova legge infatti proibisce espressamente tutte le immagini che inneggiano a sistemi antidemocratici: l'articolo afferma che è vietata «la produzione, la distribuzione, la vendita o il solo possesso di oggetti che richiamano al fascismo, al comunismo o ad altri simboli di totalitarismi». Uno dei principali promotori della norma è Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello del Presidente della Repubblica e capo del partito di opposizione «Legge e Giustizia». Secondo Kaczynski questa legge è sacrosanta perché il comunismo è uno dei simboli negativi del '900: «Nessuna immagine del comunismo ha diritto di esistere in Polonia - ha spiegato ai media locali il leader dell'opposizione - Il comunismo e il suo sistema genocida deve essere comparato al nazismo». Molti storici polacchi condividono la tesi di Kaczynski: «Quello comunista era un sistema terribile e omicida che ha causato la morte di milioni di vite» ha dichiarato lo storico Wojciech Roszkowski. «Non è sbagliata la comparazione con il nazismo - sottolinea lo studioso polacco - e per questo i due sistemi e i loro simboli devono essere trattati allo stesso modo».

PASSATO CHE NON PASSA - Sebbene i comunisti non abbiano più alcuna influenza politica, in Polonia sembra che il passato non voglia proprio passare. Nelle scorse settimane la Polonia infatti è stato il Paese che più si è battuto contro la candidatura di Massimo D'Alema a Ministro degli Esteri dell'Ue. L'ambasciatore della Polonia presso la Ue Tombinski definì D'Alema «un problema» per il suo passato comunista e precisò che era più adatto a quest'incarico «una persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue appartenenze politiche passate». Recentemente l'uscita dell'ultimo film del famoso regista Andrzej Wajda che racconta il massacro di Katyn durante la Seconda Guerra Mondiale ( i sovietici uccisero oltre 20.000 tra civili e soldati polacchi) ha suscitato un rinnovato odio contro gli oppressori russi.

LIBERTA' D'ESPRESSIONE - Come sottolinea il Times di Londra lo scopo dei politici polacchi è chiaro: «rendere invisibile il comunismo». Il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha ribadito che il Palazzo della Cultura e della Scienza, il più alto grattacielo in Polonia, deve essere abbattuto solo perché è un regalo fatto da Stalin ai cittadini di Varsavia. Non importa che, nel corso degli anni, sia diventato una delle strutture simbolo della città: «Se lo abbattessimo, anche la Polonia avrebbe il simbolo della fine del comunismo come la Germania ha i resti del muro di Berlino. Poi in termini ecologici è anche una costruzione molto inquinante». La battaglia contro il comunismo ha comunque il sostegno della popolazione e della stampa: «Il punto centrale è dimostrare che non vi è nulla di romantico o di divertente nel comunismo» dichiara un cronista polacco al Times. «Il comunismo - prosegue il giornalista - non è stato un gioco. E neppure un’ideologia che riscaldava il cuore. Il comunismo invece fermava i cuori, li faceva appassire e li rendeva freddi».

Francesco Tortora
27 novembre 2009

 

 
 
 

L'INTERVENTO

Post n°18 pubblicato il 31 Maggio 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Carfagna: «In Aula c'è di tutto
ma si accaniscono sul premier»

Il ministro delle Pari opportunità: «Fa il bene del Paese. Il resto sono affari suoi»

Gentile Direttore, trascorso un anno da un attacco mediati­co di inaudita volgarità a cui sono stata sot­toposta, sono qui a fare alcune considera­zioni su vicende che in questi giorni ci so­no state date in pasto con una morbosità e un’ossessività che ricordano molto quelle che hanno riguardato la sottoscritta.

Sono qui a dire la mia, se mi è consenti­to. Anche forte e fiera di un lavoro svolto, in soli dodici mesi, con impegno ed auten­tica passione in favore e a tutela dei sogget­ti più vulnerabili di questo Paese.

Qualcuno è ancora convinto che io, gio­vane donna che dalla tv è passata alla poli­tica con Berlusconi, non abbia il diritto di parlare, non abbia nulla di sensato ed intel­ligente da dire. Ed invece vorrei osare così tanto. Mi sia consentito. Lo faccio perché ho testa. E cuore. Ho testa né più né meno di tanti pseudo-intellettuali che si ergono pomposamente a maestri di vita e di scien­za, di etica e di morale, che parlano e stra­parlano giudicando tutto e tutti pretenden­do di essere i padroni assoluti del vero.

Certo, mi riconosco una buona dose di coraggio se sono qui, oso parlare e, di più, vorrei addirittura dare, sottovoce, ma molto sottovoce, un consiglio. Che è quello di fare un passo indietro, di ritorna­re al di qua di quel limite della decenza e del buon senso che è stato abbondante­mente superato.

Insinuazioni pesanti e volgari hanno ac­compagnato la mia scelta sciagurata. Quel­la di una giovane donna che, dopo una (a dire il vero) assai insignificante carriera in tv ha deciso di accettare la sfida di fare politica con il partito di Berlusconi. Atten­zione. Giovane donna, televisione, Berlu­sconi.

E qui casca l’asino! Perché se cambiando l’ordine degli ad­dendi il risultato è lo stesso, sostituendo anche uno soltanto degli addendi il risulta­to sarebbe ben diverso e comporterebbe la legittimità dell’impegno politico.

Suvvia, siamo realisti. Il Parlamento vede tra i suoi banchi alcu­ni uomini dalle assai dubbie capacità poli­tiche. Ma nessuno si sorprende. L’Aula di Montecitorio è stata frequentata da perso­naggi condannati per banda armata e con­corso in omicidio, facinorosi violenti, con­dannati per detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi, protagonisti di risse e di indecorosi episodi di cronaca.

Ma nessuno mai si è indignato. Onorevoli che candidamente hanno am­messo di prostituirsi prima di approdare alla Camera, altri che, durante il loro incari­co, sono stati sorpresi a contrattare per strada prestazioni con transessuali. Mai nessuno si è scandalizzato. Mai.

Allora viene un sospetto. Che sia Berlusconi l’ingrediente indige­sto? Sì, è proprio così, Berlusconi indigna, scandalizza, inquieta. Forse è arrivato il momento di mettere un freno a questa follia collettiva, a questo vizio malsano, che qualcuno tenta di fo­mentare, di guardare e giudicare la politi­ca dal buco della serratura, di giudicare le persone per l’aspetto estetico e per il lavo­ro, seppur onesto, che hanno fatto in pas­sato. È assurdo, dopo anni di battaglie, è co­me tornare indietro quando i criteri seletti­vi per accedere alla politica erano il censo e il sesso.

Forse è proprio il caso di dire che si sta­va meglio quando si stava peggio! Ed è sorprendente che le dichiarazioni e la persona dell’ex fidanzato di Noemi Leti­zia, condannato per rapina, secondo qual­cuno meritino più rispetto dell’impegno e della persona di una donna che ha l’unica colpa di aver lavorato in tv. Cosa è più gra­ve, mi domando, aver lavorato in tv o esse­re stato un rapinatore? Quanto tempo do­vrà passare ancora perché chi ha lavorato nel mondo dello spettacolo possa essere trattato almeno come un ex rapinatore o un ex detenuto?

Credo che si sia superato il limite del buon senso e tutti abbiamo responsabilità e doveri. A cominciare dalla politica che deve ispirarsi a criteri di rigore e di serie­tà. Quei criteri che hanno indirizzato l’atti­vità di un governo che ha risolto gravi emergenze e problemi quotidiani con tem­pestività ed efficacia, grazie ad un presi­dente del Consiglio che è riuscito non solo ad interpretare le speranze e i sogni degli Italiani, ma anche a tradurli in realtà. Que­sto, quello delle cose realizzate per il bene del Paese, è il terreno di confronto sul qua­le vogliamo misurarci e di cui deve rispon­dere agli italiani il presidente Berlusconi. Un leader mai prepotente o arrogante, con­sapevole di una innata capacità seduttiva che ha usato a fini di ricerca del consenso e non per scopi morbosi. Un uomo leale, perbene e rispettoso. Una persona di garbo e gentilezza, doti che qualcuno vorrebbe declassare a mera finzione e che invece sono autentiche. E, lasciatemi pure dire che, in un mondo po­polato da gran cafoni, sono qualità rare ed invidiabili. Il resto, tutto il resto, sincera­mente sono affari suoi. O, almeno, così do­vrebbe essere in un Paese «normale».

So che ho ben poca esperienza, ma cre­do di averne quanto basta per auspicare che l’Italia diventi un Paese «normale», do­ve chi fa politica viene giudicato per ciò che fa e chi governa per come governa. Per fare questo, però, c’è bisogno di uno sfor­zo di volontà da parte di tutti. Forse è arrivato anche il momento che chi trascorre le sue giornate a criticare e a farci lezione, scenda dalla sua cattedra di cartapesta, si sporchi le mani con i pro­blemi veri e con le questioni che vera­mente interessano alla gente e dia il suo contributo alla crescita e allo sviluppo dell’Italia. Qualcuno lo troverà più noioso, ma sa­rebbe sicuramente più proficuo. Il Paese ne avrebbe un gran vantaggio. La qualità e il livello dell’attività politica, che qualcuno si diverte a far scadere verso il basso, ritroverebbero dignità e centralità.

