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Ogni volta che vado

Post n°245 pubblicato il 03 Aprile 2014 da pantouffle2011
 

 

Ogni volta che vado a Venezia per lavoro mi prende lo sconforto. Sempre meglio del cagotto direte voi. E c’avete anche ragione, ma sempre sconforto è.

Che poi non è nemmeno per la città in sè, o perchè non mi pagano lo straordinario e di sicuro non è per il tipo di lavoro.

Fondamentalmente è per la compagnia: quella del mio capo. Di cui apprezzo tutto e niente. Ma soprattutto niente. Perché? Perché non saprei dire, non di preciso almeno, ma di sicuro non ci prendiamo.

E’ che c’è quest’antipatia, di pelle proprio, che deforma qualsiasi contatto, che filtra ogni tipo di interazione, peggiorandola e impoverendola. Ma proprio perché l’allergia è epidermica, e quindi istintiva, diventa più difficile da superare.

E se nella normale routine dell’ufficio devo mio malgrado sopportarlo e farmene una ragione, nelle trasferte di lavoro, con più tempo a disposizione per divagare, faccio una fatica che mi manda ai matti.

Oggi, per esempio, Il Signor-Per-fortuna-Che-Ci-Sono-Io era come sempre un po’ alterato e ce l’aveva con i piccioni, i turisti, i ferrovieri e gli studenti. Con gli extracomunitari invece ce l’ha sempre.

Poi se l’è presa con Venezia, mannaggia a lei e a quell’umidiccio che da solo ti blocca la cervicale. A quelle scale che belle sì, ma al massimo van bene per i turisti, che quelli non c’hanno mai un caspita da fare. Ma la gente che lavora può mica perder tempo così, che poi a forza di far su e giù, capace che ti s’infiamma il nervo sciatico e ti pieghi a panino per 3 giorni se va bene. Perché la ginnastica si fa in palestra, con la temperatura giusta e il personal trainer che ti controlla. Eh!

E quando attacca con i pipponi sul benessere fisico poi… Sì perché lui è salutista, perfezionista, assolutista e per giunta vegano: niente carne, niente pesce, niente uova. Anche se poi non trova minimamente ipocrita il fatto di spennare le piume dal culo dell’oca per imbottire i suoi griffatissimi e preziosissimi giubbettini da pirla.

Adesso poi c’ha la fissa della pelle e dell’ossigenazione dei tessuti. Ed io posso anche capire che lui sia il mio capo, che la salute sia importante (e uno stipendio ancora di più), ma quando oggi in macchina m’ha fatto lacrimare gli occhi e venire il raspino in gola con l’odore di quei potacci che si spalma ovunque, ho pensato veramente di abbandonarlo in tangenziale.

Ma son cose che non gli posso dire, e mi tocca stare zitta, far finta di nulla e sorridere anche. Perfino di fronte a scene pietose come quella al solito baretto: lui beve il caffè, va al bagno, e se ne esce sacramentando perché non c’è più sapone. Solita menata: io lavoro, guadagno, pago, pretendo, l’avrò sentita 1000 volte.

“Dovresti fare qualcosa per quello lì”, mi sussurra il barista.

“Sì, dargli un sonnifero. Magari con dei lassativi dentro. E poi lasciar fare alla natura.”, rispondo io.

Lui se la ride, mi strizza l’occhio e mi fa:

“Mi sa che ti è andata bene lo stesso.”

E mentre Mister Simpatia ci gira le spalle uscendo, che tanto a pagare ci pensa sempre la serva della gleba, noto che un pezzo di carta igienica, bello lungo, gli penzola dalla cintura, sul retro dei pantaloni.

Ed io lo so che adesso penserete che io sia la solita dipendente stronza e meschina che non gli ha detto nulla perché si rendesse ridicolo per tutta Venezia e tutto il treno, ma non è così. Io non sono di quella pasta. Nossignori.

Oddio è vero che non gli ho detto nulla, ma che c’entra, l’ho fatto per il suo bene: gli ho semplicemente permesso di conservare la carta igienica per poterla eventualmente riciclare in altra occasione, perché il pianeta io ce l’ho a cuore quanto lui, e di alberi abbattuti ce ne sono stati fin troppi. E siccome lo stimo molto per queste sue idee così eco… eco-qualcosa, mi è sembrato giusto che potesse farsene (anche se involontariamente) vanto. Per tutta Venezia e per tutto il treno.

Ciao Guys.


 

 
 
 
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