Creato da orta0 il 11/07/2007

Il mio tempo libero!

Stare lontano dal male e fare del bene..... nel silenzioso cammino!

 

Giovani e speranza

Post n°321 pubblicato il 06 Giugno 2012 da orta0

Spesso, molto spesso siamo chiamati ad essere testimoni di speranza nel nostro mondo. E per fare questo non possiamo che rivolgere le nostre attenzioni al mondo giovanile, partendo dall’idea che i giovani sono soggetti portatori di speranza.

                                        

 Una sostanziale ambiguità caratterizza oggi la condizione giovanile, da un lato i giovani stimolano l’intera società a procedere in avanti, a migliorare le condizioni di vita, a guardare agli ideali più alti; dall’altro lato essi appaiono drammaticamente poveri di futuro, lo scenario che si presenta ai loro occhi è quello di una fuga dall’impegno sociopolitico, una defezione in questi personaggi che regnano nei palazzi del governo e che hanno portato alla realtà che stiamo vivendo e che dobbiamo ancora apprestarci a vivere.

Questa realtà rende i giovani particolarmente vulnerabili, perché li espone ai vari “venti di moda”, che suscitano comportamenti omologati e conformistici, i quali a lungo andare non saziano il cuore e provocano anzi una grande insoddisfazione. Se i giovani sono un popolo in attesa, viene da chiedersi, alla luce di queste considerazioni, chi o che cosa attendono, in chi o in che cosa ripongono le loro speranze?
Quasi impauriti di diventare adulti e di assumersi responsabilità, i giovani di oggi palesano una grande difficoltà a progettare il futuro, specie se questo comporta scelte impegnative o definitive. Gli stessi legami affettivi sono spesso vissuti all’insegna di quella che si chiama “liquidità”: sono cioè legami non solidi, poco impegnativi, difficilmente definibili come “amore”; un termine, questo, che molte volte finisce con lo spaventare i ragazzi di oggi, perché lo ritengono troppo impegnativo, se non addirittura impossibile.

Pur non mancando fra i giovani splendidi esempi di generosità, specie nel campo del volontariato, la loro condizione generale oggi appare segnata dalla precarietà, che è anzitutto quella del lavoro. Molti giovani, vivono con una sorta di “paghetta” mensile in cambio di una entità lavorativa senza sbocchi e senza prospettive, tale da impedire ogni progettualità per il futuro.

A questa precarietà occupazionale se ne aggiunge una ancora più  drammatica, che è la precarietà esistenziale. Questa si traduce spesso in una vita mediocre, di basso livello, incapace di conoscere i grandi slanci ideali e le progettualità più elevate.

Questi giovani, però, non sono i soli responsabili della loro situazione. Essi infatti ricordano a noi adulti le debolezze dei nostri esempi e le nostre manchevolezze e la comunità cristiana è interpellata in prima persona da questa urgenza educativa, che chiama in causa prima di tutto la famiglia e la scuola, a cui da sempre la Chiesa ha rivolto una particolare attenzione, anche se al suo interno molti di loro hanno portato tanti giovani ad allontanarsi dal credere.

 Per fortuna, nonostante tutte le difficoltà in cui si dibattono i ragazzi del nostro tempo, non è possibile spegnere nel loro cuore la sete d’infinito, il bisogno d’amore e, in ultima analisi, il desiderio di Dio.

Abbiamo in particolare la responsabilità di non spegnere i loro sogni e di non svendere le attese più belle deposte nei loro cuori dalla mano stessa di Dio. Ogni uomo ha bisogno di conoscere Gesù per capire la verità di se stesso e l’evento della morte e risurrezione di Gesù “ è il cuore del cristianesimo, il fulcro portante della nostra fede, la leva potente delle nostre certezze, il vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio.

Ma l’evangelizzazione dei giovani esige anche il coraggio di osare nuovi percorsi, lasciandosi docilmente guidare dalla fantasia creativa dello Spirito. A Lui dobbiamo rivolgerci per capire quali strade percorrere al fine di raggiungere i giovani e farli incontrare con Cristo. In un famoso libro di Gaston Courtois, Quando il Maestro parla al cuore, leggiamo queste parole che il Signore suggerisce a ciascuno di noi: «Bandisci energicamente dal tuo spirito tutto ciò che non è me e non è secondo me. Allontana le preoccupazioni inutili e inopportune». Questa raccomandazione è alla base dell'ascetica cristiana, la quale consiste essenzialmente nell'eliminazione volontaria e sistematica di tutto ciò che ci allontana da Dio.

Oggi il clima culturale non è molto favorevole a tale modo di impostare la propria vita. Vige l'imperativo opposto, che consiste nel non farsi mancare nulla, nel non privarsi di nessun piacere. Si vive all'insegna del mito dello spontaneismo e della soddisfazione immediata di tutti i bisogni. Si pensa che sia un bene fare tutte le esperienze possibili e immaginabili, anche quelle che potrebbero sembrare dannose. Si tacita la ragione, a favore dell'istinto e dell'emozione, secondo un'etica del desiderio e, sostanzialmente della non responsabilità. Rischiamo di vivere “nel sonno della ragione che genera i mostri”, ovvero delle personalità immature, smidollate, incapaci di fortezza e di perseveranza.

 
 
 

Vedere è ben più di guardare

Post n°320 pubblicato il 26 Maggio 2012 da orta0

Domenica 27 maggio la chiesa celebra la festa di Pentecoste.

Pentecoste è una parola greca e significa cinquantesimo giorno; si celebra cinquanta giorni dopo Pasqua.
Pasqua era anticamente la festa di primavera, Pentecoste l'inizio della raccolta del grano. Per gli ebrei Pasqua ricorda il passaggio del mar Rosso e Pentecoste i comandamenti sul Sinai. Per i cristiani, Pasqua è la resurrezione di Gesù, Pentecoste l'effusione dello Spirito. Gesù a Pasqua se ne va al cielo, ma a Pentecoste ritorna sotto un'altra forma: lo Spirito. Cosa sta succedendo? Gesù è morto e gli apostoli sono presi dalla paura: "Che accadrà adesso?".

Quante volte ci troviamo in questa situazione. Sei dirigente di banca: lavoro sicuro, ben retribuito, bella posizione sociale. Ma il tuo hobby, il tuo desiderio profondo è fare il fotografo. Hai la possibilità di entrare in società con un amico fotografo. Che si fa?
Il tuo fidanzato vive in Toscana e tu sei del Veneto. Ti dice: "Ci sposiamo?". Avresti anche la possibilità di farti spostare il lavoro lì e lo ami tanto, ma vuol dire lasciare tutti gli amici, la tua famiglia d'origine, le relazioni, tutto il tuo mondo. Che si fa?
Fra te e tua moglie non va male, vi capite, siete d'accordo sull'educazione dei figli, vi volete bene, ma c'è qualcosa che non gira, il fuoco dell'amore non s'accende, il rapporto tira avanti un po' stancamente. Che c'è da fare?
Stai facendo la tua vita: il lavoro ce l'hai, la famiglia (moglie e figli) pure, gli amici anche, tutto sembra andare bene ma in realtà tu dentro sei spento e procedi per forza d'inerzia.
Vai in chiesa, rispetti le regole cristiane, sei generoso, ma non c'è slancio nella tua fede, non c'è passione; quando parli di Dio sembri un insegnante non un innamorato, perché?
Sei una brava persona (e in effetti lo sei davvero), rispettato, se puoi aiuti gli altri, sei presente in casa e con i figli, attento con tutte le persone, ma sei insoddisfatto perché senti che tu non sei proprio così. Che si fa?

Cosa è necessario in tutte queste situazioni? Cosa è successo agli apostoli?

Il giorno di Pentecoste per gli apostoli è stato un salto qualitativo, quantico. Da un livello di superficie sono passati ad un livello interno, dall'esteriorità sono passati all'interiorità, dalla dipendenza sono passati all'autonomia e alla libertà. Fu un passaggio che li sconvolse, che li rovesciò, che li mise in crisi.
Le due immagini "rombo come di vento" (2,2) e "fuoco che si divideva" (2,3) indicano un passaggio potente, destabilizzante, anche terribile all'inizio, in ogni caso così forte che poi non sarai mai più come prima.

Questo salto qualitativo ti ha portato dall'essere freddo, insipido, al bruciare, al trovare senso e passione. Questo contatto con Dio in te ti ha permesso di individuarti, di trovare la tua forma e la tua unicità.

Solo così avvengono i grandi passaggi della vita: se non c'è Spirito, se non c'è vento e fuoco, non si va da nessuna parte!; non si possono fare le grandi scelte, non si può andare in tutto il mondo.

Il dirigente di banca: se non metti te prima della posizione sociale, non puoi fare nessun salto di vita. Se invece di osare e rischiare per fare quello che ti riscalda, preferisci la sicurezza e la stabilità, ti condanni a seguire un binario già fatto: sicuro ma non è il tuo. Ci vuole Spirito!