Mara Carfagna, ministro per le Pari opportunità (Pdl) - 29 maggio 2009

 
 
 

Scelta o imposizione?

Post n°17 pubblicato il 31 Maggio 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Alla Reggia di Venaria

Tutte con il velo. (Ma è libertà?)
Ma quello è un segno di sottomissione

Il personale della Reggia di Venaria (Torino) ha lavorato con veli e kefiah per solidarietà con una collega marocchina contro il cui velo islamico avevano protestato alcuni turisti. Ma la testa coperta non è un’espressione della propria religione come tante altre, è un segno di sottomissione femminile.

Se fosse un film americano, per chi tifereste? Per le impiegate e le guide della reggia di Venaria che sono andate a lavorare col velo per solidarietà con la collegO per la signora piemontese seccata per aver visto donne velate a contatto col pubblicoa marocchina Amellal? , che ha scritto alla Stampa «non sarebbe più corretto impiegarle in attività di ufficio? O utilizzare persone vestite con abiti d'epoca?». Solo la trovatona delle poverette in abito d'epoca fa antipatizzare con la signora e simpatizzare con le lavoratrici di Venaria; che non hanno paura di essere (non è cosa alla moda) solidali. Ma la questione è molto, molto più complicata.

Perché mettere il velo non è un'espressione della propria religione come tante altre, come portare la croce o la stella di Davide (o la mezzaluna). È un segno di sottomissione femminile, non tanto ad Allah quanto ai maschi di casa. Alcune lo portano per scelta; la maggioranza per costrizione. È una condizione che non si risolve come propone il signore piemontese, nascondendo le impiegate velate per dimenticare che a Torino gli islamici sono ormai tanti. Si risolve — al momento pare utopico, ma meglio essere utopisti che pilateschi, che ignorare i problemi di tanta parte dell'umanità femminile — pensando che tutte le donne dovrebbero essere libere di scegliere cosa fare con la propria testa. E cercando di garantire loro dei diritti. In Francia, nella Francia dell'allora presidente Chirac, è stata fatta una legge che vieta di ostentare simboli religiosi nei luoghi pubblici. Legge discussa; ma lì si può applicare perché li proibisce tutti, di qualunque culto. In Italia, nelle nostre scuole e nei nostri uffici dove sono appesi i crocefissi, seguire l'esempio sarebbe molto, molto più complicato (sarebbe bello se le colleghe italiane fossero così solidali da dare a qualche islamica che non vorrebbe il velo la forza di toglierlo, casomai; senza sistemare tutte mettendole in costume, d'epoca o da bagno, come si tende a fare da noi).

Maria Laura Rodotà - Corriede della Sera 31 maggio 2009
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Islam: Donne musulmane, il velo è sottomissione - 7 febbraio 2007 Fonte: repubblica.it

L’85 per cento delle donne di fede musulmana che vive in Italia e risiede in diverse regioni del nostro paese, ritiene che il velo sia uno strumento di sottomissione e di controllo da parte della comunità maschile.

È il clamoroso dato che emerge da un sondaggio condotto da “Al Maghrebiya”, unico organo di informazione il lingua araba diffuso in tutto il territorio nazionale, e illustrato oggi a Montecitorio dalla parlamentare di An Daniela Santanché, nel corso della presentazione della proposta di legge che vieta l’uso del velo nelle scuole di ogni ordine e grado per le ragazze minorenni. Dal sondaggio, condotto su un campione di 500 donne in prevalenza originarie del Marocco, ma anche egiziane, tunisine, algerine, somale e eritree, emerge inoltre l’85% delle donne islamiche porta il velo “per timore”.

Non solo, il 95 per cento ritiene che l’obbligo del velo non sia un precetto del Corano, ma discende da una sua interpretazione forzata, mentre il 78 per cento lo considera un ostacolo all’integrazione dell’immigrazione nella società italiana. Il 98 per cento delle intervistate definisce inoltre la loro situazione dei diritti e delle libertà individuali “insoddisfacente o del tutto insoddisfacente”. Alla domanda su quali siano le situazioni che quotidianamente provocano alle donne immigrate maggiori problemi e sofferenze, il 42 per cento risponde “la disparità di diritti tra uomo e donna nella famiglia e nell’educazione dei figli”, mentre il 30 per cento la mancanza di una istruzione adeguata e la difficoltà di accedere al mondo del lavoro“.

Quasi nove donne su dieci ritiene inoltre che le bambine non siano in condizione di maturare una scelta consapevole sull’uso del velo. Il 63 per cento delle interpellate, infine, si è detto favorevole ad un provvedimento di legge che impedisca l’uso del velo islamico nelle scuole italiane fino ai 16 anni. ”Ed è anche questo — ha commentato Daniela Santanché — che ci ha spinto a presentare una proposta di legge che vieti il velo nelle scuole italiane“.

AGI

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**DAL GIORNALE DELLA TOSCANA DEL 02/10/2005

"SUBMISSION":

TESTIMONIANZA CHOCH

SULL' ISLAM

"Submission è un pugno allo stomaco. Tre donne musulmane, interpretate dalla stessa attrice, raccontano la loro condizione in un dialogo con Allah. Raccontano storie di sopraffazione, negazione dei diritti umani, sottomissione. Agli occhi che spuntano dietro il velo, si frappongono le immagini di una donna che sulla schiena ha tatuati i versetti del corano.

Il regista olandese Theo Van Gogh per questo film è stato ucciso, poi sgozzato da un fondamentalista islamico che sul suo cadavere ha lasciato un biglietto con la "fatwa" lanciata contro chi ha osato documentare la vita delle donne nei paesi dove il fondamentalismo è legge.(...)Sala gremita all'hotel Mediterraneo. (...) Dibattito moderato dal direttore de "Il giornale della Toscana" Riccardo Mazzoni, al quale hanno preso parte il coordinatore di F.I. Denis Verdini, la parlamentare Patrizia Paoletti, i consiglieri regionali Angelo Pollina e Anna Maria Celesti, il capogruppo di F.I. in Palazzo vecchio Paolo Amato, il consigliere provinciale Massimo Lensi.Al parterre di relatori si aggiunge il presidente della comunità islamica di Firenze Elzir Izzedin.(...)

"Esiste il diritto sancito dalla Costituzione ad avere luoghi di culto, ma come ricorda Magdi Allam, certi diritti vanno anche contestualizzati" esordisce Amato che ricorda il caso della Moschea di Sorgane " (...) "La politica ha il dovere di scommettere sull' islam moderato, cosi come sta facendo il ministro Pisanu con la Consulta, ma all' islam moderato chiediamo di far sentire la sua voce (...). Credo che una società aperta non sia senza identità, ma l' identità e la sua salvaguardia è fondamentale per avviare il confronto in maniera corretta e costruttiva".(...)

Mazzoni riprende per dire che " l' islam moderato esiste, ma non possiamo indulgere al buonismo, perchè non fa bene a noi e nemmeno all' islam moderato.(...) l' Occidente, seppur con passaggi storici complessi e dolorosi, alla fine ha garantito la libertà. Democrazia e libertà sono due valori irrinunciabili. (...) per ora l' Europa non non ha saputo dar risposte dinnanzi alla minaccia del terrorismo internazionale; (...) In Europa è stato commesso lo sbaglio di ritenere che tutto si può risolvere con la mediazione politica. Purtroppo la sfida del terrorismo islamico dimostra il contrario".

Pollina richiama i contenuti del film " La penso come Oriana Fallaci e il presidente Pera sulla necessità di difendere la nostra identità. Occorre parlare chiaramente, prender coscienza di quanto sta accadendo in Europa. (...)Bisogna farlo senza tentennamenti, rifuggendo dal buonismo a senso unico che la sinistra diffonde a piene mani(...) Perchè non vengono prese le distanze da chi offende la nostra religione? Da chi ci porta in tribunale come ha fatto con la Fallaci? Perchè dopo gli attentati (...) non sono scesi in piazza a manifestare contro il terrorismo? Perchè nelle moschee spesso si predica l' odio contro l' Occidente? 

 
 
 

Ahahahahah...!!!!

Post n°16 pubblicato il 23 Aprile 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

LA SINISTRA E I REALITY

L’Unità, Gramsci e la scoperta del Grande Fratello

Sei pagine del quotidiano sulla vittoria di Ferdi

di ALDO GRASSO

Che bello, l’Unità ha finalmente sdoganato il Grande Fratello; benvenuta fra noi mostri! Il giornale fondato da Antonio Gramsci e diretto ora da Concita De Gregorio ha dedicato alla vittoria di Ferdi ben sei pagine: copertina, fondo del direttore, testimonianza di un’attrice rom, intervista a un autore del GF, analisi di Carlo Freccero, intervista a Luxuria, commento preoccupato dello scrittore Roberto Alajmo. E dire che fino a poco tempo fa il reality era considerato la sentina di tutti i vizi possibili e immaginabili, lo schifo fatto tv. Si vede che le teorie gramsciane sul nazional-popolare alla lunga fanno effetto. Sì, qualche cautela c’è ancora ma l’interdetto è caduto.

