Creato da I_mie_racconti il 17/04/2013

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« Insegnami a essere figli...Insegnami a essere figli... »

Insegnami a essere figlia: L'accusa.

Post n°20 pubblicato il 19 Maggio 2013 da I_mie_racconti

Insegnami a essere figlia: L'accusa.
Post n°576 pubblicato il 07 Aprile 2013 da lascrivana

 

Massimo cercò più volte di fare pace, ma io rimasi fermo nella mia decisione. Spesso lo sorprendevo nei pressi di casa mia, nascosto dietro un'auto o sotto un androne. Io facevo finta di nulla ed egli, codardo sino in fondo, non trovava però il coraggio d'affrontarmi, sino a che un bel giorno non lo vidi più. Anche nel calcio le cose non andavano benissimo. Ormai, il mio allenatore mi relegava spesso in panchina, ma la cosa non mi toccava più di tanto. Il mio unico pensiero restava Danila, la desideravo così ardentemente tanto da provare un malessere quasi fisico. Ricordo come fosse oggi la sera in cui venne a sapere una certa cosa, la sua rabbia e il suo dolore nel dovermi affrontare. Quel pomeriggio, alla fine dell'allenamento infatti, mi ero ritrovato dinanzi la ragazza che molto tempo prima si era azzuffata con Danila. Serena era davvero uno schianto. Era stata una delle prime, in paese, a indossare la minigonna suscitando le ire e le malelingue delle comari. Al contrario, gli uomini, non potevano evitare di voltarsi quando la incrociavano, e non parlo solo dei giovani. Genitori separati sin da quando era piccola, Serena viveva con la madre per altro assente tutto il giorno per lavoro, ed era figlia unica. Spregiudicata e provocante, sapeva padroneggiare e giocare con la propria bellezza e sensualità. Ebbene quel giorno me la ritrovai davanti sorridente. Indossava una camicetta bianca con due bottoni aperti sul davanti, il pizzo del reggiseno ben visibile sotto la stoffa. L'immancabile minigonna a tinte scozzesi inoltre, risaltava le gambe lunghe e affusolate.- Ciao Davide...come mai non giochi più...ti sei fatto male?- Mi disse con la sua voce civettuola e dal timbro ancora infantile. Io non risposi subito. Per alcuni interminabili secondi, la mia mente fu attraversata da una miriade di pensieri. Prima di tutto pensai a Danila, a quale sarebbe stata la sua reazione se mi avesse visto anche solo parlare con Serena. Pensai inoltre alle numerose chiacchiere sulla sua vita amorosa e a quanti uomini, al bar o in piazza, s'erano vantati di averla portata a letto. Pensai che solo un pazzo poteva rifiutare le avance di una ragazza come lei ma, pur riconoscendo la sua avvenenza, la consideravo volgare.- Credo che ti sia scappato un po di rossetto sulla guancia...- Mi ritrovai a rispondere goffamente. Lei sgranò gli occhi e frugò nella borsetta. Nelle sue mani apparve un piccolo porta cipria color avorio che aprì con uno scatto. Dopo essersi scrutata per bene, lo rimise via e mi guardò imbronciata.- Ma che dici...è perfetto...dai andiamo a prenderci un gelato...- E senza darmi il tempo di reagire, mi prese la mano tirandomi con forza. Non so cosa mi prese in quel momento, il mio cervello avrebbe voluto ordinare alle gambe di fermarsi, invece mi ritrovai a seguirla docile. Fu solo quando arrivammo nei pressi della piazza che fui assalito dal terrore. Lì si trovava l'unica gelateria, e lì mi avrebbero visto tutti. Non successe nulla. Prendemmo il nostro gelato che consumammo sopra una panchina e lei mi strappò una mezza promessa di rivederci, quindi scappai come se avessi commesso un omicidio. Quella sera, al casolare, Danila non si presentò. Conscio che la mia "scappatella" con Serena le fosse di certo venuta alle orecchie, mi precipitai verso casa sua senza pensare a come mi sarei comportato. Solo al pensiero di dover affrontare suo padre, di certo in casa a quell'ora, mi spaventava a morte, ma dovevo assolutamente vederla. La incrociai a metà della via. Camminava a testa bassa, le mani affondate nelle tasche dell'ampia gonna.- Sapevo ti saresti precipitato...- Mi disse in tono neutro non appena fummo di fronte.- E mi sono pentita di non essere venuta all'appuntamento, ma per quello che devo dirti un posto vale l'altro...- Fu come se un migliaio di aghi mi perforassero il cervello, sentii le gambe farsi molli, mentre una specie di sasso sembrava aver preso alloggio al centro del mio stomaco.- Cosa intendi dire?- Riuscii a malapena a blaterare.- Significa che finalmente sei riuscito a portartela a letto...- Sibilò a denti stretti, gli occhi come due carboni ardenti.-...e significa che tra noi è finita Davide...mi hai profondamente delusa...- Quindi si voltò e s'incamminò, lasciandomi lì come un cretino.- Non è vero Danila...non è successo nulla, solo un gelato...io...io ti amo Danila...- Lei si fermò senza voltarsi, le spalle scosse da un leggero tremito quindi, dopo un istante, proseguì verso casa. 