Il fidanzato in Toscana: se non fai un salto di fiducia e prendi questa decisione che sconvolgerà la tua vita, se non metti prima il fuoco dell'amore, se non segui il tuo cuore mettendo a tacere le voci della paura: "Ce la farò? Sarò in grado? E se poi finisce male? Sarò sola?", vivrai per tutta la vita con il rammarico di ciò che avrebbe potuto essere ma che per paura non è stato. Ci vuole Spirito!
Fra te e tua moglie: se non avviene un salto di relazione il rapporto si trascinerà negli anni. Un salto di relazione vuol dire che ciò che c'è dentro è la nostra forza: quindi scambiarci il nostro profondo e incontrarci nella nostra parte più interna (e per questo intima). Ma ci vuole Spirito, coraggio, apertura, per farlo!
L'andare in chiesa: se non avviene un salto di fede rimarrai un semplice esecutore di regole religiose (bambino nella fede). Il salto è che Dio non è una regola, un precetto, una formula, ma una persona di cui innamorarsi, che ti prende dentro, che diventa esempio e modello di energia, coraggio, forza, libertà, passione, per cui guardando il suo fuoco tu sprigioni il tuo fuoco. Questione di Fuoco!

Te stesso: se il coraggio della libertà e della decisione non ti portano a trovare la tua missione nella vita, il senso delle tue giornate, la strada del tuo destino, magari farai tante cose belle e buone, ma non ciò per cui tu esisti. Ci vuole lo Spirito della libertà che ti porta a seguire solamente la tua unica chiamata.

La festa di Pentecoste esprime la verità che Dio abita dentro di noi. Dio non è più presente fisicamente in mezzo a noi; Dio è presente con il suo Spirito. Quando noi sentiamo questa affermazione pur registrandola con la mente e sapendola ripetere a memoria, traduciamo così: "E cosa vuol dire tutto questo? Io non lo sento! Cos'è lo Spirito?".
Se noi chiediamo alle persone cos'è lo Spirito, la maggior parte non saprà cosa rispondere. E se non sa rispondere è perché non lo conosce, non ne ha esperienza, non lo ha mai vissuto. Molti pensano che lo Spirito sia qualcosa che si aggiunge a quello che siamo. Quindi, ne posso fare anche a meno. Ma lo Spirito non è un di più, ma qualcosa che noi già siamo. Altri pensano che lo Spirito sia in contrasto con la materia - e non vi è cosa più erronea - per cui spirituale vuol dire disincarnato, fuori del mondo.

Materia è il pane della domenica sull'altare. Spirito è quando io vedo in quel pane, il Pane, il Cristo. Materia è quando vedo nel mio collega o in una persona solo uno che rompe i miei piani, uno che scoccia, uno che mi dà fastidio. Spirito è quando inizio a vedere uno che soffre, uno che ha un cuore e un'anima. Materia è quando vedo di fronte al nuovo giorno solo un altro giorno di lavoro. Spirito è quando posso vedere un'altra opportunità che mi viene data per sperimentare la vita. Materia è quando qualcosa mi fa innervosire. Spirito è quando inizio a chiedermi il perché, che cosa devo imparare o che cosa devo cambiare del mio comportamento o del mio modo di pensare. Materia è quando guardo una donna e voglio possedere il suo corpo. Spirito è quando inizio a percepire che quella donna è una creatura, con un cuore che batte e che pulsa. Materia è mangiare, spirito è gustare. Materia è respirare (avviene in automatico), spirito è essere consapevoli del respiro (non a caso ruah, spirito, in ebraico vuol dire anche soffio). Materia è udire il canto degli uccelli, spirito è ascoltare il canto degli uccelli. La stessa vita può essere terribilmente materiale o terribilmente spirituale, piena di buio o di luce. Tutto può essere materia o tutto può essere spirito, dipende dai miei occhi.

M.P.

 
 
 

" Anoressia": Erika dalla morte alla generazione di vita.

Post n°319 pubblicato il 13 Gennaio 2012 da orta0

L’ anoressia è un tunnel senza fine? Alcuni anni fa, la famiglia di Erika stava vivendo un  dilemma che sembrava senza via di uscita, tutti eravamo in apprensione, tutti eravamo inermi dinanzi ad una situazione che ci ha segnato nel profondo.
Anche i medici nel centro dove Erika era in cura, spesso si ritiravano sconfitti, ma sempre pronti a ritornare alla carica contro un nemico che non perdona.

Per lei si sono movimentati gli amici, i compagni di scuola, tante persone che conoscendola, con il cuore, con l’amore cercavano di strapparla ad un destino oramai segnato.

Poi i medici di Bologna hanno optato per un rientro nella sua città, pensavano che un ritornare nel proprio territorio, potesse dare uno stimolo in più ad Erika.

Ricordo, al suo rientro, il mio primo incontro con lei, ero disperato nel vedere un’anima che trainava un corpo oramai inesistente! Ognuno di noi conoscendola, cercava in tutti i modi di poter sperimentare qualcosa, proponeva un’idea, metteva a disposizione la qualsiasi, ma quel muro di gomma faceva crollare ogni speranza. Nel mio piccolo la presentai a Gesù, solo Lui poteva fare qualcosa!

Molte persone sono intervenute con piccoli gesti, ognuno dava un piccolo contributo affinché questi piccoli segni d’amore formassero un grandioso amore per sconfiggere il male che attanagliava Erika.

Poi una mattina l’ accompagnai a scuola, doveva sostenere l’esame di maturità, nel silenzioso tragitto ero preso da un senso che tutt’oggi non riesco a spiegarmi, parlavo con lei, non so se mi ascoltasse, so soltanto che l’accompagnai davanti la scuola dove l’aspettavano le amiche, l’abbracciai e dentro di me gridavo “ Dai Erika, forza”!

Erika superò l’esame, da lì in poi piccoli spiragli, fra alti e bassi, facevano pensare ad una ripresa. Così fu! Erika iniziò a riprendersi, nel frattempo conobbe un ragazzo, Enrico, che sicuramente ha dato un senso alla vita di Erika! Le tv nazionali e locali, i giornali si occuparono molto di questo caso! Erika condannata dall’anoressia è ritornata ad essere una persona normale, piena di vita!

Nel 2011 Erika si sposa con Enrico, non mi dilungo nei particolari, ma Enrico di certo è la persona che ha ridato vita, speranza e felicità ad Erika!

Il 3 di gennaio 2012 Erika ha dato alla luce un bambino di nome Francesco!

Una riflessione, unica nasce spontanea : Erika dalla morte alla generazione di una vita, vita uguale “amore”, amore uguale a Francesco!  

Esistono i miracoli? Eppure altro che miracolo si è avverato.

 
 
 

Ogni giorno è un buon Natale.

Post n°318 pubblicato il 22 Dicembre 2011 da orta0

Coraggio, anche se la vita ci mette a dura prova, anche se i tempi cambiano, anche se la tribolazione a volte cerca di metterci in difficoltà, se la malattia, la sofferenza e l’assistenza alle persone care in difficoltà ci impegna  …. Lui è qui (Dio s’è fatto carne!): se aprirò gli occhi lo vedrò e non potrò che avere rispetto e compassione per ogni essere e per ogni creatura, perché tutto (me compreso) è impregnato di Lui.

Dio nasce in maniera diversa in ciascuno di noi. Qualunque cosa succeda fuori, qualunque tempesta o uragano che ci sia, qualunque giudizio (mio o degli altri), qualunque vento contrario, io so che da qualche parte in me Lui c’è (e c’è sempre). Allora io mi fermo, chiudo gli occhi, faccio silenzio e vado in quel luogo, la casa dell’Amore, dove nessun pericolo e nessun nemico mi possono raggiungere. Lì sono al sicuro; lì mi sento fra le sue braccia e mi posso abbandonare. Poi torno alla realtà, ma intanto mi riposo e trovo ciò di cui ho bisogno.

Buon Natale, per me, è sentirmi dire da Lui: “Qui sei a casa! Qui ci sono io”. E’ un Buon Natale per me perché Lui c’è in me e io sono di casa da Lui. Allora è un buon Natale oggi, ma anche domani e dopodomani. Ogni giorno è un buon Natale.

 

Se l’inverno dicesse: “Ho nel cuore la primavera”, chi gli crederebbe?

Eppure!

Se ti venisse detto: “Dio è in te, tu sei pieno

della Luce e della Forza dell’universo”, ci crederesti?

Eppure!

Buon Natale a tutti voi!

 
 
 

" Il costo di dirgli di sì "

Post n°317 pubblicato il 09 Dicembre 2011 da orta0

Maria è una donna: Dio scende su di lei e "salva" uno spazio di purità dove può nascere suo Figlio. Allora: c'è una parte di Maria inviolata, preservata, immacolata. Lì il male non l'ha raggiunta. Ma questo vale per ognuno di noi: c'è una parte di noi dove il male, il peccato, l'errore, il senso di colpa, la bruttezza del vivere, i traumi e le ferite, non possono arrivare.
Una parte di noi, per quanto in basso scendiamo, non viene mai compromessa del tutto. E su questa parte noi possiamo sempre far leva per riprenderci, per risollevarci, per compiere ciò che sembrerebbe impossibile.

