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AICHA

Post n°28 pubblicato il 23 Dicembre 2013 da lupa.mora

AICHA

Tutti gli uomini marocchini e anche in una buona

 parte dell’Algeria hanno sentito parlare di Aicha Kandicha, e la temono! Più ci si avvicina al Mediterraneo e più il mito è vivace nel linguaggio quotidiano e nei racconti popolari. Femmina seduttrice e adultera, demone dai piedi di cammello, Aicha Kandicha risveglia gli incubi infantili senza peraltro sapere come questa figura si sia introdotta nell’immaginario collettivo dei marocchini, e non solo. La prima versione del mito vuole che Aicha Kandicha sia una contessa portoghese. Si tratterebbe di una nobildonna follemente innamorata di un notaio marocchino della città di Safi.  Questa prima versione è antica di alcuni secoli e racconta di questa donna che raggiunse il suo amore in Marocco, si sposo’ secondo la legge coranica e da qui il suo nome musulmano. Siccome la nobildonna non aveva l’abitudine di coprirsi il capo né il viso, veniva cosi’ descritta: capelli di seta nerissimi, occhi nocciola, viso di porcellana e  gli uomini che la incrociavano per la strada si innamoravano perdutamente di lei. Tanti persero la ragione, e vagarono disperati per l’eternità. Da qui la leggenda. In una seconda versione Aicha Kandicha è presentata come una marocchina bellissima della regione di El Jadida. Quasi identiche le caratteristiche fisiche come nella prima versione. La donna giuro’ vendetta contro i portoghesi che uccisero il marito occupando la città atlantica. Vendetta che si esprimeva con l’adescamento degli ufficiali portoghesi e, ammaliandoli, li persuadeva a seguirla in angoli bui e isolati della città, poi estraeva il suo coltello e sgozzava i malcapitati. Beninteso, non esistono prove storiche che possano determinare la vericidità di questa leggenda ma queste due versioni contengono diversi accadimenti che potrebbero rendere la sua esistenza plausibile;  in primis i portoghesi che occuparono diversi tratti della costa atlantica dopo la Reconquista cattolica verso la fine del XV° secolo. Altro segnale di tipo linguistico è la parola “contessa” che in portoghese diventa “condessa” e da qui la versione araba evolutasi in “kandicha“. La terza versione racconta di una Aicha Kandicha più  bella e intrepida delle precedenti. La storia la vede alle prese con gli occupanti francesi sulle montagne dell’Atlas, quindi si presume nel periodo tra le due guerre. Aicha era il capo di alcuni guerriglieri che tendevano imboscate notturne e sanguinarie contro i soldati dell’armata francese e ai suoi collaboratori marocchini. La sua bellezza rara, la sua giovinezza, il suo coraggio fisico e il fatto che era a capo di un gruppo di uomini armati, sono stati gli ingredienti  necessari alla nuova leggenda. In parallelo alla leggenda si è costruito un vero mito che fa di Aicha Kandicha, alias Aicha Lbahrya (la marina), uno spirito (Jennia), essere invisibile per i comuni mortali, che cammina al sole senza produrre ombra e senza lasciare tracce. Aicha, dai piedi di capra o di cammello fa parte più precisamente della famiglia “dei gialli” che costituiscono con gli altri sei colori altrettanti regni oscuri, un vero Pantheon marocchino dove Aicha detiene una posizione importante. Importante perchè si tratta di una donna con un potere ammaliatore senza limiti. E’ sposata a Hammou Keou ma è infedele. Cerca con un maleficio di avere molti rapporti sessuali con gli uomini che incontra in percorsi isolati. E posseduti perdono la ragione. Esistono, a volte, degli antidoti che possono combattere questi effetti alienanti: recitare dei versetti del Corano specifici o, quando non si è direttamente attaccati,  infilare una lama di coltello nella terra. Di fatto, Aicha teme come gli altri demoni  il ferro, l’acciaio e il fuoco. In certe regioni del Marocco come nelle zone amazigh del sud-ovest, Aicha si confonde con altri esseri che popolano l’immaginario collettivo. E’ anche Tassardount Iyassamdal (la mula dei cimiteri). All’origine, quest’ultima, dotata delle stesse qualità fisiche di Aicha Kandicha, venne torturata e uccisa da suo marito. Torno’ nel mondo dei vivi per vendicarsi di lui e di tutti gli uomini. Non si vede che di notte e quando corre i suoi zoccoli producono un rumore di metallo infernale e con i suoi superbi seni cattura gli uomini che osano fissarla.

 
 
 
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A te che sei tutto
E di tutto l’estremo contrario
Non è facile
Levare il canto
Per i molti tuoi doni
E gli insondabili abissi
Tra cui ti nascondi

 

In te
e solo in te
si confondono
regni lontani
quando dei
animali
e piante
e per ultimo l’uomo
si intrecciano
inestricabili
tra le onde dei tuoi capelli danzanti
al ritmo dei tuoi devoti
e dei suoni
che da sempre
abitano
il vasto universo

....
Sei tu che l’ebbrezza
del comune sentire
concedi ai viventi
che in cuore ti onorano
per il dono del vino lucente
che levando lo spirito
dalle strette di affanni infiniti
mette le ali alle dolci
ingannevoli attese

 

......Tu che radici
hai profonde
nella oscura
nell’umida terra
tu parimenti
nell’alto del cielo
scagli le gemme
dei fruttiferi rami
e col canto ispirato
di poeti
che del tuo sangue
si nutrono
scandisci il duro cammino
perché si sciolga
in amabile danza

Tu della vita
ci conduci ai confini
dove la nera soglia
delle tue grandi pupille
ci invita
con riso dolente
ad inoltrarci
in oscuri sentieri
che non hanno ritorno
se la dolce promessa
del tuo eterno rinascere
non ci accompagna
più amica

 
 

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