Creato da Makataimeshekiakiak il 17/03/2006

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Under the Moonlight Shadows in a Summer On A Solitary Beach... If I Close My Eyes For Ever nelL'Intensità standard del vuoto... * Now in Technicolor, Dolby Stereo Surrond and Odorama! BLOG ANTILEGHISTA *

 

 

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Perché uccidere i cadaveri?

Post n°217 pubblicato il 19 Maggio 2012 da Makataimeshekiakiak

Breve analisi del lenocinio mediatico

Una forte, fortissima nausea.
Perché sacrificare chi è già morto con un’esibizione da prefiche esagitate, unendosi al grande, vibrante, lamento comune sul palcoscenico della vanità, senza invece restare ad interiorizzarlo, questo dolore? Senza reagire ad esso in maniera pratica, organizzata?
Premetto che non posso farne colpa a nessuno; si tratta, a mio avviso, di un riflesso automatico da cui nessuno è esente, un meccanismo semicosciente di rifiuto, solidarietà, esibizionismo e proiezione; almeno nella maggior parte dei casi, essendoci anche delle perversioni che sfruttano per il proprio tornaconto – non sempre monetario, in quest’epoca dove la visibilità è fondamentale – situazioni drammatiche, costruendo ed inaugurando veri e propri mausolei dove snaturano eventi e persone in virtù di una logica pubblicitaria e senza rispetto alcuno. Ed è a questi ultimi più che agli altri che rivolgo il mio mal di pancia.
Perché uccidere i cadaveri e fare mercimonio delle loro carcasse?
E’ chiaro che non si può ottusamente asserire che il rispetto dei morti imporrebbe un greve e riservato silenzio, un lutto col cuore piuttosto che con gli occhi e le lingue; sarebbe impedire la giusta esternazione, bloccare l’elaborazione della perdita alla sua seconda fase, annichilire il giornalismo investigativo (solo quello, ben distinto dallo speculativo e dal sensazionalistico); da questo ad arrivare all’estremo opposto – alla creazione di santini, alla produzione di dolore e formule memetiche – dove conta l’aver scritto, l’aver detto più che l’aver testimoniato, l’aver assorbito (la forza dell’urlo, non quel che si urla è importante), l’aver fatto parte di un movimento – nato ed esauritosi nella memoria di un dilaniante, evanescente dolore in pochi mesi – senza aver “mosso” alcunché, nondimeno, è un gran brutto salto. Verso il grottesco e il lercio.
Sezionando questo volo a capofitto verso la palta, possiamo trovare delle componenti ben evidenti e che traspaiono, in modo ora più velato, ora più evidente, nelle espressioni omologate di questo mercato assassino.
La parte che per prima risalta è l’esibizionismo partecipe.
Nato dai semi del sensazionalismo da copertina dei vip e delle star di ultima generazione e dei servizi strappalacrime di certi telegiornali di quart’ordine, ai quali ormai ci si è tanto abituati da averceli nel sangue, tanto da spingere molte persone a credersi dei tabloid scandalistici viventi, questo chiacchiericcio, figlio bastardo delle conversazioni da bar e delle spettegolate ("ma come, non sai niente? lo sanno tutti! hai sentito cos'è successo? ma come fai a non sapere questo")  e di orgogli trasudanti autocompiacimento e mesta compassione, è la componente molla del processo: la necessità di apparire convulsi, presi dalla situazione è un imperativo morale assoluto. Guai a mostrarsi distratti e non informati sui fatti! Potrebbe minare la profonda stima che gli altri vi concedono.
Legata strettamente a questa, c’è la squallida necessità di pubblicizzarsi – madre delle perversioni a cui accennavo sopra: sciacalli pronti a rodere la carcassa fino all’osso pur di averne un briciolo di guadagno, di ricompensa emotiva. Gente che potrebbe ridursi a fare il serial killer o il rapinatore, per soddisfare i propri istinti primordiali di potere – non è un caso se molti di questi soggetti sono in politica. Si, vedo la vostra obiezione: si tratta di irrefutabili operazioni per conservare l’elettorato, per tenersi sulla cresta dell’onda, pubbliche relazioni che nessuno oserebbe mai disattendere. Nessuno mai oserebbe.
E siamo arrivati al terzo elemento: la conformazione patetica.  Atteggiarsi a sensibili, impegnati perché non si può fare la figura dei cinici e dei menefreghisti, pena essere travolti da una cascata di improperi e di sprezzanti giudizi sulla vergognosa mancanza al rito, quasi religioso – andare in chiesa la domenica mattina perché gli altri lo fanno e se notano la tua assenza parlano male di te e la giusta collera del signore ti arrosserà le natiche. Bigottismo da proni, da droni.
Droni insensibili, però, non lo si è mai, in maniera assoluta. La parte più esigua, quella più umana e al contempo struggente è il sentire, nel profondo, almeno una piccola scossa (poi artificiosamente millantata per un incendio per via di quanto sopra). La rabbia, la solidarietà umana ci sono – e spero davvero di non dirlo solo per convincermene – in questi teatrini. Solo, vengono corrotte, anche  dal volersi placare la coscienza – si veda il contrasto qui fra la primavera araba e l'uso europeo di facebook - senza doversi affaticare: si elemosina la propria serenità, in ginocchio. E questa pigrizia, questa scappatoia non fa che rendere la situazione infinita e ripetuta nel tempo:  succede e succederà sempre, ogni nuova tragedia non sarà che la reiterazione di un dolore fiacco e privo di nerbo - quello che, per intenderci, dovrebbe spronare a reagire in maniera seria; tanti volti diversi, una sola storia comune, patinata e ripiegata, messa a prendere polvere sotto il letto dove, con ventre molle, la propria coscienza resta comatosa e appagata del nulla, come un fumatore d’oppio.
E, non paghi di tutto questo, fra un paio di giorni, se non già da subito, prenderanno tutti a lamentarsi gli uni con gli altri di star così partecipando ad un circolo vizioso, ad un gioco; voleranno le battute, gli sfottò ai programmi che ci camperanno per mesi - ma questi programmi chi li guarda? In chi altro se ne troveranno i prodromi se non in loro stessi? - e le accuse ai giornalisti che, chi più onestamente chi più pateticamente, chi con modellini e chi con compunzione, saranno tacciati di essere sanguisughe o squali, almeno finché non apporteranno le essenziali e finali (ma passibili di revisione) notizie chiarificatrici sul perché sia successo. Perché questa è la componente finale: la dissociazione, vuoi per una sommessa vergogna, vuoi per semplice, ironico sberleffo, dalla massa nel tentativo di recuperare un po’ di sé stessi, dimentichi che è già perso nel vortice tempestoso delle ritualità, delle abusate convenzioni – a mo’ di mise en abyme in una shitstorm, volendo usare un termine ben adatto, dove la memoria storica si trasforma ben presto in frammenti di una replica stinta e indistinguibile.