Quando tutto sembra sbagliato, quando tutto sembra compromesso, quando tu stesso sembri da buttare, quando sembra la fine o che non ci siano vie d'uscite o che non ci sia più nessuna possibilità, l'Immacolata ti ricorda che c'è una parte di te buona, viva, sana, salva, pura, immacolata. Per questo puoi ripartire, perché una parte di te (la parte divina) non viene mai raggiunta e contaminata dal male.

Per questo Maria è immacolata: c'è in lei una parte divina, cioè non contaminata, pura (il suo grembo divino), in cui le ferite, il dolore, la rabbia, l'aggressività, la cattiveria e quant'altro, non possono arrivare. C'è in Maria una parte senza macchia, pura, non contaminata: immacolata.

Cosa può voler dire per noi che Maria era vergine? Ridurre la verginità a una questione biologica è tanto banale come ridurre la fede all'andare in chiesa. Si può anche non aver avuto rapporti sessuali con nessuno ma non per questo si è vergini nell'anima. La verginità è una dimensione dello spirito, del cuore e dell'anima.

Vergine è vivere una vita non determinata da altri, dall'opinione altrui, da paure, dai condizionamenti esterni, ma dalla vita che sgorga dentro, dalla forza della sua anima, da Dio stesso. Tutti noi siamo chiamati alla verginità, a vivere una vita non contaminata: "Vivo, cioè, in contatto con la mia parte divina che c'è in me. Faccio crescere il "Gesù Bambino" che vuole nascere in me. Genero la Vita che c'è dentro di me anche se da più parti mi viene chiesto il contrario".
Vivere da vergini vuol dire: "Io appartengo a me e non ad altri; io sono mio e di nessun altro". Prendete ad esempio un cd per il computer: se qualcuno vi ha già registrato qualcosa allora non è più "vergine" e non si può più scrivere niente sopra. Bisogna prima cancellarlo. Se tu sei contaminato, "scritto" da altri, non puoi far emergere la tua parte divina. Se altre persone sono entrate nel tuo cuore, nella tua mente e nella tua anima e ti hanno contaminato, tu non puoi più essere te stesso. Allora vivi vite di altri. Chi vive dentro di te? Tu o gli altri?

Pablo Neruda: "Ho vissuto vite di altri".

Avete presente un virus informatico? Si immette in un sistema, in un computer e lo altera, per cui il computer non ha più le sue funzioni ma funziona in maniera alterata. Verginità è vivere una vita senza virus mentali, affettivi, psichici, che ci fanno vivere "altri" da noi.
Sei vergine quando dentro la tua testa ci sei tu e non quello che pensano gli altri. Sei contaminato quando dici sempre: "Ma cosa devo fare? Ma cosa si fa?'". Ma tu cosa pensi? Sei lontano da te, sei determinato da altri e da altri pensieri, e per questo non vivi la tua vita.
Sei contaminato quando non puoi deludere gli altri, quando fai come tutti, quando ti conformi agli altri o alla maggioranza, quando hai la testa piena di paure o di pensieri. Sei contaminato quando guardi il mondo e non puoi che vedere lo schifo e il marcio che c'è. Sei contaminato quando guardi le persone e non puoi non sottolinearne i difetti e ciò che non va. Sei contaminato quando sei sempre triste, depresso, arrabbiato: ma dov'è finita la gioia del tuo bambino? Sei contaminato quando la vita non esplode più in te. Perché non sai più emozionarti, gioire? Sei contaminato quando riduci i tuoi sogni e la tua missione per non esporti troppo, per non rischiare, perché non si sa mai: hai guadagnato "tranquillità" ma hai tradito la tua anima, il Dio che c'è in te. Sei contaminato quando stai rivivendo pari pari la vita dei tuoi genitori e non te ne accorgi neanche. Sei come loro, ti comporti come loro e per quanto neghi, stai ripetendo. Sei contaminato quando guardi per possedere, per prendere, quando invidi, quando sei avido di quello che gli altri hanno, quando non sai godere della felicità di altri. Hai perso la tua verginità quando non c'è più nulla di spontaneo, di tuo, ma tutto è calcolato, tutto è ponderato, tutto si conforma all'immagine da dare; hai perso la verginità quando non sai più chi sei.

Quando perdi la tua identità e ti fai contaminare fai la stessa fine: sparisci!
Il pericolo della verginità è la sterilità: nulla da eccepire sulla tua vita semplicemente perché non c'è proprio nulla. Quante vite sterili: si è perso la vitalità, si è persa la persona.

La donna è considerata e trattata al pari di una bestia, neppure può rivolgersi ad un uomo, né tanto meno ad un sacerdote, figuriamoci se mai un angelo le si potrebbe rivolgere! Nella Bibbia Dio non ha mai parlato ad una donna (eccetto Sara) e adesso le propone di essere madre di Dio? Alla donna non viene neppure chiesto di pregare e non le si insegna la Legge, tanto… è una donna! Come fa Maria a credere ad una cosa del genere? Di fronte a ciò che l'angelo le annunzia, se segue la sua religione, rifiuta la proposta perché è un'autentica eresia. Lo sanno tutti, è ovvio, neppure è messo in discussione, che Dio non si potrebbe neppure rivolgere ad un essere inferiore come una donna. Bestemmia pura è l'avanzare la pretesa, poi, di essere la madre di Dio.

Pensiamoci bene a cosa vuol dire "Sì" a Dio! Pensiamoci bene cosa vuol dire essere "servi", fidarsi di Lui. Pensiamoci bene a cosa vuol dire essere "vergini", non contaminati, integri e liberi. Pensiamoci bene cosa vuol dire essere fedeli al cuore. Pensiamoci bene a cosa ci chiederà. Ma la fede e la felicità è tutta qui: dire "Sì" e andare dove il cuore ti richiama.

 
La donna concepisce.
Come madre essa è differente dalla donna che ancora non è madre.
Per nove mesi porta nel suo corpo le conseguenze di una notte.
Cresce qualcosa.
Qualcosa cresce nel suo corpo e dal suo corpo mai scomparirà.
Poiché essa è madre.
E rimane madre, anche se il bambino o tutti i bambini morissero.
Poiché essa ha portato il bambino sotto il suo cuore.
Poi, quando il bambino nascerà, essa continuerà a portarlo nel suo cuore. E dal suo cuore non scomparirà mai.
Nemmeno quando il bambino fosse morto.
Tutto questo l'uomo non lo conosce.
Egli non sa nulla di tutto questo.
Egli non conosce la differenza tra il prima e dopo dell'amore.
Solo la donna sa, può parlare e testimoniare.
Solo la donna sa la differenza tra il prima e il dopo dell'amore.
M.P.

 
 
 

" Vivere è rischioso, non vivere, però, è mortale "

Post n°316 pubblicato il 11 Novembre 2011 da orta0

Nel libro "Vivere, amare, capirsi", Leo Buscaglia scriveva:

"A ridere c'è il rischio di apparire sciocchi; a piangere c'è il rischio di essere chiamati sentimentali; a stabilire un contatto con un altro c'è il rischio di farsi coinvolgere; a mostrare i propri sentimenti c'è il rischio di mostrare il vostro vero io; a esporre le vostre idee e i vostri sogni c'è il rischio d'essere chiamati ingenui; ad amare c'è il rischio di non essere corrisposti; a vivere c'è il rischio di morire; a sperare c'è il rischio della disperazione e a tentare c'è il rischio del fallimento. Ma bisogna correre i rischi, perché il rischio più grande nella vita è quello di non rischiare nulla. La persona che non rischia nulla, non è nulla e non diviene nulla. Può evitare la sofferenza e l'angoscia, ma non può imparare a sentire e cambiare e progredire e amare e vivere. Incatenata alle sue certezze, è schiava. Ha rinunciato alla libertà". Solo la persona che rischia è veramente libera.

La vita è il dono che Dio ci fa: se la viviamo è il nostro dono a Dio. Ma se non la viviamo, se ci nascondiamo, se sotterriamo ciò che possiamo essere, se permettiamo alla paura di vincerci, allora vanifichiamo il dono di Dio.

 

Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro,
 chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

 
 
 

La vita è evoluzione, cambiamento, divenire.

Post n°315 pubblicato il 23 Settembre 2011 da orta0

Di fronte ad una persona mi do il permesso di dire: "Mi sono fatto un'idea sbagliata su di te, scusa". Le persone dicono: "La prima impressione è quella che vale": la prima impressione è solo la prima impressione! "Cambia prima di essere costretto a farlo" (Jack Welck).
Di fronte a qualcosa che ritenevo assoluto mi do il permesso di dire: "Pensavo, ma non lo è!". "Coloro che non cambiano mai le proprie opinioni si amano più di quanto amano la verità" (Joseph Joubert).

Di fronte a Dio mi dico: "Tu non sei come pensavo!" e non rimango accozzato alle mie vecchie idee solo per paura di perderle o di cambiarle. "Solitamente richiede più coraggio cambiare opinione che restarvi fedeli"  (Geoffrey F. Albert).

Di fronte a qualcosa che credevo di me, mi dico: "Io non sono solo così!". "Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile" (S. Francesco d'Assisi).

Di fronte ad un'opinione sbagliata mi legittimo a dire: "Scusa, mi sono sbagliato!". "Niente è più pericoloso di un'idea, quando questa idea è l'unica che si ha" (Emile Chartier).