L’ultimo eroico resistente è Marco Belpoliti che dalla prima pagina della Stampa ci avvisa che non esiste più differenza tra spettacolo e vita e che gli intellettuali italiani sono stati piegati dal «pensiero unico» della neotelevisione berlusconiana. La verità è che il GF ha messo in scena il «sociale» e con il «sociale» non si scherza, bisogna fare i conti. Per questo la De Gregorio osserva che «televotare un rom aiuta a sentirsi antirazzisti... e costa poco». Insomma, va bene tutto ma attenzione: la realtà è ben altra cosa. Freccero parla della rivincita televisiva delle minoranze. Vladimir Luxuria spiega che il reality mette gli spettatori a contatto con realtà chiuse in cliché crudeli ma «qualche interrogativo in più la gente se lo pone dopo aver visto me, un trans, in tv». Eh, certo, qualche interrogativo in più. Alajmo (prestigioso consulente di Agrodolce, una delle più insulse soap mai realizzate dalla Rai) pensa infine che questo GF sia stato «un lavacro rituale per la cattiva coscienza degli spettatori». Sdoganamento sì, ma con giudizio.

Il paradosso di queste sei pagine è che fino a ieri l’Unità si era sempre lamentata di una realtà troppo televisiva, plastificata, mediatica (come direbbe Belpoliti). Adesso scopre che la tv è meglio della realtà: l’una è un sogno, «una festa del Principe», l’altra una schifezza. Come recita un titolo del giornale, «la tv cambia, il Paese no». Potenza del telecomando.


23 aprile 2009 - Corriere della Sera

 
 
 

Una nazione che si evolve

Post n°15 pubblicato il 19 Aprile 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

«la battuta migliore? Afef che per darmi un bacio si sbuccia un ginocchio»

Brunetta: «È un momento magico, l'Italia cambia. Tremonti? A volte è tenero»

Il ministro della Pubblica amministrazione: «D'Alema non mi è simpatico. E sull’energumeno non è finita qui»

Renato Brunetta è in tour pre-elettorale sulle Langhe. Si apre una bottiglia di Fallegro Gagliardo, uno dei suoi vini preferiti. Rilegge le bozze del prossimo libro, in usci­ta la prossima settimana da Monda­dori: Rivoluzione in corso. E ne sin­tetizza così lo spirito: «L’Italia sta vi­vendo un momento magico. Una grandissima transizione in positivo. Un’enorme voglia di cambiare, di non essere più l’Italietta del passato, di diventare diversa, migliore. Il go­verno ha tanto consenso proprio perché Berlusconi, con i suoi istinti, per primo ha capito questa voglia di cambiamento».

Momento magico? E la crisi, mi­nistro? Il terremoto?
«È vero, ne stiamo vivendo di tut­ti i colori. È un Camel Trophy. Eppu­re, in questo anno sfortunatissimo, il governo Berlusconi è l’unico a ve­der crescere un consenso già alto. Perché intercetta il ' mood', il ' senti­ment'. E l’Abruzzo, come prima Na­poli, diventa il simbolo del cambia­mento. Stavolta lo Stato ha fatto il suo dovere. Per la prima volta dal­l’unità, di fronte a una catastrofe l’Italia ha funzionato. Ha reagito co­me un Paese serio, efficiente, coe­so».

E più povero.
«Non è così. La crisi ha impoveri­to 5-600 mila lavoratori dipendenti che hanno perso il posto, pur poten­do contare su cassa integrazione e in­dennità di disoccupazione. Ma gli al­tri 14 milioni di lavoratori dipenden­ti vedono crescere il potere d’acqui­sto: i loro redditi sono stabili, anzi per i 3 milioni e 650 mila dipendenti pubblici crescono con il nuovo con­tratto; ma spendono meno per prez­zi, tariffe, mutui. La crisi produce pa­radossalmente un effetto ricchezza».

Però l’economia è ferma, il Pil di­minuisce.
«Perché hanno paura. L’effetto ricchezza è in stand-by perché fino­ra si traduce in risparmio, non di­venta consumi né investimenti, fi­nanziari o reali. La gente non sa che fare; i Bot non rendono un tubo; c’è ancora sfiducia. Ma sta cambiando tutto. I segni ci sono già. Con la buo­na stagione, il clima, il turismo, la mobilità, sono certo che il rispar­mio da paura si muterà in consumi e investimenti da fiducia».

Il suo libro, un diario di bordo lungo un anno, comincia con la pa­rola- chiave: fannulloni.
«L’ho pronunciata dopo il giura­mento del governo. Già a maggio, il mese dell’insediamento, le assenze diminuiscono del 10,9%. A giugno, meno 22,4. A luglio tra il 37 e il 40. Agosto e settembre sono sopra il 44. E la tendenza continua. All’Ispra, l’istituto per la protezione e la ricer­ca ambientale, le assenze sono dimi­nuite del 94%. In molti enti siamo sopra il 70. Posso dirlo? Che schifo».

Questa campagna l’ha fatta ama­re da molti, ma anche detestare dai dipendenti pubblici. O no?
«Proprio no. A parte il fatto che, come professore universitario, ap­partengono anch’io alla categoria, lei non ha idea di quanti mi ferma­no per strada e mi dicono: 'Sono un dipendente pubblico; vada avanti'. Perché li sto liberando dalla fatica di lavorare anche per i fannulloni».

Lei cita minacce e insulti ricevu­ti, ma pare che le abbia fatto parti­colarmente male la battuta di D’Alema: energumeno tascabile.
«Sì. Non per il tascabile: sorridere è lecito, lo faccio anch’io. Per l’ener­gumeno; come se fossi un violento, quando sono io a vivere sotto scorta dall’83, quando collaboravo alle poli­tiche del lavoro di Craxi. D’Alema ha poi peggiorato le cose mandandomi un biglietto di scuse. Insulti pubbli­ci, riparazione privata. E no! Non è finita qui».

Di solito a destra D’Alema è mol­to apprezzato.
«A parte il fatto che non sono di destra ma liberalsocialista, come lo è questo governo; a me D’Alema non è simpatico. Presume troppo da se stesso».

Però la statura per lei ormai non è un problema.
«Ci scherzo su. La migliore è quel­la di Afef che per darmi un bacio sul­la guancia si sbuccia un ginocchio. Però non tollero diventi una discri­minante razzista».

Un altro personaggio che lei cri­tica, sia pure senza toni polemici, è il Papa: «È straordinariamente at­tento alla realtà politica e sociale del nostro Paese...».
«A differenza di D’Alema, Benedet­to XVI mi è simpatico. Però speravo si occupasse di più delle grandi que­stioni universali. Io sono un laico mangiapreti ma anche un grande estimatore del ruolo sociale della Chiesa. Però: 'Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio'. Ognuno faccia bene il suo me­stiere».

Si aspettava un’accoglienza mi­gliore ai Didoré, il progetto suo e di Rotondi sulle coppie di fatto?
«No. Ho dato forma a cose che avevo sempre scritto; così come re­sto referendario. È stato un eserci­zio di libertà, che non riguardava so­lo i gay. Sapevo che il programma di governo era altro».

Per Tremonti ha parole agrodol­ci.
«Lo considero il miglior ministro dell’Economia del G-20, per espe­rienza, competenza e visione. Ma ab­biamo due nature e due caratteri op­posti. Lui ha asperità caratteriali che ne rendono difficile la relazionalità. A volte però è tenero».

Cosa intende quando definisce un errore aver imposto le stesse re­gole del Nord al Sud?
«Con la battaglia per la trasparen­za, questo è il punto-chiave del li­bro. Sin dall’unificazione, l’asticella è stata messa troppo in alto; e la so­cietà civile c’è passata sotto. Oggi il Sud è una grande occasione di svi­luppo. Purché si differenzino i sala­ri, non tornando alle vecchie gabbie ma legandoli alla produttività. E si faccia il federalismo fiscale, che re­sponsabilizzerà gli amministratori. Tra cui consiglio di tener d’occhio Lombardo: uno in gamba».

Erano davvero «orribili», come le definisce, le gondole che da ra­gazzo vendeva sulla bancarella a Venezia?
«Orribili, sì. Plastica. Ne tengo una sulla scrivania di ministro. Ma meravigliose, perché mi hanno dato di che vivere, e di che studiare».

Coprotagonista del libro, a co­minciare dalla dedica, è Titti.
«È la mia compagna, la amo, e presto la sposerò».