                                                          C@nt@storie

Simona non faceva altro che tormentarsi per l'esito della vicenda. Sapeva che in fondo era anche colpa sua, e che quel piano machiavellico che aveva escogitato per rimanere incinta di Massimo le si era ritorto contro.

Ora l'unica cosa che aveva in mente era come vendicarsi di quell'oltraggioso affronto. In cuor suo più volte gli aveva augurato il peggio possibile, e la sua più grande soddisfazione era di saperlo sposato con una donna sterile che non fosse capace di dare un erede a quella famiglia di esseri ignobili che avevano disconosciuto il nipote che portava in grembo. Nonostante la scarsa bellezza di Massimo, si augurava che il figlio fosse maschio e somigliasse tutto al padre. Glielo avrebbe sventolato continuamente sotto il naso e gli avrebbe impedito a qualsiasi costo di avvicinarsi a lui; oppure lo avrebbe dato in adozione dopo aver inviato ai genitori di Massimo la foto dell'unico erede che mai avrebbero potuto avere: poiché Massimo era l'unico figlio maschio.

Quando Simona mi confidò tutto questo, nonostante la crudeltà che ricadeva su quell'innocente creatura che portava in grembo: evitai di contraddirla. Certa che quando la rabbia sarebbe sbollita avrebbe affrontato la questione serenamente. Io mi ero ripromessa di aiutarla facendogli da madrina al figlio o alla figlia -visto che ancora non si conosceva il sesso.

Si sa che alla fine i nodi vengono tutti al pettine, e anche la bugia di Giorgio il lattaio,  saltò fuori durante una discussione con alcuni amici che chiesero al codardo se avrebbe assolto il suo ruolo di padre sposando Simona; a quel punto, l'infame si tradì rispondendo impulsivamente che il figlio non era suo e che non aveva alcun obbligo verso il nascituro. La negazione della paternità di Giorgio fece velocemente il giro del quartiere; e alla luce di questa nuova e sbalorditiva verità, la gente iniziò a porsi delle domande e a porre rimedio all'affronto fatto a Simona. Si mossero a compassione ripromettendosi che avrebbero fatto il possibile per aiutarla. Qualcuno pensò anche di scrivere a qualche anziano parente vedovo per dargliela in moglie in modo che potesse difendere l'onore della bellissima Simona.

Davanti a tutto questo voltafaccia della gente, rimasi doppiamente sbalordita; e mi dovetti ricredere anche su Davide. Come avevo potuto credere alla menzogna di Marisa quando mi era subito venuta a raccontare dell'incontro tra Davide e Serena? Quell'invidiosa lo aveva fatto apposta a cogliere la palla al balzo! Il fatto che lui avesse potuto scegliere me invece che lei, ricca e acculturata, non le andava proprio giù! Ed io come un'allocca mi ero subito bevuta la sua balla rivoltandomi contro Davide.

Non è che lui non avesse pure una parte di colpa in quella storia; la sola idea di lui e Serena che gustavano avidamente un gelato mangiandosi con gli occhi: mi faceva ritorcere le budella dalla rabbia. Il velenoso morso della gelosia che aveva infiammato le mie gote e annebbiato la vista: mi avevano messo addosso anche una strana forma di eccitazione. Mi sentì travolta da una sconosciuta passione, e, anziché avviarmi a casa  ritornai immediatamente sui miei passi, nel posto, dove avevo lasciato Davide. Lo ritrovai ancora lì... con lo sguardo perso all'orizzonte e le braccia conserte. Come mi vide, la sua bocca si allargò in un sorriso smagliante, e iniziò a farfugliare parole di scuse giurandomi il suo amore e la sua fedeltà. Gli poggiai delicatamente un dito sulle labbra per zittirlo dicendogli che era anche colpa mia! Perché non gli davo la possibilità di sfogare con me le sue emozioni.

Lo abbracciai e lo baciai con tale trasporto e passione da lasciarlo quasi senza fiato. Poi afferrandolo per mano, lo condussi al vecchio casolare. C'erano diversi modi per far felice un uomo senza che la mia verginità fosse intaccata. In fondo confidarsi con le amiche, a volte insegna nuove strategie per tenersi legato il proprio ragazzo.

                                                            L@ur@

 

 
 
 
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