Di fronte ad una scelta mi do il permesso di dire: "Ci ho ripensato!". "Le persone preferiscono un problema familiare che una soluzione nuova" (Neil Postman).

Di fronte a ciò che si è sempre fatto così mi permetto di dire: "E adesso si cambia!". ""Si fa così da anni" è la confessione che il sistema non funziona", (Deming William Edwards).

Un ubriaco camminava per la strada con entrambe le orecchie deturpate da vesciche. Un amico gli chiese che cosa gliel'avesse provocato. "Mia moglie ha lasciato il ferro da stiro acceso, così quando è suonato il telefono, per sbaglio, ho preso in mano il ferro da stiro". "Ho capito, ma l'altra orecchia?". "Quel maledetto idiota ha ritelefonato!". Meglio cambiare!
Se ho detto o pensato finora una cosa, adesso mi permetto di pensarne o dirne un'altra.



Bisogna essere illuminati, non seguire gli illuminati:
bisogna guardare la luna e non il dito che la indica.
Quando l'occhio non si blocca, il risultato è la vista;
quando l'udito non si blocca,
il risultato è la capacità di ascoltare;
quando la mente non si blocca, il risultato è la verità;
quando il cuore non si blocca, esiste l'amore
e quando non c'è attaccamento, il risultato è la felicità.

 
 
 

Le emozioni

Post n°314 pubblicato il 01 Giugno 2011 da orta0

Le emozioni (l’emozione è ciò che accade; il sentimento, come dice la parola, è quando tu senti l’emozione e ne diventi consapevole) sono il linguaggio dello spirito. Non è lo spirito, ma la sua voce.

“Cos’hai dentro?”. “Sto bene, sto male!”. “Sì, ma cosa vuol dire bene, male?”. “Bene è: euforia, gioia, felicità, amore, unione, fusione, estasi, piacere… Male è: tristezza, angoscia, sofferenza, abbandono, rifiuto, rabbia, soffocamento, ecc”. E poi: “Mi sento così perché…; ho bisogno di…; sono felice quando…; mi rattrista quando… Mi fa arrabbiare se…, ecc”.

Ma cosa centra tutto questo con Dio? Come puoi ascoltare la sua voce se non sai ascoltare neppure le tue voci, le tue emozioni (tutte le emozioni, qualunque emozione)?

Studiando il cervello gli scienziati hanno scoperto che le emozioni che noi non vogliamo riconoscere portano ad una desensibilizzazione del nostro corpo nella parte corrispondente. E se uno non si ascolta non percepisce neppure più di avere un corpo.

La conseguenza è però funesta. Se tu non ascolti le tue emozioni (poiché il cervello ne ha bisogno per produrre una quantità minima di ormoni) te ne crei delle altre di rimpiazzo. Ma cosa succede? Che quando ti capita una cosa tu non senti più l’emozione vera, reale (quella che dovresti sentire ma che non vuoi sentire) bensì un’altra che tu ti sei creato. Quindi vivi in un tempo che non esiste. Stai vivendo il presente in un passato che non c’è più. Dici: “Io provo questo”. “E, invece, tu provi un’emozione di tanto tempo fa”. Tu stai vivendo nel passato e non nel presente.

Cosa succede quando noi, incapaci di ascoltare la nostra vita interiore, non possiamo ovviamente ascoltare la voce di Dio, voce più profonda, dall’anima? Non conoscendo la sua Voce, né chi è Lui in noi, ce ne creiamo uno e poi lo seguiamo. E diciamo: “Dio da me vuole questo!”. In realtà però ce lo siamo costruiti noi “quel Dio” perché ci va bene così.

Per me è un grande esercizio di umiltà ascoltare e riconoscere le mie emozioni, tutte, senza nessun sconto. Infatti certe emozioni proprio non vorrei averle: rabbia, odio, risentimento; Tutto questo abita dentro di me e di tutto questo mi devo prendere cura anche se non vorrei vedermi così.

Persone non in contatto con le proprie emozioni sono in grado di tutto. Avete mai visto gli occhi di un cane quando sta per essere abbandonato lungo una strada? Solo se non hai sentimento lo puoi fare.

Avete mai visto gli occhi terrorizzati di un bambino quando viene picchiato? Solo una persona che non prova nulla può picchiare e giustificare: “Quando ci vuole, ci vuole!”.

Senza sentimenti tu non senti il dolore dell’altro, non senti la sofferenza, non senti che gli stai facendo del male, che lo stai facendo soffrire, che lo stai soffocando, ingabbiando o uccidendo. Se non senti, puoi fare di tutto.

 
 
 

C’è una porta chiusa.

Post n°313 pubblicato il 16 Maggio 2011 da orta0

Ogni casa ha una porta. Per entrare in casa bisogna aprire la porta; per entrare in camera bisogna che la porta sia aperta. Per entrare in auto bisogna aprire la portiera; per far goal, il pallone deve entrare nella porta.

Anche per essere amati bisogna aprire e varcare una porta: la porta del cuore. Per capire se stessi bisogna aprire e varcare una porta: la porta della consapevolezza. Per conoscere Dio bisogna aprire e varcare un’altra porta: la porta dello Sconosciuto.

 

Cos’è allora una porta?

1. Una porta apre. Ti apre, ti svela, ti fa incontrare un mondo nuovo, sconosciuto, mai visto prima. La porta è l’accesso a ciò che sta dentro, aldilà della porta.

2. La porta chiude. Da una parte quindi ti protegge, ti mette al sicuro.

Ma dall’altra parte nasconde. Vi ricordate in adolescenza. In camera vestiti dappertutto; quando stava per arrivare la mamma e tutto era in disordine (ed erano parole!), che si faceva? Si prendeva tutto e si nascondeva dentro l’armadio. La porta, se la chiudi, nasconde quello che c’è dentro. E se perdi la chiave non la apri più!

3. La porta mette in comunicazione l’interno con l’esterno. I sensi sono le nostre porte fisiche per far uscire ciò che abbiamo dentro e per far entrare ciò che c’è fuori. Se la porta è chiusa non c’è comunicazione; se è aperta, invece, sì.

 

Certe porte ci aprono scenari duri, difficili, ostici e dolorosi: non è facile accettare ciò che si vede. Allora Lui ti dice: “Ci sono io; io sono la tua forza, il tuo sostegno, in questo tuo cammino”. E con Lui tutto si può fare. Con Lui tutto si può guardare. Con Lui tutto si può affrontare.

 

Chi non ha delle porte chiuse a chiave? Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande dure della vita e di aprire ciò che è nascosto. E’ la differenza tra vivere e sopravvivere.

Conseguenza: se non apre quella porta il suo rapporto è destinato a deteriorarsi e forse a finire. Emozione: dolore e pianto. Emozione: umiliazione. Ci sono delle porte chiuse a chiave, dei segreti mai raccontati, delle vergogne nascoste: bisogna entrare lì.

Ci sono molte persone che hanno sentito parlare di psicologia, di inconscio e si giustificano: “Non ha senso occuparsi di sé, meglio far qualcosa per gli altri”; oppure: “E’ tutta psicologia questo, dov’è la fede qui? Non è meglio dire un rosario o andare a messa?”.

Cos’è che temono? Dobbiamo capirli: hanno un’immagine di sé e se aprissero certe porte cadrebbe l’immagine di sé e vedrebbero una persona che non conoscono. Temono ciò che c’è dentro: pianto, dolore, paura. Temono di non riprendersi più e di essere travolti dalle emozioni. Temono di non essere capiti. Temono di dire certe cose perché – pensano – metterebbero in cattiva luce la loro famiglia. Temono le conseguenze dei cambiamenti.

La fede non è evasione dalla nostra vita ma immersione nella nostra vita.

 

Tu e solo tu sei responsabile della tua vita.

Se non ti guardi mai dentro, non ti conosci, neppure sai le doti o i doni che hai, non ascolti i tuoi bisogni, non segui le tue chiamate e non realizzi i tuoi sogni, come pensi di poter vivere “in abbondanza”?

Se ti adatti per non essere diverso, se vivi nella superficie perché guardarsi dentro “è difficile”, se non scegli perché temi le conseguenze, se non osi perché temi di sbagliare, se lasci stare perché deluderebbe qualcuno, se obbedisci alle pretese degli altri per essere riconosciuto, ecc., cosa pretendi?

Se non sei felice, opera dei cambiamenti tu e non fare come i bambini che vogliono che siano gli altri a cambiare. Se qualcosa non va nella tua vita tocca a te lavorarci sopra e non agli altri: gli altri hanno già la loro.

Vivi fuori di te, lontano dalla tua anima: sai cos’avrai! Ma non ti lamentare poi. Vivi consapevole, a contatto con te: sai cos’avrai! Scegli: ognuno avrà ciò che vorrà.

 

Dio ci dona la vita e vuole che la vita viva, esploda, fiorisca in noi. Ma attenzione perché non tutti vogliono questo: ci sono anche i briganti e i ladri.