Dove vi siete conosciuti?
«In un vivaio. Lei fa l’arredatrice di interni. Io sceglievo le piante per casa mia. Ci hanno fotografati la pri­ma volta il 2 giugno, nei giardini del Quirinale. Lei alta, bionda, bella; io no. La foto è stata pubblicata senza didascalie. Nessuno ha avuto il co­raggio di riferire i commenti fatti in redazione».

Lei scrive di aver declinato molti inviti nei salotti.
«Rispetto chi ci va, ma non li amo. Ho detto sì un paio di volte, mi sono ritrovato su Dagospia, e me sono pentito amaramente. Giusta nemesi. Dagospia è la catarsi di una certa Italia. E io certi inviti non li ac­cetterò più».

 

Aldo Cazzullo - Corriere della Sera
19 aprile 2009

 
 
 

Piccole speranze fra le macerie.

Post n°14 pubblicato il 08 Aprile 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

I bambini nelle tende tra clown e bolle
di sapone
 

«Ma non dimenticano» Alcuni hanno perso i genitori, altri i nonni o i cugini Ridono e giocano. Poi chiedono di tornare a casa.

L'AQUILA — L'altro ieri i vigili del fuoco hanno tirato fuori da una casa semidistrutta due bimbi ancora vivi. «Uno era sotto il corpo del padre, che è morto per proteggerlo — raccontano —. La sorella l'abbiamo trovata in un'altra stanza rimasta miracolosamente in piedi. Purtroppo sotto le macerie c'era anche il cadavere della madre». Quei due fratellini sono i primi orfani accertati in questa tragedia. Ma qui esistono ancora le famiglie allargate che popolavano l'Italia di qualche anno fa. «Non sappiamo di bambini soli — dice Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell'Aquila —. Chi ha perso la mamma o il papà, o tutti e due i genitori, è stato accolto e accudito.

È scattata una grande solidarietà, sia familiare sia extrafamiliare. Anche per questo, finora, la questione dei minori non è stata trattata separatamente dalle altre. A parte il fatto che vorremmo dei container da usare come scuole: abbiamo fatto richiesta, stiamo aspettando». Nel campo degli sfollati c'è Jacopo che gira con il numero di cellulare dei genitori scritto sulla felpa arancione, e Michael che si è dipinto le guance e il naso e urla «sono un clown»; ci sono Paride e Davide, fratellini senza più nonni materni, e Tito in passeggino, spinto da una cuginetta. Sembrano i meno terremotati di tutti. Forse perché loro sulla terra si muovono leggeri: saltellano, sbandano di lato lungo traiettorie alternative, si rincorrono in ubriacanti zig zag. È successo anche ieri, quando la terra ha ripreso a tremare per una scossa fortissima che faceva ondeggiare i palazzi. Gli adulti gridavano rivolti al sisma: «Sta', per favore. Ora sta'. Piuttosto ammazzami però basta: stai fermo». I bambini invece hanno continuato a duellare con spade fatte di palloncini gonfiabili, a saltare per prendere le bolle di sapone, giocavano e ridevano. Un papà è arrivato e gli tremava la voce: «In tenda — ha tentato di urlare ai tre figli —. Venite subito». Risultato: dallo spiazzo del campo profughi è partito verso la sua tenda un corteo di bambini e di clown. Sono i pagliacci mandati dal ministero delle Pari opportunità. Ieri ne sono arrivati sei, tanto bravi che riuscivano a divertire anche i grandi.

Oggi ne verranno altri e per Pasqua saranno all'opera anche i Nasi rossi d'Abruzzo, l'associazione locale di clown dottori. «Hanno le case distrutte e uno di loro non si trova più — spiega Mario Tallarico, psicologo e vice presidente della Federazione nazionale clown dottori —. Si sono presi due giorni per piangere». Altrimenti non riescono a far sorridere gli altri, che poi è la loro terapia. I bambini nei campi ancora non si sa quanti siano. Per adesso la priorità è dare alloggio agli sfollati, per contarli e registrarli tutti ci vorrà ancora un po' di tempo. «Ma è fondamentale farlo presto, in particolare con i bambini — dice Filippo Ungaro, che per Save the Children lavora nell'area colpita dal terremoto —. Solo così si possono sviluppare programmi di assistenza mirati». Ce n'è bisogno; perché questi bimbi, che adesso giocano davanti alle telecamere di mezzo mondo, non hanno dimenticato quello che è successo l'altra notte e se ne parlano ricordano la paura provata quando «papà e mamma mi hanno preso in braccio», o raccontano la nostalgia di casa, la voglia di tornarci. Quella di adesso è un impianto sportivo pieno di tende blu e allora usano la sabbia in fondo alla pedana del salto in lungo per fare formine con i bicchieri di plastica. A loro tutto sommato è andata bene. Ma ci sono anche 24 bambini abruzzesi ricoverati in ospedale. E quando il bilancio di questa tragedia sarà definitivo si saprà se qualche bimbo è rimasto solo. «È presto per parlare di orfani — dice il ministro Mara Carfagna, che è venuta a salutare pagliacci e bambini —. Ci siamo attivati per avere notizie certe poi ci occuperemo anche di questo».

Mario Porqueddu
08 aprile 2009 - Corriere della Sera

 
 
 

Polizia corrotta anche qui? Manipolo di criminali organizzati e pagati appositamente anche qui?

Post n°13 pubblicato il 04 Aprile 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

vertice nato: almeno 40 arrestiViolenti scontri a Strasburgo

I no global tentano di fermare il summit

Black bloc tra i manifestanti hanno dato vita a episodi di violenza, lanciando pietre e appiccando incendi

STRASBURGO (FRANCIA) - Violenti scontri sono avvenuti su uno dei ponti che collegano la città di Strasburgo alle rive del Reno, dove è prevista la mega manifestazione no-global di sabato pomeriggio contro il vertice Nato. Un volontario del pronto soccorso tedesco ha detto che almeno 50 persone sono rimaste ferite negli scontri con la polizia. Circa 5000 manifestanti, secondo gli organizzatori, si sono radunati sul ponte, che a un certo punto è stato bloccato dalle forze dell'ordine che hanno ripetutamente lanciato lacrimogeni. Vari gruppi di black bloc tra i manifestanti hanno dato vita a episodi di violenza, lanciando pietre e appiccando incendi. I maggiori problemi per l'ordine pubblico sono segnati sul versante tedesco del confine, dove vengono segnalati migliaia di manifestanti che stanno cercando di raggiungere Strasburgo.

«Ci sono stati dei feriti», vittime dei gas lacrimogeni e dei proiettili di gomma, ha confermato un portavoce di Medical Team, senza precisarne il numero. Un giornalista dell’Afp ne ha visti due. Inoltre, dopo due ore di blocco, la polizia ha aperto l’accesso ai Giardini delle Due Rive, e un gruppo di una ventina di persone mascherate ha saccheggiato il negozio di una stazione di servizio e incendiato una postazione di polizia vuota, vicino al ponte dell’Europa.

CAMPO DI BATTAGLIA - Il parco delle Due rive, nel centro di Strasburgo, è diventato il campo di battaglia dove polizia e black block si stanno scontrando con estrema violenza, Al lancio di lacrimogeni dei manifestanti, la polizia risponde con lacrimogeni. I contatti tra i due schieramenti sono molto violenti. Per raggiungere il parco, i black block hanno attraversato un quartiere popolare di Strasburgo lasciandosi alle spalle la devastazione. Intanto hanno incendiato la sede della vecchia dogana fluviale e distrutto due stazioni di servizio. Dando prova di perfetta organizzazione, alcuni «gruppi» di black block hanno dato l'assalto ad almeno due bar, prelevando i tavoli e incendiandoli, dopo avere fatto con essi della barricate. La polizia sta intervenendo ora con un fitto lancio di lacrimogeni. Assaltato anche l'hotel Ibis, nel centro della città. I manifestanti hanno anche divelto delle inferriate che usano per trasportare il materiale che poi incendiano. Nei loro raid, i black block hanno distrutto vetrate di negozi e uffici.


04 aprile 2009 - Corriere della Sera

 
 
 

Ora che l'Ue punisce gli omicidi dei clan, centinaia di casi soprattutto nelle zone curde

Post n°12 pubblicato il 28 Marzo 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Turchia, la strage delle ragazze
costrette al suicidio «per onore»

Un tempo venivano uccise dal fratello più giovane che se la cavava con qualche anno di galera

A Derya, 17 anni, la sentenza di morte è arrivata via sms: «Hai infangato il nostro nome — scriveva uno dei tanti zii — ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi». A Nuran Unca, 25 anni, l'hanno detto i genitori, entrambi insegnanti. Lei ha resistito per un po', poi si è impiccata nel bagno di casa. Elif, invece, non ce l'ha fatta a togliersi la vita e ha deciso di scappare. Da otto mesi vive come una clandestina, costretta all'anonimato da un'assurda sentenza di morte emessa per aver rifiutato un matrimonio combinato. Sono solo alcuni dei tanti nomi di ragazze costrette al suicidio per motivi d'onore in Turchia. Un tempo venivano uccise dal fratello più giovane che se la cavava con qualche anno di galera, grazie alla sua età e alla legge che prevedeva forti attenuanti in casi del genere. Ma nel 2005, per avvicinarsi all'Europa, Ankara ha riformato il codice penale prevendendo l'ergastolo per il delitto d'onore. Così le famiglie sono corse ai ripari e, per non perdere due figli, hanno pensato di indurre le giovani ad uccidersi.