E di tutto, resta solo la nausea. Una forte, fortissima nausea.

 
 
 
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SILENTIUM!

Taci, nasconditi ed occulta
i propri sogni e sentimenti;
che nel profondo dell’anima tua
sorgano e volgano a tramonto
silenti, come nella notte
gli astri: contemplali tu e taci.

Può palesarsi il cuore mai?
Un altro potrà mai capirti?
Intenderà di che tu vivi?
Pensiero espresso è già menzogna.
Torba diviene la sommossa
Fonte: tu ad essa bevi e taci.

Sappi in te stesso vivere soltanto.
Dentro te celi tutto un mondo
d’incanti, magici pensieri,
quali il fragore esterno introna,
quali il diurno raggio sperde:
ascolta il loro canto e taci!…                                

Fedor Ivanovic Tjutcev

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

Vincenzo Cardarelli

Sant’Oronzo

La festa mi accoglie con il profumo di copeta calda, vecchio amico fraterno. Ricevo il suo schiaffo scherzoso tra le sgomitate della solita gente. Mi fa bene, è aria di casa.
Seguo la fila, mi faccio spazio nella ressa e vado avanti con un’occhiata scettica alla bancarella dei falsi d’arte, il passo segue la musica andina nell’aria mista alla polifonia dell’orchestra in piazza, poi mi perdo nel fumo di salsicce arrosto e con quell’aria di fantasma smarrito ritorno a Porta San Biagio.
Sono un po’ deluso, lieve consolazione, aspettavo di vederti spuntare fra i passanti, temevo il tuo ciaobacinibacinicomestai, la palpitazione al cuore. Lo attendevo spaventato. Ma niente. Si torna a casa, incamminiamoci.

Non dimenticherò mai la scena. Una parte di me è uscita fuori ad osservarla, a scolpirla nel cuore della mia eternità, piuma che cade nel vuoto.
Forse non mi stai riconoscendo, dici. Eri là, in ombra sotto le fronde degli alberi, quasi uno schizzo in bianco e nero a forti contrasti, un accento nuovo nei gesti e nella voce, tecnangelo col cellulare in mano, lo sguardo è lo stesso, fulgido come le stelle, come sempre. Certo che ti riconosco, dico.
Un sorriso di saluto, il tuo lunare, il mio goffo, comebacinistaibacini.

E’ il terzo sant’Oronzo che ci vediamo così, ogni volta brucia sempre di più, e sempre di meno. Quattro chiacchere allegre, il solito lettore, ma eri tu a Gallipoli, e poi un altro sorriso, ciao. Giro l’angolo sulla corrente dell’emozione, è stato un attimo, mi lascio andare sul muro alle mie spalle. Una signora mi scruta dal balcone.
Buonasera, le faccio. Buonasera, mi fa lei.

A casa ho preso sonno in fretta, nelle orecchie il tuo respiro mi ha cullato.
Ed ora penso al tuo profumo terribile e dolce, più di ogni altro rubato e gustato ierisera.
Non dimenticherò mai la scena.

Jk

 

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