 

1. Il ladro ti ruba il pensiero. Ladro è chiunque stabilisce cosa tu devi pensare. “Fai così e sarai bravo; fai così perché è bene; fai così perché te l’ho detto io”. Il ladro tende ad omologare il pensiero: tutti devono pensare uguale (cioè come lui). Il ladro ti dice: “Fai come gli altri”. Il maestro: “Creati la tua strada e il tuo modo”. Il ladro si scandalizza di chi vive, pensa, fa, diversamente: tutti dovrebbero fare come lui.

Einstein diceva: “Tutti hanno un cervello ma pochi lo usano. Per molti è un optional”. Il pastore ti insegna ad essere autonomo nel tuo modo di pensare; il ladro a fare come tutti.

Il fatto che una cosa sia evidente non significa che sia vera. Il fatto che una cosa la facciano tutti non vuol dire che sia esatta. E’ decisivo oggi farsi un proprio pensiero, fondato; insomma pensare e non essere pensati.

2. Il ladro ti ruba la vita. Ladro è chiunque ti impedisce di fare la tua strada. Il ladro usa strategie fini per tenerti legato a sé. Siccome lui non è capace di essere felice chiede a te di farlo felice; siccome lui non è capace di stare da solo chiede a te di riempire la sua solitudine. Userà il senso di colpa o ti farà sentire sbagliato o che non gli piaci se fai in un certo modo,

3. Il ladro ti ruba il cuore: ti insegna ad aver paura. Il brigante ti insegna la paura; il maestro il coraggio e l’osare. Il brigante ti dice: “Il mare è pericoloso!”; il maestro: “Sei una nave: che ci stai a fare nel porto?". Il brigante ti dice: “Se lo fai, soffri”; il maestro dice: “Fallo anche se ti fa soffrire”. Il brigante vede sempre il pericolo: “Attento!” e il rischio; il maestro vede la possibilità e l’avventura. Il brigante ti insegna a non deludere; il maestro a seguire la voce interiore.

Insegna la paura e avrai uno schiavo. Insegna ad essere se stessi e avrai un uomo libero.

  

Per sconfiggere il proprio nemico

basta farselo amico.

M.P.

 

 

 
 
 

BUONA PASQUA

Post n°312 pubblicato il 24 Aprile 2011 da orta0

Una Buona Pasqua a tutti voi. A Pasqua spesso viene regalato ai bimbi un uovo. Adesso è di cioccolata perché è più buono, ma una volta si facevano “le uova” bollite e colorate. Perché? Perché Pasqua è il segno, il simbolo di qualcosa di nuovo, di inaspettato, che nasce.

 

 

L’uovo è il segno della nascita per eccellenza: c’è qualcosa dentro che sta nascendo, che non si vede, ma c’è.

L’uovo, inoltre, indica da una parte lo scudo, la resistenza, la fatica, la corazza, che bisogna forare, bucare perché nasca qualcosa di vitale, di nuovo.

Dall’altra parte indica il tempo (la cova) necessario perché qualcosa di nuovo nasca: ogni gravidanza ha bisogno del suo tempo; ogni nascita non si può improvvisare, accelerare, ha bisogno di un tempo di gestazione. Ci vuole il tempo che ci vuole.

“Un uomo vedeva un bruco che stava diventando farfalla. E vedendo la sofferenza di questa trasformazione, soffiò un delicatissimo alito caldo in modo che la cosa potesse avvenire più velocemente e con la minore sofferenza possibile. E fu così… Solo che il passaggio fu troppo veloce e le ali non si formarono a sufficienza per volare”.

Il nuovo è così: ha bisogno sempre di un tempo di formazione, di gestazione e di un tempo di fatica, di dolore. Ma quando nasce tuo figlio, quanta felicità c’è! Ma quando poi nasce… è meraviglioso, incredibile, fantastico.

 Pasqua è questo dischiudersi. L’uovo è il segno di un passaggio totale: prima c’era un uovo e poi c’è un pulcino. Allora augurarsi “Buona Pasqua” vuol dire augurarsi una trasformazione radicale, che possa nascere nella tua vita qualcosa di totalmente nuovo, inatteso e meraviglioso. Che da questa tua vita (uovo) possa nascere in te qualcosa di vitale (pulcino), di vivo, di meraviglioso, che riempia il tuo cuore, la tua vita e la tua anima. 

 

Durante la preghiera mattutina un angelo apparve a cinque rabbini e disse: “Oggi vedrete il Messia!”.

Era sera e il sole come una palla di fuoco rosso scendeva nella calda Palestina.

 

Il primo era un razionale: “E’ tutto un inganno, è tutta una produzione della mente, ci siamo creati tutto noi. In realtà non c’è niente da vedere”.

Il secondo era una iena, pieno di rabbia: “Quell’angelo maledetto, mi aveva promesso che l’Avrei visto!”.

Il terzo era un rassegnato: “Dio non si può vedere. Dio nessuno lo ha mai visto, perché dovrei vederlo io?”.

Il quarto era un ossessivo: “Sto guardando tutti i volti per vederlo, ma non l’ho ancora visto. Ma lo troverò, dovessi trovarlo fra cent’anni, lo troverò!”.

Il quinto di ritorno dal lavoro, si sedette lungo la strada e guardò con meraviglia e stupore la discesa del sole, l’intensità dei colori; si lasciò riempire dal silenzio e dai lievi rumori attorno; sentì che quel sole c’era fuori e c’era dentro di lui; si sentì terribilmente felice, immerso nel creato e al centro dell’universo e disse:

“E’ vero, oggi ho visto Dio”.

M.P.

 
 
 

“L’amore è più forte”.

Post n°311 pubblicato il 16 Aprile 2011 da orta0

Lo scopo di una candela è consumarsi fino in fondo del tutto.

Lo scopo della vita è spendersi fino in fondo.

Scopri chi sei... e poi brucia e consumati.

 

Chi non vede e chi vede”.

E’ l’uomo che ha rinunciato a pensare, che ha delegato le sue responsabilità alla tv, ai sistemi, agli esperti. Ha appaltato il suo cervello ad altri. Non ha voluto faticare: si è adattato, omologato, ha seguito il pensiero dei più, quello comune, quello già digerito da altri. Vivere senza pensarci, trascinati dagli altri, senza consapevolezza, senza ragione critica produce nuove crocifissioni. Ognuno è responsabile della sua vita, delle sue scelte, e anche di non aver scelto.

Sotto la croce ci sono queste donne che guardano da lontano. E’ un caso che ci siano solo delle donne a stare con Gesù? Dove sono gli uomini? Dove sono gli apostoli, i suoi fedeli amici? E’ un caso che le prime testimoni della resurrezione, in tutti i vangeli, siano delle donne? O non è un messaggio forte per noi. E’ la donna, solo la parte femminile di ogni persona che può cogliere la resurrezione. Chi non conosce la tenerezza, l’amore, l’affetto, lo stupore, il pianto, i sentimenti, la disperazione, il dolore, l’impotenza, la paura, non può “vedere” nessun Gesù. Solo chi conosce la vita, la vive, la sente (pensate ad una madre); solo chi conosce quanto sia doloroso partorire, far nascere la vita; solo chi conosce l’amore, chi sa provare qualcosa nel cuore e percepire l’altro, solo costui potrà “vedere” il risorto, che la vita non ha fine, e che l’amore è più forte di tutto.

 

 L’amore è più forte”.

L’amore non si arrende, l’amore non può credere alla fine, alla morte. Chi vive nell’amore conosce l’eternità. Anche quando tutto sembra dire il contrario, anche quando tutto sembra finito, l’amore conosce l’eternità. L’amore vuole “per sempre”. Queste donne non si arrendono all’evidenza dei fatti perché conoscono l’evidenza del cuore, dell’anima, della vita e di Dio. E proprio per questo sperare al di là di ogni speranza; per questo credere al di là di ogni ragionevole credenza; per questo amare al di là della fine, proprio loro saranno le prime testimoni della resurrezione. Avevano visto bene: l’amore è più forte.

 

 

 
 
 

[ Trasfigurazione ]

Post n°310 pubblicato il 23 Marzo 2011 da orta0

Le tue convinzioni diventano i tuoi pensieri.

I tuoi pensieri diventano le tue parole.

Le tue parole diventano le tue azioni.

Le tue azioni diventano le tue abitudini.

Le tue abitudini diventano i tuoi valori.

I tuoi valori diventano il tuo destino.

Basta una semplice credenza non vera,

basta un vedere ciò che non c’è

per vivere, credendo che sia vita,

una vita che non esiste e di illusione.

Una volta pensavo che commuoversi volesse dire essere deboli. Ma oggi so che vuol dire essere vivi, vuol dire sentire ciò che tu vivi, ciò che gli altri vivono; vuol dire lasciarsi toccare, lasciarsi colpire da ciò che succede, non essere freddi come il ghiaccio o impenetrabili come il marmo.

 

Sono i momenti di “trasfigurazione”; sono i momenti in cui si afferma con assoluta certezza che vale la pena di vivere, anche solo per questi momenti; sono i momenti in cui ci si sente grati di essere a questo mondo e di aver avuto la grande possibilità di esistere. Sono i momenti che ti danno l’energia, la fiducia, la forza e il coraggio di andare avanti e di affrontare le discese, le croci e le crocifissioni di ogni giorno.