In poco tempo le percentuali dei suicidi si sono impennate. Soprattutto nel sud-est del Paese, l'area abitata dai curdi, profondamente influenzata dall'Islam più conservatore. Batman, una cittadina grigia e polverosa di 250mila anime, vanta il triste primato di morti sospette, tanto da essere citata da Orhan Pamuk nel romanzo Neve in cui un giornalista investiga sulla strana epidemia di suicidi tra le adolescenti. Ma il fenomeno dilaga ormai anche nel resto del Paese. Nella moderna Istanbul, per esempio, si conta un delitto d'onore a settimana. Sui suicidi dati certi non ce ne sono, si parla di centinaia di casi. Gli esperti sostengono che l'emigrazione dei curdi verso le grandi città porta a un'esasperazione del conflitto tra modernità e tradizione.

Le teenager scoprono Mtv, i jeans stretti, le feste, l'amore. Basta un'occhiata a un ragazzo o una gonna troppo corta e il loro destino è segnato: il consiglio di famiglia si riunisce e le condanna a morte. «Questo scontro di civiltà — ha spiegato a una troupe della britannica Channel Four Vildan Yirmibesoglu, capo del dipartimento dei diritti umani a Istanbul - sta rendendo la situazione ancora peggiore. Aumenta la pressione sulle donne perché rispettino i dettami conservatori della tradizione. E, chiaramente, ci sono più tentazioni». Ogni giorno decine di giovani bussano alla porta di Ka-mer, il centro fondato nel 1997 da Nebahat Akkoc per aiutare le donne in pericolo. La sede di Diyarbakir ha le pareti color corallo e una poltrona di pelle dove le ragazze sprofondano raccontando la loro storia. L'associazione le aiuta a trovare una casa-rifugio e a rivolgersi a un tribunale. Per rendere le cose più facili è stata creata anche un'hotline, ma telefonare e denunciare la propria famiglia può diventare improponibile nella regione curda dove, secondo i dati delle Nazioni Unite, si stima che il 58% delle donne sia vittima di abusi e che il 55% sia analfabeta. Vista da qui l'Europa appare ancora più lontana.

Monica Ricci Sargentini - Corriere della Sera
28 marzo 2009

 
 
 

La Supponenza

Post n°11 pubblicato il 27 Marzo 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Il Pdl - Le prime assise

«L’era Silvio? Non avevamo capito nulla»

Violante: nel Pds si ironizzava. Solo Pecchioli comprese, D’Alema intuì qualcosa.

ROMA - «L’inizio di tutto? Ho un ricordo netto, visivo, e quasi fisico: ero nel mio ufficio di presidente della commissione Antimafia, a Palazzo San Macuto, e stavo guardando i tigì di mezza sera. All’improvviso sentii dare questa notizia: "L’imprenditore Silvio Berlusconi ha deciso di appoggiare il leader dell’Msi Gianfranco Fini che, nella corsa a sindaco di Roma, è impegnato contro Francesco Rutelli, candidato del centrosinistra"... Beh: mai, prima di quel momento, c’era stato qualcuno così sfrontato nell’appoggiare un esponente di destra, e di una destra vera, autentica... che anno era?».

Era il 23 novembre 1993.
(Luciano Violante ha 68 anni ed è nato a Dire Daua: il padre, giornalista comunista, fu costretto dal regime fascista ad emigrare in Etiopia. Ma su questo non indugiamo: è pomeriggio tardi, dalle finestre del suo ufficio al terzo piano di via Uffici del Vicario si vede il sole venire giù su Roma. È un ufficio bello ed elegante come il rango di ex presidente della Camera impone. Naturalmente di Violante, ora nel Pd, occorre ricordare che fu anche magistrato di spicco e alto dirigente del Pci, e poi, ma questo è in molti libri di storia, uno dei pochi e sinceri amici di Giovanni Falcone).

Berlusconi—all’epoca padrone di tv e strepitoso presidente del Milan — decide di mettersi a fare politica: voi del Pds cosa pensaste?
«Pensammo ciò che pensò buona parte della classe politica italiana sopravvissuta a Tangentopoli: ma chi è questo? Cosa vuole? Come si permette di irrompere nella nostra politica in modo così sgrammaticato?».

Tutti sorpresi.
«No... forse non tutti. Ugo Pecchioli, che era presidente della commissione per i Servizi, qualcosa intuì».

Tipo?
«Lui era un politico assai rigido, rigoroso. Di pura cultura comunista. Ma ricordo che un giorno mi disse: "Attenti, le cose nuove, in politica, nascono così"...».

E i diccì? E i socialisti?
«Erano provati dalle vicende di Tangentopoli... Ma tipi come Martinazzoli e Cabras... e anche come Gargani...».

Cosa dicevano?
«Mah, è probabile che loro qualcosa, delle potenzialità di Berlusconi, intuissero. In fondo loro avevano frequentato Bettino Craxi, erano stati suoi alleati e perciò lo avevano incontrato in privato, con lui avevano trattato...».

E quindi?
«Beh, credo che una certa sua capacità di rompere gli schemi, in fondo, la ritrovassero anche in Berlusconi».

Voi, invece, rigidi.
«Non capimmo che cominciava una nuova era».

Perché?
«Aneddoto. Pranzo di Pasqua, a casa mia, in montagna, a Cogne: tra gli ospiti una signora che era funzionaria di Publitalia. La quale, ad un certo punto, fa: "Io ve lo dico... guardate che quello sta fondando un partito"...».

E voi?
«Scettici. Pensando: e che un partito si fonda così?».

Ingenui.
«Ci credevamo poco. Mentre lui tesseva alleanze, stringeva patti con la Lega, con la destra... noi ironizzavamo».

Per esempio, quando?
«Quando si seppe che ai suoi adepti forniva un kit di ordini: lasciare i bagni puliti, essere sempre sbarbati...».

E quando, il 26 gennaio del 1994, Berlusconi registrò il suo primo messaggio televisivo, mettendo una calza da donna davanti all’obiettivo della telecamera per garantirsi così un effetto visivo più fascinoso?
«Pensammo fosse una roba poco seria. E sbagliammo. Perché lui, invece, aveva già intuito come la nuova società italiana stesse cambiando e, alla verità del merito, tipica della nostra storia comunista, si stesse sovrapponendo la verità della forma».

Achille Occhetto, avversario designato.
«All’ultimo match televisivo si presentò con un abito marrone in stoffa "occhio di pernice" piuttosto triste... Berlusconi, di fronte, come un manichino lucente...».

Ma lo sottovalutaste davvero a lungo. Veltroni, all’epoca direttore dell’«Unità », gli consentì addirittura di scrivere un editoriale in prima pagina per spiegare l’uso delle sue tivù. Vittorio Foa lo definì una «bolla di sapone»...
«Davvero Foa disse questo?... Se posso aggiungere, però, ricordo che D’Alema, almeno lui, non fu tenero. La verità è che Berlusconi, dopo che i suoi tigì avevano cavalcato Tangentopoli, si presentò dicendo "io sono il nuovo". Noi, automaticamente, diventammo il vecchio».

Eppure voi, fino all’ultimo, pensaste di vincere. Occhetto definì la vostra armata elettorale una «gioiosa macchina da guerra».
«Propaganda. Io dico che se ci fossimo alleati con i popolari di Martinazzoli avremmo vinto. Comunque, negli ultimi due giorni di comizi, capii che avremmo perso. A Palermo, a Caltanissetta....

Ci fu un suo incidente con Marcello Dell’Utri.
«Il quotidiano La Stampa mi attribuì frasi che io non avevo mai pronunciato. Occhetto mi costrinse alle dimissioni da presidente dell’Antimafia, seguì una querela... acqua passata, direi».

Oggi comincia il congresso di fondazione del Pdl.
«Il segreto di Berlusconi è che è sempre rinato. Ha vinto, perso, rivinto, riperso, e ancora rivinto. Ogni volta cambiando gioco e regole».

E stavolta?
«Stavolta, con il Pdl, l’obiettivo è quello di dare un nuovo ordine alla società italiana...».

Fabrizio Roncone - Corriere della Sera
27 marzo 2009

 
 
 

Il senso pratico del comunismo...

