Creato da namy0000 il 04/04/2010

Un mondo nuovo

Come creare un mondo nuovo

 

Messaggi di Aprile 2020

Essere Altro

Post n°3331 pubblicato il 30 Aprile 2020 da namy0000
 

2020, Giornalettismo 29 aprile.Ed Sheeran cuore d’oro, chiude il suo pub ma continua a pagare i dipendenti

Ed Sheeran è uno degli artisti più amati del mondo e ultimamente si è divertito anche ad esordire anche al cinema nei panni di sé stesso in Yesterday. La pop star britannica è anche proprietario del “Bertie Blossoms“, pub inglese che si trova nella centralissima Piccadilly Circus a Londra.  Il locale è ormai chiuso da marzo per l’emergenza coronavirus, ma Ed Sheeran ha dimostrato ancora una volta che i guadagni non sono tutto nella vita. Nel Regno Unito i locali possono infatti ridurre dell’80% la paga dei propri dipendenti e avere accesso ad alcune forme di sostegno da parte del Governo, ma il cantante ha deciso di non avvalersi di questa possibilità.

L’attività non ha chiesto e non chiederà nessun contributo governativo. Inclusi congedi, assegni, prestiti o altro”, ha dichiarato una fonte vicina ad Ed Sheeran, che ha aggiunto: “Ed vuole fare quello che può per aiutare. Ha diviso la cifra a sei zeri tra vari enti caritatevoli locali per sostenere gli sforzi della comunità. Ed è molto coinvolto nell’area in cui vive e sa che la sua donazione può fare un’importante differenza. Tutti gli sono molto grati”.

Ed Sheeran in questo momento è in quarantena a Londra con la moglie e il suo gesto ha avuto ampia risonanza nel Regno Unito. Sono moltissime invece le star, compresi i calciatori, che stanno invece contrattando i sussidi statali previsti dal governo per affrontare l’emergenza coronavirus. Tutto questo ha portato malumore nell’opinione pubblica britannica. Fortunatamente Ed Sheeran oltre ad essere primo su Spotify si è dimostrato anche al primo posto per il grande cuore mostrato in questa emergenza.

 
 
 

La chiesa unica

Post n°3330 pubblicato il 30 Aprile 2020 da namy0000
 

2020, Maurizio Praticiello, Avvenire 29 aprile.

Le parole del Papa e dei vescovi. La regola della prudenza e il rispetto della verità

Sono bastate poche parole – una preghiera rivolta al Signore – che papa Francesco ha pronunciato durante la Messa celebrata ieri, per mettere in moto 'opinionisti' di ogni genere e di granitiche certezze. «In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizione per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni». Qualcuno ne è sicuro, e lo proclama anche con fare retorico, Francesco non la pensa come i suoi fratelli vescovi italiani. Incredibile. Quando mai i vescovi italiani hanno spinto i fedeli a non rispettare le regole della prudenza e incitato all’irresponsabilità? Un certo modo di argomentare e di banalizzare appare inconcepibile, e ancor più davanti a una situazione drammaticamente complessa. Che ha bisogno del contributo di tutti, anche di chi fa informazione e spende libere opinioni.

Il Papa è fortemente preoccupato non solo per i suoi figli, ma per l’intera umanità. Sa bene che tantissimi non credenti lo ascoltano volentieri perché la sua parola dona speranza e fiducia. Il tempo che stiamo vivendo è un tempo triste, molto triste. E lo può diventare di più se non ci rendiamo responsabili gli uni degli altri. Francesco, quindi, è 'dalla parte' di chi guida la lotta contro la pandemia? Penso che nessuno, in Italia e nel mondo, possa dubitarne. Così come nessuno può far finta di ignorare che Francesco, uomo di Dio e non politico, come Gesù con parole e gesti continua ad assumere su di sé il peso della sofferenza umana per portarla davanti al trono dell’Altissimo. Nessuno è assente dalla sua preghiera. Francesco ha il polso della situazione a livello mondiale, con un’attenzione particolare a chi sta pagando il prezzo più alto di questo flagello: i poveri.