Senza questi sprazzi di gioia, di felicità, di vita, di infinito, di “Dio”, che ti permettono di affrontare anche i momenti in cui tutto diventa drammatico, angoscioso, “nero”, indegno di vivere o uno schifo.

Ma bisogna permettere alla felicità di entrarci dentro; bisogna lasciare che la vita ci invada, bisogna lasciare che la vita viva in noi, che sussulti, che si muova (e-mozione), che nasca. Altrimenti, immersi nell’oceano, cercheremo l’acqua.

E se tutto questo, qualche volta, non vi succede, è meglio che vi fate curare. Se non vi accade, è meglio che vi chiediate se il vostro cuore vive ancora o se è già morto. Perché lo stupore dice quanto siamo vivi.

 

Quando ci innamoriamo facciamo esperienza di trasfigurazione.

Cioè: vediamo nell’altra persona delle cose che solo noi vediamo (a dir la verità, a volte può anche succedere che vediamo cose che neppure ci sono!!!).

Quando nel buio di una situazione entra una luce, quando eri perso e ti ritrovi, noi facciamo esperienza di trasfigurazione (“ero perso, ma tu mi hai ridonato la luce”).

Quando scopriamo che la nostra vita così piccola e insignificante rispetto al mondo e ai sei miliardi di uomini, ha un senso e uno scopo preciso, noi facciamo esperienza

di trasfigurazione.

Quando vediamo, scorgiamo, percepiamo la bellezza di una persona, la forza, la sensibilità, la ricchezza anche se da fuori non si vede, questa è trasfigurazione.

Trasfigurazione è vedere le persone per quello che realmente sono, per quello che realmente sarebbero; è vedere la loro faccia vera, il loro vero volto, la loro figura come è stata creata da Dio, non deformata dai giorni, dalle paure, dal dolore, dalle ansie e dalle angosce della vita.

Se vi capita di piangere di gioia, di sentirvi così felici da toccare il cielo, da poter dire: “Signore sono così felice, che adesso potrei anche morire, perché quanto ho vissuto mi basta, mi riempie”; se vi capita di essere così pieni, così ricchi da sentirvi in cielo, immensi, da chiamare le stelle sorelle, e i pianeti fratelli, da sentirvi caldi come il sole, o profondi come il mare, beh sappiate che questa è trasfigurazione.

Il mondo vi dirà che siete matti, e continuerà ad essere infelice. Ma voi continuate a sentirvi matti; forse vi sentirete un po’ diversi, ma sarete davvero tanto, tanto felici.

M.P.

 

 

 
 
 

[ Nefesc aià !]

Post n°309 pubblicato il 12 Marzo 2011 da orta0

Tutte le cose grandi della vita vanno desiderate, assaporate, accarezzate, coccolate, gustate. Tutte le cose grandi hanno bisogno di un investimento affettivo. Se una cosa la raggiungi subito, se per una cosa non fatichi, non lotti, non ci metti del tuo, non te la conquisti, allora quella cosa non ha valore per te. “E’ il tempo che tu dedichi alla tua rosa che la rende unica, importante” dice il Piccolo Principe.

Ma se tu una cosa l’hai aspettata, desiderata, fortemente voluta, magari ti è costato del tempo o una fatica intellettuale, affettiva, e, perché no, economica, allora quella cosa per te ha un valore grande. Se per qualche cosa hai pianto e hai atteso, se hai dovuto scegliere e fare delle rinunce per averla, allora la senti veramente tua. Allora la gusti; solo allora puoi dire di averla voluta.

Oggi abbiamo molto più di ieri: non è male, anzi. Ma diventa un problema quando il poter aver accesso a molte possibilità ci toglie il desiderio della conquista e la capacità della frustrazione (rinuncio a qualcosa per avere qualcos’altro).

Dentro all’immaginario di molte persone quaresima è uguale a non poter fare tante cose. Alcune persone dicono ancora: “Non si può perché è quaresima! Finirà questo tempo, così potremo di nuovo mangiare dolci! ecc”. Ma la quaresima non è il tempo della frusta: rinuncio così guadagno punti per il Paradiso, mi tolgo ciò che mi piace così Dio è più contento. Perché tanto Dio ci ama lo stesso e il Paradiso ce lo dona gratuitamente non per i nostri meriti ma per il suo amore. E allora?

Il tempo di quaresima, allora, è il tempo propizio per soffermarmi e sviluppare delle dimensioni che nella vita di tutti i giorni mi sfuggono o a cui non do molto tempo. Ecco che “ho bisogno” di un tempo forte, cioè di un tempo dove concentrare maggiormente le mie energie su alcuni punti della mia vita (questo sì che può essere un po’ faticoso, un sacrificio, ma mi fa bene).

La quaresima è il tempo buono per sviluppare il desiderio. Il desiderio è il motore della vita. Se tu non desideri di andare sul Monte Bianco, non ci andrai.

Molte persone dicono: “Vorrei… mi piacerebbe… se avessi tempo… oh, come sarebbe bello… quando potrò”: ma questo non è desiderio. Queste sono pie intenzioni: tanto poi lo sappiamo che non lo faremo. Sarebbe meglio dirsi: “So che non lo farò”; sarebbe più vero e ce la racconteremo un po’ meno.

Il desiderio è quella forza che ti mette in azione. Desideri quindi ti attivi. Desideri e agisci. Desideri e vai in quella direzione, ti muovi. Se non ti muovi vuol dire che non desideri niente.

E’ un po’ come dire: “Desidero laurearmi!”. “Ti sei iscritto all’università?”. “No!”. “E che desiderio è?”. Meglio dirsi: “Mi piacerebbe andare all’università, ma non ce la faccio fisicamente” o “non ho poi così tanta voglia” oppure “rimarrà un sogno nel cassetto”. “Desidero tanto approfondire il vangelo”. “Ma cosa fai?”. “Niente!”. “E allora!”.

De-siderio viene da de-sidus (stella): il desiderio ti porta in orbita, lontanissimo, nelle stelle se lo segui.

C’è una cosa che desidero e che mi mette in azione, che mi fa muovere? Quali sono i desideri profondi della mia vita, quelli per i quali sono disposto a tutto, a disinteressarmi del giudizio degli altri, a investire tempo, a cambiare?

Nella Bibbia si dice che l’uomo è nefesc aià, gola vivente, desiderio. Se tu perdi il desiderio sei un uomo morto.

Vale la pena di vivere (e quindi agire) e di desiderare solo auto, cose, casa, vestiti? E se no, cosa desideri?

Desiderare di essere più liberi. Ma non vedi quanto ti lasci condizionare dagli altri? Ma non vedi che hai ancora paura di deludere e di fare brutta figura? Ma non vedi che hai ancora paura di sbagliare e per questo non fai niente nella vita? Ma non vedi che attacchi gli altri per difenderti? Ma non vedi che sei una tigre in gabbia?

Desiderare di ascoltare il proprio cuore. Ma non senti di essere freddo? Non senti che da te esce solo negatività, pessimismo; non sai altro che lamentarti, che dire: “Questo non va, quell’altro neanche”? Non senti che sei bloccato? Non senti la tua insoddisfazione interiore? Non senti che te la stai raccontando e che fai di tutto per non guardarti dentro? Ma dove scappi? Non senti che fai un sacco di cose per i tuoi figli, ma che non passi loro amore?

Desiderare di prendersi cura della propria fede. Ma non ti accorgi che ciò che chiami Dio è una proiezione di tuo padre (tuo padre un po’ più grande!)? Ma non ti accorgi che quello che dici “Dio” non è Dio? E cosa aspetti a lasciarlo? Perché attaccarsi a ciò che non è? Ma non ti accorgi che la tua fede è rimasta a quella della prima comunione?

M.P.

 
 
 

[ qualunque vento ....]

Post n°307 pubblicato il 06 Marzo 2011 da orta0

Quando inizio qualcosa mi devo chiedere non solo se lo voglio, ma anche se ho la capacità di sostenere ciò che scelgo. Non solo se lo voglio ma anche se lo posso. Perché se le radici non sono profonde, anche se lo desidero in realtà non lo posso.

 

 

Cade la pioggia, straripano i fiumi, soffiano i venti. Tutti noi dovremo affrontare dei venti contrari nella nostra vita. Nessuno di noi ne sarà sottratto.

Crisi personali: quello che prima ti andava bene, adesso non ti va più e ti fa angosciato o triste. Crisi di coppia: l'amore che prima ci riempiva il cuore adesso non ci riempie più. Crisi religiose: prima Dio era l'appiglio sicuro e adesso non lo senti più vicino, non ti fidi più neanche di Lui. Eventi difficili: perdi il lavoro, sbagli un investimento, vieni tradito dagli amici o dai parenti. Eventi luttuosi: ti muore il padre o la madre, il coniuge, un amico; una separazione, un divorzio. Alcune persone vivono sperando di essere preservate dalle intemperie della vita. Ma non è possibile. Anche se fai di tutto per evitare le tempeste (che vuol dire non vivere) saranno loro a raggiungerti. Gli eventi duri, difficili, dolorosi, ostici, sono le grandi occasioni, le opportunità, che abbiamo per crescere come persone oppure possono essere la disfatta della nostra vita.