Post n°10 pubblicato il 25 Marzo 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Costruito a Chongqing dalla Jinguan auto

Cina: il bus dei condannati a morte

Iniezione letale a bordo mentre si dirige al più vicino ospedale per l'espianto degli organi

Viene costruito a Chongqing dalla Jinguan Auto il bus dei condannati a morti in Cina. Oltre ad avere il record mondiale delle condanne a morte (1.718, pari al 72% nel 2008, ma Amnesty International segnala che i numeri potrebbero essere più alti), la Cina ha inventato anche le esecuzioni mobili. Per risparmiare tempo e denaro, e soprattutto recuperare i preziosi organi dei condannati, che vengono subito espiantati per poi essere rivenduti per i trapianti. E per poter fare questo, i cadaveri dei condannati devono essere portati subito in sala operatoria. Quindi, cosa c'è di meglio di fare loro l'iniezione letale direttamente sul pullman che li porta in ospedale?

ASETTICI - La notizia dell'esistenza di questi veicoli non è nuova, ne ha parlato alcuni anni fa la stessa stampa cinese. La Jinguan ha finora venduto una decina di questi minibus lunghi 7 metri e da 17 posti, spiega il sig. Zhang dell'ufficio marketing dell'azienda all'Indipendent, senza però voler dare il proprio nome. La Jinguan dal 1992 costruisce ambulanze, veicoli per la polizia, pullmini per il trasporto di preziosi e auto blindate. Zhang spiega che i condannati vengono posti su un lettino, legati mani e piedi, poi viene fatta loro l'iniezione letale. C'è anche un sistema video per filmare l'esecuzione e assicurarsi che tutto venga fatto a norma di legge.

VANTAGGI - L'altro «vantaggio» del pullmino è che può raggiungere anche le località cinesi più remote dove c'è da giustiziare qualcuno, senza doverlo portare nella prigione provinciale con costi e tempi aggiuntivi. L'esecuzione tramite iniezione letale è stata richiesta dagli stessi boia. In precedenza i condannati a morte venivano finiti con un colpo di pistola alla nuca (a volte più di uno). Gli esecutori dovevano indossare tute e stivali di gomma per non essere imbrattati dal sangue delle vittime. Inoltre, con l'aumento delle esecuzioni di spacciatori di droga (spesso a loro volta drogati) i boia temevano di prendere malattie come l'Aids.

Paolo Virtuani - Corriere della Sera
25 marzo 2009

 
 
 

E ancora c'è chi si chiede come mai a Roma abbia vinto Alemanno...

Post n°9 pubblicato il 22 Marzo 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Caffarella Misteri sui due nuovi arrestati per l'aggressione di San Valentino

Il romeno, latitante e ospite del ComuneL'accusato dello stupro era ricercato da un anno. Ma ha avuto il posto usando il vero nome

ROMA — Era ricercato da oltre un anno Oltean Gravila, uno dei presunti stupratori della Caffarella. Ma dalla fine di gennaio viveva con moglie e figlio all'interno del padiglione della Fiera di Roma messo a disposizione dal Comune per ospitare i nomadi sgomberati dal campo di villa Gordiani. Nessuno si è accorto che si trattava di un latitante, nonostante il romeno avesse fornito le stesse generalità indicate nell'ordine di arresto firmato il 15 febbraio 2008 da un giudice della capitale e si fosse regolarmente registrato presso la struttura di accoglienza. È una storia piena di interrogativi e di misteri quella dei due stranieri accusati di aver aggredito i fidanzatini il pomeriggio di San Valentino e di aver violentato ripetutamente la ragazza di appena 15 anni. Perché Gravila, 27 anni, appare abituato a violare la legge e con l'amico Alexandru Jean Ionut, 18 anni, anche lui ora accusato di essere uno degli aggressori della Caffarella, si sarebbe vantato di aver stuprato un'altra giovane sei mesi fa. Sarebbe stato lui ad organizzare le rapine contro i minorenni nei parchi cittadini e a vendere la refurtiva ai ricettatori. Ostentava la sicurezza di restare impunito.

«PERICOLOSITÀ SOCIALE - Sono i carabinieri di Ladispoli i primi ad occuparsi di lui, proprio per una storia di merce rubata. Lo arrestano, ma il 23 gennaio 2008 Gravila ottiene la scarcerazione con obbligo di firma. Una settimana dopo il comando dell'Arma comunica alla Procura che l'uomo non si è mai presentato e il 14 febbraio il pubblico ministero chiede al giudice una nuova misura di arresto. L'istanza viene accolta il giorno dopo. Il provvedimento dà conto di quale sia la personalità del romeno: «Considerato che l'osservanza delle suddette misure costituiva garanzia della permanenza del predetto sul territorio dello Stato al fine di consentire il prosieguo delle indagini ancora in corso e che tali misure erano state applicate per contenere la pericolosità sociale già evidenziata dal medesimo in occasione della sua partecipazione al reato di ricettazione di un'autovettura rubata. Ritenuto che le gravi trasgressioni degli obblighi hanno evidenziato nell'indagato una pervicace e più rilevante pericolosità sociale, si ordina la misura della custodia cautelare in carcere ». Gravila è già irreperibile. Ricompare il 22 gennaio alla Fiera di Roma, fornisce nome e cognome, ottiene ospitalità assieme ai familiari. Nessuna segnalazione scatta sul suo conto, lui gira indisturbato per la città. E — questo dicono le indagini — compie una serie di rapine contro minorenni. La moglie giura che la sera torna a dormire nel padiglione, il racconto è confermato da altri nomadi. Lo dice anche Ionut. Il 18 marzo, quando i poliziotti della squadra mobile lo vanno ad arrestare per l'aggressione avvenuta il 15 febbraio a parco Lemonia, il giovane non nega. Poi fa dichiarazioni spontanee. E accusa Gravila: «È un mio amico, noi lo chiamiamo "Gabriele". È stato lui a propormi di guadagnare soldi facili e abbiamo rapinato quei due ragazzi». Non gli contestano lo stupro della Caffarella, lui si mostra collaborativo: «Gabriele è partito».

IL DNA - In realtà in quelle stesse ore Gravila viene fermato dai carabinieri nei pressi del valico italo-sloveno di Fernetti, in provincia di Trieste, a bordo di un furgone con targa tedesca. Una coincidenza che si rivelerà decisiva per le indagini. È insieme ad un altro romeno e trasportano tre motori di automobili risultati rubati. La loro intenzione è varcare il confine. Il suo nome viene inserito nella banca dati e così si scopre che è ricercato da oltre un anno. I militari lo trasferiscono nel carcere cittadino. La sera i poliziotti di Roma arrivano a Trieste per il prelievo della saliva, così come hanno già fatto per Ionut. Poche ore e arriva il Dna: per il test gli stupratori sono loro. Ieri è stato convalidato il fermo di Ionut per la rapina. Domani saranno interrogati per la violenza alla Caffarella. La polizia cerca di scoprire se nella storia criminale dei due romeni ci siano altri stupri. Ma adesso si deve anche accertare come mai Gravila l'abbia fatta franca, pur avendo fornito la sua reale identità ai responsabili della struttura gestita dal Campidoglio.

Fiorenza Sarzanini - Corriere della Sera

 
 
 

Annamaria Bernardini de Pace

Post n°8 pubblicato il 21 Marzo 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

«Parcelle troppo alte»
Super divorzista sospesa

Contestata separazione con un anticipo di 39 mila euro. Tre mesi di stop per Annamaria Bernardini de Pace

MILANO — «L'avvocato non può decidere di autoesonerarsi dalla tariffa professionale e dai canoni deontologici relativi alla determinazione del compenso » solo perché «li ritiene non adeguatamente remunerativi della propria attività» svolta. Duplicazione o meno di voci di parcella all'interno della distinzione tra attività giudiziale e stragiudiziale, rapporto tra fondo spese e attività svolta, modalità di risposta ai chiarimenti chiesti da una cliente: sono questi gli ambiti per i quali il Consiglio nazionale forense (Cnf) ha inflitto la sospensione per tre mesi dall'Albo degli avvocati ad Annamaria Bernardini de Pace, una delle matrimonialiste più gettonate d'Italia, spesso alla ribalta pubblica sia per l'assistenza professionale prestata a tanti volti noti (da Simona Ventura e Eros Ramazzotti, da Katia Ricciarelli a Romina Power) sia per i riflessi di legami familiari (è la suocera dell'attore Raul Bova), sia per la presenza costante su giornali e tv e in libreria quale esperta del settore.