Ieri, sono stato svegliato dal primo messaggio della giornata. È di un giovane, orfano fin dall’adolescenza, cresciuto in un quartiere a rischio, ma che non ha mai ceduto alla sirena della delinquenza. Con immensi sacrifici è riuscito a mettere su un piccolo negozio di barbiere. Avrebbe dovuto sposarsi il mese prossimo. Serio e responsabile, ha deciso di sospendere l’attività qualche giorno prima che il governo glielo imponesse. «Padre, ho resistito fino a oggi, ma non ce la faccio più; dovrò anch’io, come altri miei colleghi, rassegnarmi a lavorare 'clandestinamente'. Non riesco a pagare la pigione e le bollette della luce. Perdonami, padre». Povero Gigi. Mi sento dilaniato tra l’incudine e il martello. Mi ritrovo a pensare che tanta gente se non muore di epidemia morirà di carestia. Il Papa lo sa. Ed è seriamente preoccupato. Ma il virus ancora non ci dà tregua, il vigliacco ancora si diverte a terrorizzare gli uomini. Occorre prudenza. Tanta, tanta prudenza, ci ricorda Francesco. Perché a nessuno di noi è consentito imitare quei bambini che giocano a pallone durante un bombardamento; solo loro ne hanno il diritto, se non lo facessero morirebbero di ansia e di paura. A noi questa scappatoia non è data. A noi è richiesta serietà, onestà, umiltà.

La preoccupata consapevolezza del Papa è identica a quella del cardinale Bassetti, dei vescovi, dei parroci italiani che non smettono di essere accanto al popolo affidato alle loro cure pastorali. La voce della Chiesa, e la voce della Chiesa italiana, è una. Pur con legittimi accenti diversi, abbiamo tutti a cuore il bene degli italiani. Tutti ci rendiamo conto della pericolosa, subdola, virulenza di questa epidemia. Tutti ci inchiniamo commossi di fronte alle persone morte in solitudine, tra cui tanti preti e suore. Tutti siamo rispettosi delle competenze e delle responsabilità altrui.

La Chiesa italiana – dal Papa all’ultimo dei fedeli – è preoccupata e addolorata per la reale situazione della gente che inizia a dare segni di cedimento psicologico, e per le fede dei credenti che ha necessità di nutrirsi dei Sacramenti della salvezza. E crede, appunto, rispettando tutte le cautele stabilite dall’autorità civile, che nel momento in cui si prevede una parziale ripresa di importanti attività sia possibile far riprendere, lentamente, prudentemente, pazientemente anche la vita sacramentale delle nostre comunità ecclesiali. Tenendo saggiamente conto di situazioni e circostanze diverse. Passo dopo passo. Tutto per il bene del nostro popolo. Un bene che tiene conto del virus assassino e delle tante esigenze dell’essere umano. Non dimenticando – o, addirittura, svalutando – il bisogno, per noi cattolici, della partecipazione alla santa Messa.

 
 
 

Resistere per costruire

25 aprile 2020. Resistere per costruire insieme un nuovo umanesimo di libertà

Perché questo 25 aprile – vissuto ieri con grande e intensa partecipazione – non sia presto dimenticato come ogni celebrazione puramente retorica, bisogna ripartire da una consapevolezza scomoda ma necessaria: abbiamo fatto un cattivo uso della libertà che ci è stata donata.

Per costruire un vero cambiamento bisogna allora innanzitutto ripensare la nostra idea di libertà. La libertà è un bene comune, prima che individuale. È un bisogno di tutti. Per questo è da sempre il motore più potente della Storia, quello che spinge a lottare contro le ingiustizie, le violenze, le dittature. Quello che ha animato la Resistenza e ci ha consegnato la democrazia.
Ma l’ideale di libertà che ha animato i partigiani e ispirato le pagine della Costituzione è stato corrotto. La libertà si è degradata da bene comune a bene individuale. Della libertà è stato fatto un cattivo uso: esclusivo e a volte criminale. Allora il punto fermo, imprescindibile, è che la libertà di ciascuno comporta quella degli altri. La libertà è di tutti o non è libertà. Si è liberi con gli altri e per gli altri. Non saremo liberi finché un solo uomo sulla Terra sarà ancora sfruttato, umiliato, oppresso. La libertà comporta l’impegno a liberare chi ancora libero non è.