Cos'è che fa la differenza nella difficoltà? Conta dove sei radicato. Conta cos'hai dentro. Conta se hai costruito sul "niente" (te la sei solo raccontata) o sulla roccia.

Il problema non sono le tempeste della vita ma le nostre radici. Qualunque vento è pericoloso per chi non ha radici e qualunque bufera è affrontabile per chi ha radici. Non vivere evitando le tempeste (tanto non è possibile). Costruisciti radici forti e radicate e nessuna tempesta ti farà allora paura.

Se dentro hai la vita, la trasmetti, ti esce dalla bocca, dagli occhi, dalle parole, dai gesti, da ciò che dici e da ciò che non dici, da ciò che fai e da ciò che non fai.

M.P.

 
 
 

[ La vita è più di quello che si vede ]

Post n°306 pubblicato il 28 Febbraio 2011 da orta0

A volte alle persone bisogna dire: "Ma cosa aspetti?". C'è una vita, una sola. Passata, è passato tutto. Ciò che non hai fatto, non lo potrai più fare. Ciò che non avrai amato, non potrai più amarlo. Ciò che non hai osato, non potrai più osare. E le parole rimaste in bocca non le potrei più dire. Ma cosa aspetti? Non essere oggi nel domani. Perché se sei nel domani non sei nell'oggi. Tutto questo non vuol dire non progettare, non pianificare, non capire che il domani è la conseguenza di oggi.

Sii aperto a tutto quello che incontri, ma segui la tua stella.
Avventurati nel tempo, ma cerca il tuo ritmo personale.
Plasma il mondo, ma non farti assorbire dal mondo.
Cerca il tuo vigore interiore che sta nella dedizione, non nell'io.
Assumiti la responsabilità e stimola le possibilità di vita degli altri.
Non perderti nel lavoro, ma quello che fai, fallo volentieri.
Ama il presente e impara ad essere rilassato.
Vivi i tuoi valori, ma non giudicare gli altri.
Combatti per i tuoi obiettivi, ma cerca anche la pace.
Sii buono con te stesso e apri il tuo cuore agli altri.

Affronta la tua paura, non negarla e trasformala in forza di vita.
Godi del sole e accogli la pioggia: accetta le crisi come opportunità.
Vivi il tuo ardente desiderio perché quello che c'è non è tutto.
Accetta di essere finito, ma non dimenticare che sei infinitamente amato.
Valorizza la tua unicità, ma ricordati che sei parte del Tutto.

M.P.

 
 
 

[ Il sentirsi utili. ]

Post n°305 pubblicato il 11 Febbraio 2011 da orta0

La grande domanda che tutti ci facciamo ­ a volte in realtà non ce la facciamo perché la risposta potrebbe non piacerci ­ è:
“Ma a che serve la mia vita?”.

Alcune persone vivono “servendo” i figli (nel senso di essere di utilità ai figli. Far crescere una vita ci fa sentire utili, importanti, qualcuno; è una gran cosa). E’ che poi i figli crescono e poiché i genitori hanno ancora bisogno di essere utili continuano ad impicciarsi negli affari dei figli. E si arrabbiano se questi li escludono dalla loro vita. Altre persone si sentono utili al lavoro; poi quando sono “scaricati” vivono un autentico fallimento. Altre persone hanno così bisogno di sentirsi “utili” che se una volta non le chiami o non le avverti di qualcosa, si risentono e si arrabbiano perché si sentono messe in disparte, e a volte pure fanno le offese! C’è un sentirsi utili che è il nostro bisogno di essere considerati, di essere visti, di esserci per qualcuno, altrimenti siamo nessuno e ci sentiamo soli. Qui però non parliamo di questo.

Per "essere utili" intendiamo dare un servizio all’umanità: io vivo e se il mio vivere produce “vita”, evoluzione, benessere, amore, crescita, allora, anche se passo, servo, sono utile a qualcosa e a qualcuno. "Essere utili" alle persone ammalate che essi siano i nostri parenti, i nostri figli; essere utili e nello stesso tempo essere prescelti per portare con dignità la grande o piccola croce che ci è stata donata.

Io vivo, ho dentro qualcosa di importante, dei talenti, una passione, dei doni, che è utile a questo mondo: lo rendo disponibile, lo offro, lo dono e il mio dono è utile e aiuta.

Allora c’è sapore, c’è gusto, anche di faticare, anche di lottare, anche di soffrire, perché ciò che sono serve e rende un servizio a qualcuno. Il sapore viene dall’essere dono per qualcun altro. Vuol dire aiutare le persone a trovare il significato, il senso a ciò che accade. 

 

Dobbiamo insegnare alle persone a riflettere su ciò che vivono, a farsi delle domande, ad ascoltare Dio che ci parla sempre e in continuazione, attraverso i fatti, gli eventi e gli incontri di ogni giorno.

Altrimenti la gente dice: “Dio? E dov’è?”. Per forza dice così, perché non lo sente, perché pensa che Lui se ne stia altrove a farsi i fatti suoi mentre noi ci barcameniamo quaggiù. Ma Lui, invece, ci parla e ci educa in continuazione.

La parola sapienza viene dal latino “sapére” che vuol dire assaggiare. Si diventa saggi, sapienti, quando si gusta, si impara dalle esperienze. Tutto insegna o nulla insegna: dipende da noi. La vita è una grande scuola, se si vuole imparare. Ma solo se si vuole imparare.

M.P.

 

 

 
 
 

[ Avere o essere ] 2

Post n°304 pubblicato il 24 Gennaio 2011 da orta0

Cosa accadrebbe se non possedessi più niente? Ti sentiresti fallito? Se il mio valore è appoggiato su ciò che ho, quando non ho più niente cade tutto (c’è chi si spara quando l’azienda fallisce, chi va in depressione, chi non si riprende più). E capite che ansia per chi vive l’equazione: valore uguale a soldi. Ma se il mio valore è appoggiato sull’essere, sul fatto di essere un valore al di là di ciò che possiedo allora, anche se non possederò più niente, terrò.

Cosa accadrebbe se non possedessi più quella persona? Quanto mi sentirei solo? Il possedere qualcuno copre la nostra paura di rimanere da soli e rimanere da soli ci apre il sospetto che nessuno ci voglia. Possedere qualcuno copre il nostro senso del vuoto, della mancanza, la nostra paura di non essere amati. Ma possedere gli altri è mortale: o ci attacchiamo, diventiamo nulli, senza spina dorsale per paura di perderli; oppure li gestiamo, ce li “mangiamo”, li manipoliamo per non perderli. Le persone, però, si amano non si possiedono; possedere uno è sequestro.

Cosa accadrebbe se non potessi vantarti e sfoggiare più il tuo riconoscimento pubblico? Allora emergerebbe che sei solo un uomo, uno come tanti, uno come tutti. E se non accetto la mia umanità non posso permettere questo. Devo essere sempre più degli altri. Essere come gli altri, come tutti; avere le difficoltà, le paure e le questioni di tutti mi fa sentire inferiore. Devo essere sempre su di un piedistallo, più in alto. Devo avere, allora, sempre qualcosa da vantare, da mostrare perché non mi posso permettere di essere solo umano. Ma se non mi posso permettere di essere umano, chi sono?

C’è molta diversità tra l’avere una vita ed essere in vita, vivi.

C’è molta diversità tra l’avere un uomo o una donna oppure l’essere di una donna o un uomo. L’avere è il possesso, il trattenere e il disporre per sé.  L’essere di ci richiama il dono, l’appartenenza, la responsabilità.

C’è molta diversità tra il fare il maestro, il medico, il prete e l’essere un maestro, un medico, un prete. Nel primo caso è solo un ruolo, un’insieme di mansioni da eseguire. Nel secondo caso si è coinvolti, dentro, è la propria vita.

C’è molta differenza tra fare finta di piacersi ed essere se stessi. Nel primo caso ci sono molti sorrisi, molte buone maniere, tante gentilezze, ma il volto rimane cupo, l’espressione non è vitale; sorridono le labbra ma non gli occhi. Chi, invece, è se stesso è libero, emana un’aura di vita, di creatività, di positività. Chi è se stesso, felice di sé, non attacca gli altri, non li sminuzza e non li infanga. Chi è se stesso fa la propria strada e invita gli altri a fare altrettanto; è contento di esistere e di essere a questo mondo e proprio per questo vuole che tutti possano esistere e dispiegarsi.

C’è molta differenza tra fare educazione ed educare. Fare educazione vuol dire trasmettere buone maniere, regole precise, buon comportamento, galateo, rispetto. Educare vuol dire costruire degli uomini vivi, veri, liberi, autonomi.

C’è molta differenza tra lo sguardo che vuole avere e lo sguardo dell’essere. Lo sguardo dell’avere brama, conquista, invidia, vorrebbe per sé, possiede. Lo sguardo dell’essere vede ma non conquista, gioisce, si stupisce, si commuove, fa entrare dentro di sé ma non vuol per sé.

C’è molta differenza tra chi vuole “avere ragione” e chi cerca la ragione. Nel primo caso ciò che conta è aver ragione, nel secondo trovare la verità.