I CASI - Quattro i casi sui quali il Cnf presieduto da Guido Alpa, in conformità alle richieste dell'avvocato generale di Cassazione, Domenico Iannelli, ha ritenuto di accogliere le conclusioni disciplinari dell'Ordine milanese (rappresentato dall'avvocato Alessandra Noli) sugli esposti di altrettante clienti, optando per la sanzione della «sospensione» dall'11 marzo all'11 giugno che è misura (esposta in Tribunale nelle bacheche dell'Ordine) più severa dell'«avvertimento» e della «censura», e meno grave solo della «radiazione». In un caso il problema verte su un fondo spese di 39 mila euro chiesto, secondo l'esposto della cliente, anche in vista delle future azioni processuali che invece poi non ci furono perché i coniugi si accordarono per una separazione consensuale: a quel punto la cliente chiese la restituzione di parte della somma anticipata, ma l'avvocato rispose che l'intera somma compensava l'attività stragiudiziale già svolta (studio della controversia, elaborazione delle strategie, ricerca dei documenti) e rivelatasi così efficace da indurre il marito a capitolare in due mesi. Due altri esposti nascono da note spese nelle quali, accanto alla parcella per l'attività giudiziale prestata nel processo, l'avvocato esponeva alle clienti un'altra richiesta (18 mila euro e 10 mila euro) per attività stragiudiziale: per il Cnf in questo modo sarebbe stata duplicata la voce «consultazione con il cliente», con applicazione di un ulteriore onorario per ogni telefonata o lettera con il committente. Una quarta cliente, che (dopo aver ottenuto un forte sconto sulla parcella per la sua causa matrimoniale) a distanza di tempo aveva chiesto all'avvocato se fosse possibile ipotecare gli immobili del marito, ha lamentato che l'avvocato le avesse risposto o di aprire una nuova pratica presso lo studio (quindi nuovo onorario) oppure di rivolgersi a un altro legale. Atteggiamento che Bernardini de Pace rivendica, sostenendo che rispondere alla domanda avrebbe comportato (alla luce di una sentenza della Cassazione uscita poco prima) lo studio di tutt'altra e diversa questione rispetto a quella precedentemente trattata.

Luigi Ferrarella - Corriere della Sera

 
 
 

Il libro di tre ostaggi delle Farc

Post n°7 pubblicato il 27 Febbraio 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

«Ingrid più pericolosa dei nostri rapitori»

Le confessioni dei compagni di prigionia: «La Betancourt ci rubava il cibo»

Arrogante, egocentrica, ladra, scriteriata al punto da mettere a repentaglio le loro stesse vite, cercando di convincere i loro aguzzini che erano spie della Cia. E' spietato il ritratto di Ingrid Betancourt che emerge dal libro "Out of Captivity".

Si tratta del volume di memorie edito da Harper- Collins dove i tre militari americani detenuti assieme alla Betancourt dalla guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) si confessano. Nell’autobiografia a tre mani di 457 pagine Keith Stansell, Thomas Howes e Marc Gonsalves ripercorrono i 1.967 giorni da incubo trascorsi nella giungla sudamericana infestata da insetti e parassiti letali, tra torture, marce forzate in catene e continue minacce di morte, fino alla loro miracolosa liberazione, il 2 luglio 2008, cinque anni e mezzo dopo la data del sequestro.

Ma le rivelazioni più provocatorie del libro riguardano la 48enne attivista e politica franco-colombiana, rapita un anno prima di loro. «Era lei la padrona del gulag», punta il dito il 44enne Stansell, ex marine. «Ho visto con i miei stessi occhi mentre cercava di impadronirsi del campo con una arroganza fuori controllo. Gli aguzzini — aggiunge — ci trattavano meglio di lei». Durante la prigionia la Betancourt avrebbe più volte sottratto cibo ai suoi compagni di sventura, cercando sempre di accaparrarsi il giaciglio migliore dove dormire.

Quando lei e Gonsalves divennero amici, gli altri prigionieri del campo (tra cui 11 cittadini colombiani) si ingelosirono. «È una donna molto dura», dice il 36enne Gonsalves, che prima del libro era in contatto email con la Betancourt. «Ha tirato scemi anche i guerriglieri». Dopo il suo tentativo di fuga assieme al connazionale Luis Eladio Perez — peraltro fallito — i terroristi tenevano spesso la Betancourt in catene, giorno e notte. «Eppure non l’ho mai vista piangere o lamentarsi », precisa Gonsalves. Interpellate dalla Associated Press, sia la Betancourt che sua sorella Astrid si sono rifiutate di commentare.

Ma a difenderla è adesso Eladio Perez, secondo il quale «non è vero che Ingrid abbia cercato di convincere i ribelli che i tre americani erano agenti della Cia». Comunque sia, il libro ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller. E non solo per le sue dettagliate descrizioni dei metodi definiti «da campo di concentramento» usati dalle Farc. «È un libro insolito », teorizza Keron Fletcher, uno psichiatra inglese esperto in ostaggi. «È molto inconsueto che un ex ostaggio critichi pubblicamente un altro ostaggio con cui ha condiviso un’esperienza tanto traumatica. Chi sopravvive ad un trauma del genere tende a nascondere le eventuali tensioni della prigionia e fa di tutto per sostenersi a vicenda».

Alessandra Farkas - Corriere della Sera
27 febbraio 2009

 
 
 

Stupro Caffarella

Post n°6 pubblicato il 20 Febbraio 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Arresti, denunce, condanne dal 2007, poi l'espulsione annullata

Stupro Caffarella: fermato 9 volte e graziato. Per il giudice non è pericoloso
Un avvocato con le funzioni di magistrato ha fatto restare in Italia il romeno Loyos

ROMA — Due arresti per rapina con lesioni e furto aggravato, più una denuncia per ricettazione collezionati nel giro di due settimane, tra il 27 settembre e l'11 ottobre 2007. E una condanna a cinque mesi di carcere, arrivata l'8 febbraio 2008. Questo c'era a carico di Alexandru Isztoika Loyos (o Loais, o altri alias) quando il prefetto di Roma l'aveva espulso dall'Italia. Ma non è bastato. Gli arresti, la denuncia e la condanna «non appaiono sufficienti a integrare l'ipotesi della minaccia concreta, effettiva e grave ai diritti fondamentali della persona ovvero dell'incolumità pubblica, e tale da determinare l'ulteriore permanenza sul territorio incompatibile con la civile e sicura convivenza».

Neppure la sentenza di colpevolezza «per uno dei reati di cui al decreto prefettizio», segnalata dal rappresentante della questura durante l'udienza, «non fornisce l'indicazione di fatti circostanziati e idonei a giustificare l'allontanamento immediato del cittadino rumeno». Così ha scritto, il 15 luglio scorso, il giudice onorario del tribunale civile di Bologna, Mariangela Gentile, quando ha annullato il provvedimento della questura di Viterbo (città nella quale il rumeno aveva scontato la pena, e dove era stato scarcerato) in esecuzione del decreto di espulsione «per motivi imperativi di pubblica sicurezza», emesso il 2 maggio dal prefetto di Roma. Una decisione presa da uno dei giudici onorari appunto, quindi non magistrati in carriera, ai quali la legge ha affidato i ricorsi contro i decreti di espulsione.

Amministratori di giustizia reclutati in maggior parte tra gli avvocati, come la dottoressa Gentile; rappresentanti del popolo, potrebbe dire qualcuno. In questo caso, uno di loro ha stabilito che Isztoika Loyos (indicato con l'ulteriore alias di Stoika Loatos) non era un pericolo per la collettività, e quindi l'ha fatto uscire dal Centro di identificazione e espulsione di Bologna, dov'era rinchiuso, facendolo tornare un cittadino della comunità europea libero di circolare in Italia. E di rientrare nel sottobosco dell'illegalità, come testimonia il nuovo arresto del 10 ottobre scorso, sempre per furto aggravato, oltre a una seconda condanna a due mesi di galera. Fino allo stupro di San Valentino, orribile degenerazione del furto di un telefonino e di circa 70 euro ai due ragazzini sorpresi nel parco della Caffarella; venti ne aveva ancora con sé al momento della cattura.

Girava per giardini comunali, Alexandru Loyos, e la foto decisiva mostrata dagli uomini della Mobile di Roma alla giovanissima vittima della violenza sessuale che l'ha riconosciuta al primo sguardo è saltata fuori dal cosiddetto «album dei parchi»; una serie di immagini segnaletiche messe insieme dagli agenti guidati dal dirigente Vittorio Rizzi con l'ausilio degli uomini della Guardia forestale che accompagnano i poliziotti nelle perlustrazioni e annotano i nomi degli stranieri identificati nel verde pubblico in appositi elenchi. Si muoveva parecchio per la città, il rumeno non ancora ventenne; gli arresti e le denunce di Roma sono stati effettuate dal commissariato di Primavalle, dai carabinieri della Storta e della borgata Ottavia, da quelli di Trastevere. Rubava, ma per il giudice onorario Gentile i fatti riassunti dal prefetto per rimandarlo a casa (in base al decreto legislativo approvato dal governo Prodi nel novembre 2007, all'indomani dell'omicidio della signora Reggiani a Tor di Quinto) erano «non circostanziati ma solo genericamente indicati».

I fotosegnalamenti di Loyos, nel corso dei tre anni passati in Italia, sono stati in tutto nove. L'ultimo alla fine di gennaio, dopo un altro stupro avvenuto a Primavalle. E all'Ufficio immigrazione della questura di Roma, prima dell'arresto dell'altra notte, stavano già preparando una nuova proposta di allontanamento. Ne sottolineavano la «pericolosità sociale in relazione alla condotta» dovuta alla «mancata integrazione», elencando daccapo denunce, arresti e condanne, nonché «l'assenza di una stabile occupazione lavorativa, tale da ritenere che il soggetto tragga le fonti del proprio sostentamento attraverso la commissione di reati contro il patrimonio». Dopo la cattura per lo stupro, ieri, ne è stato predisposta un'altra - aggiornata con gli ultimi reati - e il prefetto ha firmato il decreto. Diventerà esecutivo se e quando Loyos uscirà di galera, giudici onorari permettendo. Perché c'è sempre l'incognita del ricorso e della mancata convalida dell'allontanamento, anche se le cifre indicano che si tratta di una quota ridotta.