Allora questo “25 aprile” celebrato in una contingenza difficile e drammatica come quella della pandemia, deve essere un’occasione per rileggere la libertà alla luce della responsabilità. Sì, perché la libertà senza responsabilità degenera in arbitrio, in egoismo, in affermazione di sé contro gli altri o a scapito loro. È la logica che muove questo sistema economico, sistema «ingiusto alla radice» – come dice papa Francesco – ingiusto perché selettivo. Un sistema che ha distrutto i diritti e i beni comuni, trasformandoli in privilegi di chi detiene potere o possiede ricchezza.

Per uscire davvero da questa crisi sanitaria non basta allora trovare un vaccino contro il virus: bisogna trovarne uno anche contro gli egoismi. Altrimenti, se saremo colpiti da un altro virus, da un’altra crisi di questa portata, la logica dell’intervento sarà inevitabilmente quella del mors tua, vita mea, della sopravvivenza garantita solo ai ricchi, ai potenti, ai corrotti, ai mafiosi. E negata ai deboli, ai poveri, agli immigrati, agli anziani non “produttivi”. Già abbiamo visto qualche agghiacciante avvisaglia di questa selezione disumana.
Allora l’eredità che ci lascia questo settantacinquesimo 25 aprile è etica e insieme pragmatica: impegnarci di più, insieme, per costruire un Nuovo Umanesimo, un nuovo paradigma dell’umano, come anche esorta la Laudato si’ di papa Francesco. È una questione culturale, prima che politica. Dobbiamo avere il coraggio di lasciare la strada distruttiva e suicida dell’individualismo per riconoscere la nostra comune appartenenza all’”umano”, a partire dai suoi bisogni fondamentali: casa, lavoro vero, istruzione, cura del corpo e dell’anima. È questa la premessa per liberarci dalle mafie e dalla corruzione, dalla produzione e dal commercio di armi, da un’informazione asservita a poteri forti – industriali e non solo – che tace o deforma la realtà. Più in generale, per liberarci da un sistema economico che arricchisce pochi a spese di tutti gli altri, alimentando la povertà, la disoccupazione, la disperazione. Pensiamo ai giovani in cerca di lavoro, agli anziani soli e abbandonati, al vergognoso Olocausto dei migranti, vittime dell’egoismo e dell’indifferenza globali.

La parola “libertà” vada dunque interpretata con occhi nuovi, libertà come coraggio e impegno per contrastare le disuguaglianze e denunciare una politica incapace di pensare e operare oltre la logica dei profitti, e prima ancora di distribuire quei profitti in modo equo. Un Paese non è un’azienda. Un Paese è una comunità di vite, di speranze, di culture che diventa tanto più grande quanto più accoglie, si relaziona agli altri Paesi, stabilisce rapporti, abbatte muri e diffidenze. Si parla tanto in questi giorni della solidarietà come di un principio fondante dell’Europa unita. È così, ma i Padri della Comunità Europea – come i partigiani della Resistenza – sognavano un mondo dove la dignità e la libertà della persona fosse il valore fondamentale, valore inestimabile, non valutabile con i parametri del “mercato”. Un mondo dove l’economia fosse servizio al bene comune e non, come si è ridotta, strumento di ricatto e di potere.
Ricordiamolo quando parliamo di solidarietà europea, e facciamo in modo che la memoria di questo “25 aprile” diventi davvero impegno.
Sacerdote, fondatore del Gruppo Abele e presidente di Libera

 
 
 

Abisso di Amore

Post n°3328 pubblicato il 25 Aprile 2020 da namy0000
 

Mi chiamo Nicolò e sono un giovane che ha avuto la grazia di incontrare Gesù lungo il suo cammino. Questo incontro ha fatto in modo che, da quel momento in poi, fosse sempre il bene a prevalere nella mia vita, facendo così passare in secondo piano la sofferenza e il dolore.