C’è molta differenza tra voler essere qualcuno, grandi importanti e sentirsi importanti, sentire di aver un valore in sé, sentire di essere qualcuno per il solo fatto di esserci e di esistere.

La differenza tra gli uomini non è per quello che hanno ma per ciò che sono. L’essere sarà la nostra felicità perché è l’accettazione; l’avere la nostra continua insoddisfazione perché è una rincorsa infinita ed affannosa.

L’essere è sempre interno: c’è qualcosa in me che mi può fare felice. L’avere è sempre esterno: c’è qualcosa fuori di noi che ci fa felici.

 

“Non è quello che hai la tua felicità, ma quello che sei”. Per avere bisogna combattere, darsi da fare, eliminare gli altri, essere superiori, confrontarsi, vincere, arrivare primi. E’ terribile, è un’ansia tremenda, è un gioco al massacro!

L’essere è sempre interno: c’è qualcosa in me che mi può fare felice. L’avere è sempre esterno: c’è qualcosa fuori di noi che ci fa felici. Molti uomini credono che per essere bisogna avere (e così accumulano a dismisura). Ma la realtà è che per avere bisogna essere.

Quando andremo di là, dal Gran Capo, non ci chiederà “Quanto avevi?”, ma “Chi sei stato?”.

 

Beati voi che piangete: perché chi piange è ancora vivo,

ha ancora dei sentimenti, può commuoversi, sentire il dolore proprio e altrui.

Chi piange sa ancora esprimere ciò che ha dentro.

M.P.

 
 
 

[ Avere o essere ] 1

Post n°303 pubblicato il 20 Gennaio 2011 da orta0

Alcuni anni fa c’era il titolo di un libro che diceva: “Avere od essere”.

L’avere è l’atteggiamento di chi ha tutto, di chi si può permettere tutto (o comunque molto), di chi crede che la ricchezza, il possesso di beni, di titoli, di carriere possa garantire la vita. Chi possiede vuole, tenta, di salvarsi da sé. Tenta di bastare a se stesso, tenta di superare il problema del limite con una risposta personale.

Perché l’uomo cerca l’avere? Tutti noi abbiamo bisogno di amore, di trovare un senso alla nostra vita, di dare e di ricevere, di essere felici. C’è l’illusione che disponendo di molte cose o delle persone questa sete si placherà. Ma non è così.

L’avere qualcuno ci fa credere di avere l’amore (e per questo molte relazioni finiscono). Ma l’amore non si può avere: lo si può solo essere, cioè, vivere, sperimentare. Non si può possedere perché l’amore è una dimensione dell’anima.

L’avere molti soldi ci fa credere che saremo qualcuno, che saremo importanti, che saremo potenti, che gli altri ci ascolteranno e ci rispetteranno. Ma non è l’avere molti soldi che ci fa sentire sicuri: ci gonfia, ci sentiamo “chissà chi”, ma nell’essere, nel cuore, rimaniamo dei miserabili, dei poveri, che hanno bisogno dei soldi, delle barche, delle auto per mostrarsi. Ma chi mostra i suoi averi è perché non può mostrare il suo essere.

 

L’avere ci fa credere d’essere liberi: possiamo permetterci ciò che vogliamo. Ma permettersi tante cose non ha nulla a che vedere con l’essere liberi. Per quanto io abbia, per quanti conti in banca io possieda, per quanti amici altolocati io conosca, per quanti riconoscimenti pubblici io riceva, tutto questo è assolutamente insignificante per la libertà dalle paure, dall’ansia, dal pregiudizio, dal malessere del vivere e dalla depressione, perché la libertà è dell’anima.

L’avere molti amici le nostre agendine sono piene di elenchi telefonici- ci fa sentire amati. Ma l’avere, il conoscere molte persone nulla ha a che vedere con l’essere capaci di aprirsi, di relazionarsi, di raccontarsi, di esprimere i nostri sentimenti, di essere capaci di donare fiducia e di permettere che qualcuno in punta di piedi entri dentro la nostra anima. Anzi: le statistiche dimostrano che proprio quelli che più conoscono persone, proprio quelli sono i più soli. La grande domanda, infatti, è: ho molti amici, rapporti, perché sono capace di relazioni vere e profonde oppure ho molti amici, relazioni, perché ho paura di restare da solo? Perché non riesco a stare con me?

L’avere ci porta a dominare, a spadroneggiare, a trattare gli altri a proprio piacimento, a gareggiare, ad essere superiori. E quando non siamo i primi, quando non abbiamo tutta l’attenzione per noi allora diventiamo musoni, ci sentiamo trascurati, ci arrabbiamo, facciamo come i bambini fanno con la mamma: i capricci.

M.P.

 
 
 

[ Immersi nella Felicità ….. o nei guai;]

Post n°302 pubblicato il 19 Gennaio 2011 da orta0

Quando un aspetto della vita ci è difficile da far nostro, da accettare, noi per proteggerci ci creiamo una illusione che ci protegga e che ci difenda da quella realtà pericolosa o dolorosa. Proprio non vediamo la realtà: magari tutti gli altri sì ma noi no. L’illusione è una sicurezza a cui ci attacchiamo; per questo facciamo di tutto perché non cada.

E’ una sicurezza, un muro che ci impedisce di vedere ciò che per noi è doloroso e difficile d’accettare. Quando l’illusione cade dentro di te senti la voce: “Ma come?” e rimani attonito, non l’avresti mai creduto. E’ proprio questo il punto: che ogni illusione ti costringe a cambiare credo. Per questo ci vuole molta fede a lasciar andare le proprie illusioni, perché perdi un credo e ne devi imparare un altro.

Proprio perché l’illusione passa per “vera”, la non-realtà ha bisogno di spacciarla per vera anche se non lo è, proprio perché il suo scopo difensivo è quello di proteggere la persona da una sofferenza, il momento in cui ci si accorge di un’illusione è un momento liberante, ma sempre doloroso, difficile. Ci si accorge di essere attaccati a qualcosa che non c’è, che non esiste.

La realtà e la verità è difficile da accettare, da accogliere, da sentire e da vivere. Lo è per tutti. L’il-lusione crea sempre de-lusione quando cade. La dis-illusione è poter vedere la realtà per quello che è.

M.P. 

 
 
 

Natali diversi - Buon Natale

Post n°301 pubblicato il 23 Dicembre 2010 da orta0

Allora siamo prossimi a questo Natale, quante corse, quanti preparativi ….. la vacanza, il viaggio ….. Natale non è più il Gesù Bambino, tutto bello paffutello, la stella cometa e gli angeli del presepe. Natale delle grandi abbuffate …..

Il Natale mi interpella e mi dice: “Che cosa deve nascere nella tua vita? Che cosa devi partorire? Che cosa devi dare alla luce? C’è qualcosa che vuole uscire: dagli vita!”.

Allora Natale diventa vita, la mia vita. Allora Natale non è più in chiesa ma dentro di me. Allora il presepe è vivente nella mia vita, il Bambino nasce nel mio cuore e mi cambia la vita. Questo è Natale. Il resto è poesia.

 

Ma c’è un livello ancora più profondo, il livello spirituale (Spirito). A questo livello non ci sono più solo io, ma guardandomi attorno vedo che sono parte del mondo e di questo universo. A questo livello imparo le grandi leggi della Vita e dello Spirito. Qui si è al centro della vita.

Ogni giorno si nasce e ogni giorno si muore. Che vuol dire che si è sempre in evoluzione e sempre c’è qualche illusione da perdere e da far cadere giù.

Vita vera è far risplendere Dio nei miei occhi, nelle mie mani e nelle mie parole. Allora qualcuno guardandomi potrà dirmi: “Dentro te c’è qualcosa di più grande di te, io l’ho visto, io lo vedo”. E compito mio personale sarà disseppellire il Dio che dorme in ogni uomo. Lotterò perché sia Natale per ogni uomo. Che ogni uomo scopra la grandezza che lo abita, la luce che contiene e l’infinito che dimora in lui.

A questo livello tutto è sacro, tutto è degno di rispetto, tutto è inviolabile, perché Dio si incarna, abita, vive in tutto ciò che esiste. Non c’è più separazione (siamo separati perché rimaniamo nella superficie dell’essere) ma unione: il Divino in me riconosce il Divino in te. E mi batterò perché la Vita possa vivere, sempre! Allora il Natale non è più il 25 di dicembre: diventa una dimensione di vita, un modo d’essere.

E tu a che livello vuoi metterti?

Buon Natale a voi tutti!

 

 
 
 
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Quando il saggio indica la luna
lo stolto guarda il dito.
La religione serve per portarti a Dio.
Altrimenti non ti serve.

 

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L'ANGELO

La sera quando i pensieri, i ricordi
Si fanno più intensi
Accendi una candela
Sarà la luce del tuo Angelo.
Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)

 

 

ORME

Orme di piedi
sfiorano fili d'erba.
Orme in scia
alla ricerca del tempo
trascinano un ricamo
su quel prato decorato di fiori.
Petali riflessi nella notte
oscurano le stelle,
leggeri desideri sfiorano
la luminosità dell'anima.

 

 

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