Da quando è in vigore il decreto del governo Prodi, a Roma sono stati emessi 1.115 provvedimenti di espulsione di cittadini comunitari, e quelli annullati sono 89, circa il 7 per cento. Le persone da rispedire in patria sono quasi tutti rumene, 458 delle 507 passati dai centri di identificazione; seguono a grandissima distanza i polacchi (32) e poche unità provenienti da altri Paesi. Tornando ai 1.115 da mandare via, quelli effettivamente rimpatriati sono soltanto 357 (31 per cento), altri 188 stanno in carcere in attesa di giudizio o per scontare una pena. Attualmente liberi, e in teoria ricercati, sono 464, il quaranta per cento del totale.

Giovanni Bianconi - Corriere della Sera
19 febbraio 2009

 
 
 

Donne e schiavitù

Post n°5 pubblicato il 07 Febbraio 2009 da WalterSantoSubito
Foto di WalterSantoSubito

Il reportage

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»

HERAT—Sorride dolce Leilah, l'assassina. Arrossisce Fatemeh, l'adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l'intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l'onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L'uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna. Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l'aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l'Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire "no" diventa reato».

Se l'adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c'è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L'esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l'Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello —. A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all'Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l'uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

In attesa di un piano dalla nuova Casa Bianca di Barack Obama, per sopravvivere all'Afghanistan la comunità internazionale si affida alla triade «sicurezza, ricostruzione, governabilità ». L'ordine non è casuale: consistente è l'impegno militare, scarsi i soldi per la ricostruzione, insufficienti i risultati in materia di legalità. La supremazia resta alle tradizioni tribali più ancora che religiose. A Herat il riformatorio è una delle principali realizzazioni in sette anni di presenza internazionale. Costruito nel 2007 dagli ingegneri militari del Prt italiano (Provincial Recostruction Team) con 2 milioni di euro, all'80 per cento europei. E' una bella scatola con alcuni problemi, il riscaldamento per dirne una, ma le mura da sole non incidono sui rapporti sociali.

«Il nostro è un impegno a lungo termine — dice il generale Paolo Serra, comandante della Nato per la Regione Occidentale afghana —. I successi ci sono. Abbiamo costruito 34 scuole, convinto molti capi villaggio a far studiare anche le bambine, aumentato del 20 per cento le elettrici per le prossime presidenziali. Però le condizioni di partenza sono quelle che sono. Dubito sceglieranno da sole chi votare, piuttosto seguiranno le indicazioni dei capi clan. La strada per una democrazia come la intendiamo noi è lunga».

Corriere della Sera - Andrea Nicastro
07 febbraio 2009

 
 
 

Obama

Post n°4 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da WalterSantoSubito

Lo ha detto a margine di un incontro con il segretario del Tesoro Timothy Geithner

Obama: «Irresponsabili e vergognosi i compensi dei top manager Usa» «I dirigenti hanno assegnato a se stessi bonus per 20 miliardi di dollari. Questo è l’apice dell’irresponsabilità»

NEW YORK - Irresponsabili e vergognosi. Così il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha definito i premi ricevuti dagli amministratori delegati delle società con sede a New York, complessivamente oltre 18 miliardi di dollari nel 2008. Parlando dalla Casa Bianca a margine di un incontro con il segretario al Tesoro Timothy Geithner, Obama ha puntato l’indice contro Wall Street, dicendo che «è vergognoso chiedere aiuto ai contribuenti e continuare ad assegnare ai dirigenti premi favolosi».

LE CIFRE - In un rapporto diffuso da Thomas DiNapoli, revisore dei conti dello Stato di New York, i bonus pagati complessivamente nel 2008 sono stati pari a 18,4 miliardi di dollari, in calo del 44%, mentre la media è stata di 112.020 dollari, in calo del 36,7 per cento. Proprio a questo rapporto ha fatto riferimento il presidente: «quando ho letto che i dirigenti hanno assegnato a se stessi bonus per 20 miliardi di dollari, la stessa cifra che percepirono nel 2004, e in un periodo in cui la maggior parte di queste istituzioni sono vicine al collasso e chiedono aiuto ai contribuenti, ho pensato che fosse l’apice dell’irresponsabilità». Obama non ha rinunciato ad aprire un varco all’ottimismo: "arriverà il momento in cui potranno tornare ad avere bonus e a realizzare guadagni, ma quel momento non è ora". Motivo per cui, ha ribadito Obama, è necessario lavorare velocemente sul piano di incentivi all’economia, approvato ieri dalla Camera dei Deputati e che la settimana prossima passerà al vaglio del Senato. "Il presidente condivide la sensazione degli americani che si tratti di un oltraggio", aveva detto poco prima il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, anticipando le parole di Obama e il fatto avrebbe discusso della questione dei compensi dei vertici delle società americane con il segretario al Tesoro Geithner.

 

Corriere della Sera -  29 gennaio 2009

 
 
 

Particelle elementari

Post n°3 pubblicato il 29 Dicembre 2008 da WalterSantoSubito

Previsioni sbagliate, rito di fine anno.
L'autocritica dell'Economist: non ne abbiamo azzeccata una

di Pierluigi Battista

Ora che il 2008 ha demolito la prosopopea degli analisti accreditati, ha sgominato legioni di specialisti della previsione scientifica, ha messo all'angolo gli esperti nella decifrazione delle tendenze e delle dinamiche mondia-li, non sarà meglio seguire l'esempio dell'Economist e astenersi pubblicamente dall'annuale esercizio della profezia che non si autoavvera e non si autoavvererà mai? Ed evitare il rito umiliante, alla fine del 2009, dell'autocritica per le previsioni fallite, gli scenari smentiti, la rivincita dei fatti sui disegni ambiziosi ma fallaci? Scrive Jérome Fenoglio su Le Monde che gli stessi colleghi dell'Economist, con invidiabile autoironia e raro sense of humour, hanno fatto precedere il loro numero speciale dedicato all'anno che verrà da un preambolo in cui si chiede scusa per la sequenza di clamorosi errori commessi dodici mesi fa, in circostanze analoghe. Fosse stato per il settimanale, la Casa Bianca sarebbe stata ora occupata, grazie al consenso plebiscitario degli americani, dalla signora Hillary Clinton. Non ci sarebbe stata una crisi economica squassante, destinata a mutare radicalmente il volto del potere finanziario e industriale internazionale. Il prezzo del petrolio si sarebbe mantenuto in modo passabilmente stabile, senza la vertiginosa altalena di altre stagioni. La politica militare russa non avrebbe avuto scosse significative, conservando invece un basso profilo, scevro da ambizioni nazionalistiche e tutt'altro che animato da pericolosi rimpianti per un'età del passato in cui la Grande Russia rivendicava orgogliosamente un ruolo da grande potenza. La parola chiave del 2008 sarebbe stata indubitabilmente l'«ambiente», il capitolo numero uno dell'agenda internazionale e dei singoli governi e non l'ancella dei consessi mondiali a cui si è effettivamente ridotta. Una sequenza impressionante di smentite: i fatti si sono incaricati di ridimensionare il prestigio di chi, nei giornali e attorno ai giornali, si atteggiava come l'oracolo della modernità ma che alla fine, tirate le somme, si è dimostrato più avventuroso, implausibile, inaffidabile del più grossolano fabbricante di oroscopi.

Il 2008 ha posto la pietra tombale sulle pretese di decifrare il mondo e i suoi avvenimenti facendo finta che mai una colossale rivoluzione concettuale possa sconvolgere gli schemi più collaudati e disintegrare le certezze più solide. Chi avrebbe immaginato che il verbo statalista avrebbe spazzato via il mondo regolato dai dogmi del mercato? Che l'America si sarebbe dovuta ricredere sull'unicità del suo dominio? Che un nero alla Casa Bianca non sarebbe stato più un tabù invalicabile? Un consiglio per i giornali e per gli «analisti» presuntuosi fino alla spocchia: evitare, in questa transizione d'anno, esercizi di futurologia applicata presentati come infallibile scienza dell'avvenire, lasciare agli oroscopi il compito di suscitare speranze che verranno regolarmente frustrate dai fatti. Impedire che il confronto tra ciò che si prevedeva e ciò che si è effettivamente realizzato sancisca un tale divario tra i pensieri e la realtà da gettare il discredito su chiunque volesse azzardare una previsione compiuta: non c'è peggior indovino di chi non ne azzecca una (specie se laureato).


29 dicembre 2008 - Corriere della Sera

 
 
 
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