Se oggi le scrivo è perché volevo condividere questo mio piccolo gesto d’affetto nei confronti di Gesù, realizzato la domenica delle Palme (vedi foto). Il desiderio di poter fare, nel mio piccolo, qualcosa per il Signore è scaturito dalla visione del bellissimo film tv su Karol Wojtyla, trasmesso in occasione del suo quindicesimo anniversario di morte. Sapevo poco su di lui e, oltre a rimanere affascinato da quel giovane e determinato sacerdote, mi ci sono anche un po’ riconosciuto. In particolare mi ha colpito la risposta che egli ha dato a ciò che stava succedendo nel suo Paese, mentre molti suoi coetanei avevano scelto la strada della violenza: Gesù Cristo e il suo amore. Quando egli annunciò ai suoi amici più stretti il desiderio di diventare sacerdote, la sua motivazione fu questa: ‹‹Perché a questo abisso di male, io rispondo con un abisso di amore››. Non so se il futuro papa Giovanni Paolo II pronunciò realmente questa frase, ma mi ha talmente colpito che ho voluto riportarla nel mio cartellone, tra i motivi per i quali è necessario che Gesù entri ancora nelle nostre città, nelle nostre vite e che noi lo accogliamo. Questo nostro Maestro mi sta dimostrando la vita in tutta la sua bellezza e complessità, facendomi capire che, se mi sforzo un poco e mi fido di lui, imparerò, per quanto potrò, a viverla in pienezza, assieme a chi mi è più caro…

Con l’occasione, volevo chiedere se in uno dei prossimi numeri di Famiglia Cristiana potevate ancora parlare di Karol Wojtyla. Saluto la mia amica e compagna di cammino (e vostra lettrice da molto più tempo di me) Serenella e il mio caro maestro, ma soprattutto amico don Enrico, il quale, non appena tutto questo sarà finito, spero di poter rivedere presto – Nicolò Z. (FC n. 17 del 26 aprile 2020).

 
 
 

Coronavirus, dura prova

Post n°3327 pubblicato il 25 Aprile 2020 da namy0000
 

Il dramma di tanti anziani e delle loro famiglie

Sono un impresario funebre di Bergamo, città colpita da molti lutti. Nel mese di marzo abbiamo purtroppo lavorato tantissimo, addirittura abbiamo dovuto dire ad alcune famiglie che non potevamo occuparci del loro defunto perché non riuscivamo (cosa che ci pesava tantissimo perché dall’altra parte sentivamo che la famiglia era in difficoltà, perché magari eravamo già la quarta impresa che diceva loro di no!). Ora siamo a Pasqua e per fortuna l’emergenza si è un po’ fermata e mi sono seduto a pensare.

I pensieri sono tanti, il Signore sta mettendo a dura prova la mia fede, tutte le famiglie sono state toccate da un lutto o da un ricovero, ma la cosa che non riesco a superare è vedere le persone morte in solitudine e spesso portati via in solitudine. Pensare di non vedere più il tuo caro nemmeno per accarezzarlo dentro la bara mi ricorda le mamme che hanno perso i figli in guerra, dispersi. Non li hanno più rivisti. Sembrava un ricordo lontano e invece oggi è toccato a noi!

Tutte le volte che entro in una camera mortuaria degli ospedali per occuparmi di un defunto e metterlo nella bara mi viene spontaneo chiedere scusa a lui e ai suoi cari perché non posso sistemarlo decorosamente come si fa di solito, dico una preghiera per lui e soprattutto per chi a casa non lo vedrà più. Qualcuno mi ha chiesto se fosse veramente il loro papà, qualcun altro mi ha chiesto di fare la foto alla bara perché era l’ultimo ricordo del marito.

Ora la gente vuole uscire, non vuole restare in casa. Forse se pensassero a queste famiglie risulterebbe loro più facile.

L’altro giorno sono entrato in chiesa a prendere il libretto del triduo pasquale. Mi sono fermato davanti all’altare con la chiesa vuota e mi è venuto spontaneo chiedere: dove sei Gesù? Ascoltando le parole di papa Francesco capisco che il Signore è sempre in mezzo a noi, ma oggi faccio fatica a trovarlo!

Grazie per avermi ascoltato, le chiedo durante la sua Messa di dire una preghiera per tutte le famiglie colpite da un lutto e per tutte quelle che aspettano con ansia buone notizie per i loro cari in ospedale – Lettera firmata (FC n. 17 del 26 aprile 2020).

 
 
 

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